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Fernando Alonso: le luci, le ombre, i successi dell’asturiano d’Ungheria

La carriera dell’asturiano ha avuto senza dubbio più luci che ombre, ma il titolo manca oramai dalla stagione 2006, fattore che ha alimentato polemiche impreviste per un pilota che può fregiarsi del titolo di bicampione F1. Rivediamo alcune tappe della sua carriera , ponendo come punti di svolta, tanto positivi quanto negativi, i GP svolti nella nazione dell’Est Europa.

INTRO- Credo che non ci sia nulla di più complesso di valutare la carriera da pilota di Formula 1 di Fernando Alonso. Risulta evidente che la prima valutazione, fatta a caldo, non possa che essere positiva. Da quel momento in poi, però, scaturiscono i primi dubbi, come se la discussione non si fosse esaurita, bensì appena iniziata; impensabile considerando il palmares del pilota della McLaren. Come può un bi-campione del mondo non aver rispettato tutte le aspettative che i tifosi, e soprattutto lui stesso, avevano? Una figura come il pilota delle Asturie tende a dividere così tanto, ma in maniera diversa ai pluricampioni come lui, penso a Vettel, Schumacher, Hamilton, per citare i vincenti che ho avuto la fortuna di vedere non solo in videocassetta, che alcune domande non possono non occupare la mente anche di chi lo tifa da anni, ben prima che approdasse in Ferrari.
La prima, la più innocente, nonché la più importante, è legata alle innumerevoli dichiarazioni rilasciate nel corso degli ultimi anni per mettere in chiaro che lo spagnolo sia il più forte pilota di F1 in attività. Che vengano da parti storicamente avverse , come nel caso di Nelson Piquet Jr., da vecchi collaboratori come Marco Mattiacci, o attuali come il racing director di McLaren, Eric Boullier, queste dichiarazioni risultano quantomeno strane. Non dovrebbero essere i tuoi risultati a renderti tale? Non è legata al numero di titoli, alle vittorie in carriera, la possibilità di fregiarsi di un titolo del genere? Non solo, effettivamente. In questa sede, però, possiamo solamente sfiorare la diatriba, lievemente diversa da quelle dei cinici greco-romani, che vuole le automobili nettamente più decisive dei piloti (come se non fosse stato così nella F1 del passato). Una discussione del genere mi trova piuttosto scettico, in quanto, credo che gli exploit di scuderie come Brawn GP, Red Bull, Mercedes, siano frutto delle regole poco chiare e troppo variabili imposte dalla federazione, e non del fatto che i piloti non contino più nulla rispetto alle monoposto. Nonostante ciò, il fatto che ci sia tutta quest’enfasi nel dichiarare Alonso il miglior pilota del mondo, desta alcune perplessità. Porre così tanto l’accento sul fatto che un pilota che manca al titolo da quasi dieci anni, sia comunque il più forte, si rivela secondo me, in primis erroneo, ed in seconda battuta, una misera consolazione per un pilota ed un professionista che di certo non ha bisogno di riconoscimenti del genere per sentirsi il migliore. La retorica pro-Alonsiana è diventata da legittima, a ripetitiva, a stucchevole in breve tempo, tanto quanto l’attuale modo di approcciarsi al nativo di Oviedo dopo l’addio alla Ferrari; come un ingrato che ha abbandonato una grande scuderia per andare a collezionare una sfilza di delusioni in McLaren.

La verità è che Alonso non è il miglior pilota del mondo, ma nel novero dei pretendenti, insieme a Vettel e Hamilton, nè tantomeno un ingrato. La dichiarazione più interessante per cercare di capire la complessità di una personalità come quella dell’asturiano, l’ha fatta senza dubbio Jacques Villenevue, ex campione del mondo con la Williams, che, pur con la sua capacità di dividere il pubblico, ha analizzato molto lucidamente la situazione del pilota spagnolo mettendo su una bilancia pregi e difetti del campione, senza che questi ultimi prevalgano, chiaramente, ma ponendo il suo rapporto con le scuderie in cui ha militato in una chiave sicuramente critica. Non ci riferiamo al caso Piquet Jr., che non fa testo essendosi trattato di una fatto di estrema gravità che lede la rispettabilità della Formula 1, così come quello che ha portato nel 2004 all’addio consensuale tra Renault e Jarno Trulli, perché in entrambi le vicende il direttore delle corse della scuderia francese è il padre automobilistico di Fernando, Flavio Briatore, ad aver operato scelte controverse, molto più che il pilota stesso. Mi riferisco piuttosto alle liti nel 2007 con Hamilton, che costarono clamorosamente un mondiale piloti alla McLaren, con pesanti multe inflitte alla scuderia di Dennis, e a quelle con il mondo Ferrari, intercorse tra il 2012 ed il giorno dell’abbandono della rossa.

