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Roma Rocks #7: Luminal – Amatoriale Italia


I Luminal ai tempi di Canzoni di tattica e disciplinae Io non credo non mi piacevano per niente. Le prime volte che li vidi dal vivo erano ancora in quattro, e non è che fossi molti convinto della loro proposta, della loro presunzione on-stage, dell’aura che avevanoproiettato su di loro senza un vero perché.

Quello che è successo ai Luminal in questi due anni è difficilmente spiegabile a parole. La band, costretta a essere un trio, si impone un’insolita formazione, soprattutto per chi fino al giorno prima faceva un rock indipendente con grandi influssi wave come tanti, tanti altri. Carlo Martinelli si libera della chitarra, Alessandra Perna si occupa del basso e talvolta della voce, e Alessandro Commisso picchia furiosamente sulla batteria. Questi i tre interpreti del nuovo corso della band.
Amatoriale Italia, il terzo disco dei Luminal, è violento, crudo, disturbante ed eccitante in modo un po’ perverso.

Vi ricordate che qualcuno l’anno scorso diceva che il disco dei Cani andava interpretato come un disco punk? Ecco, era una cazzata. Questoè un disco punk, per sound, testi, violenza grezza. Conoscete l’insulto “Possa essere IVECO l’ultima parola che leggi!”? Ecco, più o meno è questo l’effetto che fanno molti dei brani presenti in questo nuovo sforzo discografico dei Luminal. Accompagnati da un sound fan-ta-sti-co, giù il cappello per Daniele Tortora, i testi sono una critica che va dal microcosmo romano – quella che ha reso molti gruppi stucchevolissimi – sino a il macrocosmo italiano. Le linee vocali danzano fra il recitato, la semplicità demenziale e la naturalezza punk e rock n’ roll, ora stridendo, ora accompagnando l’acre sound di basso e batteria.

Il paradosso, se vogliamo, è che Amatoriale Italia,nell’essere ‘una messa in scena’ di vizi italiani, è la quintessenza della ‘cultura’ pop-altenativa del nostro paese, però questa volta l’invettiva è veramente invettiva, la violenza musicale e verbale sono volte a colpire, a fare male e, possibilmente, a fare vittime. La differenza è che i Luminal, nell’adeguarsi ai contenuti del moderno indie italiano, fatto di facebook, vita di tutti i giorni e altre puttanate random, devastano completamente il linguaggio, rimpadronendosi della dialettica e del sound degli anni ’90, che erano se non altro meno frivoli di quelli contemporanei.

I quarantaquattro secondi di ‘Lele Mora’ sono la discriminante per capire se vi piacerà questo album provocatorio, depravato, al limite dell’irritante e del fastidioso, e sempre e comunque molto, molto pretenzioso. Io penso che, senza lanciarci in apologie o in facili entusiasmi, Amatoriale Italia sia un album di cui avevamo veramente bisogno. 




PoliRitmi-Luigi Costanzo

Lester Bangs


Il 30 Aprile 1982 a New York un uomo moriva per un’overdose causata dall’assunzione massiccia di Darvon e Valium mentre ascoltava Dare! degli Human League. Quell’uomo rispondeva al nome di Leslie Conway Bangs – per il mondo Lester Bangs.

Lester – lo diciamo senza mezzi termini – è il più grande giornalista musicale della storia del rock. Ma prima di questo è un autentico appassionato di musica, onesto cronista delle proprie passioni musicali. Libero da filtri e capace di utilizzare uno stile imbevuto di Kerouac e beat generation, Lester Bangs, perennemente adolescente, aveva una visione del rock n’ roll tutta sua: infatti preferiva la purezza e l’aggressività a qualsiasi altra caratteristica categoria di giudizio.Questo lo portò ad amare immensamente quel genere che noi chiamiamo garage e che lui chiamava ‘punk’.

