Home / Tag Archives: Rethink Polinice

Tag Archives: Rethink Polinice

Ripensare per trentʼanni


Progettare significa anche pensare cosa si vorrà fare in futuro, e proprio la imprevedibilità del futuro rende necessaria unʼelasticità dellʼidea che le permetta di evolversi, di cambiare ed, eventualmente, di tornare al punto dʼinizio. Spesso infatti, la prima immagine pensata costituisce la concezione più forte, quella alla quale il progetto finale tenderà per una sorta di propensione matematica della memoria.


Michelangelo ha conosciuto nella realizzazione della tomba per Giulio II la violenta esperienza del ripensamento nellʼideazione di unʼopera. La storia di questo monumento funebre lo accompagna per oltre trentʼanni con cambiamenti di idee, malumori e compromessi. Ma è soprattutto la storia di una ricerca, di un pensiero che si evolve e che, col tempo, matura.

Inizialmente immaginato come un grande monumento da collocarsi nella nuova Basilica di San Pietro, avrebbe costituito la sintesi tra architettura e scultura con un organismo monumentale e fortemente plastico. Avrebbe manifestato il potere del papa, lasciato la traccia del suo passaggio e glorificatone il ricordo. Ma sarebbe anche stata lʼopera più importante dello stesso Michelangelo, quella che gli avrebbe consentito di sintetizzare il rapporto tra architettura e scultura in un unico oggetto.
Le ambizioni personali dovettero lasciare il posto ai successori del pontefice che preferirono impegnare lʼartista in altre opere piuttosto che lasciargli completare un monumento non più urgente.

Il grande cambiamento avvenne con la scelta della nuova posizione del monumento, che da edificio a sè stante, diventò parte di uno già esistente. I gruppi scultorei vennero drasticamente diminuiti e la composizione si ridimensionò di anno in anno, diventando più sintetica, ma caricandosi delle esperienze di Michelangelo e dei suoi successi nelle altre opere.

Sembra facile intravedere tali difficoltà nella differenza di linguaggio tra la parte che si trova al di sotto della trabeazione centrale e quella al di sopra: la prima è ancora testimone dellʼesperienza storica della formazione di Michelangelo, ne riporta lʼattenzione per i dettagli della classicità. La parte alta, invece, è costituita da elementi lisci; essi mantengono la loro consistenza compositiva grazie alle proporzioni e alle linee dʼombra disegnate dalle modanature. Eʼ quasi tesa a rappresentare lʼormai necessario superamento della fisicità dellʼarchitettura, trovando nella sua apparente semplicità la vera soluzione al problema.

Diventa centrale la grande statua del Mosè che protegge idealmente lʼingresso del monumento e che , con la sua forza plastica, finisce col rubare la scena alla statua di Giulio. Questa, non realizzata da Michelangelo sembra infatti rassegnata alla ormai secondaria posizione nella quale è stata relegata. Anche il Mosè rappresenta un cambiamento di idea: dopo aver atteso venticinque anni la sua collocazione nella posizione definitiva, venne sorprendentemente modificata dallo stesso Michelangelo che, rimodellando il marmo già scolpito, gli conferì la torsione del busto e del capo. Sui podi laterali avrebbero dovuto essere collocati i Prigioni, sostituiti poi da modanature dal sapore classico. Le statue emergono dalla pietra e sembrano liberarsi della loro pesantezza lapidea rappresentando, in maniera involontaria il concetto di idea: il pensiero è presente sin dal principio, ma è necessario trovare il modo per cambiarne la conformazione e renderlo evidente.Infine, la parte alta del monumento ospita la statua di una Madonna che porta in braccio il bambino. Ma il vero punto di forza della composizione si inscena ai suoi lati dove la partizione architettonica è costituita dalle ombre date delle diverse profondità e dalla lucentezza delle quattro paraste che, insieme, smaterializzano la conclusione del monumento investendolo di una leggerezza conclusiva e di una luminosità tale da renderla architettura mista a suggestione religiosa.

“Ogni artista ha le sue opere finite che il mondo conosce, ma non sono che segni, tracce, frammenti della grande opera “segreta”, che seguita a crescere dentro e non vedrà mai la luce”. (Argan G. C. La tomba di Giulio II in Zevi L. Portoghesi P. Michelangiolo Torino, Einaudi 1964)

Questa non è dunque la storia del fallimento di unʼidea, ma quella della sua mancata realizzazione.

Alessio Agresta

Rethink Polinice: Tallest Man on Earth e le cotte passeggere.


