Home / Tag Archives: Roma (page 13)

Tag Archives: Roma

Roma

Il Vignola e l’eccellente figlia della Controriforma

Tutti ormai conoscono papa Francesco, ma non altrettanti la congregazione di cui questi fa parte, la Compagnia di Gesù, un ordine religioso forse oggi un po’ nell’ombra ma che in passato fu la punta di diamante della Chiesa, l’ariete dell’evangelizzazione e la più strenua difensora dei principi cattolici. E poco nota è pure storia della loro chiesa romana di riferimento, il Santissimo Nome di Gesù, meglio nota solo come il Gesù.

chiesa_del_ges_giorgio_clementi_

Ci troviamo nel Cinquecento, più precisamente in un momento in cui, parallelamente all’architettura promossa dai Papi, si sviluppò una vera e propria architettura degli ordini religiosi. Si trattava dei gesuiti, degli Oratoriani (meglio noti come filippini), dei Barnabiti e dei Teatini, i quali tutti si caratterizzarono architettonicamente più o meno per gli stessi elementi compositivi, sanciti dalla Controriforma appena conclusasi: un pulpito a mezza altezza che facilitava lo svolgimento dell’omelia; un tetto ligneo che favoriva l’acustica e un impianto a mono aula, semplice, che compattasse i fedeli. Un po’ come sono le chiese di oggi. Un architettura povera dunque che però in certi casi venne meno. Ciò a causa delle pressioni dei mecenati, i quali, investendo le loro ricchezze in questi cantieri, desideravano opere degne del loro rango sociale. E questo fu proprio il caso della chiesa del Gesù, dove si consumò un vero e proprio scontro tra l’ordine gesuita e il protettore.

La storia comincia nel 1540 all’epoca di Papa Paolo III, Alessandro Farnese, il quale concedette all’allora vivente e ancora non santo Ignazio da Loyola un piccolo terreno nei pressi di Palazzo Venezia, perché qui si installasse con i religiosi dell’ordine da lui fondato. Ovviamente questa operazione necessitava anzitutto di spazio per costruire i diversi ambienti necessari alla vita della congregazione e ciò generò immediatamente problemi, tensioni e contrasti con le nobili famiglie romane che lì risiedevano, le quali senza perdere un attimo si mobilitarono per ostacolare questa politica di espansione edilizia, ritenuta aggressiva e nociva ai loro interessi. Non bastò nemmeno l’intervento di Michelangelo stesso a placare gli animi e così tutto rimase immobile sino al 1568, quando la situazione si sbloccò grazie all’intervento del nipote di papa Paolo III, il cardinale Alessandro Farnese (si chiamavano uguali zio e nipote), il quale, divenuto mecenate e protettore dei gesuiti, volle patrocinare la costruzione della nuova chiesa.

Ed è a questo punto che si consumò il vero braccio di ferro. Alessandro Farnese, infatti, era erede di una delle più potenti se non la più autorevole famiglia dello Stato Pontificio. Ogni occasione e ogni gesto, aveva dunque un valore celebrativo e, a tal fine, chiamò il suo architetto di fiducia, Jacopo Barozzi da Vignola, perché conducesse il cantiere secondo le sue volontà. Questa nomina non fu gradita ai gesuiti che invece avrebbero preferito che il progetto fosse redatto e realizzato da Padre Tristano, architetto anch’egli, ma soprattutto gesuita. Quest’ultimo, sovrintendente allora di tutte le fabbriche della Compagnia, e rappresentante delle istanze dell’ordine in cantiere, in aderenza alle prescrizioni della Controriforma propose peraltro di correggere il progetto di Vignola e realizzare un tetto piano in legno, quando invece il porporato, d’accordo con il suo artista, desiderava una copertura a volta a botte. Ne nacque un muro contro muro che si risolse solo con la resa dei gesuiti alle istanze del cardinale.

Pertanto la chiesa del Gesù di Roma non rappresenta, come di solito invece si pensa, il prototipo di tutte le chiese gesuite, bensì essa è espressione di un accordo, un compromesso fra le istanze della congregazione e le volontà di magnificenza del mecenate.

Vignola-IlGesu4[1] copia

Tuttavia, non tutto il male vien per nuocere. E così Vignola, sebbene al centro di due fuochi incrociati, seppe destreggiarsi con grande abilità proponendo autonomamente, nel rispetto tuttavia dei principi gesuiti, un modello spaziale di grande successo, una fusione del quincunx con la navata. Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente, l’innovazione dell’architetto fu quella di fare dell’ultima campata della navata il pilone cavo della crociera, rielaborando così quell’idea, già proposta da Bramante nel suo progetto per San Pietro, di avere quattro grandi ambienti coperti a cupola, perni a loro volta di un grande spazio principale (in questo consiste una quincunx) sul quale innestare il tamburo e la grandiosa cupola.