Convinto che l’idea che esistesse un criterio oggettivo di giudizio fosse ormai completamente sorpassato, la sua scrittura fu una delle espressioni più riuscite del cosiddetto gonzo journalism. E’ proprio nel solco del gonzo che nascono le acerbe critiche ad artisti di primissimo piano come Rolling Stones, Mc5; Bangs arrivò anche a definire Jim Morrison “un buffone alcolizzato”, dichiarazione che insieme a molte altre gli causò l’allontanamento dalla rivista Rolling Stone, per cui aveva scritto dal 1969 al 1973.

Il punto è che Bangs odiava ferocemente ciò che il rock stava lentamente e inevitabilmente diventando. Predisse che l’ “industria del più fico” avrebbe distrutto ciò che noi amiamo del rock. Non amava le rockstar e non amava chi si allontanava progressivamente dal suo pubblico, perché il rock è innanzitutto il suo pubblico, la gente.Le sue feroci critiche allo star system lo portarono ad un progressivo allontanamento – in parte scelto, in parte imposto – dalle riviste di grido, a favore prima del magazine più piccolo ma ben più libero Creem, poi anche di minuscole fanzine indipendenti.

Bangs aveva il coraggio e la capacità di idolatrare artisti come Velvet Underground, Captain Beefheart e Albert Ayer senza aver paura di dirsi innamorato di band decisamente meno fondamentali. Andatevi a vedere cosa dice sui Count Five (band garage che sviluppa in maniera piuttosto ovvia benché fresca e rabbiosa i riff degli Yardbirds): una vera chicca di schizofrenia giornalistico-letteraria.

La musica che circolava al CBGB’s di New York intorno al 1974 diede una nuova speranza a un Bangs che ormai vedeva il vero rock come morto e sepolto (come registra perfettamente anche il film Almost Famous). Nel 1977 Bangs fu uno dei primi ad esaltare l’ antidivismo di band come Clash e Ramones, oltre che lo spirito immediato e ribelle di cui il punk si era riappropriato.

Il suo testamento musicale è il libro ‘Psychotic Reactions and Carburetor Dung’, raccolta di suoi pezzi sul rock già editi nelle riviste per cui aveva scritto. È un vero e proprio documento di riferimento per chi vuole fare un giornalismo musicale onesto, diretto ed indipendente, o almeno provarci.


Come perfettamente espresso da Wu-Ming nella prefazione italiana del libro:


Lester ha/incarna un’idea del rock’n’roll comunitaria, democratica, solidaristica. Nemico d’ogni pretenziosità e solipsismo, fa a pugni con lo zeitgeist degli anni Settanta, negli Usa (e nel rock) periodo di Restaurazione come dopo il Congresso di Vienna: parrucconi incipriati, verticismo, culto della celebrità, virtuosismo “progressivo” fine a se stesso…”

Semplicemente IL rock.

Luigi Costanzo

Syd Barrett


Anche se amava le canzoni semplici, Syd Barrett aveva un modo esplosivo di missare i pezzi – abbassava e alzava i cursori della consolle a tutta velocità e apparentemente a caso, ma sta di fatto che il risultato era sempre fenomenale… Syd era un pittore, e non faceva mai nulla se non in modo artistico. Era un creatore al cento per cento, e sempre molto esigente, in particolare con se stesso”. (Andrew King)

Moderna rappresentazione dello stereotipo dell’artista folle e geniale, Syd Barrett si colloca all’interno della storia della musica come motore propulsivo di quella psichedelia inglese che riuscirà, grazie agli stessi Pink Floyd, a reinventarsi fino ad avere esiti commerciali del tutto inaspettati. Non è un caso che parte della critica veda i lavori dei Pink Floyd post-Barrett come delle opere spurie che coincidono con un lento ma costante declino, portando la band dalla folle genialità degli esordi a un pop elegante, onirico ma mai di rottura. Pur non concordando con questa valutazione, è indubitabile che i Pink Floyd non sono mai riusciti ad eguagliare la brillantezza artistica di Syd, di pareggiare quella capacità di essere straniante pur suonando tre accordi, volti ad accompagnare una strana filastrocca.

