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Roma

Roma Live: Atom in Rome

Sabato 9 Febbraio a Roma è andato in scena uno degli spettacoli di maggiore successo della recente programmazione romana: Atom in Rome. Nella stupenda cornice dell’Auditorium della Conciliazione ha preso vita uno showmonumentale con una band accompagnata da un coro (che poi erano tre cori insieme), una sezione di ottoni e un violoncello. La serata – come è facilmente presumibile se si ha un briciolo di cultura musicale – è incentrata sui Pink Floyd.  ‘La band suonerà interamente Atom Heart Mother, celebre capolavoro della band inglese’; da questa frase nasce per me il primo grande equivoco della serata. Sì, perché la band suonerà semplicemente la suite, non l’intero disco. Ovviamente l’avrei saputo se mi fossi informato, ma ovviamente non mi ero premurato di farlo. Ma andiamo per gradi.
Innanzi tutto, prima di partire a spron battuto con un’analisi dell’evento è necessaria una riflessione. E’ molto triste che uno degli eventi di punta della musica a Roma – almeno in termini di successo – sia un live di una cover band, seppur supportata da coro e orchestra, che rifà la musica di un gruppo di quarant’anni fa. E’ ancor più triste constatare come il pubblico sia drammaticamente ineducato a presenziare ad un concerto, esibendosi ad esempio in manifestazioni aberranti tipo ‘il clap fuori tempo durante qualsiasi pezzo che dia l’idea di permetterlo’. Datemi dello snob, ma è veramente triste, soprattutto se stiamo in un auditorium e non in uno stadio.
Lo show, ben organizzato, ha visto due fasi distinte: la prima, con la band sola, per la precisione i Pink Floyd Legend, che forse son celebri ma io non conoscevo, che ha eseguito alcuni pezzi dei Floyd, rigorosamente dagli anni ’70 in poi. E me pare pure giusto: chicazz’ era Syd Barrett? Mah… Una seconda, appunto con tutto l’ensamble al completo, vero momento di interesse dell’evento. La scaletta non si discosta troppo da quella che chiunque di voi potrebbe arrivare pensando ai pezzi più clamorosamente celebri dei Pink Floyd, ad eccezione di qualche sparuta sopresa. In termini di esecuzione il gruppo punta ovviamente alla massima fedeltà dei brani, e sinceramente non me la sento di muovergli critiche sui singoli passaggi, che sarebbero inutili e dannose. Criticabili invece sono le inutilissime interruzioni di un’attrice che con una certa cadenza era chiamata sul parlco per declamare alcuni testi ritenuti significativi, aspetto che più che impreziosire lo show ha spezzato il concerto, creando un calo di tensione ingiustificabile.
Forse dalle precedenti righe traspare che io possa essermi annoiato, o addirittura arrabbiato per la scarsa qualità della serata, ma in realtà non è esattamente così. Tutto sommato lo show è corso su binari divertenti, la band è stata assolutamente professionale nel riproporre brani che non ha scritto, ed effettivamente è stato interessante ascoltare certi pezzi con l’accompagnamento coro, il violoncello e gli ottoni. Aggiungo che c’è stato anche un momento che mi ha fatto irrigidire sulla sedia, Funky Dung, la parte corale di Atom Heart Mother con il suo caratteristico cantato ritimico ‘ra-pa-ti-ta- koo-koo-chaaa…’, veramente di notevole impatto…
Ma come ha giustamente chiosato un mio amico ‘Cioè questi qua gli hanno fatto la standing ovation… io glielo volevo dì che Roger Water suona il 28 Luglio’. Dategli torto.
Luigi Costanzo