Una novità assoluta, dunque, che purtroppo però l’architetto non seppe portare a termine in tutte le sue parti, come dimostra il subentro di Giacomo Della Porta, il cui progetto per la facciata fu preferito e sostituì quello dell’anziano maestro. Certo, ciò potrebbe apparire ad un primo approccio come un corollario privo di grande interesse ma in realtà non è così. Della Porta rappresenta un’avanguardia, un nuovo modo di fare architettura. La sua facciata caratterizzata da una netta intensificazione formale, una forte verticalità ed una plasticità dell’articolazione scandita da un ritmo serrato, cresce dalla periferia verso il centro e stravolge l’impostazione rigida, monumentale e statica, propria di Vignola. Non ci si può più infatti solo attenere alle strette regole della Controriforma ma è necessario reintrodurre forme di architettura che superino le volontà pauperistiche degli ordini, la rinuncia alla tensione linguistica, e il riduzionismo espressivo. Per tale motivo, in un certo qual modo, Giacomo della Porta anticipa il barocco nelle sue forme e nella sua fastosità e, forse, proprio per questo lo si preferì al Vignola.

Senza titolo-1

Le terza gemella di Piazza del Popolo

Di certo, passeggiando nei pressi della romana piazza del Popolo, vi sarà capitato di dare un occhio alla strana coppia di chiese gemelle che vi si affacciano. Si tratta di Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, due edifici sacri la cui vicenda storico-costruttiva, che a prima vista potrà apparirvi banale, cela invece curiosità tutt’altro che scontate.

imageDbHandler (1)
Marcello Avenali-Piazza del Popolo, Olio su tela

Tutto comincia nel 1655 con l’arrivo in città della regina Cristina di Svezia la quale, unica reale convertitasi al cattolicesimo in mezzo ad un’eresia dilagante, decise di trasferirsi a Roma per occuparsi della difesa della cristianità assieme al papa. Ovviamente, venendo da nord, la regale dama sarebbe dovuta entrare per la porta settentrionale della città e di qui passare per la piazza del Popolo. Un grande corteo avrebbe poi dovuto accoglierla e accompagnarla e, a tal proposito, fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che senza troppi complimenti abbellì la vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, riqualificò l’antico accesso nelle mura romane con le enormi effigi papali (tutt’oggi visibili) e allestì una serie di strutture mobili che celebrassero il felice ingresso. Frattanto che accedeva tutto questo però, il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, si accorse che le testate edilizie della spina del tridente romano erano non solo irrisolte ma ormai indegne di rappresentare l’accesso nord della città, sempre molto frequentato dai numerosi pellegrini che da sempre vi giungevano per la via Flaminia. Così il pontefice commissionò a Carlo Rainaldi, architetto influenzato dalle nuove esperienze barocche ma sempre molto autonomo nelle sue scelte, di costruire due chiese che degnamente onorassero coloro che giungevano a Roma, sia che si trattasse di regali ospiti come di comuni viandanti.

270-004
Carlo Rainaldi – Progetto per le chiese gemelle di Piazza del Popolo, 1661 circa

Al principio Rainaldi immaginò due chiese a croce greca, il che gli avrebbe consentito di realizzare due edifici uguali senza dover tener conto della posizione, tagliando, come si dice, la testa al toro. Questa soluzione però, forse troppo sbrigativa e semplicistica, fu ben presto scartata anche perché di tal maniera, le cupole avrebbero avuto una dimensione eccessivamente ridotta. Così decise di costruire una delle due chiese circolare (Santa Maria dei Miracoli) e l’altra ovale (Santa Maria di Monte Santo); in tal modo, infatti, le cupole avrebbero potuto avere una maggiore dimensione e, sfruttando il punto di vista privilegiato della porta del Popolo non perfettamente in asse con via Lata (via del Corso), si sarebbe potuto ingannare lo sguardo e lasciar intendere allo spettatore che entrava in città che i due edifici sacri fossero uguali.

E non si è parlato del valore simbolico della scelta. Se infatti la porta del popolo rappresentava l’accesso fisico alla città santa, centro e roccaforte della cristianità cattolica, le due chiese della piazza avrebbero rappresentato l’ingresso ideale, sacro, spirituale alla nuova Gerusalemme.

