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The importance of being Palladio

In una sua commedia di grande successo, Oscar Wilde (1854-1900) narrava le avventure/sventure di una losca comitiva di personaggi legati gli uni agli altri da malintesi e volontarie omissioni. Il tutto si svolgeva fra la città – Londra – e la campagna, presso un villino classicheggiante tipico dei contesti rupestri anglosassoni. Non è dato sapere chi fosse stato l’architetto di un simile complesso campestre ma, certamente, si può immaginare che la costruzione fosse stata una delle tante rielaborazioni dell’ammirata villa veneta messa a punto da Andrea di Pietro della Gondola (1508-80), meglio noto come Palladio.

A. Palladio, Chiesa del Redentore, interno, foto dell’autore.

Siamo a metà del Cinquecento. Venezia, cresciuta oltremodo attraverso i commerci, viste le crescenti difficoltà imposte dall’avanzata turca e la fine dell’Impero Romano d’Occidente (ormai pressoché inesistente) aveva cominciato a rivolgere il suo sguardo all’entroterra: il Veneto. La regione era florida, produttiva e – cosa più importante – strategicamente indispensabile per proteggere la città lagunare da incursioni dall’interno. Peraltro, assoggettare le città del contado non appariva neanche così complesso; anzi, molte si concedevano di loro iniziativa in cambio di protezione, un po’ come in tempi remoti doveva essere stato al principio il rapporto instauratosi fra il contadino e il Signore feudale. Do ut des: ti porgo doni e coltivo la tua terra in cambio di protezione. Lo stesso accadeva per città come Vicenza: difesa in cambio di aiuti e fedeltà. Si trattava però di una dialettica complessa in cui intervenivano non solo campanilismi di vario genere e retrograde posizioni di conflitto ma anche la necessità di mescolare le classi dirigenti. Ecco dunque un punto fondamentale che potrebbe chiarire molto su Palladio. Infatti, numerosi nobili della laguna se da una parte si spostarono verso il barigellato per stabilizzare ed ampliare la loro forza economica nonché la loro incidenza politica, dall’altra i medesimi si mostrarono insofferenti ad un rinnovamento portato fra i canali da personaggi pur sempre ‘di provincia’. Questo atteggiamento dispotico ed opportunista rappresentò per il grande progettista la più grande sia fortuna sia sventura giacché, mentre si moltiplicavano le commesse di ville, sul fronte opposto l’azione in pianta stabile a Venezia apparve continuamente ostacolata per ragioni culturali, al punto tale che i principali incarichi di Palladio furono in città due chiese. Immaginate: una comunità restia all’influenza papale, spesso in lotta con il Pontefice per ampliare i reciproci possedimenti e il raggio di influenza, pur di non cedere sul fronte delle proprie residenze accettò altresì un rinnovamento radicale nel settore dell’edilizia religiosa. Sembrerebbe una contraddizione in termini ma, invero, l’eccezionale caso della chiesa del Redentore (dal 1575) mostrava in sé tutta la complessità della società dell’epoca che, gelosa del proprio, nel pubblico lasciava emergere la novità.

A. Palladio, I quattro libri dell’architettura, II, tav. 14, Villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’.

Ma torniamo alla villa: una struttura articolata per essere un centro nevralgico del contado o un punto di osservazione e controllo del lavoro dei mezzadri? Un po’ entrambe le cose. Anzitutto, la residenza era simbolo della magnificenza del suo possessore, il quale attraverso la propria dimora ricostruiva l’antico legame poc’anzi ricordato e ribadiva l’alleanza stabilita: un rapporto di reciproco rispetto non proprio equo ma, allora, accettabile. L’abitazione dominicale si univa così alle ‘barchesse’: quest’ultime, spazi appositamente predisposti per ospitare fieno, animali e prodotti di vario genere. Rusticità e nobiltà: tali erano i canoni che avrebbero dovuto quindi informare la progettazione e che Palladio fuse nel segno della simmetria. Regolare il disordine, governare la natura e dominarla come era proprio della mentalità rinascimentale. Queste erano le intenzioni dell’architetto che, attraverso gli strumenti della ragione e il saldo studio dei ruderi dell’antica Roma, riuscì a costruire un linguaggio fondato sulla aulicizzazione del contenuto: in definitiva una latinizzazione della sintassi che abbandonando il lessico gotico non si poneva tuttavia in antitesi con lo stesso; al contrario, ne manteneva alcuni caratteri spaziali ora però rielaborati in una formulazione differente, simbolo di modernità.

A. Palladio, Villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’, foto dell’autore.

Molteplici potrebbero essere a questo punto le ville immagine di questa ricerca attuata per mezzo di una sistematica sperimentazione. Ciò nondimeno, pare emblematico segnalare come nel corso del tempo l’immobile sia andato impadronendosi del contesto: da dominatore lontano, astratto, opposto al naturale inserimento espresso nella villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’, in cui il professionista raggiunse l’apice di un pensiero che – chissà – aveva animato le sue riflessioni, ovvero l’integrazione. Infatti, con i suoi quattro fronti uguali risolti come fossero ognuno un pronao posto ad ammirare l’intorno, lo stabile abbandonava la propria rigidità intellettuale per riconnettersi all’ambiente circostante. Gli alti podi si tramutavano in punti privilegiati per l’osservazione e l’insieme in sé stesso assumeva i contorni di un climax ideale e paesaggistico allo stesso tempo: un modus operandi tanto lontano dal passato quanto contemporaneamente estremamente vicino al futuro. Forse, un preludio al Barocco.

