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WHEN IN ROME — A COLLECTIVE REFLECTION UPON THE ETERNAL CITY

La mostra Re-Constructivist Architecture, dopo le tappe di New York, alla Ierimonti Gallery, e Roma, alla Casa dell’Architettura, giunge a Londra — più precisamente alla sede del Royal Institute of British Architects al 66 di Portland Place, arricchita dal gruppo di lavori della mostra Unbuilt Rome, organizzata da Campo: l’unione di queste due “forze” ha dato luogo ad un incontro fra quattordici riflessioni teoriche e di ricerca su un’ipotetica “casa nella campagna romana” – una Roma che potrebbe esistere – e nove riletture di altrettanti progetti mai realizzati – una Roma che poteva esistere.

Questo doppio punto di vista sulla città di Roma ha preso il nome di “When in Rome”, abbreviazione dell’espressione “When in Rome… do as Romans do”. Di solito indicata per dire di “seguire la corrente”, qui vuole essere focalizzata su Roma stessa: quando sei a Roma, fai come i Romani, inteso come gli architetti che hanno contribuito a costruire la storia della città eterna. La base da cui partire: un linguaggio e una teoria.

Roma è una metropoli con un’identità tutta sua, al di fuori di una percezione del tempo lineare: ogni suo passato diventa un presente in uno stato di perenne continuità monumentale. Crisi e continuità abitano gli stessi spazi: mura antiche di mattoni fiancheggiano anonime “palazzine” e fra di loro tutta la follia della città, traffico incessante, turisti accecati dal sole abbagliante e la polvere rosa che unifica tutti i colori, come direbbe Ludovico Quaroni. E ancora: linguaggi e tradizioni, ricerche e cliché, culture e avanguardie, il più sacro e il peggior profano, tutto ciò insieme compone una cartolina vivente dall’inimitabile capacità di rinnovarsi.

Dov’è in tutto ciò un linguaggio architettonico? Dove possiamo trovare un sistema per ricostruire, una tradizione da recuperare? In un’epoca come la nostra, dove le immagini si moltiplicano e le ispirazioni si indeboliscono, c’è ancora qualcosa da rileggere nell’antico paesaggio della campagna romana? Le cartoline viventi di Roma sono ancora in grado di rinnovare e ispirare l’architettura?

La mostra When in Rome esplora questa possibilità attraverso il lavoro di un folto gruppo di studi gestiti da giovani architetti: la possibilità di un’architettura nata da una profonda riflessione sul passato che produce qualcosa di nuovo, rivolto al futuro. Una reazione alla perdita di identità contemporanea che dimostra una particolare attenzione alla teoria e alla ricerca sull’architettura, da una generazione di architetti nata durante gli anni ottanta, una controcorrente che recupera un dibattito architettonico compresso tra le incombenti figure dello star system dell’architettura.
Il loro approccio teorico, critico e di ricerca storica punta a ritrovare una nuova dimensione al tema architettonico.

L’incontro di due punti di vista, la Roma che potrebbe essere (con Re-Constructivist) e la Roma che sarebbe potuta essere (con Unbuilt Rome): una doppia visione verso il passato e il futuro, come quella delle numerose immagini di Giano, divinità latina degli inizi, che guarda contemporaneamente avanti e indietro. Le due mostre condividono l’intenzione di comprendere lo stato contemporaneo dell’architettura attraverso la lente della città di Roma: una lente che da sempre attraversa il passato per esplorare il futuro, distillando il meglio e ciò che è più interessante per sviluppare un metodo che l’architettura possa esplorare. Citando Ernesto Nathan Rogers, potremmo dire che siamo costantemente in uno stato di crisi o di continuità, dipende da come si considera la realtà corrente: se consideriamo ciò che persiste, ciò che rimane – allora siamo in uno stato di continuità; se ci concentriamo su ciò che potrebbe accadere, cosa può emergere da un futuro incerto, allora saremo in uno stato di perenne crisi. La chiave, dunque, è una doppia visione: l’abilità di comprendere ciò che persiste ed esplorare quel che può arrivare, una qualità fondamentale per l’architetto. Questa dualità, il passo indietro che prepara lo slancio in avanti, è ciò che rende, a nostro parere, la ricerca sulle virtù dell’architettura Romana non solo necessaria e interessante, ma infine anche utile e attuale, sempre viva e contemporanea.

