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Una calda estate, o dell’ultima Scuola Romana

A Luglio non si dovrebbe scrivere. Si fa fatica. Il caldo; poi un cicaleggiare costante che si insinua dentro le stanze in penombra, suggerisce piuttosto una pennica. Al massimo una carrellata di pensieri non troppo connessi, che messi assieme potrebbero raccontare una storia, un domani. Eppure Roma d’estate scintilla, di una bellezza anestetica, che induce anestesia.
E’ una responsabilità da distribuirsi quindi: il caldo e la bellezza accecante di Roma.
A Luglio a Roma non si dovrebbe scrivere davvero.

Come si susseguono le stagioni, si susseguono le cronache.
La cronaca, con il suo discutibile senso del dovere, spinge a destarci, a rendicontare.
Da settimane oramai, non riesco a liberarmi di un pensiero.
Sta calando il sipario sull’ultima Scuola Romana.
Quella che si può intendere come l’ultima stagione di una classe di eccellenti architetti e pensatori romani, sta volgendo al termine.

Ci ha lasciato pochi mesi fa Giorgio Muratore, custode di una romanità autentica, difficilmente esportabile. Un fuoriclasse, formatosi nella primavera de La Sapienza, la cui voce ha saputo attingere da intellettuali di Serie A – spesso agli antipodi – i quali, per nascita, formazione, traiettorie professionali, si sono ritrovati, tutti contemporaneamente, sulle rive del Tevere.
Parliamo di una fucina di critici di primo ordine, da Zevi fino a Tafuri passando per Benevolo e Portoghesi, l’intellighenzia romana poteva ergersi a paradigma dell’intero scenario internazionale.
Un’ideale istantanea dei suddetti, avrebbe potuto sintetizzare pienamente il milieu di un fervente e chiassoso dibattito architettonico, ad oggi ineguagliato.

Non credo nelle coincidenze. Penso che ci sia qualcosa di straordinario e beffardo al contempo, nel registrare come alla scomparsa di Giorgio Muratore, siano seguite due iniziative riguardanti altri due alfieri della medesima Scuola. Franco Purini e Dario Passi, sono due facce della stessa medaglia.
Una medaglia incisa da un tratto geniale e da un pensiero raffinato.
Il MAXXI resuscita il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, opera di Purini, mentre alla Fondazione Pastificio Cerere troviamo un’intima antologia su Passi, a cura di Alexandra Andresen in collaborazione con DIVISARE.

Purini e Passi, tra loro Giorgio Muratore. Nati negli anni Quaranta, sarebbe errato raccontare i tre come equidistanti, equilateri. Qui stiamo forzando la mano, per una lettura iconica, a tratti romantica.
In realtà Passi e Muratore condividono un percorso di ricerca e progettazione che li vedrà impegnati assieme per molti anni, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Mentre è con Purini che il palleggio dialettico è rimasto sempre polemico, canzonatorio, fin troppo accurato per potersi ritenere improvvisato. Quasi a suggerire una concertata assegnazione dei ruoli, prima di salire sul palcoscenico. Le distanze erano evidenti, lo spartito il medesimo.

 

G. Muratore, D. Passi; Concorso internazionale della Biennale di Venezia per la sistemazione dell’area del Ponte dell’Accademia e di Ca’ Venier dei leoni; 1985_

 

Sarà la Storia, vicende umane e professionali divergenti, a decretare Purini un architetto compiuto, capace di confrontarsi – a modo suo – con le piaghe del fare architettura a Roma, comunque in condizione di arrivare a costruire, e non poco.

Varrà diversamente per Passi, il quale scelse, forse fin da principio, un altro corso. Riuscendo a sublimare le sue visioni ed i suoi disegni, proprio lasciandoli tali, ineffabili.

Scrive Purini di Passi:

Evoca una Roma la quale, pur non essendoci mai stata, è più vera di quella di molti suoi quartieri. E’ soprattuto una città di intensivi, nei quali si ritrovano memorie delle grandi architetture urbane di protagonisti quali Mario De Renzi, Cesare Pascoletti, Mario Marchi, Gaetano Rapisardi. Atmosfere razionaliste si mescolano a memorie del Novecento e a risonanze dechirichiane e sironiane in una ibridazione coinvolgente nella quale la dimensione poetica di Dario Passi acquista una verità nella quale la teoria incontra l’emozione.

Chi già conosce questa storia, i protagonisti di cui si sta scrivendo – oltre a rimanere vagamente stizzito per una certa fatica che muove queste poche righe – non potrà discutere il concetto di Scuola Romana, almeno per questo nucleo di professionisti, al quale potremmo aggiungere pochi altri.

La definiremmo una scuola, un movimento, un gruppo più che altro, borghese, erudito, in modo quasi compiaciuto, fanatico, ironico e beffardo, con inflessioni dialettali ricorrenti; un gruppo consapevole – del proprio valore e dei propri limiti – nostalgico, progressista anche, realista soprattutto. Perché mai lontano dalla realtà.

E come ha scritto Giorgio, che già ci manca e che ogni giorno vorremmo ancora interrogare per sapere chi ha fatto cosa, per capire i retroscena di una città palcoscenico, di un mondo, quello dell’architettura, che troppo spesso si sopravvaluta e non si considera fondale alla vita, ma vita stessa; come ha scritto Giorgio:

Certo è che tutte le architetture cui facciamo riferimento non avrebbero senso se non a Roma.
Eventi contrapposti, occasioni banali o seducenti, personaggi piccoli o grandi, mediocri o geniali sono tutti accomunati nel dar corpo a una città che non è mai la città che si spera, ma è sempre quella che si teme; eppure, finalmente è ancora l’unica vera città.

