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Motta – La fine dei vent’anni

Sarà per il fatto che con il passare dei mesi mi ritrovo a pensare anch’io alla fine dei vent’anni, sarà che dopo tanto tempo è rinata la curiosità per la musica italiana, ma il nuovo album di Motta mi ha convinto pienamente. L’avventura di Francesco Motta, cantante, poli-strumentista e autore di testi, inizia nel 2006, a soli venti anni, con i Criminal Jokers.

Francesco Motta

Motta non è il classico personaggio venuto fuori dal mondo indie. E’ una persona autentica, che ha conosciuto e vissuto la musica in ogni dove e ricoprendo ogni ruolo. Oltre a essere un cantante, è stato autore e soprattutto tecnico e musicista. Due ruoli universalmente riconosciuti dalle produzioni di concerti e album, ma fortemente marginalizzati da pubblico e media. Però è in quegli sforzi, in quelle luci di secondo piano, che risiede la vera essenza dei live e della musica.Così, dopo anni di collaborazioni e di lungo lavoro a Marzo dello scorso anno è uscito “La Fine dei Vent’Anni”, il suo primo progetto da solista, scritto a quattro mani con Riccardo Sinigallia. Un album dall’indiscussa qualità, mai banale, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dalla giuria del Premio Tenco come migliore Opera Prima del 2016.
” La fine dei vent’anni” tratta di argomenti tanto quotidiani, quanto celati nelle nostre coscienze. Un esempio è dato dalla scelta della maternità. Tratta il fluire dei pensieri narrando il rapporto con i genitori. Innalza sull’altare della musica l’elemento simbolo della generazione nata tra il 1980 e il 1990 ossia l’ansia. La stessa ansia, che nell’epoca del precariato di Stato, ti pone innumerevoli domande e sulla pausa di invecchiare senza sapere bene in che modo.
L’album di Motta è un fluire incessante d’immagini da ascoltare da soli, che è capace di evocare immagini simili all’arte cinematografica nei nostri pensieri. Dal punto di vista tecnico si percepisce il forte connubio con Riccardo Senigallia, una garanzia.

Le giornate erano piene
Di storie assurde e di silenzi
Oggi non ho tempo di pensare a cosa è cambiato
Amico mio, sono anni che ti dico andiamo via
Ma abbiamo sempre qualcuno da salvare

E così, mentre mi avvio verso la fine dei miei vent’anni il disco di Motta suona nelle mie orecchie tramite delle cuffie che riproducono un’ottima musica in un marzo uggioso e con qualche speranza.

Because The Night

Per i sonnambuli italiani esiste un programma elitario della televisione pubblica da oltre vent’anni che li accompagna nelle notti. Il suo nome è Fuori orario. Cose (mai) viste . Nato nel 1988, si presenta come un “contenitore anarchico d’immagini” che ospita soprattutto cinema d’essai italiano e internazionale presentato spesso in lingua originale. E’ in quel contenitore che le migliaia di sonnambuli come me hanno trovato il loro inno ossia “Because the NIght” della sacerdotessa del rock Patti Smith.

Non una semplice sacerdotessa oscura, ma anche pasionaria politica e capace di ammaliare chiunque la veda. Di questa sacerdotessa il brano “ Because the Night” è il più conosciuto e probabilmente rappresentativo. Come sempre esso è legato alla leggenda. Essa vuole che sul palco del CBGB’s di New York, Patti Smith abbia invitato Bruce Springsteen a duettare con lei su un pezzo che il Boss aveva scartato.

Sì, perché nella pazza, sporca e creativa New York City del 1977 Springsteen che si trovava nello studio con la sua E Street Band per la registrazione dell’album Darkness on The Edge of Town abbia deciso che non vi era spazio per “ Because The Night” sul disco. Non volendola gettare del tutto, la leggenda vuole che abbia bussato alla porta dello studio attiguo, dove Patti stava registrando Easter, e gliel’abbia offerta.

L’unica erede di Janis Joplin che accettò di buon grado la canzone ne riscriverà alcune parti, rendendo un testo dedicato alla working class un manifesto per chi turbato dalla notte decide di amare secondo il significato di agápē e di farsi travolgere dall’eros poetico. Una scrittura possente, che non abbandona il punto di vista della donna che senza smielate e inconcludenti conclusioni renderà sensati gli amori e turbamenti di milioni di amanti solitari.