Bibliografia essenziale

  • S. Ackerman, Palladio, Einaudi, Torino 1972.
  • D. Battilotti, Andrea Palladio, Mondadori Electa, Milano 2011.
  • R. Cevese, Invito a Palladio, Rusconi libri, Milano 1980.

La street art romana diventa un libro grazie all’obiettivo di Mimmo Frassineti

“Street Art a Roma. Come cambia la Città” è il libro fotografico che racchiudere le opere realizzate da Mimmo Frassineti, fotografo e fotoreporter bolognese con alle spalle innumerevoli lavori e collaborazioni con le più importanti realtà editoriali italiane.

Trasferitosi a Roma per iniziarsi agli studi artistici, il suo lavoro sulla street art capitolina appare il giusto esito di un percorso di indagine della realtà romana a tutto tondo, giunto fino all’arte meno convenzionale e di più diretta fruizione.

È la chiusura di un cerchio di (ri)scoperta e (ri)conoscenza di un’arte che a Roma ha avuto il degno riconoscimento solamente in tempi recenti, in una discrasia costante, ossimoro caratterizzante la Città Eterna, rispetto alle altre realtà europee che ha comportato conseguenze deformanti nello stesso modo di intendere l’arte di strada e la sua fruizione come raccontato in occasione della mostra di Bansky a Roma.  

Il libro, che racchiude le fotografie dell’autore già oggetto dell’esposizione “Urbis Picta” realizzata alla fine dello scorso anno all’Arancieria di Villa Borghese, affronta le opere seguendo un percorso completo ed enciclopedico: l’itinerario porterà il lettore (rectius visitatore) a soffermarsi sulle più rinomate opere di street artist presenti a Roma, ma anche a scoprire rappresentazioni senza paternità, seguendo un andamento onnivoro, dal “quartiere dei murales” dell’Ostiense al suo alterego periferico del Quadrado, passando, attraverso le stazioni delle metro,  per il celeberrimo “Sanba” nel suo eponimo San Basilio fino a giungere a opere ignote ed ignorate.

Un percorso che porterà a rivedere quartieri noti con occhi diversi e scoprirne ignoti con occhi nuovi.

Roma 3.0 – Il nuovo nella città eterna di Officine Fotografiche

Officine fotografiche è una delle associazioni culturali più ferventi nell’ambito della promozione della fotografia.

Situata nel cuore di Garbatella è una vera incubatrice di talenti fotografici, accompagnando gli artisti fin dalla formazione, con appositi corsi e workshop di vari livelli tenuti da docenti selezionati e con ampia esperienza.

Gli esiti di tali programmi di formazione vengono presentati in esposizioni parallele alle mostre di nomi risonanti ed illustri organizzate periodicamente nella loro sede di via Giuseppe Libetta n.1.

Tra queste una delle più rilevanti è senz’altro “ROMA 3.0 – IL NUOVO NELLA CITTÀ ETERNA”, una mostra realizzata da un gruppo di lavoro con l’obiettivo di mostrare Roma in tutte le sue essenze, indagando la realtà capitolina dal 2000 in poi attraverso un susseguitesi architettonico mostrato dal punto di vista di chi vive la città; non “immagini cartolina” ma strappi di architettura vissuta ed immortalata.

 

I fotografi che hanno partecipato all’esposizione: Pier Luigi Altieri, Lucio Baldelli, Salvatore Belli, Carlo Bertana, Laura Bussotti, Carlo Campobasso, Luca Chiaventi, Andrea Civenzini, Marina Conti, Giovanni Coppi, Luigi Corvisieri, Enrico Cubello, Giuseppe D’arpa, Marta De Cinti, Gabriella Delaimo, Luisa Di Basilio, Rosaria Di Nunzio, Francesca Dini, Simonetta Facioni, Alessandro Fascetti, Lillo Fazzari, Daniele Florenzi, Gian Marco Garutti, Carola Gatta, Silvia Giancola, Alessandra Guerrizio, Giulia Leporatti, Maria Giulia Marini, Angelo Masetti, Angelo Miranda, Vittorio Nera, Simonetta Orsini, Luca Paccusse, Maria Grazia Petruzzelli, Barbara Provinciali, Mauro Raponi, Stefano Regini, Cecilia Ribaldi, Stefania Romano, Julia Ryzhenko, Giovanni Sabato, Antonella Simonelli, Claudia Tombini, Antonino Ulissi, Massimo Valentini, Angela Vicino, Alessandro Zompanti.

