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L’uomo di mare è il Fenomeno del rap: Fabri Fibra

Chissà se Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra, si era mai immaginato di poter avere una carriera tanto scintillante. Già, perché il rapper marchigiano, classe 1976, è al nono album da solista ed ha venduto fino ad oggi più di un milione di copie. Tutto ha avuto inizio a Senigallia intorno alla metà degli anni Novanta, periodo in cui fanno il loro ingresso nella scena rap italiana gli Uomini di Mare, gruppo nato dall’incontro tra Fibra ed il beatmaker Lato. Uomini di Mare, il nomignolo che – come ha spiegato lo stesso rapper in una recente intervista – gli venne attribuito perché Fabri e dj Lato avevano l’abitudine di indossare pantaloncini corti durante i viaggi da Senigallia a Bologna, punto di ritrovo per tutto il movimento hip hop italiano. Il primo lavoro del duo, il demo Dei di mare quest’el gruv, risale al 1997 e venne pubblicato dalla Teste Mobili Records, etichetta discografica indipendente fondata da loro stessi, e registrato presso lo Studio 114 di Senigallia fra il 1995 e il 1996 con il classico Tascam. L’anno del boom è il 1999. Lato e Fibra realizzano infatti il loro primo album ufficiale, Sindrome di fine millennio, oggi un vero e proprio disco di culto e al cui interno si trova una delle canzoni più importanti dell’intera carriera del rapper, Verso altri lidi.

 

Grazie alla popolarità ottenuta, nel 2002 Fibra pubblica il suo primo disco da solista, Turbe Giovanili, prodotto interamente da Neffa, che ebbe il merito di fornire le basi recuperate da un vecchio hard disk, molto grezze e quindi in perfetta sintonia con l’ambientazione cupa ed introspettiva dell’album. Il periodo tra il 2004 ed il 2006 rappresenta la svolta della carriera di Fabri Fibra. Sono infatti gli anni di Mr. Simpatia e di Tradimento, i due dischi che lo hanno consacrato definitivamente. Per quanto riguarda il primo, la copertina ritrae il rapper che si è sparato un colpo in testa, e il «simpatia» è un ironico riferimento alle delusioni della vita.  Nel libro Dietrologia, Fabri Fibra scrive riferendosi al disco Mr. Simpatia: «Voglio dirvi una cosa che penso da molto: Mr. Simpatia l’ho fatto io, l’ho scritto io, l’ho pensato io, l’ho realizzato io, l’ho portato in tour io, Mr. Simpatia sono io. Quel disco ha cambiato la storia del rap italiano, non ci sono cazzi. Quindi non andatelo a scoprire nel 2011 per poi venire nel mio Facebook domani a scrivere: torna Mr. Simpatia! È la più grossa cazzata che possiate pensare e scrivere». Il titolo del secondo album è una chiara allusione al tradimento che il rapper commise agli occhi degli amanti del rap più underground, ovvero la firma con la major Universal, casa discografica che si sarebbe occupata di ogni sua produzione successiva. Proprio in questo disco è presente il singolo Applausi per Fibra – tormentone assoluto, tanto che la cantava anche mia nonna – e che gli conferì visibilità anche in ambito televisivo.

 