Gli anni di Because The Night sono il periodo delle grandi passioni e dei manifesti politici, senza i quali il nostro mondo orfano ha perso la bussolata. Infatti, il working class hero dice alla sua amante: «Lavoro tutto il giorno sotto un sole d’inferno, mi spezzo la schiena fino a che non arriva il mattino» diventa una donna che dice al suo uomo: «Il desiderio è fame, è il fuoco che respiro; / l’amore è il banchetto che ci sfama». Ed è tutta di Patti la strofa: «Dubito mai quando sono da sola? / L’amore è uno squillo – il telefono, / l’amore è un angelo travestito da lussuria, / qui nel nostro letto, finché non arriva il mattino».

Qualche anno dopo, la sacerdotessa del rock renderà giustizia dal palco della manifestazione canora italiana più importante. Quella disprezzata dalle orde insensate di hypster e radicalchic che in anni non hanno mai reso onore al miglior gruppo degli ultimi vent’anni ossia i Marlene Kuntz.

Quella canzone scritta da Springsteen nel 1977 a distanza di quasi vent’anni cambierà significato perché per Patti Smith essa significherà rimpiangere e amare di notte il marito e immenso chitarrista Fred “Sonic” Smith. In un’intervista ha dichiarato di ascoltarla e cantarla al marito da sola.

Così come nelle notti italiane, una moltitudine anonima ama da sola, non appena sulla terza rete “Fuori orario. Cose (mai) viste” dà inizio alla notte di chi ama da solo o rimpiange quel che è stato. Alla notte degli amanti. Un inno per gli amanti ai tempi del non senso della generazione di Rihanna.

Because the night belongs to lovers…

 

 

Axl Rose con gli AC/DC: il funerale del rock

L’annuncio del supertour degli AC/DC con Axl Rose a sostituire Brian Johnson rischia di essere l’ultimo scossone del rock come si intendeva una volta. Quello delle arene, dei fuochi d’artificio, dei cori e degli accendini, quello di MTV insomma. Un incontro fra due band – gli AC/DC appunto e i Guns n’ Roses – che rappresentano due tratti inconfondibili del rock: i primi sono la rivoluzione che diventa borghesia dopo decenni di ripetizioni, i secondi un fenomeno popolare che si è autodistrutto per l’ego dei protagonisti.

È da un po’ che la musica ha smesso di essere in primo piano in questo rock, e si è passati a parlare di “esperienza” – live ovviamente, dischi memorabili non ne escono da un po’ – da vendere a chi quegli anni se li ricorda e soprattutto a chi non c’era e vuole un pezzo di storia. Aiuta il fatto che la maggior parte dei grandi gruppi rock salgano sul palco in modalità carroarmato (andate a vedere i Bon Jovi o gli Iron Maiden, per dire), dal momento che il loro valore sul mercato dipende interamente dalla capacità di stupire ancora dal vivo.

Ma quanti colpi può ancora sparare il cannone? Quante accoppiate inedite possono tenere vivo il sogno middle age e middle class? L’ascesa dei…socialmente svantaggiati allo stardom del rock dagli anni ottanta in poi ha gradualmente imposto modelli diversi – meno intrisi di quel machismo tossico e cartoonesco, meno urlatori, meno spacconi. E più artisti. Ma meno star, ed è il punto cruciale. Il mondo (ex) indie produce supergruppi senza hype (The Last Shadow Puppets, per citare un esempio recente, con Alex Turner degli Arctic Monkeys e Miles Kane), che fanno notizia solo sulle testate specializzate. Nessuno di questi musicisti è un’icona pop, perché nessuno ha una personalità dominante – un bene, perché evita gli eccessi e le ipocrisie delle generazioni precedenti, ma un male perché senza la star passa in primo piano la musica, e di innovazioni ce ne sono state poche.

Sembra, senza voler necessariamente dividere il mondo in bianchi e neri, che questa transizione sia riuscita meglio nel mondo dell’hip hop, in cui la declinazione artistica è arrivata a sostituire il machismo di qualche anno fa ma non a contraddirlo. Ma un concerto rap rimarrà meno accessibile per chi è “fuori”. Non serve nessun ponte culturale per sedersi in uno stadio e ammirare lo spettacolo dei Metallica, che sia in Thailandia o in Argentina. Così anche per un certo tipo di pop, che nasce proprio dal rock delle arene di fine anni settanta. L’hip hop è per i fan e per chi ha una comprensione del linguaggio – verbale e non – di quel rapper nello specifico.