Barrett nel 1966 era un giovane artista stralunato e iperattivo, capace  di  trascinare un’intera band nei suoi deliri psichedelici che sembrano influenzati da qualsiasi cosa, ma che non sono simili a nulla uscito fino a quel momento. Il passaggio da band di culto all’interno dei locali underground londinesi a grande rock band avviene grazie ai due singoli: Arnold Layne e See Emily Play, prima prova della sorprendente capacità pop di Barrett.

The Piper At the Gates Of Dawn è uno dei dischi più grandi della storia del rock – bizzarramente uscito in quel 1967 che vede anche l’uscita di altri dischi imprescindibili come ‘The Velvet Underground & Nico’, ‘Sgt. Pepper’s’, ‘The Doors’ e ‘Are You Experienced’ – ed è impregnato della figura di Syd Barrett. Il disco si divide fra favole lisergiche, di impianto quasi favolistico, e improvvisazioni strumentali e dissonanti. Ma non è solo questo; il disco riesce a rimescolare con un fascino impressionante vaudeville, folk music, rumorismo, fantascienza, free-form, trovando conforto in una forma che, pur smantellata, viene da rock music e r ‘n’ b. Eccentrico, libero, affascinante: the Piper At the Gates of Dawn a più di 45 anni dalla sua uscita è ancora un disco irraggiungibile. Difficile trovare un opera così imponente fatta con la stessa fanciullesca naturalezza.

 

All’uscita di The Piper At the Gates Of Dawn i problemi mentali di Syd Barrett cominciarono a essere sempre più evidenti per la band, soprattutto in seguito a un pessimo tour americano. La sua dipendenza dagli acidi non fece che acuire la sua schizofrenia e  allontanarlo sempre di più dal mondo. Barrett divenne sempre meno utile agli scopi del gruppo e, come tutti sanno, fu prima affiancato poi sostituito da David Gilmour. Il managment dei Pink Floyd pensava che Barrett potesse essere il Brian Wilson della situazione, un grande compositore drogato, utile per i dischi ma inadatto per i tour. Ovviamente questo non fu possibile. Nel successivo A Sarceful of Secrets, Syd Barrett contribuì solo con la magnifica ‘Jugband Blues’, uno stupendo pezzo di commiato, un capolavoro, ironico anche verso gli stessi membri della sua (ex)band.

Nel 1970, grazie all’aiuto di David Gilmour, Barrett diede alle stampe due album solisti: The Madcap Laughs e Barrett. Questi due dischi rappresentano appieno l’animo geniale ma sempre più alienato e paranoico di un ragazzo di appena venticinque anni. The Madcap Laughs è un disco folk scarno che vive proprio dell’inquietudine di Barrett. Ogni pezzo è frutto di una rocambolesca live session, ennesima dimostrazione della sua fulgida ma fragile genialità.

Barrett prende le mosse sempre dallo stesso sentimento: anche questo disco è appeso, sembra che Barrett possa crollare da un momento all’altro, ma lui rimane là, fra stonature e scordature, a concludere le sue gemme. Questa volta però il reale, presente in modo così drammatico in The Madcap Laughs – tuttora motivo di dibattito critico – viene parzialmente celato anche attraverso arrangiamenti più completi.

Questi due fragili dischi furono precursori di quello che sarà il folk psichedelico. Barrett si ritirerà in casa affidato alle cure materne, e la sua leggenda si alimenterà di aneddoti fino alla sua prematura morte nel 2006.