Cambiare idea è in assoluto una delle mie attività preferite. Nella mia vita ho cambiato idea veramente su tantissime cose e devo dire che non mi crea né problemi né imbarazzo. Innanzi tutto non credo che la coerenza sia un valore in sé (purché il cambiamento di opinione sia autentico e in buonafede) e ritengo che  nel corso della maturazione di un essere umano sia necessario cambiare gusti, opinioni, vedute su quasi qualsiasi cosa. Ricordo che quando uscì The Dreamers pensai che fosse un film fantastico, ispirato, geniale. Di contro, adesso trovo che Bertolucci sia un vecchio pervertito con poche idee. Oppure, quando ero al liceo amavo molto il progressive rock, mentre ora sono a rischio crisi di nervi non appena sento un assolo.
Di articoli facilmente rovesciabili ne ho scritti  diversi nell’ultimo anno e mezzo di Polinice, ma ammetto che non ho nessuna intenzione di rimangiarmi il fatto che Elvis sia diventato famoso principalmente per il colore della sua pelle, o che gli Arctic Monkeys siano un gruppo piccolissimo, o che Castaldo e Assante siano assolutamente due critici avulsi da ciò che accade oggi realmente nel panorama musicale.


Più di un anno fa scrivevo benissimo di the Tallest Man on Earth, cantautore che per diverso tempo è stato un vero proprio ‘pezzo di cuore’. I suoi primi due dischi,  ‘Shallow Grave’ e ‘The Wild Hunt’, li ho letteralmente consumati, ritrovandomi più di una volta a cantare i loro pezzi provando a imitare la sua voce roca. Già al concerto dello scorso 10 Ottobre, nel quale incontrai anche qualcuno mi disse che si era incuriosito all’artista grazie al mio articolo (incredibile ma vero), avevo esaurito la mia irrazionale passione nei confronti dell’autore svedese, in particolare a causa della delusione cocente causatami dall’ultimo ‘There’s No Leaving Now’, dimostrazione che – a meno che tu non sia Bob Dylan – se la formula invecchia il prodotto scade. Bisogna anche ammettere che il trentenne Matsson ha provato a rinnovarsi, ma deve essere stato davvero sciocco, o forse privo di talento, perché ha preso l’assurda decisione di affidare la svolta a qualche accenno di arrangiamento quando era la ruvidità e l’immediatezza dei precedenti lavori a rendere interessante una trafila di cliché del cantautorato americano, che per di più arrivano circa 50 anni dopo i suoi primi interpreti. Capisco che non è divertente puntare il dito sulla presunta ‘non-originalità’ di un artista, valore completamente by-passato negli ultimi anni – perché evidentemente siamo già troppo rincoglioniti dal revivalismo, o forse siamo troppo nostalgici – ma, insomma, posso accettare due dischi di ‘Don’t Think Twice It’s All Right’ (spero di non dover specificare il nome dell’artista) ma con anima, gola e pochi fronzoli; di certo non posso sopportare un artista che tenta un mezzo passo in avanti con degli arrangiamenti che non sono né carne né pesce, ma soprattutto che non hanno neanche la metà dell’eleganza di “Sometimes The Blues Is Just a Passing Bird”, EP che poteva far presagire una (mancata) svolta del cantautore svedese.


Curiosamente, la delusione per l’ultimo album ha generato in me una sorta di reazione a catena per la quale ho difficoltà a riascoltare con serenità anche i lavori di cui mi ero innamorato. Un po’ come quando, finito un grande amore, si pensa a quanto fossero grottesche delle caratteristiche che prima si notavano a stento, provocando un misto di imbarazzo e sollievo nel sapere che ora, finalmente, ci si è liberati di tutta quella insensatezza.


Pensandoci bene, forse the Tallest Man on Earth è solo uno dei migliori cantautori nel miserabile panorama odierno, che ha visto uno dei peggiori revival folk della storia della musica, fenomeno di cui sono complici anche siti e riviste altresì stimabili- Pitchfork e The Guardian per dire due nomi- e che continua ad avere buoni riscontri sia di pubblico e di critica, nonostante un livello a dir poco imbarazzante. Un po’ poco per innamorarsi.