Una calda estate, o dell’ultima Scuola Romana

A Luglio non si dovrebbe scrivere. Si fa fatica. Il caldo; poi un cicaleggiare costante che si insinua dentro le stanze in penombra, suggerisce piuttosto una pennica. Al massimo una carrellata di pensieri non troppo connessi, che messi assieme potrebbero raccontare una storia, un domani. Eppure Roma d’estate scintilla, di una bellezza anestetica, che induce anestesia.
E’ una responsabilità da distribuirsi quindi: il caldo e la bellezza accecante di Roma.
A Luglio a Roma non si dovrebbe scrivere davvero.

Come si susseguono le stagioni, si susseguono le cronache.
La cronaca, con il suo discutibile senso del dovere, spinge a destarci, a rendicontare.
Da settimane oramai, non riesco a liberarmi di un pensiero.
Sta calando il sipario sull’ultima Scuola Romana.
Quella che si può intendere come l’ultima stagione di una classe di eccellenti architetti e pensatori romani, sta volgendo al termine.

Ci ha lasciato pochi mesi fa Giorgio Muratore, custode di una romanità autentica, difficilmente esportabile. Un fuoriclasse, formatosi nella primavera de La Sapienza, la cui voce ha saputo attingere da intellettuali di Serie A – spesso agli antipodi – i quali, per nascita, formazione, traiettorie professionali, si sono ritrovati, tutti contemporaneamente, sulle rive del Tevere.
Parliamo di una fucina di critici di primo ordine, da Zevi fino a Tafuri passando per Benevolo e Portoghesi, l’intellighenzia romana poteva ergersi a paradigma dell’intero scenario internazionale.
Un’ideale istantanea dei suddetti, avrebbe potuto sintetizzare pienamente il milieu di un fervente e chiassoso dibattito architettonico, ad oggi ineguagliato.

Non credo nelle coincidenze. Penso che ci sia qualcosa di straordinario e beffardo al contempo, nel registrare come alla scomparsa di Giorgio Muratore, siano seguite due iniziative riguardanti altri due alfieri della medesima Scuola. Franco Purini e Dario Passi, sono due facce della stessa medaglia.
Una medaglia incisa da un tratto geniale e da un pensiero raffinato.
Il MAXXI resuscita il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, opera di Purini, mentre alla Fondazione Pastificio Cerere troviamo un’intima antologia su Passi, a cura di Alexandra Andresen in collaborazione con DIVISARE.

Purini e Passi, tra loro Giorgio Muratore. Nati negli anni Quaranta, sarebbe errato raccontare i tre come equidistanti, equilateri. Qui stiamo forzando la mano, per una lettura iconica, a tratti romantica.
In realtà Passi e Muratore condividono un percorso di ricerca e progettazione che li vedrà impegnati assieme per molti anni, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Mentre è con Purini che il palleggio dialettico è rimasto sempre polemico, canzonatorio, fin troppo accurato per potersi ritenere improvvisato. Quasi a suggerire una concertata assegnazione dei ruoli, prima di salire sul palcoscenico. Le distanze erano evidenti, lo spartito il medesimo.

 

G. Muratore, D. Passi; Concorso internazionale della Biennale di Venezia per la sistemazione dell’area del Ponte dell’Accademia e di Ca’ Venier dei leoni; 1985_

 

Sarà la Storia, vicende umane e professionali divergenti, a decretare Purini un architetto compiuto, capace di confrontarsi – a modo suo – con le piaghe del fare architettura a Roma, comunque in condizione di arrivare a costruire, e non poco.

Varrà diversamente per Passi, il quale scelse, forse fin da principio, un altro corso. Riuscendo a sublimare le sue visioni ed i suoi disegni, proprio lasciandoli tali, ineffabili.

Scrive Purini di Passi:

Evoca una Roma la quale, pur non essendoci mai stata, è più vera di quella di molti suoi quartieri. E’ soprattuto una città di intensivi, nei quali si ritrovano memorie delle grandi architetture urbane di protagonisti quali Mario De Renzi, Cesare Pascoletti, Mario Marchi, Gaetano Rapisardi. Atmosfere razionaliste si mescolano a memorie del Novecento e a risonanze dechirichiane e sironiane in una ibridazione coinvolgente nella quale la dimensione poetica di Dario Passi acquista una verità nella quale la teoria incontra l’emozione.

Chi già conosce questa storia, i protagonisti di cui si sta scrivendo – oltre a rimanere vagamente stizzito per una certa fatica che muove queste poche righe – non potrà discutere il concetto di Scuola Romana, almeno per questo nucleo di professionisti, al quale potremmo aggiungere pochi altri.

La definiremmo una scuola, un movimento, un gruppo più che altro, borghese, erudito, in modo quasi compiaciuto, fanatico, ironico e beffardo, con inflessioni dialettali ricorrenti; un gruppo consapevole – del proprio valore e dei propri limiti – nostalgico, progressista anche, realista soprattutto. Perché mai lontano dalla realtà.

E come ha scritto Giorgio, che già ci manca e che ogni giorno vorremmo ancora interrogare per sapere chi ha fatto cosa, per capire i retroscena di una città palcoscenico, di un mondo, quello dell’architettura, che troppo spesso si sopravvaluta e non si considera fondale alla vita, ma vita stessa; come ha scritto Giorgio:

Certo è che tutte le architetture cui facciamo riferimento non avrebbero senso se non a Roma.
Eventi contrapposti, occasioni banali o seducenti, personaggi piccoli o grandi, mediocri o geniali sono tutti accomunati nel dar corpo a una città che non è mai la città che si spera, ma è sempre quella che si teme; eppure, finalmente è ancora l’unica vera città.

