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Roma Rocks #11: The Fucking Shalalalas

Chi vive a Roma e segue la musica che si muove nei locali della capitale in cerca di nuove sonorità fatte da band emergenti avrà senz’altro già sentito parlare dei Fucking Shalalalas.

Perfettamente iscritti all’interno della tradizione del duo pop lo-fi che vede al confronto un’anima maschile ed una femminile, rinato grazie alla riscoperta dei fantastici Moldy Peaches di Adam Green e Kimya Dawson, e che nell’ultimo decennio ha avuto a livello internazionale manifestazioni altalenanti, i Fucking Shalalalas sembrano essere una buona via di mezzo fra questi ultimi e i più pop She & Him, della splendida Zooey Deschanel e di M Ward.

L’omonimo EP dei Fucking Shalalalas, uscito ormai quasi un anno fa, offre una perfetta prova ‘di genere’ con sei piccoli bozzetti intorno ai due minuti, graziosi e cantabili, con arrangiamenti semplici, eleganti e mai fuori posto. La voce adorabile di Sara Cecchetto, in arte Sara Reed, è senz’altro ciò che porta gli Shalalalas a fare immediatamente breccia nel cuore degli ascoltatori più inclini a farsi conquistare dagli accattivanti e delicati ‘shalalala’ che la band riesce ad offrire in tutti i pezzi del loro debutto . Sara insieme ad Alessandro Lepre, Alex ‘Boss’ Hare, è in grado di coniugare lo spensierato strumming chitarristico con arrangiamenti morbidi e colorati. E’ evidente che questi quindici minuti di musica sono necessariamente rivolti a chi è pronto ad accogliere un progetto che fa della solare immediatezza un valore. Non è roba per gente profondamente triste, che non tollera il romanticismo e la ‘solarità’. In ogni caso la musica allegra esiste e per tutti quelli a cui un ritornello senza urla strazianti non causa problemi – credo la maggioranza dell’umanità – i Fucking Shalalalas sono consigliati.

Bisogna verificare se l’approccio finemente naif di questo esordio sarà riconfermato nel formato di un full-lenght, sicuramente più ostico per la formula che la band ha intrapreso per il momento. Intanto facciamo un in bocca al lupo alla band selezionata fra le quattordici band del Lazio a partecipare alle semifinali di Arezzo Wave Love Festival.

Roma Rocks #10: intervista a Matteo Polci

Credo che ad un certo punto arrivi quel momento un po’ per tutti i musicisti italiani. A questo punto è una certezza. Una mattina ti alzi, prendi la chitarra, e improvvisamente cominci a sibilare qualche parola in italiano, dopo aver scritto per anni in inglese, e senza aver pensato mai che questo potesse essere un problema.

Questo è successo anche a Matteo Polci, ex voce e chitarra degli Storm and Impulse, band che poteva essere una grande promessa dell’indie rock romano e non solo ma che per una serie di circostanze sfavorevoli è rimasta ferma ad un EP e tante belle esperienze. 

“Tempo al Tempo” è il suo primo EP da solista, un breve assaggio delle nuove intenzioni musicali del giovane autore romano nel quale riecheggiano i Verdena di “WOW”, i Queens of the Stone Age, senza dimenticare del tutto l’indie rock di inizio ’00, vera e propria palestra musicale di Matteo. Qui una breve intervista per capire qualcosa di più di questo progetto.

 

 

-Intervista-

 

 

 

Ciao Matteo. Per chi non ti conosce personalmente la tue ultime notizie musicali risalivano al 2011 anno in cui i tuoi Storm and Impulse diedero alle stampe un EP, e al 2012 anno nel quale partiste per un mini tour europeo dopo il secondo posto ottenuto ad Emergenza Rock. Vuoi raccontarci cosa è successo in questo ultimo anno e mezzo?

Smettere di suonare con gli Storm and Impulse è stata la chiusura di una valvola di sfogo molto importante. Ho continuato a scrivere pezzi chitarra e voce, come ero abituato a fare, con la differenza che non li scrivevo più per un gruppo, ma per me. Anche per questo, non lavorando più alla composizione dei pezzi con un gruppo, ho deciso di condividere il più possibile con il pubblico, scrivendo i testi in italiano.

 

“Tempo al Tempo”, il tuo primo EP, vede la collaborazione di ottimi musicisti del panorama rock romano. Il disco è stato missato, registrato e masterizzato da Iacopo Sinigaglia (voce dei Libra), al basso c’è Giulio Bodini (Departure Ave.), e alla batteria l’infaticabile Claudio Gatta (Bamboo, Sadside Project, ex-Indie Boys Are For Hot Girls e tanto altro). Come sei venuto in contatto con loro, e qual’è stato il loro apporto all’interno dei brani?

Come ho già detto l’EP è nato da pezzi chitarra e voce e di conseguenza la registrazione andava di pari passo con la scrittura. Lavorare con Iacopo mi ha permesso di avere una persona molto competente e della quale mi fido al mio fianco. Questo mi ha permesso di sentirmi libero di cambiare gli arrangiamenti, improvvisando o riflettendo insieme a lui, come se fossero prove con il gruppo anziché registrazioni multi-traccia. Pur potendo registrare il basso io stesso avevo piacere che a farlo fosse un bassista vero e non un chitarrista adattato. Giulio è stato molto importante nell’interpretare i pezzi e anche nel proporre alcuni accorgimenti alle linee di basso. Avendo suonato con lui sin dal mio primo gruppo non avevo dubbi che il suo apporto sarebbe risultato alla fine importantissimo. Alla fine delle registrazioni avevamo delle buone tracce che promettevano un suono pieno e sporco come desideravamo, ma la batteria midi non rendeva i meriti del lavoro fatto. Iacopo ha chiamato Claudio che registrando i pezzi ha cambiato faccia all’EP.

 

In meno di due anni la tua proposta musicale è totalmente mutata. Secondo te da cosa dipende questo netto cambio di sound fra gli Storm and Impulse e il tuo lavoro solista?

Con il tempo gli ascolti musicali cambiano, anche gli stessi gruppi che ascolti da una vita si evolvono (purtoppo non sempre in meglio). Di pari passo anche le aspirazioni artistiche, l’attenzione per gli arrangiamenti e la cura dei dettagli assumono una rilevanza diversa. Anche il suono degli Storm and Impulse sarebbe cambiato e discostato dall’indie-rock che tanto ci aveva preso agli inizi.

 

In questi ultimi anni ho la netta impressione che siano triplicati gli spazi per i gruppi emergenti. Più locali, più siti che ne parlano, più interesse da parte -quantomeno- degli altri musicisti e degli addetti ai lavori. Hai riscontrato anche tu questo aspetto? Pensi che porterà giovamento a lungo andare?

Il merito è principalmente di chi suona. Sicuramente i mezzi per la promozione oggi sono più efficaci e accessibili, ma la cosa che mi piace di più è la collaborazione tra i musicisti. Noto che chi suona dedica più attenzione alle nuove proposte musicali, portando un confronto propositivo. All’interno dell’ambiente, a partire dai musicisti, si sta dando più valore alla musica, per questo la scena indipendente sta guadagnando l’attenzione del pubblico.

 

Fra le innumerevoli realtà musicali che ti circondano: musicisti, band, etichette, produttori, ecc. con chi ti piacerebbe in futuro lavorare e perché?

Fin dalla registrazione ho collaborato con altri musicisti e penso che molte delle qualità dell’EP nascano da questo. Nell’ambito della musica indipendente, mi piacciono molto i suoni e le intenzioni della musica dei Rubbish Factory. Probabilemte lavorare con loro potrebbe portare alla luce qualche aspetto della mia musica ancora poco percepibile.

 

La tua formazione in questo momento è formata da Enrico Orlandi alla chitarra (anche lui ex-Storm and Impulse), Edoardo Mancini al basso, e Damiano Daniele alla batteria. Pensi che questa sarà la formazione definitiva del progetto o hai in mente dei cambiamenti?

Non per volontà mia, penso che la formazione cambierà. Il progetto da solista, però, mi permette di suonare i pezzi indipendentemente dalla formazione.

 

Grazie Matteo, ricordaci i tuoi contatti.

 

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Luigi Costanzo – PoliRitmi

Roma Rocks #9: Marcello e il mio amico Tommaso – Nudità

Ho deciso di scrivere qualcosa su questo disco perché tutto ciò che ho letto da recensioni di siti più o meno specializzati sono le solite generiche insipide cazzate noiose. Devo dire la verità, ci ho messo veramente tanto a digerire il primo disco di Marcello e il mio amico Tommaso (intervista qua), non ho mai capito bene cosa mi piacesse e cosa mi desse fastidio della band messa in piedi dal talento chitarristico e compositivo di Marcello Newman (prima Jaqueries, ora Alpinismo). 

In questo inizio 2014 è successo qualcosa che ha cambiato, e non di poco, la mia prospettiva: sto preparando un esame sul Decameron (in particolare la II giornata). La quête erotica, infatti, domina entrambe le opere, l’eros diventa il territorio privilegiato per “coloro i quali per li dubbiosi paesi d’amore sono caminanti”. Se il corpo è spesso al centro delle novelle del Decameron, è al centro dell’intero disco del gruppo romano; e se in Boccaccio la nudità è spesso un risarcimento solare alla premessa iniziale della peste, nell’album sembra porsi come faticoso punto di arrivo quasi mai soddisfatto dal racconto dei brani, con la piccola eccezione di ‘Bossanova’, non a caso uno dei pezzi più gratificanti (e belli) dell’album. O magari questo paragone non ha senso, non lo so. Il vero punto è che ho cambiato nettamente la mia prospettiva su una serie di canzoni che per un sacco di tempo trovavo estremamente presuntuose. Devo essere chiaro, penso ancora che a volte Marcello in questi pezzi sia più impegnato a concentrarsi su quale possa essere l’effetto delle sue parole piuttosto che sulle parole stesse. Eppure è come se avessi improvvisamente trovato una chiave di lettura convincente di Nudità, che già mi aveva convinto con la qualità degli arrangiamenti (altro grandissimo merito di Marcello), che però sono talvolta accompagnati da una performance vocale insufficiente. Non perché Marcello sia stonato (cioè lo è, però sticazzi), ma perché la voce è spesso ritoccata in maniera innaturale, cosa che penalizza non poco un disco che dovrebbe suonare lo-fi. Niente di irrecuperabile, soprattutto perché Marcello è spesso accompagnato dalla deliziosa voce di Margherita Vicario, assolutamente straordinaria, tanto da risollevare i pezzi che sembravano faticare fino a pochi secondi prima. 

Riguardo al sound dell’album ci sarebbe veramente tantissimo da dire, ma mi limiterò ad accennare che la gestazione è stata particolarmente lunga per un disco che, a mio modesto parere, avrebbe guadagnato molto da una maggiore urgenza. E’ evidente che il passaggio da un EP in inglese a un disco in italiano non è un lavoro semplice, anzi è sorprendente come la qualità di alcuni brani sia così convincente. Sono convinto, tuttavia, che Nuditàviva di un’insanabile contraddizione fra desiderio di immediatezza ed eccessiva incubazione, tanto che ci si ritrova in mano con solo ventisette minuti di musica che però suonano sin troppo prodotti. So anche che le registrazioni sono state fatte all’interno di una chiesa, ma devo dire che non si sente per niente. 

Insomma, l’impressione è che, nonostante l’innegabile qualità dei brani, qualcosa sia andato storto in fase di registrazione. Poco male, se si considera che Marcello Newman a ventidue anni appena compiuti (qualche giorno fa) si lascia alla spalle un album convincente nell’aspetto che più dovrebbe interessare un’artista: il songwriting. Nudità non è un disco per tutti, e dalle mie parti questa è una cosa positiva.

Luigi Costanzo – PoliRitmi

Roma Rocks #8: intervista ai Rubbish Factory

Fare un disco rock in Italia è sempre una gran rottura di palle. Gli aggettivi ‘derivativo’, ‘riconoscibile’, ‘piacevole’ (dopo una serie di panegirici in cui sì sei bravo ma assomigli a tizio, caio e sempronio) sono quasi obbligatori in un panorama musicale in cui si può essere o disinteressato o un integralista. Simona Ventura o Scaruffi, le vie di mezzo non ci piacciono.

Quindi tutti i dischi rock  in cui qualcuno si permette di spaccare tutto senza star troppo a menare il can per l’aia subiscono sempre questa violenza passiva con la quale si fanno tanti complimenti, ma sempre facendotela pesare. Tutto questo andrebbe anche bene se non stendessimo tappeti rossi a qualsiasi gruppaccio proveniente dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti, spesso privo di talento. Tutta questa premessa è per dire che The Sun degli italiani Rubbish Factory è un disco veramente fico. Fico perché lo metti su, dura il giusto, i riff fanno penzolare la testa su e giù e le linee vocali danno quel tocco psichedelico che raggiunge il suo apice compositivo, almeno per il sottoscritto, con la opener “Bamsa”, un singolo veramente grandioso. Sono ancora convinto che i migliori dischi rock si facciano così, partendo innanzi tutto dalla semplicità.

The Sun riesce perfettamente nell’impresa, toccando le corde giuste e non annoiando mai. Se il sound può essere debitore alle migliori realtà rock degli ultimi vent’anni – con delle incursioni da parte dei Radiohead, scoprirete dopo perché- la band riesce tranquillamente a far sue influenze del periodo aureo del rock che va dal 66′ al ’69. Il duo è una formula che convince perfettamente, soprattutto se hai un octaver che non fa sentire la mancanza del basso (Black Keys – e non solo – docent). Sono fermamente convinto che i Rubbish Factory se fossero inglesi o americani sarebbero già a fare un tour europeo o americano.

 

– Intervista –

 

-Ogni band ha una storia diversa. Ci sono quelle che prendono vita al pub, quelle che vengono fuori da lunghe jam, e quelle che – come voi – nascono dalle ceneri di un’altra band. Quando avete deciso di andare avanti da soli, quando avete capito che dovevano nascere i Rubbish Factory?

Tutto è nato durante l’estate del 2011, in un periodo di relativa crisi con una precedente band con cui suonavamo. Percepivamo il bisogno di semplificare tutto: composizione, esecuzione dei brani e dibattiti creativi sulla nostra musica. Volevamo giocare di più, prendendoci meno sul serio, ironizzando su noi stessi, paragonandoci alla monnezza in tutti i sensi, alla “robaccia” che andavamo scrivendo riciclando vecchie idee, precedentemente sottovalutate. Iniziava ad allettarci l’idea di rimanere in due, come alcune band che già amavamo follemente e il primo pezzo, “Bamsa”, nacque in sala prove in quel periodo, davanti al manifesto di un bellissimo disco dei Radiohead, “Hail to the thief”, da cui abbiamo preso in prestito, in un esercizio di rimescolamento automatico, alcune delle parole dipinte da Stanley Donwood. Solo parole, sostantivi e verbi che si susseguono, in un gioco quasi rituale di decostruzione. I Rubbish Factory nascono per puro gioco, appunto, e per puro esercizio di riciclaggio creativo. Le cose hanno incominciato a prendere forma nel tempo.

 

-The Sun, soprattutto nelle chitarre, risente molto di influenze stoner. In particolare nel disco è forte la presenza di Josh Homme, sia quello dei Kyuss che dei Queens of The Stone Age. Anche le linee vocali, che a mio modesto parere sono il vero punto di forza del disco , in alcuni casi possono essere ricondotte ai QOTSA. Secondo voi quali sono le influenze celate del vostro album, a quale gruppo fondamentale per voi non vi hanno mai paragonato?

Ogni primo disco tende inevitabilmente a raccontare una band in senso univoco e ben definito. Nel nostro caso la ricerca di un riferimento musicale è stata decisamente naturale e spontanea. È innegabile la passione che nutriamo per la musica dei QOTSA e dei KYUSS, da cui deriva sicuramente molto di quello che si può sentire nel nostro lavoro, ma non possiamo affermare che siano stati le uniche band a influenzare il nostro modo di scrivere. Noi veniamo da anni di musica inglese, capeggiata in particolar modo dai Radiohead, un gruppo, quest’ultimo, che tuttora idolatriamo fino alla commozione e siamo convinti che nell’impianto tonale delle linee vocali ci sia un bisogno di appartenenza a quella modalità di scrittura, fortemente melodica e in netto contrappunto con la rabbia acida o aggressiva delle nostre parti strumentali.

 

-Passiamo ai discorsi antipatici. Che effetto vi fa pensare che tantissime persone  ascolteranno un lavoro che senz’altro è frutto di sacrificio attraverso le casse del loro PC? Più in generale che opinione avete sulla fruizione della musica ai giorni d’oggi?

Ci sono persone che non tollerano l’idea di ascoltare un disco dei Beatles dalle casse di un pc perché ne snaturerebbe la qualità, altre lo fanno senza porsi alcuno scrupolo e godendone appieno il sapore melodico delle canzoni. A nostro avviso si tratta di un compromesso un po’ qualunquista, in risposta alla quantità devastante di proposte musicali che il web, purtroppo e per fortuna, ci vomita addosso ogni giorno. Il pc è diventato il nostro primo interlocutore della giornata, per lavoro o ricerca di lavoro, per gioco o ricerca di giochi, per socializzare o per informarsi. È una protesi che ci accompagna a letto per vedere un film o la puntata di una serie televisiva. È un mezzo che nel tempo ha proposto e soddisfatto una sintesi di tutte le necessità della nostra era: informazione, svago, socializzazione. La musica diventa un accessorio aggiuntivo, un elemento rispetto al quale spesso si corre il rischio di rispondere con indifferenza. Viene in mente Eric Satie e i suoi esercizi di “musica indifferente”, o le canzoni che circolano nelle radio dei supermercati, delle metropolitane. Il problema non è tanto lo strumento, quanto l’orecchio che si adegua ad esso, non distinguendo più la differenza tra un ascolto di qualità ed uno dozzinale o tra un contenuto di un certo spessore ed un altro più irrilevante. Ma la musica rimane, la percepisci anche se la ascolti da un supporto poco performante, o addirittura se la subisci con indifferenza. Il problema sarebbe se non ci fosse.

 

-Il vostro lavoro è – fra le altre cose – su Spotify. Recentemente molti artisti, cito in particolare Thom Yorke e David Byrne, si sono scagliati contro questa piattaforma, assumendo anche un atteggiamento un po’ troppo paternalistico nei confronti delle band emergenti. Che opinione avete in merito?

Un po’ come per la domanda precedente, la questione va affrontata facendo una piccola considerazione sul nostro periodo storico, caratterizzato dall’estrema velocità e libertà di condivisione di tutto o quasi tutto. Ci stiamo abituando all’idea di poter avere qualunque cosa subito e senza rallentamenti, usando parole come “condivisione”, “mi piace”, che rivelano una certa natura democristiana dei nostri approcci virtuali. Condividiamo “pani e pezzi” con la semplicità di un click e non è chiaro fino a che punto questo possa rappresentare un problema. Lo è nella misura in cui artisti e musicisti come noi non guadagnano più dalle vendite fisiche di un cd; allo stesso tempo persone che vivono dall’altra parte del globo, per caso o per loro scelta, hanno la possibilità di ascoltare un pezzo scritto da chiunque, registrato da chiunque, prodotto da chiunque, promosso da chiunque e pubblicato da chiunque. La difficoltà di trasformare il “chiunque” in “qualcuno”, oggi, è più difficile che mai, a prescindere dai meriti, dalle qualità e dal talento, caratteristica umana costantemente in svendita attraverso format televisivi e concetti vecchi e superati di popolarità radiofonica. La verità è che il mercato musicale non potrà mai più sopravvivere solo ed esclusivamente dai guadagni delle vendite dei dischi, ma da attività live, concerti, esibizioni, spettacoli. In questo sta il paradosso del futuro: eliminare l’oggetto di mediazione (vinile, musicassetta, cd) per instaurare con la musica un rapporto ancora più astratto e universale, fatto di puro ascolto o di pura esibizione. Considerate da questo punto di vista, piattaforme come spotify non sono male, perchè potrebbero concorrere ad alimentare l’informazione musicale, sollecitando il desiderio di uscire di casa per andare a vedere un concerto live; certo, capiamo anche le posizioni di un artista come Thom Yorke, il quale definisce spotify “la scorreggia di un corpo moribondo”. La cosa grave e preoccupante sarebbe se uno strumento di questa portata, in realtà, riuscisse a pubblicizzare e arricchire solo se stesso, servendosi della musica e sfruttandone il lavoro degli artisti. E per gli artisti più sconosciuti e piccoli questo, effettivamente, è un problema.

 

-Nonostante il panorama underground italiano sembra in un momento discretamente attivo e fervido, si ha sempre l’impressione che ai concerti ci vadano soprattutto altri musicisti o addetti ai lavori. Secondo voi cosa serve al panorama italiano per passare allo ‘step’ successivo?

Serve curiosità e la curiosità è una qualità che si conquista aggirando la pigrizia, i pregiudizi, la dabbenaggine e la sciatteria. Il panorama italiano ha un pubblico stanco o confuso, ha bisogno di schiaffi, pugni e scrollate energiche. Si sente, da parte degli spettatori, un bisogno di essere spinti, presi di petto, derisi, provocati, divertiti. Il pubblico è spesso pigro e ha bisogno di essere trascinato fuori di casa, vuole sapori forti e schietti. Forse è troppo annebbiato dalle proprie ansie quotidiane per decodificare. Vuole delle conferme, insomma.

 

-Vi ringrazio per il tempo e la disponibilità. Volete ricordarci le vostre prossime date.

Grazie a te. Le nostre prossime date sono: il 13  dicembre all’Ungawa di Livorno e il 21 dicembre al Dal Verme di Roma; qualsiasi aggiornamento sarà comunicato sul nostro sito www.rubbishfactory.it o sulla pagina www.facebook.com/rubbishfactory . Vi aspettiamo.

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

Roma Rocks #7: Luminal – Amatoriale Italia


I Luminal ai tempi di Canzoni di tattica e disciplinae Io non credo non mi piacevano per niente. Le prime volte che li vidi dal vivo erano ancora in quattro, e non è che fossi molti convinto della loro proposta, della loro presunzione on-stage, dell’aura che avevanoproiettato su di loro senza un vero perché.

Quello che è successo ai Luminal in questi due anni è difficilmente spiegabile a parole. La band, costretta a essere un trio, si impone un’insolita formazione, soprattutto per chi fino al giorno prima faceva un rock indipendente con grandi influssi wave come tanti, tanti altri. Carlo Martinelli si libera della chitarra, Alessandra Perna si occupa del basso e talvolta della voce, e Alessandro Commisso picchia furiosamente sulla batteria. Questi i tre interpreti del nuovo corso della band.
Amatoriale Italia, il terzo disco dei Luminal, è violento, crudo, disturbante ed eccitante in modo un po’ perverso.

Vi ricordate che qualcuno l’anno scorso diceva che il disco dei Cani andava interpretato come un disco punk? Ecco, era una cazzata. Questoè un disco punk, per sound, testi, violenza grezza. Conoscete l’insulto “Possa essere IVECO l’ultima parola che leggi!”? Ecco, più o meno è questo l’effetto che fanno molti dei brani presenti in questo nuovo sforzo discografico dei Luminal. Accompagnati da un sound fan-ta-sti-co, giù il cappello per Daniele Tortora, i testi sono una critica che va dal microcosmo romano – quella che ha reso molti gruppi stucchevolissimi – sino a il macrocosmo italiano. Le linee vocali danzano fra il recitato, la semplicità demenziale e la naturalezza punk e rock n’ roll, ora stridendo, ora accompagnando l’acre sound di basso e batteria.

Il paradosso, se vogliamo, è che Amatoriale Italia,nell’essere ‘una messa in scena’ di vizi italiani, è la quintessenza della ‘cultura’ pop-altenativa del nostro paese, però questa volta l’invettiva è veramente invettiva, la violenza musicale e verbale sono volte a colpire, a fare male e, possibilmente, a fare vittime. La differenza è che i Luminal, nell’adeguarsi ai contenuti del moderno indie italiano, fatto di facebook, vita di tutti i giorni e altre puttanate random, devastano completamente il linguaggio, rimpadronendosi della dialettica e del sound degli anni ’90, che erano se non altro meno frivoli di quelli contemporanei.

I quarantaquattro secondi di ‘Lele Mora’ sono la discriminante per capire se vi piacerà questo album provocatorio, depravato, al limite dell’irritante e del fastidioso, e sempre e comunque molto, molto pretenzioso. Io penso che, senza lanciarci in apologie o in facili entusiasmi, Amatoriale Italia sia un album di cui avevamo veramente bisogno. 




PoliRitmi-Luigi Costanzo

Roma Rocks #6: intervista ai Boxerin Club

Formati nel 2010, i Boxerin Club sono una realtà estremamente interessante  del panorama emergente italiano.

Il loro sound riesce a coniugare intelligentemente il folk e il pop indipendente con delle ritmiche che portano a muovere le gambe e il culo, merito del gusto e del talento di Matteo Domenichelli (basso) e Francesco Aprili (batteria), che formano un’eccezionale sezione ritmica.

La formazione, che si completa con gli altrettanto bravi Matteo Iacobis (voce-chitarra) e Gabriele Jacobini (chitarra), è già una rodatissima macchina live, tanto che la band è stata selezionata per suonare quest’estate all’Arezzo Wave, celeberrimo festival italiano.

Aspettando trepidanti il loro primo LP siamo riusciti a intercettarli per un’intervista.

 

E’ passato un anno dal vostro primo EP “Tick Toc (Here It Comes), come raccontereste tutto quello che è accaduto alla band in questo arco di tempo?

Tick Tock è stato un lavoro molto istintivo e in questo anno abbiamo semplicemente focalizzato l’attenzione sulla ricerca di un “sound” personale e originale, il nostro EP lo reputiamo un prodotto buono, con delle influenze derivate dagli anni ’90, ma sono cambiate molte cose da quella registrazione, ora stiamo ricercando e sperimentando nuovi accostamenti e nuove sonorità per poi mettere nero su bianco in un vero album.

 

Mi sento di dovervi definire una ottima live band. Siete conosciuti sia per le vostre performance elettriche, che acustiche. Come è nata l’idea di muoversi su entrambi i fronti? E’ una scelta artistica o una necessità dovuta al potersi far sentire in qualsiasi cornice?

Diciamo che l’acustistico è nato per necessità, in fase di composizione dei pezzi ci siamo ritrovati spesso ad arrangiare in questa formula, anche semplicemente chitarra e voce, quindi l’acustico è la forma più “naturale” delle nostre canzoni. Poi viene da sè che con l’acustico riusciamo a ricoprire una gamma più ampia di serate dove anche il locale più piccolo, con un minimo impianto di amplificazione , è terreno fertile per il nostro live. Il nostro secondo EP infatti è una registrazione live fatta al Recordin’ Grandma nel Novembre del 2012, in una formula acustica.

 

La vostra musica mescola l’indie-pop/rock a suggestioni provenienti dalla musica folk, che si incontrano con ritmiche latino-caraibiche. Nonostante questa proposta sia estremamente originale volete indicarci qualche vostro padre putativo?

Le influenze maggiori le prendiamo dalla World Music, da Gilberto Gil, dai Talking Heads, Paul Simon per poi passare ai Grizzly Bear e Fleet Foxes. Ascoltiamo anche Notorious B.I.G., Erika Badou, MIriam Makeba, Madonna. Non è detto che ci sia necessariamente una correlazione.

 

Avete diverse date in programma, ma quelle che salta più agli occhi è quella di Arezzo Wave, ottenuta in seguito a delle lunghe selezioni. Volete parlarci di questa esperienza?

Le selezioni sono state molto dure, Roma ed il Lazio vedono un’enorme affluenza di gruppi. Infatti alla finale siamo stati tutti stupiti dal livello delle band in gara, tutte bravissime e talentuose. Noi siamo stati scelti come rappresentanti della nostra regione e tutto quello che possiamo fare ora è dare il meglio del meglio il 14 Luglio all’Arezzo Wave .

 

Il vostro nome è indissolubilmente legato a quello di Bomba Dischi, quanto è stata, ed è di supporto l’etichetta nella vostra crescita?

BOMBA è una BOMBA, aggiungere altro non servirebbe a nulla, ci supportano costantemente, quando possibile Davide (Caucci, ndr) viene sempre con noi in Tour ad aiutarci e soprattutto ad alleggerire le interminabili ore di macchina.

 

Sul vostro nuovo video ‘Clown’ avete annunciato che entrerete in studio a Luglio per registrare il vostro primo disco. Ci potete rivelare qualche indiscrezione?

 

Al momento stiamo lavorando ai pezzi che andranno a completare l’album, per ora ci sono 2 pezzi totalmente nuovi che non sono stati suonati davanti ad anima viva. Del resto non ne parleremo.

 

Grazie mille per la disponibilità, ricordateci le vostre prossime date.

26 giugno – Gubbstock Festival – Gubbio
8 luglio – Teramo – TBA
12 luglio – Roma – TBA
14 luglio – Arezzo Wave Love Festival w/Max Gazzè
19 luglio – @Live Art Festival – Artena
9 agosto – Indiefest – Lecce w/Departure ave.
11 agosto – Nuvole, chitarre e note – Carovilli (IS)
17 agosto – Messina (TBA)

 

Volete un consiglio? Andate a sentirli dal vivo!

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Luigi Costanzo – PoliRitmi

 

Roma Rocks #5: intervista a Marcello e il Mio Amico Tommaso

Abbiamo intervistato Marcello Newman, voce, chitarra e testi di Marcello e Il Mio Amico Tommaso, gruppo romano fresco del nuovo singolo ‘Blues Balneare’, in attesa dell’uscita del primo LP Nudità. 

Il gruppo è composto da Marcello Newman, Tommaso Venanzi, Gianlorenzo Nardi, Adelaide Albinati, Giorgio Ruzziconi, Lorenzo Autorino.

 

Sta per uscire il vostro primo disco ‘Nudità’, anticipato dal singolo e dal video di ‘Blues Balneare’. Perché avete scelto questo brano come singolo?

Nudità uscirà a giugno per 42 Records. E’ la nostra seconda uscita con questa etichetta dopo ‘Chounette’, di circa due anni fa. Abbiamo scelto Blues Balneare perché ci sembrava un’ottima introduzione ai temi del disco, che parla quasi tutto di sesso. Blues Balneare sembrava un po’ sia il punto di partenza che il punto d’arrivo. Il personaggio del brano – che è anche il protagonista del disco, è distante dalle cose che gli sono più vicine, quindi anche dall’amore, il contatto, il sesso. Mi chiedo se alla fine del disco il protagonista-narratore sia uscito da questa impasse,  ma credo di no.

 

Chi vi segue si sarà senz’altro accorto del vostro passaggio dall’inglese (nell’EP) all’italiano. Come hai maturato questa scelta?

Secondo me questa viene troppo spesso vista come una scelta politica. Per me era importante trovare un nuovo modo di parlare delle cose di cui volevo parlare, mi trovavo in difficoltà a raccontare storie che mi erano successe. Mi sembrava un po’ stupido parlare in inglese di ragazze o posti che frequentavo. Per esempio, come diresti Bar Marani in inglese? Mi sembra di farmi capire e capirmi meglio esprimendomi in italiano.

 

La band si è progressivamente allargata. Pensi che questa sia la formazione definitiva o ti concedi la possibilità di modificarla?

Da una parte vorrei dirti che gli strumenti che stiamo usando adesso saranno quelli che useremo sempre, perché decidendo di avere una formazione fissa sarei costretto a una maggiore creatività nell’arrangiamento. D’altra parte non so dirti se sarò sempre contento di questi strumenti e di questo sound. Vorrei sicuramente mantenere la formazione a sei, però non so se ognuno continuerà a suonare gli stessi strumenti.

 

Che cosa ti piace di quel che gira adesso in Italia?

Faccio fatica a rispondere a questa domanda, sicuramente i primi due dischi dei Baustelle. I Cani, i Gazebo Penguins, i Carpacho! Posso parlare di un disco? Mi sa che il mio disco italiano preferito è Enciclopedia Popolare della Vita Quotidiana dei Distanti, che erano un gruppo di Forlì. Anche se non c’entra niente con la musica che faccio io, è il disco che avrei voluto fare, anche se poi non so neanche bene che genere è. Se adesso penso che valga la pena parlare di sesso è perché quel disco mi ha fatto capire che si poteva fare.

 

Chi vi ha registrato il disco, dove lo avete fatto?

Non ci andava di fare il disco in studio. C’è un libro che ho letto recentemente che si chiama Perfect Sound Forever, che solleva un problema: quando ascolti una canzone registrata stai ascoltando la registrazione di un evento o quell’evento non è mai avvenuto? Per esempio, con il multi-traccia, essendo registrato un musicista alla volta l’ascoltatore assiste a un evento che in realtà non è mai avvenuto. Volevo che il nostro disco desse l’impressione di essere la pura riproduzione di quello che era avvenuto in una stanza, quello che a me rievoca On the Beach di Neil Young. Abbiamo affittato gli strumenti di Matteo Portelli, il bassista dei Mamavegas, e Fabio Grande è stato fonico del disco e produttore a tutti gli effetti. Il disco è registrato a metà fra casa mia a Veiano e la chiesa del paese.

 

A volte ho l’impressione che non solo a livello nazionale, ma anche in un contesto limitato come Roma, ci siano tantissimi microcosmi che credono di fare la miglior musica possibile, e che non si rendono conto di ciò che accade fuori. Che ne pensi? (si potrebbe scrivere un articolo intero sulla risposta che Marcello ha dato a questa domanda, cercherò di riassumerla al meglio, ndr)

Ho l’impressione che quel che dici fosse vero fino a qualche anno fa: non c’erano locali dove si aveva l’impressione di essere in presenza di una vera scena musicale. Adesso penso ci sia una scena: c’è Bomba Dischi, c’è la 42 (Records) che lavora molto su Roma, ci sono locali che riescono a essere contenitori di una scena cittadina. La domanda da porsi è: ‘Qual è il pubblico di questo macrocosmo?’ Forse il pubblico della scena romana è la scena romana. Credo che Roma sia competitiva a livello nazionale, non so se lo sarebbe a livello internazionale. E’ importante confrontarsi non solo all’interno della scena romana, ma con l’intero universo musicale per avere realmente un’idea della qualità e del livello della musica che facciamo.

 

Grazie, ricordaci le date dei prossimi concerti e quando uscirà il disco.

Stiamo organizzando un tour estivo, nel frattempo suoneremo il 24 maggio a Frascati al Fahrenheit, e a inizio giugno presenteremo il disco a Roma in un locale ancora da annunciare. Speriamo di vedervi tutti.

Video Blues Balneare

 

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

Roma Rocks #4: Testaintasca



La nuova uscita targata 42 Records – etichetta romana retta da Emiliano Colasanti – si chiama Testaintasca. I Testaintasca, anche loro di Roma, arrivano alla loro prima uscita discografica con cinque brani che in un modo o in un altro già circolavano da circa due anni. Sì, perché il loro primo EP risale al 2011, e solo adesso è stato pubblicato, probabilmente come terreno di base per un prossimo lavoro.

La band già gode di una solida fan-base, come dimostra il pienone del 26 Aprile alle Mura a San Lorenzo, dove qualcuno è anche rimasto fuori vista l’eccessiva calca all’interno del locale.

Punta di diamante della produzione della band formata da Fabio, Valerio, Giorgio e Pietro è indubbiamente il video-singolo de La Musica (mi piace tanto), pezzo che racchiude in sé un incredibile potere bubble-gum pop. Un pezzo semplice, incredibilmente orecchiabile e che non lascia più il tuo cervello… alla The Monkees per capirci. Perché dico The Monkees? Proprio perché è proprio dal beat che i Testaintesca creano la loro cifra stilistica.

L’apertura dell’EP, Collaborare, non fa altro che mantenere le ottime impressioni de La Musica con un testo che potrebbe essere preso ora come modello, ora come sberleffo della moderna sinistra. Un testo che nonostante l’umore musicale ‘ottimista’, nasconde una certa rabbia inespressa; forse il pezzo più vicino ad un possibile futuro garage rock.

Purtroppo però il terzetto finale dell’EP – che conferma le evidentissime influenze beat, un po’ Merseybeat, un po’ Los Angeles – non è all’altezza con le premesse dei primi due brani. Non v’è dubbio che Fabio Conte in questi ultimi brani si confronti in modo molto più diretto con il cantautorato italiano, riuscendo spesso a fare un’ottima figura e ad essere semplice ed acuto, senza sembrare mai pretenzioso o pontificatore. Una buona novità rispetto alla media dei gruppi romani impegnati nel duro compito di scrivere in italiano. Non basta questo, tuttavia, a risollevare l’ingenuità musicale di Blù, o il songwriting acerbo di Settembre, pezzi sì buoni ma non all’altezza della solidità dei primi due brani.

Riassumendo, un EP che fa presagire un possibile futuro brillante, ma anche un futuro ben più generico e non necessariamente esaltante. Ciò non toglie la gioia di tornare ad avere in Italia un gruppo beat valido, dopo la prolificatradizione degli anni ’60. Speriamo bene!


Luigi Costanzo


Roma Rocks #3: Mary In June

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Tutti sanno che Roma è divisa in fazioni, ambienti, schiere di persone che si  auto-ghettizzano in micro-contesti autoreferenziali in cui le persone coinvolte si danno grosse pacche sulle spalle reciproche, dandosi forza a vicenda e guardando con sospetto le altre micro-realtà fuori dal loro confortevole porticato. La musica nella capitale è specchio di questo atteggiamento che ancora, dopo tanti anni, non sono riuscito a comprendere.
Se c’è un gruppo che esce da queste categorie, gruppo di cui ho sentito parlar bene e con affetto un po’ da tutte le parti, questi sono i Mary in June. La band, composta da Alessandro, Aron (già En Plein Air), Marco e Vincenzo, ha esordito nel 2011 con l’EP Ferirsi, accolto molto bene sia dalla critica che dal pubblico. ‘Ferirsi’ ha dato alla band una meritata visibilità non solo a Roma ma anche ben al di fuori del Raccordo.
I Mary in June costruiscono paesaggi prendendo le mosse da un post-rock ora furioso, ora atmosferico,  su cui Alessandro intesse le sue linee vocali, tentando ambiziosamente di abbinare un cantautorato che prova a confrontarsi con tutti i giganti italiani a un genere che difficilmente si è messo in discussione affrontando il cantautorato ‘classico’ (forse è accaduto solo con i Marta sui Tubi ma, per come la vedo io, in modo diametralmente diverso).  Questa caratteristica è per certi versi uno dei migliori tratti distintivi della band, anche se, quando l’operazione non riesce a pieno, il risultato suona ad un primo ascolto leggermente spiazzante.
L’elemento che ricorda percorsi già intrapresi da altri artisti italiani dagli anni zero in poi (e qua già ci dovremmo essere capiti), è il denso legame fra le canzoni e il paesaggio urbano, spesso periferico, della città, reso però non con mesta rassegnazione ma con un certo piglio nervoso e romantico.
Musica e testo dunque si muovono in questa introversa inadeguatezza, in questa sorta di implosione che trova libero sfogo solo in alcuni episodi (che a sentirli dal vivo ultimamente sono esponenzialmente aumentati) che sono come un’eruzione di rabbia dopo aver somatizzato a lungo, un esplosione liberatoria di tutta quella tensione irrisolta. C’è appunto un che di liberatorio nella musica dei Mary in June, nella loro poetica musicale che sa esprimere inadeguatezze e malinconia, riuscendo ad arrivare immancabilmente all’ascoltatore.
Aspettando con curiosità il prossimo lavoro, potete andare sulla pagina bandcamp del gruppo e scaricare ed ascoltare tutti i brani diFerirsi e i due brani registrati per la compilation ‘Il Sottosuono Vol.3’.
Luigi Costanzo

Roma Rocks #2: Black Rainbows

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Come promesso, anche questa settimana rimaniamo all’interno del G.R.A.per parlare dei bei gruppi della nostra bella città. E, come la scorsa settimana con gli Electric SuperFuzz, rimaniamo in ambito rock n’roll, anche se questa volta parleremo di scenari decisamente più legati alla psichedelia hard.
I Black Rainbows sono un power-trio stoner-heavy psych nato nel 2005. La line-up, cambiata diverse volte, ruota attorno alla figura del chitarrista, il cantante Gabriele Fiori (ex Void Generator, altra storica formazione dell’heavy psych romano).
Il primo disco della band, Twilight in The Desert, uscito nel 2007 per la francesce Longfellow Deed Records – appena ristampato in vinile dalla HeavyPsychSound Records – è un LP che, benché immaturo e evidentemente derivativo, mostra alcuni di quegli elementi che saranno sviluppati in maniera più organica nel full lenght successivo.
La consacrazione dei Black Rainbows arriva con il secondo disco Carmina Diabolo, uscito nel 2010, e con la band che suona live pressoché ovunque, aprendo concerti di band più blasonate e riscuotendo ottimi riscontrigrazie ai loro live infuocati. Carmina Diabolo è un disco estremamente granitico che, a differenza del primo album, mostra un ensamble più rodato e una produzione ben più adeguata al sound della band. In questo album sicuramente sono esaltati il riffing e la voce di Gabriele Fiori, che lo configurano come uno dei musicisti più talentuosi dell’hard rock lisergicoitaliano. Difficile trovare dischi stoner italiani con una simile solidità; il disco è caratterizzato da un heavy-psych che oltre a rifarsi ai mostri sacri degli anni ’90, conosce benissimo le sue origini di anni ’60 e ’70; tra tutte le band citabili si sente l’impronta di gruppi meravigliosi e spesso non abbastanza lodati come Blue Cheer e Hawkwind.
E’ proprio sul solco delle band succitate, alle quali dobbiamo anche aggiungere gli indimenticati MC5, che nasce l’idea per il terzo e ultimo album della band, l’ottimo Supermothafuzzalicious!! L’album non è altro che un disco rock che trasuda amore per il rock stesso.Riff dannatamente efficaci, sezione ritmica quadrata, ritornelli appiccicosi: questo è in breve ciò che ci offrono i Black Rainbows con questo ultimo album, non dimenticando tuttavia i territori stoner a loro cari, che tornano frequentemente sia nella potenza sonora espressa dagli ampsdella band che nella chitarra di Fiori. Un disco che se fosse uscito negli Stati Uniti (probabilmente) passerebbe alla radio.
Insomma, i Black Rainbows sono una band in salute che non può che offrire ancora tanto al nostro contraddittorio panorama musicale.

Luigi Costanzo