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Did my time, took my chances

Ang Lee è un regista che nella sua carriera ha spaziato molto, e nella maggior parte dei casi con ottimi risultati, tra tipologie di film anche molto lontane l’una dall’altra. È uno di quei personaggi che stanno simpatici un po’ a tutti per il mirabile equilibrio con cui ha saputo portare avanti la sua carriera in America senza lasciarsi inglobare dalla macchina produttiva Hollywoodiana -come spesso succede agli “emigrati”- ma mantenendo sempre un’acuta capacità di toccare le giuste corde del pubblico, che infatti lo ha spesso premiato al botteghino.
Non credo sia un autore di livello assoluto, ma è sicuramente un “artigiano” (levando al termine l’accezione denigratoria che a volte assume in ambito cinematografico) dalle molte risorse e dalla notevole sensibilità, ed entrambe queste qualità le ritroviamo senz’altro nel suo ultimo film, Vita di Pi.
Tratto da un romanzo di grande successo, il film racconta la storia di un ragazzo indiano sopravvissuto al naufragio della nave che avrebbe dovuto portare lui e la sua famiglia in Canada per iniziare una nuova vita. L’unico altro sopravvissuto al naufragio, per il disappunto di Pi, è un esemplare di tigre del Bengala di nome Richard Parker che lo accompagnerà durante il viaggio salvo poi scomparire non appena i due riusciranno a toccare terra.
Verso la fine del film viene svelato un doppio fondo metaforico della storia che è sicuramente un tocco apprezzabile, ma l’alpha e l’omega del film sono innegabilmente i suoi effetti speciali e l’aura esotico-new age che lo caratterizzano sin dai titoli di testa.
Lo stile visivo del film peraltro ricorda in un certo qual modo quello di un altro outsider di Hollywood, l’indiano Tarsem Singh, che si è fatto la reputazione di bizzarro inventore di mondi improbabili, e che sarebbe stato probabilmente un ottimo candidato per la regia di un film di questo tipo.
Tornando al film che è stato fatto davvero, si potrebbero sicuramente avanzare alcuni appunti: la sospensione dell’incredulità richiesta allo spettatore è a volte eccessiva anche per una pellicola di questo genere, e la scarsa cura che è stata riservata all’immagine fotografica del film, specie se paragonata con l’opulenza degli effetti visivi computerizzati, gli impedisce di ottenere la completa magnificenza visiva di un film come Lo Hobbit che è probabilmente un film più comparabile di quanto non possa inizialmente sembrare.
Life of Pi non è un film che passerà alla storia, per farla breve, ma il tocco umanistico di Lee, e l’innegabile profusione di attenzione affinchè la visione del regista potesse prendere vita lo rendono una visione più che piacevole per fuggire dai tremendi postumi delle feste che tutti stiamo attraversando.