Luigi Costanzo

Roma Rocks #2: Black Rainbows

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Come promesso, anche questa settimana rimaniamo all’interno del G.R.A.per parlare dei bei gruppi della nostra bella città. E, come la scorsa settimana con gli Electric SuperFuzz, rimaniamo in ambito rock n’roll, anche se questa volta parleremo di scenari decisamente più legati alla psichedelia hard.
I Black Rainbows sono un power-trio stoner-heavy psych nato nel 2005. La line-up, cambiata diverse volte, ruota attorno alla figura del chitarrista, il cantante Gabriele Fiori (ex Void Generator, altra storica formazione dell’heavy psych romano).
Il primo disco della band, Twilight in The Desert, uscito nel 2007 per la francesce Longfellow Deed Records – appena ristampato in vinile dalla HeavyPsychSound Records – è un LP che, benché immaturo e evidentemente derivativo, mostra alcuni di quegli elementi che saranno sviluppati in maniera più organica nel full lenght successivo.
La consacrazione dei Black Rainbows arriva con il secondo disco Carmina Diabolo, uscito nel 2010, e con la band che suona live pressoché ovunque, aprendo concerti di band più blasonate e riscuotendo ottimi riscontrigrazie ai loro live infuocati. Carmina Diabolo è un disco estremamente granitico che, a differenza del primo album, mostra un ensamble più rodato e una produzione ben più adeguata al sound della band. In questo album sicuramente sono esaltati il riffing e la voce di Gabriele Fiori, che lo configurano come uno dei musicisti più talentuosi dell’hard rock lisergicoitaliano. Difficile trovare dischi stoner italiani con una simile solidità; il disco è caratterizzato da un heavy-psych che oltre a rifarsi ai mostri sacri degli anni ’90, conosce benissimo le sue origini di anni ’60 e ’70; tra tutte le band citabili si sente l’impronta di gruppi meravigliosi e spesso non abbastanza lodati come Blue Cheer e Hawkwind.
E’ proprio sul solco delle band succitate, alle quali dobbiamo anche aggiungere gli indimenticati MC5, che nasce l’idea per il terzo e ultimo album della band, l’ottimo Supermothafuzzalicious!! L’album non è altro che un disco rock che trasuda amore per il rock stesso.Riff dannatamente efficaci, sezione ritmica quadrata, ritornelli appiccicosi: questo è in breve ciò che ci offrono i Black Rainbows con questo ultimo album, non dimenticando tuttavia i territori stoner a loro cari, che tornano frequentemente sia nella potenza sonora espressa dagli ampsdella band che nella chitarra di Fiori. Un disco che se fosse uscito negli Stati Uniti (probabilmente) passerebbe alla radio.
Insomma, i Black Rainbows sono una band in salute che non può che offrire ancora tanto al nostro contraddittorio panorama musicale.

Luigi Costanzo

Roma rocks: Electric SuperFuzz

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‘Durante le periodiche riunioni di Polinice, che talvolta si tengono in un bar troppo caro per essere vero, si è discusso della necessità di essere più legati al territorio. Il territorio nel nostro caso, per fortuna, è Roma; e per fortuna Roma ultimamente ha una scena musicale (che scena non è)  piuttosto vivace, nonostante le sue eterne contraddizioni. Quindi quello di oggi – qui lo dico e qui lo nego – sarà il primo articolo di una lunga serie sul panorama musicale capitolino’.
Il primo disco degli Electric SuperFuzz era sicuramente una delle prove più attese all’interno del panorama rock romano. I SuperFuzz, grazie alle devastanti prove live e all’ottimo EP che ne metteva in luce le qualità, sono arrivati al primo disco “How to forget”- pubblicato per la Jestrai Record- con una fanbase piuttosto nutrita.
Uscito ufficialmente il 10 Dicembre 2012, e da Giovedì scorso disponibile in streaming su youtube (grazie!), ‘How to Forget’ è un eccellente esordio che non fa altro che confermare le eccellenti premesse. Se me ne fregasse qualcosa potrei sprecare righe e parole dicendo che, seppur in quattro ormai, hanno ritenuto intelligente avere due batterie piuttosto che prendere un basso. Ma fondamentalmente ritengo che non ci siano dogmi nella musica, e visto che ormai con un octaver si fa tutto, ben vengano i due batteristi,  e del bassista se ne fa a meno soprattutto se il gruppo suona comunque aggressivo e potente.
Debitori in modo piuttosto evidente ai grandiosi Queens of The Stone Age, e quindi riprendendone in toto le influenze, dal blues all’hard rock zeppeliniano – forse unico possibile capo d’imputazione per la band romana – gli Electric SuperFuzz mettono un piedi un disco adrenalinico, dalla durata poco superiore ai trentacinque minuti che ha esattamente quello che vi aspettate: riff adrenalinici, batteria malmenata, ma all’occorenza anche cowbell, tamburine, piano da bordello, clap, e tutto ciò che è veramente rock n’ roll. Sì, il rock n’ roll, quello che non sa fare quasi più nessuno.
Luigi Costanzo

Dopo un anno… Wow!

