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Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

Herb Ritts: il fotografo che inventò il glamour

Madonna nella Copertina di True Blue
Madonna nella Copertina di True Blue

Una mostra sul re del glamour, leggenda della fotografia degli anni Ottanta e Novanta. Da Liz Taylor a Julia Roberts, da Cindy Crawford a Naomi Campbell, sono tantissime le celebrità che grazie agli scatti in bianco e nero di Herb Ritts sono state avvolte da un alone di fascino. Ritratti di uomini e donne prima che di celebrità, l’ironia o la sensualità delle persone prima che dei personaggi.

Se le fotografie di Herb Ritts potessero parlare racconterebbero la storia della nascita delle grandi riviste patinate (Vogue, Vanity Fair), l’era delle top model, i tempi in cui il mestiere di attore e attrice divenne sinonimo di star. Ecco infatti il famoso scatto con un ancora giovane e sconosciuto Richard Gere, amico d’infanzia del fotografo, fermo ad una pompa di benzina con canotta bianca e sigaretta in bocca. Un’immagine quasi casuale, che finisce sulle pagine di Vogue nel 1978 e sarà il lasciapassare verso il successo per entrambi. Poco dopo Gere sarà il protagonista indimenticabile di American Gigolò, e Ritts prenderà il posto di Avedon e Penn nell’Olimpo dei fotografi di moda. Anche Madonna si affidò a lui per reinventare la sua immagine. È anche grazie a quella foto firmata Ritts sulla copertina dell’album True Blue, tra i suoi primi successi, che l’ex material girl rimane un’icona degli anni ’80. Tra gli oltre cento lavori esposti a Roma c’è anche una giovanissima e quasi irriconoscibile Julia Roberts fotografata infreddolita nell’acqua del mare.

Attori e modelle ritratti “In piena luce”, come recita il titolo della mostra all’AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma fino al 30 marzo 2014. durante attimi di vita quotidiana, nelle feste a bordo piscina, ma anche le immagini della California, Ritts era infatti nato a Los Angeles e il suo reportage sull’Africa. Il fotografo americano, scomparso nel 2002 a soli cinquant’anni, è ricordato insieme a Herbert List e Helmut Newton come uno dei grandi nomi della fotografia mondiale, per essere riuscito a raccontare, attraverso il suo obiettivo, un pezzo di storia della società degli ultimi quarant’anni.

HERB RITTS, IN PIENA LUCE
ROMA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

DALL’11 DICEMBRE AL 30 MARZO 2013

 

Storia di un piccolo grande contributo all’architettura


La Chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco a Roma.

Incisione della chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco a Roma del Vasi

Ufficialmente questo tempio sacro fu iniziato con la posa della prima pietra per mano di papa Clemente XI, Giovanni Francesco Albani, nel Settembre del 1714 e venne consacrato al culto pubblico dal Cardinale Lorenzo Corsini (futuro papa Clemente XII)nel 1719, nuovamente in Settembre. A prima vista sembrerebbe quindi una chiesa come tante altre che si incontrano in giro per Roma passeggiando fra i vicoli ma, proprio per questo motivo, nasconde una storia non poco affascinante.

Per chi intanto si stesse chiedendo dove si trova questo piccolo gioiello, basti dire che è localizzato in un isolato del rione Pigna, nei pressi di Largo di Torre Argentina e, proprio a causa della locazione, la chiesa presenta un unico prospetto dato dalla facciata. La stessa si nota perché è articolata in tre arcate, chiuse da alte e robuste cancellate di ferro, dietro le quali si impostano volte a botte che dividono il portico dalla parte superiore, da cui sporge solitario e solenne il busto in travertino di S. Francesco con le braccia protese verso il cielo in atteggiamento di preghiera. Tutto ciò sembrerebbe nella norma ma già qui basta una piccola ricerca per scoprire che questa statua è opera di Antonio Raggi di Vico Morcote di Lugano(1624-1686), uno dei più cari collaboratore di Gian Lorenzo Bernini, il quale non accontentandosi di sfruttare l’esperienza del Maestro pensò bene di arricchire il tutto con alcuni cherubini di stampo borrominiano, senza però comprenderne il significato, il che non è novità.

