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Colombia – Tra ferite e cicatrici

La guerra che non passa, il dolore che non riesce a scalfire la ragione. Sembra questo l’epilogo del risultato al referendum consultivo sul Trattato di Pace in Colombia con le FARC. Il popolo Colombiano, chiamato a esprimersi sul raggiungimento della pace con le FARC al 51,3% si è pronunciato per il “no”. Un “no” di sicuro pesante, di certo non banale, che lascia margini per la Pace. Qualora il risultato fosse stato inverso, esso stesso con la percentuale ottenuta, non sarebbe bastato. Infatti, come la storia insegna per creare concordia e pace serve un’ampia convergenza. In Italia non lo seppero fare i Piemontesi prima e poi i Fascisti e gli antifascisti. Così, dopo la vittoria a sorpresa del “no”, il Presidente della Repubblica Colombiana Santos si è voluto confrontare con i principali oppositori all’accordo con le Farc.

In primis con l’ex presidente Alvaro Uribe, ex alleato, ora avversario politico. Al termine dell’incontro ha espresso un prudente ottimismo, dichiarando che «tutti vogliamo la pace». L’ex presidente e ora capo del fronte avverso all’accordo Uribe ha elencato i punti dell’accordo che andrebbero rivisti. Essi sono: le modalità della cosiddetta “giustizia di transizione”, la futura rappresentazione politica delle Farc, il narcotraffico e le rivendicazioni delle vittime del terrorismo. Appare strano questo argomentare il NO, eppure da Twitter se ne evince il motivo. Infatti, il trending topic della Top5 del social media che si è imposto in occasione del referendum colombiano è stato un bizzarro “sì ma no”: #SiALaPazPeroEstaNo .

Il Governo di Santos, così come tutte le opposizioni, si sono dette favorevoli al mantenimento del cessate il fuoco bilaterale.

“La pace per la Colombia è vicina, e la raggiungeremo”, ha assicurato Santos, che si è detto impegnato nell’esplorazione di “ogni cammino possibile per arrivare all’unione e la riconciliazione dei colombiani” e ha sottolineato che le conversazioni con l’opposizione devono servire “non solo ad arrivare a una nuova intesa con le Farc, ma soprattutto a rafforzarla”.

Dal No al Referendum le Farc sono rimaste un po’ spiazzate. Se da un lato attendono nuove indicazioni di pace, dall’altro attendono di riorganizzarsi militarmente in caso di un No, tanto lontano, ma che apparirebbe definitivo.

Il leader delle Farc, Rodrigo Londono, alias Timoshenko, sul suo account Twitter ha domandato:

«Da quel momento in poi continuerà la guerra?», giorno di fine del “cessate a fuoco bilaterale”, posto nuovamente al 31 ottobre.

Come a dire che è il Governo centrale e le opposizioni rappresentate nell’assemblea parlamentare a doversi esprimere in tal senso. Ponendo con le spalle al muro e addossando ogni responsabilità di un ritorno alle armi all’assemblea parlamentare colombiana e al suo organo legislativo. Questo Santos lo sa, nonostante sia il più forte sostenitore della pace con le Farc, conosce il valore che la storia potrà dare alla sua tenacia e alla sua decisione, nel bene e nel male. A ciò ha fatto seguito un nuovo tweet delle Farc che ha chiamato il popolo colombiano ad appoggiare l’accordo finale con una grande mobilitazione lanciando l’hashtag #PazALaCalle, la pace in piazza.

Alla Colombia e al suo popolo la possibilità di chiudere una stagione di sangue, odio e di un tempo che forse passerà, portandosi dietro le sue ferite. Ferite da rimarginare, con cicatrici da mostrare con fierezza al mondo. Cicatrici che ha voluto innanzitutto l’Occidente. Quando 27 maggio 1964 l’esercito colombiano con il sostegno della CIA diede l’avvio ad una vasta offensiva (16.000 soldati schierati) contro i contadini auto organizzati di Marquetalia. Poi vennero le Farc e la loro storia di guerra e sangue, come di chi le aveva fatte nascere. Che la Colombia mostri fiera le sue cicatrici di pace e l’occidente si mostri per una volta ferito nella sua ipocrisia.