Una fama globale per Drake, Kendrick Lamar, Kanye West (e non dimenticherei Eminem, davvero) che fatica a declinarsi in una globalizzazione dell’esperienza. Fenomeno che sembra adatto al mondo virtuale, in cui i fan sono iperspecializzati ma non formano gruppi sociali se non online, ma che fondamentalmente segna la fine di un certo modo di interpretare il successo musicale. Godiamoci quindi, al netto delle comprensibili critiche per Axl Rose e gli AC/DC (che per dirla fuori dai denti sono nati bolliti o lo sono diventati dopo pochi anni), quello che forse è l’ultimo grande supertour del rock: la nostalgia può far bene.

Il rock è senza voce: la rivoluzione la racconta chi può

Il mondo della musica non accetta vuoti di potere, e da vent’anni sta gradualmente sostituendo la classe dominante, senza troppo riguardo per chi è stato grande. Questo vale sia per la vetta delle classifiche, che si sono colorate di hip hop e r’n’b in maniera decisa, che per il lato più sperimentale del mainstream. L’anno scorso Kendrick Lamar con To Pimp a Butterfly ha creato una scossa interamente paragonabile ai Radiohead di Kid A, affermando una volta di più come dopo la rivoluzione Kanye West l’hip hop sia il mondo a cui guardare se si è in cerca di scelte coraggiose.

In linea di massima, ci sono prodotti discografici che resistono al passare delle ere perché sono o sono diventati conservatori, e quindi in grado di raccogliere un pubblico costante. La country parla ad un pubblico immutabile, transgenerazionale, che non ha bisogno di innovazione perché ha un sistema di valori estremamente radicato. Chi invece punta ad un successo globale e soprattutto storico, e vuole essere parte di un movimento che parli in modo innovativo ad un pubblico giovane, ha bisogno di innovazione sonora e rilevanza culturale. La prima è frutto di commistioni, di nuove tecnologie che diventano accessibili – di un breakthrough esterno e di una sensibilità propria a quello che c’è stato prima. La seconda è la capacità di essere portavoce di un’istanza attuale.

L’hip hop trova il suo successo globale e la sua rilevanza mainstream nel momento in cui gli Stati Uniti si confrontano, forse in modo definitivo, con il razzismo a tutti i livelli. Si tratta di una sfida importante all’establishment, al potere, allo stesso mondo dell’intrattenimento. Kanye West, d’altronde, è in guerra perenne e totale per difendere la cultura nera. Black Lives Matter, il movimento di protesta per la difesa dei diritti dei neri negli Stati Uniti, è una forza politica di primo piano. In questo conflitto, il rock non è pervenuto. Troppo bianco, troppo classe dominante per poter raccontare la ribellione.

Ma quali sono le sfide attuali, e perché il rock non può raccoglierle? C’è la razza, appunto, e i bianchi è meglio che tacciano. C’è il femminismo di fronte ad un nuovo capitolo, intento a scardinare i dettami classici della mascolinità e dell’eterosessualità per portare ad un mondo di accettazione universale. E i maschi bianchi benestanti – pubblico e musicisti rock – non hanno voce in capitolo, perché sono la classe contro cui si scaglia la ribellione. Può un genere intriso di machismo e di sessualità da motel essere portavoce di una liberazione erotica che non significa solo sesso libero ma è un mutamento delle categorie stesse di uomo e donna?

Il rock non sembra attrezzato neanche per parlare di nazionalismo e crisi dei migranti. Non ha storie che vengono da lontano, non è la lingua di chi soffre e cerca riparo. E, se le crisi delle classi più svantaggiate non hanno punti di contatto con le chitarre elettriche, anche sui problemi del maschio bianco occidentale sorge qualche difficoltà. Ci sono due paure perfettamente giustificate che connotano il dibattito attuale dalla Silicon Valley ai tavoli governativi. La prima è il rischio di una tecnologia fuori controllo, che può voler dire strumenti di spionaggio in mano ad entità non monitorate (come la NSA americana o i dipartimenti dei servizi cinesi) o intelligenze artificiali sempre più creative e in grado di adattarsi ai problemi. Sembra fantascienza, ma se Stephen Hawking e Bill Gates consigliano di regolamentare il settore prima che sia troppo tardi vale la pena fermarsi a pensare.

La seconda è il cambiamento climatico, i cui sostenitori (vale a dire l’intera comunità scientifica e chi è disposto ad ascoltare) faticano ancora a convincere i negazionisti. Per ogni passo avanti c’è una battuta d’arresto, e il mito dell’industrializzazione globale non sembra aver esaurito la sua spinta di distruzione degli ambienti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove un’industria in forza vale ettari di foresta distrutti, perché senza quei soldi non si vive. Però se sulla tecnologia è difficile dire più dei Radiohead e sull’ambiente sono stati organizzati concertoni, collaborazioni e festival, il rock si trova di nuovo orfano di una battaglia.