Rethink Polinice-PoliRiritmi-Luigi Costanzo

4 orrori di moda su cui cambiare idea

“Il segreto del mio look è osare, amo mixare gli stili e scelgo sempre accessori insoliti” cit. qualunque vera o presunta socialitè o hit girl che dir si voglia. Questo mantra della moda è però fondamentalmente vero e le sfilate dell’ultima stagione ce ne hanno dato prova: il rosso con il rosa, il viola con il verde, le fantasie più assurde si abbinano sorprendentemente bene e perfino le righe orizzontali con quelle verticali superano il fashion test. Nella moda non ci sono regole, è vero tutto e il contrario di tutto e il peggior errore che tu possa fare è credere ancora che la borsa si abbini alle scarpe. Da Olivia Palermo ad Alexa Chung, da Louise Roe a Blake Lively, siamo state tutte almeno una volte stupite e prese da attacchi di bile di fronte a improponibili look fantasticamente riusciti. Dopotutto se il classico bianco e blu non tradisce mai, lo sappiamo tutti che Danny Zucco non se la filava di pezza Sandy quando sfoggiava i suoi twin-set color pastello.

Ma che succede se il gerriscottiano “only the brave” finisce nelle mani, o meglio, sulle cosce sbagliate? Qual è il confine tra un look coraggioso e un look suicida? Consideriamo anche che gli stilisti almeno tre volte l’anno ( autunno-inverno, primavera-estate e collezione crociera) vengono presi da fortissime ansie da prestazione che spesso sfociano nel teatro dell’assurdo… Per rimediare spediscono poi i capi più borderline alla celebrità del momento che magari li indossa una volta e li butta, tu invece non solo li compri e non te li regalano, ma perseveri anche nell’errore pensando che quell’orrore sia in realtà molto trendy.

Ecco quindi quattro orribili mode su cui cambiare idea ( in ordine di urgenza):

scarpe da ginnastica con zeppa di Jeffrey Campbell

1. Le finte superga con la zeppa per slanciare i nostri salsicciotti deambulanti fingendoci contemporaneamente ragazze semplici della porta accanto. Tanto vale attaccarvi due comodini alle suole delle scarpe e camminare con quelli perché anche se tu ti ci senti Rihanna, ti assicuro che sei molto più simile al Fantasma del natale passato che si trascina dietro le catene. Che fine hanno fatto le dignitosissime e bassisime superga, un tempo simbolo delle belle vere e sicure di se?! Abbi il coraggio delle tue azioni: ti senti un po’ bassa o pensi di non avere gambe chilometriche: vai con i tacchi! Pensi di avere così tanti punti di forza che alta o bassa, tozza o slanciata sia uguale e preferisci la comodità perché la bellezza vera è quella interiore!? Mettiti le scarpe da ginnastica e non fare la falsa. Pensavamo di aver toccato il fondo con le Hogan..ma al peggio non c’è mai fine..

Le sopracciglia di Cara Delevingne

2. Alla ricerca delle sopracciglia perdute
Il più grande sterminio mai compiuto nella storia delle tendenze di moda. Miliardi e miliardi di estetiste zelanti si sono accanite con una ferocia e una costanza senza eguali su quei poveri peletti facendoti sentire come una Frida Calo stonata se solo lo spessore delle tue sopracciglia superava i dieci millimetri. Ed eccoci quindi solo noi, le pinzette e uno specchio su cui è attaccata una foto del gabbiano Jonathan Livingstone, perché dopo tanti anni non mi è ancora chiaro quale sia l’esatta apertura alare che le mie sopracciglia dovrebbero avere. Poi è arrivata lei, Cara Delevingne, la modella londinese classe 1992 che ha fatto delle sue folte sopracciglia il suo marchio di fabbrica. In un intervista ha dichiarato di non essersi mai tolta nemmeno un pelo se non per evitare l’effetto monociglio. Siamo state incredule, meravigliate, le abbiamo pure bistrattate, ma alla fine le abbiamo amate. Con la sua audacia, la giovane Cara ha ravvivato un trend che, sin dai tempi di Audrey Hepburn, sembrava essere caduto lentamente nel dimenticatoio. Le sopracciglia danno espressione al viso, sono infinitamente più espressive e magari richiedono la stessa manutenzione, ma almeno non ti fanno sembrare una shampista.

3. Cechi di tutto il mondo unitevi contro coloro che non capiscono il vostro male. Vi confido un segreto. Il 60% delle persone che portano gli occhiali ci vedono benissimo. Quelli che davvero hanno problemi di vista si mettono le lenti. È per colpa dei finti ciechi con gli occhiali non graduati che i veri ciechi vengono scambiati per bugiardi o snob/altezzosi/maleducati quando non salutano qualcuno e dicono di non averlo visto. Dico io, vi verrebbe mai in mente di fasciarvi una gamba anche se non vi siete fatti male solo perché magari secondo voi dona alla caviglia?! Il principio è lo stesso..eppure un altissimo numero di anime alla ricerca di una vena radical chic comprano occhiali ricercatissimi e magari le lente non la mettono proprio, sperando solo che nessuno gli chieda: “quanto hai? me li fai provare?”..non vorrei dirvelo così ma se li è tolti Harry Potter gli occhiali ve li potete togliere pure voi che non ne avete alcun bisogno.