Nicolas Jaar – Il compositore del futuro

Lo scorso mercoledì ha incantato Roma e il Just Music Festival con le sue eclettiche capacità. Ma, dietro Nicolas Jaar si nasconde molto altro. Quando nel 2011 si fece conoscere al mondo attraverso il sorprendente album “ Space Is Only Noise” fin da subito si ebbe la percezione che vi fosse una capacità interpretativa e compositiva nuova e di valore. Un valore aggiunto rappresentato dalle vicende biografiche del giovane artista cileno-statunitense che solo recentemente sono venute a galla attraverso LP Sirens. Certamente, il triennio passato nei club di tutto il mondo, precedente all’anno di svolta di Space Is The Only Noise, lo ha reso empaticamente un tutt’uno con il pubblico.

Nella storia personale di Nicolas Jaar c’è la sofferenza malinconica che con un’eleganza degna di Rossini prepotentemente esce fuori da ogni sua traccia. Nato a New York nel 1990 dall’artista cileno-palestinese Alfredo Jaar, presente alla Biennale di Venezia per la prima volta nel 1987, e da madre franco-cilena nacque negli Stati Uniti d’America per sfuggire alla dittatura di Pinochet. La frase che appare sulla copertina di Sirens, in lingua spagnola, “Abbiamo già detto no, ma il sì è ovunque” è un chiaro riferimento al referendum plebiscitario, elemento d’elezione di ogni dittatura, con il quale il popolo cileno si oppose alla riconferma di Pinochet. Le origini sudamericane e palestinesi unite ai temi legati alla libertà, si ripercuotono nei suoi testi. “Three Side Of Nazareth”, la miglior traccia dell’album, è un brano che racchiude la storia del novecento, la teologia e suoni ancestrali combinati dall’elettronica.

Sirens ripercorre tratti di storia cilena con frasi quali “ ho trovato pezzi di ossa rotte sui lati delle strade” o in “ abbiamo creato un mostro”. Se i suoi primi album avevano influenze new wave e ambient da Sirens in poi e con Nymphs finalmente la musica trova dei nuovi elementi sui quali certamente si baseranno i suoni del futuro. Hystory Lesson è il brano che chiude “Sirens”.

E se ora c’è una lezione che la storia della musica è che di Brian Eno o Syd Barret ne nasce uno ogni trent’anni. Jaar si propone come il continuatore di una non convenzionale composizione del futuro.

Roma torna a divertirsi con il Just Music Festival

Dal 20 Giugno al 9 Luglio 2017 torna il Just Music Festival, a trasformare la capitale nel palcoscenico di un nuovo grande evento di musica e cultura contemporanea: otto giorni di DJ set, concerti, performance con i più importanti artisti a livello mondiale. Alla sua terza edizione, il Just Music Festival divide il suo programma artistico in tre location di grande fascino – l’Ex Dogana, il Museo MAXXI e lo Spazio Novecento – attraversando stili, generi e nazioni, per esplorare nuovi contesti e nuovi pubblici.

Dall’avanguardia di Nicholas Jaar, artista newyorkese ma di origine cilena, famoso in tutto il mondo per la sua elettronica in bilico tra suggestioni techno, rnb, jazz e world, fino al nuovo soul-blues ibrido del britannico RagnBone Man, cantautore cresciuto nell’underground inglese, arrivato quest’anno al successo planetario grazie alla famosissima hit Human. Dal poliedrico e carismatico Paul Kalkbrenner, padre indiscusso di quel suono e quell’estetica che portano la firma Berlino-anni-2000, all’intramontabile Fatboyslim, artista dal talento inarrivabile nel mischiare generi e registri, che con le sue produzioni ha segnato una pagina intera di storia dell’elettronica e del pop. Fino ad alcune stelle indiscusse del DJing mondiale: l’inglese Carl Cox, tra i più influenti artisti house e techno in assoluto, il canadese Richie Hawtin, custode incontrastato della techno minimale di prima generazione e artista che da sempre riesce a spostare il confine tra DJ set e performance live, o il bosniaco, ma tedesco d’adozione, Solomun, che del nuovo suono dance minimale è forse l’erede più contemporaneo.

Il Just Music Festival è ovviamente molto altro ancora, con i set visionari di Damian Lazarus, l’eclettismo di Butch o gli ipnotici UK grooves di Daddy G, storico membro fondatore dei Massive Attack. Sempre in consolle, vedremo anche due personaggi che hanno fatto la storia della dance nostrana, DJ Ralf e Cirillo, oltre ad alcune “promesse” che sembrano già ampiamente mantenute, come i britannici Jackmaster e Jasper James o gli italianissimi Howl Ensamble e i romani e apprezzati Dumfound.

