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Perché si parla di Rihanna ingrassata

Per gli haters sei sempre “troppo”. Troppo magra, troppo grassa, troppo femminile, troppo mascolina, troppo timida, troppo sfacciata. Nascosti da nickname e mimetizzati tra decine di altri commenti possono fare quello che nella vita vera non fanno a viso aperto per codardia o per pudore: essere invidiosi. I social network annullano le distanze, creano una parvenza di familiarità per cui capita di sapere di più di qualcuno che non conosci ma segui su Twitter o Instagram che del tuo migliore amico. Da una parte ti trovi davanti a uno sconosciuto e ti verrebbe da chiamarlo per nome perché sai cosa fa, cosa mangia, dove va in vacanza, se è single o con chi si è appena fidanzato. Dall’altra abbiamo amici su Facebook a cui mettiamo like ma che non salutiamo per strada. Per la maggior parte delle persone l’effetto perverso dell’era della condivisione si ferma a quello sguardo tra il dubbioso e l’imbarazzato, ma per le celebrity si va molto oltre.

Quando i seguaci sono milioni, per ogni fan adorante c’è un “hater” che dice quello che vuole sapendo che non ci saranno, per lui, conseguenze. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Rihanna.

La cantante attualmente è quinta tra i personaggi famosi con più followers, che nel suo caso sono ben 198.789.000, frutto della somma dei fan su Facebook , Twitter e Istagram.

Omg 😍😍🔥🔥🔥 #Thickanna ( Robyn in Mexico 🇲🇽)

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Negli ultimi giorni è stata sommersa da una pioggia di commenti, per lo più maschilisti e volgari, diventando l’ennesima vittima del bodyshaming. La colpa? Essere ingrassata. È apparsa con qualche chilo in più su cosce, fianchi e pancia. Nulla per cui valga la pena scatenare tanta rabbia, eppure sufficiente ad animare un vero e proprio dibattito social.

A puntare il dito contro la cantante di Barbados, 29 anni, è stato Chris Spags, giornalista di ‘Barstool Sports’, che ha pubblicato un articolo sulla popstar intitolato “Rihanna farà diventare il grasso l’ultima tendenza?” nel quale sottolineava come nelle scorse settimane le curve della cantante fossero esageratamente lievitate. Riri, si leggeva nell’articolo, ora rimosso dal sito, “si è goduta un po’ troppo a lungo il servizio in camera”. Il giornalista si poi è detto “preoccupato” per le fan della cantante. Essendo Rihanna una grande influencer, secondo Spags altre ragazze potrebbero seguire il suo esempio, guadagnando chili in eccesso per assomigliare alla loro beniamina.

“Presto – scrive il giornalista – le ragazze più sexy assomiglieranno agli umani di ‘Wall-E'”, e ancora: “Ora che Rihanna se ne va in giro come se avesse indosso una tenuta da sumo, prepariamoci a un mondo di donne a forma di Hindenburg fasciate nei costumi da bagno interi”.

In poche ore l’articolo ha raccolto centinaia di commenti. Gli mater hanno dato sfogo a commenti maschilisti e sessisti ma sono scese in campo anche le fan di Rihanna, che hanno l’hanno difesa con l’hashtag #Thickanna, gioco di parole tra ‘thick’ (grosso, pieno) e ‘Rihanna’. “Sei sempre sexy”, hanno scritto in molte su Twitter, prendendo le difese della popstar ed esprimendo solidarietà nei suoi confronti. “Rihanna è ingrassata” – cinguetta qualcun altro – ma solo io penso che sia come sempre favolosa?” e ancora “Rihanna una di noi”. “Dopo essere ingrassata, avevo perso fiducia in me stessa. Adesso grazie a te, mi rivedo sexy”.

 

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“Non sono né un fan di Rihanna né una donna – commenta un ragazzo – ma credo che l’articolo sia ripugnante. E poi sembra scritto da un ragazzino di 5 anni”. ‘Barstool Sports’ ha rimosso il contenuto, e il direttore del blog Dave Portnoy l’ha definito “poco divertente”, pur sostenendo che in fondo, il pezzo di Spags non era poi “così cattivo”. Insomma “haters” e “lovers” fa tutto parte del gioco. Fino a un certo punto.