Non è detto che un genere debba restare innovativo in perpetuo. Ma quando un suono non si accompagna più ad una carica emotiva in grado di fare da colonna sonora alle rivoluzioni personali e sociali delle società nel mondo, quello è un punto di non ritorno. Parlavamo prima di country: da Cash che va a suonare in prigione ai successi radiofonici attuali, che non si spingono oltre all’amore per i camion, i jeans, le birre da due soldi e le ragazze di campagna, c’è di mezzo la crisi di un sistema di valori. Si gioca ora la grande sfida del rock: trovare un punto di rottura del mondo occidentale a cui dar voce in modo deciso, catturando il mainstream. Oppure, certo, coltivare un pubblico di fedeli e di nostalgici, legati ad uno stile di vita, uniti da una ritualità e da un culto per gli antichi maestri.

Rock e TV, il flop di Vinyl su HBO

Presentato come uno degli eventi televisivi dell’anno, forte del coinvolgimento di Mick Jagger e Martin Scorsese, Vinyl sembrava avere tutto per diventare l’ennesima produzione di qualità targata HBO. Al momento invece il period drama che ripercorre la storia del rock e del punk negli anni Settanta è un flop, con appena 600mila spettatori per episodio. Certo, due puntate sono poche per parlare, soprattutto con la terribile contemporaneità di The Walking Dead su AMC; e HBO, in quanto canale premium, pensa alla qualità degli show e al profilo del canale prima che ai numeri. Ma, in un periodo di rinascita delle serie televisive sulla musica, il tonfo di Vinyl fa più rumore di un concerto dei Rolling Stones.

Vengono in mente tre esempi contrastanti. Nashville racconta su ABC l’industria del country nella capitale della musica americana, Empire su Fox è il coraggioso racconto di drammi personali nella discografia nera, Mozart in the Jungle lo sguardo tutto sesso, droga e sinfonia di Amazon sulle orchestre. Tre successi indiscutibili: Nashville è alla quarta stagione e si mantiene sui sette milioni di spettatori, Empire per la prima stagione è arrivato addirittura a diciassette milioni, Mozart in the Jungle è una delle punte di diamante della nuova programmazione online di Amazon. Vinyl no, parte inciampando nella casa della grande televisione (su HBO vanno Game of Thrones e True Detective, giusto per citarne due).

Non è un problema di qualità (guardare le prime due puntate per credere) né di declinazione televisiva del racconto: Scorsese in televisione vuol dire Boardwalk Empire (creato da Terence Winter che è anche sceneggiatore di Vinyl), successo planetario di cui ha diretto il primo episodio è l’uomo dietro al successo di Boardwalk Empire, assieme allo sceneggiatore Terence Winter che è anche la firma di Vinyl. Da Boardwalk Empire torna anche l’attore Bobby Cannavale, lì attore non protagonista in grado di vincere un Emmy nel 2013 e qui invece volto principale della serie.

Il problema, invece, è nella mitologia. Le tre serie “concorrenti” (non per fascia e posizionamento, magari, ma per argomento sì) svelano intrecci e retroscena di mondi per certi versi ancora “vergini”, amatissimi dal pubblico e radicati nella cultura americana ma non ancora sviscerati nell’immaginario pop. Empire, in particolare, è al centro di una rivoluzione intellettuale che, sospinta dall’affermazione di soul e hip hop come generi regnanti della musica americana, sta imponendo un racconto della storia recente dalla fin qui trascuratissima prospettiva afroamericana. Un processo lento e faticoso, che si scontra con resistenze difficili da superare – basti pensare alla mancata nomination agli Oscar di Straight Outta Compton, film che racconta la storia del gruppo hip hop N.W.A. e più in generale la fuga dal ghetto.

Anche Nashville e Mozart in the Jungle hanno la capacità di toccare temi pulsanti della conversazione culturale americana. La prima, in un tessuto leggero da soap, non esita a scardinare il culto del machismo degli Stati Uniti rurali, e pone interrogativi interessanti sulla fama e sulla sterilizzazione delle radici sociali che è necessaria per ottenere un successo nazionale in un paese grande quanto come un continente. Mozart in the Jungle, tratta dall’autobiografia di un’oboista di successo, non avrà l’impatto dirompente di Transparent (la serie Amazon che mostra la transessualità con una delicatezza e un’autoironia di cui avevamo bisogno) ma è un viaggio in un mondo tradizionalmente sessista, classista e razzista che si sta riscoprendo sempre più tollerante e selvaggio, ma che perdendo le tradizioni lascia anche da parte ogni forma di correttezza nei rapporti personali.

