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Eisenman a Roma – Koolhaas a Venezia

Peter Eisenman sbarca a Roma. Lo fa mentre il suo più autorevole collega, Rem Koolhaas, è in laguna, a Venezia, per presentare la sua prossima Biennale (la prima di architettura a durare sei mesi) dal titolo Fundamentals. Colleghi non solo perché entrambi architetti. Colleghi perché entrambi architetti secondo quella accezione oramai in disuso del termine. Una accezione che vedeva la ‘ratiocinatio’ vitruviana, la capacità del discorso, come virtù fondamentale per la figura dell’architetto.

1974. Al IAUS (Institute for Architecture and Urban Studies), colleghi e amici di Peter Eisenman a una cena indiana. Photo by Suzanne Frank. Da sinistra verso destra scorrendo lungo la tavola. 1. Bill Ellis, 2. Rick Wolkowitz, 3. Peter Eisenman, 4. Liz Eisenman, 5. Mario Gandelsonas, 6. Madelon Vriesendorp, 7. Rem Koolhaas, 8. Julia Bloomfield, 9. Randall Korman, 10. Stuart Wrede, 11. Andrew Macnair, 12. Anthony Vidler, 13. Richard Meier, 14. unidentified woman, 15. Kenneth Frampton, 16. Diana Agrest, 17. Caroline ‘Coty’ Sidnam, 18. Jane Ellis, 19. Suzanne Frank, 20. Alexander Gorlin.

“Oggi invece la ‘teoria’ viene presentata per lo più in un secondo tempo, come se fosse una coroncina o un ricciolo di panna decorativo, e inutilmente se ne cercherebbero i requisiti nella costruzione stessa. [..] Ci si ricorda di come questo sia avvenuto già nella fase iniziale di quel fenomeno che fu più tardi assolutizzato come star-system. Famosi architetti europei andavano in pellegrinaggio nelle scuole americane di architettura, quasi sempre senza essere in grado di svolgere una relazione, e in genere, dopo due o tre frasi di cortesia per scusarsi della propria goffaggine, facevano seguire le immagini delle proprie opere: “next slide” e ancora “next slide”, e non molto di più.”[1]

Loro no. In modi decisamente diversi, Eisenman e Koolhaas hanno portato avanti una tradizione che proprio i nostri architetti italiani hanno reso celebre nel mondo. Non a caso, nell’articolato discorso dedicato all’opera dell’architetto statunitense, ieri alla Casa dell’Architettura Franco Purini ha definito Peter Eisenman un vero e proprio trattatista. Il suo lavoro “possiede la compattezza e la coerenza di un trattato”. La presentazione/lezione di Purini avrebbe meritato un paio di articoli aggiuntivi, ma facendo tesoro di questo spunto iniziale possiamo completare l’identikit dell’architetto Eisenman con due particolari non trascurabili.
Il primo è che nell’individuare 3 padri lungo il corso della sua carriera, l’architetto statunitense nomini il suo maestro Colin Rowe e poi uno storico dell’architettura italiano ed un filosofo francese: Manfredo Tafuri e Jacques Derrida (con il primo dei tre Eisenman compirà un viaggio in Italia di enorme importanza per i successivi sviluppi della propria ricerca).

Il secondo è proprio riguardo all’argomentazione.

“Ci siamo abituati a parlare a vanvera e preferiamo senz’altro abbellire l’architettura con le parole. Ma si tratta invece di motivare e di spiegare, si tratta di argomentare, e questo, a sua volta deve in ultima analisi accordarsi con un conferimento di senso”.[2]

Giunto per ricevere il Piranesi Prix de Rome alla carriera, ieri Eisenman ha dimostrato come si possa tenere una ‘lectio magistralis’ applicando proprio i precetti vitruviani di ‘firmitas’, ‘utilitas’, ‘venustas’ al proprio discorso, aggiungendo, perché no, anche un tocco di stile nel non abusare del mezzo informatico, facendo scorrere poche ma necessarie slide.