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Venni al conoscenza dei Verdena al ginnasio. Una mia amica, fan della prima ora, mi prestò Verdena (1999), Solo un Grande Sasso (2001), e uno dei primi EP, per convincermi della qualità del trio di Albino, del quale era innamorato il ragazzo di cui lei era a sua volta innamorata. Io, imberbe metallaro, un po’ disgustato dall’idolatria della mia amica, un po’ poco convinto dalla proposta smaccatamente grunge del gruppo, lasciai perdere abbastanza presto e non cercai mai di farmeli piacere davvero. Eppure una decina d’anni fa, visto che non tutti avevamo ottime connessioni ad internet, se capitava di avere per le mani un cd, si tendeva ad ascoltarlo parecchio. E questo fu fondamentale quando nel 2004 uscì Il Suicidio del Samurai, che metteva in campo gli elementi dei primi due dischi con un’anima molto più adulta e matura, dando alle stampe quello che a mio parere rimane ancora adesso il loro primo LP di alto livello. Rimasi talmente entusiasta dal disco che quell’estate andai anche a vedermi la band dal vivo. 

Nel Marzo 2007, quando uscì Requiem, neanche me ne accorsi. Per ascoltare veramente il disco aspettai la fine di quell’anno, più o meno questo periodo, e fu un’immensa delusione. Mentre la critica acclamava la maturità e il coraggio del trio italiano, io rimanevo sconcertato dal noiosissimo, pretenziosissimo,  pesantissimo polpettone di un’ora che era questa nuova uscita. Certo, non mancavano pezzi notevolissimi, ma l’impressione era che il gruppo si fosse messo in testa di suonare ogni pezzo come fossero una band diversa, copiandone il sound e le strutture. In più ero infastidito dalle innumerevoli citazioni presenti sia nei titoli, che nella musica. A distanza di cinque anni devo ammettere di aver rivalutato parzialmente il disco, anche alla luce di quello che sarà Wow, loro capolavoro del 2011.
Come si affronta l’uscita di un nuovo (doppio!) disco di un’ora e mezza di un gruppo che ti aveva fortemente deluso con la sua ultima uscita, e del quale – alla fine dei conti – si apprezza un solo album? Facile, in nessun modo. Non si ascolta. Più facile di così! Eppure, per quanto a volte lo scetticismo sia cosa buona e giusta e il provare a vivere in un’isola altrettanto, quando la parola ‘capolavoro’ supera il numero legale consentito è ora di porsi con orecchio attento (ma soprattutto critico) all’ascolto. Ok, Wow non è un capolavoro, ma è il capolavoro, il capolavoro dei Verdena, quello che fino ad ora è il loro acme compositivo e che scioglie ogni minimo dubbio sul talento della band di Alberto e  Luca Ferrari e Roberta Sammarelli. Un disco in cui c’è una quantità tale di influenze che ormai è veramente complesso parlare di padri putativi e riferimenti (anche se qua dentro di Motorpsycho e Flaming Lips ce n’è a bizzeffe), ma si può solo accettare il grande spettro compositivo a disposizione della band. Un lavoro che deve tanto all’isolamento, alla riscoperta del cantautorato italiano, al coraggio di esprimersi in tutti questi linguaggi differenti.

Forse Wow non è una pietra miliare, ma di certo il miglior disco italiano uscito su major negli ultimi dieci anni.

Luigi Costanzo

La redazione di Polinice vi augura un Buon Natale. 

