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Artfutura: se il vostro futuro è il 2008

L’arte contemporanea non è un pranzo di gala. L’aveva ben capito Alberto Sordi quando, nell’episodio “Le vacanze intelligenti” del film “Dove vai in vacanza?”, passando di fronte ad un critico che spiegava l’opera Muro di Mauro Staccioli diceva sconsolato: “spiega le cose che noi non potemo capì”.

Si fa per ridere, ma solo un po’. Perché che per godere dell’arte contemporanea ci sia bisogno di un livello di astrazione e di concettualizzazione maggiore rispetto all’arte classica è probabilmente vero. Così, non essendo un esperto di arte, prima di andare a vedere una mostra contemporanea cerco qualche informazione sull’autore, mi documento sui temi che affronta, cerco qualche chiave interpretativa per prepararmi alle opere che vedrò. Ma quando ho saputo che all’ex Dogana di Roma sarebbe stata allestita la mostra “Artfutura – Digital Creatures”, ho deciso di fare uno strappo alla regola. In fondo non sono un esperto d’arte, ma nel mondo digitale mi oriento più che bene. La prospettiva di godere di “sculture cinetiche che creano olografie galleggianti, campi magnetici che generano forme di ferrofluido dinamiche, esperienze audiovisive immersive in cui sperimentare proiezioni virtuali sconosciute” – come recita la descrizione sul sito dell’evento – mi entusiasmava. Ero pronto a godere di tutte le forme espressive della contemporaneità, pensavo con entusiasmo crescente a realtà aumentata, interazione fisica e simulata, intelligenza artificiale, robotica… e invece no! No, perché digitale è una di quelle parole che ingloba qualunque cosa, dall’orologio digitale anni ’70 ai computer quantistici, e se da una mostra del genere non era lecito aspettarsi i secondo, non mi aspettavo certo di trovare i primi. Capiamoci: non è certamente un’esposizione di vecchi Casio, ma rispetto alla promessa di sperimentare esperienze audiovisive immersive e proiezioni virtuali sconosciute la realtà della mostra è stata ben poca cosa.

L’inizio è stato in realtà promettente: una sala ben allestita con l’installazione Spinning Cosmos di Paul Friedlander che, pur nella sua semplicità realizzativa (che a dir la verità ha ben poco a che fare con il digitale anche in senso esteso) porta delle suggestioni percettive interessanti. Certo, non è una grande novità: nonostante il sito di Artfutura riporti che l’installazione “è stata prodotta esclusivamente per questa mostra”, Friedlander aveva portato l’opera in una versione piuttosto simile già all’Artfutura del 2012 a Montevideo. Ma questo non può certo essere un parametro di giudizio di una mostra, pensavo mentre osservavo i rotatori muovere le opere illuminate dalle luci cromostrobiche. Il dubbio che la mostra non fosse forse quello che mi aspettavo ha iniziato a cogliermi nel secondo hangar, in cui sono esposte le opere di Can Buyukberber. Mentre sedevo di fronte ad un’imponente proiezione dell’opera Morphogenesis, facendo scorrere lo sguardo da una parte all’altra della parete non riuscivo a non pensare: possibile che un’opera simile non sia stata pensata per la realtà virtuale? Come dicevo: non sono un esperto d’arte, ma so usare Google. Basta una rapida ricerca e si scopre che la stessa installazione montata a San Francisco godeva anche di un largo uso di VR. A Roma la realtà aumentata non c’è, ma una delle tre installazioni di Buyukberber implementa un Kinect per proiettare la sagoma del visitatore su uno schermo con un’animazione in loop: non è esattamente il livello di interazione che speravo ma è certamente un avanzamento! Nella sala successiva, dedicata ad Esteban Diàcono, ho capito che le mie aspettative sarebbero state certamente deluse: sei schermi ripetono in loop le animazioni che il motion graphics designer posta su Instagram. Affascinanti e un po’ disturbanti, certo, ma certamente non immersive, non dinamiche sicuramente non sconosciute. Certamente più divertenti le installazioni in ferrofluido di Sachiko Kodama, già note dal 2008, che però, anche in questo caso, non hanno nessuna delle caratteristiche promesse dall’evento. L’opera più interessante dell’esposizione è forse quella di Chico MacMurtrie, Organic Arches: una sequenza di archi gonfiabili che attraverso cambiamenti di pressione affrontano cambiamenti morfologici dall’apparenza organica. L’ultima grande sala, Screens of future, di Universal Everything è un’opera tautologica, almeno a metà: una serie di schermi con proiezioni video in riproduzione continua. Peccato che più che il futuro, rappresentino un presente quantomeno consolidato: edifici che cambiano colore, che cambiano il proprio rivestimento, una forma libera che cambia colore. Il centro della sala è un piccolo cinema sul cui schermo passano, come prima di un film in un cinema qualsiasi, dei corti di animazione. Lo confesso, non li ho visti tutti. Non li ho visti tutti perché, arrabbiato un po’ con me e un po’ con il curatore – Montxo Algora – mi sono diretto verso l’uscita cercando di metabolizzare la delusione. Ero arrabbiato con me stesso per non aver fatto quello che faccio di solito: guardare gli autori e capire di cosa si trattasse. Ero arrabbiato con il curatore perché la descrizione dell’evento e le promesse sull’esperienza sono state totalmente disattese. Ma voglio essere chiaro: opere di motion graphics e proiezioni video sono forme di espressione artistica interessanti e piacevoli. Ma perché promettere livelli di sperimentazione ed immersione che non rispondono alla realtà della mostra? Per una volta, ad una mostra che aspettavo con ansia, mi sono sentito come Alberto Sordi che cammina disinteressato davanti a Staccioli. Che ve devo dì, so cose che non potemo capì.