 

Gonna jeans anni ’90

4. La gonna alla Brenda di 90210 di jeans, svasata, corta ma non cortissima, con cuciture a vista. Ok che abbiamo rivalutato gli anni ’90 e che quell’odore di naftalina sui vestiti della mamma “diquandoavevalatuataglia” fa tanto shabby chic, ma questa gonnellina è decisamente più dal lato suicida che da quello coraggioso…

 

It make me wanna grab the nine and the shottie, but I gotta go identify the body

Non penso di avere opinioni particolarmente rigide ma, principalmente a causa della mia scarsa propensione a riguardare la maggior parte dei film, non ho trovato materiale sufficiente per una ritrattazione in piena regola. Non credo che il piacere tratto da un’esperienza sia, nella maggior parte dei casi, un motivo sufficiente per cercare di ripeterla, e la cosa vale in particolar modo per un film che sarà (quasi) sempre esattamente lo stesso che abbiamo visto giorni, mesi o anni prima. Spesso si dice che il marchio dei grandi film, e più in generale delle grandi opere d’arte, sia la capacità di offrire nuove prospettive e nuovi approcci allo spettatore ad ogni nuova visione, e sebbene questa frase fatta sia in linea di massima condivisibile, credo anche che le circostanze in cui la visione -la prima come la ventesima- ha luogo siano di gran lunga più importanti, ed è per questo che nei casi in cui per un motivo o per un altro sento la pulsione -non saprei definirla altrimenti- di rivisitare un film, cerco di assicurarmi che il mio stato psicofisico sia il più favorevole possibile.
Ovviamente cerco di mettermi nelle condizioni migliori per qualsiasi pellicola; evito di mettermi a vedere un film a cui sia anche solo lontanamente interessato (ossia la maggior parte di essi) a meno che non mi trovi in condizioni psicofisiche adeguate, faccio in modo di procurarmi la versione con la miglior possibile qualità dell’immagine e di accaparrarmi lo schermo più grande presente nel mio raggio d’azione.
Quando faccio un secondo giro queste attenzioni sono però ulteriormente accentuate perché, mancante una delle più forti motivazioni alla visione (ossia il non aver visto la pellicola in questione), la mia volontà di voler comunque dedicare tempo ed attenzione alla questione sottintende un senso di incompiutezza e una necessità di portare in qualche modo a termine un percorso che non ero riuscito a considerare concluso la prima volta.
Non sono i film che ho amato in maniera particolare, infatti, ad essere i più frequenti beneficiari di questo trattamento privilegiato, bensì quelli che mi hanno più lasciato dubbi, o la sensazione di un potenziale irrealizzato, e tendendo a scrivere di film su cui la mia opinione sia il più possibile formata, non dovrebbe essere una sorpresa troppo grande l’assenza di casi su cui sono stato portato a concedere una seconda chance.
Per non venir completamente meno ai miei doveri di redattore in questa settimana tematica ho però pensato di presentare un paio di casi notevoli di film, uno riguardo al quale ho cambiato radicalmente idea con una seconda visione, e uno che, contro ogni ragionevole previsione, non ha beneficiato dalla ripassata.
Il primo film in questione è In The Mood For Love. Il capolavoro di Wong Kar Wai è probabilmente il caso più egregio di un completo dietro-front che mi sia capitato di fare. Lo vidi la prima volta giovincello, e in un periodo di particolare appagamento sentimentale che probabilmente fu d’ostacolo all’apprezzamento della straziante e tragicomica malinconia che lo pervade. Rivisto anni dopo è stata una rivelazione: sensorialmente lussureggiante, ai limiti dell’appagamento fisico, eppure così svampito e casual, una vetta di livello assoluto.
La seconda pellicola è Vertigo (La donna che visse due volte in Italia), film di Hitchcock recentemente “eletto” miglior film della storia dall’autorevole sondaggio della rivista Sight & Sound. Come potreste non sapere, se Hitchock non è il mio regista preferito ci va molto vicino, ed è quindi con un certo sgomento che più volte ho dovuto constatare come uno dei suoi film più acclamati non rientri nelle mie preferenze. Troppo macchinoso per funzionare come mistero, troppo furbetto e subdolo per sortire un vero impatto melodrammatico (e diciamocelo, Kim Novak non è certo un genio della recitazione), Vertigo è un film riguardo al quale non ho mai saputo che pesci prendere e che mi ha deluso più volte e in diverse fasi della mia vita. Ne ho il blu-ray, dunque un’ultima chance la riceverà in un futuro non so quanto prossimo, ma questa volta non gli permetterò di tradire aspettative che non potranno che essere molto basse.