Viste della chiesa oggi
La chiesa sorse in luogo ad un preesistente sacello medievale, intitolato ai Santi Quaranta Martiri de calcarario, in quanto sorgeva nelle vicinanze di alcune fonti di calce, come si scopre leggendo una piccola lapide conservata nella sacrestia, risalente addirittura al 1298. Nel 1597 la chiesa passò alla potente Arciconfraternita delle Sacre Stimmate di San Francesco, la quale decise di costruire una nuova chiesa ma non trovò i finanziamenti. Trovata la maniera per avviare la fabbrica, nei primi anni del Settecento, si passò alla redazione del progetto che fu affidato all’architetto Giovan Battista Contini (1641-1723) che intraprese i lavori di demolizione della chiesa medievale preesistente ma non terminò la nuova, giacché la fabbrica passò di mano ad Antonio Canevari, il quale senza farsi troppi problemi decise di modificare il progetto, a suo giudizio “troppo movimentato”. L’impianto, con tre cappelle per lato tra loro comunicanti è un retaggio delle chiese della controriforma della seconda metà del XVI secolo, specialmente la chiesa del Gesù di Roma di Jacopo Barozzi da Vignola, ed è evidente il riferimento alla cappella dei Re Magi di Propaganda Fide di Francesco Castelli detto Il Borromini, per quanto attiene ai diedri concavi, mentre riecheggia il Bernini nei motivi classici.

Pertanto si tratta di una delle tante chiese che testimoniano quella fase di transizione dalla sfarzosità del tardo Barocco a nuove istanze di austerità e classicità che già allora cominciavano a tornare in voga. Il che era in linea con i  nuovi dettami dello Stato Pontificio, incarnati allora nella figura di Carlo Fontana, e in continuità con le istanze pauperistiche dei membri della Arciconfraternita, giacché si trattava di francescani. Questi infatti, peraltro,vollero e ottennero un edificio sacro povero,contrassegnato soltanto da quadri e stemmi francescani ed improntato ad un carattere minoritico anche nelle linee e nelle decorazioni architettoniche. Tale criterio, tuttavia, non ha affatto pregiudicato l’edificio, anzi, ha favorito la creazione di un monumento severo ed arioso, curato nei minimi particolari, come si nota dall’utilizzo di archi e lesene scanalati e dorati.

Ma non è finita qui; se infatti capita di andare in giro per Torino, può accadere di entrare in una chiesa intitolata a San Filippo Neri, opera di Filippo Juvarra, e notare una strana somiglianza proprio con la chiesa di Contini. Potrebbe sembrare un caso ma invece è proprio la realtà e questo perché Juvarra, in questo che è uno dei suoi più importanti incarichi,si riferisce proprio a Contini e non solo nell’impostazione dell’impianto, ma anche per quanto riguarda i coretti e le mensole.

Confronto tra le due chiese
Ecco quindi che una piccola chiesa, quasi sconosciuta non è altro che l’archetipo di un’altra ben più grande, lontana e importante e si ricostruisce quel filo rosso invisibile che, volente o nolente, è sempre esistito nell’architettura.
Iacopo Benincampi – PoliLinea
 

Le virtù nascoste della Scalinata di Trinità dei Monti

Vista Scalinata

Non è un caso se la bella, anzi bellissima, Scalinata di Trinità dei Monti, realizzata tra il 1723 e il 1726 su progetto dell’architetto romano Francesco De Sanctis (1693-1740), sia stata l’oggetto di una provocazione che ha guadagnato il secondo posto in un concorso recentemente pubblicato; essa, infatti, costituisce non solo un raccordo scenografico tra le pendici del Pincio dominate dalla chiesa della SS. Trinità dei Monti e la sottostante piazza di Spagna ma è anche uno snodo fondamentale della viabilità pedonale. Questo perché permetteva, e permette tutt’oggi, di collegare il Tridente leonino con la via Sistina e via Pia, strade allora fondamentali nella viabilità urbana romana, e creava un accesso rapido e diretto in direzione dell’antico Porto di Ripetta, opera di Alessandro Specchi, che ancora fino all’Ottocento rappresentò un fondamentale punto di approdo delle merci che rifornivano Roma.