Alcune malelingue sostengono che dietro questo trucchetto ci sia stato lo zampino di Bernini e che il povero Rainaldi non abbia quindi fatto tutto da solo. Al di là di questi pettegolezzi certo è che nei due cantieri furono coinvolti sia Bernini che il suo allievo prediletto, Carlo Fontana, un architetto che di lì a poco diverrà la figura egemone della sua epoca. Ed effettivamente sul piano tecnico la scelta di collocare antistante entrambe le chiese un pronao libero è molto simile alla soluzione che Bernini aveva portato avanti nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Ariccia.

navata-giacomo-agusta copia
confronto fra i progetti delle chiese gemelle e la chiesa di Francesco da Volterra

La storia tuttavia non si conclude qui. C’è infatti una chiesa, non molto distante sulla via Lata che presenta, rispetto queste chiese, incredibili somiglianze. Si tratta di San Giacomo degli incurabili, una chiesa progettata e realizzata da Francesco da Volterra, che, come le chiese gemelle di piazza del Popolo, presenta un unico ambiente centrale (ovale nella fattispecie) coronato da cappelle laterali e completato da una profonda abside. Ma non basta. Anche la trabeazione segue il medesimo criterio in tutti e tre i sacri edifici, continuando in corrispondenza del presbiterio.

Le due chiese gemelle, quindi, dipendono direttamente da questo precedente storico che, sebbene spesso dimenticato, ebbe in realtà un grandissimo successo giacché fu il primo progetto religioso capace di coniugare le istanze di longitudinalità, imposte dalla nuova chiesa controriformata, con la pianta centrale umanista.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere come mai ci si sia ispirati ad una chiesa tardo cinquecentesca. La risposta è doppia. Innanzitutto perché il barocco non si definisce in contrapposizione al passato; se infatti il Rinascimento aborriva il mondo medievale e il neoclassicismo rifiuterà categoricamente la deriva rococò che lo precede, il barocco, per suo conto, si pone in continuità con il passato, accettando le sue soluzioni e facendole proprie. In secondo luogo è necessario notare che il gusto dominante, già verso la fine della vita dei grandi maestri barocchi, stava mutando. Bernini, come anche Borromini e Cortona, difatti, agivano in piena libertà perseguendo ogni volta obiettivi specifici e giungendo a risultati unici. Per questo non utilizzavano linguaggi consolidati ma, altresì, si confrontavano volta per volta con la situazione del luogo ricercandone i punti di forza da sfruttare. Dunque la loro architettura era difficilmente imitabile e ben presto si cominciò a sentire la necessità di razionalizzare il problema, di normalizzare e chiarificare il barocco, al fine di renderlo trasmissibile. E, proprio nel tentativo di perseguire questo complesso obiettivo, Carlo Rainaldi, come altri, ripropose nei suoi progetti modelli cinquecenteschi consolidati e sicuri, come San Giacomo degli Incurabili, su cui poi innestare specifiche soluzione ed accorgimenti.

View_of_Piazza_del_Popolo_by_Gaspar_Van_Wittel_(1718)jpg (1)
Gaspar Van Wittel – Piazza del Popolo, olio su tela, 1718

Così, svelato l’arcano, le due chiese gemelle di piazza del Popolo possono finalmente ricongiungersi alla loro sorella maggiore per costituire insieme un unico magnifico esempio della ricerca architettonica cinque-seicentesca.

MAPloft, un piccolo gioiello d’architettura contemporanea a Roma

Se siete amanti dell’architettura e rimanete estasiati di fronte alla genialità di Le Corbusier e Bruno Munari, non fatevi sfuggire questo piccolo gioiello ricco di citazioni dei grandi maestri. Un capolavoro dello studio d’architettura RDM, architetti associati.

Vederlo in foto incuriosisce e non poco, ma visitarlo in prima persona è tutta un’altra cosa.

2

Arrivati in Via Pilo Albertelli n°5, nel Quartiere Prati di Roma, ci appare un piccolo, ma robusto e articolato, portale di ingresso, a doppia battuta, realizzato in acciaio con trattamento ferro-micaceo e  vetri satinati. Entriamo lentamente, poiché già molti dettagli del portale catturano la nostra curiosità: il design “neoplastico” della ripartizione tra parti in ferro e parti in vetro, la cassettiera della Posta “a ribalta”, l’anta maggiore scaffalata all’interno, in citazione della “finestra arredata” di Giò Ponti, l’ …. “invece dello spioncino” che rifà il verso a uno dei tanti creativi scritti di Munari, intitolato “Invece del campanello“.

Una volta all’interno, lo spazio esplode verticalmente nell’altezza dei 3.95 metri dello storico locale. Procedendo, l’interpiano subisce uno schiacciamento. Superiormente, è stato infatti realizzato un soppalco longitudinale che fa da servizio a un’imponente parete libreria che va da sotto a sopra.

Intercetta la “doppia altezza” lo sporto di un balconcino che sembra un piccolo “profferlo” d’architettura mediterranea, mentre occhieggia al pianerottolo allungato della Casa La Roche … E’ un punto panottico, come nella celebre Maison di Le Corbusier, che domina l’intero spazio, già strutturato come un totale open plan.