Roma Rocks #2: Black Rainbows

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Come promesso, anche questa settimana rimaniamo all’interno del G.R.A.per parlare dei bei gruppi della nostra bella città. E, come la scorsa settimana con gli Electric SuperFuzz, rimaniamo in ambito rock n’roll, anche se questa volta parleremo di scenari decisamente più legati alla psichedelia hard.
I Black Rainbows sono un power-trio stoner-heavy psych nato nel 2005. La line-up, cambiata diverse volte, ruota attorno alla figura del chitarrista, il cantante Gabriele Fiori (ex Void Generator, altra storica formazione dell’heavy psych romano).
Il primo disco della band, Twilight in The Desert, uscito nel 2007 per la francesce Longfellow Deed Records – appena ristampato in vinile dalla HeavyPsychSound Records – è un LP che, benché immaturo e evidentemente derivativo, mostra alcuni di quegli elementi che saranno sviluppati in maniera più organica nel full lenght successivo.
La consacrazione dei Black Rainbows arriva con il secondo disco Carmina Diabolo, uscito nel 2010, e con la band che suona live pressoché ovunque, aprendo concerti di band più blasonate e riscuotendo ottimi riscontrigrazie ai loro live infuocati. Carmina Diabolo è un disco estremamente granitico che, a differenza del primo album, mostra un ensamble più rodato e una produzione ben più adeguata al sound della band. In questo album sicuramente sono esaltati il riffing e la voce di Gabriele Fiori, che lo configurano come uno dei musicisti più talentuosi dell’hard rock lisergicoitaliano. Difficile trovare dischi stoner italiani con una simile solidità; il disco è caratterizzato da un heavy-psych che oltre a rifarsi ai mostri sacri degli anni ’90, conosce benissimo le sue origini di anni ’60 e ’70; tra tutte le band citabili si sente l’impronta di gruppi meravigliosi e spesso non abbastanza lodati come Blue Cheer e Hawkwind.
E’ proprio sul solco delle band succitate, alle quali dobbiamo anche aggiungere gli indimenticati MC5, che nasce l’idea per il terzo e ultimo album della band, l’ottimo Supermothafuzzalicious!! L’album non è altro che un disco rock che trasuda amore per il rock stesso.Riff dannatamente efficaci, sezione ritmica quadrata, ritornelli appiccicosi: questo è in breve ciò che ci offrono i Black Rainbows con questo ultimo album, non dimenticando tuttavia i territori stoner a loro cari, che tornano frequentemente sia nella potenza sonora espressa dagli ampsdella band che nella chitarra di Fiori. Un disco che se fosse uscito negli Stati Uniti (probabilmente) passerebbe alla radio.
Insomma, i Black Rainbows sono una band in salute che non può che offrire ancora tanto al nostro contraddittorio panorama musicale.

Luigi Costanzo

Roma rocks: Electric SuperFuzz

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‘Durante le periodiche riunioni di Polinice, che talvolta si tengono in un bar troppo caro per essere vero, si è discusso della necessità di essere più legati al territorio. Il territorio nel nostro caso, per fortuna, è Roma; e per fortuna Roma ultimamente ha una scena musicale (che scena non è)  piuttosto vivace, nonostante le sue eterne contraddizioni. Quindi quello di oggi – qui lo dico e qui lo nego – sarà il primo articolo di una lunga serie sul panorama musicale capitolino’.
Il primo disco degli Electric SuperFuzz era sicuramente una delle prove più attese all’interno del panorama rock romano. I SuperFuzz, grazie alle devastanti prove live e all’ottimo EP che ne metteva in luce le qualità, sono arrivati al primo disco “How to forget”- pubblicato per la Jestrai Record- con una fanbase piuttosto nutrita.
Uscito ufficialmente il 10 Dicembre 2012, e da Giovedì scorso disponibile in streaming su youtube (grazie!), ‘How to Forget’ è un eccellente esordio che non fa altro che confermare le eccellenti premesse. Se me ne fregasse qualcosa potrei sprecare righe e parole dicendo che, seppur in quattro ormai, hanno ritenuto intelligente avere due batterie piuttosto che prendere un basso. Ma fondamentalmente ritengo che non ci siano dogmi nella musica, e visto che ormai con un octaver si fa tutto, ben vengano i due batteristi,  e del bassista se ne fa a meno soprattutto se il gruppo suona comunque aggressivo e potente.
Debitori in modo piuttosto evidente ai grandiosi Queens of The Stone Age, e quindi riprendendone in toto le influenze, dal blues all’hard rock zeppeliniano – forse unico possibile capo d’imputazione per la band romana – gli Electric SuperFuzz mettono un piedi un disco adrenalinico, dalla durata poco superiore ai trentacinque minuti che ha esattamente quello che vi aspettate: riff adrenalinici, batteria malmenata, ma all’occorenza anche cowbell, tamburine, piano da bordello, clap, e tutto ciò che è veramente rock n’ roll. Sì, il rock n’ roll, quello che non sa fare quasi più nessuno.
Luigi Costanzo

Le grandi Opere tutte romane.