In questo scenario, Vinyl è “solo” una serie tv. Ed è il racconto di qualcosa che conosciamo fin troppo bene, perché negli ultimi quarant’anni è stato il centro assoluto del discorso musicale e popculturale. Ma, ora che il rock gode di popolarità molto minore (perché non ha carica dirompente, non ha un messaggio, non ha un gruppo sociale di riferimento tra i giovani e gli svantaggiati), diventa esercizio di stile, produzione patinata e televisivamente valida senza i crismi del fenomeno di comunicazione.

Obsoleto a chi? Le eredità di blues e soul

La musica di consumo ha mille nomi, etichette, background – ma solo due vie. Blues e soul. Dal blues tutto ciò che è rock, dalla soul tutto ciò che è pop (e elettronica, passando per la disco). Sono due universi che viaggiano in parallelo almeno dal dopoguerra, mantenendo differenze e opposizioni (ma anche, ovviamente, incrociando il loro cammino: Bobby Bland divenne una delle voci nere per eccellenza mescolando il gospel al rhythm’n’blues). Forse lo scontro più affascinante tra blues e soul riguarda l’invecchiamento.

I mondi del rock vivono di un culto della vecchiaia che non ha eguali. E non da oggi: persino la rivoluzione punk nasce per il desiderio di tornare indietro – a Elvis, al rock’n’roll diretto e immediato in contrapposizione con il prog, la psichedelia e la musica da intellettuali. Questa venerazione per l’anzianità ha due conseguenze di massima. La prima è la sopravvivenza in perpetuo di gruppi più o meno rilevanti decenni dopo il primo successo. In alcuni casi deriva da una genuina voglia di mettersi in gioco disco dopo disco – più spesso è una persistenza in un pantheon immutabile, come una hall of fame per chi ha almeno vent’anni di carriera, e poco importa se non è più innovativo da quindici. Questo però ci porta al secondo punto: il rock (cioè, il blues e tutti i suoi figli, nipoti e pronipoti) è un patrimonio culturale che viene conservato con una cura incredibile dagli appassionati anche giovani. Nulla si perde e nulla viene dimenticato: i discendenti del blues sono archivisti minuziosi, che colmano hard disk con tutti gli album, i singoli e le raccolte dei gruppi storici – sì, anche quelle uscite un po’ meno felici, per completezza. Sarà uno stereotipo, ma non penso sia un comportamento bizzarro. Per dire, guardate i cataloghi online: sono meno completi di quanto si possa pensare. Archiviare file e cartelle (possibilmente travasando su pc una collezione di cd e vinili, e non scaricando tutto…ma nessuno è perfetto) è la soluzione dell’uomo comune alla perdita di memoria culturale.

blues soul

Il che ci porta all’altro mondo, al soul e al pop. La memoria culturale nel pop ha un nome: è il kitsch. Un quindicenne che ama il rock sarà felicissimo di ascoltare i Pink Floyd; il suo coetaneo pop vi riderà in faccia quando gli passate il best of di Gloria Gaynor. Il pop è un momento unico, non può sopravvivere al di fuori della cultura che lo ha generato. Gli esempi contrari sono talmente pochi da essere eccezioni – Madonna in particolare, e la sua presa sul pubblico più giovane è nettamente calata. Questo porta ad un ricambio di talenti paragonabile a quanto avviene nello sport: sopravvivere dieci anni al top è un’eccezione permessa solo ai più grandi. Ogni generazione di fan ha i suoi idoli e non li condivide con nessuno: chi è cresciuto con Rihanna non è toccato dagli One Direction, chi ama(va) Bieber non può ricordarsi i successi di Britney Spears, i Little Monsters di Lady Gaga non saranno fan della prossima stella pop. Si può dire che questo sia la conseguenza di un’industria che vede la musica come una catena di montaggio e vende prodotti la cui ‘shelf life’ (cioè il tempo di permanenza sugli scaffali dei negozi) è intenzionalmente breve. Questo può essere vero, ma lo ritengo poco interessante.

Intrigante, invece, cercare l’unicità in ogni generazione di fan: è solo figlia di una circostanza, dell’essere nati nel 1990 anziché nel 2000? O c’è in ogni prodotto pop una qualità legata indissolubilmente all’epoca in cui esiste, a differenza del rock che tende all’eternità? Certo, se il pop è fin troppo ruvido nei confronti delle star di ieri, il rock rischia di essere un paese vietato ai giovani. Ma un po’ è anche colpa dei giovani stessi, che cadono nella stessa trappola dei fan e fanno bagni di passatismo prima di suonare. Le aspiranti popstar, nella beata ignoranza di ciò che c’è stato prima, hanno più possibilità di raccontare una generazione. Anche perché il mito della catena di montaggio di cui parlavamo sopra è, nella maggior parte dei casi, un mito. Tutti i grandi nomi del pop hanno un forte input creativo sul loro prodotto. Anche solo contribuire a scegliere le canzoni inviate dagli studi di produzione (e sappiamo che invece chi è in cima alle classifiche non si limita a questo) è un’opera di selezione fondamentale.

