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Un fotografo a tutto tondo: Dan Winters

“I now find peace in the realization that countless potential masterpieces happen each moment the world over and go unphotographed. The world owes a great debt to all those who have, from a state of exceptional awareness, preserved stillness for us to hold.” 

 

Una verità con cui ogni fotografo prima o poi deve fare I conti e di cui molti non si curano. Ma è dalla consapevolezza di tale condizione che scaturisce l’amore per questo lavoro, per questa passione, per questo stile di vita. Soltanto capendo l’unicità di ogni foto, di ogni momento si può assaporare a pieno ogni scatto dal più banale al più grandioso. A esprimere tale concetto è un fotografo estremamente poliedrico dei nostri tempi, Dan Winters.

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Nato a Ventura Country in California nel 1962, fin da giovane mostra una spiccata attrazione per la fotografia e il mondo ad essa annesso. Grazie anche a diversi lavori e studi nel campo degli effetti speciali, riesce ad integrare la sua abilità negli scatti con il mondo della post produzione e passa poco tempo prima di venire notato dalle più celebri riviste e giornali internazionali, tra cui: GQ, Vanity Fair, The New York Times Magazine, The New Yorker, TIME, WIRED, Fortune, Discover, Details, W, Rolling Stone, Newsweek e tanti altri.

Lavoro particolarmente interessante e di fantastica qualità sono i suoi ritratti, che lo hanno reso famoso in tutto il mondo e per i quali viene ingaggiato da star del cinema, sportivi, musicisti e via dicendo.

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La sua abilità risiede nel saper usare alla perfezioni le luci e le ombre con cui riesce a creare contrasti decisi che rendono la foto estremamente incisiva e con i quali riesce a portare l’attenzione esattamente dove vuole, ovvero non tanto alla persona quanto all’ emozione, allo stato d’animo. Gli intensi neri, che rendono l’ambiente materico, pesante si uniscono con vigore alle forti luci; caratteristiche che si possono quasi paragonare, con un azzardo, all’opera del  Caravaggio.

Splendidi inoltre, sono tutti i suoi scatti intorno all’uomo dal punto di vista antropologico e umanistico, che lo hanno portato in giro per le americhe e che gli sono valsi, insieme con gli altri progetti, più di cento riconoscimenti nazionali ed internazionali.

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Recentemente Winters si è cimentato anche in opere all’infuori della solo arte fotografica; con l’ausilio dei più recenti programmi grafici, ha iniziato a disegnare ed a creare piccole opere d’arte con anche la tecnica del collage. Di forte significato e dialettica molto diretta, questi suoi disegni sono un evolversi del suo pensiero nei confronti della società moderna con le sue abbaglianti conquiste ed i suoi limiti.

Fotografo, disegnatore, grafico, illustratore, scrittore ed anche movie maker; egli incarna perfettamente l’idea dell’ artista del ‘900 che mette in discussione il proprio lavoro e le proprie abilità per mettersi ripetutamente alla prova, per superare i propri limiti.

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Uno dei suoi progetti più importanti ed interessanti è stato sicuramente il lavoro realizzato con la nasa, con cui mostra da vicino una navicella spaziale per far comprendere a tutti come si deve sentire un astronauta. Spettacolari inoltre tutti gli scatti che mostrano la partenza di vari razzi e satelliti realizzati sempre in collaborazione con l’agenzia governativa.

L a consapevolezza della limitata possibilità di riuscire a catturare attimi unici e magnifici, ha portato Dan Winters a comprendere che in alternativa si possono “creare”. Così facendo ha realizzato diversi scatti con l’aiuto di amici, attori e sportivi, con i quali consegue situazioni uniche, insolite, particolari.

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Questi suoi scatti sono probabilmente una conseguenza della sua esperienza nel mondo del cinema con il quale è strettamente legato. Per tutti questi diversi lavori, nel 2003 è stato inserito dalla Kodak nella autobiografia che raccoglie tutti i più grandi professionisti di sempre, come una icona della fotografia. L’amore per il suo lavoro, per la ricerca di contrasti, per la caratterizzazione del colore si può ritrovare in ognuno dei suoi scatti mai banali e sempre tecnicamente perfetti.

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 “I get up every day and that’s what I do, make photographs, whether I’m being paid to or not. I love it, love it, love it.”

Why don’t you come with me and dance the snakepit dance

Andare a vedere Django Unchained è stato per me un evento più stressante e complicato di quanto sia di solito la visione della maggior parte dei film. Da una parte le mie aspettative erano estremamente basse, dall’altra ero fermamente determinato a non concedere nemmeno un’unghia a questa cattiva predisposizione e a sedermi in sala con occhi, orecchie e mente ben aperti.
Ho dunque visto il film in uno stato che definirei di estrema concentrazione, quasi tensione, che mi ha probabilmente impedito di godermi un certo lato di esso, ma che a conti fatti mi ha evitato di sprofondare nello scoramento -probabilmente eccessivo- che la sola menzione del nome di Tarantino recentemente mi ispira.
Ingrassato, dentro e fuori di metafora, come un fantasista brasiliano in Europa da più di 4-5 anni, Tarantino rappresenta per quanto mi riguarda una delle più grosse promesse non mantenute del cinema contemporaneo. Dopo degli ottimi e incompresi esordi (non nel senso che non sono stati apprezzati, ma che sono state apprezzate le parti sbagliate per i motivi sbagliati), Quentin ha pensato che naufragare in un mare di autoreferenzialismo e chiudersi nella nicchia da lui stesso creata del postmodernismo di genere, fosse una buona idea. Dopo averci deliziato con quello che immagino resterà il suo miglior film, siamo infatti stati sommersi da barocchismi, farse, iperboli, in una spirale di cui non si vede il fondo, al punto da far pensare che probabilmente Jackie Brown sia stata una fortuita casualità nella carriera di un eterno ragazzino da cui non ci si può assolutamente attendere che cresca, che sennò si incazza pure.

La qualità dei suoi lavori in questi anni è stata comunque più che dignitosa, ma quando alla fine di un film mi viene da pensare per due minuti a quello che è stato e per mezz’ora a quello che sarebbe potuto essere, non può essere un buon segno.

Questa sensazione di potenziale inesplorato è stata particolarmente forte dopo Django, un film dall’immaginario più vivido e personale di quello di altri episodi nella carriera di Tarantino, e per questo danneggiato più di altri dalla vena caciarona del suo creatore. Lo splash afroamericano in un genere storicamente bianchissimo, i richiami alla contemporaneità nella colonna sonora -il vocione di Rick Ross che commenta l’ingresso di Django nel ranch di Di Caprio è uno dei tocchi più esaltanti del film- e in generale una rielaborazione piuttosto peculiare di un immaginario così cristallizzato come quello western erano punti di partenza decisamente interessanti, e credo che il lavoro fatto da Tarantino con l’ambientazione di Django Unchained sia più riuscito di quello che ha fatto in passato in altre “rimescolate” di roba varia ed eventuale come Kill Bill o Unglorious Basterds. Jamie Foxx è un conduttore particolarmente fortunato dell’atmosfera del film, con un’interpretazione che magari non salterà all’occhio come quelle di alcuni suoi colleghi, ma che rappresenta il nucleo più interno del film, in costante lotta contro le derive più demenziali e facete della pellicola.

Quando parlavo dell’aspetto del film che il mio atteggiamento mi ha impedito di apprezzare mi riferivo proprio alla debordante vena comica presente soprattutto nella prima metà del film. Ora, di film puramente drammatici Tarantino non ne ha mai fatti, e dubito che mai ne farà. Nei suoi momenti migliori però è stato in grado di mescolare equilibratamente umorismo e catarsi, o quantomeno di evitare che i due aspetti facessero a pugni così evidentemente come succede in Django. Il comic relief fornito dal personaggio di Christoph Waltz è più che benvenuto e da solo sarebbe più che sufficiente a punteggiare il film e sveltirlo. Già il personaggio di Di Caprio, peraltro non esattamente a suo agio nei panni dello stravagante cattivo Calvin Candie, risulta spesso eccessivo e immotivatamente sopra le righe. In una situazione del genere alcuni siparietti aggiuntivi come quello dei klansmen che preparano l’assalto, o dei negrieri australiani, finiscono con l’allungare il brodo di un film che avrebbe beneficiato di un uso più generoso delle forbici in sede di montaggio, e soprattutto con lo svilire i momenti di maggiore tensione drammatica e/o cinetica del film.
Non mi metto troppo a questionare sulla qualità dell’umorismo, visto che appunto, probabilmente non avrei apprezzato in ogni caso, ma quando un film provoca durante il primo tempo risate incontrollate alla maggior parte del pubblico, salvo poi lasciarlo con la sensazione di una brusca frenata nel finale, mi sembra abbastanza evidente che la miscela dei toni, e il ritmo emotivo che ne deriva siano stati mal calibrati.
Questa disomogeneità ha come conseguenza principale la mancata valorizzazione di alcune scene formidabili, che confermano come il talento di Tarantino non accenni a scemare nonostante il suo rifiuto di farne saggio uso. La sparatoria finale è probabilmente il migliore esempio di “heroic bloodshed” che mi sia mai capitato di vedere in un film non proveniente da Hong Kong, e i dialoghi, nonostante la penna di QT sia meno affilata del solito, sono tra i meglio girati a recente memoria, con la lunga scena della cena in cui le trattative degenerano a rappresentare l’esempio più fulgido di questo tratto che avrebbe potuto e dovuto essere la colonna portante del film.

Quello che abbiamo invece è un film mastodontico, senza un centro, senza un equilibrio e senza il ritmo incalzante e la spigliatezza di altri episodi nella filmografia del regista.
In un certo senso credo di essere contento del fatto che invece di essere un film inutile ma ben eseguito, Django Unchained sia in qualche modo un passo più lungo della gamba, un caso di esecuzione che non riesce a realizzare le potenzialità (mi lascia più speranze per il futuro se non altro), ma resta il fatto che a 50 anni e dopo quasi una decina di film, mi aspetterei che si superasse lo stadio di programmatica ADD che ha quasi sempre caratterizzato i film di Tarantino. Non pretendo una deriva bergmaniana, sia chiaro, ma un bel gioco dura poco e sarebbe il caso che un veterano come QT cominciasse a sfidare sé stesso e ad uscire dalla sua comfort zone, tentando qualcosa che magari potrebbe non soddisfare le urlanti frotte di fanboys, ma che lascerebbe un segno più significativo sul lungo periodo.