Nicolas Jaar – Il compositore del futuro

Lo scorso mercoledì ha incantato Roma e il Just Music Festival con le sue eclettiche capacità. Ma, dietro Nicolas Jaar si nasconde molto altro. Quando nel 2011 si fece conoscere al mondo attraverso il sorprendente album “ Space Is Only Noise” fin da subito si ebbe la percezione che vi fosse una capacità interpretativa e compositiva nuova e di valore. Un valore aggiunto rappresentato dalle vicende biografiche del giovane artista cileno-statunitense che solo recentemente sono venute a galla attraverso LP Sirens. Certamente, il triennio passato nei club di tutto il mondo, precedente all’anno di svolta di Space Is The Only Noise, lo ha reso empaticamente un tutt’uno con il pubblico.

Nella storia personale di Nicolas Jaar c’è la sofferenza malinconica che con un’eleganza degna di Rossini prepotentemente esce fuori da ogni sua traccia. Nato a New York nel 1990 dall’artista cileno-palestinese Alfredo Jaar, presente alla Biennale di Venezia per la prima volta nel 1987, e da madre franco-cilena nacque negli Stati Uniti d’America per sfuggire alla dittatura di Pinochet. La frase che appare sulla copertina di Sirens, in lingua spagnola, “Abbiamo già detto no, ma il sì è ovunque” è un chiaro riferimento al referendum plebiscitario, elemento d’elezione di ogni dittatura, con il quale il popolo cileno si oppose alla riconferma di Pinochet. Le origini sudamericane e palestinesi unite ai temi legati alla libertà, si ripercuotono nei suoi testi. “Three Side Of Nazareth”, la miglior traccia dell’album, è un brano che racchiude la storia del novecento, la teologia e suoni ancestrali combinati dall’elettronica.

Sirens ripercorre tratti di storia cilena con frasi quali “ ho trovato pezzi di ossa rotte sui lati delle strade” o in “ abbiamo creato un mostro”. Se i suoi primi album avevano influenze new wave e ambient da Sirens in poi e con Nymphs finalmente la musica trova dei nuovi elementi sui quali certamente si baseranno i suoni del futuro. Hystory Lesson è il brano che chiude “Sirens”.

E se ora c’è una lezione che la storia della musica è che di Brian Eno o Syd Barret ne nasce uno ogni trent’anni. Jaar si propone come il continuatore di una non convenzionale composizione del futuro.

Roma torna a divertirsi con il Just Music Festival

Dal 20 Giugno al 9 Luglio 2017 torna il Just Music Festival, a trasformare la capitale nel palcoscenico di un nuovo grande evento di musica e cultura contemporanea: otto giorni di DJ set, concerti, performance con i più importanti artisti a livello mondiale. Alla sua terza edizione, il Just Music Festival divide il suo programma artistico in tre location di grande fascino – l’Ex Dogana, il Museo MAXXI e lo Spazio Novecento – attraversando stili, generi e nazioni, per esplorare nuovi contesti e nuovi pubblici.

Dall’avanguardia di Nicholas Jaar, artista newyorkese ma di origine cilena, famoso in tutto il mondo per la sua elettronica in bilico tra suggestioni techno, rnb, jazz e world, fino al nuovo soul-blues ibrido del britannico RagnBone Man, cantautore cresciuto nell’underground inglese, arrivato quest’anno al successo planetario grazie alla famosissima hit Human. Dal poliedrico e carismatico Paul Kalkbrenner, padre indiscusso di quel suono e quell’estetica che portano la firma Berlino-anni-2000, all’intramontabile Fatboyslim, artista dal talento inarrivabile nel mischiare generi e registri, che con le sue produzioni ha segnato una pagina intera di storia dell’elettronica e del pop. Fino ad alcune stelle indiscusse del DJing mondiale: l’inglese Carl Cox, tra i più influenti artisti house e techno in assoluto, il canadese Richie Hawtin, custode incontrastato della techno minimale di prima generazione e artista che da sempre riesce a spostare il confine tra DJ set e performance live, o il bosniaco, ma tedesco d’adozione, Solomun, che del nuovo suono dance minimale è forse l’erede più contemporaneo.

Il Just Music Festival è ovviamente molto altro ancora, con i set visionari di Damian Lazarus, l’eclettismo di Butch o gli ipnotici UK grooves di Daddy G, storico membro fondatore dei Massive Attack. Sempre in consolle, vedremo anche due personaggi che hanno fatto la storia della dance nostrana, DJ Ralf e Cirillo, oltre ad alcune “promesse” che sembrano già ampiamente mantenute, come i britannici Jackmaster e Jasper James o gli italianissimi Howl Ensamble e i romani e apprezzati Dumfound.

Ma, soprattutto, quest’anno è la volta di una grande novità al Just Music Festival: una giornata interamente dedicata ad una delle culture musicali contemporanee più importanti e influenti al mondo. “Roots In The City è un festival nel festival, un nuovo format dedicato ai suoni reggae, dub e dancehall. Il 2 luglio, in un’unica lunga maratona musicale, si esibiranno sullo stesso palco alcuni dei più importanti interpreti legati alla tradizione “roots” e alla musica popolare giamaicana, in tutte le sue varianti e interpretazioni. Primo tra tutti Sizzla, tra i massimi esponenti di quel reggae nato negli anni 90 che ha ritrovato nella radice rastafariana l’orizzonte del contemporaneo e che ha saputo uscire dai confini giamaicani per conquistare il mondo, accompagnato in questa occasione dalla titanica Firehouse Band. O i leggendari Lee Scratch Perry e Mad Professor, due vecchi maestri che, per una notte, si ritroveranno a Roma di nuovo insieme sul palco per ridare vita ad un capitolo intero della storia del reggae e della dub music; ma ci saranno anche interpreti affermati della nuova generazione, provenienti da paesi satellite rispetto al suono giamaicano, come il guyanese Promise No Promises, o l’astro nascente australiano Nattali Rize, con il suo reggae impegnato contaminato dai linguaggi del nuovo hip-hop. Ad essi si aggiungeranno guest, sound system e crew di Roma, per mettere in connessione l’olimpo del reggae con le migliori esperienze locali.