UNGHERIA- Facciamo un passo indietro. Benché sia una scelta pericolosa, sono quattro i momenti in cui possiamo scandire la carriera di Fernando Alonso (evitando quelli, più evidenti dei mondiali); i primi due scatti, riguardano l’Alonso astro nascente dell’automobilismo, i restanti, ne propongono il lato peggiore, in cui l’ambizione e la competitività prevalgono su tutto il resto, sfociando in comportamenti, teoricamente, non giustificabili. La particolarità è che questi momenti, sono tutti legati ad un circuito, quello d’Ungheria, che ha scandito le tappe migliori e le più buie della carriera dell’asturiano.
Corre l’anno 2000, ed è la penultima tappa de campionato di Formula 3000. Si corre nel circuito di Mogyoròd, periferia di Budapest.  Il diciannovenne pilota del team Astromega, nonostante fosse molto quotato ad inizio stagione, grazie ad un ruolino di marcia invidiabile nei campionati giovanili di tutta Europa, non è però atteso ad alcunché di particolare, trovandosi ventesimo in graduatoria (su 24) a causa di una stagione molto sfortunata e al contempo deludente. Complice, però la giornata di poca vena di Mark Webber e Nicolas Minassian, Fernando Alonso, riesce ad agguantare il primo podio di categoria, centrando un secondo posto tanto inaspettato quando galvanizzante, che porta alla successiva vittoria nell’appuntamento di fine stagione a Spa, in Belgio.

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Questi due successi, fanno balzare Alonso al quarto posto della classifica, risultato che vale una chiamata da Faenza, casa della scuderia Minardi, la più attenta nel panorama della F1 per quanto riguarda lo scouting dei giovani talenti. Hungaroring è quindi valso l’approdo nella classe regina allo spagnolo, anche se in un team che non poteva garantirgli una macchina competitiva. Poco male, ad appena 20 anni compiuti. Per quanto riguarda lo step successivo dobbiamo fare un salto di appena tre anni. E’ il 2003 e Alonso è al secondo anno in Renault, il primo da pilota ufficiale dopo aver speso il 2002 come collaudatore. La Renault è un automobile forte, e può contare su Trulli e lo spagnolo, una coppia molto interessante anche in un parco piloti che ricco di nomi altisonanti, del calibro di Michael e Ralf Schumacher, Montoya, Raikkonen, Coulthard, Barrichello e Button. Il GP ungherese è il tredicesimo appuntamento dell’anno; Alonso ha centrato una pole position nella seconda gara del Mondiale, in Malesia, arrivando sul gradino più basso del podio, risultato bissato in Brasile, in una memorabile gara vinta da Giancarlo Fisichella. Da quel momento tanti quarti posti, e qualche ritiro. Il tracciato è stato appena modificato, è quindi lievemente diverso rispetto a quello del 2000, presentando adesso un rettilineo ben più lungo del passato, per far si che il Gp non sia solo tecnico, cercando di favorire così i sorpassi. Il 23 Agosto, in una torrida Budapest, come saprà chi ha avuto il piacere di trascorrere delle vacanze estive nella favolosa città dell’Est europeo, Alonso centra la seconda pole position stagionale. Dietro di lui lo Schumacher meno pericoloso, Ralf, e Mark Webber, con l’inaspettata Jaguar, il rivale di Formula 3000 che avrebbe dovuto sbarrargli la strada, e che invece gliela spianò per conseguire il primo podio nel 2000. Ancora una volta è Webber ad essere decisivo. Alonso scatta bene al via, con le due Williams di Ralf e Montoya che si ostacolano dopo un’orribile partenza; Schumacher perde il controllo della macchina e finisce lungo in curva; il primo giro è condotto magistralmente da Alonso, che vede nell’australiano un compagno fondamentale, in quanto funzionante da “tappo” tra la Renault dello spagnolo e gli avversari. La Jaguar di Webber si rivela decisiva inducendo anche Barrichello all’errore, creando tra Alonso e gli avversari un gap incrementato dalla guida perfetta del pupillo di Flavio Briatore. La fuga di Alonso diventa rapidamente un trionfo, suggellato dal doppiaggio di Michael Schumacher, che, come si può vedere dal video, fino all’ultimo ha provato a evitare di subire l’onta dall’asturiano.
Impossibile non ricordare la scena del doppiaggio alla leggenda vivente della F1, ancor più perché con i 22 anni, 2 mesi e 19 giorni, Alonso si assicurò il record di vittoria più precoce in Formula 1 (scalzato dal Vettel in versione Toro Rosso a Imola, nel 2008),  garantendosi un posto nel libro dei record. La prima annata da pilota di un top-team, insomma, fu straordinaria. Prima di passare alle due “Ungherie negative”, impossibile non fare un cenno agli anni in cui il sodalizio Alonso-Briatore, portò agli incredibili successi del 2005 e 2006.