L’idea di superare il forte dislivello con una scalea è documentata già nel 1559. Venti anni dopo la Camera Apostolica acquistò il terreno ai piedi della chiesa per realizzare la scalinata che negli intenti di Papa Gregorio XIII (1572-1585), Ugo Boncompagni, doveva essere “simile a quella dell’Aracœli”. Solo però nel 1660, grazie al lascito del francese Stefano Gueffier, si cominciò a ragionare sulla sua effettiva realizzazione e furono redatti molteplici progetti da parte di numerosi architetti: è di questo periodo, fra gli altri, quello attribuito alla bottega di Gian Lorenzo Bernini, fondamentale per la successiva progettazione in quanto propose l’andamento concavo-convesso delle pareti e le rampe a tenaglia. Sorse parallelamente allora anche l’annosa controversia tra lo Stato della Chiesa e la corona di Francia circa l’area interessata, la qual cosa costituì una delle cause del mancato avvio dei lavori. Infatti là risiedeva anche l’ambasciatore spagnolo e un simile atto appoggiato dalla Francia lo avrebbe considerato come un insulto personale. 

Fortunatamente la cosa si risolse e, nel 1717, Clemente XI, Giovanni Francesco Albani, decise di bandire un nuovo concorso a cui parteciparono i maggiori architetti del tempo. I lavori, però, sempre a causa della citata controversia, iniziarono solo sotto Innocenzo XIII, Michelangelo Conti. Ne è testimonianza un piccolo dettaglio che poi tanto piccolo non è nella dimensione; infatti sui cippi alla base del monumento si incontrano incise le aquile araldiche della sua casata papale, i Conti, fiancheggiate dai gigli di Francia.

I lavori furono terminati alcuni anni dopo, nel 1726, sotto Papa Benedetto XIII, Pietro Francesco Orsini, grazie soprattutto all’appoggio finanziario del re di Francia Luigi XV.

La lunga scalinata, che sembra adagiarsi sul colle articolandosi in un continuo alternarsi di sporgenze e rientranze, è espressione di una monumentalità tipica del settecento romano che la accomuna ad altre importanti realizzazione urbane del secolo come il porto di Ripetta (demolito alla fine del XIX secolo) e la fontana di Trevi. A ciò si aggiunge anche il forte adattamento al contesto urbano del manufatto, insolito per quei tempi, e per questo considerabile come elemento caratterizzante.

Un dettaglio in particolare però colpisce l’attenzione di chi osserva il progetto e si tratta della ripartizione ternaria. Certo, la prima cosa che verrebbe alla mente sarebbe la Santa Trinità ed effettivamente è a questo che si richiama il progetto; ma se si prende in considerazione l’insieme dei due assi che legano il porto di Ripetta alla chiesa della SS. Trinità dei Monti attraverso la chiesa concava della SS.Trinità degli Spagnoli (non è un caso quindi che il concetto informante il progetto sia la tripartizione) ci si accorge che lo stesso segno si ripresenta anche nella scalinata, ormai distrutta, che definiva l’accesso al Tevere del porto. 

Rione Campo Marzio, in evidenza il Controasse al Tridente leonino

Potrebbe essere un caso, ma siccome non lo è mai, occorre indagare più a fondo, ed è proprio così che si arriva a comprende la grande abilità di De Sanctis, il quale intendendo perfettamente quel segno di Specchi, che a sua volta forse trova origine nel progetto mai realizzato di Francesco Castelli detto il Borromini per la controfacciata di San Giovanni in Laterano, capì che quello era il modo di ricollegare visivamente tutto il percorso giacché, come insegnano le numerose discussioni sulla pubblicità occulta, il nostro cervello interpreta, registra e memorizza certi segnali anche se noi non ci facciamo caso. 

A. Specchi, Porto di Ripetta

È stato, il richiamo di De Sanctis, un gesto di grande accortezza che, allora più che oggi, avvalorava la viabilità principale romana, rafforzando un senso di conoscenza interiore della città; quello che definiremmo con l’espressione “la conosco come le mie tasche”. 
Iacopo Benincampi – PoliLinea

Pensa sempre alla città


Ogni intervento presuppone una distruzione, distruggi con senno.

Luigi Snozzi

Durante il mio primo corso di composizione architettonica, prima di chiedere al professore di revisionare il mio progetto, mi sottoponevo, un po’ per paura un po’ per rispetto, ad un controllo preliminare: mi domandavo se il mio edificio si relazionasse bene con il contesto, se fosse coerente nella sua struttura, se lo spazio fosse ben risolto dal punto di vista distributivo. Erano solo pochi degli elementi che caratterizzano un’architettura, eppure mi sembravano infinitamente complessi, mai conciliabili, irrisolvibili tra loro. Allora ho avuto la percezione che l’architetto si muovesse sul terreno del progetto come su un campo minato, con l’attenzione di chi ha per le mani più di una matita, e solo con il tempo e lo studio sono riuscito ad attenuare questa sensazione e a normalizzare i processi di pensiero ed emotivi che sottostanno all’atto creativo. 