Il Just Music Festival è infatti prima di tutto il tentativo di creare uno spazio nuovo nella città di Roma, in cui diversi generi e diverse tradizioni contemporanee si incontrino. Un festival per un pubblico non più di nicchia, ma misto, trasversale e multietnico: appassionati di elettronica e pop, devoti del roots reggae, fan della techno, amanti dell’house music, adepti del nuovo movimento dancehall e fedeli dellhip hop, tutti insieme sotto uno stesso tetto, non più divisi da barriere di genere e contesto, che in definitiva sono anche barriere culturali e sociali.

La musica è anche loccasione per indagare altri linguaggi: ad accompagnare il festival, alcuni singolari incroci con le arti visive, per gettare ponti tra la musica contemporanea e le più importanti esperienze artistiche internazionali. Come per esempio le opere ambientali di Graziano Locatelli, che interagiscono con il contesto spaziale del festival, o un progetto speciale, senza precedenti, con un misterioso artista inglese noto in tutto il mondo. Un progetto di cui non possiamo dire altro, ma che sveleremo con una comunicazione a sé a ridosso dell’evento.

Tutto questo e altro ancora si andrà ad aggiungere alla storia già raccontata dalle due edizioni passate, che hanno visto tra gli altri sul palco – in location come l’Auditorium e le Terrazze del Palazzo dei Congressi di Roma– artisti internazionali del calibro di Bjork, Massive Attack, Public Enemy, Burt Bacharach, Pet Shop Boys, Jean Michel Jarre, Disclosure, Róisín Murphy, Travis, Thievery Corporation, St. Germain, e James Morrison.

Per il Just Music Festival la musica non è solo musica, ma un linguaggio universale che “da solo” è in grado di reinventare le relazioni umane e creare nuove comunità. Il Just Music Festival 2017 è unesperienza che cancella le differenze e costruisce uno spazio di autentica condivisione:

“…music is the primary essence of human respect.

2 edizione di Arte in Movimento

Arte in Movimento

Link all’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1908385362708652/?fref=ts

Comitato Organizzativo: Silvio Corteggiani, Emilia Di Stefano, Gaetano Giglio, Emiliano Esposito

Orario : Incontro alle ore 16.00 a Via di San Gregorio angolo con Via dei Cerchi, partenza della passeggiata alle 16.30 percorrendo Via dei Cerchi , Via Dei Fori Imperiali, area del Colosseo, piazza Venezia, fine evento ore 19,00

Una passeggiata di persone con le proprie opere che attraverserà le aree più rappresentativi della nostra citta, un lungo serpente pieno di colore e bellezza.

Una passeggiata a cui possono partecipare tutte quelle persone, che attraverso l’arte pittorica , esprimono la loro necessità di migliorare il mondo che le circonda, portando fino a 2 opere che potranno appendersi all’altezza delle spalle.

Lo scopo dell’evento è quello di mettere in risalto la città di Roma attraverso le persone e alla consuetudine di pubblicare sui social network eventi collettivi ed inconsueti che incontrano per strada, un modo per far vedere al mondo un’altra faccia della nostra bella città.

Roma è già considerata il centro mondiale dell’arte antica, con questo evento vogliamo che cominci a diventare attrazione anche per l’arte contemporanea. L’evento non ha finalità di protesta e/o politica e sarà chiesto ai partecipanti di non esporre opere che possano risultare offensive alla sensibilità del pubblico e delle istituzioni tutte. 

Le residenze papali e la loro proporzionata dismisura

La rapida visita della città di Roma spesso lascia intimoriti e sconvolti per la grande dimensione di alcuni suoi manufatti, oggi adibiti alle funzioni più disparate: dal parlamento, alla residenza del presidente della repubblica, passando per ambasciate maestose come è – ad esempio – quella francese. E proprio questi stabili suscitano l’attenzione e l’apprezzamento degli osservatori entusiasti per la varietà e molteplicità di queste residenze. Tuttavia, la stessa presa in esame di tali architetture lascia perplessi sul motivo sotteso alla loro realizzazione, non comprendendosi chiaramente il perché di una simile quantità.

Roma, D. Bramante, Palazzo Caprini, incisione.