GLI ANNI DI GLORIA- Dopo la grande stagione 2003 e l’exploit al GP di Ungheria, si arriva al 2004, già, perché c’è sempre una stagione 2004 per tutti, che in questo caso può essere interpretata come la celebre “Have you ever seen the rain?” per lo spagnolo, perché è la calma prima che scateni la sua tempesta sulle piste del mondiale. In anno che si può definire “di transizione” verso più grandi traguardi, Alonso non colse nessuna vittoria, ma 4 podi, tra cui un secondo posto prestigiosissimo in Francia, che lo portarono al quarto posto nel mondiale, e se ce ne fosse stato ulteriormente bisogno, confermarono al mondo che l’allora 23enne di Oviedo era pronto per trionfare. Per la cronaca il campionato fu dominato dalle Ferrari di Schumacher e Barrichello, che vinsero insieme 15 delle 18 gare in calendario, lasciando poco meno di niente alla concorrenza.

Si arrivò così alla stagione 2005, in cui molte cose cambiarono, i regolamenti ed il controllo dei costi la fecero da padroni, ed il pilota si trovò nella posizione migliore nel momento migliore (quando si dice che “la fortuna aiuta gli audaci”). La svolta si ebbe con la proibizione del cambio gomme in gara; il set di pneumatici doveva durare infatti per tutta la gara, regola che snaturò la F1, dando la possibilità di cambio solo nel caso di danneggiamento dello stesso. Questa modifica risultò più che determinante, infatti i due gommisti presenti nel circus Michelin e Bridgestone, si ritrovarono agli opposti, la prima riuscì a fornire un prodotto adeguato ai propri team, la seconda, che forniva Ferrari, Jordan e Minardi, non si dimostrò all’altezza, tagliandole fuori di fatto da ogni ambizione correlata alle possibilità delle tre scuderie.

La Renault guidata da Alonso si trovò nella miglior posizione possibile, una macchina ottima, con un telaio favoloso guidata da un pilota con una fame di vittorie ben al di sopra dei rivali. Il sodalizio fu vincente, 7 vittorie, 6 pole position, e 2 giri più veloci in gara che portarono al primo titolo mondiale il fenomeno di Oviedo. La prima corona iridata, l’apice del successo per un pilota che sin da bambino sogna di guidare e vincere in Formula 1, lui ci arrivò a 24 anni, il più giovane di sempre fino ad allora, strappando il record che apparteneva ad Emerson Fittipaldi sin dal 1972 (successivamente battuto da Hamilton prima e Vettel poi). I suoi detrattori possono dire che la macchina non è stata la migliore durante quella stagione che Raikkonen con la potente McLaren Mercedes fu altrettanto veloce, che conseguì lo stesso numero di vittorie, ma il fatto è che Alonso fu più consistente, non solo mise insieme 3 podi in più, ma anche un ritiro in meno, che risultò il valore aggiunto alla suo trionfo.

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Se il 2005 fu trionfante il 2006 per Fernando fu addirittura meglio. Le regole ristabilirono il cambio gomme e la Ferrari tornò competitiva, con Schumacher voglioso di riscatto, ma la storia disse che Alonso vinse ancora una volta 7 GP nella stagione, le stesse vittorie del rivale, ma ancora una volta la consistenza ed il numero di podi, ben 14 sui 18 appuntamenti stagionali, lo portarono a bissare il successo iridato. Non era più un successo figlio di un caso, non era più un successo ottenuto grazie a circostanze fortunose, no, aveva battuto la Ferrari e Schumacher in pista, a parità di condizioni, il baby-fenomeno diventato campione si era così iscritto al prestigiosissimo club dei bi-campioni del mondo, di cui solo 16 piloti fanno parte in oltre 50 anni di storia della Formula 1.