Rethink! Microsoft & Nokia di nuovo in campo

RETHINK! Questo il leitmotiv editoriale della settimana speciale di Polinice.

Il termine rethink, nell’accezione del significato italiano di “ripensare”, non sembra essere un termine adatto questo magazine e a questa rubrica. Il motivo risiede nell’aver persisto ed improntato i temi affrontati sullo spirito originario di Polinice. Tale spirito, consiste nell’affrontare i temi proposti in maniera enciclopedica, avvalorando le analisi personali con fonti di più organismi o media. Eppure, “Rethink” appare essere un’occasione imperdibile per chi, come il sottoscritto, vuole ampliare analisi di qualche tempo fa.

Un’opportunità per concepire il termine “Rethink” come “rimodulazione” o “nuova analisi” di ciò che si è scritto tempo addietro. Con un lavoro incentrato su fonti, report finanziari e riferimenti agli articoli dei maggiori Centri di Studi, un “ripensamento” nella sua totalità sarebbe una sconfessione.

La mia personale “rimodulazione” non può non intrecciarsi con la stretta attualità. Preso dalla decisione di analizzare nuovamente l’articolo che ha avuto più successo e convinto di aver terminato tale lavoro, nella giornata dell’altro ieri, sono stato preso in contropiede. Non da persone in disaccordo, bensì dagli stessi protagonisti della fortuna analisi dell’estate 2012. L’articolo in questione era “Nokia al bivio fra fallimento e rivincita”. Dopo un anno, i due attori economici sono ancora lì e se un tempo rappresentavano due realtà eterogenee, da 48 ore sono un’unica compagnia. Ciò comporta un “ripensamento” o una nuova analisi.

L’analisi dello scorso anno prese in considerazione molti elementi che ora si sono concretati. Questi elementi spaziavano dal titolo Nokia, passando per i brevetti posseduti dalla compagnia di Helsinki, per finire all’alleanza con la Microsoft di Bill Gates. Poc’anzi scrivevo “alleanza”, ma neanche i più avveduti analisti avrebbero mai pensato ad un’acquisizione in tempi così brevi. Infatti, tra analisti ed esperti del settore si riteneva che Bill Gates, prima di conquistare il maggior gruppo europeo di telefonia, avrebbe aspettato di vedere i risultati ottenuti dall’acquisizione di Motorola da parte dei “nipotini” di Google. Il tutto previsto anche dalle indiscrezioni del Wall Street Journal, personalmente non mi aveva convinto. La domanda dell’epoca e di ora resta una – Perché legarsi ad un terzo gruppo, quando Android ha fortemente dimostrato con numeri e tecnica di essere il miglior software? -. Forse, non riceverò mai risposta, ma il Ceo di Nokia Stephen Elop data la sua promozione a capo di quella che era la sua società di un tempo ovvero Microsoft, sicuramente starà pensando che per lui è stata un’ottima mossa.

In un anno, molti elementi sono evoluti, l’analisi iniziale proposta su AltriPoli si concretata a pieno ed i cambiamenti del mondo 2.0 si dissolvono di giorno in giorno. Viene da chiedersi, quali siano i cambiamenti e le modalità, che hanno portato Bill Gates a scendere sia nella veste di produttore di software che di hardware per la prima volta della storia.

Innanzitutto, vi è l’assoluta ascesa nel mondo dei software per la telefonia di Google con Android, la cui prossima versione dopo l’accordo con la svizzera Nestlè si chiamerà “Kit Kat”. In secondo luogo, l’odiata Apple (controllata per il 10% dalla stessa Microsoft), che da otto anni è l’indiscussa protagonista del mercato dei dispositivi di telefonia mobile appare al momento, nonostante la dipartita di Steve Jobs, irraggiungibile. Infine, l’ormai leader nella produzione dei PC ovvero la cinese Lenovo si era da qualche tempo affacciata nella Scandinavia.

In questo quadro i frutti della ormai ex partnership con Nokia hanno dimostrato che non tutto è perduto o quasi, i dati dell’ultimo trimestre secondo Kantar ha visto il Windows Phone raggiungere l’8% del mercato delle vendite in Europa, il 3% nel resto del mondo. La critica da tempo apprezza con toni del tutto entusiastici la linea Lumia. Eppure tutto questo non ha fatto in modo che Nokia restasse Europea.