P.S. Parlando dell’abilità di utilizzare Google: se cercate Artfutura su Google immagini troverete molte foto, alcune delle quali utilizzate per pubblicizzare l’evento (non dalla pagina ufficiale però, questo sia chiaro). Ecco sappiate che molte di quelle foto non hanno a che vedere con l’esposizione all’ex Dogana. E ancora una volta so’ cose che non potemo capì.

BIMBA LANDMANN Cultura visiva e immaginario fantastico

Bimba Landmann “Cultura visiva e immaginario fantastico”, a cura di  Emanuela Mastria.

dal 21 aprile al 4 giugno 2017 al Museo Carlo Bilotti di Roma – Aranciera di Villa Borghese.

Ingresso gratuito con numerosi laboratori d’arte ed incontri  gratuiti per bambini con l’artista

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“Illustrare un libro è come aprire una porta ed entrare dentro un mondo. Devo immaginare tutto di questo mondo: i personaggi, il clima, i colori, l’atmosfera.” Con queste parole Bimba Landmann descrive il suo lavoro.

 

All’artista illustratrice il Museo Carlo Bilotti dedica, dal 21 aprile al 4 giugno 2017, la mostra Bimba Landmann. Cultura visiva e immaginario fantastico, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, a cura di Emanuela Mastria, servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

La magia delle immagini dipinte dall’artista invita a viaggiare sulle ali della fantasia, ad immergerci nel suo immaginario fantastico e visionario, ricco di importanti riferimenti visivi che spaziano fino ai grandi capolavori della storia dell’arte.

L’illustrazione è un mezzo per mostrare luoghi lontani, sconosciuti e fantastici creati dalla fervida immaginazione dell’artista, affiancata da una profonda cultura visiva.

Tra le opere esposte, anche le illustrazioni di libri come Un bambino di nome Giotto, Quel genio di Leonardo, Come sono diventato Marc Chagall. Oltre alle tavole originali sono esposti i libri stampati e alcuni schizzi, a suggerire la complessità che la progettazione di un libro illustrato richiede. Il percorso espositivo non segue un criterio cronologico, ma mette in relazione i diversi linguaggi utilizzati dall’artista attraverso tre aree tematiche: l’immaginario fantastico, il mondo epico e mitologico, la storia dell’arte.

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Durante l’inaugurazione, uno spazio sarà dedicato alla performance in cui Bimba Landmann, ispirandosi alla musica, dipinge e anima, in tempo reale, le immagini proiettate su uno schermo. Tra il materiale audiovisivo fruibile dedicato agli spettacoli musicali: Viaggio nella notte blu, realizzato con Elisabetta Garilli al Teatro Ristori di Verona nel novembre 2013.

Attraverso le immagini di grande fascino dipinte dall’artista, il progetto espositivo mira a coinvolgere un pubblico molto vasto, con un’attenzione particolare ai più piccoli.

 

Sito dell’artista: www.bimbalandmann.com

 

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

21 Aprile – 4 Giugno 2017

INGRESSO GRATUITO

 

Presentazione alla stampa 20 Aprile 2017 ore 11.00-13.00

Inaugurazione 20 Aprile 2017 ore 18.30

Performance dell’artista: Ad occhi chiusi, 20 Aprile 2017 ore 20.15

Durante il periodo della mostra, sono previsti dei laboratori d’arte con Bimba Landmann ed altre iniziative rivolte al pubblico.

 

Aprile – Maggio
Da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Giugno
Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso consentito fino a mezz’ora prima dell’orario di chiusura

 

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museocarlobilotti.it, www.museiincomune.it, www.zetema.it

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

 

 

AmaLuna. Quando lo stupore non ha età

Amaluna è uno spettacolo che toglie il fiato e riempie occhi, anima e cuore di bellezza, sogno, poesia. Noi di Polinice siamo stati alla Grand Premiere e oggi siamo qui per raccontarvela.

Cirque du Soleil vuol dire incanto e meraviglia, le aspettative non potevano quindi che essere altissime e sono state tutte superate. Appena messo piede nel teatro, le Grand chapiteau, si viene catapultati in un mondo magico, un’isola lontana e misteriosa, Amaluna, dove la natura fantastica è protagonista insieme ai personaggi che la abitano. Già questo basta per far dire “ooooh”. Preso posto sull’isola, ecco apparire strane creature colorate dall’aspetto tra il mitologico e l’animalesco. Un drago dispettoso, pavoni dalla ruota sfacciata, amazzoni fiere e affascinanti. Gli “ooooh” aumentano. Le luci si abbassano, è buio e al centro del palco un drappo rosso volteggia a mezz’aria, da solo.

Comincia lo spettacolo che si apre con un rito di iniziazione, la celebrazione della maggiore età di Miranda, figlia di Prospera, la regina dell’isola. Il rito celebra anche il rinnovamento e lo spirito, l’equilibrio, la femminilità, un passaggio di valori da una generazione all’altra, di madre in figlia. Una tempesta causa il naufragio di un gruppo di uomini che si ritrovano così sull’isola, tra uno di loro e Miranda nasce un amore che per affermarsi dovrà superare tante prove.