2007- Lo spartiacque della fortuna (intesa come fato) di Alonso è senza dubbio rappresentato dall’anno dell’approdo in McLaren. Come detto in precedenza, tra la vittoria nel GP ungherese e quest’ultimo ci furono un 2004 passato all’ombra di uno Jarno Trulli, poi epurato da Briatore, e un doppio campionato mondiale, entrambi vinti senza macchie, nonostante i cambi di regole, sempre piuttosto traumatici in F1, come detto in apertura. La scuderia guidata da Ron Dennis mise accanto ad Alonso, chiaramente il pilota più forte del panorama automobilistico mondiale, un giovane piuttosto talentuoso, Lewis Hamilton. Ne uscì una stagione, incredibilmente divertente per i fan, ma orribile per il pilota spagnolo. Il fatto è che la gestione della McLaren fu tragicomica, e portò ad una rottura immediata tra i due piloti. Il motivo? La scuderia britannica, con i suoi meccanici, si schierò apertamente per il pilota inglese, non digerendo mai una figura così presente per quanto riguarda lo sviluppo della macchina, come quella dello spagnolo. E’ qui che arriviamo alla nostra terza Ungheria, sicuramente una delle pagine peggiori della carriera di Alonso, ma senza dubbio legata ad una delle più inquietanti per quanto riguarda il mondo delle corse. Il campionato F1 era stato fino a quel momento una questione tra Ferrari e McLaren, benché aleggiasse sulla squadra di Dennis un’accusa di spionaggio più o meno fondata. La causa scatenante per lo sviluppo dell’inchiesta FIA, che portò alla squalifica di Nigel Stepney, “infiltrato” della Ferrari, che indispettito per il suo ruolo all’interno della scuderia, passò i progetti della monoposto della rossa, e sabotò i motori di Massa e Raikkonen nel GP degli USA, fu proprio l’ultimo dei litigi tra Alonso e Hamilton. Lo spagnolo, per impedire in qualifica che Hamilton potesse fare un ultimo giro per tentare di agguantare la pole, sostò a lungo nella zone dal pit-stop, impedendo all’inglese di ripartire rapidamente. La punizione nei confronti di Alonso fu dura, ma l’asturiano, indiavolato, secondo uno che di F1 ne capisce come pochi, Leo Turrini, poiché nella vicenda i meccanici della McLaren si schierarono tutti a favore di Hamilton, rigirò il coltello dalla parte del suo di manico, collaborando con la FIA nella questione “spy story”, portando una multa durissima alla scuderia di Dennis, che a quanto pare non conosceva i dettagli dello spionaggio contro Ferrari, e inimicandosi definitivamente i suoi meccanici. Quali risultati per il pilota di Oviedo? Una perdita di credibilità in termini di lealtà sportiva, incalcolabile, riparata parzialmente dalla collaborazione con la FIA, la sconfitta nel mondiale, a causa della volontà dei meccanici di lavorare esclusivamente per il bene di Hamilton, cosa che portò il titolo alla McLaren, grazie alla lotta senza quartiere fatta dallo spagnolo al debuttante Lewis, e l’esilio, di due anni ad una Renault assolutamente non competitiva, a partire dal 2008.