Il vero dato non è l’acquisizione de i device di Nokia da parte di Redmond. Il vero dato, da me trascurato e su cui ho da “Ripensare / Rethink” è che a crollo dell’Europa non vi è e sarà fine. Infatti, con i lavoratori finlandesi salvaguardati l’Europa, anche quella del prodigioso Nord, rimane prima dei suoi gioielli e del suo “Know how”. Nell’operazione finanziaria dell’anno dalla cifra record di 7,5 miliardi di dollari è inclusa la licenza decennale dei brevetti finlandesi, la società che per logo non ha un’immagine bensì un suono il Nokia Tone, genera profitti ogni anno dalle proprietà intellettuali a lei appartenute per una cifra che si attesta intorno ai 500 milioni di dollari. Con gli input dei consumatori, irrimediabilmente scompaiono dall’Europa la ricerca tecnologica e industriale telefonica. Lo stesso avvenne con la Volvo, la cui acquisizione ha portato la Cina in un lustro da mercato insignificante a leader dell’industria automobilistica e navale mondiale.

Queste righe le dedico a chi dovrebbe avere un “ripensamento” sull’importanza delle scelte economiche sulla geopolitica, la politica internazionale e la commistione perpetua che da sempre riguarda le scelte internazionali. Le dedico a chi vorrebbe e pensa AltriPoli e gli altri magazine indipendenti di settore, semplici riproduttori delle veline Ansa o banali stesure di analisi ormai alla mercé dei bar di quartiere.

Quanto alla “rimodulazione” della mia analisi su Nokia e Microsoft, rilancio e raddoppio la scommessa di un anno fa. Nell’estate 2012 invitai a puntare sul titolo Nokia ed i dati inconfutabili dei listini borsistici mi hanno dato ragione. Ora, vi esorto a provare a comprare titoli e prodotti Nokia – Microsoft (non ci sponsorizzano, tranquilli!). Sicuramente starete pensando allo strapotere del brand Apple e alla diffusione incontrastata di Android. Eppure, qualche anno fa, nonostante le critiche del grande pubblico, Microsoft conquistava con la sua consolle X-Box i salotti di mezzo mondo. Quel che da un anno non è mutato è la mia nostalgia sempre più grande per i tempi del 3310 Nokia. Ma, questo non è un dato economico rilevante, semmai una scelta individuale a cui nemmeno Nokia fa più caso.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Ho cambiato idea su Quine

Ri-pensare quello che abbiamo pensato: ragazzi non è facile. È un notevole esercizio di umiltà al quale anche noi di PoliNietzsche abbiamo deciso di prestarci, inaugurando la settimana di “Rethinking Polinice”, dedicata proprio al tema di “cambiare idea”.

Su cosa ho cambiato idea? Ho dato un’occhiata tra gli articoli scritti qualche tempo fa e ne ho trovato uno che mi lasciava non dico insoddisfatto – peggio. Sì, voglio confessarvelo: quando ho trovato il mio articoletto su W.V.O Quine del settembre scorso mi sono sentito proprio in colpa.

Tim Townsley – “W. O. Quine”

Quine è uno stronzo. È vero. Chiunque sia passato per uno dei suoi testi conosce quel senso di disagio che le sue parole, nette e affilate, provocano in noi studentelli di filosofia pieni di belle speranze. Quine è un filosofo che getta fango sulla filosofia. Il che è un problema. Non solo perché manda in pappa la testa di noi studentelli che ci chiediamo come ciò sia possibile, ma perché chi come me si immagina la Filosofia, o meglio Sofia, come una sorta di angelica signorina – per altro abbastanza gnocca – un oltraggio del genere proprio non può sopportarlo. E allora si prende la penna e si corre in difesa della bella Sofia. Così avevo fatto lo scorso 12 settembre. Un anno fa (qui il link).

E oggi?

Intendiamoci, non ho intenzione di lasciare Sofia alla mercé di Quine. Voglio tuttavia ammettere di essere stato troppo impetuoso l’ultima volta, ho taciuto degli aspetti del pensiero del filosofo americano sui quali oggi vorrei far luce – non ultimo per espiare il mio senso di colpa.

Riprendiamo il famigerato articolo del 2012. Qui sottolineavo alcuni aspetti della filosofia del linguaggio di Quine. Vediamo.

Secondo Quine il linguaggio nasce dal confronto che i nostri sensi hanno con la realtà. Da bambini, impariamo che la “macchia” che corre per il prato di casa nostra abbaiando e portando in bocca un osso si chiama «cane». Impariamo così che ogni cosa ha un nome. Successivamente ci rendiamo conto che l’oggetto cane ha delle caratteristiche: impariamo a questo punto a predicare e asseriamo «il cane è marrone». Il passo conclusivo è il più importante. Con il tempo il bambino impara a fare delle predizioni, del tipo: «Se il cane ringhia, allora è arrabbiato».