14 Dicembre 2012, Palazzo dei congressi, Roma.


Conferenza : “La gestione della sicurezza nelle grandi opere” , il protagonista è il complesso cantiere del nuovo palazzo dei congressi dell’EUR , concepito da Massimiliano Fuksas durante una vacanza in barca a vela, quando, osservando il cielo greco, una nuvola , quasi come fosse l’arcangelo Gabriele disceso verso la Vergine Maria (il quale si è però limitato ad annunciare un volere Superiore) ha depositato nell’architetto il seme prolifico di un’opera salvatrice.


Al termine dell’evento, la gita al cantiere ormai in sicurezza ed in fase di chiusura, è il “pezzo forte” della serata ed è del mio primo incontro con quest’opera atterrata sul suolo romano che vorrei parlare.

Tralascio le questioni laterali e non specifiche in materia di sicurezza e cantierizzazione del progetto, già ampiamente approfondite da tecnici, ingegneri ed architetti, tra i quali la stessa giovanissima direttrice dei lavori subentrata a cantiere avviato, la quale ha voluto ringraziare dinanzi una nutrita platea l’amministratore delegato della EUR S.p.A. Riccardo Mancini per averle “dato la possibilità di fare questa esperienza bellissima”.

EUR S.p.A. è l’ente promotore della conferenza di cui il video allegato descrive in dettaglio interessi ed attività, tra le quali, appunto, il progetto della Nuvola di Fuksas.

Dopo la ritardata apparizione del Sindaco Gianni Alemanno, causa di malumori tra gli ingegneri già, peraltro, frustrati dalle voragini progettuali lasciate dal suddetto “archistar”, ci si dirige a passo celere verso il colosso vetrato.

Tanta gente e tante macchine fotografiche, tra cui svariati colleghi di Valle Giulia.

Oltrepassata la recinzione esterna sul lato corto della “teca” opposto all’affaccio di Via Cristoforo Colombo, la struttura si manifesta in tutta la sua poderosa e colossale precarietà.

Palese lo sforzo tecnico/costruttivo nel doversi adeguare ad un’immagine aprioristicamente definita dal fervido immaginario di cui questa categoria di architetti è dotata. L’ incapacità di concepire una forma intesa come qualità della materia (a cui è indissolubilmente legata in quanto suo attributo), relega la materia stessa ad un ignobile servilismo, di conseguenza ad un’assordante dissonanza  dell’immagine. I montanti e i traversi di acciaio, perpendicolari e ordinati nella teca , ingarbugliati e confusi nel nucleo interno, definiscono il grado di vitalità dello spazio. La loro quantità eccessiva e la scarsa attenzione nella progettazione, rende lo spazio oppressivo, confuso ed estremamente caotico.


Il mancato allineamento del reticolo esterno con quello interno della teca che definiscono la profonda “camera d’aria”, la scelta del modulo troppo piccolo per coprire le vaste superfici e l’eccessiva stratificazione sono le prime cause di disturbo della vista. Nel nucleo, invece, il sovraffollamento e l’assenza di qualsiasi geometria generatrice (nonostante l’architetto abbia affermato di aver studiato i frattali per l’occasione).

 Citando Argan: “Nella linea si cerca la sostanza primaria, la pura e suprema idealità della forma […] in una specie di sublimazione che assottiglia e volatilizza la materia ma la presuppone”.

La linea è sublimazione della massa ma la presuppone, nella nuvola la linea stessa si fa massa, materia pesante ed opaca.

Il senso di pesantezza della struttura è incrementato dalla presenza delle numerose rampe di sicurezza (completamente omesse dai render di progetto) che si sviluppano all’interno della prima camera d’aria della teca, e che si cerca di mascherare utilizzando dei vetri serigrafati a bande orizzontali. Non è necessario parlare dei mastodontici punti di appoggio del nucleo interno, palesemente contraddittori con la volontà estetica alla base del progetto. La struttura  “a nudo” priva dei rivestimenti esterni manifesta la sua vera essenza, la precarietà di un ponteggio già crollato i cui tubolari non hanno finito di assestarsi sotto il peso del primo fenomeno con cui l’architettura si relaziona, la gravità.