Anche se non sappiamo come sia andata nel contempo a Venezia, di certo non ci saremmo potuti aspettare lo stesso da Koolhaas. E’ stato lui a sdoganare le dinamiche da one man show nelle conferenze di architettura. Le parole d’ordine sarebbero state: ironia, sarcasmo, polemica, provocazione, il tutto condito da una raffica di immagini ad effetto e da una raffinatissima retorica affatto noiosa, diventata la sua personalissima chiave di lettura paranoico-critica del mondo. Un mix esplosivo a tal punto da rischiare alle volte di offuscare un corpus teorico di prima classe. Distante da i canoni classici della trattatistica ma senza dubbio tra gli episodi più interessanti nella letteratura in campo architettonico di tutto il Novecento.

Giungendo da percorsi personali ed accademici profondamente diversi, Peter Eisenman e Rem Koolhaas rappresentano oggi quanto di meglio l’architettura internazionale possa offrire, sia come prassi che come teoria. Due intellettuali a tutto tondo che hanno posto le loro torri d’avorio nel pieno centro delle grandi metropoli del mondo.

“…documentando una volta di più che il pensare e il fare vanno insieme e devono accordarsi reciprocamente…” [3] [1] Werner Oechslin, Quale prassi senza teoria?, in Domus, n.976, gennaio 2014, pp. 2-4.
[2] Ibidem, pp. 2-4.
[3] Ibidem pp. 2-4.

Jacopo Costanzo – PoliLinea

Iconic Beijing


Quando Brando ci chiese tre aggettivi per descrivere Pechino il mio primo pensiero o sentimento fu una sorta di lieta incredulità, quasi di soddisfazione, nel vedere che esiste chi pone, fuori dagli studi televisivi, domande come questa, un po’ tranchants un po’ spiazzanti, sfidando l’interrogato a dover sintetizzare un concetto od un giudizio in poche parole.

Il mio amico Paolo, con quel fare che lo contraddistingue, che solo chi conosce Paolo può sapere, e qui mi potrei anche dilungare nel descrivere Paolo ma andrei fuori tema, disse con un accento leggermente romanesco: “Grande, grossa e inquinata”. Uno spot che mi lasciò  divertito e allo stesso tempo perplesso, per quella immediatezza che ritenni eccessiva. 

Io temporeggiai. Come gocce che pendono da un rubinetto chiuso, ma non del tutto, dispensai le parole una per volta, quasi esitante, convinto nel pronunciarle solo dopo che il concetto si fosse sufficientemente nutrito ed ingrassato per potersi distaccare dalla mente e cadere fluido nel mezzo della discussione, prima di piombare al suolo senza lasciare traccia.

Dissi più o meno così: “Capitale”. “Grigia”. “Cinese”.

Credo che le due risposte, pur dettate da atteggiamenti critici divergenti, giungano ad una conclusione affatto distante. A me ed al mio amico Paolo Pechino aveva parlato in lingue diverse raccontando la stessa fiaba. 

Per giustificare le voci “inquinata” e “grigia” si potrebbero riportare centinaia di dati allarmanti, ne citerò solo uno che ho letto sul China Daily il primo febbraio scorso: ”Cases of lung cancer have increased by 60 percent in Beijing in the past decade.”[1]Un’affermazione che non lascia spazio a repliche, e che squarcia di netto la narrazione che non poteva tacere questi aspetti. Ma che a questi aspetti non mira e che vuole invece indagare la città di Pechino partendo dagli altri quattro aggettivi.

Se li mettessimo insieme suonerebbe così: “La grande e grossa capitale cinese”.  Certo non vinceremmo dei premi per l’originalità o la perspicacia del titolo, ma credo che dietro un’apparente banalità si nascondano delle considerazioni necessarie per la comprensione di Pechino.