Queste predizioni sono il momento che fa esplodere il nostro processo di conoscenza, lanciandoci nel mondo della scienza. In fondo la struttura logica di «se il cane ringhia, allora è arrabbiato» è la stessa di «se il triangolo ABC è tale che l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa sia uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti, allora ABC è un triangolo rettangolo».

Detto questo mi ero trovato a sottolineare un fatto: tutte queste asserzioni, anche le più complesse, in fondo derivano da quel nostro primordiale contatto con la realtà empirica. Se da bambini non avessimo imparato ad attribuire il nome «cane» alle cose-che-abbaiano di certo non avremmo mai imparato il teorema di Pitagora. Almeno nella prospettiva di Quine, per il quale il fondamento del linguaggio sta proprio nei sensi, nell’esperienza.

Ecco, io criticavo proprio questo punto. Dicevo: dato che i sensi sono qualcosa di individuale, fondato sulla materialità del corpo del singolo individuo, quello che Quine sta facendo è dare una fondazione individuale e singolare del linguaggio. Il che non è accettabile, poiché il linguaggio è qualcosa di pubblico, non può essere privato. I significati delle parole devono essere condivisibili da tutti coloro che fanno uso del linguaggio e la ragione è semplice: come si fa a far scienza se il suo primo strumento – il linguaggio, appunto – ha una fondazione arbitraria?!?

Ora, la mia obiezione in effetti era appropriata. Oggi però vorrei proporvi la contro-obiezione al mio argomento. Un quineano avrebbe risposto sottolineando come la fondazione del linguaggio sia certamente empirica, ma non per questo arbitraria. Il perché di questo fatto sta nell’evoluzione della specie.

Spostiamoci nella savana. In un villaggio africano nascono 10 bambini. Questi imparano il linguaggio come tutti noi, nella prospettiva quineana, confrontandosi con il mondo empirico. Il mondo empirico nel quale questi bambini crescono è pieno di pericoli: immaginatevi l’effetto che il primo incontro con un leone può avere su questi giovani essere umani. Questa esperienza è però rilevante. In tale circostanza il bambino deve imparare a formulare l’implicazione «se quell’oggetto è un leone, allora io devo scappare».

Ipotizziamo che di quei 10 bambini uno non abbia imparato a formulare tale asserto. Cosa accadrebbe? Semplice. Con tutta probabilità morirebbe. Una volta cresciuto, lasciato solo, fuori dal villaggio nel giorno della sua iniziazione, davanti al famigerato leone potrebbe mettersi a fare lo scemo pensandolo innocuo, facendosi così sbranare. Il suo apparato percettivo, evidentemente, aveva strutturato l’implicazione fallace (α) «se quello è un leone, allora è innocuo», al posto della corretta (β) «se quello è un leone, allora io devo scappare».

Dal punto di vista evolutivo il risultato è impietoso: i 9 ragazzi capaci di formulare (β) sopravviveranno al giorno della loro iniziazione e troveranno una moglie ciascuno con la quale mettere al mondo prole. Il povero scemotto, invece, morirà prima di riprodursi, estinguendo il ramo di coloro che davanti al leone dicono «giochiamo?!».

La selezione naturale, impietosa, fa in modo che si determini un’armonia degli apparati percettivi tra i parlanti. In questa maniera il linguaggio risulta avere fondazione empirica ma non arbitraria.

Ecco su cosa ho cambiato idea: se si ammette la prospettiva di Quine, non si può dire che il suo sia un linguaggio fondato sull’arbitrio.

È evidente, tuttavia, che delle questioni rimangano aperte: (1) nessuno ci costringe ad ammettere tale prospettiva evoluzionistica; (2) nessuno ci costringe ad ammettere che il linguaggio sia fondato sull’esperienza. Per i quattro fidati lettori interessati alla questione, prometto: ci torneremo su a breve. Ho però già annoiato sufficientemente gli altri e per oggi, dunque, vi saluto.

Giulio Valerio Sansone – PoliNietzsche

Essere o non essere un cerchio

“Il cerchio diventa cerchio quando si chiude”, quando l’inizio della linea si congiunge con la sua fine, come una testa di serpente che curvandosi tocca la propria coda.
Una linea diventa figura quando finisce di tracciarsi, quando ad un certo punto del suo percorso si definisce. Il cerchio è diventato cerchio quando è stato deciso che dovesse curvarsi; ma se quella linea non avesse voluto curvare? Se avesse voluto tracciarsi all’infinito od interrompersi? Se fosse voluta diventare per esempio un triangolo anziché una sfera? Non avrebbe potuto farlo perché l’essere geometrico, privo di vita, davanti ad ogni cambiamento è impotente, e così anche l’elemento della natura, il quale è vivo ma destinato solo ad un certo tipo di cambiamento. Invece l’essere umano, il quale eccede di vita, vive e poi rivive all’infinito spinto per natura al cambiamento: egli è libero di definire e deviare la sua “linea”, di modificare l’aspetto, di cambiare la rotta.