Da donna si prova un certo orgoglio nel vedere la netta maggioranza di presenza femminile sul palcoscenico. Il cast, che conta 48 artisti è all’80% composto da acrobate e artiste. Anche la band è formata da sole donne. La band sì, perché il Cirque du Soleil pensa a tutto, le canzoni e le musiche sono interamente cantate e suonate dal vivo. In effetti già dal nome, una fusione tra la parola “Ama” che significa “madre” in molte lingue e “Luna”, simbolo di femminilità, si capisce che l’obiettivo dello spettacolo è quello di celebrare la donna. Sirene, sciamane, amazzoni, una regina protettrice, guerriere e fanciulle, la figura femminile è al centro, percepita come mistero, equilibrio, incanto, principio vitale.

Per Diane Paulus, che ha scritto e diretto lo spettacolo, vincitrice di un Tony Award nel 2013 come miglior regista di musical, è la prima volta che si trova a lavorare con il Cirque du Soleil e per questo evento voleva che le donne fossero viste come eroine. Per lei la bellezza è data dall’ignoto; del teatro ama le infinite possibilità, il mondo che può essere creato, perché in ogni creazione c’è una nuova possibilità ancora e nuovi limiti, che dice, vanno superati; e con AmaLuna ci è riuscita alla grande.

Anche per il direttore creativo Fernand Rainvill lo spettacolo è un tributo alle opere e alla voce delle donne. Tante le influenze e i rimandi presenti nello spettacolo, primo fra tutti The Tempest di Shakespeare, dal quale la Paulus ha attinto per il nome di Prospera, al maschile nell’opera teatrale, l’”evento” tempesta con conseguente naufragio e ambientazione sull’isola. Si è poi ispirata alla mitologia nordica e a quella greca, al Flauto magico di Mozart.

Assistere a uno spettacolo del genere è stupefacente perché quello che incanta e inchioda alla sedia con i peli ritti, si si peli ritti e brividi di emozione, è come si uniscano e si fondano la fisicità di certi numeri e acrobazie con la poesia e la delicatezza della loro esecuzione. Se poi ti soffermi a pensare che quelle che volteggiano sopra la tua testa, che volano, che si appendono a un cerchio sospeso nell’aria con la sola forza del collo, che si arrampicano su pertiche alte 4 metri o saltano dalle spalle gli uni degli altri, a loro volta sulle spalle dei compagni, il tutto come se fosse la cosa più facile e normale del mondo, senza sforzo… innumerevoli “oooh”, beh se pensi che sono persone come te, anzi come me, che già salire sulla scala del letto a castello è un miracolo, beh agli “oooh” non possono che aggiungersi gli “wow”. Il palco poi è un camaleonte che cambia di continuo, in perenne costruzione durante lo spettacolo stesso, si adatta e modella a seconda dell’esibizione per permettere agli artisti di esprimersi in un milione di pose diverse e tanto per complicare un po’ le cose, ruota! “oooh” misti a “wow”. Tutto lo spettacolo è un’esplosione di colori che sembra di essersi tuffati nella tavolozza di un pittore. I costumi di scena, I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-I, sono in totale 1200 per 300 look diversi.

Ma voi riuscireste a volteggiare velocissimi e a 360 gradi sopra le teste del pubblico sorretti solo da nastri e sospesi a un Carosello? Io no ma gli artisti, anzi le artiste di AmaLuna sì e lo fanno, triplo “wow”! Può essere che il numero “cinghie aeree acrobatiche” non faccia per voi, parliamo allora del “teeterboard”, si tratta di eseguire evoluzioni in aria esibendosi in torsioni e rotazioni ad alta velocità, ne sareste capaci? Credo che la risposta sarebbe negativa, così come per “cerceau e il globo d’acqua”. In questo numero, Miranda si esibisce in un vero e proprio globo d’acqua, nuotandoci dentro, non-sto-scherzando! Mettendo così in evidenza la sua fisicità malleabile, esprimendo una sensualità morbidissima e sinuosa, il tutto eseguendo esercizi di equilibrio tenendosi su una sola mano… e qui ci sta un bel “AMAAAZING” sapete tipo quelli che mixano un po’ italiano-inglese perché fa figo…altro che figo qua rende e basta!!!

Veniamo al finale corale: tutti gli artisti sul palco si esibiscono insieme, sono tantissimi, chi volteggia dal carosello, chi sospeso su un cerchio, cantano, suonano, saltano, due donne vestite di oro pedalano su biciclette con una sola ruota, volteggiano, ballano e in un turbinio di colori ed emozioni le luci sono sempre più deboli, il buio. Il cerchio si chiude, al centro del palco volteggia una stoffa, questa volta è blu.

Vi ricordo che quella di Roma è l’unica tappa italiana, ergo non mancatela, del tour mondiale cominciato a Madrid nel 2015.  Il Cirque du Soleil vi aspetta dunque con il suo AmaLuna fino all’11 giugno al Tendone di Tor di Quinto, i biglietti su ticketone.it!

Che altro dire, in realtà avrei ancora diversi “oooh” e “wooow” che mi porto dietro ma … “eh…”…AmaLuna, non è solo un titolo. È una promessa.