Superiormente c’è la cucina, dal profilo sinuoso che ribatte, inferiormente, il volume del bagno. Al livello interrato, ci conduce una “scala viennese”, che cita l’Adolf Loos della Siedlung Babi del 1931, e le cui “alzate” sono altrettanti cassetti di una divertente scarpiera verticale.

021_large

Il Loft, derivante da un recupero di un locale a uso commerciale, in un immobile del 1939, si articola su tre livelli, da -2,85 m fino a +3,95 m. È un luogo polivalente extra-domestico. Chi si trova a superare i 190 cm di altezza può storcere il naso di fronte ai “rischiosissiomi” interpiani minimi. Tuttavia, essi sono organizzati in modo funzionale e percettivamente non opprimente, essendo i solai ripetutamente forati e interrotti per consentire viste plurime, dall’alto in basso e viceversa, in orizzontale, da dentro a fuori, in diagonale.

1 copia

Incuriosisce ulteriormente il visitatore, la parete microforata in lamiera, che riproduce la “fantasia” delle “forchette-mani” di Munari, e che si estende dal punto più basso a quello più alto del locale.

 

Giovanni B. Croce

Roma effimera

Si ritorna spesso al proverbio cinese di Laozi: “Fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce”. Soprattutto per chi si occupa di informazione. Poi se si è chiamati a parlare di architettura contemporanea a Roma la questione si complica e non di poco. In tema di foreste verrebbe da dire che nella Capitale si riscontra una sorta di disboscamento, in assenza del quale persiste qualche albero in procinto di cadere. Raccontiamo di grandi architetture che cadono, o meglio piombano, sul tessuto dell’Urbe provenienti da rinomati studi di progettazione internazionali, o ci ritroviamo a parlare del meno noto ma altrettanto tangibile sottobosco di pessimi interventi equamente distribuiti tra centro e periferia, o ancora, nel migliore dei casi, di qualche goffo tentativo di recupero di una delle tante aree monitorate dalla sovraintendenza sulle quali il sindaco di turno ha messo gli occhi per  ambiziose operazioni di speculazione.

Ma non tutto è perduto. Non ancora. In questo panorama desolante,  giovani architetti romani riscoprono le grandi possibilità che torna ad offrire la cosiddetta architettura temporanea. Quando non ci sono fondi, ed i vincoli sono maggiori dei permessi, quando già dopo qualche mese si devono levare le tende e le amministrazioni comunali non possono finanziare ma solo garantire il patrocinio, ecco allora, squillino le trombe – rullino i tamburi, che la parola passa ai progettisti under 30! Specie mai nata ma già in via d’estinzione.

Oggi insomma vi propongo uno stringatissimo focus su due episodi degni di nota, nella quale giovani architetti romani, come detto, hanno potuto esprimere le loro doti e soprattutto la loro grande voglia di emergere, confrontandosi con un tema tanto glorioso quanto delicato come quello delle architetture effimere.

Da una parte abbiamo il collettivo Orizzontale, vincitore dello Y.A.P.Young Architects Program, iniziativa promossa dal MAXXI per giovani progettisti ai quali è offerta l’opportunità di ideare e realizzare uno spazio temporaneo per gli eventi live del periodo estivo. I progetti, devono rispondere a linee guida orientate a temi ambientali, quali sostenibilità e riciclo.

Dall’altra raccontiamo dell’iniziativa MANIPHESTA ROMABRUCIANCORA e del relativo progetto per la galleria espositiva lungo il Tevere, sulla banchina di Lungotevere Ripa ai piedi del complesso del San Michele, ad opera di Giovanni Romagnoli di Anonima Architetti.

Sia per la location, sia per gli enti promotori, il primo intervento può godere di una cassa di risonanza senza eguali. Nel mezzo della piazza intitolata ad Alighiero Boetti, sotto l’aggetto più enigmatico e gratuito dell’architettura contemporanea, ha preso forma il palco di Orizzontale.

orizzontale

Il titolo della struttura site-specific è , cifra che comunica l’altezza stessa dell’opera. Naturalmente il rimando immediato è a Federico Fellini, la quale citazione è oggi capace di garantire da sola il successo in un qualsiasi tipo di competizione (non a caso è animato da un sapore per così dire felliniano  anche il progetto che più mi ha colpito tra i cinque finalisti, ovvero Good News ad opera di Matilde Cassani). Nel progetto dei ragazzi romani torna subito alla mente, ed è questa la suggestione offerta più interessante, l’onirica impalcatura presente proprio nel brano finale di Otto e mezzo di Fellini. Ancor più la sera, quando le grandi lampadine fuori scala, ottenute mediante il recupero di fusti di birra, animano il grande spazio aperto prospiciente il museo.

orizzontale dett

Mi sembra sia qui il caso di ribadire come l’appropriazione da parte della cittadinanza dello spazio antistante l’intervento di Zaha Hadid, rappresenti il più grande successo di questa colossale operazione chiamata MAXXI, per altri versi fallimentare.