Ma, soprattutto, quest’anno è la volta di una grande novità al Just Music Festival: una giornata interamente dedicata ad una delle culture musicali contemporanee più importanti e influenti al mondo. “Roots In The City è un festival nel festival, un nuovo format dedicato ai suoni reggae, dub e dancehall. Il 2 luglio, in un’unica lunga maratona musicale, si esibiranno sullo stesso palco alcuni dei più importanti interpreti legati alla tradizione “roots” e alla musica popolare giamaicana, in tutte le sue varianti e interpretazioni. Primo tra tutti Sizzla, tra i massimi esponenti di quel reggae nato negli anni 90 che ha ritrovato nella radice rastafariana l’orizzonte del contemporaneo e che ha saputo uscire dai confini giamaicani per conquistare il mondo, accompagnato in questa occasione dalla titanica Firehouse Band. O i leggendari Lee Scratch Perry e Mad Professor, due vecchi maestri che, per una notte, si ritroveranno a Roma di nuovo insieme sul palco per ridare vita ad un capitolo intero della storia del reggae e della dub music; ma ci saranno anche interpreti affermati della nuova generazione, provenienti da paesi satellite rispetto al suono giamaicano, come il guyanese Promise No Promises, o l’astro nascente australiano Nattali Rize, con il suo reggae impegnato contaminato dai linguaggi del nuovo hip-hop. Ad essi si aggiungeranno guest, sound system e crew di Roma, per mettere in connessione l’olimpo del reggae con le migliori esperienze locali.

Il Just Music Festival è infatti prima di tutto il tentativo di creare uno spazio nuovo nella città di Roma, in cui diversi generi e diverse tradizioni contemporanee si incontrino. Un festival per un pubblico non più di nicchia, ma misto, trasversale e multietnico: appassionati di elettronica e pop, devoti del roots reggae, fan della techno, amanti dell’house music, adepti del nuovo movimento dancehall e fedeli dellhip hop, tutti insieme sotto uno stesso tetto, non più divisi da barriere di genere e contesto, che in definitiva sono anche barriere culturali e sociali.

La musica è anche loccasione per indagare altri linguaggi: ad accompagnare il festival, alcuni singolari incroci con le arti visive, per gettare ponti tra la musica contemporanea e le più importanti esperienze artistiche internazionali. Come per esempio le opere ambientali di Graziano Locatelli, che interagiscono con il contesto spaziale del festival, o un progetto speciale, senza precedenti, con un misterioso artista inglese noto in tutto il mondo. Un progetto di cui non possiamo dire altro, ma che sveleremo con una comunicazione a sé a ridosso dell’evento.

Tutto questo e altro ancora si andrà ad aggiungere alla storia già raccontata dalle due edizioni passate, che hanno visto tra gli altri sul palco – in location come l’Auditorium e le Terrazze del Palazzo dei Congressi di Roma– artisti internazionali del calibro di Bjork, Massive Attack, Public Enemy, Burt Bacharach, Pet Shop Boys, Jean Michel Jarre, Disclosure, Róisín Murphy, Travis, Thievery Corporation, St. Germain, e James Morrison.

Per il Just Music Festival la musica non è solo musica, ma un linguaggio universale che “da solo” è in grado di reinventare le relazioni umane e creare nuove comunità. Il Just Music Festival 2017 è unesperienza che cancella le differenze e costruisce uno spazio di autentica condivisione:

“…music is the primary essence of human respect.

2 edizione di Arte in Movimento

Arte in Movimento

Link all’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1908385362708652/?fref=ts

Comitato Organizzativo: Silvio Corteggiani, Emilia Di Stefano, Gaetano Giglio, Emiliano Esposito

Orario : Incontro alle ore 16.00 a Via di San Gregorio angolo con Via dei Cerchi, partenza della passeggiata alle 16.30 percorrendo Via dei Cerchi , Via Dei Fori Imperiali, area del Colosseo, piazza Venezia, fine evento ore 19,00

Una passeggiata di persone con le proprie opere che attraverserà le aree più rappresentativi della nostra citta, un lungo serpente pieno di colore e bellezza.

Una passeggiata a cui possono partecipare tutte quelle persone, che attraverso l’arte pittorica , esprimono la loro necessità di migliorare il mondo che le circonda, portando fino a 2 opere che potranno appendersi all’altezza delle spalle.

Lo scopo dell’evento è quello di mettere in risalto la città di Roma attraverso le persone e alla consuetudine di pubblicare sui social network eventi collettivi ed inconsueti che incontrano per strada, un modo per far vedere al mondo un’altra faccia della nostra bella città.

Roma è già considerata il centro mondiale dell’arte antica, con questo evento vogliamo che cominci a diventare attrazione anche per l’arte contemporanea. L’evento non ha finalità di protesta e/o politica e sarà chiesto ai partecipanti di non esporre opere che possano risultare offensive alla sensibilità del pubblico e delle istituzioni tutte. 