Innanzitutto il toponimo Beijing  北京 che significa “Capitale del nord”, come ad ammonire la città stessa, a ricordarle per sempre il compito che graverà sulle sue spalle. Poi la sua posizione “inspiegabile”, in una regione climaticamente ostile. Pechino la comprendi se comprendi il suo ruolo di avamposto. E’ situata ai margini settentrionali della cosiddetta “Cina propria” e deve la sua posizione, chiaramente strategica, alla vicinanza con la Mongolia, regione decisiva per gli sviluppi del continente cinese e della sua capitale nel corso dei secoli. Pechino dovrà assolvere il ruolo di Capitale con diversi approcci e per diverse genti. Sia per la “Cina storica”, o delle diciotto province, sia per le regioni più remote, a minoranza Han, come Capitale unificatrice, compito attualissimo anche oggi, e sia come baluardo sulla frontiera per intimorire e scoraggiare il possibile invasore straniero.

Questo carattere burbero ed intimidatorio non abbandonerà mai la città fino ai nostri giorni.

Pechino è oggi la città più grande al mondo. La più estesa, con i suoi 16 mila kmq. Un rapporto della McKinsey & Company afferma che entro il 2025 la popolazione avrà raggiunto i 27 milioni di persone, oggi i dati stimano oltre 18 milioni di residenti, 22 se si considera la popolazione fluttuante.   

Sono così finalmente giunto al punto. Di fronte ad esigenze così radicali, o proprio per risposta a suddette esigenze, di fronte ad una scala così esagerata, come si è relazionata l’architettura contemporanea? Quale il punto di partenza per approcciare una donna così esigente ed ingorda?

L’icona. Pechino, con il suo territorio infinitamente disteso e pianeggiante ha da sempre ragionato su edifici dal forte valore iconico. Su immagini trasmutate in materia. Su concetti incarnati o reincarnati in travi, pilastri e laterizi. Dalla Grande Muraglia alla Città Proibita, dal Palazzo d’Estate a Piazza Tienanmen, dai blocchi “sino-sovietici” al Central Business District. Oggi l’architettura contemporanea prosegue inesorabile questa chiarissima tendenza. Potremmo partire dall’edificio più grande del mondo, il primo a superare il traguardo del milione di metri quadrati, il nuovo terminal aeroportuale T3 firmato Norman Foster, che con le sue fenditure in copertura appare come un enorme dragone dormiente infastidito da aeroplani-moscerini che gli volano tutto intorno. Continuare con l’arcinoto stadio olimpico, opera del duo svizzero Herzog & de Meuron, coadiuvati dal dissidente meno dissidente di Cina Ai Weiwei, denominato ”nido d’uccello”, un  “impatto spaziale diretto, quasi arcaico”[2], reso possibile da un infernale groviglio di travi e pilastri in acciaio. Per terminare, ma si potrebbe andare avanti per ore, con il CCTV di Rem Koolhaas, forse l’edificio del nuovo millennio più famoso al mondo. Le due torri, appena inclinate una verso l’altra, che si abbracciano sulla sommità grazie ad un ardito sbalzo a 162 metri dal livello del terreno.

Se parli ad un amico, ad un fratello, potresti anche evitare di pronunciarti. Il silenzio sarebbe sufficiente.

Se parli ad un miliardo e trecentotrentasei milioni di persone avrai bisogno di un megafono.

E come Pechino è il megafono della Cina, l’architettura è il megafono della storia.  

Jacopo Costanzo

  

 


[1] Li Wenfang, Academic claims air pollution is more frightening than SARS virus, “China Daily”, Friday, February 1, 2013