Progettare all’interno del centro storico di una città come Roma, che vive problematiche complesse su una scala non gestibile dal singolo, richiede forse quel tipo di attenzione, certamente quel desiderio di coerenza. Negli anni si è detto molte volte che il cuore di Roma è stato tenuto sotto una teca, paralizzato dalle soprintendenze, condannato dall’atteggiamento reazionario di una certa scuola di pensiero. Ad una più attenta analisi però sembrerebbe che a Roma negli ultimi anni si sia costruito tanto: alcuni edifici come il nuovo centro congressi di Fuksas, il museo dell’Ara Pacis di Meier, ill Maxxi della Hadid, il Macro dello studio Decq hanno certamente attirato l’attenzione più di altri, ma in tutta la città l’attività edificatoria è stata intensa. Meno sotto i riflettori, ma non meno rilevanti dal punto di vista urbano, gli interventi della nuova stazione Tiburtina di Desideri, le torri Eurosky di Purini, il ponte sull’Ostiense di Del Tosto, il ponte della Musica, lo scheletro della non finita città dello sport di Calatrava. Più contenuti, ma non meno significativi, gli interventi nel Municipio Roma I: la pedonalizzazione della via dei Fori Imperiali, la nuova biblioteca Hertziana di Baldeweg, lo showroom Louis Vuitton di Peter Marino, il nuovo store della Benetton (ora store H&M) di Fuksas, il prossimo store della Fendi a Roma già assegnato a Jean Nouvel. 

Dal solo elenco emerge un primo dato importante, che riflette uno dei problemi della politica urbanistica della capitale: molti degli interventi nel centro hanno carattere commerciale. Sono convinto che l’ omogeneità di aree nevralgiche in città complesse appartenga a concezioni urbanistiche ormai superate, che si sono già dimostrate fallimentari. La centralizzazione delle attività di prestigio in poche, protette zone della città porta ad un circolo vizioso nel continuo aumento del valore di mercato degli edifici e dei terreni e alla svalutazione delle aree in cui queste non sono presenti. In particolare, in città in cui la qualità della vita, dell’edilizia e della pianificazione ha una distribuzione pressoché radiale, con una degradazione – eccetto poche eccezioni – verso i suoi estremi, scelte di questo genere non potranno che acuire le patologie di cui già essa soffre. Non è questa la sede per analizzare le dinamiche e le problematiche di Roma, molte delle quali strutturali e non facilmente risolvibili, ma certamente la tendenza alla specializzazione del suo centro in area commerciale di lusso è un dato su cui riflettere, forse partendo proprio dalla natura architettonica degli interventi sopracitati. 

L’edificio progettato da Massimiliano Fuksas è già stato ampliamente discusso, spesso criticato, a causa della sua copertura vetrata, elemento eterogeneo tra i tetti della Roma antica. La nuova cupola di Roma è in realtà solo l’elemento conclusivo di una struttura organica che contamina l’interno dell’edificio, trovando il suo sfogo sotto il cielo. Ma tornando alla citazione di apertura credo sia opportuno domandarsi, riconoscendo che evidentemente l’intervento modifica l’equilibrio del tessuto: questa modifica è portatrice di valore o no? Può la natura gestuale di un intervento relazionarsi correttamente con le stratificazioni della storia e della materia? Certo l’edificio, dalla strada, non mostra quasi alcuna modificazione, ma l’architettura storica, forse a differenza di una certa architettura contemporanea, non vede separazione, per sua propria natura strutturale, tra l’involucro e il suo spazio interno. La creazione di questa frattura avrebbe forse richiesto un intervento più attento o, quanto meno, più coraggioso.

La stessa logica dello svuotamento è seguita dall’intervento di Peter Marino in piazza San Lorenzo in Lucina per lo store di Louis Vuitton: facciate ristrutturate nascondono interni fluidi e scintillanti, caotici e riflettenti, la cifra stilistica di una modernità dal gusto, un po’ superato, per l’eccesso. 