STANZE D’ARTISTA E MUSEI COMUNALI

Talvolta, l’era della comunicazione e della popolarità social mi turba.

Si può aver tanto da dire ma non volerlo dire per forza a tutti da una pagina Facebook? Si può essere un po’ timidi ed esclusivi, di nicchia, riservati, senza foto profilo da migliaia di like scattata a un grande evento?

Si può essere un museo comunale di Roma senza grandi campagne di marketing e non essere necessariamente considerati come una povera Cenerentola?

Si può, ad esempio, essere Galleria d’Arte Moderna di Roma; sorella non affatto minore della Galleria Nazionale ma anzi custode esclusiva di oltre tremila opere esposte a rotazione. Come già la Galleria Nazionale, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita capolavori italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo e, in più, raccoglie testimonianze uniche dei maggiori rappresentanti del  fermento artistico capitolino come lo sono stati i pittori dei XXV della Campagna Romana e quelli appartenuti al movimento della Scuola Romana.

Anche il luogo è notevole, un ex monastero di clausura a due passi da Trinità dei Monti prima appartenuto all’ordine delle Carmelitane Scalze; nel corso del recupero dell’edificio è stato preservato il chiostro interno, angolo di bellezza e pace nel cuore della città.

Oltre alla già ricca collezione permanente, dal 14 aprile è inoltre possibile apprezzare nomi della portata di Mario Sironi, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Fausto Pirandello nello speciale allestimento della mostra Stanze d’Artista. Capolavori del ‘900 italiano.

Ad ogni artista è stato dedicato uno spazio esclusivo, un piccolo viaggio nei loro colori e nei loro pensieri, dal momento che le opere sono completate da estratti dei loro scritti, siano essi diari lettere o interventi critici. Quale migliore aiuto alla comprensione della produzione artistica della contestualizzazione e commento in qualche modo “originale” dagli artisti stessi? La parola è data direttamente alla fonte creativa.

Sono Stanze in cui rivivono interi mondi poetici grazie ai capolavori della Galleria d’Arte Moderna e altri provenienti da prestigiose raccolte private, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica tra le quali vengono valorizzati, per la prima volta, i dipinti di Massimo Campigli (Le spose dei marinai, 1934), di Ardengo Soffici (Campi e colline, 1925; Marzo burrascoso, 1926-27) e di Ottone Rosai (Paese, 1923), rispettando così il criterio della rotazione delle opere, adottato dalla Galleria d’Arte Moderna fin dalla sua riapertura nel 2011, che permette di scoprire ogni volta parti importanti del suo vasto patrimonio artistico.

In particolare Campi e colline di Soffici è una testimonianza eccezionale di questo artista, un’opera che permette di vedere espresso il suo proverbiale anticonformismo rispetto ai suoi tempi e di osservare quanto davvero abbia messo in atto, nelle sue opere, gli insegnamenti di quello che lui ha considerato suo principale maestro: Cézanne.

Negli scorsi mesi sono stati prodotti i dati sugli ottimi risultati ottenuti dai musei italiani, tuttavia è impossibile negare che sono numerosissimi i siti museali romani messi un po’ in ombra dai grandi nomi e delle grandi operazioni pubblicitarie a cui si affidano istituzioni culturali particolarmente frequentate e amate.

Sarà probabilmente una regola di mercato difficilmente aggirabile, ma per chi si nutre di solo amore per l’arte e cultura, basti sapere che anche dove non ci sono hashtag popolari e inaugurazioni con red carpet si custodiscono grandi patrimoni.

 

Amore al primo click @ Teatro Parioli

Amore al Primo Click in scena il 31 Maggio al Teatro Parioli con l’Associazione SO.R.TE -Solidarietà Romana sul Territorio-. Una commedia inedita e brillante nata dalla mente di Antonio Castoro, Tony per gli amici, volontario dell’associazione e responsabile del laboratorio teatrale.

SO.R.TE. nasce nel 2013 con l’intento di aiutare chi si trova in uno stato di bisogno e di contribuire attivamente per migliorare ciò che ci circonda. Tra le numerose attività portate avanti con slancio e passione dai volontari emerge il laboratorio teatrale,  uno spazio di idee e di incontri dove con allegria, impegno e originalità prendono forma gli spettacoli per la raccolta dei fondi da destinare alle iniziative dell’associazione.

Dal copione ai costumi, dalla regia ( di Antonio Castoro e della volontaria/attrice Maria Luisa de Crescenzo) ai trucchi, dai suoni agli effetti scenici, attori compresi, tutto, proprio tutto è Homemade. Forse è proprio questo l’elemento che, al giorno d’oggi, bisogna premiare. Giovani che hanno il coraggio e la voglia di mettersi in gioco, a volte anche rischiando, per cercare un risultato più grande. Un piccolo spiraglio di luce (e di insegnamento) che sicuramente può dare spunto a tante riflessioni come in primis il ruolo dei giovani purtroppo troppo spesso marginale nella nostra società.