Le residenze papali e la loro proporzionata dismisura

La rapida visita della città di Roma spesso lascia intimoriti e sconvolti per la grande dimensione di alcuni suoi manufatti, oggi adibiti alle funzioni più disparate: dal parlamento, alla residenza del presidente della repubblica, passando per ambasciate maestose come è – ad esempio – quella francese. E proprio questi stabili suscitano l’attenzione e l’apprezzamento degli osservatori entusiasti per la varietà e molteplicità di queste residenze. Tuttavia, la stessa presa in esame di tali architetture lascia perplessi sul motivo sotteso alla loro realizzazione, non comprendendosi chiaramente il perché di una simile quantità.

Roma, D. Bramante, Palazzo Caprini, incisione.

La ragione risale alla stessa organizzazione statale dello Stato Pontificio che fin dal principio della sua istituzione non prevedeva una abitazione ‘stabile’ per il Pontefice. Peraltro, incerta era anche la sede propria dell’esercizio del potere, non essendo inizialmente chiara la distinzione di ruolo entro la basilica petrina e San Giovanni in Laterano. Inoltre – come noto – inizialmente la corte papale era itinerante e, in definitiva, non sussisteva la necessità di un preciso luogo onde risiedere. Questa situazione si protrasse ancora in epoca moderna allorché l’apparato burocratico si fece più completo nelle sue funzioni e maggiormente dettagliato. Così, ancora nei secoli XVI-XVIII i sovrani romani andarono costruendo propri palazzi entro cui risiedere e amministrare la nazione. Conseguentemente, l’immobile assunse valenze che al principio non gli avrebbero dovuto competere, assurgendo non più solamente a residenza di un monarca o di una famiglia prestigiosa ma a simbolo stesso altresì del potere e dell’autorità di chi vi abitava. Pertanto, crebbe nella dimensione, nelle dotazioni e soprattutto nella quantità particolarismi tesi ad unicizzarlo. Occorreva però un modello a cui richiamarsi ed attraverso cui instaurare una relazione con il contesto e gli altri esemplari simili al fine di distinguersene. E la discussione, all’inizio del Cinquecento, si fece accesa. Da una parte Donato Bramante (1444-1514) proponeva una soluzione che si identificasse con la stessa natura dell’uomo, per cui ad un piano terreno bugnato dotato di botteghe riservate a lavori umili si sovrapponeva un livello nobile, segnalato dall’utilizzo dell’ordine architettonico. Dall’altra parte, Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546) suggeriva una struttura più semplice nei connotati ma non meno definita nel suo aspetto. Infatti, l’architetto immaginava una disposizione a fasce, sottolineate dalla continuità del marcapiano e del marca-davanzale che si inseriva all’interno di una rigida intelaiatura scandita agli estremi da file di bugne, conclusa dal cornicione e sviluppata secondo una simmetria al cui centro si ergeva il portone, nobilitato da colonne o paraste.

Alla lunga, ebbe la meglio l’intuizione sangallesca – come a tutt’oggi testimoniano innumerevoli edifici novecenteschi ancora ispirativisi – e la ragione risiede nella sua stessa composizione giacché più versatile. Del resto, il limite dell’ipotesi bramantesca era evidente. Non potendo espandersi in altezza in ragione dell’ordine applicato (che sarebbe di conseguenza dovuto crescere in proporzione) costruzioni come palazzo Caprini (dal 1501) potevano al massimo ospitare tre livelli, sfruttando la trabeazione entro cui aprire – al posto di alcune metope – delle bucature. Invece, realizzazioni come palazzo Baldassini (dal 1516) non avevano problemi analoghi, potendo contare sulla riproducibilità dei piani in potenza anche all’infinito. Inoltre, la fiducia accordata a questo modello dal celebre exemplum di palazzo Farnese (dal 1515) non poté che accrescerne il prestigio e la fortuna. Altri si attestarono sulla stessa linea di pensiero e così prese avvio una produzione in cui ogni aristocratico e Pontefice ambiva ad elevare un’abitazione degna del proprio titolo. In particolare, con il passare del tempo, la residenza estiva sul colle Quirinale, andò assumendo un ruolo leader, raccogliendo l’adesione di diversi governanti che in periodi più o meno lunghi decidevano di stabilirvisi. Così, la reggia divenne il centro della vita politica cittadina a pari merito con il palazzo Apostolico Vaticano, seppure le residenze private non persero la loro importanza. Infatti, esse rappresentavano pur sempre l’identità del singolo a fronte degli alloggi istituzionali, senza contare che finché fu in vita il nepotismo – ovvero la nomina di un nipote del Papa a cardinale con funzioni di comando – lo stesso edificio manteneva il proprio ruolo pubblico.

Roma, Palazzo Farnese, esterno.

Gli esempi nella Capitale sono innumerevoli. Da palazzo Borghese a palazzo Chigi-Odescalchi, soffermandosi su palazzo Madama, palazzo Barberini, palazzo Pamphilj e concludendo – non certo per importanza – con palazzo Ludovisi, poi curia innocenziana, oggi camera dei Deputati. E anche i nomi dei progettisti sono dei più illustri: Giacomo Della Porta (1532-1602), Girolamo Rainaldi (1570-1655), Carlo Maderno (1556-1629), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Insomma, gli architetti dei ‘Sacri Palazzi’ non rivolsero la loro attenzione unicamente ai luoghi di culto ma attesero anche ad un’edilizia laica e privata cercando – ognuno secondo il proprio sentimento – di apportare qualcosa di nuovo ad un discorso simile nei termini ma assai potenzialmente differente negli esiti.