La ragione risale alla stessa organizzazione statale dello Stato Pontificio che fin dal principio della sua istituzione non prevedeva una abitazione ‘stabile’ per il Pontefice. Peraltro, incerta era anche la sede propria dell’esercizio del potere, non essendo inizialmente chiara la distinzione di ruolo entro la basilica petrina e San Giovanni in Laterano. Inoltre – come noto – inizialmente la corte papale era itinerante e, in definitiva, non sussisteva la necessità di un preciso luogo onde risiedere. Questa situazione si protrasse ancora in epoca moderna allorché l’apparato burocratico si fece più completo nelle sue funzioni e maggiormente dettagliato. Così, ancora nei secoli XVI-XVIII i sovrani romani andarono costruendo propri palazzi entro cui risiedere e amministrare la nazione. Conseguentemente, l’immobile assunse valenze che al principio non gli avrebbero dovuto competere, assurgendo non più solamente a residenza di un monarca o di una famiglia prestigiosa ma a simbolo stesso altresì del potere e dell’autorità di chi vi abitava. Pertanto, crebbe nella dimensione, nelle dotazioni e soprattutto nella quantità particolarismi tesi ad unicizzarlo. Occorreva però un modello a cui richiamarsi ed attraverso cui instaurare una relazione con il contesto e gli altri esemplari simili al fine di distinguersene. E la discussione, all’inizio del Cinquecento, si fece accesa. Da una parte Donato Bramante (1444-1514) proponeva una soluzione che si identificasse con la stessa natura dell’uomo, per cui ad un piano terreno bugnato dotato di botteghe riservate a lavori umili si sovrapponeva un livello nobile, segnalato dall’utilizzo dell’ordine architettonico. Dall’altra parte, Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546) suggeriva una struttura più semplice nei connotati ma non meno definita nel suo aspetto. Infatti, l’architetto immaginava una disposizione a fasce, sottolineate dalla continuità del marcapiano e del marca-davanzale che si inseriva all’interno di una rigida intelaiatura scandita agli estremi da file di bugne, conclusa dal cornicione e sviluppata secondo una simmetria al cui centro si ergeva il portone, nobilitato da colonne o paraste.

Alla lunga, ebbe la meglio l’intuizione sangallesca – come a tutt’oggi testimoniano innumerevoli edifici novecenteschi ancora ispirativisi – e la ragione risiede nella sua stessa composizione giacché più versatile. Del resto, il limite dell’ipotesi bramantesca era evidente. Non potendo espandersi in altezza in ragione dell’ordine applicato (che sarebbe di conseguenza dovuto crescere in proporzione) costruzioni come palazzo Caprini (dal 1501) potevano al massimo ospitare tre livelli, sfruttando la trabeazione entro cui aprire – al posto di alcune metope – delle bucature. Invece, realizzazioni come palazzo Baldassini (dal 1516) non avevano problemi analoghi, potendo contare sulla riproducibilità dei piani in potenza anche all’infinito. Inoltre, la fiducia accordata a questo modello dal celebre exemplum di palazzo Farnese (dal 1515) non poté che accrescerne il prestigio e la fortuna. Altri si attestarono sulla stessa linea di pensiero e così prese avvio una produzione in cui ogni aristocratico e Pontefice ambiva ad elevare un’abitazione degna del proprio titolo. In particolare, con il passare del tempo, la residenza estiva sul colle Quirinale, andò assumendo un ruolo leader, raccogliendo l’adesione di diversi governanti che in periodi più o meno lunghi decidevano di stabilirvisi. Così, la reggia divenne il centro della vita politica cittadina a pari merito con il palazzo Apostolico Vaticano, seppure le residenze private non persero la loro importanza. Infatti, esse rappresentavano pur sempre l’identità del singolo a fronte degli alloggi istituzionali, senza contare che finché fu in vita il nepotismo – ovvero la nomina di un nipote del Papa a cardinale con funzioni di comando – lo stesso edificio manteneva il proprio ruolo pubblico.

Roma, Palazzo Farnese, esterno.

Gli esempi nella Capitale sono innumerevoli. Da palazzo Borghese a palazzo Chigi-Odescalchi, soffermandosi su palazzo Madama, palazzo Barberini, palazzo Pamphilj e concludendo – non certo per importanza – con palazzo Ludovisi, poi curia innocenziana, oggi camera dei Deputati. E anche i nomi dei progettisti sono dei più illustri: Giacomo Della Porta (1532-1602), Girolamo Rainaldi (1570-1655), Carlo Maderno (1556-1629), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Insomma, gli architetti dei ‘Sacri Palazzi’ non rivolsero la loro attenzione unicamente ai luoghi di culto ma attesero anche ad un’edilizia laica e privata cercando – ognuno secondo il proprio sentimento – di apportare qualcosa di nuovo ad un discorso simile nei termini ma assai potenzialmente differente negli esiti.

D’altronde, un’adeguata facies non solo rispondeva alle istanze di magnificenza dei committenti ma costituiva pur sempre l’aspetto principe della loro realtà: un’oligarchia in competizione e non certo disposta a ritrattare la propria posizione.

Bibliografia essenziale

  • W. Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, RCS Libri, Milano 1997.
  • M. Bevilacqua, M. L. Madonna, Sistemi di residenze nobiliari a Roma e a Firenze: architettura e città in età barocca, in M. Bevilacqua, M. L. Madonna (a cura di), Il sistema delle residenze nobiliari. Stato Pontificio e Granducato di Toscana, I, De Luca, Roma 2003, pp. 9-58.

Artfutura: se il vostro futuro è il 2008

L’arte contemporanea non è un pranzo di gala. L’aveva ben capito Alberto Sordi quando, nell’episodio “Le vacanze intelligenti” del film “Dove vai in vacanza?”, passando di fronte ad un critico che spiegava l’opera Muro di Mauro Staccioli diceva sconsolato: “spiega le cose che noi non potemo capì”.

Si fa per ridere, ma solo un po’. Perché che per godere dell’arte contemporanea ci sia bisogno di un livello di astrazione e di concettualizzazione maggiore rispetto all’arte classica è probabilmente vero. Così, non essendo un esperto di arte, prima di andare a vedere una mostra contemporanea cerco qualche informazione sull’autore, mi documento sui temi che affronta, cerco qualche chiave interpretativa per prepararmi alle opere che vedrò. Ma quando ho saputo che all’ex Dogana di Roma sarebbe stata allestita la mostra “Artfutura – Digital Creatures”, ho deciso di fare uno strappo alla regola. In fondo non sono un esperto d’arte, ma nel mondo digitale mi oriento più che bene. La prospettiva di godere di “sculture cinetiche che creano olografie galleggianti, campi magnetici che generano forme di ferrofluido dinamiche, esperienze audiovisive immersive in cui sperimentare proiezioni virtuali sconosciute” – come recita la descrizione sul sito dell’evento – mi entusiasmava. Ero pronto a godere di tutte le forme espressive della contemporaneità, pensavo con entusiasmo crescente a realtà aumentata, interazione fisica e simulata, intelligenza artificiale, robotica… e invece no! No, perché digitale è una di quelle parole che ingloba qualunque cosa, dall’orologio digitale anni ’70 ai computer quantistici, e se da una mostra del genere non era lecito aspettarsi i secondo, non mi aspettavo certo di trovare i primi. Capiamoci: non è certamente un’esposizione di vecchi Casio, ma rispetto alla promessa di sperimentare esperienze audiovisive immersive e proiezioni virtuali sconosciute la realtà della mostra è stata ben poca cosa.

L’inizio è stato in realtà promettente: una sala ben allestita con l’installazione Spinning Cosmos di Paul Friedlander che, pur nella sua semplicità realizzativa (che a dir la verità ha ben poco a che fare con il digitale anche in senso esteso) porta delle suggestioni percettive interessanti. Certo, non è una grande novità: nonostante il sito di Artfutura riporti che l’installazione “è stata prodotta esclusivamente per questa mostra”, Friedlander aveva portato l’opera in una versione piuttosto simile già all’Artfutura del 2012 a Montevideo. Ma questo non può certo essere un parametro di giudizio di una mostra, pensavo mentre osservavo i rotatori muovere le opere illuminate dalle luci cromostrobiche. Il dubbio che la mostra non fosse forse quello che mi aspettavo ha iniziato a cogliermi nel secondo hangar, in cui sono esposte le opere di Can Buyukberber. Mentre sedevo di fronte ad un’imponente proiezione dell’opera Morphogenesis, facendo scorrere lo sguardo da una parte all’altra della parete non riuscivo a non pensare: possibile che un’opera simile non sia stata pensata per la realtà virtuale? Come dicevo: non sono un esperto d’arte, ma so usare Google. Basta una rapida ricerca e si scopre che la stessa installazione montata a San Francisco godeva anche di un largo uso di VR. A Roma la realtà aumentata non c’è, ma una delle tre installazioni di Buyukberber implementa un Kinect per proiettare la sagoma del visitatore su uno schermo con un’animazione in loop: non è esattamente il livello di interazione che speravo ma è certamente un avanzamento! Nella sala successiva, dedicata ad Esteban Diàcono, ho capito che le mie aspettative sarebbero state certamente deluse: sei schermi ripetono in loop le animazioni che il motion graphics designer posta su Instagram. Affascinanti e un po’ disturbanti, certo, ma certamente non immersive, non dinamiche sicuramente non sconosciute. Certamente più divertenti le installazioni in ferrofluido di Sachiko Kodama, già note dal 2008, che però, anche in questo caso, non hanno nessuna delle caratteristiche promesse dall’evento. L’opera più interessante dell’esposizione è forse quella di Chico MacMurtrie, Organic Arches: una sequenza di archi gonfiabili che attraverso cambiamenti di pressione affrontano cambiamenti morfologici dall’apparenza organica. L’ultima grande sala, Screens of future, di Universal Everything è un’opera tautologica, almeno a metà: una serie di schermi con proiezioni video in riproduzione continua. Peccato che più che il futuro, rappresentino un presente quantomeno consolidato: edifici che cambiano colore, che cambiano il proprio rivestimento, una forma libera che cambia colore. Il centro della sala è un piccolo cinema sul cui schermo passano, come prima di un film in un cinema qualsiasi, dei corti di animazione. Lo confesso, non li ho visti tutti. Non li ho visti tutti perché, arrabbiato un po’ con me e un po’ con il curatore – Montxo Algora – mi sono diretto verso l’uscita cercando di metabolizzare la delusione. Ero arrabbiato con me stesso per non aver fatto quello che faccio di solito: guardare gli autori e capire di cosa si trattasse. Ero arrabbiato con il curatore perché la descrizione dell’evento e le promesse sull’esperienza sono state totalmente disattese. Ma voglio essere chiaro: opere di motion graphics e proiezioni video sono forme di espressione artistica interessanti e piacevoli. Ma perché promettere livelli di sperimentazione ed immersione che non rispondono alla realtà della mostra? Per una volta, ad una mostra che aspettavo con ansia, mi sono sentito come Alberto Sordi che cammina disinteressato davanti a Staccioli. Che ve devo dì, so cose che non potemo capì.

P.S. Parlando dell’abilità di utilizzare Google: se cercate Artfutura su Google immagini troverete molte foto, alcune delle quali utilizzate per pubblicizzare l’evento (non dalla pagina ufficiale però, questo sia chiaro). Ecco sappiate che molte di quelle foto non hanno a che vedere con l’esposizione all’ex Dogana. E ancora una volta so’ cose che non potemo capì.

BIMBA LANDMANN Cultura visiva e immaginario fantastico

Bimba Landmann “Cultura visiva e immaginario fantastico”, a cura di  Emanuela Mastria.

dal 21 aprile al 4 giugno 2017 al Museo Carlo Bilotti di Roma – Aranciera di Villa Borghese.