Re-Constructivist Architecture (in precedenza alla Galleria Ierimonti di New York e alla Casa dell’Architettura di Roma) espone il lavoro di quattordici studi di architettura internazionali sul tema della “villa nella campagna romana”. Un esercizio di progettazione inteso come indagine tipologica o, più in generale, una meditazione sull’autonomia della disciplina architettonica.

Dall’altro lato, Unbuilt Architecture (in precedenza nello spazio di Campo, a Roma) esplora l’idea di città attraverso nove progetti per Roma non realizzati. Nove studi italiani hanno lavorato su questo invisibile, ma comunque presente, patrimonio che continua a influenzare la cultura e il dibattito architettonico della città.

La combinazione di questi lavori è, infine, un sentito omaggio alla città di Roma, un omaggio alla città che così tanto ha influenzato generazioni di architetti. Il primo passo verso la ripresa di una fondamentale tradizione architettonica.

 

When in Rome è curata da Jacopo Costanzo, Giulia Leone e Valentino Danilo Matteis.

Royal Institute of British Architects, London, 5 Settembre – 8 Ottobre 2017  _

Biennale 2018: cosa aspettarci da Yvonne Farrell e Shelley McNamara

Lo scorso 19 Gennaio il Cda della Biennale di Venezia ha annunciato che a curare la 16^ Mostra internazionale di Architettura del 2018 saranno Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondatrici dello studio irlandese Grafton Architects. Lo studio è ben noto sulla scena internazionali per realizzazioni di prestigio – specialmente nel campo dell’istruzione superiore – ed è attivo dal 1978, è stato insignito di diversi premi e vanta già tre partecipazioni alla Biennale. Che Biennale possiamo dunque aspettarci dalle due curatrici?

Per iniziare, una considerazione sul contesto culturale in cui avviene l’assegnazione della curatela: nel giro di pochi mesi i Grafton vengono insigniti del RIBA International Prize 2016 per il miglior progetto con il nuovo campus dell’UTEC – University of Engineering and Technology in Perù, definito un capolavoro di Brutalismo sensibile, sono stati inseriti nella Shortlist dello European Union Prize for Contemporary Architecture – Mies van der Rohe Award per la sede della facoltà di medicina dell’Università di Limerick e Paulo Mendes Da Rocha, sul cui lavoro le stesse architette avevano incentrato il proprio intervento alla Biennale del 2012 vincendo anche il Leone d’Argento, riceve la Riba Royal Gold Medal. Una convergenza di attenzioni e riconoscimenti che, trattandosi di uno studio che esercita solidamente la professione da molti anni, determina una continuità con il trend degli ultimi anni e che vede la comunità internazionale sempre più interessata al rapporto tra progettisti e società, tra architettura e territorio. Continuità ribadita anche dalle parole del Presidente della Biennale di Venezia:

La Mostra di Alejandro Aravena ha offerto ai visitatori un esame critico dell’evoluzione dell’architettura nel mondo e ha sottolineato l’importanza che una qualificata domanda da parte dei singoli e delle comunità incontri una risposta altrettanto efficace, confermando così il fatto che l’architettura fa parte degli strumenti della società civile per organizzare lo spazio in cui vive e opera. Su questa linea Yvonne Farrell e Shelley McNamara riprenderanno lo stesso tema da un altro punto di vista volgendo attenzione alla qualità dello spazio pubblico e privato, dello spazio urbano, del territorio e del paesaggio quali riferimenti principali e finalità della stessa architettura. Le curatrici, note per la raffinatezza del loro lavoro, sono conosciute anche per una intensa attività pedagogica e per la loro capacità di coinvolgere e appassionare le nuove generazioni.”

Per capire meglio l’idea architettonica che sostiene l’attività di Grafton partiamo proprio dall’ultima delle affermazioni di Baratta, ovvero la loro attività pedagogica. Farrell e McNamara hanno iniziato ad insegnare, grazie ad un’illuminata politica dell’UCD (University College Dublin), un solo anno dopo essersi laureate, ed hanno proseguito la loro attività di insegnamento sino al 2002 presso lo stesso istituto e sono state anche docenti all’Accademia di Mendrisio, all’EPFL di Losanna, ad Harvard e Yale. Accanto a questa prestigiosa carriera hanno concentrato l’attività dello studio proprio sul tema dell’educazione: a partire dal 2003, con la North Kildare Educate Together School, hanno realizzato almeno dodici edifici di rilievo legati al tema dell’educazione. Alcuni di questi sono certamente più celebri di altri: il progetto per la sede dell’Università Bocconi, nel 2008, e quelli già citati per la facoltà di Medicina dell’Università di Limerick e il campus dell’UTEC, in particolare, sono stati oggetto di molte pubblicazioni e vincitori di molti premi.

