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Il Girogirocorto Film Festival sbarca a Roma

Arriva a Roma il Girogirocorto Film festival dedicato ai cortometraggi internazionali realizzati da giovani registi.

Il prossimo 27 e 28 ottobre a Roma, presso la Libreria Altroquando, una delle storiche librerie di Roma situata a Via del Governo Vecchio, andrà in scena la prima edizione del Girogirocorto Film Festival, un format nato dall’idea di Matteo Bonanni e del regista Gianlorenzo Lombardi che ha come scopo quello di portare sulla scena capitolina i migliori cortometraggi prodotti dai più meritevoli registi emergenti.

Un festival che vuole dare il giusto risalto ai giovani registi, troppo spesso esclusi dagli ordinari circuiti di diffusione e relegati per anni a ruoli-ombra, avulsi dal proprio meritato ed agognato scenario, rendendo il proprio lavoro accessibile e fruibile al pubblico comune.

Il concorso, aperto a qualsiasi giovane regista, ha visto adesioni da tutto il mondo,

Una riscoperta del Cortometraggio, della sua essenza e della sua autonoma di cui Polinice si fa promotore e portavoce, scegliendo di coadiuvare tale progetto in qualità di media partner.

Una manifestazione cinematografica a 360 gradi rispettosa di una eterogeneità sia di nazionalità d’ordine che di genere cinematografico rappresentato: nelle due giorni di proiezioni si susseguiranno thriller e corti comici; trame leggere e più impegnate e introspettive; pellicole di indagine sociale, romantiche e toccanti così come verrà soddisfatti gli amanti del genere fantastico e del finto documentario irriverente.

Tra le numerosissime adesione giunte da ogni parte del mondo, sono state decretati i cortometraggi finalisti, che verranno valutati da una giuria d’eccellenza: vi faranno parte il celeberrimo attore Luchino Giordana e i registi Michele Picchi, autore di Diario di un maniaco per bene, e Luigi Pane, regista di Black Comedy con cui ha vinto l’ultima edizione del The Valley Film Festival di Los Angeles, una delle più importanti rassegne cinematografiche a livello mondiale.

Di seguito una disamina dei vari cortometraggi in concorso

Les yeux d’Eloïse di Nicolas Lincy

Film realizzato da Nicolas Lincy nel quadro del Master réalisation dell’università di Paris 8 e vincitore del premio Serge Daney come miglior cortometraggio studentesco alla Cinematheque, “Les yeux d’Eloïse – Gli occhi di Eloïse” racconta di Antoine, un fotografo professionista sessantenne diagnosticato con un tumore al cervello che comincia ad alterargli la visione. In questo stato inizia a ricordarsi di un amore di giovinezza sempre tenuto segreto: Eloïse, una ragazza cieca, che incontrò 30 anni fa.
Consigliato specialmente agli appassionati di thriller.

Les Yeux d’Eloïse – Extrait – English subtitles from Nicolas Lincy on Vimeo.

 

La terza riva di Giuliana Fantoni

Remo è un uomo anziano separato dalla moglie, 
che continua a sperare nel suo ritorno, anche a distanza di anni. 
Con il fglio non ha più legami e dei nipoti conosce appena i nomi, nonostante ogni giorno li osservi da lontano giocare e diventare grandi. Ispirato dalla riva di un lago, riesce a trovare un modo tutto suo, 
per entrare a far parte dei loro ricordi e del loro immaginario.

Per spettatori in cerca di poesia.

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Laisse-moi di Tommaso Gorani

“Laisse-moi – Lasciami” è il progetto di diploma di Tommaso Gorani per l’Ecole de la cité di Parigi gestita da Luc Besson. Dopo un tentativo di suicidio fermato all’ultimo minuto, Lucie vive in uno stato di totale apatia. Suo figlio Sam è deciso ad aiutarla a rimettersi in piedi, ma dopotutto questa non è forse la sua lotta.

Per chi è in cerca di drammi a tinte forti.

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Hashtag di Marco Scuderi

Dario, hacker professionale, assieme ad anonimi utenti rintracciati sul web, ha dato vita ad un sistema di assalti mediatici nei confronti di famose personalità del web. Le cose cominciano a peggiorare quando una famosa youtuber romana, incapace di affrontare i pesanti attacchi che la rendono lo zimbello del web, decide di impiccarsi durante un Live su Youtube.

Tra thriller e dramma sociale un cortometraggio utile per capire ancora una volta l’importanza del web nelle nostre vite.

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La panda di Angelo Sateriale

Una commedia a tinte forti ispirata a un monologo teatrale dello stesso regista.
Tutto inizia quando un vecchio padre di famiglia trova la propria automobile, la panda del titolo, imbrattata di verderame: senza dubbio è il macellaio del quartiere, con cui spesso la sua famiglia ha avuto dei problemi. Viene mandato dunque l’imbranato figlio a chiedere spiegazioni. Eppure non è tutto come sembra.

(Per chi vuole ridere in maniera intelligente.)

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Acabo de tener un sueño di Javi Navarro

Girato in lingua spagnola e araba da Javi Navarro, il cortometraggio che ha fatto già il giro dei festival del mondo intero, giunge finalmente a Roma.
 Lo stesso sogno vissuto da due bambine appartenenti a classi sociali opposte puo’ avere un impatto del tutto diverso su entrambe.

Per chi è in cerca di fiabe comunque ben collocate nell’attualità.