I love your curves What does the rest matter! #thickanna #rihannafans #rihanna @badgalriri

Un post condiviso da Mauricio Alfredo (@mauriiiismile) in data:

Trasformazioni e crisi d’identità: chi è Rihanna?

Undici anni di carriera, otto album, oltre duecento milioni di copie vendute, una lista di record che non finisce mai: Rihanna non ha bisogno di biglietti da visita, è nell’Olimpo del pop. Ma se io vi chiedessi chi è Rihanna, ci sarebbe una risposta? Dai toni caraibici di Pon de Replay e Man Down alle suggestioni dubstep di Jump, dalla trap di Bitch Better Have My Money all’R’n’b anni novanta di Umbrella (e alla sua declinazione contemporanea in Diamonds), passando per ballad e pop nel senso più assoluto della parola e sfociando in collaborazioni rap: non c’è una cifra distintiva che dica immediatamente Rihanna.

La voce, certo. Agli esordi più rotonda e burrosa, oggi affilata e stridula, ma comunque marchio di fabbrica di un nome che è da sola una delle più grandi industrie del pop. Certo, ad accostare FourFiveSeconds e All of the Lights (due singoli in cui appare al fianco di Kanye West – e nel primo c’è anche Sir Paul McCartney) si fa fatica a pensare che sia la stessa cantante. Però il timbro-Rihanna è talmente riconoscibile che persino una songwriter di alto livello come Sia ha si è inizialmente imposta imitandolo. Ma può bastare il fatto stesso che sia Rihanna dietro al microfono a fare da trait d’union nel mare di arrangiamenti e contaminazioni che è venuto fuori dal 2005 ad oggi? Chiedete a Christina Aguilera per la controprova: voce iconica (anche negli eccessi autocompiaciuti) ma cronica mancanza di identità, continui cambiamenti alla ricerca di un qualcosa che dica “ecco, questa sono io, Christina”.

Si dirà: ma il pop mica ha bisogno di questa onestà. In realtà ad una popstar serve sì un personaggio che sia “larger than life”, ma che abbia le radici nella propria personalità aumentata esponenzialmente per il palco. Un vecchio trucco dei grandi attori – non è proprio questo che amiamo in un Leonardo Di Caprio o in un Robert De Niro? Poi certo, anche al cinema esistono gli artisti della trasformazione (Daniel Day Lewis, Gary Oldman), ma mi sembra più sensato accostarli ad artisti poliedrici (che so, un Bowie), mentre Rihanna fa un effetto un po’ alla Nicholas Cage.

Ma è un pregiudizio, e lo ammetto senza problemi. Istintivamente non viene da pensare che Rihanna sia al centro delle decisioni creative – quante volte ci hanno ripetuto che la popstar è un burattino, la metti dietro al microfono e canta? Ad un cantante rock concediamo il beneficio del dubbio con più serenità, forse perché non siamo intimiditi dalla lista di credits sotto ogni canzone: produttori, arrangiatori, ghostwriter, è un piccolo clan. Ma al centro delle decisioni c’è chi ci mette faccia e voce. Certo, magari la Rihanna degli inizi ascoltava Jay-Z e seguiva una strada che il suo produttore dettava: e non è forse il rapporto più importante della musica (di tutti i generi), quello tra un produttore creativo e propositivo e un artista ricettivo e pronto a mettersi in gioco?

Molte volte abbiamo avuto ragionevoli sospetti sulla qualità del pacchetto Rihanna. Che senso aveva insistere su un’immagine erotica e sottomessa dopo lo scandalo delle violenze di Chris Brown? C’è una logica artistica, estetica, creativa di qualche tipo nel presentare uno dopo l’altro brani (e identità) agli antipodi come S&M e California King Bed? Sono inciampi di percorso – non certo commerciali, diciamo ideologici – che però si sommano per formare un quadro impossibile da fraintendere. Rihanna c’è, ed è inequivocabilmente Rihanna. Non ha innovato come altre, ma ha imposto se stessa come unica possibile rivale di Beyonce, dominando la scena pop per un decennio. Cambiando è riuscita a inseguire la modernità da vicino, aggrappandosi a tendenze emergenti dall’underground anche con un certo anticipo rispetto a molte colleghe. Non tutti possono essere Madonna, in fondo.