Insomma, cambiamo idea. E siamo gli unici a poterlo fare in modo vincente, poiché continuamente abbiamo interlocutori e oggetti di paragone che, in modo cosciente e non, influiscono sulle nostre scelte; spesso sappiamo mantenere un certo equilibrio tra ragione e istinto ed abbiamo anche una certa attitudine a interpretare il fato, ad analizzarlo e ad accettarlo. Il cambiamento avviene nella maggior parte dei casi nei momenti di sospensione della realtà, di reingresso alla realtà più vera: la libertà dai vincoli, dalle dinamiche dello spazio e del tempo, dai giochi della società, è la sola condizione nella quale si possa definire la via, di chiudere il cerchio, pur potendo decidere di diventare un triangolo.
Se i gatti hanno nove vite gli uomini ne avrebbero potenzialmente infinite, ma spesso la volontà nichilista, la “nolontà”, allontana lo spirito dalla fiducia nel poter riformulare le dinamiche, dal poter ricreare nuove forme di pensiero. La nolontà porta ad un’accettazione distorta, non ad un’accettazione “scelta” e voluta, ma rimasta, “noluta”, impoverita ed impigrita dal non voler andare oltre ai confini delle proprie convinzioni, del proprio ego-centrismo, della propria ragione a discapito non solo di quelle degli altri, ma di quelli molteplici che covano nel nostro essere. Noi siamo molteplici e presto o tardi lo scopriremo, rileggendo un libro già letto con altri occhi, rivivendoci con meraviglia al contrario, iniziando a prendere coscienza di essere stati noi stessi i creatori delle nostre credenze, di sempre nuovi idòla e di punti di riferimento passeggeri.
Ogni volta che passiamo da una faccia all’altra del nostro essere ci viene detto che assumiamo una maschera, ma spesso questa maschera non è altro che un nuovo viso vero e proprio, che si trasforma e che potremmo definire come una sorta di “reincarnazione in vita”.

“Il cerchio diventa cerchio quando si chiude” sta a significare che una realtà, che in questo caso pur essendo geometrica è condizionata dal volere dell’uomo il quale la disegna, diventa tale solo quando la linea si ricongiunge, quando il tratto finisce, quando è la fine del movimento che apre i battenti ad una nuova figura, ad un nuovo tratto di penna. A quel punto si guarda indietro e si vede ciò che è stato disegnato, creato o vissuto: si vede il risultato e lo si vede con quella distanza giusta che permette di comprendere i motivi, di tracciare “la linea” logica dei fatti che giunge ai nostri piedi pronta a mettere in discussione le nostre credenze presenti e a trasformarne il senso.
Nella “Teologia politica” Carl Schmitt asserisce che “Sovrano è chi decide sullo Stato di eccezione” (uno “stato totale per energia” che nel momento “limite” deve poter esprimere il potere senza limiti, stravolgendo le regole “giuridiche” per poter giungere ad una soluzione “politica”), un’espressione questa che vorrei poter estrapolare dal suo imponente senso teorico e dai paradossi che esso ha creato nella storia della filosofia, ed utilizzare per introdurre il senso, un po’ più “terra terra”, di questa delirante questione di cerchi e cambiamenti nel quale è lecito essere sovrani e poter stravolgere la normalità/norma.

Il mio compito oggi è quello di battere il terreno con un concime diverso nel campo di idee di Polinice, che tutta la prossima settimana [dal 4 al 10 di settembre] si dedicherà a ripiantare nuovi semi, a considerare la possibilità di poter vedere in un’altra luce le credenze passate, fino al punto di poter CAMBIARE IDEA sulle idee stesse.
Si ricomincia così, partendo dall’analisi della fine, dello “scadere” di alcune delle nostre idee (o del “ cadere” di esse dall’Iperuranio, direbbe Platone), perdare spazio al nuovo, e farlo vivere da uno dei tanti nostri sé.

“Non potete sperare di unire i
puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle:
dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono
senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere
in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il
vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai
lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.”

S. Jobs (dal discorso ai neolaureati di Stanford)

 

Costanza Fino – PoliNietzsche