Jacopo Magrini



Buon Anno da tutta la redazione di PoliLinea

Xmas in Rome

Roma

"Enzo Fiore"

Stupire, colpire, emozionare. E’ questo lo scopo che ogni giovane e promettente artista contemporaneo cerca di inseguire attraverso la ricerca di uno stile che lo identifichi. Pochi ci riescono, ma soprattutto pochi artisti, come Enzo Fiore, riescono davvero ad impressionare l’osservatore che rimane rapito dall’intensità delle sue opere. Enzo Fiore, giovane artista si presenta al mondo poco più che trentenne, proponendo un tipo di arte completamente nuovo e originale. Non utilizza, infatti, le classiche tecniche pittoriche, ma le sue figure sono composte da terra, foglie, radici, muschio e perfino insetti secchi, fissati alla tela mediante resine particolari. Le radici con cui compone le forme rappresentate richiamano il sistema venoso, attraverso uno studio attento dell’anatomia umana. Il mondo vegetale si unisce a quello animale in un divenire unico. L’essere umano, per Enzo Fiore, è composto da materiale biologico appartenente all’universo della natura, e come tale deve essere riprodotto. Nelle sue opere la natura non viene rappresentata, viene “utilizzata”, non è più l’oggetto da rappresentare, ma diviene il soggetto, diviene la rappresentazione stessa.
Un ritratto di Enzo Fiore, osservato ad una distanza di qualche metro, ha un aspetto più freddo, i tratti somatici hanno un contorno definito, chiaro, semplice. Ma la vera opera di Fiore, si materializza gradualmente agli occhi dell’osservatore, mentre ci si avvicina lentamente alla tela. Gradualmente l’opera prende vita, acquista una dinamicità crescente e impressionante. La sensazione è quella di essere catturati da radici che si inerpicano e si diramano lungo la chioma o i lineamenti di un personaggio ritratto, insetti che sembrano nascondersi dietro il muschio, frammenti di terra e foglie che sembrano muoversi come agitate dal vento. Il soggetto, da lontano chiaro e nettamente definito, a distanza ravvicinata tende ad azzerare se stesso, perde i suoi contorni, la sua compattezza arrivando ad una sorta di astrattismo in perenne movimento. Afferma l’artista stesso: “Nei miei quadri c’è prima e dopo, l’origine e il punto di arrivo. Cerco di ricostruire la vita, non di riprodurla”.
L’artista afferma inoltre, di essere ossessionato dai due cardini dell’esistenza umana, la vita e la morte. Nella sua opera, Fiore, le unifica e le riassume nella stessa rappresentazione. Le figure dinamiche, vive, persino gli sguardi espressivi, sono rappresentati con materiali come terra, fango, pietre, che esprimono la materia nella viscerale concretezza e fragilità dell’esistenza umana.
In occasione della celebre mostra del 2012 presso il complesso del Vittoriano a Roma, intitolata “I Miti della Storia”, l’artista mostra di aver raggiunto il culmine della sua maturità artistica, esprimendosi con uno stile forte, personale, marcato ed estremamente suggestivo. Ormai celebri sono i ritratti di personaggi che hanno scritto la storia come Renoir, Amedeo Modigliani, Dalì, John Lennon, Maria Callas, Paul Newman, Michael Jackson, Pablo Picasso, Jimi Hendrix, Marilyn Monroe, Gandhi, rappresentati secondo il suo personalissimo stile. Fiore ama proporre anche soggetti già raffigurati da eccellenti artisti di immortale memoria, quali “La Gioconda” di Leonardo o l’ “Infanta Margherita” di Velàzquez. Indipendentemente dal soggetto rappresentato, tutte le opere sono accomunate dallo stile unico e dalla scelta dell’artista di appropiarsi di un’iconografia immortale per sottometterla alla sua visione della realtà e della natura. La sua tecnica artistica parte da un disegno iniziale con cui si definiscono i contorni della figura, per poi divenire istintiva, coinvolgente. Allo stesso tempo concreta per i materiali, e astratta per l’incredibile espressività.
La tecnica utilizzata da Fiore non ammette sbagli né correzioni. Se nel corso dell’opera, l’artista si accorge di aver commesso un errore, distrugge la tela e passa al ritratto successivo. Praticamente una metafora della vita. Gli eventi passano, non si torna indietro, si può solo andare avanti. Enzo Fiore nei suoi ritratti rappresenta la vita, intensa e concreta.
E’ impossibile non stupirsi di come questo incredibile artista riesca a dare un’intensità così forte ed un’espressività così viva, agli sguardi dei suoi ritratti, utilizzando materiali come terra, radici, foglie. Dichiara l’artista in una recente intervista: “Siamo fatti di materia organica e con i miei quadri cerco di avvicinarmi il più possibile alla nostra sostanza, all’origine dell’uomo, ricostruendone cellula su cellula la sua immagine”.
Giovanni Alfonso Chiariello

