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Rap italiano: come i tronisti a Sanremo

Chi legge quello che scrivo settimanalmente su Polinice, e chi semplicemente ascolta musica insieme a me, conosce la mia attenzione per l’hip hop, nata quando già non ero un ragazzino grazie a innovatori di spessore – Kanye West, Jay-Z, Lil Jon. Chiaro, consumare media americani ogni giorno rende la comunicazione estremamente facile: c’è un incontro affascinante tra un nero di Compton come Kendrick Lamar e un osservatore esterno che vive dall’altro lato del mondo. Ma, al di là di barriere linguistiche e culturali mai del tutto superabili, l’hip hop rimane immediato e d’impatto sia che venga da Harlem che da East London, o dalla Francia dei figli degli immigrati. E anche in Italia l’hip hop ha vinto la sfida del pubblico, imponendosi come l’unica vera alternativa al pop tradizionalissimo.

Non è bello generalizzare ma, se nella mia playlist con centinaia di pezzi rap ce n’è un pugno in lingua italiana e nulla più, devo chiedermi se sbaglio io o sbagliano i rapper, tertium non datur. La possibilità che io sbagli esiste sempre, soprattutto perché non accetto la musica per come è ma la pretendo per come deve essere (da mia sensibilità culturale). Toglierei da parte anche il discorso del sound, perché parlare della qualità dei produttori inglesi e americani mi sembra francamente sterile e ripetitivo: ci sono più soldi, c’è più professionalità, più creatività guidata, più modernità. Un gap incolmabile – l’intero settore musicale italiano, dalla discografia alle orchestre, dalle discoteche ai concerti, vale 4 miliardi di euro, mentre la sola discografia USA fa 7 miliardi di profitti all’anno.

Il discorso più interessante mi sembra quello sui testi. Every Noise at Once riporta che le parole più frequenti nei titoli delle canzoni rap italiane sono tutto-niente-ancora-quello-meglio-senza-giorno-sono-qualcosa-ogni-mondo-sotto-miei-bene-troppo-prima-nella-siamo-dimmi-parole. Vaghezza assoluta, senza differenza sostanziale rispetto al pop (dove “cuore” e “amore” incredibilmente sono ancora al top, ma il resto è talmente generico che va bene per qualunque canzone). Manca, e non me ne voglia chi ha lavorato duro negli anni, la percezione di un movimento. Per qualsiasi sottogenere di rap americano le parole chiave rimangono hood, ghetto, gangsta, dope, nigga, freestyle – cioè da dove veniamo, cosa facciamo, chi siamo, una dichiarazione d’intenti e d’identità. Certo, l’inglese è molto più malleabile dell’italiano, si presta più facilmente a diventare meme, per cui una parola come “haters” può passare nel linguaggio collettivo grazie ai rapper – per non parlare di quando abbiamo tutti cominciato a dire “cray” anziché crazy per imitare Kanye e Jay-Z.

Impossibile avere questa potenza linguistica in Italia, e impossibile avere un impatto del genere sulla lingua mainstream. Anche perché fortunatamente da noi mancano quelle emergenze etnico-sociali che producono i ghetti e le sottoculture – c’è una povertà e un disagio diverso da quello americano. E proprio il rapporto con il malessere è il principale punto a sfavore del rapper italiano medio, perché la rassegnazione non può essere esaltante, soprattutto considerando che dall’altra parte dell’oceano è protagonista una rabbia carica di toni superomisti, in cui persino commenti odiosi sulle donne, sui bianchi, sui neri “inferiori” vengono sublimati all’interno di visioni del mondo compiute.

I rapper italiani sono personaggi? Non abbastanza, o non nel modo migliore. Sono, in linea di massima, figure dello star system nazionale – come i protagonisti delle fiction o dei reality del pomeriggio, come gli opinionisti fissi della televisione e della radio. Non sono icone, cioè figure in grado di catturare le passioni pubbliche. Il più americano è Fedez, e farsi salvare da lui non mi sembra il massimo.