La biblioteca di Baldeweg porta invece alcune differenze rispetto ai precedenti esempi: l’antico edificio di via Sistina, che presentava difficoltà strutturali e inadeguatezza dal punto di vista della sicurezza, aveva bisogno di interventi importanti. Ai precedenti problemi si aggiungevano la mancanza di spazio per la conservazione della grande mole di volumi e la scoperta di un sito archeologico proprio sotto lo stabile, con la conseguente proibizione di un sistema di fondazione tradizionale. Il progetto presenta scelte mature e dal sapore contemporaneo, pur rispettando le istanze storiche della preesistenza: dove un tempo era il giardino di Palazzo Zuccari, Baldeweg posiziona un cortile vetrato che sfocia in un lucernario trapezoidale. L’articolazione degli spazi attorno al cortile è semplice ed elegante, consentendo una giusta illuminazione e provvedendo un sistema di conservazione compatto dei volumi.  

Cosa, in definitiva, si chiede per la città consolidata? Non la conservazione, se la si intende come la glaciazione della sua immagine o la museificazione, ma piuttosto la difesa delle sue qualità, dal punto di vista architettonico e urbano. Si chiede che mantenga la sua complessità, la varietà, la vita. Personalmente non credo che questo obiettivo sia necessariamente conseguibile con un’architettura di grido, con il gesto eclatante, la struttura ardita; forse il senno, la misura saranno migliore guida in questo processo.

 Matteo Baldissara

RoMERCHANDISING


Roma, centro storico: se ne vanno le auto aumentano i turisti, se ne vanno i turisti aumentano le auto.
Così sono le fasi, così le stagioni di questa eterna, consumata città.
Una mattina ti svegli e ti ritrovi inceppato nel più caotico dell’arcitraffico romano, il giorno dopo rimani congestionato nei vicoli straripanti di alluvioni di turisti, che piovono così dagli aerei di compagnie da tutto il mondo. 
Al povero cittadino il dilemma: non si sa che preferire.
Il centro storico di Roma va via via assumendo la stessa conformazione di vetrina museale, propria di città come Venezia e della più vicina Firenze. Roma in tutti i suoi grandiosi monumenti diviene così un pentolone d’icone.  Eppure l’icona d’oggi è un prodotto di poca durata, scadente, in cui tutto viene gonfiato per produrre intrattenimento in ogni sua forma. A questo vogliamo ridurre il Colosseo? A puro intrattenimento. Lo stesso marmo romano perde la sua nobile natura.




Le scelte politiche degli ultimi vent’anni confermano la direzione: Roma nuova Eurodisney. Un grande parco archeologico all’interno, il più grande del mondo sottolinea il nuovo sindaco, ed una serie di astronavi all’esterno, dai ponticostruiti da società d’ingegneria inglesi alle nuvole sollevabili solo col profumo dei soldi.  Pensando poi alla città della scienza: un altro scheletro bianco in questo tetro cimitero degli elefanti.
Una Roma di carcasse spolpate da quattro obese archistars.
Tali interventi non sono giustificati sotto il punto di vista funzionale: cosa ha risolto la pedonalizzazione parziale e puntuale di un’arteria?; A cosa serve un nuovo centro congressi al fianco del palazzo dei congressi di Libera?; Per cosa ponti strutturalmente così ipertrofici se la portata di traffico da sopportare non è così eccessiva? Icone per l’appunto. Grande effetto visivo e mediatico, pochi e molto costosi risultati all’atto pratico.

Nel frattempo la città storica è presa d’assalto dall’occupazione del suolo pubblico da parte di tavolini e bancarelle, non esistono controlli o quantomeno i soldi di questi remunerativi esercizi li incassa chiunque fuorché il cittadino.
Lo stereotipo la fa da padrone, il cliente cambia di giorno in giorno, diviene numero e banconota. La sua presenza è ridotta al puro guadagno. Nemmeno più la voglia di camminare con i propri piedi, ormai si procede coi Segway lungo le strade. Giri turistici da venti monumenti in tre ore. 
E giù a scattare foto, per possedere quel luogo senza averlo nemmeno minimamente conosciuto, ascoltato, rispettato.
La conquista non è possessione, la conquista sta nel fare proprio e nel prendere parte attraverso la conoscenza. Appartenere. E per appartenere si deve esplorare: rifiutare l’ atteggiamento di consumo e accoglierne uno di esplorazione. La stessa accessibilità dei luoghi richiede una riflessione: certe scalinate son tali perché la fatica dalla salita è necessaria alla conquista, all’appartenenza.