Quella tra pop e rock non può essere una guerra: è una coesistenza perfetta. Dove finisce l’uno, inizia l’altro. Certo, fa sorridere pensare che tra vent’anni il pantheon del rock sarà pressoché identico a quello attuale (si può entrare nella lista dei grandi, ma non si può uscire), e che chi nasce ora troverà noioso il pop del 2015 – condannato ad essere obsoleto ben prima del 2030. Forse la vita tecnologica ci spinge all’invecchiamento precoce dei prodotti, alla voglia irrefrenabile di saltare da un trend all’altro per rimanere rilevanti. O forse il mantenimento dello status quo non è un’attitudine esclusivamente lo-fi, da collezionisti di polvere, e anche le Silicon Valley di tutto il mondo si stanno adeguando. Non penso che la nostra fame di prodotti attuali e freschi possa rallentare. E non mi sembra possibile che un meteorite spazzi via i dinosauri – non quando questi dinosauri (detto con affetto) sono una parte fondamentale della nostra cultura. Se Stephen King cancellasse Proust, d’altronde, sarebbe un gran peccato.

Opere prime: The White Stripes

Prima che Jack White diventasse uno dei punti di riferimento del rock del nuovo millennio, prima che “Seven Nation Army” diventasse un inno da stadio, prima degli infiniti side-projects, a Detroit, una delle città rock per eccellenza, nasceva un bizzarro duo destinato a lasciare un segno piuttosto incisivo nella storia del rock. Meg e Jack White, ora fratello e sorella, ora marito e moglie, pubblicano il loro primo album nel 1999, che come dirà lo stesso Jack White è il più grezzo e il più vicino alla tradizione musicale di Detroit.

L’album, registrato interamente nell’appartamento di Jack White, è un disco violento, diretto e senza fronzoli che prende in mano una manciata di riff blues grezzissimi, accompagnati dalla batteria quadrata e semi demenziale di Meg, con un Jack White che già offre un’ottima prova vocale, aiutato anche da un’aggressività che raramente riproporrà negli album successivi.

Questo disco – spesso non apprezzato dai fan della band, che infatti non capiscono nulla di musica – entra perfettamente all’interno di quella tradizione musicale degli ultimi quindici anni che ha visto la rinascita del garage e dell’approccio rudemente lo-fi al rock (che è l’unico approccio sensato se si prende la chitarra per suonare un blues, un boogie o qualsiasi cosa che è già stata suonata da chiunque in tutto il mondo globalizzato).

Per capirci meglio, il rock e il blues sono anziani, e si possono suonare in modo sensato solo se si recupera lo spirito grezzo e vagamente perverso delle sue origini, altrimenti hanno difficilmente senso di esistere. The White Stripes contiene diciassette pezzi per quarantacinque minuti di musica da sentire a volume spropositato, come si ascolterebbe un album degli Stooges o degli MC5, che vibra grazie alla sua straordinaria immediatezza,

Oggi probabilmente dire di essere fan dei White Stripes non è molto fico, o meglio è fico come dire di essere un fan di How I Met Your Mother, o comunque qualcosa di apprezzabile ma pur sempre clamorosamente mainstream.

In ogni caso potrete spacciare questo primo album come il devastante esordio di una fantastica band underground. In fondo ha tutto ciò che si cerca (o si dovrebbe cercare) in un disco rock: è semplice, rozzo, bluesy, minimale e fragoroso.

 

Fuzz: il nuovo miracolo della coppia Ty Segall – Moonhart


Prima di dire qualsiasi cosa sui Fuzz, nuova band proveniente da San Francisco è importante rispondere ad una domanda: chi è Ty Segall?

Ty Segall è un ragazzo di ventisei anni, chitarrista, songrwriter, cantante, e batterista. Uno dei musicisti (giovani) più prolifici degli ultimi anni, sia come solista che nelle sue innumerevoli band: Sic Alps, The Traditional Fools, Epsilons, Party Fowl, The Perverts e non ultimi  i Fuzz.