La città è lenta.


Comincia oggi la nuova e più ampia linea editoriale di PoliLinea, arricchita di un tema fondamentale per lo sviluppo del suo stesso core subject: la Città. Sarà un appuntamento fisso in cui cercherò di farvi appassionare a tematiche che ci riguardano da vicino, la cui teoria spesso rimane nascosta. La città è da sempre luogo delle idee, fucina dei pensieri che caratterizzano le società sviluppate. Essa è continuamente attraversata da flussi di diversa natura ma accomunati, più o meno dalle stesse leggi. Questi flussi sono principalmente di informazioni, di fluidi, di energia, di traffico. Non si direbbe ma proprio quest’ultimo è soggetto, in massima parte, alle stesse leggi fisiche che governano il flusso dell’acqua in una tubazione od in una condotta in genere.
Spesso e volentieri ci troviamo imbottigliati nel traffico, imprecando affinché l’auto davanti a noi compia più di qualche centimetro di spazio. Ebbene questo succede quando il flusso, composto da particelle non dissimili concettualmente da quelle dell’acqua, tentano in troppe di attraversare una sezione che non riesce a smaltirle. È quella che si chiama congestione. Molti studi continuano ad essere fatti sul flusso veicolare, ma è oramai assodata la cosiddetta legge del deflusso. Essa prende in considerazione tre grandezze fondamentali che sono il flussoappunto, la velocità e la densità. È opportuno dare una breve definizione di queste: la prima è rappresentata semplicemente dalla quantità di veicoli che passano in una determinata sezione in una determinata unità di tempo, per misurarlo quindi non si dovrà fare altro che armarsi di sgabello e cronometro, sedersi sul ciglio di una qualsiasi strada e contare i veicoli che transitano ad esempio in un quarto d’ora; la seconda è chiaramente nota ai più, tuttavia la sua misurazione è la più difficile delle tre in quanto si deve considerare la totalità dei veicoli circolanti su una determinata rete; la terza infine, la densità, è la quantità di veicoli presenti in un’unità di spazio, la cui misurazione va effettuata dotandosi di un elicottero, sorvolando una qualunque strada e contando quanti veicoli ci sono in una determinata lunghezza. In particolare la relazione che lega le tre grandezze è che il flusso è il prodotto della velocità per la densità. Per gli amanti di formule q = k x V, dove q è il flusso espresso in veicoli l’ora [veh/h], k è la densità espressa in veicoli al kilometro [veh/km] e V la velocità espressa in [km/h].
Dopo avervi tediato a sufficienza con questa introduzione base alle leggi che regolano il traffico possiamo cominciare a parlare del perché dobbiamo imprecare ogni qualvolta ci mettiamo in macchina in un giorno feriale. Il problema fondamentale dell’ingegneria dei trasporti è bivalente e si esplica su una funzione preventiva, ossia tentare di imporre, suggerendola alla pubblica amministrazione, una gestione “virtuosa” delle attività vitali della città – scuole, uffici, attività commerciali – tale che dilazioni il movimento di veicoli su più ore, evitando quella che in gergo è chiamata ora di picco o di punta, ed una lenitiva, ossia individuare misure di gestione del traffico che minimizzino gli effetti negativi causati dall’eccessivo flusso veicolare. Uno dei maggiori argomenti di studio è la regolazione semaforica, ossia la gestione dei tempi di verde e di rosso ad un semaforo od eventualmente la sincronizzazione di più incroci successivi su arterie ad alto scorrimento. Diversi sono i sistemi informatici di gestione della rete semaforica in una grande città: il più avanzato dei quali si chiama, non a caso, UTOPIA (Urban Traffic OPtimization by Integrated Automation). Pochi sanno che Roma, all’incirca dal 2000, si è dotata di questo sistema che ricordiamo essere il più avanzato al mondo. Esso è in grado di incrociare i dati dei rilevatori di traffico distribuiti su tutta la rete stradale cittadina, con i piani semaforici frutto dello studio e della ottimizzazione per diverse ore della giornata, con il transito di veicoli del trasporto pubblico e di emergenza a cui viene data la precedenza. L’obiezione che vi starà sicuramente ronzando in testa è: come mai a Roma trovo sempre un traffico della miseria e difficilmente mi capitano due semafori verdi consecutivi? La risposta a questa domanda implica necessariamente un’ammonizione alla pubblica amministrazione della nostra città. Siamo purtroppo un Paese ed in particolare una città poco avvezzi alle novità, e con poca fiducia in questo genere di sistemi pure frutto di una intensa attività di ricerca da parte dei più autorevoli istituti di tecnologia a livello mondiale (il MIT, Massacchussets Institute of Tecnology e il CALTECH, California Institute of Tecnology hanno entrambi prodotto grandi lavori sull’ottimizzazione delle reti di trasporto stradale). Mi spiego meglio. Questo sistema, UTOPIA, ha come unico difetto quello di necessitare di una buona manutenzione dei rilevatori di traffico disseminati su tutta la città, un aggiornamento continuo dei software, insomma per farla breve, come si dice a Roma: bisogna staje appresso. Credete che qualcuno si occupi adeguatamente di queste cose nel comune di Roma? La risposta è quanto mai scontata, e così l’avanzato sistema UTOPIA, implementato in occasione dell’ultimo Giubileo con l’intento di modernizzare la viabilità della Capitale, lavora al minimo delle sue potenzialità, non variando, ad esempio, la durata della luce verde al variare delle ore della giornata.
In questo primo appuntamento con la vita e la gestione della mobilità abbiamo tentato di capire, forse in maniera noiosa, quanto lavoro ci sia dietro una seria ed efficiente gestione del traffico di una metropoli. Se avrete la pazienza di seguirmi passo passo tenterò di farvi appassionare a questa materia e di darvi informazioni utili su come si muovono le nostre città.