Ingresso gratuito con numerosi laboratori d’arte ed incontri  gratuiti per bambini con l’artista

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“Illustrare un libro è come aprire una porta ed entrare dentro un mondo. Devo immaginare tutto di questo mondo: i personaggi, il clima, i colori, l’atmosfera.” Con queste parole Bimba Landmann descrive il suo lavoro.

 

All’artista illustratrice il Museo Carlo Bilotti dedica, dal 21 aprile al 4 giugno 2017, la mostra Bimba Landmann. Cultura visiva e immaginario fantastico, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, a cura di Emanuela Mastria, servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

La magia delle immagini dipinte dall’artista invita a viaggiare sulle ali della fantasia, ad immergerci nel suo immaginario fantastico e visionario, ricco di importanti riferimenti visivi che spaziano fino ai grandi capolavori della storia dell’arte.

L’illustrazione è un mezzo per mostrare luoghi lontani, sconosciuti e fantastici creati dalla fervida immaginazione dell’artista, affiancata da una profonda cultura visiva.

Tra le opere esposte, anche le illustrazioni di libri come Un bambino di nome Giotto, Quel genio di Leonardo, Come sono diventato Marc Chagall. Oltre alle tavole originali sono esposti i libri stampati e alcuni schizzi, a suggerire la complessità che la progettazione di un libro illustrato richiede. Il percorso espositivo non segue un criterio cronologico, ma mette in relazione i diversi linguaggi utilizzati dall’artista attraverso tre aree tematiche: l’immaginario fantastico, il mondo epico e mitologico, la storia dell’arte.

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Durante l’inaugurazione, uno spazio sarà dedicato alla performance in cui Bimba Landmann, ispirandosi alla musica, dipinge e anima, in tempo reale, le immagini proiettate su uno schermo. Tra il materiale audiovisivo fruibile dedicato agli spettacoli musicali: Viaggio nella notte blu, realizzato con Elisabetta Garilli al Teatro Ristori di Verona nel novembre 2013.

Attraverso le immagini di grande fascino dipinte dall’artista, il progetto espositivo mira a coinvolgere un pubblico molto vasto, con un’attenzione particolare ai più piccoli.

 

Sito dell’artista: www.bimbalandmann.com

 

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

21 Aprile – 4 Giugno 2017

INGRESSO GRATUITO

 

Presentazione alla stampa 20 Aprile 2017 ore 11.00-13.00

Inaugurazione 20 Aprile 2017 ore 18.30

Performance dell’artista: Ad occhi chiusi, 20 Aprile 2017 ore 20.15

Durante il periodo della mostra, sono previsti dei laboratori d’arte con Bimba Landmann ed altre iniziative rivolte al pubblico.

 

Aprile – Maggio
Da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Giugno
Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso consentito fino a mezz’ora prima dell’orario di chiusura

 

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museocarlobilotti.it, www.museiincomune.it, www.zetema.it

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

 

 

AmaLuna. Quando lo stupore non ha età

Amaluna è uno spettacolo che toglie il fiato e riempie occhi, anima e cuore di bellezza, sogno, poesia. Noi di Polinice siamo stati alla Grand Premiere e oggi siamo qui per raccontarvela.

Cirque du Soleil vuol dire incanto e meraviglia, le aspettative non potevano quindi che essere altissime e sono state tutte superate. Appena messo piede nel teatro, le Grand chapiteau, si viene catapultati in un mondo magico, un’isola lontana e misteriosa, Amaluna, dove la natura fantastica è protagonista insieme ai personaggi che la abitano. Già questo basta per far dire “ooooh”. Preso posto sull’isola, ecco apparire strane creature colorate dall’aspetto tra il mitologico e l’animalesco. Un drago dispettoso, pavoni dalla ruota sfacciata, amazzoni fiere e affascinanti. Gli “ooooh” aumentano. Le luci si abbassano, è buio e al centro del palco un drappo rosso volteggia a mezz’aria, da solo.

Comincia lo spettacolo che si apre con un rito di iniziazione, la celebrazione della maggiore età di Miranda, figlia di Prospera, la regina dell’isola. Il rito celebra anche il rinnovamento e lo spirito, l’equilibrio, la femminilità, un passaggio di valori da una generazione all’altra, di madre in figlia. Una tempesta causa il naufragio di un gruppo di uomini che si ritrovano così sull’isola, tra uno di loro e Miranda nasce un amore che per affermarsi dovrà superare tante prove.

Da donna si prova un certo orgoglio nel vedere la netta maggioranza di presenza femminile sul palcoscenico. Il cast, che conta 48 artisti è all’80% composto da acrobate e artiste. Anche la band è formata da sole donne. La band sì, perché il Cirque du Soleil pensa a tutto, le canzoni e le musiche sono interamente cantate e suonate dal vivo. In effetti già dal nome, una fusione tra la parola “Ama” che significa “madre” in molte lingue e “Luna”, simbolo di femminilità, si capisce che l’obiettivo dello spettacolo è quello di celebrare la donna. Sirene, sciamane, amazzoni, una regina protettrice, guerriere e fanciulle, la figura femminile è al centro, percepita come mistero, equilibrio, incanto, principio vitale.

Per Diane Paulus, che ha scritto e diretto lo spettacolo, vincitrice di un Tony Award nel 2013 come miglior regista di musical, è la prima volta che si trova a lavorare con il Cirque du Soleil e per questo evento voleva che le donne fossero viste come eroine. Per lei la bellezza è data dall’ignoto; del teatro ama le infinite possibilità, il mondo che può essere creato, perché in ogni creazione c’è una nuova possibilità ancora e nuovi limiti, che dice, vanno superati; e con AmaLuna ci è riuscita alla grande.

Anche per il direttore creativo Fernand Rainvill lo spettacolo è un tributo alle opere e alla voce delle donne. Tante le influenze e i rimandi presenti nello spettacolo, primo fra tutti The Tempest di Shakespeare, dal quale la Paulus ha attinto per il nome di Prospera, al maschile nell’opera teatrale, l’”evento” tempesta con conseguente naufragio e ambientazione sull’isola. Si è poi ispirata alla mitologia nordica e a quella greca, al Flauto magico di Mozart.

Assistere a uno spettacolo del genere è stupefacente perché quello che incanta e inchioda alla sedia con i peli ritti, si si peli ritti e brividi di emozione, è come si uniscano e si fondano la fisicità di certi numeri e acrobazie con la poesia e la delicatezza della loro esecuzione. Se poi ti soffermi a pensare che quelle che volteggiano sopra la tua testa, che volano, che si appendono a un cerchio sospeso nell’aria con la sola forza del collo, che si arrampicano su pertiche alte 4 metri o saltano dalle spalle gli uni degli altri, a loro volta sulle spalle dei compagni, il tutto come se fosse la cosa più facile e normale del mondo, senza sforzo… innumerevoli “oooh”, beh se pensi che sono persone come te, anzi come me, che già salire sulla scala del letto a castello è un miracolo, beh agli “oooh” non possono che aggiungersi gli “wow”. Il palco poi è un camaleonte che cambia di continuo, in perenne costruzione durante lo spettacolo stesso, si adatta e modella a seconda dell’esibizione per permettere agli artisti di esprimersi in un milione di pose diverse e tanto per complicare un po’ le cose, ruota! “oooh” misti a “wow”. Tutto lo spettacolo è un’esplosione di colori che sembra di essersi tuffati nella tavolozza di un pittore. I costumi di scena, I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-I, sono in totale 1200 per 300 look diversi.

Ma voi riuscireste a volteggiare velocissimi e a 360 gradi sopra le teste del pubblico sorretti solo da nastri e sospesi a un Carosello? Io no ma gli artisti, anzi le artiste di AmaLuna sì e lo fanno, triplo “wow”! Può essere che il numero “cinghie aeree acrobatiche” non faccia per voi, parliamo allora del “teeterboard”, si tratta di eseguire evoluzioni in aria esibendosi in torsioni e rotazioni ad alta velocità, ne sareste capaci? Credo che la risposta sarebbe negativa, così come per “cerceau e il globo d’acqua”. In questo numero, Miranda si esibisce in un vero e proprio globo d’acqua, nuotandoci dentro, non-sto-scherzando! Mettendo così in evidenza la sua fisicità malleabile, esprimendo una sensualità morbidissima e sinuosa, il tutto eseguendo esercizi di equilibrio tenendosi su una sola mano… e qui ci sta un bel “AMAAAZING” sapete tipo quelli che mixano un po’ italiano-inglese perché fa figo…altro che figo qua rende e basta!!!

Veniamo al finale corale: tutti gli artisti sul palco si esibiscono insieme, sono tantissimi, chi volteggia dal carosello, chi sospeso su un cerchio, cantano, suonano, saltano, due donne vestite di oro pedalano su biciclette con una sola ruota, volteggiano, ballano e in un turbinio di colori ed emozioni le luci sono sempre più deboli, il buio. Il cerchio si chiude, al centro del palco volteggia una stoffa, questa volta è blu.

Vi ricordo che quella di Roma è l’unica tappa italiana, ergo non mancatela, del tour mondiale cominciato a Madrid nel 2015.  Il Cirque du Soleil vi aspetta dunque con il suo AmaLuna fino all’11 giugno al Tendone di Tor di Quinto, i biglietti su ticketone.it!

Che altro dire, in realtà avrei ancora diversi “oooh” e “wooow” che mi porto dietro ma … “eh…”…AmaLuna, non è solo un titolo. È una promessa.

STANZE D’ARTISTA E MUSEI COMUNALI

Talvolta, l’era della comunicazione e della popolarità social mi turba.

Si può aver tanto da dire ma non volerlo dire per forza a tutti da una pagina Facebook? Si può essere un po’ timidi ed esclusivi, di nicchia, riservati, senza foto profilo da migliaia di like scattata a un grande evento?

Si può essere un museo comunale di Roma senza grandi campagne di marketing e non essere necessariamente considerati come una povera Cenerentola?

Si può, ad esempio, essere Galleria d’Arte Moderna di Roma; sorella non affatto minore della Galleria Nazionale ma anzi custode esclusiva di oltre tremila opere esposte a rotazione. Come già la Galleria Nazionale, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita capolavori italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo e, in più, raccoglie testimonianze uniche dei maggiori rappresentanti del  fermento artistico capitolino come lo sono stati i pittori dei XXV della Campagna Romana e quelli appartenuti al movimento della Scuola Romana.

Anche il luogo è notevole, un ex monastero di clausura a due passi da Trinità dei Monti prima appartenuto all’ordine delle Carmelitane Scalze; nel corso del recupero dell’edificio è stato preservato il chiostro interno, angolo di bellezza e pace nel cuore della città.

Oltre alla già ricca collezione permanente, dal 14 aprile è inoltre possibile apprezzare nomi della portata di Mario Sironi, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Fausto Pirandello nello speciale allestimento della mostra Stanze d’Artista. Capolavori del ‘900 italiano.

Ad ogni artista è stato dedicato uno spazio esclusivo, un piccolo viaggio nei loro colori e nei loro pensieri, dal momento che le opere sono completate da estratti dei loro scritti, siano essi diari lettere o interventi critici. Quale migliore aiuto alla comprensione della produzione artistica della contestualizzazione e commento in qualche modo “originale” dagli artisti stessi? La parola è data direttamente alla fonte creativa.

Sono Stanze in cui rivivono interi mondi poetici grazie ai capolavori della Galleria d’Arte Moderna e altri provenienti da prestigiose raccolte private, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica tra le quali vengono valorizzati, per la prima volta, i dipinti di Massimo Campigli (Le spose dei marinai, 1934), di Ardengo Soffici (Campi e colline, 1925; Marzo burrascoso, 1926-27) e di Ottone Rosai (Paese, 1923), rispettando così il criterio della rotazione delle opere, adottato dalla Galleria d’Arte Moderna fin dalla sua riapertura nel 2011, che permette di scoprire ogni volta parti importanti del suo vasto patrimonio artistico.

In particolare Campi e colline di Soffici è una testimonianza eccezionale di questo artista, un’opera che permette di vedere espresso il suo proverbiale anticonformismo rispetto ai suoi tempi e di osservare quanto davvero abbia messo in atto, nelle sue opere, gli insegnamenti di quello che lui ha considerato suo principale maestro: Cézanne.

Negli scorsi mesi sono stati prodotti i dati sugli ottimi risultati ottenuti dai musei italiani, tuttavia è impossibile negare che sono numerosissimi i siti museali romani messi un po’ in ombra dai grandi nomi e delle grandi operazioni pubblicitarie a cui si affidano istituzioni culturali particolarmente frequentate e amate.

Sarà probabilmente una regola di mercato difficilmente aggirabile, ma per chi si nutre di solo amore per l’arte e cultura, basti sapere che anche dove non ci sono hashtag popolari e inaugurazioni con red carpet si custodiscono grandi patrimoni.

 

Amore al primo click @ Teatro Parioli

Amore al Primo Click in scena il 31 Maggio al Teatro Parioli con l’Associazione SO.R.TE -Solidarietà Romana sul Territorio-. Una commedia inedita e brillante nata dalla mente di Antonio Castoro, Tony per gli amici, volontario dell’associazione e responsabile del laboratorio teatrale.

SO.R.TE. nasce nel 2013 con l’intento di aiutare chi si trova in uno stato di bisogno e di contribuire attivamente per migliorare ciò che ci circonda. Tra le numerose attività portate avanti con slancio e passione dai volontari emerge il laboratorio teatrale,  uno spazio di idee e di incontri dove con allegria, impegno e originalità prendono forma gli spettacoli per la raccolta dei fondi da destinare alle iniziative dell’associazione.

Dal copione ai costumi, dalla regia ( di Antonio Castoro e della volontaria/attrice Maria Luisa de Crescenzo) ai trucchi, dai suoni agli effetti scenici, attori compresi, tutto, proprio tutto è Homemade. Forse è proprio questo l’elemento che, al giorno d’oggi, bisogna premiare. Giovani che hanno il coraggio e la voglia di mettersi in gioco, a volte anche rischiando, per cercare un risultato più grande. Un piccolo spiraglio di luce (e di insegnamento) che sicuramente può dare spunto a tante riflessioni come in primis il ruolo dei giovani purtroppo troppo spesso marginale nella nostra società.

“Amore al Primo Click” racconta la storia di Etto e Livia, due giovani sognatori che non si sono mai visti se non attraverso una webcam, e che trasportati dall’entusiasmo, decidono comunque di convolare a nozze, ma…

Una serie di circostanze surreali e comiche prenderanno forma dall’incontro delle rispettive parti. Etto nonostante le iniziali perplessità si convincerà di volere al suo fianco il fratello Luchino e l’amico Kevin , fuori dalle righe il primo, cafone il secondo, in coppia un disastro. Livia si ritroverà invece alle prese con la sorella Marina, aspirante social viral top che non vede l’ora di “organizzation il wedding” ,  con il fratello Elio la cui identità oscilla tra Carlo Bracco e Giacomo Castori (meglio conosciuto come  Giacomo Leopardi)… E perché non aggiungere una nonna che in dialetto romanesco non perde mai l’occasione di dire la sua e un padre austero e rigido ma comunque disposto a fare qualsiasi cosa per le sue bimbe.

Con personalità come queste , il sorriso è già contagioso.

Come reagiranno le rispettive parti durante il loro incontro?

Riuscirà Livia a “non stop il suo love” nonostante tutto?

Etto e Livia vorranno ancora vivere per sempre insieme, nella buona e nella cattiva sorte?

Se il primo spettacolo di SO.R.TE , tre anni fa, ebbe un successo tanto grande quanto inaspettato, oggi il trionfo è una certezza.

Attori:

Etto: Francesco Argentieri

Giulia: Maria Luisa de Crescenzo

Elio: Antonio Castoro

Marina: Eleonora Timpani

Luca: Matteo Lucidi

Nonna Germana: Olivia Bellelli

Kevin: Filippo Morrone

Pietro: Alessandro Calandrelli

Don Peppe: Edoardo Lucidi

Scenografia e Costumi:

Lucia Agates, Giulia Leuzzi, Vittoria Cataldi, Ilaria Picalarga, Michela Giuliano,

Federica Felizioli, Letizia Vecchio, Alice Alfonsi e Carlotta Guglielmi.

 

Teatro Parioli, Via Giosuè Borsi n. 20

31-05-2017

Ore 20:30

 

Solidarietà Romana sul Territorio- SO.R.TE.

so.r.te@hotmail.it

www.solidarietaromanasulterritorio.org