In poco più di cinque anni Ty Segall è riuscito a diventare un punto di riferimento della scena rock californiana, essendosi misurato nel garage, noise, glam, heavy psichedelia; quasi come se stesse facendo un’operazione filologica sul rock a cavallo fra i 60 e i 70. Uscito lo scorso anno con il meraviglioso “Twins” e il devastante “Slaughterhouse” – che per chi scrive uno dei migliori dischi rock degli ultimi anni – Segall è tornato nel 2013  con la psichedelia di matrice folk di “Sleeper”e con l’heavy psych dei Fuzz.

I Fuzz sono formati da Ty Segall in veste di batterista, Charles Moonhart(chitarra), e Roland Cosio (basso) e cazzo se fanno impallidire i critici che danno il rock per sepolto da anni! Sì perché questo omonimo disco – anticipato da una manciata di singoli irresistibili, tra i quali segnaliamo “This Time I Got a Reason” – dimostra che il rock può essere un linguaggio musicale ancora attuale, soprattutto se riesce ad andare oltre al revivalismo annacquato che spesso lo contraddistingue. Il trio californiano tira fuori una personalità che va ben oltre la riproposizione di Black Sabbath e Blue Cheer, ma che si esalta in queste otto incisioni che suonano anche un po’ imprecise, ma finalmente naturali nell’esecuzione e nel sound.


Il miglior disco heavy-psych di questi ultimi anni ha dunque un sound tutt’altro che inedito, ma vive anche di soluzioni che in pochi avrebbero il coraggio di attuare, con un suono dannatamente noisy e l’approccio adrenalinico, forsennato, libero che si pone immediatamente come valore aggiunto del lavoro. Ty Segall ha una voce molto riconoscibile che riesce a dare personalità a un album che già giova delle influenze garage e proto-punk dei componenti della band, che gli fanno dimenticare i virtuosismi inutili che hanno assassinato l’hard rock e che spesso rendono questi dischi una noia mortale.

La soluzione del power-trio si mostra ancora vincente in ambito rock. Moonhart è un tale macina riff che non fa affatto rimpiangere la scelta di Segall di dedicarsi alla batteria, anche perché lo stesso dimostra di avere anche un drumming molto interessante, alla pari della sue qualità alla chitarra. Ty Segall è come se dicesse: ‘Non sarò un virtuoso in nessuno dei due strumenti ma il mio sound e la mia voce le riconosceresti in mezzo a milioni’. Tanto che questo ragazzo (sempre insieme a Moonhart) negli ultimi due anni è uscito con uno dei migliori dischi garage e hard rock psichedelico del nuovo millennio, zittendo i critici che lo bollavano come un ragazzino iperattivo.

Uscito per la piccola etichetta In the Red, dubito che questo album avrà il giusto riconoscimento che meriterebbe, e forse sono anche più contento così.



Luigi Costanzo-PoliRitmi

PloF: aspettando il primo disco


Oggi ho voglia di scrivere qualcosa di diverso. Ho voglia di parlare di un gruppo che non conosce nessuno. Anzi, voglio essere uno dei primi a dire che un gruppo è veramente fico prima che esca il loro primo album, prima che ci siano miliardi di recensioni fotocopia sparse per il web, prima di vedere il loro primo videoclip virale su youtube, prima che tutti parlino di questi ragazzetti di Montalbano di Fasano, in provincia di Brindisi, che si chiamano PloF. Ne parlerò io, sì, così quando tutta la critica ne parlerà come di una nuova fantastica realtà io potrò dire di averlo fatto prima. Che poi, specifico subito, non sono certo io a scoprire il talento di questi quattro ragazzi pugliesi, che hanno sbancato praticamente ogni contest musicale a cui hanno partecipato.