Sono decisamente divergenti i sentieri percorsi dall’immaginario di Giovanni Romagnoli, architetto classe ’83. Distante dalle pratiche di co-working, che caratterizzano il collettivo sopracitato, ci troviamo in questo caso di fronte ad un architetto solitario, studioso, vicino ad una tensione progettuale tipica di una scuola romana sempre più difficile da rintracciare. Non a caso Romagnoli ha collaborato per anni, e continua a farlo, con Franco Purini Antonino Saggio, non a caso i riferimenti più o meno impliciti per la sua galleria espositiva sono Duilio Cambellotti e Luigi Moretti, non a caso la sua “spiga” ricorda i prospetti laterali della palazzina Il Girasole in Viale Bruno Buozzi. Anche in questo progetto è il legno a caratterizzare l’opera. Qui parliamo di pannelli OSB, ma ancora una volta proprio il differente trattamento del suddetto ci porta verso scenari opposti; abbiamo come la sensazione che se avesse potuto, Giovanni Romagnoli questo padiglione lo avrebbe realizzato in travertino (e forse è lui stesso ad avercelo raccontato).

Model

Come il serpente, simbolo del dio Esculapio risalendo la corrente del fiume scelse l’isola per erigere un tempio consacrato al dio, lo stesso Spaziospiga punta verso l’isola Tiberina, tradendo nel suo profondo quella sorta di carattere universale (quindi traslabile ad ogni latitudine) richiesto, oggi più che mai, ai piccoli spazi espositivi.

prospettiva light
ph. di Simon d’Exea

Un messaggio incoraggiante per chi, come chi scrive, si appresta a fare i conti con le secche economico-culturali dei nostri tempi. Due interventi profondamente diversi, di pregevole fattura, entrambi animati da un grande coraggio. Roma interrotta riparte da una Roma giovane ed effimera. Chissà che non torni presto la Roma Città eterna.

Roma capovolta

Colosseo

“Rendi visibile quello che, senza di te, nessuno avrebbe mai visto”

Di origine toscana la sua anima ribelle di artista lo spinge a Roma dove trascorrerà la maggior parte della sua vita. Ciò che caratterizza i suoi lavori sono le continue sperimentazioni nel campo dell’arte visiva. Nel corso degli anni la sua attività ha svolto il ruolo di mediatrice del mondo visibile.

mostrarumon11

Attraverso le sue opere vuole immortalare un pensiero e trasformarlo in un’immagine eterna.

La splendida cornice dell’area archeologia dello stadio di Domiziano ospita in questi giorni la mostra fotografica di Brunacci: “Rumon – e all’inizio fu acqua” tratta dall’omonimo libro. Racconta la storia di Roma, città eterna rappresentata per la prima volta con altri occhi, quelli dell’artista che la vede riflessa nelle pozzanghere e nelle fontane.

mostrarumon01

“Evoca la storia giocata lungo la via d’acqua per eccellenza, il fiume, il Tevere. E’ Rumon – nome con cui la chiamavano gli antichi migranti ”

L’esposizione altro non è che un viaggio per immagini dalle quali affiora la bellezza di Roma come un tesoro nascosto ma diffuso. L’elemento dell’acqua dona alle immagine un carattere quasi surreale grazie a una prospettiva del tutto nuova.

AdolfoBrunacci_IMG_2311-700x325

“Ogni immagine è uno specchio nel quale il tempo non trova accoglienza, è una chiave di lettura per riconoscere una vocazione antica di «città del fiume». Con le sue pietre sacre, i frammenti di mosaici millenari; i ruderi avvolti dalla polvere gialla delle terme dell’imperatore Caracalla; le mura del tempio dei gladiatori e persino le linearità dell’architettura razionale del quartiere Eur all’estremo sud. La mostra inscena un cammino nella storia di Roma, rappresenta l’incontro con la sua eredità e ne veste di poesia il suo eterno esistere.”