[2] Jacques Herzog, Pechino 2008, “Domus” n.860, 6/2003

Ponteponentepontepi

“Certe città vanno ancora seriamente discutendo degli equivoci degli architetti (per esempio della loro proposta di creare reti pedonali sopraelevate con tentacoli che conducano da un palazzo all’altro come soluzione alla congestione) ma la Città Generica semplicemente gode i benefici delle loro invenzioni: terrazze, ponti, gallerie, autostrade, imponente proliferazione degli accessori del collegamento, spesso bardati di felci e fiori come per tenere lontano il peccato originale, creando una congestione vegetale più appariscente di un film di fantascienza degli anni ’50. Le strade sono destinate esclusivamente alle auto. La gente (i pedoni) viene instradata su percorsi (come nei lunapark), su “passeggiate” che la sollevano da terra, poi la assoggettano a un repertorio di condizioni esasperate (vento, caldo, inclinazione, freddo, interno, esterno, odori, fumi) in una sequenza che è la grottesca caricatura della vita nella città storica.”
Un capoverso scritto da Koolhaas conserva sempre un’ importante percentuale di interesse sennonché di ambiguità. Ma forse è proprio quello che ci serviva per affrontare una tematica un po’ spinosa. I nuovi ponti di Roma.
Già la dicitura nuovi stona evidentemente, poiché i ponti da poco realizzati nella Capitale appaiono tutti vecchi. In particolar modo due di questi proprio non mi convincono.
Il primo è per forza di cose il tanto discusso Ponte della Musica. In realtà non sono mai stato un detrattore di quel ponte, anzi a livello urbanistico la ritengo un’operazione di completamento e di definizione di un piano importante che, trovando in Via Guido Reni l’asse principale di collegamento tra il Parco della Musica ed il Foro Italico, dota la città di un nuovo core culturale. E’ invece l’aspetto architettonico – ingegneristico che proprio non comprendo. Può lo studio Kit Powell – Williams Architects aver avuto come suggestione guida quella della copertura (corona di spine) dello stadio Olimpico? L’unico elemento insieme alla sede del Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina ad aver completamente falsato e sovvertito le logiche compositive del Foro Italico. Può non aver minimante inteso il rapporto con il vicino ponte di Fasolo? Capolavoro inarrivabile. E ancora, perché negare una prospettiva di grande interesse, quella appunto da Via Guido Reni al Foro e viceversa, piegando fortemente l’impalcato e ostruendo così la vista tra le due sponde, problema che naturalmente deriva da una scelta tecnologica infelice, quella del ponte ad archi ribassati , priva di senso in quel determinato contesto. In definitiva, senza considerare l’indecisione riguardo il traffico carrabile che tuttora tormenta quest’opera e l’inadeguatezza della porzione di città prospiciente la riva ovest del ponte, problemi che esulano dalle competenze dei progettisti, questo “oggetto” risulta discutibile di suo.
L’altra opera che suscita in me un forte disagio è il Ponte Cavalcaferrovia Ostiense, una via di collegamento tra Via Ostiense e la Circonvallazione Ostiense, sovra passante le linee ferroviarie della metro B e della ferrovia Roma – Ostia Lido. Giorni fa un aitante studente di ingegneria, a cui offrirò la penna per controbattere (considerando che ho un grande rispetto per i bravi ingegneri, ma ahimè ce ne saranno anche di stupidi), si rallegrava di come questo ponte fosse la perfetta rappresentazione del diagramma del momento. Da ottuso studente di architettura mi sono recentemente approssimato all’opera e la cosa che più mi ha sbalordito è la gratuità con cui questo ponte si esibisce, ovvero è un perfetto fuori scala totalmente arbitrario, che visto da Via Ostiense sembra soverchiare gli edifici limitrofi, incurante di quel disegno urbano sempre più in via d’estinzione. Trovo quindi discutibile anche questo lavoro, opera di Francesco del Tosto.
Prima di chiudere, lasciando a voi il giudizio sul Ponte della Scienza, di APsT ARCHITETTURA, situato sul lungotevere Gassman, a pochi passi dai meravigliosi gazometri, vorrei segnalare una piccola opera degna di nota, che risale a una decina di anni fa. Sto parlando della passerella pedonale in Via degli Annibaldi, frutto di un concorso bandito dal Comune di Roma e vinto da Insula con Cellini e Brancaleoni che prevedeva la realizzazione di tre passerelle pedonali lungo gli itinerari archeologici. Questa delle tre è l’unica ad essere stata realizzata ed è diventata con il tempo e nella sua apparente inutilità un piccolo punto di riferimento per i cittadini. Non lo considero un capolavoro, la considero buona architettura e penso che sia già qualcosa di molto, molto raro.
“Le stazioni si dispiegano come farfalle d’acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde spesso trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un’arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava.”

Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet 2006, p.41 e p.42.
Ivi, p.95.