Ho ascoltato solo una volta i PloF nella mia vita. Ero a San Cataldo a Lecce, e con il mio gruppo abbiamo suonato all’Indie Fest, festival di band più o meno emergenti, più o meno indipendenti. Fra queste c’era un gruppo che mi ha lasciato veramente sconvolto. Durante la loro performance sono rimasto incollato ad ascoltare il loro mix di demenzialità, libertà compositiva, aggressività sghemba. Diciamo che probabilmente è una delle cose più punk, nel senso di libertà e di attitudine, che io abbia ascoltato negli ultimi tempi (in Italia). A vederli sul palco si penserebbe a un’esperienza estremamente studiata, almeno negli intenti, a una consapevole presa di posizione artistica, che ha le radici in certe esperienze serio-demenziali con precedenti tanto in America, quanto in Inghilterra. Insomma, una proposta matura, dall’ironia sarcastica, sottile, condita da una musica volutamente assurda e talvolta naïf. Invece i PloF sono ironici e geniali più per istinto che per vocazione. Parlando con i ragazzi dopo il concerto sono rimasto sconcertato dalla loro quasi completa mancanza di cognizione del loro valore artistico. All’inizio ero un po’ spiazzato dal fatto che fra le loro influenze non avessero citato quello che mi sarei aspettato, come ad esempio Butthole Surfers, qualche gruppo free-jazz, un po’ di alternative americano anni ’80 e ’90. Invece mi hanno citato i fumetti, i cartoni animati e Frank Zappa. Che va pure bene per me, però lì per lì speravo di sentire un po’ di nomi particolari. Fatto sta che questa semplicità mi ha fatto riflettere. In quest’epoca di piccole scene cittadine, spesso chiuse ed autoreferenziali, è meraviglioso che un gruppo che viene da un paese smonti completamente ogni forma di snobismo, di questo finto indipendentismo del nuovo millennio – della serie “siamo indipendenti ma comunque prima bisogna fare l’EP, poi il video, poi ancora un video che anticipi l’album, le foto fatte bene, devi scrivere tanto su Facebook, e se arriva la Sony accetti ogni condizione”. I PloF con il loro atteggiamento e con la loro musica pisciano su tutto questo, e lo fanno proprio perché non hanno la minima idea di farlo. E’ questo ciò che amo e mi sorprende di questa band. E’ questo che rende la loro musica e il loro impatto dal vivo fantastici: una band nata per caso, per suonare in fretta in furia a un concerto rimediato presso un circolo ARCI. Sperando che il disco confermi queste premesse, seguite le vicende dei PloF!



Luigi Costanzo – PoliRitmi



Roma Rocks #7: Luminal – Amatoriale Italia


I Luminal ai tempi di Canzoni di tattica e disciplinae Io non credo non mi piacevano per niente. Le prime volte che li vidi dal vivo erano ancora in quattro, e non è che fossi molti convinto della loro proposta, della loro presunzione on-stage, dell’aura che avevanoproiettato su di loro senza un vero perché.

Quello che è successo ai Luminal in questi due anni è difficilmente spiegabile a parole. La band, costretta a essere un trio, si impone un’insolita formazione, soprattutto per chi fino al giorno prima faceva un rock indipendente con grandi influssi wave come tanti, tanti altri. Carlo Martinelli si libera della chitarra, Alessandra Perna si occupa del basso e talvolta della voce, e Alessandro Commisso picchia furiosamente sulla batteria. Questi i tre interpreti del nuovo corso della band.
Amatoriale Italia, il terzo disco dei Luminal, è violento, crudo, disturbante ed eccitante in modo un po’ perverso.

Vi ricordate che qualcuno l’anno scorso diceva che il disco dei Cani andava interpretato come un disco punk? Ecco, era una cazzata. Questoè un disco punk, per sound, testi, violenza grezza. Conoscete l’insulto “Possa essere IVECO l’ultima parola che leggi!”? Ecco, più o meno è questo l’effetto che fanno molti dei brani presenti in questo nuovo sforzo discografico dei Luminal. Accompagnati da un sound fan-ta-sti-co, giù il cappello per Daniele Tortora, i testi sono una critica che va dal microcosmo romano – quella che ha reso molti gruppi stucchevolissimi – sino a il macrocosmo italiano. Le linee vocali danzano fra il recitato, la semplicità demenziale e la naturalezza punk e rock n’ roll, ora stridendo, ora accompagnando l’acre sound di basso e batteria.

Il paradosso, se vogliamo, è che Amatoriale Italia,nell’essere ‘una messa in scena’ di vizi italiani, è la quintessenza della ‘cultura’ pop-altenativa del nostro paese, però questa volta l’invettiva è veramente invettiva, la violenza musicale e verbale sono volte a colpire, a fare male e, possibilmente, a fare vittime. La differenza è che i Luminal, nell’adeguarsi ai contenuti del moderno indie italiano, fatto di facebook, vita di tutti i giorni e altre puttanate random, devastano completamente il linguaggio, rimpadronendosi della dialettica e del sound degli anni ’90, che erano se non altro meno frivoli di quelli contemporanei.

I quarantaquattro secondi di ‘Lele Mora’ sono la discriminante per capire se vi piacerà questo album provocatorio, depravato, al limite dell’irritante e del fastidioso, e sempre e comunque molto, molto pretenzioso. Io penso che, senza lanciarci in apologie o in facili entusiasmi, Amatoriale Italia sia un album di cui avevamo veramente bisogno. 




PoliRitmi-Luigi Costanzo