I 3 tipi umani del romano al mare

elena-santarelli-mare-look-2013-instagram-1Se al tavolo da gioco si misura il signore, nel modo di approcciare la bruschetta con le telline si mette alla prova lo stile. Allo spuntare del primo sole il romano si prepara a solcare le spiagge del litorale laziale. Imperativo: abbronzarsi e sfoggiare il lunedì seguente in ufficio quell’inconfondibile segno degli occhiali sperando che qualcuno faccia la fatidica domanda: “Ma sei andato al mare?”. Dimenticate materassini, pranzi al sacco e sedie pieghevoli, il sole si prende attavolati di fronte a un fumante spaghetto alle vongole. Ci sono tre principali tipi umani che potete incontrare il sabato/domenica a pranzo al mare:

images (1)Tavolo prenotato ore 14 (abbondanti): Arrivano con la Mini cabrio o con la Smart. Lui: mocassino, giubbotto di renna e maglietta girocollo con il taschino a contrasto. Lei: jeans, canottierina e una grande borsa che contiene prima di tutto la Nivea Blu. Temprata da un intenso anno di palestra, aspettando di mangiare si mette anche in costume (a fascia fluo) a prendere il sole. Immancabili per entrambi gli occhiali da sole specchiati. Tavolo prenotato vista mare, le vacanze di Pasqua si avvicinano e un minimo di tintarella (da integrare con qualche lampada) è obbligatoria. Menù: “antipastino misto” (Bruschetta alle telline, insalata di mare, due fritti per gradire), pesce al forno con patate.

Tavolo prenotato ore 13.30: Stacanovisti dell’abbronzatura, partono presto perché se no poi “c’è fila”. Lui: segno distintivo Adidas con calzino, che sfoggia orgogliosamente nelle sue passeggiate sulla spiaggia e nella successiva partita di calcetto. Lei risponde con uno stivaletto scamosciato alla Peter Pan, magari mette i calzini ma da qualche parte dentro di se sa che è sbagliato quindi si toglie scarpe e pedalini con un gesto fulmineo e li nasconde nella borsa (che ospita già il pallone da calcio di lui). Menù: fritto di calamari e gamberi e spaghetti “a vongole”.

verdone-175904Tavolo prenotato ore 12 (in punto): quale abbronzatura, loro vengono solo per lo scialatiello allo scoglio. Se fuori posto non c’è mangiano anche dentro, tanto torneranno anche domani. Non portano neanche il costume perché all’occorrenza si levano la maglietta e si rimboccano i jeans. Più complicata la situazione per lei che anche con 30 gradi non rinuncia al leggings nero o, peggio, al vestitino con i collant neri (ma velati perché “è estate”). Conoscevano il vecchio proprietario e anche lo spaghetto “prima era tutta un’altra cosa”. Guardano con diffidenza quelli che insidiano il loro ristorante solo il sabato e la domenica. Menù: Gran fritto misto, bruschetta al pomodoro e piatto del giorno.

Divisi per stile, look e visione del mondo,questi tre tipi umani sono uniti da una cosa sola, il fritto di moscardini che si contenderanno fino all’ultima porzione.

La parabola dei “The Martinez Brothers”

A questo mondo non è semplice uscire da scenari quali il Bronx ed esser conosciuti per la propria musica. Non è semplice neppure raggiungere le vette mondiali dell’elettronica, ma ciò che è ancor più arduo è restare ed incrementare il proprio successo rimanendo fedeli a se stessi. Nonostante tutte queste difficoltà, due fratelli di New York City stanno riuscendo in questo compito. I loro nomi sono Steve & Chris Martinez e per l’appunto formano il duo di tech-house “The Martinez Brothers”.

La loro storia si può definire come un’avventura tipicamente americana. Infatti, Steve e Chris Martinez hanno iniziato a suonare e sperimentare a casa, si sono impegnati in diverse formazioni e come da buona tradizione statunitense si conviene, hanno persino calcato la scena di alcune chiese. Non discostandoci troppo dal tema sacro prendiamo come riferimento il numero “tre”. Sono tre, infatti, i momenti chiave per il duo statunitense.

Il primo punto di svolta per i due fratelli del Bronx è stato il club Shelter. Il Club Shelter è fin dai primi anni novanta il tempio della house e techno newyorkese. Un luogo che ha visto dare i natali sulla scena che conta a: Moby, Dmitry, Keoki e Jason Jinx. Ove però a guidare sapientemente ritmi e mani vi è Timmy Regisford. E’ proprio quest’ultimo, da sempre ammirato dai fratelli Martinez, ad ingaggiarli e farli conoscere al vero pubblico della tech house americana. Il secondo momento chiave è stato l’incontro con Dennis Ferrer e Jerome Sydenham, loro effettivi mentori. Anche in questo caso è stato seguito il classico copione americano: produzione e contratto nati da una richiesta del duo del Bronx attraverso il social MySpace. Alla Objektivity Record Label, sotto la guida di Dennis Ferrer e grazie a collaborazioni con mostri sacri quali DJ Sneak e Point G (DJ Gregory) hanno fatto emergere uno stile stratificato acutamente nella loro identità.

