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Radiohead come Prince, più di Prince

Una certa ironia nell’amarezza della morte di Prince è la diffusione capillare del suo materiale online – impossibile finché Prince era in vita, per espresso volere dell’artista. Prince è stato il primo e il più importante detrattore dell’idea di musica sempre accessibile, ponendosi come uno dei più aggressivi “censori” su Youtube, impedendo (come era suo diritto, capiamoci) l’upload delle sue canzoni agli utenti. La Prince Experience, ha sempre detto, è dal vivo, sono sempre in tour, venitemi a vedere. Anche il disco era diventato un accessorio – Musicology del 2004 fu venduto in abbinamento ai biglietti del tour, mandando in crisi le classifiche americane. Prince si era posto in anticipo rispetto al trend, abbracciato dalla quasi totalità dell’industria musicale, del live come centro di monetizzazione del prodotto. E parte di questa strategia è il rifiuto del mondo online, della facile accessibilità, per porsi come prodotto premium, che gli utenti devono cercare e desiderare.

Ora sono i Radiohead ad alzare la posta in palio con la comunicazione per il lancio del nuovo album. Thom Yorke è sempre stato critico dello streaming gratuito, arrivando a rimuovere parte del catalogo della band da Spotify e mostrandosi estremamente convinto del modello Tidal (streaming premium in alta qualità ad un prezzo superiore alla concorrenza). Ora i Radiohead stanno scomparendo dal web. Il sito della band è una pagina bianca. I tweet sono stati rimossi, così come i post su Facebook e persino su Google+. Nel frattempo i fan inglesi della band hanno ricevuto per posta un volantino criptico: “Sing a song of sixpence that goes/Burn the witch/We know where you live”. Il nuovo disco è in arrivo (chissà, forse in anteprima su Tidal, come molti altri colleghi hanno fatto) e la tattica è il mistero.

Questo è uno stunt, una campagna di comunicazione, i cui effetti di lungo termine non sono chiari né prevedibili (ma è legittimo supporre che i Radiohead torneranno a parlare ai fan dai canali online che ora abbandonano). Ma ci porta su un dualismo interessante, che internet si porta dietro come una contraddizione da più di dieci anni: accessibilità contro tutela, e quindi libertà di chi fruisce contro libertà di chi crea. Si vive, al momento, di una strana mitologia che parla di frazioni di centesimo per ogni ascolto e di concerti costosissimi (i prezzi per vedere i Radiohead negli Stati Uniti viaggiano tra i 70 e i 100 dollari, alla faccia del proletariato dei sentimenti). Spotify è in perdita per ogni abbonato che sceglie il piano gratuito, perché non monetizza i big data. E la tecnologia non è più vista come un processo inesorabile, ma come una scelta alla quale ci si può sottrarre.

Il problema sorge quando il diritto di ascoltare e il diritto di essere ascoltati alle proprie condizioni cozzano in modo sgraziato, anticonsumatore e antiartista in modo paradossale. La paura di perdere un profitto condiziona i musicisti da molto tempo – dai Metallica contro Napster ad oggi, giusto per rimanere nel mondo digital – al punto che questioni di principio magari condivisibili si trasformano in boomerang commerciali. Gli album che escono in esclusiva su Tidal sono i più scaricati illegalmente dai siti di torrent, e non è un caso. I fan vogliono sostenere i musicisti, in quest’epoca più che mai, ma non sono disposti a seguirli fino a Gerusalemme per una crociata. Soprattutto quando esistono piattaforme e modelli alternativi perfettamente in grado di fare da punto d’incontro.

Radiohead Live @ Roma 22.09.2012

Se i miei genitori fossero degli appassionati di musica forse mi avrebbero raccontanto di quella volta in cui hanno visto i Pink Floyd in una Venezia surreale (ok, non c’era più Waters, ma chi di voi non sarebbe andato?), o magari dello storico concerto dei Talking Heads del 1980, a pochi mesi dall’uscita di ‘Remain in Light’, o, che ne so, i Clash al Palasport di Milano nel 1984. E invece niente, forse meglio così, probabilmente sarei stato solo invidioso.