Grafton Architects - UTEC Campus
Grafton Architects – UTEC Campus

Da una parte abbiamo quindi l’attività didattica che, con le parole della stessa McNamara, “ha fornito 25 anni di conversazioni sull’architettura per conoscere il lavoro di altri ed il proprio lavoro”, dall’altra un’esperienza progettuale che si basa su due forti assunti: il primo è il radicamento al territorio in cui operano; il secondo è la convinzione, ereditata e condivisa da Mendes da Rocha, che l’architettura sia una nuova forma di geografia o, se si preferisce, che la geografia sia una forma primordiale di architettura.

Grafton Architects, UTEC campus
Grafton Architects, UTEC campus

Partendo dal primo assunto: il radicamento al territorio, che non è solo quello irlandese in cui sono formate, ma quello in cui operano, è evidente in molte delle opere di Grafton, a partire dalla mostra della Biennale del 2012. In quell’occasione infatti, accanto allo studio plastico delle opere di Mendes da Rocha, erano stati esposti i primi modelli del campus dell’UTEC ed accanto ad essi una selezione fotografiche di luoghi che avevano guidato la progettazione. E a vedere l’edificio, infatti, non stupisce che la selezione fotografica fosse dominata da scene fortemente orografiche: un interessante parallelismo tra la conformazione territoriale di Machu Picchu e l’isolotto di Skellig Michael, da cui gli architetti non elaborano solo una strategia morfogenetica dell’edificio, ma l’idea di identificare ambiti di intimità in un paesaggio sconfinato. Lo stesso tipo di interesse è tanto più evidente nel padiglione Pibamarmi all’edizione Marmomacc 2012, in cui i Grafton rielaborano l’idea del Burren – il cretto pietrificato irlandese – in un allestimento dal sapore apparentemente neoplastico, ma che è in realtà ispirato alle forze telluriche che muovono la terra. Ma il radicamento non ha solo a che vedere con la composizione spaziale, sempre connotata da questo binomio tra spazio intimo e spazio pubblico: l’uso dei materiali ed il linguaggio cercano sempre una connesione con il contesto edificato, una continuità con la tradizione costruttiva. Non è certamente una scelta puramente espressiva quella che guida la Farrell e la McNamara ad utilizzare il laterizio nel progetto per l’Università di Limerick: si tratta invece di un vero imprinting, di un riconoscimento in una cultura, di un adattamento delle esigenze progettuali al contesto.

Grafton Architects, The Burren
Grafton Architects, The Burren

Accanto a questo aspetto locale, l’idea che l’architettura sia geografia è l’altro fattore cardine del lavoro di Grafton. Quando si parla di geografia si intende lo studio e la descrizione della conformazione superficiale della terra. Non si parla quindi di paesaggio, né di natura, ma di forma del territorio. Anche questo, ancora una volta, legato all’imprinting irlandese delle fondatrici: un territorio fortemente tettonico, in cui le scogliere si stagliano dure sulla costa, in cui il contrasto fra la roccia scura e l’acqua generano una continua dualità, in cui la massa predomina. Ma l’architettura di Grafton non vuole uniformarsi alla geografia, piuttosto crearne una nuova. Questo appare evidente guardando tanto il già citato progetto per il campus dell’UTEC, che determina una nuova geografia urbana distinta sui due fronti, quanto il progetto per l’Università Bocconi di Milano. Anche in quest’ultimo caso la geografia generata vive di una dualità: l’esterno, fortemente stereometrico, determina un rapporto chiaroscurale tra le masse dei corpi longitudinali, nella lavorazione del corpo del fronte strada e nello scavo del corpo d’ingresso; d’altra parte l’interno, specialmente nella sala conferenze, assume piuttosto l’aspetto di una massa generata da forze tettoniche, fortemente plastica.

Grafton Architects, Bocconi
Grafton Architects, Bocconi

Se questa è la poetica dello studio, che biennale proporranno dunque la Farrell e la McNamara? Io credo sarà una biennale con molta architettura, più delle ultime due certamente. Una biennale di professionismo solido, che cercherà di coniugare una ricerca plastica contemporanea con la dimensione del locale, come l’attuale trend pare confermare.

Rafael Moneo, Architetto.