Infatti, ciò che distingue “The Martinez Brothers” dai loro coetanei è un senso del ritmo impregnato nelle loro radici latine e nel tempo trascorso all’interno di bande di chiesa dove hanno imparato a suonare le percussioni e le chiavi. Latin jazz, salsa, disco sono state le loro prime influenze e successivamente hip – hop, house e techno sono diventati il loro forte. Questo mix di due fratelli di origine latina nel Bronx ha ridato linfa vitale alla tech-house. Terzo momento fondamentale, ma d’altronde lo è per ogni musicista della scena tech-house, è stato quello segnato dall’entrata nel 2011 all’interno della famiglia del Circo Loco al DC-10 di Ibiza. E’ lì che hanno assorbito i suoni ed i ritmi fondamentali per divenire ciò che ora sono e rappresentano. Questo terzo e fondamentale momento rappresenta il punto cardine per ogni dj e specialmente per “The Martinez Brothers”. Il “live” è il loro vero punto di forza, infatti i loro dj set sono pieni di energia e superbamente curati e mai banali. L’esibizioni live dei “The Martinez Brothers” sono alimentate da una profonda conoscenza della cultura musicale condita da un’innata capacità di guidare la folla.

Ad ogni modo, la storia de “The Martinez Brothers” è la più grande dimostrazione di come la musica possa salvarti la vita. Di come per essere dj e produttori non basta saper mixare, ma è fondamentale conoscere la musica e riconoscere il ritmo delle proprie origini. E se tutto questo non vi ha convinto sul duo del Bronx, non vi serve altro che andare sabato prossimo al Capitol Club di Roma per giudicarli ed essere travolti dalla loro tech-house.

Rolling Stones a Roma: pro e contro

Una delle notizie musicali più seguite della settimana appena conclusa è sicuramente l’annuncio del concerto dei Rolling Stones che si terrà a Roma, al Circo Massimo, il 22 Giugno. Per qualche giorno in molti nutrivamo la speranza che il concerto potesse essere gratuito, seguendo la tradizione veltroniana dei concerti per tutti. Certo, sarebbe stato uno scandalo, visto come sono messe le finanze della Città Eterna, ma si sa panem et circenses non è mai fuori moda, e alla fine tra i tanti disagi che uno si becca tutti i giorni un bel concerto gratis avrebbe regalato uno sciocco sorriso almeno per una sera. E invece no, il concerto costa e pure parecchio (78 euro + prevendita), ma il prezzo purtroppo ci sta per vedere i “brutti, sporchi e cattivi”, anche se non è molto chiaro come chiuderanno l’accesso al Circo Massimo e alle zone circostanti. Le polemiche però non sono finite, perché la soprintendenza dei beni archeologici ha bocciato l’idea del concerto, ritenendolo il contesto di un grande concerto potenzialmente dannoso per il Circo Massimo. Peccato (?) che l’ultima parola spetti alla soprintendenza per i beni archeologici e ambientali del Lazio, che ha riconfermato il concerto.

Ora però veniamo a discorsi più sensati. Ha senso vedere i Rolling Stones nel 2014? Gli appassionati di musica sono molto divisi su questo tema. Io ho avuto la fortuna e il piacere di assistere al loro concerto milanese del 2006, tenutosi a qualche giorno dalla vittoria dell’Italia dei mondiali. A parte le ovvie (e noiose) considerazioni sul fatto che vedere “un pezzo di storia” della musica sia sempre bello, vanno chiarite un po’ di cose per chi si appresta a spendere “quasi na piotta” per un concerto. Premesso che il sottoscritto non ama i grandi concerti, caotici, faticosi, con un suono spesso di scarsa qualità, i Rolling Stones dal vivo sono un membro: Mick Jagger. Mick Jagger spacca. E’ in forma, balla come un pazzo e ha una voce sorprendentemente uguale a quella che conosciamo, cosa che capita molto di rado (signori, questi hanno alle spalle più di 50 anni di carriera). Gli altri stanno là, suonano. Richards è una leggenda, si vede che gli piace ciò che fa ma non è che gliene freghi molto di darlo a vedere. Wood è un ottimo professionista ma non l’ho mai amato come chitarrista. Watts, beh Watts non vorrebbe manco andarci in tour… Fate le vostre considerazioni. E’ altrettanto vero che non ci sono molti gruppi che possono permettersi di fare delle scalette con pezzi di livello stellare, sempre che non vi spiaccia troppo che la leggenda del gruppo sia in piedi grazie a un uomo solo, che però si chiama Jagger.