Il 7 aprile 2017 è stato pubblicato il nono album di Fibra, Fenomeno, costituito da 17 brani. Poche ma particolari le collaborazioni presenti nel disco. Oltre a quella con il rapper Laioung, alla traccia numero 6 abbiamo il featuring con il gruppo romano dei Thegiornalisti, mentre alla numero 8 ci imbattiamo in uno skit di Roberto Saviano sul tema della legalizzazione della cannabis. La Universal ha sicuramente indotto il rapper, nel corso degli anni, ad includere nei suoi dischi alcuni pezzi così orecchiabili da divenire veri e propri tormentoni. Tranne Te, Vip in trip o Alta Vendita vi dicono nulla? Ma ciò che differenzia Fabri Fibra dai suoi colleghi italiani è di esser riuscito a mantenere e ad accrescere la schiera dei suoi fans, disposti a «perdonargli» anche qualche deviazione nel pop. Questo perché Fibra è sempre rimasto credibile e tormentato, come uomo e come rapper. Si ha quasi sempre la sensazione di trovarsi di fronte ad un ragazzo completamente solo. Ed è paradossale considerato il numero di persone che lo amano. Fenomeno è un disco che riesce ad avere la meglio sulla tendenza all’omologazione dominante nell’industria rap. Nella canzone Nessun aiuto Fibra parla del brutto rapporto con suo fratello Nesli. Bastano poche strofe per percepire concretamente il suo dolore: «Dalle prime rime alle prime foto alle tue prime grafiche / Ero sempre in prima linea con entrambe le mani alzate / Questo come si chiama? La gente nella scena se lo chiedeva / Il tuo primo demo ti ricordi ero l’unico che ci credeva / Ora guardo quello che fai e di mio non ci vedo più niente». Ma soprattutto nel disco è contenuto il pezzo Ringrazio, forse una delle sue canzoni più importanti. Caratterizzata da una base di puro garage rap, è lo sfogo in rime, coraggiosamente raccontato, sul complesso rapporto che il rapper ha con la madre: «Ho perso ogni compagnia / Soffro di claustrofobia appena parlo di mia madre / Non voleva che uscissi con una ragazza mia madre / Mi parlava con gli occhi fissi di una pazza mia madre / Non mi ha mai incoraggiato a fare niente mia madre / Mi diceva / Mi diceva sei impotente mia madre / Ripeteva queste cattiverie per farmi male / Poi di nuovo sembri tuo padre mi fai schifo animale / Mamma lasciami andare / Non mi parlare come un pupazzo / Non so più stare in mezzo alla gente ho i pensieri di un pazzo / Mi sento solo e ringrazio mia madre / La notte sogno che ammazzo mia madre». Sono brani forti. Anche questa volta Fibra è riuscito a sorprendere sia fans che haters con un disco in cui si mette a nudo per rappare al mondo i veri motivi della sua inquietudine, primo fra tutti un travagliato trascorso familiare. Il Ragazzo di mare di ieri è oggi un vero Fenomeno. Bravo Fabri, sei ancora tu il rapper più potente della scena italiana. Certo, di lavoro da fare ce ne è ancora. Successo e dischi d’oro non risolvono ogni aspetto della vita, e in effetti sembra che tu ci stia ancora facendo i conti. Aspettiamo, appassionati, il prossimo capitolo.

Dio Lodato…per Joe Cassano

E’ l’Italia degli anni novanta e mentre spopola la dance in tutta Europa, nel mondo del Rap qualcosa si fa serio. Certo siamo lontani dalla scena statunitense piena di sangue e vitalità. Nel Bel Paese non ci sono la West e l’East Coast, ma nello splendore della Costa Adriatica il rap italiano scrive alcune delle migliori righe che lo abbiano mai riguardato. Vi è una particolarità tutta italiana del Mar Adriatico ossia la sua interconnessione con la città di Bologna. E’ da qui che parte la nostra storia. Forse, la storia del migliore MC che l’Italia abbia mai avuto. E’, infatti, nell’interconnessione tra Adriatico e città felsinea che si svolgono i migliori jam come Zona Dopa a Pescara o il Mic Check nel capoluogo emiliano. All’interno di queste manifestazioni spontanee dell’allora movimento hip-hop italiano si inserisce la parabola di Giovanni Cassano, in arte Joe Cassano. Giovanni Cassano nasce da una famiglia italo-americana a Bologna nel 1973 Dopo aver vissuto alcuni periodi dell’adolescenza a New York, durante il periodo universitario impone il suo nome nella scena italiana.

Così, mentre in Italia si sente il tintinnio delle manette milanesi, che abbatte un’intera classe dirigente, a Bologna si forma la Porzione Massiccia Crew nel 1992 per iniziativa di Inoki, Pazo e Gianni KG. Inizialmente la crew felsinea si occupava di writing: Inoki si firmava come Enok e Pazo si firmava come Paniko. Erano gli anni in cui la scena Hip-Hop italiana non era il simbolo lampante della globalizzazione capitalista, ma una sottocultura intrisa di arte visiva, musicale e letteratura sociologica. Il 1998 è l’anno del grande debutto sulle scene musicali della Porzione Massiccia Crew con il mixtape Demolizione 1, che vede la preziosa e unica presenza di Joe Cassano, di Rischio, Word, DJ Locca e DJ Iena in qualità di componenti della PMC. A collaborare vi furono quali: Shezan il Ragio, Fabri Fibra, Chime Nadir, Deda e DJ Lugi. Nello stesso anno rappa nel brano degli Uomini di mare Teste mobili Pt. 1, presente in Sindrome di fine millennio. Sindrome di fine millennio ha acquisito un notevole successo di critica e oggi è considerato un disco culto ed un album storico nell’ambito del rap italiano, questo soprattutto dopo l’imposizione di Fabri Fibra sulle scene nazionali. Ne resta un manifesto stilistico cui le generazioni successive si sono riposte.

Sembravano le migliori premesse per costruire una scena nazionale che con il nuovo millennio si sarebbe potuta imporre nel mondo, ma la primavera del 1999 strappa dalla vita Joe Cassano che muore a venticinque anni a causa di un arresto cardiaco. Sembra la fine di tutto per il Rap italiano, ,ma grazie al ad Alberto Cassano la Portafoglio Lainz decide di completare l’album Dio lodato .

Dio lodato è un album composto da dodici tracce, in cui alla numero undici spunta la versione acappella “Dio Lodato…per sta chance”. Un testo unico, condito da una voce rara, racchiusa in un talento cristallino. Non un testo semplice, vista la grande mole di temi trattati. Quel che spero ora è che leggendo questo articolo qualcuno riprenda quella dozzina di tracce e le faccia ascoltare alle nuove generazioni.

L’Italia ora balla e fa rap con Rovazzi. Io guardo indietro, aspetto la nuova generazione e dico: “DIO LODATO…PER JOE CASSANO”

Il mistero di Kanye

Negli ultimi anni Kanye West è diventato un po’ l’emblema degli eccessi della musica pop. Noto più per i suoi exploit sui social media che per la sua musica, più per i suoi bisticci con altre celebrità che per i suoi video, il rapper e produttore di Chicago non sembra avere nessuna intenzione di mettere a freno la sua strabordante personalità, ammesso che ne abbia il potere.

É giusto di qualche giorno fa la notizia del gigantesco buco nell’acqua che è stata la presentazione della sua quarta collezione di alta moda alla fashion week di New York, e ancora più recente è la sua vaneggiante risposta via Twitter ai critici di questa sua vena da designer.

Nonostante il trionfo mediatico riscosso nella diatriba con Taylor Swift, l’immagine del nostro resta quella di un edonista rimambito, con manie di grandezza fuori fuoco e una carriera basata sui titoli dei siti scandalistici.
Da una parte è un peccato che il più grande musicista pop dei nostri anni sia in un certo senso nascosto dietro questa cortina di fumo, fitta abbastanza da impedire a molti di identificare il suo vero valore; non credo sia esagerato ipotizzare che se il circo dei social media non gli desse modo di mettere in piazza tutte le sue numerose disfunzioni, Kanye avrebbe potuto raggiungere lo status che molti altri suoi colleghi nel pantheon più rarefatto della musica pop hanno ottenuto nel corso degli anni.

D’altro canto il fatto che, ancora prima che quella di creare musica, l’attività principale portata avanti da questo genio sembra essere quella di indulgere la propria megalomania nella maniera che più efficacemente gli alieni il favore del pubblico, della stampa, e che senza dubbio prima o poi gli alienerà anche quello della critica che lo ha sempre amato, proprio questa pervicacia nel non farsi i cazzi propri fa di Kanye una specie di alfiere, o quantomeno di termometro degli umori popculturali contemporanei.

È curioso e anche ironico osservare come torrenti di creatività fuoriescano da una persona per certi versi così miserabilmente ordinaria e limitata, ma c’è anche un lato poetico in questo mistero, e in ogni caso poter essere testimoni dell’attività di un personaggio del genere non può che essere visto come un enorme privilegio.

Rap italiano: come i tronisti a Sanremo

Chi legge quello che scrivo settimanalmente su Polinice, e chi semplicemente ascolta musica insieme a me, conosce la mia attenzione per l’hip hop, nata quando già non ero un ragazzino grazie a innovatori di spessore – Kanye West, Jay-Z, Lil Jon. Chiaro, consumare media americani ogni giorno rende la comunicazione estremamente facile: c’è un incontro affascinante tra un nero di Compton come Kendrick Lamar e un osservatore esterno che vive dall’altro lato del mondo. Ma, al di là di barriere linguistiche e culturali mai del tutto superabili, l’hip hop rimane immediato e d’impatto sia che venga da Harlem che da East London, o dalla Francia dei figli degli immigrati. E anche in Italia l’hip hop ha vinto la sfida del pubblico, imponendosi come l’unica vera alternativa al pop tradizionalissimo.

Non è bello generalizzare ma, se nella mia playlist con centinaia di pezzi rap ce n’è un pugno in lingua italiana e nulla più, devo chiedermi se sbaglio io o sbagliano i rapper, tertium non datur. La possibilità che io sbagli esiste sempre, soprattutto perché non accetto la musica per come è ma la pretendo per come deve essere (da mia sensibilità culturale). Toglierei da parte anche il discorso del sound, perché parlare della qualità dei produttori inglesi e americani mi sembra francamente sterile e ripetitivo: ci sono più soldi, c’è più professionalità, più creatività guidata, più modernità. Un gap incolmabile – l’intero settore musicale italiano, dalla discografia alle orchestre, dalle discoteche ai concerti, vale 4 miliardi di euro, mentre la sola discografia USA fa 7 miliardi di profitti all’anno.

Il discorso più interessante mi sembra quello sui testi. Every Noise at Once riporta che le parole più frequenti nei titoli delle canzoni rap italiane sono tutto-niente-ancora-quello-meglio-senza-giorno-sono-qualcosa-ogni-mondo-sotto-miei-bene-troppo-prima-nella-siamo-dimmi-parole. Vaghezza assoluta, senza differenza sostanziale rispetto al pop (dove “cuore” e “amore” incredibilmente sono ancora al top, ma il resto è talmente generico che va bene per qualunque canzone). Manca, e non me ne voglia chi ha lavorato duro negli anni, la percezione di un movimento. Per qualsiasi sottogenere di rap americano le parole chiave rimangono hood, ghetto, gangsta, dope, nigga, freestyle – cioè da dove veniamo, cosa facciamo, chi siamo, una dichiarazione d’intenti e d’identità. Certo, l’inglese è molto più malleabile dell’italiano, si presta più facilmente a diventare meme, per cui una parola come “haters” può passare nel linguaggio collettivo grazie ai rapper – per non parlare di quando abbiamo tutti cominciato a dire “cray” anziché crazy per imitare Kanye e Jay-Z.

Impossibile avere questa potenza linguistica in Italia, e impossibile avere un impatto del genere sulla lingua mainstream. Anche perché fortunatamente da noi mancano quelle emergenze etnico-sociali che producono i ghetti e le sottoculture – c’è una povertà e un disagio diverso da quello americano. E proprio il rapporto con il malessere è il principale punto a sfavore del rapper italiano medio, perché la rassegnazione non può essere esaltante, soprattutto considerando che dall’altra parte dell’oceano è protagonista una rabbia carica di toni superomisti, in cui persino commenti odiosi sulle donne, sui bianchi, sui neri “inferiori” vengono sublimati all’interno di visioni del mondo compiute.

I rapper italiani sono personaggi? Non abbastanza, o non nel modo migliore. Sono, in linea di massima, figure dello star system nazionale – come i protagonisti delle fiction o dei reality del pomeriggio, come gli opinionisti fissi della televisione e della radio. Non sono icone, cioè figure in grado di catturare le passioni pubbliche. Il più americano è Fedez, e farsi salvare da lui non mi sembra il massimo.

Paul Pogba: Il galletto dalle uova d’oro

“Lui è come un Van Gogh: chi lo sa quanto vale?
Dipende da quanti soldi ha in tasca chi vuol comprarlo”

Mino Raiola alla Gazzetta dello Sport parlando di Paul Pogba

Benché giovanissimo, Pogba è già uno dei giocatori più iconici e influenti di questa generazione calcistica. Tutti sanno che il campioncino della Juventus è nell’occhio del ciclone chiamato calciomercato ma la verità è che esiste una realtà, meno esposta ai riflettori, in cui il nome di Pogba è ancora più discusso: quella delle sponsorizzazioni.
Ultimamente si sta discutendo molto del fatto che il fuoriclasse francese non possegga un contratto di sponsorizzazione tecnica ufficiale ma la verità è che dietro c’è molto più di un paio di scarpini, ecco perché la sua decisione in merito potrebbe spostare gli equilibri più di quanto possa sembrare.

UNICO NEL SUO GENERE

Quando vieni riconosciuto come un talento unico e irripetibile dall’età di tredici anni, la tua vita non può essere normale. Tra trasferimenti, polemiche, traslochi, l’impatto con nuove lingue e nuove culture, la vita non è facile, ma se l’obiettivo è quello di diventare il calciatore migliore sul pianeta, sono esperienze che si mettono in preventivo. Dal Roissy-en-Brie al Torcy la strada è cortissima, da quest’ultima al Le Havre è altrettanto corta ma dalla Normandia al Manchester United il viaggio comincia ad essere lungo e impegnativo. I talenti unici sono anche i più particolari, ecco perché Pogba, dopo un solo anno in prima squadra, decide di voltare le spalle un’icona del livello di Sir Alex Ferguson e svincolarsi per poter trovare una squadra in cui giocare con costanza. Alla porta bussa la Juventus, ed è subito amore. In due anni e mezzo Paul diventa l’idolo dei tifosi, la stella di una squadra in grado di vincere due scudetti e due Supercoppe Italiane consecutive. Al tempo stesso, con la maglia della sua nazionale, vince un titolo Mondiale Under-20 e partecipa al Campionato del Mondo 2014 in Brasile vincendo anche il premio di Miglior Giovane della competizione. Come ciliegina sulla torta viene anche inserito tra i ventitre finalisti per la vittoria dell’ultimo Pallone d’Oro. Ovviamente tutti questi risultati gli permettono di far volare alle stelle il proprio valore di mercato, cosa che lo porta a firmare un prolungamento contrattuale con la Juventus dal valore di 4 milioni annui più bonus fino al 2019.

Penso sia cosa comune di ogni bar (almeno dalle mie parti è così) sentire gente più o meno anziana che commenta gli avvenimenti calcistici in modo più o meno approfondito. Bene o male si finisce sempre per sentire, nel rispettivo dialetto, la frase “che bella vita, un ragazzo così giovane che guadagna tutti questi soldi per giocare al pallone”. C’è da dire che Pogba di soldi potrebbe guadagnarne molti di più. E quando dico molti, intendo più del doppio di quello che già guadagna ora con il solo ingaggio. Pogba infatti rappresenta un caso piuttosto raro: non possiede alcuna sponsorizzazione tecnica. Nessuna tra Nike, adidas, Umbro, PUMA, Under Armour, New Balance e chi più ne ha, più ne metta lo paga per indossare il proprio materiale tecnico, cosa pressoché unica considerando la fama e il ritorno economico che un giocatore del suo livello permette di avere.

Pogba, in giovane età, aveva un contratto con Nike, cosa abbastanza comune quando si cresce nelle giovani del Manchester United, squadra che possiede il brand americano come sponsor tecnico, ma recentemente il suo contratto è scaduto e così, come fece con il Manchester, ha deciso di restare svincolato per ponderare la prossima mossa in attesa della sua prima vera firma importante con un’azienda. Anche questa, come quella di abbandonare i Red Devils, è una scelta rischiosa che praticamente nessuno avrebbe fatto.

LA NUOVA ERA DEL MERCHANDISING

Le grandi aziende hanno sempre influenzato il mondo del calcio, specie nell’immaginario di chi ha seguito questo sport a trecentosessanta gradi a cavallo tra anni novanta e anni duemila. Chi non ricorda lo spot di Nike con Maldini e Cantona mentre cercano di battere una squadra di demoni al Colosseo? E chi non ha sognato di giocare una partita come quella di Josè e del suo amico nello spot di adidas per il Mondiale 2006 (spot che si ispirava al videogame Fifa Street)? E chi non ha speso ore e ore a ricreare (ovviamente senza successo) il gol di Henry nella serie di spot Nike Joga Bonito? Nelle mie zone, per i ragazzi della mia età, questa serie di spot Nike fu così influente da dare vita a una realtà parallela in cui il tentativo di eseguire “numeri” e trick col pallone prendeva proprio il nome di Joga Bonito. Non so se i ragazzi delle mie zone fossero particolarmente influenzabili ma ricordo vivamente che quando ci si sfidava 2 vs 2 o 3 vs 3 senza le rimesse laterali e di fondo si diceva direttamente che si stava giocando “alla gabbia”, quella dello spot Nike del 2002.

Ora che è chiaro quanto gli spot influiscano sulla cultura popolare, la decisione di Pogba prende ancora più importanza, specialmente considerando che siamo nell’era d’oro del merchandising e degli scarpini. Mai come in questo periodo i brand si sono impegnati a realizzare sempre nuovi modelli e colorazioni oltre ad addentrarsi nel mondo delle collaborazioni con altre aziende e nella creazione delle cosiddette PE (Player’s Edition), ovvero modelli realizzati appositamente per alcuni giocatori con colorazioni e dettagli esclusivi. Questa delle PE è una realtà da anni comune nel basket ma non altrettanto nel calcio. Inoltre l’era del web 2.0 ha portato alla nascita di innumerevoli siti dedicati esclusivamente al mondo degli scarpini.

Nike ad esempio si è  dimostrata all’avanguardia per l’uso di materiali innovativi e si è anche addentrata nel mondo delle PE con le Nike Mercurial SuperFly nell’edizione di Cristiano Ronaldo e nelle Nike Hypervenom “Liquid Diamond”, create appositamente per Neymar.

Gli altri brand non stanno a guardare. PUMA ad esempio si è creata un nome con scelte particolari e interessanti, specialmente quando riguardano Mario Balotelli, uno dei loro uomini di punta. L’azienda tedesca ha infatti creato una linea relativa al calcio insieme a BAPE (A Bathing Ape), il famosissimo ed esclusivo marchio giapponese di streetwear che vede proprio Balotelli come testimonial principale. A Mario sono state dedicate anche diverse PE tra cui la stupenda PUMA evoPOWER “Stampa”, una scarpa caratterizzata dall’insieme dei provocatori titoli di giornale che coinvolgono proprio Super Mario, sfoggiata per la prima volta nel derby d’andata della stagione 2013/14 tra Milan e Inter all’interno della campagna “Why Always PUMA”, motto che ricalca il celebre “Why Always Me” di Mario. Un’azione di marketing per annunciare in grande stile il passaggio di Super Mario da Nike al marchio tedesco.

Sarebbe troppo facile parlare di uno scontro dicotomico tra Nike e PUMA ma la verità è che nemmeno adidas si è tirata indietro, anzi probabilmente è il marchio che più di tutti sta pensando in grande. L’azienda tedesca delle Three Stripes, storicamente rivale di PUMA, ha infatti creato la sua seconda scarpa di sempre interamente concepita per un singolo giocatore di cui prende anche il nome: la F50 Messi FG (la prima di sempre fu una scarpa derivata dalla adidas Predator dedicata a David Beckham). Di questa scarpa abbiamo visto una grande quantità di colorazioni esclusive quali una appositamente per il Mondiale, una per il compleanno della Pulce fino ad arrivare alla più recente The Messi 10.1, scarpino i cui colori riprendono quelli della città di Rosario, terra natia del fenomeno del Barcellona.
Per dimostrare quanto adidas punti forte sul 2015, basti sapere che ha “derubato” Nike di tre dei suoi principali designers: Marc Dolce, Mark Miner e Denis Dekovic. Quest’ultimo è l’uomo che più ci interessa dato che è colui che si cela dietro la gran parte dei prodotti calcistici di Nike, comprese le Nike Magista e le Nike Mercurial SuperFly, attuali pezzi pregiati dello Swoosh. La situazione però è decisamente tesa dato che Nike avrebbe denunciato Dekovic, Dolce e Miner (ma principalmente il primo) per danni alla propria immagine per oltre dieci milioni di dollari. La causa: la creazione di un centro di design adidas a Brooklyn a nome dei tre fenomeni appena trasferitisi al brand tedesco. Ma questa è un’altra storia.

CONTRATTI E MODELLI SENZA MARCHIO

In un mondo che si fa sempre più grande, importante e di conseguenza legato a cifre sempre più importanti, importante è cercare di capire perché giocatori come Pogba possano ritrovarsi senza una sponsorizzazione.
La questione principale è la seguente: siamo nella stagione successiva al Mondiale. Praticamente ogni azienda vuole fare in modo che il proprio giocatore sfoggi i propri modelli nelle grandi competizioni internazionali, ecco perché di solito un contratto con un grande brand è solito concludersi al termine della Coppa del Mondo o della propria competizione continentale. Questo sistema è ottimo sia per i marchi così come per i giocatori dato che le prestazioni in queste competizioni sono solite cambiare completamente il valore economico di un singolo. Basti pensare all’ultima Coppa del Mondo e alle prestazioni di James Rodriguez che gli hanno consentito di arrivare al Real Madrid per una cifra astronomica così come di diventare uno dei nuovi volti principali di adidas. Al contrario le brutte prestazioni in Brasile di Pepe e la sua espulsione contro la Germania hanno convinto Nike a non rinnovare il suo contratto facendolo così firmare con Umbro.
Talvolta i giocatori sono invece soliti utilizzare modelli totalmente neri o dei custom (modelli stilisticamente modificati da artisti esterni, solitamente per renderli poco riconoscibili) semplicemente perché si trovano in mezzo a una trattativa contrattuale tra un brand e un altro, come fece ad esempio Mesut Ozil. Altri ancora approfittano di questa situazione per intraprendere un nuovo progetto, come Zlatan Ibrahimovic. La stella del PSG si trova a metà tra Nike e adidas per via di una gestione turbolenta del rinnovo contrattuale con Nike e, di conseguenza, dopo un periodo in cui ha indossato diversi modelli in base al gusto personale, ha approfittato dell’uso dei modelli senza marchio per lanciare la campagna 805 Million Names, il nuovo progetto umanitario del World Food Programme che ha proprio Ibra come testimonial. In questo progetto Ibra non fa altro che indossare una scarpa monocolore, priva di marchio, decorata solamente dal logo della campagna.
Se però in allenamento vedete giocatori dichiaratamente simbolo di alcune aziende usare scarpini totalmente neri e senza marchio non vuol dire sempre che si siano distaccati dal proprio sponsor, anzi il più delle volte stanno utilizzando dei prototipi di modelli che al momento sono in via di miglioramento e progettazione.

UOMO IMMAGINE

Detto questo, non è difficile capire perché la decisone di una figura influente come quella di Pogba possa fare la differenza. Ma c’è dell’altro.
Pogba non è solo un simbolo in Italia, in Francia e in Europa in generale ma perfino in Guinea, il paese originario della sua famiglia. Il numero 6 juventino non ha mai scordato le sue radici, i suoi fratelli Florentin e Mathias infatti giocano nella nazionale della Guinea e Paul è solito guardare le partite dei Syli Nationale per sostenere i fratelli, nei momenti belli come in quelli difficili. Tempo fa, durante la Coppa d’Africa, ha mandato diversi messaggi di incoraggiamento alla Nazionale in vista dell’importante sfida contro il Mali (pareggiata 1-1, risultato che ha permesso alla Guinea di passare il turno mediante il sorteggio) e al fratello Florentin, infortunato. Il capitano della Guinea, Kamil Zayatte, ha detto che Paul Pogba è solito parlare con la squadra che, a sua volta, lo prende come modello da seguire. Chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di passare un lungo periodo in qualche paese del centro Africa, a stretto contatto con i ragazzi del posto, sa quanto un calciatore famoso possa influenzare le ambizioni della gente locale. I brand certe cose non le sottovalutano.

Il centrocampista juventino è anche un’icona francese ma non solo per le abilità calcistiche quanto per le connessioni con la cultura hip-hop nazionale, specialmente dal punto di vista del rap. Non è segreta la sua vicinanza con alcuni rapper appartenenti all’etichetta Wati-B, il collettivo che comprende gran parte dei principali rapper e gruppi di rapper quali Dry, Sexion d’Assaut e The Shin Sekai. Black M, uno dei leader della Sexion d’Assaut, ha anche nominato Pogba per l’Ice Bucket Challenge. Questa sua vicinanza con alcuni dei più famosi rappers parigini non è da sottovalutare in quanto non solo diffonde il suo nome tra gli innumerevoli fan di questi artisti ma perché la Wati-B, anche linea di abbigliamento, è molto legata al mondo del calcio e dello sport in generale. Wati-B è stata per più di un anno sponsor del Nanterre, squadra di basket di Eurolega, e dal 2012 è uno degli sponsor principali di squadre di Ligue 1 quali Montpellier e Caen. Dawala, capo e fondatore di Wati-B, ha anche fondato l’AS Wati-B, una squadra in Mali, ed è da poco diventato presidente del Bobigny, squadra dei sobborghi parigini militante nella Division d’Honneur, la sesta divisione francese. Questa enorme rete di connessioni tra sport e rap ricopre una gigantesca importanza. La musica può arrivare dove le reti televisive che trasmettono i campionati come la Serie A e la Champions League spesso non arrivano, come ad esempio in Africa, o in generale può trasmettere il nome di Pogba ai ragazzi francofoni (inizialmente) poco interessati al meraviglioso giuoco del calcio.
Ho solo perso tempo. Basta vedere il video “Qataris” di Black M per capire l’influenza di Wati-B sul pubblico e il rapporto che la scena rap parigina ha col calcio.

L’ennesimo motivo per cui è stato uno dei giocatori scelti per la campagna pre-Mondiale dei Poupluches: la versione peluche dei giocatori più rappresentativi della nazionale francese. Il sosia morbido e coccoloso di Pogba ha tanto da essere l’unico pupazzo a non essere mai stato messo in saldo pur riuscendo a vendere più degli altri.

MESSI + ROONEY + NEYMAR = POGBA

Cercare di capire per quale azienda firmerà Pogba è impossibile. L’unico modo per saperlo è essere Mino Raiola o Pogba. La situazione è quantomeno contorta. Si vocifera di almeno cinque aziende coinvolte nella ricerca di Pogba: Nike, adidas, PUMA, Umbro e New Balance. Si dice che, indipendentemente dall’azienda con cui firmerà la stella della Juve, l’accordo si aggirerà intorno ai 5 milioni annui più bonus, impressionante cifra che inserirà il suo contratto di sponsorizzazione tecnica tra i sei più remunerativi al mondo. Un bottino che equivale alla somma dei contratti di sponsorizzazione di Messi, Neymar e Rooney.
Ogni azienda ha diversi motivi per andare all in sull’ex United, ragioni che vanno analizzate.

Prima a bussare alla porta di Raiola sarà ovviamente Nike che fino all’anno scorso è stato lo sponsor tecnico del talento francese. La volontà di Nike è ovviamente quella di assicurarsi l’ennesimo fenomeno giovane e carismatico da  affiancare a stelle del livello di Hazard e Neymar nei prossimi spot. L’incentivo di Nike sarebbe quello di avere sotto lo stesso marchio sia la Nazionale Francese che la stella della squadra stessa, elemento importantissimo per le campagne pubblicitarie d’oltralpe dal momento che i giocatori di riferimento quali Benzema e Griezmann non fanno parte del marchio dello Swoosh.

Sempre inserita nella bagarre è adidas. Il brand tedesco può puntare su molti jolly tra cui la presenza dei designer autori dei modelli che Pogba maggiormente utilizza (Nike Magista) e una nuova linea imprenditoriale molto aggressiva in ambito calcistico, come testimonia l’ultima campagna pubblicitaria “#ThereWillBeHaters”. L’home run che adidas spera di battere nel suo turno in battuta consisterebbe nell’avere sotto contratto sia Pogba che la Juventus. Dalla stagione 2015/16 la Juve, conclusosi l’accordi di 148.2 milioni in 12 anni con Nike, passerà ad adidas con un accordo da 139.5 milioni in 6 anni. In matematica sono sempre stato scarso ma non ci vuole molto per capire che il nuovo accordo frutterà alla Juve quasi 11 milioni annui in più rispetto all’accordo con Nike. Praticamente il doppio.
L’avere sotto contratto sia la Juventus che la sua stella permetterebbe al marchio tedesco di portare avanti una campagna pubblicitaria pressoché perfetta, un’azione fondamentale per cercare di aumentare il numero di maglie bianconere vendute. Al momento infatti quelle juventine sono all’ottava posizione tra le divise da gioco più vendute al mondo, le più vendute se invece consideriamo solo le squadre italiane.

E’ storicamente noto che dove c’è adidas c’è anche PUMA a dare battaglia. Il marchio teutonico è alla ricerca del nuovo grande nome da affiancare a Balotelli, Aguero, Fabregas e Falcao per lanciare le proprie iniziative. Sarebbe importante l’arrivo di un giocatore di origine africana dato che PUMA è sempre stato il marchio più attento al calcio africano: il gran numero di nazionali sponsorizzate PUMA lo dimostra, così come anche tutte le campagne basate su Eto’o e la nazionale camerunense. Voci recenti parlano di una possibile scissione tra Eto’o e PUMA, ecco perché sarebbe fondamentale un giocatore con forti influenze in Africa.
Rischia di passare sottotraccia la presenza dell’agente Mino Raiola. Mentre Ibrahimovic continua a non figurare tra i giocatori più pagati dagli sponsor (e a litigare con Nike e adidas, come detto), Balotelli, altro protetto di Raiola, da quando ha firmato con PUMA è entrato tra i tre giocatori più pagati al mondo da uno sponsor tecnico grazie ai suoi 7 milioni annui. Sembra che Raiola sappia come trattare col marchio tedesco.

La situazione più interessante di tutte è quella di New Balance. Fino a quest’anno il marchio della NB non esisteva nel mondo del calcio, panorama in cui era presente sotto il nome di Warrior Sports. New Balance si è accorta di essere un nome più prestigioso della collega americana acquistata nel 2004 e di conseguenza ha deciso di produrre il materiale calcistico sotto il proprio nome dalla prossima stagione. Una scuderia che include squadre come Liverpool, Porto, Siviglia, Stoke City e Celtic oltre a giocatori come Nasri, Kompany, Ramsey, Negredo, Fellaini, Januzaj, Cahill e Fernando. Un gruppetto mica da ridere a cui potrebbe unirsi Pogba, l’ennesimo ex Manchester di questa lista.

Last but not least è Umbro. Dopo essere stata aggregata a Nike nel 2007, Umbro è stata rilevata dal gigante americano Iconix Brand Group nel 2012, tornando così indipendente. Ora Umbro punta ad attaccare qualche figurina sul proprio album. Precedentemente infatti il roster di Umbro era ben nutrito ma, poco prima della vendita da parte di Nike a Iconix, molti calciatori promettenti come Kyle Walker e Jordan Henderson sono migrati nelle scuderie dello Swoosh. Oggettivamente un marchio che punta a essere un’autorità nel mondo del calcio non può puntare su Pepe come principali testimonial. Non a caso Umbro ha deciso di lanciare il suo ultimo spot senza la presenza di giocatori professionisti dedicandosi a noi comuni mortali come recita lo slogan #GloryForAll.

Riprendendo le citazioni di Raiola, non saprei dire se Pogba è come un’opera di Van Gogh o di Salvador Dalì, la cosa certa è che Paul è sempre stato una mosca bianca, un’esemplare unico, sia per come gioca in campo così come per le scelte compiute al suo esterno. Ovviamente il mondo delle sponsorizzazioni non fa eccezioni. Non resta che aspettare per scoprire a quale marchio faranno riferimento, tra qualche anno, i ragazzini nelle loro tipiche frasi del tipo: “Prova a fare quel numero che faceva Pogba nello spot, quello di Nike/adidas/PUMA/New Balance/Umbro”.