Tame Impala live @ Magazzini Generali (Milano) 26.10.2012

Lo scorso 26 Ottobre a Milano sono stati di scena i Tame Impala, band australiana balzata all’onore delle cronache con il loro esordio Innerspeaker, un convincente mix fra psichedelia di stampo beatlesiano, garage, e vaghi echi stoner. Ripartiti in tour con alle spalle il nuovo Lonerism, cercano di riconfermarsi dopo quell’esordio che aveva destato l’interesse di tutti gli appassionati di rock psichedelico e non solo. Michele, a cui va un ringraziamento speciale, ha deciso di condividere con noi le sue impressioni di questo attesissimo live.
L.C.
“21st century problems” dice Kevin Parker trafficando tra cavi ed effetti a metà del concerto.
Dopo poco più di un anno i Tame Impala tornano in Italia con un nuovo album in repertorio, ai Magazzini Generali di Milano.
L’estate scorsa sono stati a Torino: concerto davvero d’impatto, a cui ho partecipato un po’ per caso, e un po’ per caso ho scoperto lo straordinario potenziale musicale ed esecutivo dei quattro ragazzi di Perth. Capite dunque che le aspettative per questa sera volano alte.
A Milano piove. Arrivo al locale e, non appena entro, cominciano. La prima è “Be Above It”. Con non poca fatica riesco a guadagnare la zona intermedia fra  pubblico e palco. I primi suoni che percepisco chiaramente sono quelli della batteria, tratto distintivo del brano, con un ritmo che ti picchietta ossessivamente in testa. Il pubblico subito si scalda, investito dal sound inconfondibile dei Tame Impala, bandiera dello psych-pop di ultima generazione.
Sono colpito da un fatto: il quartetto australiano che conoscevo non è più un quartetto, ora sono in cinque. Kevin Parker (voce e chitarra), Dominc Simper (basso), Nick Allbrook (tastiere e chitarra) rimangono invariati ai loro strumenti, Jay Watson invece va ai synth e alla seconda voce, con il subentrante Julien Barbagallo alla batteria.
Dopo il brano d’apertura segue “Endors Toi”, e ciò mi fa pensare che suoneranno Lonerism dall’inizio alla fine. Non ho neanche il tempo di formulare il pensiero che la band attacca con “Solitude is bliss”, un classico che fa esaltare un pubblico già su di giri. Sempre più ragazzi (me compreso) cercano di avvicinarsi il più possibile al palco. Ma, causa sold out, è impossibile avanzare molto, quindi sospiranti ci tocca rimanere sul posto maledicendo il fatto di esser arrivati troppo tardi. I sospiri non durano più di qualche secondo perché questa musica è una terapia psichedelica, tutti sono amici di tutti e nessuno si arrabbia se per sbaglio gli spingi la ragazza o magari gli passi davanti.
Quando arriva il momento “Elephant”, protesa per il doppio della durata effettiva, realizzo che sto assistendo ad un’esibizione che non ha nulla da invidiare a quella torinese, anzi forse è ancora più d’effetto.
Arriva anche il momento di “Feels like we only go backyards”, episodio più pop della serata. Kevin oscilla quasi impercettibilmente la testa, mentre tiene le sue classiche movenze. I lunghi capelli ondeggiano leggeri e suona la sua Rickenbacker forse perché davvero “si sente come un elefante che scuote la sua grande proboscide grigia solo per il gusto di farlo”.
Dominic si è tinto i capelli di nero e sta in disparte, vicino alla batteria.
I cinque australiani sembrano in una sorta di altro mondo, totalmente in pace. Continuano proponendo un corretto mix fra vecchio e nuovo repertorio. Le attessissime hit vengono suonate tutte: “Desire be desire go”, “Why won’t you make up your mind”, fra le più acclamate. Anche i pezzi nuovi riscuotono molto successo, alcuni fra tutti meritano una menzione speciale: “Keep on lying” e “Apocalipse dreams”.
La performance si può riassumere come una fusione di chitarre ondeggianti e synth spaziali.
Tornati sul palco per il bis, i Tame Impala chiudono lo show con l’irrinunciabile “Half glass full of wine”. La allungano, dura quasi tre volte di più rispetto alla versione originale e il tempo si dilata. Non sono più le 22.00 del 26 ottobre 2012. O almeno ce lo dimentichiamo tutti. E’ una “Fantastic explosion of time” come potrebbero dire i loro cugini Pond, o meglio, una “Fantastic explosion of Tame” . E noi, per un ora e mezza, esplodiamo con loro. BOOOM.
Michele Apicella