Scozzesi o britannici? Lo scivoloso bivio del Regno Unito

La Scozia dovrebbe essere uno stato indipendente? Il prossimo 18 settembre i cittadini britannici residenti in Scozia di età maggiore ai 16 anni saranno chiamati ad un referendum su questo quesito, sulla base dell’accordo tra il premier britannico Cameron ed il presidente scozzese Salmond. Ma, a ben vedere, più che di indipendenza sarebbe meglio parlare di secessione. Il Regno Unito nacque infatti da un’unione politica consensuale, con la fusione delle due corone nel 1603 durante la dinastia Stuart e l’Atto di Unione del 1707, che unificò i parlamenti di Londra ed Edimburgo. Questa unione si fondava su un alto grado di integrazione tra Scozia e Inghilterra, le quali avevano e tuttora hanno in comune non solo un’isola, ma anche la lingua, la fede protestante, la storia e il Monarca. Il rapporto redditizio segnato dall’arricchimento comune durante l’epoca d’oro britannica iniziò però ad incrinarsi nel XX secolo fino a sfociare in una profonda frattura, riflessa oggigiorno dalla forte polarizzazione politica: mentre la Scozia è una stabile roccaforte laburista, in Inghilterra la maggioranza è solitamente conservatrice. Il sostegno elettorale scozzese fu in particolare determinante nel 1997 per la vittoria di Tony Blair, il quale si assicurò la fedeltà di una Scozia frustrata dal quindicennio conservatore Thatcher-Major con una promessa semplice ed efficace: quella di una maggiore indipendenza scozzese. Tale impegno venne tradotto da Blair nella riforma nota come ‘devolution’: grazie a questa vennero istituiti un Parlamento ed un Governo scozzese, competenti in maniera esclusiva sulle materie devolute da Westminster.

Il fine di questa riforma era sanare lo squilibrio, tipico di stati multietnici o sovranazionali, consistente nel rapporto tra identità formalmente sullo stesso piano ma con la prevalenza de facto di un soggetto nazionale sugli altri. Questo squilibrio era per esempio molto delicato all’interno dell’Unione Sovietica, dove il PCUS aveva il compito di bilanciare la predominanza russa con il necessario riconoscimento delle altre entità nazionali; nello stato sovietico era quindi presente un Partito comunista per ogni repubblica, tranne che per quella russa – così come nel Regno Unito Galles e Scozia hanno una propria Assemblea nazionale, a differenza dell’Inghilterra, che si deve accontentare della Camera dei comuni.

E proprio il fatto che in tale Camera siedano rappresentanti da tutto il Regno Unito ha generato una storica controversia, meglio nota come ‘West Lothian question’. Tale controversia consiste nella bizzarria per cui i deputati scozzesi, gallesi e nordirlandesi a Westminster possono discutere e votare questioni interne all’Inghilterra, mentre un deputato inglese non ha alcun potere sulle questioni riguardanti la Scozia. Questa disparità è oggetto di critiche da parte di molti inglesi, i quali puntano il dito contro le eccessive concessioni laburiste alla Scozia e contestano la scelta di Cameron di escluderli dal referendum. Ma, qualora potessero votare, molti cittadini inglesi voterebbero Sì al referendum: come sostiene il popolare programma radiofonico ‘A Point of View’, l’indipendenza paradossalmente migliorerebbe i rapporti tra Scozia e Inghilterra, così come la secessione americana diede vita nel lungo periodo alla storica alleanza tra tra USA e Regno Unito.

Il referendum però sarà una questione meramente scozzese, e questo grazie all’impegno del presidente Alex Salmond, leader dello Scottish National Party e capofila del fronte “Yes Scotland”. Questo schieramento, nonostante presenti l’indipendenza come una questione di mero buon senso fiscale, è riuscito ad inquadrare il dibattito in poche domande di grande presa emotiva: perché le decisioni che riguardano la Scozia non dovrebbero essere prese dagli scozzesi? Quale paese rifiuterebbe l’opportunità di autogovernarsi? Questa logica, simile a quella utilizzata dagli euroscettici conservatori, è rafforzata dalla fiducia che una Scozia indipendente non sarà più costretta a subire governi inglesi conservatori – un argomento particolarmente efficace sugli elettori laburisti. La campagna del Snp punta quindi sul far credere che Scozia e Inghilterra siano ormai così diverse da non poter convivere. Il cambio di prospettiva è radicale: la questione non riguarda più i motivi per cui la Scozia dovrebbe essere indipendente, ma quelli che la spingono a rimanere all’interno del Regno Unito. E, data l’assenza di risposte da parte degli unionisti sulle prospettive nell’eventualità di una vittoria del No, Salmond ha avuto buon gioco ad affermare che Londra non ha alcun progetto per la Scozia. Gli ultimi sondaggi sembrano dalla sua parte: nonostante parta da una posizione di svantaggio, il fronte del Sì è in rapida ripresa e ben il 40% di chi ha già deciso il proprio voto si esprimerà a favore dell’indipendenza.

Dall’altra parte il fronte unionista composto da tutti i partiti inglesi vive numerose difficoltà, soprattutto riguardanti la mobilitazione elettorale, che sconta una differenza di prospettive difficilmente colmabile: il 18 settembre sarà un giorno qualunque per molti inglesi indifferenti al referendum, mentre gli scozzesi vivranno una vera e propria chiamata della storia. Lo scarso entusiasmo per la campagna ‘Better together’ è dovuto anche alla strana coppia che guida il fronte del No. Né il Partito Conservatore, né quello Laburista si sono impegnati a fondo per sostenere la causa unionista: i primi temono che la scarsa popolarità di Cameron in Scozia danneggi la campagna; i secondi non vogliono sembrare troppo vicini ai rivali conservatori davanti alla loro base elettorale. I limiti della campagna unionista risiedono anche nello scarso utilizzo di due argomenti che invece potrebbero modificare sostanzialmente gli esiti del dibattito.

Il primo è di una semplicità brutale: la Scozia è troppo piccola, troppo debole e troppo povera per sopravvivere come paese indipendente. Basti pensare a cosa ne sarebbe del glorioso esercito britannico una volta che la tecnologia e l’organizzazione inglese fossero private del capitale umano scozzese, di importanza cruciale in questo settore. In realtà un’arma del genere sarebbe a doppio taglio, in quanto affermare che gli scozzesi non sarebbero in grado di curare i propri affari suonerebbe come un insulto, nonostante la fondatezza di tale affermazione. In secondo luogo, la scelta fra identità scozzese e britannica è in realtà una falsa scelta. L’identità britannica, simboleggiata dallo Union Jack, è ancora molto forte, e gli scozzesi, al contrario di quanto afferma Salmond, non si sentono affatto ‘inquilini scomodi’ del Regno Unito: lo considerano la loro patria, in cui muoversi liberamente anche per cercare lavoro, come dimostrato dall’importante flusso di intellettuali, studiosi e uomini di spettacolo di origini scozzesi che vivono e lavorano in Inghilterra.

Il fronte unionista non ha potuto beneficiare nemmeno del supporto di manager finanziari e industriali, eccetto l’a.d. di British Petroleum, per sottolineare la rilevanza dei legami economici esistenti tra i due paesi: sostenere la causa unionista equivarrebbe infatti ad inimicarsi l’uomo che presto potrebbe guidare una Scozia sovrana. E’ comunque evidente che il fattore economico sia una delle questioni principali in gioco nel referendum scozzese. Innanzitutto, nelle coste e negli arcipelaghi scozzesi si trova l’85% delle risorse di gas e petrolio del Regno Unito; l’importanza di tali risorse è sintetizzata dal fatto che recentemente Cameron ha indetto una riunione del governo proprio in Scozia, evento senza precedenti negli ultimi 90 anni di storia britannica. Scozia ed Inghilterra hanno inoltre raggiunto nel corso della loro storia un alto grado di interdipendenza economica, e la rottura di questo legame storico causerebbe non solo probabili svantaggi reciproci, ma aprirebbe anche la questione della bilancia commerciale scozzese, fortemente dipendente dalle importazioni dall’Inghilterra, e del conseguente peso eccessivo del debito pubblico sull’economia della Scozia sovrana. Ma con quale valuta dovrebbe essere calcolato il debito? Non in sterline, dato che la promessa di Salmond a proposito della conservazione della moneta britannica in caso di vittoria del Sì è stata seccatamente smentita da tutti i partiti inglesi, memori degli squilibri che la valuta comune ha causato nell’Eurozona. Ma probabilmente anche l’euro è fuori questione: secondo le affermazioni del presidente della Commissione Barroso, l’ingresso della Scozia nell’Unione Europea sarebbe “quasi impossibile”, a causa dell’opposizione di stati membri spaventati dall’eventualità di secessioni interne – come la Spagna, già contraria all’ammissione del Kosovo nell’UE. Alcuni giornali inglesi ironizzano sul fatto che alla Scozia indipendente probabilmente rimarranno solo la Regina (sebbene vi siano anche sostenitori di una riforma repubblicana) e ‘Doctor Who’, un popolare programma di fantascienza made in BBC con più di 50 anni di storia.

In ogni caso, se fosse vero che il Regno Unito non conta ormai più nulla, per quale motivo gli indipendentisti dovrebbero premurarsi di affermare che anche dopo l’indipendenza “l’unione sociale” tra i due paesi sopravviverebbe e si rafforzerebbe? L’identità è importante, certo, ma anche l’economia. E recenti sondaggi dimostrano che la scelta scozzese sarà principalmente condizionata da un’analisi dei costi e dei benefici. Indipendentisti e unionisti per un pugno di sterline, in fondo. Triste, forse avvilente rispetto ad un dibattito sulla storia, sulle istituzioni e sulla comune identità britannica. Ma ci aiuta a capire come il risultato di questo referendum è tutto fuorché scontato.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Gran Bretagna ed Unione Europea: In or Out!

Gatwick Airport of London: atterri e ti dirigi verso il terminal del treno che porta alla Stazione Victoria. Prendi il treno e in mancanza di musica sintonizzi la radio del lettore mp3 sulla BBC1 e ascolti il seguente messaggio: “Il primo ministro David Cameron ha annunciato di voler concedere un Referendum per far scegliere ai cittadini se la Gran Bretagna resterà nell’Unione Europea”. Così, neanche atterrato, mi ritrovo a pensare che forse la vincitrice del premio Nobel per la Pace, ovvero l’Unione Europea, non è vista con diffidenza esclusivamente dai paesi latini e di derivazione culturale cattolica.

Ad analizzare alcuni degli aspetti maggiormente importanti di una tale decisione, anticipando come sempre su questo blog i tempi dei media convenzionali, fu Giulio Sansone nell’agosto dello scorso anno nell’articolo “Brexit”. La questione “In or Out” non è da affrontare in modo emotivo ed ideologico, né tantomeno la si può affrontare esclusivamente dal punto di vista economico o giuridico. L’impegno preso dal Premier inglese verso i propri cittadini è quello di ridare a loro il potere di decidere democraticamente. Infatti, chiunque abbia solamente sfogliato una decina di pagine del Diritto dell’Unione Europea può facilmente rendersi conto di come l’Europa unita sia un immenso paradosso. Nessun cittadino può scegliere chi viene messo al vertice decisionale dell’Unione, le cui direttive sono vincolanti. E, ciliegina della “non democrazia rappresentativa”, l’organo per eccellenza al centro del concetto e dell’architettura dell’ordinamento democratico, ovvero il Parlamento Europeo, vota quel che producono le Commissioni. Se Berlino e Parigi finora erano pronte a contrastare le inutili richieste dei governi di Roma e Madrid, oltre che della depredata Atene, adesso si ritrovano di fronte Londra. I britannici non hanno il concetto di “ce lo chiede l’Europa”, né tantomeno sono disposti a cedere quote di “sovranità”.

Il punto centrale è questo: nessuno tra i maggiori partiti britannici vuole realmente uscire dall’Unione Europea, ma la Gran Bretagna vuole che l’UE lasci ai singoli parlamenti nazionali specifiche politiche (capitolo sociale, immigrazione, sovranità alimentare). Qualora Bruxelles o meglio il direttorio franco-tedesco non concederà tali prerogative a Londra essa si rifiuterà di firmare i Trattati che richiedono il consenso equanime. Cinque sono i punti attualmente delineati da David Cameron per evitare il pur difficile referendum. Al primo punto vi è la richiesta di un “mercato unico” privo di sovrastrutture e burocrazia. Al secondo punto, il più importante, e per il quale neanche i più convinti unionisti tacciono le critiche, è il sopracitato “deficit democratico” espresso nelle parole del leader dei Conservatori così: “Non esiste un demos europeo, i poteri vanno nuovamente concentrati nei parlamenti nazionali” (fonte: Sole24 ore). Sicuramente molti hanno visto nell’annuncio di David Cameron un appiglio elettorale e dall’elezione del 2015 dipenderà l’indizione o meno del referendum “In or Out”. In caso di vittoria i Laburisti si sono detti contrari al voto sulla permanenza nell’Unione Europea.

Quel che resta da osservare è di come alcuni paesi, per convenienza o storia, non sono disposti a svendere la propria sovranità monetaria, la propria sovranità alimentare e le proprie politiche sociali. Berlino e Parigi sono avvertite, la partita sul futuro d’Europa e Gran Bretagna è all’inizio e nessuno accuserà mai di “populismo” gli inglesi. Una partita che interesserà il prossimo lustro e nella quale Angela Merkel sa che neanche la Luftwaffe è riuscita a piegare Londra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

L’indipendenza scozzese passa da un referendum

Nel mentre Sky e Rai vi bombardano con spot sulle prossime Olimpiadi Estive di Londra 2012 a scuotere i pensieri da mesi del Primo Ministro David Cameron è la Scozia. Infatti, era dai tempi della Battaglia di Bannockburn che Londra non temeva di perdere Edimburgo per sempre. Questa volta non sarà una battaglia sul campo militare, stile Guerre d’indipendenza Scozzese tanto amate dagli storici, bensì un referendum.

A sostenere fin dal Gennaio 2012 quando presentò davanti al Parlamento di Scozia il documento denominato “Your Scotland Your Referendum” con le linee guida della consultazione che si terrà molto probabilmente nell’autunno del 2014 è stato l’attuale Primo Ministro scozzese e leader dello Scottish National Party (SNP) Alex Salmond. Chi crede che tale corsa referendaria sia sostenuta esclusivamente dai nazionalisti scozzesi si sbaglia, perché attorno a tale proposta si sono aggregati anche ecologisti, socialisti e liberali di Scozia. Testimonial di eccellenza per la Campagna per il Sì all’Indipendenza scozzese è l’ex agente di Sua Maestà Sean Connery, il quale da sempre filo.indipendentista, ha affermato che “la campagna per il sì ha scelto una visione positiva della Scozia, fatta di accoglienza e uguaglianza e di quei valori democratici che garantiscono agli scozzesi di essere i guardiani migliori per il loro futuro”.

La sfida tra il sì ed il no si gioca sui tempi. In primo luogo il documento programmatico “Referendum Bill” ha una tabella di marcia molto chiara e prevede nel 2013 in seguito alla presentazione nel Parlamento scozzese un voto di conferma alla Consultazione da parte di quest’organo, successivamente all’avvallo della Regina Elisabetta II, e il raccoglimento di un milione di firme con in calce una motivazione da parte del corpo elettorale scozzese.

Se giuridicamente e ufficialmente i tempi da rispettare sono quelli sopraindicati, quelli ufficiosi del “quando” indire la consultazione tiene banco fra Indipendentisti e non. Il Primo Ministro Inglese David Cameron, forte dei sondaggi che attualmente vedono in svantaggio di oltre il 7% le mire indipendentiste, vorrebbe anticipare la data della Consultazione a fine 2013 in modo da non far decollare del tutto la Campagna elettorale favorevole all’indipendenza scozzese.

La proposta referendaria prevede due quesiti. Il primo quesito prevede in caso di responso favorevole la devo max ovvero un “indipendenza leggera” da Londra che permetterebbe ad Edimburgo la piena autonomia fiscale all’interno del Regno Unito e la piena libertà di legificazione da parte del Parlamento di Scozia ad eccezione della difesa e della politica estera. Tale quesito raccoglie il favore della maggioranza degli scozzesi. Il secondo quesito si basa sulla possibilità di far scegliere al corpo elettorale scozzese la piena indipendenza dalla Gran Bretagna, al momento secondo i sondaggi del The Guardian sostenuta da poco più del 23%.

Ora penserete che dietro questa battaglia per l’Indipendenza Scozzese vi sia solo esclusivamente lo spirito identitario e nazionalista di un popolo unito da oltre trecento anni con altre due nazioni da sempre in competizione. Invece, come sempre vi è l’economia. La Scozia sebbene travolta dalla forte crisi finanziaria che ha coinvolto la Royal Bank of Scotland è il fulcro delle risorse energetiche di Gran Bretagna ed Irlanda.

L’Istituto di Ricerca Wood Mackenzie ha previsto una crescita del settore energetico scozzese fino al 2014 e calcolato investimenti su di esso pari annualmente a 7,5 miliardi di sterline. Aggiungeteci che una moneta indipendentista non è contemplata da nessun ente economico attualmente ed in caso di una vittoria del sì all’Indipendenza totale da Londra in molti prevedono un adesione al malconcio Euro.

Come da settecento e più anni gli scozzesi pretendono e ogni tanto riescono a vincere la loro guerra d’indipendenza, ma alla fine gli Inglesi tornano e in un modo o l’altro vincono sempre e questo lo sanno sia Salmond che Cameron.