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We’re gonna die Morty! – “Rick & Morty”, la serie

Nello sconfinato panorama delle produzioni televisive contemporanee, ho visto diminuire sempre più il mio interesse verso le serie d’animazione. Fatta eccezione per un tardivo recupero di Evangelion qualche anno fa e sporadici abbrutimenti televisivi a base di Seth McFarlane, ho per anni trovato quasi insostenibile l’idea di seguire trame e intrecci privi di attori in carne e ossa. Solo di recente mi sono liberato di tale preconcetto incuriosito dalla descrizione di un cartone fattami da un amico, qualcosa tipo:”Fidati, è assurdo: uno scienziato pazzo alcolizzato è in grado di costruire qualunque cosa e si porta il nipote fagiano in giro per l’universo”. Bam! Instant crush per “Rick & Morty”.

Ideata nel 2012 da Dan Harmon e Justin Roiland, “Rick & Morty” affonda le sue radici nella tradizione dell’animazione per adulti, filone nato a fine anni ‘80 con i Simpson e che negli anni, in mille salse diverse, ci ha insegnato come l’equazione “personaggi disegnati = prodotto per bambini” non stesse più in piedi. La trama è quasi completamente riassunta dal virgolettato del paragrafo prcedente: in una serie di episodi autoconclusivi assistiamo alle peripezie dello scienziato Rick Sanchez, forse l’uomo più intelligente del pianeta, che divide il suo tempo tra menage familiare da middle class (vive con la famiglia della figlia), sbronze e avventure galattiche. E’ soprattutto in quest’ultimo contesto che il nostro si avvale dell’aiuto dell’unico parente che sembra dargli corda: il nipote quattordicenne e, forse, leggermente tardo Morty. Insieme i due affronteranno un’infinità di situazioni paradossali: dalla classica cattura aliena ai salti in infinite dimensioni fino all’esplorazione, dall’interno, del corpo di un barbone alcolizzato.

Gonorrea nel corpo del barbone. Ok.
Gonorrea nel corpo del barbone. Ok.

Tralasciando l’ovvio riferimento a Ritorno al Futuro (basti pensare che la serie nasce da un corto parodistico dello stesso Roiland, in cui un inquietante Doc convinceva Marty a praticargli una fellatio), “Rick & Morty” è una vera orgia di riferimenti al mondo nerd in tutte le sue sfaccettature: dalle citazioni sci-fi, fantasy e pop ai riferimenti a teorie scientifiche più o meno fondate, ma tutto è sempre integrato in maniera organica nella trama e mai sbattuto in faccia allo spettatore tanto per crearsi un’immagine. Ciò che in particolare mi ha colpito ed affascinato di questa serie è la sua evidente intelligenza: abituato ad anni di Griffin avevo ormai abbandonato la speranza di vedere infranta la triade cinismo-risate-idiozia. Capiamoci, non è che le avventure di Peter e famiglia non mi divertano, ma non posso togliermi l’impressione che l’apparente odio totalizzante dei suoi ideatori, se da un lato è un motore inesauribile di gag e prese per il culo, dall’altro sia di fatto figlio di un loro intrinseco senso di inferiorità intellettuale nei confronti del mondo che li circonda, che li porta sempre e comunque a fare di tutta l’erba un fascio. In “Rick & Morty” il discorso è diverso: se anche le bacchettature sanguinarie alla società contemporanea si sprecano, in più di un occasione è evidente la fiducia di fondo che gli autori nutrono nei confronti dell’uomo.

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Riferimenti pop ne abbiamo?

Un errore che mi sembra spesso di individuare nelle conversazioni che può affrontare chi, come me, non ha deciso di studiare filosofia all’università è quello di accomunare esistenzialismo e nichilismo. Io stesso, fino a poco tempo fa, associavo immediatamente i nomi di Kierkegaard, Camus o Nietzsche a concetti quali l’inutilità della vita, l’insignificanza dell’uomo e simili amenità. La stessa incomprensione può verificarsi nella visione di “Rick & Morty”: quella che a prima vista può apparire una serie interamente pensata per ridere alle spalle dei protagonisti e del loro continuo infrangersi contro gli “orrori dell’assurdo” (la vastità dell’universo, il significato relativo di norme che diamo per assodate, la freddezza di un universo esclusivamente razionale ecc), di fatto ridendo amaramente della nostra condizione di umani, è in realtà qualcos’altro. In più di un’occasione infatti traspare una visione molto più esistenzialista che, come potrebbe apparire, nichilista: i protagonisti, pur consapevoli di vivere in una realtà non conoscibile e dunque facilmente bollabile come insensata, sono i primi ad impegnarsi per perseguire i loro sogni e le loro ambizioni, spinti da sentimenti che neanche il disincanto di Rick può delegittimare. Anzi, in più di un’occasione lo stesso scienziato mostrerà un inaspettato lato umano, rivelandosi pronto anche a rischiare la vita pur di salvare i suoi cari, salvo poi rimettere tutto in gioco nella prossima avventura. L’idea alla base della serie sembra dunque essere che sì, è vero che, se analizzata freddamente, la nostra vita può apparire priva di significato, ma è il nostro stesso vivere, agire, incazzarci, avere paura a dargliene uno, spesso di una profondità maggiore di quanto riusciamo ad intuire.

So che queste potrebbero sembrare tutte sovrastrutture a posteriori, volte a giustificare il fatto che a 22 anni dedico tempo ad un cartone animato sboccato e caciarone, ma se alla serie è stato addirittura dedicata una video analisi chiamata “The philosophy of Rick and Morty” qualche motivo ci sarà, no? Giudicate voi:

 

 

Mi sento di consigliare “Rick & Morty” anche da un punto di vista grafico: se a prima vista può apparire l’ennesimo cartone satirico per adulti che punta tutto sul contenuto e, anzi, sembra basare sulla poca cura della forma parte della sua attitudine punk, basta aspettare che i protagonisti si avventurino in qualche strana dimensione per essere travolti da una valanga di colori, effetti e creature dal tratto complesso ma estremamente netto. Per me una gioia per gli occhi.

A questo punto, se non sono bastati i miei vaneggiamenti pseudo-filosofici nè l’analisi pittorica a convincervi a dare una chance a “Rick & Morty” non so che altro dirvi, ma d’altronde, come dice il nostro protagonista alla fine della prima stagione:

-I’ve got a new catchphrase: it’s “I don’t give a fuck, just shake that ass!”-