D’altronde, un’adeguata facies non solo rispondeva alle istanze di magnificenza dei committenti ma costituiva pur sempre l’aspetto principe della loro realtà: un’oligarchia in competizione e non certo disposta a ritrattare la propria posizione.

Bibliografia essenziale

  • W. Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, RCS Libri, Milano 1997.
  • M. Bevilacqua, M. L. Madonna, Sistemi di residenze nobiliari a Roma e a Firenze: architettura e città in età barocca, in M. Bevilacqua, M. L. Madonna (a cura di), Il sistema delle residenze nobiliari. Stato Pontificio e Granducato di Toscana, I, De Luca, Roma 2003, pp. 9-58.

Artfutura: se il vostro futuro è il 2008

L’arte contemporanea non è un pranzo di gala. L’aveva ben capito Alberto Sordi quando, nell’episodio “Le vacanze intelligenti” del film “Dove vai in vacanza?”, passando di fronte ad un critico che spiegava l’opera Muro di Mauro Staccioli diceva sconsolato: “spiega le cose che noi non potemo capì”.

Si fa per ridere, ma solo un po’. Perché che per godere dell’arte contemporanea ci sia bisogno di un livello di astrazione e di concettualizzazione maggiore rispetto all’arte classica è probabilmente vero. Così, non essendo un esperto di arte, prima di andare a vedere una mostra contemporanea cerco qualche informazione sull’autore, mi documento sui temi che affronta, cerco qualche chiave interpretativa per prepararmi alle opere che vedrò. Ma quando ho saputo che all’ex Dogana di Roma sarebbe stata allestita la mostra “Artfutura – Digital Creatures”, ho deciso di fare uno strappo alla regola. In fondo non sono un esperto d’arte, ma nel mondo digitale mi oriento più che bene. La prospettiva di godere di “sculture cinetiche che creano olografie galleggianti, campi magnetici che generano forme di ferrofluido dinamiche, esperienze audiovisive immersive in cui sperimentare proiezioni virtuali sconosciute” – come recita la descrizione sul sito dell’evento – mi entusiasmava. Ero pronto a godere di tutte le forme espressive della contemporaneità, pensavo con entusiasmo crescente a realtà aumentata, interazione fisica e simulata, intelligenza artificiale, robotica… e invece no! No, perché digitale è una di quelle parole che ingloba qualunque cosa, dall’orologio digitale anni ’70 ai computer quantistici, e se da una mostra del genere non era lecito aspettarsi i secondo, non mi aspettavo certo di trovare i primi. Capiamoci: non è certamente un’esposizione di vecchi Casio, ma rispetto alla promessa di sperimentare esperienze audiovisive immersive e proiezioni virtuali sconosciute la realtà della mostra è stata ben poca cosa.

L’inizio è stato in realtà promettente: una sala ben allestita con l’installazione Spinning Cosmos di Paul Friedlander che, pur nella sua semplicità realizzativa (che a dir la verità ha ben poco a che fare con il digitale anche in senso esteso) porta delle suggestioni percettive interessanti. Certo, non è una grande novità: nonostante il sito di Artfutura riporti che l’installazione “è stata prodotta esclusivamente per questa mostra”, Friedlander aveva portato l’opera in una versione piuttosto simile già all’Artfutura del 2012 a Montevideo. Ma questo non può certo essere un parametro di giudizio di una mostra, pensavo mentre osservavo i rotatori muovere le opere illuminate dalle luci cromostrobiche. Il dubbio che la mostra non fosse forse quello che mi aspettavo ha iniziato a cogliermi nel secondo hangar, in cui sono esposte le opere di Can Buyukberber. Mentre sedevo di fronte ad un’imponente proiezione dell’opera Morphogenesis, facendo scorrere lo sguardo da una parte all’altra della parete non riuscivo a non pensare: possibile che un’opera simile non sia stata pensata per la realtà virtuale? Come dicevo: non sono un esperto d’arte, ma so usare Google. Basta una rapida ricerca e si scopre che la stessa installazione montata a San Francisco godeva anche di un largo uso di VR. A Roma la realtà aumentata non c’è, ma una delle tre installazioni di Buyukberber implementa un Kinect per proiettare la sagoma del visitatore su uno schermo con un’animazione in loop: non è esattamente il livello di interazione che speravo ma è certamente un avanzamento! Nella sala successiva, dedicata ad Esteban Diàcono, ho capito che le mie aspettative sarebbero state certamente deluse: sei schermi ripetono in loop le animazioni che il motion graphics designer posta su Instagram. Affascinanti e un po’ disturbanti, certo, ma certamente non immersive, non dinamiche sicuramente non sconosciute. Certamente più divertenti le installazioni in ferrofluido di Sachiko Kodama, già note dal 2008, che però, anche in questo caso, non hanno nessuna delle caratteristiche promesse dall’evento. L’opera più interessante dell’esposizione è forse quella di Chico MacMurtrie, Organic Arches: una sequenza di archi gonfiabili che attraverso cambiamenti di pressione affrontano cambiamenti morfologici dall’apparenza organica. L’ultima grande sala, Screens of future, di Universal Everything è un’opera tautologica, almeno a metà: una serie di schermi con proiezioni video in riproduzione continua. Peccato che più che il futuro, rappresentino un presente quantomeno consolidato: edifici che cambiano colore, che cambiano il proprio rivestimento, una forma libera che cambia colore. Il centro della sala è un piccolo cinema sul cui schermo passano, come prima di un film in un cinema qualsiasi, dei corti di animazione. Lo confesso, non li ho visti tutti. Non li ho visti tutti perché, arrabbiato un po’ con me e un po’ con il curatore – Montxo Algora – mi sono diretto verso l’uscita cercando di metabolizzare la delusione. Ero arrabbiato con me stesso per non aver fatto quello che faccio di solito: guardare gli autori e capire di cosa si trattasse. Ero arrabbiato con il curatore perché la descrizione dell’evento e le promesse sull’esperienza sono state totalmente disattese. Ma voglio essere chiaro: opere di motion graphics e proiezioni video sono forme di espressione artistica interessanti e piacevoli. Ma perché promettere livelli di sperimentazione ed immersione che non rispondono alla realtà della mostra? Per una volta, ad una mostra che aspettavo con ansia, mi sono sentito come Alberto Sordi che cammina disinteressato davanti a Staccioli. Che ve devo dì, so cose che non potemo capì.