Federico Giubilei

Radiohead Live @ Roma 22.09.2012

Se i miei genitori fossero degli appassionati di musica forse mi avrebbero raccontanto di quella volta in cui hanno visto i Pink Floyd in una Venezia surreale (ok, non c’era più Waters, ma chi di voi non sarebbe andato?), o magari dello storico concerto dei Talking Heads del 1980, a pochi mesi dall’uscita di ‘Remain in Light’, o, che ne so, i Clash al Palasport di Milano nel 1984. E invece niente, forse meglio così, probabilmente sarei stato solo invidioso.

Ecco sono sicuro che se e quando avrò un figlio, un nipotino, qualcuno a cui tramandare qualcosa, io gli racconterò di quella volta in cui ho visto i Radiohead a Roma. Quella volta in cui aspettavamo tutti da quasi un anno, perché doveva essere a Luglio, ma fu rimandato a causa della morte di un uomo del loro staff, avvenuta prima di un loro concerto a Toronto dopo il crollo del tetto del palco. Gli racconterò che eravamo quasi trentamila e con me c’era un sacco di gente, gli racconterò di quel mio amico che ha comprato il biglietto tre volte,  di quell’altro che è l’unico rimasto deluso dalla serata (per altro scrive proprio per questo blog), del Caffè Borghetti entrato di straforo, di quel ragazzo che voleva per forza sentire ‘The Daily Mail’ e se l’è ritrovata in scaletta (sì, quella dedicata a Berlusconi, ma di questo non parleremo), e della mia ragazza che aveva fatto i panini, e dei miei amici che non volevano far entrare.