I residenti, coloro che più appartengono, stanno lentamente abbandonando il centro per colpa di affitti troppo esosi. Il risultato sono quartieri abitati temporaneamente da turisti. Gli spazi divengono dei prodotto-luoghi, si vendono e per tale motivo si appiattisce la complessità in cambio di una banalità immediata, comprensibile per l’occhio svelto del turista. Un’operazione urbanisticamente brillante e politicamente d’effetto sarebbe quella di assegnare cellule abitative di quartieri del centro di proprietà del Comune a famiglie e giovani in difficoltà d’alloggio, come fu per Tor di Nona e Campo de’ Fiori negli anni ’70, ponendo freno alla realizzazione di nuovi Residence di Charme Hotel e B&B.

Cercare respiro nella pianificazione, nel tentativo di riordinare questa metropoli secondo logiche di vita urbana e non di mercato. Tale complessità richiede forza lavoro intellettuale e considerando i ventidue mila architetti che affollano le pagine dell’albo laziale si domanda alle amministrazioni com’è che tale forza venga sopratutto ricercata nei costosi studi esteri. Il ruolo dell’architetto si è ridotto così ad una figura ormai ininfluente, che si barrica in trincea accapigliandosi con la sovrintendenza su quanto poter “creare” di nuovo ed innovativo.



Sotto il nostro naso il mercato sta eliminando le basi per la vita urbana o la vita in quanto tale.

Eppure vorrei ricordare:
If you don’t belong you not be long,
se non appartieni non duri,
ahi me e al Merchandising romano.

Isabella Zaccagnini – PoliLinea

La mia Città. La mia città è bella e piena di tante cose belle. Nella mia città ci vive la mia mamma e il mio papà e anche la nonna e il nonno.

A volte si ha la sensazione di non sapere bene quello che si sta facendo. Si pensa che tutto sia possibile: nihil difficile volenti, si diceva. Ebbene, con questo brocardo latino e tramite uno dei miei tanti voli pindarici offro la mia mente al viaggio. Si è vero, io spesso e volentieri ho criticato la mia città, ne ho messe in evidenza le difficoltà, esaminati i problemi e tentato nel mio piccolo di rintracciarne delle soluzioni. Ma poi? Alla fine mi domando, ma a che serve che io mi sprechi in questo? A che serve che io tenti, alle volte invano, di rendere partecipi i miei lettori delle mie idee su come la città dovrebbe funzionare e come le cose sarebbe opportuno che andassero. Io sì, ho sempre criticato la mia città. Si critica qualcosa che non si ama? Mi viene in mente un esempio. Svariati anni fa, mi è capitato di raggiungere Reggio Calabria in macchina. Ho percorso tutta l’A3 e mi sono ritrovato dopo un numero non identificato di ore e cantieri mobili, ma non temporanei, in un agglomerato urbano di dubbia morfologia, caratterizzato da escrescenze e protuberanze mostruose che si perdevano a vista d’occhio e che si dipanavano da un vicolo attraversato da panni stesi che cavalcavano un viadotto in cemento armato la cui armatura affiorava alla mercé di ruggine e salsedine. Ebbene, ne rimasi allibito, sconvolto e stordito. Tuttavia, anni più tardi mi sono reso conto che quanto avevo visto non mi aveva lasciato nulla, non mi aveva trasmesso quel senso di fastidio e di rammarico che invece provo tutti i giorni attraversando la mia di città. Questa è una banalità, direte voi, e sicuramente avrete ragione. Eppure voglio cercare di richiamare qualche piccola immagine e sensazione, nella speranza che possano essere a qualcuno familiari. Sono convinto, da diverso tempo a questa parte che, chi nasce e cresce a Roma non possa non sviluppare un attaccamento, un affetto, una familiarità molto difficili da spiegare a parole. Parlo di una di quelle sensazioni e sentimenti che, come il philotimogreco, sono difficilmente traducibili. Per intenderci, non sto parlando “dell’arancia che rosseggia ancora sui sette colli”, o “der cuppolone” o “der fontanone” che si vedono in lontananza. La mia pretenziosità e alterigia non me lo consentono! No, parlo di un’emozione, il più delle volte piccola, che solo i romani nel profondo possono capire, passeggiando per la nostra città. A questa conclusione sono arrivato seguendo un pensiero della mia ragazza, cui sono andato dietro. Al pensiero…non alla ragazza! 