Malgrado la straordinaria proliferazione di studi di progettazione in tutto il paese, malgrado la triplicazione degli istituti di formazione a partire dagli anni Ottanta ad oggi (ma non preoccupatevi, noi italiani per questo record assolutamente controproducente rimaniamo in testa!) e malgrado la stratosferica quantità di denaro europeo, statale e regionale investito nella costruzione di nuove infrastrutture,  la Spagna può annoverare ad oggi un gruppo ristrettissimo di architetti di fama mondiale.

Principe tra questi è indubbiamente José Rafael Moneo Vallés.

Moneo è architetto pluripremiato, unico tra gli spagnoli ad aver ricevuto il premio Pritzker (1996), nonché vincitore del Mies van der Rohe Award (2001) e della Royal Gold Medal for Architecture del RIBA (2003). Sicuramente non stiamo scovando un architetto emergente o tessendo le lodi di un professionista in ombra rispetto alla critica internazionale. Ed allora perché ribadirne il valore?

I motivi sono principalmente due. Il primo è che Moneo è un architetto come non se ne fanno più. Intellettuale a tutto tondo e persona di cultura immensa. E’ riuscito a ritagliarsi un ruolo unico: professionista dotato di una sensibilità fuori dal comune, professore impegnato fin dagli inizi nelle università, critico acutissimo e profondamente inserito nella ricerca del contemporaneo e non solo. Moneo ha costruito in tutto il mondo, ha insegnato in tutto il mondo, ha alimentato il dibattito e tenuto conferenze in tutto il mondo. Senza mai smarrire la sue radici e la sua identità, la sua eleganza, la sua compostezza, la sua chiarezza nell’affrontare i temi più complessi e spinosi in campo architettonico. 
E’ interessante come non sia fuggito di fronte ad un compito delicato, a volte ingrato, dal quale molti amano sottrarsi per questioni di convenienza, ovvero quello di porre sotto la lente di ingrandimento il lavoro dei propri colleghi contemporanei.

Perché un conto è sentirsi esaminato da un critico, un giudice estraneo alla battaglia della professione, un conto è quando a dare un giudizio di valore è un tuo omologo (http://www.electaweb.it/catalogo/scheda/978883702950/it). Ed ecco che l’architetto spagnolo è capace di dare del tu alle architetture di Hadid o Eisenman, Hejduk o Rossi, senza essere rapito da facili entusiasmi o da gratuite critiche al vetriolo. 
Lo ha fatto recentemente anche a Roma, all’Accademia Nazionale di San Luca, dove coadiuvato da un altro illustre ospite, lo storico James Ackerman, ha affrontato un tema cruciale come il disegno di architettura per la storia e il progetto.

Museo di Arte Romana, Merida, Spagna
Proprio questa apparizione romana mi offre lo spunto per dichiarare il secondo motivo per il quale ritengo Moneo un architetto prezioso, anzi preziosissimo. Moneo è uno degli ultimi custodi della  migliore tradizione architettonica italiana. Una sorta di grillo parlante che riesce ancora a destare una coscienza oramai sopita ed avvelenata dalle tristi vicende che attraversano il nostro Paese. Si è formato in quell’epoca in cui, cito testualmente le sue parole, “erano i due centri di maggior interesse per l’architettura, l’Italia e gli Stati Uniti”[1].  Moneo ha vissuto un’epoca, non troppo lontana, anche se oggi apparentemente mai esistita, nella quale alcune personalità di immenso valore hanno dato lustro alla nostra Scuola di Architettura. Inutile ricordare come proprio dall’attento studio di quella Scuola si siano poi formati molti degli architetti di riferimento di oggi, vedi Meier, Holl, Koolhaas, fino a Moneo stesso il quale ha soggiornato a Roma per due anni, dal ’63 al ’65, grazie ad una borsa presso l’Accademia di Spagna. E questo cordone ombelicale non è stato mai reciso dall’architetto spagnolo, anzi rivendicato, come gli anni di formazione presso lo studio di Jørn Utzon, il celebre architetto de l’Opera House di Sydney.

Stazione di Atocha, Madrid, Spagna
Raccontiamo quindi un uomo, un Architetto, custode di un sapere raro e dal valore inestimabile.
Jacopo Costanzo 




[1] Casabella 724, luglio-agosto 2004, Architettura in Spagna, cinque domande a O.Bohigas, L.Mansilla, J.L.Mateo, R.Moneo. pag. 41