Quando c’è un concerto di questa portata comincia tutto molto prima, ma molto prima. Io volendo arrivare nelle prime file, ma non volendo neanche esagerare con l’apprensione avevo previsto di arrivare alle 16.30, all’apertura dei cancelli. Ovviamente quello che non prevedi accade regolarmente, e le 16.30 diventano le 17.30 con una facilità impressionante. Pagata la solita cifra criminale per un parcheggio e fatto un giro lunghissimo per raggiungere l’entrata, scegliamo la nostra zolla di terra che non abbandoneremo per le tre ore successive. Devo ammettere che mi aspettavo un’organizzazione ben peggiore di quanto mi è sembrato di vedere. Ok, un po’ di caos è stato inevitabile ma rispetto ad altri concerti visti nel Bel Paese almeno le ore precedenti al concerto sono state accettabili.
Quando attacca Caribou, o i Caribou (vi spiego, Daniel Victon Snaith si faceva chiamare Caribou prima di avere una band, però ha salutato il pubblico dicendo ‘We’re Caribou’) il volume è ancora troppo basso e il brusio ancora troppo forte per apprezzare al meglio il compositore canadese e la sua band. Prestando attenzione più alla musica che alla caciara però ho la conferma dell’immensa qualità del fantasioso matematico che si nasconde dietro tanti pseudonimi. Ipnotici, ballabili, tra IDM, kraut e psichedelia, Caribou con la band dimostra di saper riproporre in una veste estremamente efficace il lavoro in studio.

Poi, dopo meno di un ora, arrivano i Radiohead. Lotus Flower. E comincia tutto. Gli schermi sospesi, il suono perfetto, le interpretazioni impeccabili. Il miglior gruppo esistente in questo momento. I nostri Pink Floyd. Il nostro gruppo ‘popolare’ ma anche ‘intellettuale’ di punta. Thom Yorke, Johnny Greenwood, Ed O’ Brien, Colin Greenwood, Phil Selway, e l’aggiunto batterista Cleve Deamer (Portishead) sono in una forma strepitosa. A ’15 Step’, terzo pezzo in scaletta, sono già estasiato. L’insieme visuale e musicale è di una perfezione mai artefatta ma perfettamente armoniosa. I Radiohead passano in rassegna soprattutto gli ultimi tre dischi, non dimendicando i due inediti dei magnifici ‘Live From The Basement’. Fra i classici c’è la memorabile ‘Planet Telex’ addirittura da The Bends, la attesa ‘Paranoid Android’, e quello che forse è stato l’acme emotivo del concerto: ‘Exit Music’ (for a Film), in un’esecuzione indimenticabile. ‘Kid A’ viene chiamato in causa con la titletrack e la celeberimma ‘Idioteque’, per poi essere ripescato per la memorabile chiusura con ‘Everything in Its Right Place’. Le bellissime ‘Weird Fishes/Arpeggi’, ‘Nude’, ‘House of Cards’, ‘Reckoner’ dimostrano ancora una volta quanto ‘In Rainbows’ sia tranquillamente annoverabile fra i dischi imprescindibili che i Radiohead hanno composto nella loro carriera. 

Tutto ciò che ho provato oltre a quello che si può riportare va molto oltre le mie capacità espressive e lo lascio ai vostri ricordi o, se non c’eravate, alla vostra immaginazione.

Ah,! Chi si è lamentato perché riteneva che dovessero fare più ‘classici’ non conosce il significato della parola ‘arte’.