Scorcio di Piazza Sant’Egidio verso Vicolo del Bologna
Mi ha fatto notare durante un pomeriggio di luglio seduto ai tavolini all’aperto in piazza Sant’Egidio che “sì, Trastevere è bellissima con questa luce, con poca gente che passeggia, però se guardi bene questo scorcio non ha niente di così diverso da quello che potrebbero avere tanti altri centri città italiani. Si discosta parecchio invece dagli scorci davvero romani del centro”. Ed è dannatamente vero, come ho fatto a non pensarci? Sebbene spesso molti assimilino il concetto di Roma a Trastevere non è lì che va ricercata quella sensazione di vera e profonda appartenenza a Roma. È in centro. Lì si possono trovare vie e vicoli compresi tra grandi palazzi nobiliari i cui soffitti a cassettoni richiamano una grandezza e una serenità ancora in minima parte custodita da quelle strutture. Si respira un’aria che solo qui è possibile trovare. Un’immagine stupenda di quello che voglio dire è fornita da qualche fotogramma dell’Avaro, di Alberto Sordi. È un film comico, seppur della comicità estremamente delicata di un maestro, è vero. Si osservano alcune scene nel giardino del palazzo girate di prima mattina. La luce che attraversa quell’aria fresca e si getta sulle piante contornate di muratura chiara ed elegante, non ho mai capito perché, comunica parte di quello che io, a parole, non sono in grado di fare. Un po’ come attraversare Villa Borghese in autunno quando la terra umida tira fuori l’odore delle ghiande cadute dagli elci e dalle querce. Lo so, sarò matto, ma io quell’odore esatto lo sento solo a Roma. In nessun altro parco che abbia attraversato sinora l’ho percepito. Credo sia tutto riconducibile all’infanzia, odori, suoni, sensazioni e sapori che sono il nostro patrimonio e rimangono con noi per tutta la vita. Questi con buona probabilità sono alcuni dei motivi per cui trovo sempre molta difficoltà a pensare di dare l’addio definitivo a lei che, nel bene e nel male mi ha cresciuto.

Lo so sono diventato smielato, non è il mio stile, ma alle volte si sente il bisogno di comunicare anche qualcosa di più del semplice monito all’efficienza, alla buona mobilità e a dare una sistemata ai trasporti che, restano senza pensarci due volte una tragedia di questa città che in pochi riescono a comprendere fino in fondo. Il nostro nuovo sindaco per ora si è dimostrato piuttosto competente in materia, o quantomeno informato da persone in gamba. Ha snocciolato il tasso di motorizzazione cittadino con competenza, non buttando numeri a caso qui e là ma commentandoli appropriatamente. Ha detto, infatti, che obiettivo primario della sua amministrazione sarà di abbassare il tasso di un buon 20% passando quindi dagli attuali 978 veicoli per 1000 abitanti (978!!! Non so se…) a circa 780; perché, ha proseguito, non è pensabile arrivare a virtuosismi come quelli di Londra in cui si hanno all’incirca 378 mezzi per 1000 abitanti. Ha anche fatto una considerazione sulla popolazione attiva che non si sentiva da tempo per i saloni del Campidoglio. Speriamo che, nonostante la sua mancanza di “philotimo” romano, riesca a cavare qualche ragno dal buco.


Tasso di motorizzazione nella UE27
Un’ultima considerazione che mi sovviene mentre scrivo riguarda il prezzo da pagare per ottenere qualcosa. Tante menti elette hanno richiesto prezzi elevatissimi per la loro genialità. Cantanti, pittori, scienziati, politici, sovrani e via discorrendo. Che non valga la stessa cosa anche per Roma? Che non sia necessario avere questa mancanza di efficienza, questa lentezza pervasiva, questa sciatteria devastante per conservare l’attaccamento nei confronti della nostra città? Non voglio credere che sia così, non posso pensare che non ci sia modo di mediare alcuna misura. Per questo continuerò a battermi e ad applicarmi il più possibile per trovare questo compromesso.

PoliLinea – Federico Giubilei