ESILIO, PARZIALE REDENZIONE E L’ULTIMA UNGHERIA– Il Renault 2.0 non è neanche un progetto naufragato, perché di progetto non si è chiaramente trattato. Unica nota di interesse, la complessa vicenda legata alla direzione dei box, rei di aver ordinato a Piquet di lasciare in qualunque, ma proprio qualunque modo, strada ad Alonso, nel gran premio di Singapore. il  Il 2010 è l’anno in cui l’esilio in Fraancia termina. La Ferrari di Stefano Domenicali vuole l’asturiano per vincere l’agognato campionato piloti, e per tornare a trionfare in quello costruttori. Alonso arriva, però, al secondo posto dietro Vettel, dopo il GP conclusivo di Abu Dhabi; è una beffa, che impedisce allo spagnolo, assolutamente indiavolato nel corso di tutta la stagione di coronare il trionfo all’esordio con il cavallino. Non superare Petrov, per colpa dell’assetto della macchina, però non fu una colpa di Alonso, come non lo fu l’impegno scadente dei meccanici McLaren nel 2007. Fatto sta, che lo spagnolo, alla fine del 2010, si ritrova ad aver vinto solo due titoli, nonostante il dominio dei campionati 2007, perchè nonostante il terribile deb Hamilton l’asturiano aveva guidato in modo fantastico per tutta la stagione, e 2010, in cui Vettel, ancora piuttosto acerbo, non aveva , ma queste sono opinioni, meritato al 100% di vincere il campionato del mondo. Tutto faceva sperare, però, ad un appuntamento con il titolo rimandato di un anno. Non è così, la Ferrari a causa di una perdita di competitività peggiora e Alonso arriva a più di 100 punti di distacco da Vettel, schiacciasassi con una Red Bull impeccabile. Il 2012 è dolorosissimo; Alonso, guida nuovamente ad un livello strepitoso, ma arriva all’ultima gara con uno svantaggio difficile da colmare, dovendo vincere e sperare in un piazzamento negativo di Vettel. Il ferrarista arriva secondo dietro Button, e Vettel, ottiene i punticini necessari, grazie ad un sesto posto, per chiudere di sole tre lunghezze (281 a 278) davanti al rivale. Ancora una volta, immeritato il secondo posto dello spagnolo. L’accusa questa volta è poco fondata, apparentemente, perché Vettel ha vinto 5 gare contro le 3 di Alonso. Il punto, è che 4 dei 5 trionfi di Vettel sono arrivati in gare “non storiche” come Singapore, Giappone, Corea e India, circuiti in cui le Red Bull hanno mostrato di fare un campionato a parte. Il conto, insomma, si fa più doloroso. Sei anni senza vincere la classifica piloti, due secondi posti, ed un terzo (quello con la McLaren), sono ferite difficili da far rimarginare. Il 2013 è differente. Alonso è sfiduciato, non ha una macchina per competere con Vettel, e arriva secondo al mondiale pur senza mai lottare. Il 28 Luglio, un giorno prima del suo compleanno, si disputa il GP all’Hungaroring; gara di “casa” per lo spagnolo, con le motivazioni extra di una vittoria pre-trentaduesimo compleanno. La festa non si concretizza, per utilizzare un eufemismo. Alonso arriva a 31 secondi dalla testa (Hamilton su Mercedes) e risponde, sin troppo sinceramente ai microfoni di un giornalista. “Una macchina nuova”. Questo la risposta di Alonso, ad un giornalista che aveva chiesto che regalo potesse desiderare per il suo compleanno; questa dichiarazione procura al pilota non solo una strigliata da parte del presidente Montezemolo, ma anche la dissafezione dei molti tifosi che fino a quel momento patteggiavano per lui, criticando la rossa. L’ennesima rottura con una scuderia e l’addio con la Ferrari sono solo una conseguenza di 4 anni belli ma soprattutto frustranti.

OUTRO- Che Alonso abbia detto pura verità, o che si trattasse dell’ennesima bizza di un campione che sa di aver vinto meno di quanto meritasse, poco conta. Impossibile a questo punto della carriera, non pensare che Alonso non incarni allo stesso tempo la figura del campione e dell’individualista, anche a costo di nuocere alla propria scuderia. E’ stato questo, più volte, nel corso della sua carriera, benché, a mio avviso, spesso sia stato trascinato in situazioni ben oltre i confini dell’accettabilità (vedi “spy story” e gli anni del duello chiaramente impari con Vettel). Alonso chiuderà la carriera come uno dei piloti ad aver ottenuto il maggior numero di punti, ha una quantità di statistiche che potranno essere superate dal solo Vettel, probabilmente, ma sarà anche quello dei litigi, delle dichiarazioni fuori posto, dei capricci, giustificati o meno che siano. L’ultima avventura in cui si è imbarcato, nonostante le dichiarazioni di amore con Ron Dennis (mah), promette poche vittorie e molte scintille, vista la poca competitività della McLaren Honda, e la poca collaborazione che sembra essere un marchio distintivo della casa costruttrice giapponese, come detto nell’intervista, riportata nei primi paragrafi, di Jacques Villenevue. Mai sottovalutare però la resilienza del pilota spagnolo, in grado di migliorare le monoposto che guida come nessuno in questa F1, neanche Vettel e Hamilton. Quindi, tra una dichiarazione negativa, come quella di Massa che prevede un addio alla F1 di Alonso in caso di poca competitività della Honda, le parole d’amore di Dennis, che dice che Alonso vincerà e resterà in McLaren, quelle come sempre moderate di Jenson Button, che sostiene che la macchina stia realmente facendo progressi, non ci resta che fare una cosa, segnarci una data. 26 Luglio. Gran Premio d’Ungheria. Che si possa trattare del ritorno sul podio dello spagnolo? Ricordandomi della gioia provata in quell’estate siciliana, con tanto di salto sul divano al doppiaggio di Schumacher, e del rimbrotto dell’ala ferrarista di casa zittito dall’esultanza della R23 sul rettilineo, non posso che sperare in questo sogno, e nell’ennesima grande prova all’Hungaroring di Fernando Alonso.

Foto tratte dal web.

Un ringraziamento a Federico Magnani, con cui collaboro su my-basket.it, che oltre ad averci regalato il paragrafo sugli anni di gloria di Alonso, è stato molto prezioso per la realizzazione di questo articolo.