Luigi Costanzo

Ponteponentepontepi

“Certe città vanno ancora seriamente discutendo degli equivoci degli architetti (per esempio della loro proposta di creare reti pedonali sopraelevate con tentacoli che conducano da un palazzo all’altro come soluzione alla congestione) ma la Città Generica semplicemente gode i benefici delle loro invenzioni: terrazze, ponti, gallerie, autostrade, imponente proliferazione degli accessori del collegamento, spesso bardati di felci e fiori come per tenere lontano il peccato originale, creando una congestione vegetale più appariscente di un film di fantascienza degli anni ’50. Le strade sono destinate esclusivamente alle auto. La gente (i pedoni) viene instradata su percorsi (come nei lunapark), su “passeggiate” che la sollevano da terra, poi la assoggettano a un repertorio di condizioni esasperate (vento, caldo, inclinazione, freddo, interno, esterno, odori, fumi) in una sequenza che è la grottesca caricatura della vita nella città storica.”
Un capoverso scritto da Koolhaas conserva sempre un’ importante percentuale di interesse sennonché di ambiguità. Ma forse è proprio quello che ci serviva per affrontare una tematica un po’ spinosa. I nuovi ponti di Roma.
Già la dicitura nuovi stona evidentemente, poiché i ponti da poco realizzati nella Capitale appaiono tutti vecchi. In particolar modo due di questi proprio non mi convincono.
Il primo è per forza di cose il tanto discusso Ponte della Musica. In realtà non sono mai stato un detrattore di quel ponte, anzi a livello urbanistico la ritengo un’operazione di completamento e di definizione di un piano importante che, trovando in Via Guido Reni l’asse principale di collegamento tra il Parco della Musica ed il Foro Italico, dota la città di un nuovo core culturale. E’ invece l’aspetto architettonico – ingegneristico che proprio non comprendo. Può lo studio Kit Powell – Williams Architects aver avuto come suggestione guida quella della copertura (corona di spine) dello stadio Olimpico? L’unico elemento insieme alla sede del Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina ad aver completamente falsato e sovvertito le logiche compositive del Foro Italico. Può non aver minimante inteso il rapporto con il vicino ponte di Fasolo? Capolavoro inarrivabile. E ancora, perché negare una prospettiva di grande interesse, quella appunto da Via Guido Reni al Foro e viceversa, piegando fortemente l’impalcato e ostruendo così la vista tra le due sponde, problema che naturalmente deriva da una scelta tecnologica infelice, quella del ponte ad archi ribassati , priva di senso in quel determinato contesto. In definitiva, senza considerare l’indecisione riguardo il traffico carrabile che tuttora tormenta quest’opera e l’inadeguatezza della porzione di città prospiciente la riva ovest del ponte, problemi che esulano dalle competenze dei progettisti, questo “oggetto” risulta discutibile di suo.
L’altra opera che suscita in me un forte disagio è il Ponte Cavalcaferrovia Ostiense, una via di collegamento tra Via Ostiense e la Circonvallazione Ostiense, sovra passante le linee ferroviarie della metro B e della ferrovia Roma – Ostia Lido. Giorni fa un aitante studente di ingegneria, a cui offrirò la penna per controbattere (considerando che ho un grande rispetto per i bravi ingegneri, ma ahimè ce ne saranno anche di stupidi), si rallegrava di come questo ponte fosse la perfetta rappresentazione del diagramma del momento. Da ottuso studente di architettura mi sono recentemente approssimato all’opera e la cosa che più mi ha sbalordito è la gratuità con cui questo ponte si esibisce, ovvero è un perfetto fuori scala totalmente arbitrario, che visto da Via Ostiense sembra soverchiare gli edifici limitrofi, incurante di quel disegno urbano sempre più in via d’estinzione. Trovo quindi discutibile anche questo lavoro, opera di Francesco del Tosto.
Prima di chiudere, lasciando a voi il giudizio sul Ponte della Scienza, di APsT ARCHITETTURA, situato sul lungotevere Gassman, a pochi passi dai meravigliosi gazometri, vorrei segnalare una piccola opera degna di nota, che risale a una decina di anni fa. Sto parlando della passerella pedonale in Via degli Annibaldi, frutto di un concorso bandito dal Comune di Roma e vinto da Insula con Cellini e Brancaleoni che prevedeva la realizzazione di tre passerelle pedonali lungo gli itinerari archeologici. Questa delle tre è l’unica ad essere stata realizzata ed è diventata con il tempo e nella sua apparente inutilità un piccolo punto di riferimento per i cittadini. Non lo considero un capolavoro, la considero buona architettura e penso che sia già qualcosa di molto, molto raro.
“Le stazioni si dispiegano come farfalle d’acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde spesso trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un’arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava.”

Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet 2006, p.41 e p.42.
Ivi, p.95.