Ecco sono sicuro che se e quando avrò un figlio, un nipotino, qualcuno a cui tramandare qualcosa, io gli racconterò di quella volta in cui ho visto i Radiohead a Roma. Quella volta in cui aspettavamo tutti da quasi un anno, perché doveva essere a Luglio, ma fu rimandato a causa della morte di un uomo del loro staff, avvenuta prima di un loro concerto a Toronto dopo il crollo del tetto del palco. Gli racconterò che eravamo quasi trentamila e con me c’era un sacco di gente, gli racconterò di quel mio amico che ha comprato il biglietto tre volte,  di quell’altro che è l’unico rimasto deluso dalla serata (per altro scrive proprio per questo blog), del Caffè Borghetti entrato di straforo, di quel ragazzo che voleva per forza sentire ‘The Daily Mail’ e se l’è ritrovata in scaletta (sì, quella dedicata a Berlusconi, ma di questo non parleremo), e della mia ragazza che aveva fatto i panini, e dei miei amici che non volevano far entrare.

Quando c’è un concerto di questa portata comincia tutto molto prima, ma molto prima. Io volendo arrivare nelle prime file, ma non volendo neanche esagerare con l’apprensione avevo previsto di arrivare alle 16.30, all’apertura dei cancelli. Ovviamente quello che non prevedi accade regolarmente, e le 16.30 diventano le 17.30 con una facilità impressionante. Pagata la solita cifra criminale per un parcheggio e fatto un giro lunghissimo per raggiungere l’entrata, scegliamo la nostra zolla di terra che non abbandoneremo per le tre ore successive. Devo ammettere che mi aspettavo un’organizzazione ben peggiore di quanto mi è sembrato di vedere. Ok, un po’ di caos è stato inevitabile ma rispetto ad altri concerti visti nel Bel Paese almeno le ore precedenti al concerto sono state accettabili.
Quando attacca Caribou, o i Caribou (vi spiego, Daniel Victon Snaith si faceva chiamare Caribou prima di avere una band, però ha salutato il pubblico dicendo ‘We’re Caribou’) il volume è ancora troppo basso e il brusio ancora troppo forte per apprezzare al meglio il compositore canadese e la sua band. Prestando attenzione più alla musica che alla caciara però ho la conferma dell’immensa qualità del fantasioso matematico che si nasconde dietro tanti pseudonimi. Ipnotici, ballabili, tra IDM, kraut e psichedelia, Caribou con la band dimostra di saper riproporre in una veste estremamente efficace il lavoro in studio.

Poi, dopo meno di un ora, arrivano i Radiohead. Lotus Flower. E comincia tutto. Gli schermi sospesi, il suono perfetto, le interpretazioni impeccabili. Il miglior gruppo esistente in questo momento. I nostri Pink Floyd. Il nostro gruppo ‘popolare’ ma anche ‘intellettuale’ di punta. Thom Yorke, Johnny Greenwood, Ed O’ Brien, Colin Greenwood, Phil Selway, e l’aggiunto batterista Cleve Deamer (Portishead) sono in una forma strepitosa. A ’15 Step’, terzo pezzo in scaletta, sono già estasiato. L’insieme visuale e musicale è di una perfezione mai artefatta ma perfettamente armoniosa. I Radiohead passano in rassegna soprattutto gli ultimi tre dischi, non dimendicando i due inediti dei magnifici ‘Live From The Basement’. Fra i classici c’è la memorabile ‘Planet Telex’ addirittura da The Bends, la attesa ‘Paranoid Android’, e quello che forse è stato l’acme emotivo del concerto: ‘Exit Music’ (for a Film), in un’esecuzione indimenticabile. ‘Kid A’ viene chiamato in causa con la titletrack e la celeberimma ‘Idioteque’, per poi essere ripescato per la memorabile chiusura con ‘Everything in Its Right Place’. Le bellissime ‘Weird Fishes/Arpeggi’, ‘Nude’, ‘House of Cards’, ‘Reckoner’ dimostrano ancora una volta quanto ‘In Rainbows’ sia tranquillamente annoverabile fra i dischi imprescindibili che i Radiohead hanno composto nella loro carriera. 

Tutto ciò che ho provato oltre a quello che si può riportare va molto oltre le mie capacità espressive e lo lascio ai vostri ricordi o, se non c’eravate, alla vostra immaginazione.

Ah,! Chi si è lamentato perché riteneva che dovessero fare più ‘classici’ non conosce il significato della parola ‘arte’.


Luigi Costanzo