P.S. Parlando dell’abilità di utilizzare Google: se cercate Artfutura su Google immagini troverete molte foto, alcune delle quali utilizzate per pubblicizzare l’evento (non dalla pagina ufficiale però, questo sia chiaro). Ecco sappiate che molte di quelle foto non hanno a che vedere con l’esposizione all’ex Dogana. E ancora una volta so’ cose che non potemo capì.

BIMBA LANDMANN Cultura visiva e immaginario fantastico

Bimba Landmann “Cultura visiva e immaginario fantastico”, a cura di  Emanuela Mastria.

dal 21 aprile al 4 giugno 2017 al Museo Carlo Bilotti di Roma – Aranciera di Villa Borghese.

Ingresso gratuito con numerosi laboratori d’arte ed incontri  gratuiti per bambini con l’artista

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“Illustrare un libro è come aprire una porta ed entrare dentro un mondo. Devo immaginare tutto di questo mondo: i personaggi, il clima, i colori, l’atmosfera.” Con queste parole Bimba Landmann descrive il suo lavoro.

 

All’artista illustratrice il Museo Carlo Bilotti dedica, dal 21 aprile al 4 giugno 2017, la mostra Bimba Landmann. Cultura visiva e immaginario fantastico, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, a cura di Emanuela Mastria, servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

La magia delle immagini dipinte dall’artista invita a viaggiare sulle ali della fantasia, ad immergerci nel suo immaginario fantastico e visionario, ricco di importanti riferimenti visivi che spaziano fino ai grandi capolavori della storia dell’arte.

L’illustrazione è un mezzo per mostrare luoghi lontani, sconosciuti e fantastici creati dalla fervida immaginazione dell’artista, affiancata da una profonda cultura visiva.

Tra le opere esposte, anche le illustrazioni di libri come Un bambino di nome Giotto, Quel genio di Leonardo, Come sono diventato Marc Chagall. Oltre alle tavole originali sono esposti i libri stampati e alcuni schizzi, a suggerire la complessità che la progettazione di un libro illustrato richiede. Il percorso espositivo non segue un criterio cronologico, ma mette in relazione i diversi linguaggi utilizzati dall’artista attraverso tre aree tematiche: l’immaginario fantastico, il mondo epico e mitologico, la storia dell’arte.

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Durante l’inaugurazione, uno spazio sarà dedicato alla performance in cui Bimba Landmann, ispirandosi alla musica, dipinge e anima, in tempo reale, le immagini proiettate su uno schermo. Tra il materiale audiovisivo fruibile dedicato agli spettacoli musicali: Viaggio nella notte blu, realizzato con Elisabetta Garilli al Teatro Ristori di Verona nel novembre 2013.

Attraverso le immagini di grande fascino dipinte dall’artista, il progetto espositivo mira a coinvolgere un pubblico molto vasto, con un’attenzione particolare ai più piccoli.

 

Sito dell’artista: www.bimbalandmann.com

 

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

21 Aprile – 4 Giugno 2017

INGRESSO GRATUITO

 

Presentazione alla stampa 20 Aprile 2017 ore 11.00-13.00

Inaugurazione 20 Aprile 2017 ore 18.30

Performance dell’artista: Ad occhi chiusi, 20 Aprile 2017 ore 20.15

Durante il periodo della mostra, sono previsti dei laboratori d’arte con Bimba Landmann ed altre iniziative rivolte al pubblico.

 

Aprile – Maggio
Da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Giugno
Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso consentito fino a mezz’ora prima dell’orario di chiusura

 

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museocarlobilotti.it, www.museiincomune.it, www.zetema.it

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.