“Amore al Primo Click” racconta la storia di Etto e Livia, due giovani sognatori che non si sono mai visti se non attraverso una webcam, e che trasportati dall’entusiasmo, decidono comunque di convolare a nozze, ma…

Una serie di circostanze surreali e comiche prenderanno forma dall’incontro delle rispettive parti. Etto nonostante le iniziali perplessità si convincerà di volere al suo fianco il fratello Luchino e l’amico Kevin , fuori dalle righe il primo, cafone il secondo, in coppia un disastro. Livia si ritroverà invece alle prese con la sorella Marina, aspirante social viral top che non vede l’ora di “organizzation il wedding” ,  con il fratello Elio la cui identità oscilla tra Carlo Bracco e Giacomo Castori (meglio conosciuto come  Giacomo Leopardi)… E perché non aggiungere una nonna che in dialetto romanesco non perde mai l’occasione di dire la sua e un padre austero e rigido ma comunque disposto a fare qualsiasi cosa per le sue bimbe.

Con personalità come queste , il sorriso è già contagioso.

Come reagiranno le rispettive parti durante il loro incontro?

Riuscirà Livia a “non stop il suo love” nonostante tutto?

Etto e Livia vorranno ancora vivere per sempre insieme, nella buona e nella cattiva sorte?

Se il primo spettacolo di SO.R.TE , tre anni fa, ebbe un successo tanto grande quanto inaspettato, oggi il trionfo è una certezza.

Attori:

Etto: Francesco Argentieri

Giulia: Maria Luisa de Crescenzo

Elio: Antonio Castoro

Marina: Eleonora Timpani

Luca: Matteo Lucidi

Nonna Germana: Olivia Bellelli

Kevin: Filippo Morrone

Pietro: Alessandro Calandrelli

Don Peppe: Edoardo Lucidi

Scenografia e Costumi:

Lucia Agates, Giulia Leuzzi, Vittoria Cataldi, Ilaria Picalarga, Michela Giuliano,

Federica Felizioli, Letizia Vecchio, Alice Alfonsi e Carlotta Guglielmi.

 

Teatro Parioli, Via Giosuè Borsi n. 20

31-05-2017

Ore 20:30

 

Solidarietà Romana sul Territorio- SO.R.TE.

so.r.te@hotmail.it

www.solidarietaromanasulterritorio.org

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. La mostra al museo dell’Ara Pacis

Primo secolo a.C., la Repubblica romana è nel periodo di maggiore espansione della sua storia e Spartaco è uno dei suoi protagonisti. Originario della Tracia, soldato dell’esercito romano in Macedonia, poi ridotto in schiavitù perché disertore, fuggì nel 73 a.C. e nell’arco di pochissimo tempo riuscì a raccogliere attorno a sé migliaia di schiavi fuggitivi. Nello stesso anno fu a capo della rivolta contro Roma diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori.

La mostra allestita al Museo dell’Ara Pacis dal 31 marzo al 17 settembre, porta il nome del condottiero e il racconto si articola partendo proprio dalla grande rivolta da lui guidata tra il 73 e il 71 a.C.

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma realizzata da un team di archeologi, scenografi, registi e architetti, con la curatela scientifica di Claudio Parise Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e la regia visiva e sonora di Roberto Andò, è un vero e proprio viaggio, reperto dopo reperto, circa 250, più una selezione di fotografie e installazioni audio e video, in cui lo spettatore viene accompagnato, alla riscoperta del più grande sistema schiavistico della storia. Le opere sono inserite in un racconto che si snoda attraverso 11 sezioni che riportano, una dopo l’altra, in vita suoni, voci e ambientazioni del contesto storico. Un’intera economia quella della Roma antica basata sullo sfruttamento di una “merce” cara e redditizia quanto deperibile: l’essere umano. La società, l’economia e l’organizzazione dell’antica Roma non avrebbero potuto raggiungere traguardi tanto avanzati senza lo sfruttamento pianificato delle capacità e della forza lavoro di milioni di individui privi di libertà, diritti e proprietà. Basti pensare che stime recenti hanno calcolato la presenza tra i 6 e i 10 milioni di schiavi su una popolazione di 50/60 milioni di individui.

Il percorso si chiude con il contributo fornito dalla ILO, International Labour Organization, Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite nei temi del lavoro e della politica sociale, impegnata nell’eliminazione del lavoro forzato e altre forme di schiavitù legate al mondo del lavoro.

Le sezioni

– Vincitori e vinti, in cui si racconta l’età delle conquiste e la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di vinti in ogni campagna militare;

Il sangue di Spartaco, ossia la sconfitta a opera delle legioni di Crasso dei circa 70.000 ribelli guidati, appunto, da Spartaco;

Mercato degli schiavi, fiorente in tutto il Mediterraneo e presente nella stessa Roma;

Schiavi domestici evidenzia il privilegio, rispetto agli addetti ai lavori pesanti, di chi condivideva quotidianamente la vita negli spazi domestici;

Schiavi nei campi, si tratta dell’agricoltura, contesto sicuramente più svantaggiato, per la fatica quotidiana, la presenza di un sorvegliante plenipotenziario e a volte per l’uso delle catene nei campi;

Schiavitù femminile e sfruttamento sessuale, per le quali la prostituzione era così frequente da renderne necessaria la proibizione per legge;

Mestieri da schiavi  alcuni dei quali conferivano ulteriore marchio di infamia, come le prostitute, i gladiatori, gli aurighi e gli attori;

Schiavi bambini, del cui impiego nell’economia domestica padronale restano molte testimonianze archeologiche;

– Schiavi nelle cave e miniere, descrive la condizione di lavoro e di vita cui erano costretti coloro che rifornivano di marmi e metalli preziosi la capitale e gli altri centri dell’impero;

Una strada verso la libertà, dedicata alla manumissio, vera e propria occasione offerta dal diritto romano agli schiavi più meritevoli e a quelli che erano riusciti, arricchendosi, a comprare la propria libertà;

Schiavitù e religione, esplora il rapporto della schiavitù con alcuni aspetti del culto ufficiale romano.

Curatore/i

Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini con Lucia Spagnuolo

Catalogo

De Luca Editore

Tipologia

Archeologia

 

INFO

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma

Museo dell’Ara Pacis. Lungotevere in Augusta, Roma

31 marzo – 17 settembre 2017

Tutti i giorni dalle ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Twitter: @museiincomune

Biglietto “solo mostra”: intero € 11, ridotto € 9; speciale scuola ad alunno € 4 (ingresso gratuito a un docente accompagnatore ogni 10 alunni); speciale Famiglie € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per non residenti a Roma: intero € 17, ridotto € 13

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per residenti a Roma: intero € 16, ridotto € 12

 

JEAN-MICHEL BASQUIAT. New York City

Una grande mostra al Chiostro del Bramante di Roma rende omaggio a Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – 12 agosto 1988), figura iconica e controversa della cultura newyorkese degli Anni ’80.  Una corona per celebrare un genio immortale.

a cura di Gianni Mercurio in collaborazione con Mirella Panepinto

Dal 24 marzo al 2 luglio 2017 continua il percorso di ricerca e indagine da parte di DART Chiostro del Bramante sulle personalità più influenti dell’arte, con una esposizione che indaga le origini e l’importanza della street art e dei graffiti, dopo il grande successo di “LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore” che ha registrato un afflusso di oltre 150 mila visitatori.

Circa 100 i lavori esposti, tra olii, acrilici, disegni, alcune importanti collaborazioni con Andy Warhol, serigrafie e ceramiche, opere realizzate tra il 1981 e il 1987 tra le più rappresentative della sua produzione, tutte provenienti dalla Mugrabi Collection, una delle raccolte di arte contemporanea più vaste al mondo. Un arco di tempo in cui si dipana quasi tutta la turbolenta e sofferta parabola artistica ed esistenziale del pittore americano, diventando presto uno degli artisti più popolari dei nostri tempi. A quasi trent’anni dalla morte avvenuta nell’agosto del 1988, i suoi lavori e il suo linguaggio continuano ancora oggi ad affascinare il pubblico di tutto il mondo.

“Papà un giorno diventerò molto, molto famoso”. Jean-Michel Basquiat aveva questa urgenza, l’urgenza del segno, del gesto, del colore, l’insopprimibile necessità di disegnare, di essere artista.  E proprio i muri di New York saranno, all’inizio della sua carriera, le tele su cui inciderà i tratti distintivi e indelebili della sua arte, pareti sapientemente scelte in prossimità delle gallerie più rinomate.

Apparso con lo pseudonimo di SAMO, Basquiat comincia proprio con il graffitismo che abbandonerà ben presto diventando, a soli 20 anni, una delle stelle nascenti più celebri e celebrate nel mondo dell’arte.

Le sue opere attingono alle più disparate fonti, i suoi mezzi espressivi creano un linguaggio artistico originale e incisivo, che punta ad una critica durissima alle strutture del potere e al razzismo. Orgoglioso delle sue origini afro-americane, Basquiat infonde nelle sue opere quel carattere drammatico, quell’energia e quella determinazione di denuncia sociale, che aprirà una strada alle future generazioni di artisti neri.

La sua produzione sintetizza astrattismo e figurativismo neoespressionista, la sua febbrile e incessante ricerca produce opere dal tratto talvolta viscerale, materico, tribale. Utilizza la pittura, ma soprattutto la scrittura, una presenza costante nelle sue opere, che spesso ne costituisce il tessuto. Basquiat ha usato e trasformato la parole in contesto come segni grafici e significanti – come versi che risuonano al ritmo del suo battito interiore.

Sue muse ispiratrici erano la musica – che non abbandonerà mai e che sarà sempre presente nei suoi dipinti – e ancora l’arte greca, romana, africana. Tra i suoi amici vi erano Andy Warhol con cui aveva una straordinaria e particolare intesa intellettuale, John Lurie,Arto Lindsay, Keith Haring e Madonna.

Basquiat muore di overdose a soli 27 anni, una fine apparentemente inevitabile per una vita divisa tra genio e sregolatezza.

Anche se l’attività artistica di Jean-Michel Basquiat prende forma nell’arco di una sola decade, in questo breve periodo la sua febbrile attività lo ha portato a produrre un vasto corpus di opere caratterizzate da un segno e uno spirito che lo hanno reso uno dei grandi testimoni della sua epoca.

Promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è prodotta e organizzata da DART Chiostro del Bramante e Gruppo Arthemisia in collaborazione con la Mugrabi Collection ed è curata da Gianni Mercurio in collaborazione con Mirella Panepinto.

Il papa architetto

Da sempre l’architettura è stata non solo espressione dell’arte ma anche immagine del potere. Re, aristocratici, dignitari, mercanti nonché gli ordini religiosi hanno cercato tutti – ognuno secondo le sue possibilità – di esaltare attraverso l’ars aedificatoria la propria condizione distinta. In tal senso, la Chiesa fu tra le prime istituzioni del mondo moderno a comprendere l’importanza delle implicazioni politiche delle istanze di autorappresentazione, intendendo appieno le possibilità intrinseche nella forza comunicativa delle costruzioni e dei suoi apparati accessori.

Così, Giulio II Della Rovere (1503-13) – ricordato come il «il papa terribile» – decretava la ricostruzione dell’antica basilica di San Pietro (dal 1506), incurante della vetustà del manufatto e dei significati culturali legati all’editto di Costantino (313 d.C.). Infatti, obiettivo fondamentale appariva allora una impareggiabile magnificenza che, celebrando il Principe degli Apostoli e implicitamente i suoi successori, affermasse altresì l’autorità della Chiesa di Roma e la sua potenza in espansione del mondo. Si trattava di un momento di apice: rinnovare Roma significava riesumare le vestige dell’antico impero, anelato dagli eruditi ed esaltato dai filologi, ma non come modus vivendi. Al contrario, questo recupero ambiva a trasformare il passato in uno strumento di giustificazione del presente: un’occasione che segnalando in maniera inequivocabile la continuità di governo di Roma dall’imperatore al Pontefice sanciva il ruolo di guida universale di quest’ultimo, superiore «per diritto divino» a tutti gli altri potentati esistenti. Il successo dei giubilei, in atto dal 1300, accertava questo indirizzo e riconosceva nella Capitale dello Stato Ecclesiastico la nuova Gerusalemme, perduta che era l’altra per mano dei turchi. L’architettura si faceva quindi interprete di un mondo in fieri, ansioso di dimostrare la propria «modernità» e bramosa di costruirsi una propria specifica identità.

L’affissione delle 95 tesi di Martin Lutero (1483-1546) era però dietro l’angolo e lo sconvolgimento che impresse lo scisma che ne seguì dilaniò la res publica christiana. Ecco quindi che costruire nuove chiese diventata indispensabile non tanto per affermare un status sociale quanto per evangelizzare, impedire al seme dell’eresia di espandersi e mietere nuove ‘vittime’. Purtroppo, vane si rivelarono le speranze riposte in questo ultimo tentativo di mediazione o, meglio, autoritaria reazione nei confronti dei dissidenti. Le paci di Vestfalia (1648) ratificarono sulla carta il principio «Cuius regio, eius et religio» che, nella sostanza, stabiliva l’autonomia religiosa di ciascun regno dalla guida papale la quale quindi, non potendo più appellarsi ai governanti, cercò di ribadire con forza presso il popolo la propria leardship. Imponenti ed eccezionali sorsero allora le opere del Barocco, tese a costruire un’immagine spettacolare della Chiesa, per niente debole e succube dei proto-stati nazionali che la insidiavano militarmente e culturalmente. Sotto questa stella si edificarono le due chiese gemelle di Piazza del Popolo (dal 1655), opera per lo più di Carlo Rainaldi (1611-91): una sorta di porta ‘celeste’ che introduceva alla città Santa, alla roccaforte della dottrina cristiana saldamente tenuta nelle mani del suo sovrano, disposto però ad accogliere chiunque si convertisse, come testimoniava ‘l’abbraccio’ di Piazza San Pietro (dal 1656) voluto da Alessandro VII Chigi (1655-67) lontano parente dei Della Rovere: un intervento urbanistico che conciliava la tradizione con le moderne necessità della liturgia creando al contempo un luogo unico ed irripetibile.

P. P. Baldini, L’architetto Francesco Laporelli mostra al Papa Pio IV i disegni delle nuove fortificazioni di Castel Sant’Angelo, dei bastioni del Colle Vaticano e della città Leonina, affresco (sec. XVII), dettaglio

Ciononostante, il declino era ormai avviato e nulla si poteva per arrestarlo; solo si poteva intervenire ritardandone gli effetti. Conseguentemente, ancora una volta le gerarchie ecclesiastiche cercarono un ultimo colpo di coda rintracciando nell’elogio delle origini del cristianesimo la chiave per uscire dalla loro empasse e riaffermare nuovamente il magistero religioso romano. Non solo. Opportuno appariva anche rimettere mano alle opere rimaste incompiute nonché riattivare quel circolo virtuoso di grandi ‘fatti’ architettonici che confermassero indirettamente il vigore dell’amministrazione che li proponeva. Bisognava tornare indietro, a Giulio II, non a caso. Così, Clemente XII Corsini (1730-40) lanciava nel 1732 il grande concorso per la facciata di San Giovanni in Laterano che – seppure la sua finzione – segnalò il cambio di registro culturale e le intenzioni delle nuove massime cariche dello Stato. Funzionalità, utilità, comodità: questi erano i termini di un pensiero preciso che ora informava l’architettura. Non più solo volontà di stupire o ingannare: adesso necessaria appariva una «soda» architettura certa delle sue potenzialità e capace di rispondere alle esigenze di una società in evoluzione desiderosa di dotarsi di infrastrutture pubbliche adeguate ed efficienti.

La linea era stabilita, il solco tracciato. Breve però fu questo segnale di riscossa. Infatti, già il suo successore, Papa Benedetto XIV Lambertini (1740-58) lasciava da parte questi desideri di gloria, preferendo agli stessi una sobria indicazione di «buon senso» rivolta ad avere architetture di qualità che rispondessero ai bisogni del popolo. Del resto, tale era lo scopo primario degli edifici; l’aspetto veniva dopo.

Bibliografia essenziale.

A. Bruschi (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il primo Cinquecento, Utet, Milano 2002, passim.
A. Scotti (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il Seicento, Utet, Milano 2003, passim.
G. Curcio (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il Settecento, Utet, Milano 2000, passim.

Roma/Parigi – Parigi/Roma – la settimana della Cultura francese

Era il 30 gennaio 1956 quando a Roma, l’allora Sindaco Salvatore Rebecchini e il Presidente del Consiglio comunale di Parigi Jacques Féron, suggellarono il gemellaggio Roma/Parigi con il motto «Solo Parigi è degna di Roma e solo Roma è degna di Parigi».


Per l’occasione alle Terme di Diocleziano fu innalzata una colonna di epoca romana sulla quale venne fissata una nave a vele spiegate, emblema di Parigi che gli antichi romani chiamavano Lutezia Parisiorum. Una riproduzione della Statua della Lupa capitolina fu invece donata a Parigi e posta in Square Paul Painlevé.

Il giuramento di fratellanza rappresenta un patto esclusivo, l’unico gemellaggio in essere per entrambe le città. Un patto rinnovato negli anni: il 1° aprile del 1994 da Jacques Chirac e Francesco Rutelli, il 7 dicembre 2006 da Bertrand Delanoë e Walter Veltroni, il 1° ottobre 2014 da Anne Hidalgo e Ignazio Marino.

«Amo Roma: è una città splendida, l’unica gemellata con Parigi»ha dichiarato la Hidalgo quando le due città si confrontavano nella sfida per ospitare le Olimpiadi del 2024. Il 30 gennaio 2016 la sindaca di Parigi insieme al Commissario Straordinario di Roma Francesco Paolo Tronca hanno celebrato i 60 anni del Gemellaggio tra Roma e Parigi.

Giunta alla VII edizione la Settimana francese a Roma lo scorso anno ha rinnovato il legame non solo simbolico tra le due città, in particolare grazie al supporto e l’impegno del Municipio Roma I Centro e del 13° Arrondissemente di Parigi che patrocinano l’iniziativa curata da madame Jacqueline Zana-Victor che dall’8 al 19 marzo 2016 ha portato in città “L’Art dans la Cité” un ricco programma di eventi culturali ed artistici aperti ai cittadini e tutti rigorosamente ad ingresso libero.

Il programma ufficiale della VIII edizione, è stato presentato in Campidoglio venerdì 3 marzo 2017  alle ore 12:oo alla presenza di Sabrina Alfonsi, presidente del Municipio Roma I Centro, della direttrice artistica Jacqueline Zana-Victor, dall’Assessore alla Cultura del Municipio Roma I Centro Storico Cinzia Guido, dall’addetta culturale dell’Ambasciata di Francia Anouk Aspisi, dal Presidente dell’Associazione Jours de France Dario Marcucci, dal direttore de l’Institut français – Centre Saint-Louis Olivier Jacquot e dal presidente dell’Associazione Roma-Parigi Massimo Gazzè.

Cinema, teatro, musica, letteratura, mostre di arte contemporanea e fotografia, ma anche occasioni di incontro e confronto enogastronomico, intitolata «L’art dans toutes ses formes» anche quest’anno la Settimana francese offrirà alla cittadinanza un cartellone di eventi di qualità coinvolgendo splendide location della Città eterna, a partire dalla meravigliosa Chiesa di San Silvestro al Quirinale che ospiterà la splendida mostra di Ives Hayat, un grande protagonista della scena internazionale dell’arte contemporanea.

Da Yves Montand a Jean Cocteau, tra gli omaggi della prossima edizione spicca quello al celebre scrittore, drammaturgo e regista cinematografico Marcel Pagnol. Per l’occasione sbarcherà a Roma il nipote Nicolas Pagnol autore tra l’altro del libro “J’ai ecrit le role de ta vie” edito dalla casa editrice Laffont che terrà una conferenza sull’opera e la vita del famosissimo nonno prima di assistere alla speciale proiezione di “Marius”, la storica pellicola del 1931 da poco restaurata che sarà proposta al Centre Saint-Louis in versione originale sottotitolata in italiano in occasione della serata conclusiva della manifestazione che si svolgerà lunedì 20 marzo 2017 al Centre Saint-Louis in largo Toniolo.

L’intero programma è disponibile sul sito dell’evento: http://romaparigi.info

AgNO3 @ Lab 174

“COLOR IS DESCRIPTIVE, BLACK AND WHITE IS INTERPRETIVE” (cit. E. Erwitt)

presso Lab.174 – via Pietro Borsieri 14, 00195 Roma

Inaugurazione:  sabato 4 marzo dalle 18:30
DOMENICA 5 MARZO: dalle 15:00 alle 18:00
DAL 6 AL 10 MARZO: dalle 16:00 alle 19:30

[ ingresso gratuito ]

Lab 174 vi invita alla seconda edizione di AgNO3, mostra di fotografia in bianco e nero che ha l’intento di far conoscere nuove realtà legate al mondo dello scatto in analogico della scena romana e internazionale.
Per l’occasione esporranno sette artisti, molti dei quali mai in mostra al Lab 174 con sette nuovi progetti e sette storie da raccontare.

ARTISTI IN MOSTRA:
Alejandra Arzola
Lucia Caputo
Giorgio Coen Cagli-Photographer
Michele Daniele
Elena Lasala
Filippo Romano Valtore
Francesca Zonars