 

Ecco a voi la scaletta dei due spettacoli che i Rolling Stones fecero a Roma il 6 Aprile del 1967:

The Last Time
Paint It Black
Ruby Tuesday
Get Off Of My Cloud
Yesterday’s Papers
Lady Jane
Let’s Spend The Night Together
Satisfaction

The Last Time
Paint It Black
19th Nervous Breakdown
Lady Jane
Get Off Of My Cloud
Yesterday’s Papers
Ruby Tuesday
Let’s Spend The Night Together

La città de “La grande bellezza”

Prima scena: Roma dall’alto, vista dal Gianicolo. Quasi una cartolina, più che la scena di apertura di un film. Forse esageratamente poetica, con la sua luce esasperata e pungente; talmente surreale da sembrare una ricostruzione in un set cinematografico. Eppure, semplice rappresentazione di ciò che effettivamente costituisce quel brano di città.

La città de “La grande bellezza”: delle case che si affacciano su Piazza Navona o sul Colosseo, la Roma di Via Veneto e delle sue luci oramai spente. Una città che appare sospesa e fuori dal tempo, quasi cristallizzata in una fase di dormiveglia continuo e ininterrotto, nell’oblio delle percezioni reali.

Ne “La dolce vita” di Fellini, invece, la scena di apertura mostra un quartiere di Roma interamente in costruzione: l’elicottero vola sopra distese di nuove case, ovvero su quel grande cantiere che era la città degli anni ’60. Gli anni dell’espansione urbana, del miracolo economico e del cambiamento della società.

Il contrasto tra spirito classico e modernità è dunque reso in maniera sostanzialmente differente nei due film: il confronto tra i due termini sembra mancare nel primo esempio, mentre è fondamentale per la comprensione del secondo. Da una parte, una sorta di protezione ricercata nella condivisa rappresentazione del bello, dall’altra la consapevolezza che la bellezza può essere resa anche attraverso il contrasto tra due elementi dissimili.

La realtà contemporanea è più simile, paradossalmente, al caso del film di Fellini. Il processo di trasformazione del territorio che in quelle sequenze era documentato, ha continuato il suo lavoro per anni, e continua ancora oggi. La quantità di nuove costruzioni che non risparmiano quasi nessun angolo di territorio è il sintomo di una malattia dalla lunga decorrenza, che sembra sempre attiva nonostante il passare degli anni.

Il consumo crescente di suolo è quindi il sintomo più chiaro della mancanza di attenzione nei confronti della bellezza che ha contribuito alla costruzione della nostra cultura. Il territorio, per anni sfruttato oltre il proprio limite, risente oggi della mancanza di attenzione che è invece necessaria per garantirne la preservazione. E per consentire di trarne esempi e insegnamenti ancora utili ed attuali per la cultura contemporanea.

L’architettura, che rappresenta il veicolo principale attraverso cui giungere ad un felice rapporto tra natura ed artificio, assume un’importanza fondamentale in questo processo di riavvicinamento alla sensibilità estetica. Bisogna allora abbandonare la sua più recente declinazione in edilizia, e riprendere a cercare la sua forza ed essenza, anche attraverso un riconoscimento condiviso della sua poetica. Con la consapevolezza di creare, attraverso di essa, nuova bellezza da aggiungere al paesaggio che già possediamo.

Non solo paesaggio geografico, ma anche paesaggio intellettuale, ovvero quella serie di immagini e sensazioni che costituiscono il territorio comune sul quale è costruita la storia della nostra cultura. Attraverso tale coscienza, che deve quindi essere necessariamente collettiva, sarà possibile tornare a relazionarsi, senza sensi di colpa, con quanto ci circonda.

Siamo stati abituati per troppo tempo a non vedere quanto di grave è stato compiuto nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. Le città hanno perso gran parte della qualità della vita che dovrebbe caratterizzarle, ma allo stesso tempo le periferie e i piccoli centri non hanno saputo creare le risposte a tali criticità. Il limite tra aree urbane, periferie e campagne è ormai inesistente, troppo sfumato per poter costituire il limes riconoscibile del cambio di carattere che, invece, dovrebbe rappresentare. Anche nella differenza di necessità che ciascun ambito rappresenta. Probabilmente un approccio simile al ripensamento del rapporto uomo/territorio e territorio/bellezza può apparire semplicistico, ma almeno costituirebbe una prima risposta ad un problema lasciato irrisolto per troppo tempo.

Un film restituisce, per qualche ora, una serie di immagini di luoghi e di avvenimenti. Attraverso le sue inquadrature creiamo uno spazio immaginario che risponde ai canoni estetici di chi lo rappresenta. Ma deve essere fondamentale continuare a vedere bellezza anche una volta riaccese le luci della sala e tornati per strada, dove le immagini sono quelle della realtà.

Alessio Agresta – PoliLinea

Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi