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Megasuperbattito di Gazzelle

E’ uscito Megasuperbattito di Gazzelle versione deluxe dell’album dello scorso anno Superbattito. Megasupebattito contempla due cd divisi in due parti. Una prima parte  contiene i brani di Superbattito e una seconda parte è formata dalle tracce uscite nell’ultimo anno.

Di Gazzelle si sa che è romano, classe 1989 e che trova la forza del suo successo nel pubblico che lo segue e che prepotentemente ha fatto spazio a un cantautore, non unico, ma di certo raro e non scontato. Per spiegare cosa ho ritrovato nell’album Megasuperbattito di Gazzelle ho bisogno di prendere in prestito una rima da ” Una giornata uggiosa” di Lucio Battisti:

Sogno di abbracciare un amico vero
Che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro
E gente giusta che rifiuti d’esser preda
Di facili entusiasmi e ideologie alla moda

Gazzelle rappresenta questo nella selezione musicale italiana dell’ultimo anno.

E’ un autore malinconico, che non sfrutta i ricordi e i testi per suscitare compatimento o struggenti cori adatti alle accomodanti rime per adolescenti. Il periodo dell’adolescenza è riscontrabile nei testi dell’album, appena uscito per Maciste Dischi, non come una scorciatoia per un facile successo, ma come chiave di racconto del percorso della “generazione perduta”. Gazzelle è un cantautore uggioso che come la pesante e ormai frequente pioggia romana sai che andrà via, ma nell’intimo ti lascia i suoi segni. Gazzelle lo fa grazie alla sua scrittura. La percezione è di trovarsi difronte a un cantautore limpido, che trae spunto da situazioni: autobiografiche, romane e che lasciano spazio a malinconie, sentimenti di rivalsa. In Gazzelle sono presenti punte di rime ermeneutiche e surrealiste. La costruzione di una poetica musicale malinconica non va però confusa con una serietà tipica di chi per legittimarsi deve prendersi troppo sul serio. Gazzelle utilizza, infatti, una freschezza e leggerezza nel raccontare e metter in musica elementi della vita quotidiana.

Quante cose che pensi quando non parli
Però che noia decifrarti
Non mi va più di starmene qui con te
E la tua amica scema che mi guarda
Mentre guardi fuori dal finestrino
Passa un bambino con la palla
Ed ha gli occhi neri di malinconia
Che poi è la stessa mia
Che poi è la stessa mia

Di Megasuperbattito si deve lodare anche la ricerca dei suoni musicali non banali e che contemplano una contemporaneità non scontata, proprio mentre in Italia molti si propongono come novità utilizzano (male) riferimenti a Dalla o a Panella. I suoni contemplati in Megasuperbattito di Gazzelle rimandano a qualcosa degli MGMT e al synth pop britannico; lontani da Flume, ma certamente capaci di non perdersi nell’archivio di una stagione.

Infine aggiungo che la scelta di una carro armato rosa sulla copertina dell’album ha raccolto sicuramente il plauso di chi ha passato una vita a giocare in adolescenza a Risiko!, ascolta Gazzelle e a Rolling Stone predilige i consigli dell’amica che lavora per Mondo Mostre. 

 

MGMT – Little Dark Age: un capolavoro eclettico

Estate 2008, su una nave che mi riporta dalla Spagna con Lorenzo, Gregorio, Jacopo e Tommaso il “brano maggiormente riprodotto” dell’ormai arcaico e leggendario I-pod è Time To Pretend degli MGMT. Sarà che nonostante ci fossero le avvisaglie del crollo finanziario mondiale e dei subprime, la mia mente rifletteva maggiormente sulle musiche (e ragazze) del Fellini di Barcellona che sul collasso che avrebbe travolto il mondo. Logicamente in quel locale, tra una Donna Summer e Bjork, la selezione propose le musiche del duo di New York.

Al magnifico Oracular Spectacular hanno fatto seguito Congratulations del 2010 e MGMT del 2012. Così, nonostante un pubblico che li sostenesse con proverbiale attenzione gli MGMT si sono fatti attendere a lungo. La storia del lancio del nuovo Little Dark Age potrebbe essere una sorta di manifesto della mia generazione liquida, che tra un passo indietro e tre in avanti, flutta nel mare dell’omologiazione e della volontà di lasciare un tratto nella cultura e storia dell’umanità. E’ il giorno di Santo Stefano del 2015 quando attraverso Twitter, la band annunciò il proprio ritorno nel 2016. Mesi di silenzio e un’estate ad attende il duo di Brooklyn e a settembre 2016 la band annuncia che bisognerà attendere l’anno successivo. Finalmente lo scorso maggio la band MGMT si è esibita al Beale Street Music Festival di Memphis suonando quattro nuove tracce, divenute successivamente singoli: Little Dark Age, James, Me and Michael e When You DieI. L’affaire MGMT non si è concluso in quell’occasione e solamente il 16 gennaio su Instagram e Twitter è stato reso noto che l’album, coprodotto da Dave Fridmann (già produttore di Oracular Spectacular e di MGMT) e da Patrick Wimberly (Chairlift), sarebbe stato rilasciato il 9 febbraio.

Da quella data ho iniziato ad ascoltare senza fine il nuovo album per comprenderne direzione e sensazioni. Senza alcun timore si può affermare che Little Dark Age è un capolavoro eclettico. O forse un casino. Un album fuori dagli schemi di un’industria commerciale dominata dai singoli, priva di ponti e album compiuti. E così, eccoci qui, a un decennio da Oracular Spectacular, con gli MGMT evidentemente più radicati nel pop elettronico mainstream della metà degli anni ottanta rispetto a qualsiasi altro album registrato dal duo newyorchese.

Little Dark Age potrebbe essere la colonna sonora di un remake di Miami Vice o di un film sugli anni ottanta. Un decennio che da una crisi economica senza precedenti rispose con i colori e synth in ogni dove, a differenza del moralismo e noia oscura degli anni dieci. Gli MGMT anche in questo si discostano dalla noia dell’attuale panorama musicale. Nel nuovo album vi è da sottolineare il meraviglioso sospiro malinconico di Hand It Over. Me and Michael potrebbe farvi ritornare in mente The Smith, il Brian Eno anni ottanta e, soprattutto, i Pet Shop Boys.

La band che non fa mistero riguardo alla collaborazione del LSD durante la composizione dell’album solleva l’ascoltare in un vortice vintage e psichedelico, in cui si nota la forte presenza di Ariel Pink. Pink è considerato tra i più eclettici ed innovativi artisti in ambito underground ed i suoi dischi, composti prevalentemente di materiale rielaboorato ricavato dalla tradizione della musica pop, lo hanno portato ad essere inserito al primo posto dei migliori cinquanta album degli anni duemila con l’album The Doldrums pubblicato a nome Ariel Pink’s Haunted Graffiti nel 2004.

Little Dark Age - MGMT 2018

In una recente intervista per Rolling Stone Usa, la coppia ha parlato di creare “installazioni artistiche immersive” e “paesaggi musicali”, invece di brani. L’avversione ai nostri tempi è palese, ma in questo tempo gli MGMT ci vivono e producono.

Get ready to have some fun

è un leitmotiv che fin da subito vi farà capire lo stile di Little Dark Age. La stessa cosa ripeto ai miei amici ormai trentenni, a quasi dieci anni dall’estate 2008. All’I-pod si è sostituito uno smartphone e nonostante il concentrato degli MGMT di musica psichedelica, so che  ciò non  basterà a farmi piacere il contesto.

 

 

Sam Smith: The Thrill of It All – Recensione

Recensire Sam Smith significa bere dell’alcool possibilmente inglese, immergersi con testa e cuore nei suoi testi e poi venir a capo della sua musica e poetica. La sua parabola nasce grazie all’intuito di Jimmy Napes che per primo riconobbe il talento dell’allora diciannovenne Sam Smith, non un professionista all’epoca. I due, dopo l’introduzione di un comune amico, videro Smith scendere nello studio dell’appena conosciuto Napes per scrivere immediatamente insieme la canzone “Lay Me Down”. Il successo del singolo fu immediato tanto da far iniziare tra gli addetti ai lavori la caccia all’autore del brano ossia Napes. Fu così che il management dei Disclosure lo assunse come autore dei loro brani, e così assieme ai fratelli Lawrence, i quattro si sedettero insieme per scrivere una canzone che è diventata la più importante hit degli anni dieci ossia “Latch”.

Quel che fin da subito apparve come certo in un’interprete come Smith è la fragilità raccolta in due spalle puramente inglesi. Il suo esordio con In the Lonely Hour ha registrato la vittoria di quattro Grammy e la vendita di dodici milioni di copie. Inoltre, fedeli alla tradizione britannica di leggenda del soft-power, il giovanissimo Smith ha ricevuto la consacrazione di far parte della colonna sonora di James Bond, approdando fino gli Oscar. In pochissimo tempo il cantante londinese si è imposto ai Golden Globe 2016 vincendo il premio come migliore canzone originale e l’Oscar per Writing’s on the Wall, tratta dal film Spectre – James Bond.

Nel frattempo è arrivato il coming-out, la sofferenza per i suoi disturbi ossessivo compulsivi. In un’intervista con 4Music ha infatti rivelato delle sue lotte contro un disturbo ossessivo-compulsivo: “Io attualmente ho un DOC davvero grave e sta peggiorando per il momento” […] “Io devo controllare i rubinetti… prima di uscire da casa per assicurarmi che ho controllato tutto in caso di inondazioni”.

Dalla sofferenza provata in questi anni ne è uscito il suo nuovo album The Thrill of It All. Il nuovo album è un lavoro plumbeo come i cieli inglesi, che mette a nudo, in modo eccellente, le fragilità del cantante tra dolori e alcolismi. Alcolismi che solo l’alcool britannico sa spiegare. Ne esce un disco maturo, di eccezionale poetica per la contemporaneità. Estremamente vero, crudo e degno di essere apprezzato per una non scontata ritmica.

Too Good at Goodbyes, è l’esternazione delle sue paure. Paure che tutti hanno in questa società laddove tutti comunicano e nessuno dice nulla. Sam Smith invece comunica con il cuore e una gran musica. Baby, You Make Me Crazy è un brano ballabile, divertente, con un tocco americano.

Non troverete suoni alla Disclosure o ritmiche di Napes. Ma, Sam Smith vi porterà in un viaggio che è quasi una terapia per il dolore. Un ritorno e una conferma, in attesa che si esibisca in Italia a maggio 2018 tra Milano e l’Arena di Verona.

TRACKLIST

01. Too good at goodbyes
02. Say it first
03. One last song
04. Midnight train
05. Burning
06. Him
07. Baby, you make me crazy
08. No peace

Process di Sampha, l’album dell’anno

Vi sono album capaci di far successo e altri destinati a condizionare il mondo della produzione musicale a lungo. Quest’ultimo è il caso di Process composto da Sampha che ci ha regalato l’album più curioso, composito di armonie e studiato del 2017. Sebbene l’orda di rinnovamento, misto a faraonici progetti di real estate, abbia visto protagonista l’east London, il miglior talento d’Oltremanica proviene da South. A South ci si va normalmente per la nuova ambasciata statunitense, a seguire il Millwall F.C. e per i rave. E’ proprio da quella porzione di Londra a sud del Tamigi che proviene Sampha.

Sampha Sisay da qualche anno ha suscitato l’interesse della critica, e non solo, grazie alla collaborazione con artisti del calibro di Drake, Kanye West e SBTRKT. Inizialmente si è fatto conoscere per le sue doti di autore, quasi sempre a favore di star, e successivamente per aver prestato la sua delicata e distinguibile voce a hit planetarie.

Process Sample Vinyl

https://open.spotify.com/user/its_smurph_time/playlist/7jJWjSn1mLraoxeClJ48ee

Prima del rilascio del suo primo album “Process” Sampha aveva inciso due LP “Sundanza” e “Dual” capaci di impressionare tanta critica e quella porzione di mercato musicale che alla rpima occasione si riversa nei concerti e vive la musica come una religione. Ciò ha creato dunque intorno a “Process” grandi aspettative giustificate dalla bellezza dei singoli rilasciati: “Blood On Me”, “Timmy’s Prayer” e “(No One Knows Me) Like The Piano”.  Quest’ultimo singolo prova e suggerisce la comprensione per l’attesa, durata oltre tre anni nel rilasciare il suo primo album.

In questi tre anni devastanti interiormente per Sampha, che ironia della sorte lo hanno innalzato a colonna del futuro musicale, è evoluta notevolmente la musica grazie a lui. La scrittura di Process si è rivelata una pratica finemente articolata e devastante per la perdita della madre a causa di un cancro, così come lo sconvolgimento interiore che lo ha riguardato. Process il titolo dell’album si riferisce tanto al lutto quanto alla musica.

“(No One Knows Me) Like The Piano” è un’eulogia della madre, dell’aver saputo vivere un lutto e una malattia come il cancro.  Blood on me è un brano tanto forte da esser divenuto immediatamente un hit, tanto intriso di una poetica rara che lo hanno posto a esser un leitmotiv della generazione della crisi. La crisi perpetua che accompagna la modernità e, soprattutto la contemporaneità degli under 35, per intenderla come George Simmel. Un manifesto che ricorda l’imposizione di Unfinisched Melody dei Massive Attack. Blood of Me è un modo di comunicare le proprie insicurezze, creando un contrasto con quel tono di voce di Sampha tanto riflessivo quanto tranquillizzante.

Process s’impone come un album tenace, tra soul e hip-hop, con il piano protagonista e gli isterismi lontani. Un viaggio nell’intimità uggiosa di Sampha, il quale non cerca facili riscatti con la vita, ma che travolge con la sua eccellente malinconia musicale. Il miglior album del 2017.

As You Were – Liam Gallagher il ritorno da numero 1

L’inconsistenza dell’attuale indie è contraddistinta dal fatto che quando le vere Rockstar producono o ristampano i loro lavori entrano in classifica da numeri uno. Liam Gallagher è un numero uno e il suo album da solista “As you were” ne è la più limpida dimostrazione.

Questa volta l’icona del britpop è dovuto tornare da solo, dopo gli insuccessi dei Beady Eye, sui quali  le aspettative erano ampie e sul quale è gravato il peso di un fantasma leggendario e irripetibile come gli Oasis. Chi scrive questo articolo è nato nel 1988 e fu proprio in quell’anno che, dopo aver assistito a un concerto degli Stone Roses (non di Venditti, capito “indie” romani) Liam capisce che il suo destino è quello di diventare una rock star. Da lì a poco scriverà la storia incarnando insieme al fratello e alla sua band l’ultimo movimento rock degno di nota.

E’ l’8 ottobre 2009 quando Liam Gallagher dichiarò al Times che: “Gli Oasis non esistono più, penso lo abbiamo capito tutti. È finita”.

Di lì in poi passarono anni di oblio, sebbene la Gran Bretagna abbia regalato nel contempo artisti quali Kasabian e rimesso in pista, per poco, i The Verve.

Così, il sopracitato gruppo Beady Eye è stato più un revival dei tempi che furono che una band di livello. Passati gli anni qualcosa si è mosso. Nonostante Liam Gallagher e la sua posa riconoscibile in ogni dove singolarmente non volesse arrivare a un album da solista, è stato quasi costretto a tornare da numero 1.

 

As You Were è un album valido, bello, finalmente con un tratto capace di lasciare un segno nel lungo percorso del rock’n’roll. “For What It’s Worth” porta alla mente la magia di Manchester e della sua band cattiva che negli anni novanta faceva sognare l’ultima generazione felice prima della dittatura dello streaming. Un testo dolente come quelli che nell’intramezzo della nostalgia di una gioventù che sfuma portano a esser maggiormente riflessivi.

Il brano Chinatown suona come un brano che hai già ascoltato, chissà dove e quando, ma che nella realtà nasconde nuove strutture e rimandi originali. Paper Crown è un brano destinato a segnare questo periodo post Brexit. Un brano che porta con sé tutto il meglio che Liam Gallagher possa regalare a questo mondo troppo veloce e inutilmente attaccato al glamour di Hollywood anche nella musica. “As You Were” è un’esaltazione della taciuta umiltà di Liam Gallagher che è stato assistito nella stesura dell’album da Andrew Wyatt e Greg Kurstin.

As You Were“, nel contempo ha scalato le classifiche britanniche. I”As You Were“, appena uscito, è balzato subito in vetta alla classifica degli album più venduti nel Regno Unito, con una veemenza che a molti ha fatto pensare a come “÷” di Ed Sheeran aveva conquistato le classifiche qualche mese prima. In Italia è primo tra i vinili, scansato nella classifica generale solo da un’altra leggenda come Lucio Battisti.

 

Un altro dato impressionante sul successo di “As You Were” risiede nel fatto che ha anche venduto più di tutti gli altri diciannove titoli della Top 20 messi insieme.

Liam Gallagher è tornato. Da solo, con le sue visioni, la sua storia fatta di miti e pentimenti. Con la sua umiltà e i suoi contrasti. Mandando a quel paese la nuova inutile generazione Indie. 

Carl Brave & Franco 126 – Una #Polaroid d’autore – Recensione

 

Chiunque affermi che il nuovo trend in Italia è quello del nuovo cantautorato romano non sbaglia. Di certo è che una generazione di ragazzi affamati di musica, dopo centinaia di concerti in non – club, ora sta cavalcando l’onda del successo. Personalmente ritengo che il nuovo filone romano non si sia però riuscito ad emancipare dei fratelli maggiori ( i fratelli Senigallia – Fabi – Gazzè – Zampagnone), pur avendo al suo interno pillole di qualità. Eccezion fatta per Carl Brave e Franco 126 che stanno lasciando il segno tracciando una strada nuova, sicuramente lontana da Roma, o almeno, dai suoni che l’hanno caratterizzata.

Personalmente ritengo l’album Polaroid una nuova goccia di energia musicale nella noia italiana. Vi era bisogno di un album che raccontasse le istantanee di vita, in un filone di composizione autentico e innovativo, che avesse un senso e una sua coerenza. Anche e soprattutto di vita. Il loro è un hip-hop, con rimandi al loro innato talento rap che attraverso youtube si è imposto nelle strade e nei download. Una poesia incessante che racconta una generazione romana realmente annoiata da rime di grido mucciniane o da strofe cattive quanto “figlie di papà”. È un album differente Polaroid che traccia luoghi, istanti e nostalgie di una generazione finalmente letta e raccontata bene.

Ha scritto Giovanni Robertini su Rolling Stone di Polaroid che “Per essere un disco in rima – senza pusher o rapine e con la voglia di rivalsa affogata in fondo al Campari – Polaroid è lontanissimo dall’hip hop, ma è più politico di molti album rap, non fosse altro per quella malinconica sensazione di un “vuoto da riempire” che ti lascia addosso”.

Un nuovo modo di fare rap a Roma, lontano da rimandi di “strada” con i conti di famiglia milionari. Per fortuna Brave e Franco 126 sono diversi dalla passata generazione e questo è un bene per un’intera città. La coerenza e il talento unite a neorealistiche rime. Un album fortemente consigliato.

The Xx are back!

The Xx are back! Sono passati quattro anni dalla loro ultima pubblicazione ossia “Coexist” nel 2012. Ora i “The Xx” hanno annunciato il loro ritorno, con un album di prossima pubblicazione. In un momento di asssoluto nulla, con sole hit per classifiche, si sentiva la necessità di un gruppo capace di saper scrivere nu intero album, donandogli forma. Infatti, ai tempi di Itunes e Spotify è sempre più difficile trovare album coesi e non raccolte di canzoni unite a caso. Per annunciare il loro ritorno, i ragazzi di Wandsworth si stanno avvalendo di ogni tipo di social media e, in particolare, di quelli rivolti alla musica. Così, dopo aver pubblicato un abstract di 55 secondi su Spotify, con i possibili suoni del prossimo album “I See You”.

Hold on The Xx

Dopodichè su Shazam hanno pubblicato l’intera tracklist dell’album. Allo stesso tempo hanno utilizzato la piattaforma neroverde e YouTube per diffondere il nuovo singolo “Hold On”. Il tutto all’interno di una campagna teaser audio che ha svelato all’interno di una playlist ufficiale e di un leak del titolo del disco da parte di un utente Reddit. Come a dire, ci avete cercato? E, allora, eccoci. Siamo tornati!

 

 

L’entusiasmo e la ricerca di singolo e strofe dell’album, su ogni social o magazine, hanno confermato la necessità  e volontà del pubblico di ritrovare i The Xx. Dopo aver debuttato con una commistione di stili e suon i d’autore, per la band nel 2012, dopo l’omonimo album di esordio, è stato fin troppo semplice ridare linfa alla propria ispirazione. Coesist è infatti uno dei lavori più apprezzati da pubblico e critica nell’ultimo lustro, con un alto grado di gradimento anche da parte delle case di produzione cinematografice. E’ infatti il cinema a dar il maggior sostegno alla qualità o meno dei brani musicali. Nel momento in cui queste conferme avrebbero portato molti a lavorare nello stesso habitat iniziale, ossia l’Inghilterra, i The Xx hanno scelto di aprirsi e cercare nuovi influssi. Ciò li ha portati a registare, oltre che nel Regno Unito, anche in Islanda, New York e Texas. Come a voler sperimentare prima sulla propria corporeità e anima e poi sulle proprie composizioni.

 

Composizioni, che come dimostrato dal singolo “Hold on”sono in grado di mostrare uno stile maturo, racchiuso in una finezza compositiva e stilica fine. I The XX sono tornati e ne avevamo un disperato bisogno.

”Che cos’è la logica?” di Hilary Putnam.

La copertina.

Quando esce un nuovo libro di Hilary Putnam è sempre un evento: uno di quei pochi filosofi che sanno toccare qualsiasi tema con un certo rigore e un’invidiabile umanità, come se fosse un caro amico con cui conversare. È successo con Fatto-valore. Fine di una dicotomia e altri saggi e si ripete con questo Che cos’è la logica?, a cura del Prof. Mario De Caro dell’Università degli Studi di Roma Tre. Una raccolta di riflessioni sulla logica, campo in cui diede numerosi contributi (in aggiunta ad altri come la filosofia del linguaggio, filosofia della matematica, ontologia, epistemologia, ecc.).

In Che cos’è la logica? Putnam tenta di delineare alcune risposte ad alcune fondamentali domande oggetto della filosofia della logica, quell’area della filosofia che si interessa di definire lo statuto della logica in sé e evidenziare le conseguenze filosofiche di certe assunzioni logiche. Ad esempio, come può la logica contribuire alla nostra visione del mondo e alla sua costruzione? Oppure, come possono gli enunciati riferisi a qualcosa di extra-linguistico nel mondo? La logica ci può dire tutto oppure hai dei limiti rispetto a ciò che possiamo conoscere? Perché è fondamentale rispetto alle nostre teorie? Ma anche casi che possiamo incontrare comunemente nella vita di tutti i giorni: siamo davvero certi che i nostri argomenti siano davvero corretti e quando? O chi garantisce che il metodo usato in matematica e nelle scienze naturali sia giustificato?

Questa raccolta di saggi è in effetti un grande volo d’uccello sui problemi che i logici e i filosofi incontrano nel proprio percorso. Un buon risultato che mostra come la logica non sia semplicemente un esercizio formale, quanto il discrimine fra ragionamenti formulati correttamente e no. Sul che cosa conistono le nostre inferenze e il nostro linguaggio, in sostanza sul cosa davvero abbia senso e cosa no. Un’assunzione o un teorema sono in grado di cambiare radicalmente le fondamenta delle nostre ipotesi, o come affermava W.V.O. Quine il lavoro del logico può dare un aiuto decisivo rifinendo le nostre teorie scientifiche. Quindi ciò Putnam intende mettere in rilievo in questo volume è che la scienza logica (riprendendo tale denominazione dal buon Hegel) è qualcosa che impatta inevitabilmente con tutto ciò che riguarda il modo in cui affrontiamo il mondo e lo comunichiamo agli altri (o come le altre persone lo comunichino a noi).

Qui si ripete: il grande pregio di Putnam, che ogni filosofo dovrebbe avere, è l’affrontare temi così complessi in maniera colloquiale, amichevole e al tempo stesso con eccezionale rigore accademico.

 

Hilary Putnam, Che cos’è la logica?, a cura di M. De Caro, Mondadori Università, 2014, pp.304, €18.

«Metafisica» di Peter van Inwagen. Una recensione.

In tempi recenti, assistiamo in Italia ad un grande ritorno del discorso inerente la metafisica, legato al lavoro di autori come Maurizio Ferraris e Achille Varzi, per citarne alcuni. Davanti a una tale ripresa, il comune lettore può trovarsi spiazzato.
Tra i molti testi che compongono l’offerta presente in libreria sull’argomento, appare interessante la riproposizione in lingua italiana di un classico delle introduzioni alla metafisica: il volume di Peter van Inwagen, filosofo analitico famoso per le sue posizioni teiste.
Il testo – il titolo è «Metafisica»1 – è dedicato a un pubblico di persone non specialiste. D’altra parte, il fatto che sia una opinionated introduction non vuol dire che non fornisca spunti di riflessione anche al lettore più progredito. La chiarezza e la semplicità di esposizione non devono trarre in inganno il più esperto.
L’opera si suddivide in tre macro-sezioni che affrontano i più importanti temi della “filosofia prima”:
  • Com’è fatto il mondo?
  • Perché esiste il mondo?
  • Chi sono gli abitanti del Mondo?
Con semplicità e approccio divulgativo, van Inwagen propone una metafisica i cui cardini sono ispirati all’opera di autori quali Quine, Tommaso D’Aquino e – udite, udite – C. S Lewis (sì, proprio quello di «Le Cronache di Narnia», mirabile logico e teologo, oltre che brillante scrittore).
Van Inwagen assume una posizione squisitamente naturalista in merito all’ontologia (evidentemente ripresa da Quine): esiste solo ciò che le scienze naturali ci dicono esistere (per i più esperti: esiste solo ciò che è quantificabile in un regime di logica del primo ordine).
Pone, d’altra parte, anche il problema critico: un simile approccio risponde davvero alla domanda sul fondamento della realtà?
Dialogando anche con la tradizione cosiddetta “continentale” (che si rifà ad autori come Heidegger o Spinoza, protagonista del capitolo «L’individualità»), vengono affrontati problemi relativi alla struttura del mondo, alla sua esistenza e al nostro ruolo all’interno di esso.
Nella prima sezione viene posta la domanda «che cos’è la metafisica?», per passare poi a spiegare il problematico rapporto tra l’Uno e i Molti. Nei capitoli seguenti si affrontano tematiche quali l’esistenza di un mondo indipendente dalle sensazioni umane, il tempo e la disputa, ad oggi davvero rilevante, tra Realismo e Anti-realismo.
Nella seconda sezione, si discutono sul perché esista il mondo piuttosto che un vuoto cosmico, con particolare attenzione alle argomentazioni di Anselmo e alle cinque vie di Tommaso D’Aquino. Da qui procede a fornire argomentazioni sul perché sia eminentemente razionale credere nell’esistenza di un dio.
Nella terza e ultima parte, sono affrontati problemi inerenti ad alcune prese di posizioni metafisiche: l’uomo è spirito? ha un fine? è dotato di libero arbitrio?
Come si può notare, il contenuto è piuttosto vasto e difficilmente riassumibile. Chi conosce più approfonditamente la filosofia potrebbe arricciare il naso di fronte alla trattazione poco speculativa di certi autori.
D’altra parte, sempre tenendo a mente la vocazione divulgativa dell’opera, l’idea di fornire una trattazione generica di problemi centrali della filosofia teoretica, senza per questo andarsi ad “infognare” in tecnicismi specialistici è buona.
Una critica che mi sento di muovere riguarda il modo con cui l’autore affronta il problema classico circa l’Essere («che cos’è l’Essere?»). Tale tematica è infatti relegata nelle ultime pagine del testo, lasciata a margine della riflessione sul fondamento della realtà.
Concludendo, « Metafisica» è un buon testo. Per i meno esperti si configura come un’introduzione chiara e schematica. Per gli studiosi (e gli studenti) di metafisica propone una maniera seria, ma non eccessivamente impeganata, su come affrontare la problematica teoretica oggi. La sua lettura è consigliata a entrambi i generi di lettori, a patto che non venga presa troppo sul serio. Con o senza metafisica, il mondo rimane quello che è. Purtroppo.

Alessio Persichetti



1. Per chi fosse interessato, il riferimento bibliografico completo è: Peter van Inwagen, Metafisica, Cantagalli, Siena 2011.