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Due giorni d’estate di Luca Dal Canto
Andrea, 16 anni, bocciato a scuola, ragazzo svogliato, ha trascorso tutta l’estate con in genitori

nel casolare di campagna.

Suo padre sta per vendere la casa al cugino, imprenditore che arriva al casolare con la giovane fidanzata, una bella e ormai disillusa ragazza che, secondo Andrea, assomiglia ad una famosa modella di Amedeo Modigliani.

In quegli ultimi due giorni d’estate, insieme, vivranno un’incredibile avventura immersi nella assolata campagna toscana.

Un ‘romance’ inaspettato e tenero, che non mancherà di conquistarvi.


La morte del sarago di Alessandro Zizzo

È inverno, tutto tace, siamo lontani anni luce dai rumori della città, si sente soltanto il rumore del mare a Maruggio: qui è nato e cresciuto Mario, così come un sarago, che in mare nasce e vive. Ma può succedere a entrambi, di trovarsi di fronte, un giorno, un pescecane…

Una toccante parabola sul destino di uomini e pesci, di fronte alla bellezza del mare che promette o nega sogni a chi è in procinto di costruirsi un futuro.


Tra le dita di Cristina Ki Casini

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ma la macchina di Felice riesce a fotografarlo.
Così, in poche parole potrebbe essere riassunto il visionario corto della regista Casini, già passato in numerosi festival. 
Poetico e fiabesco come pochi, si tratta del cortometraggio più romantico del festival che non disdegna uno sguardo al cinema di genere fantastico, con un coraggio che vorremo vedere di più nel cinema italiano.


Bajo el jardin di Eliana Oviedo

Una bambina sognatrice, Rocìo, vive nella provincia di Bogotà, circondata una natura ospitale e lontano dal caos della città. La madre lavora in una fattoria e non ha tanto tempo per occuparsi della figlia. Un giorno la bambina nasconde una bambola nel proprio campo, convinta che il campo che dia vita a decine di fiori e frutti possa dar vita anche a un essere umano…

Scandito da immagini di rara bellezza, come solo il cinema sudamericano sa offrire, una fiaba a contatto con la realtà del territorio da un giovane talento colombiano.

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Vegan Love di Giorgio Amato

Un uomo e una donna si ritrovano per un primo appuntamento.
Cosa succede però se la seconda è vegana e non puo’ ordinare niente di quello che le viene proposto? L’uomo puo’ scendere al compromesso di non mangiare più quello che preferisce per amore di una donna?
Una tagliente commedia dagli equivoci su una delle mode culinarie più eccentriche degli ultimi tempi: e se fosse tutto un capriccio?

VEGAN LOVE – trailer from giorgioamato on Vimeo.

Father Mario di Luca Guaiano

Unico ‘mockumentary’ (finto documentario) del festival.
Padre Mario vista l’incombenza di più e più demoni che ricominciano a possedere uomini e donne indifesi decide di cominciare una serie di tutorial per far capire come funziona un esorcismo.
Tra horror e commedia, un film che saprà farvi saltare sulla sedia… con una risata.

Fuori Concorso

Les mecs n’ont pas de chance di Gianlorenzo Lombardi
 Girato tra Francia e Italia, è il primo cortometraggio semi-professionale del giovane autore. Enrico ha ancora difficoltà a integrarsi all’università di Parigi: un giorno incontra lo snob Jean- Pierre, ma i due cominciano a capirsi… finché tra i due non arriva l’italo-francese Alba a scompigliare tutto.
Una commedia bilingue eccentrica e cinofila.

Tema “L’integrazione in Italia al cinema” Nera è la notte di Saverio Caracciolo

Il talentuoso regista Saverio Caracciolo è stato settimane in un rifugio di immigrati nel Sud-Italia per capire il modo di vita di africani, medio-orientali e altre etnie a contatto per la prima volta col nostro paese, in condizioni estreme. 
Coraggioso e diretto, è il cortometraggio ideale per proseguire le riflessioni fatte in seguito al grande documentario dell’anno “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi.

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Kandia (Voices) di Jean Hamado Tiemtorè

Puo’ la musica facilitare l’integrazione degli stranieri in Italia?
È la domanda che ci pone il regista Jean Hamado Tiemtorè, lui stesso neo immigrato nel nostro paese, che filma in diretta le sessioni di coro in una chiesa di Lecce, dove italiani e persone appartenenti a tutte le nazioni cantano per la messa.
Come dice lo stesso regista “Il desiderio alla base di questo progetto è quello di mostrare un tipo di rapporto tra “migranti” e “autoctoni” diverso da quello proposto dai media, al di là dei luoghi comuni polarizzanti e criminalizzanti”.

 

Un goal per la solidarietà

Il mio piccolo e grande gruppo di coetanei romani da anni si riunisce per ricordare un caro amico. Un amico la cui limpidezza e l’impegno sportivo sono stati i tratti di un ragazzo forte ed educato. È da questi due tratti che nel corso degli anni, grazie alla mamma Cinzia Grassi e il papà Antonello Carta, si è costruita una famiglia più grande. Una famiglia composta da ragazzi e ragazze di diverse età, che dai campi del Futbol Club ha fatto di limpidezza e sport un modo per costruire ponti più grandi.
E così questo pomeriggio a Roma, dalle ore sedici, le associazioni Edoardo Con Noi e So.R.Te si sfideranno presso il Futbol Club in nome della solidarietà. Non delle semplici partite di calcio femminile e maschile, bensì un momento di vero sport. Lo sport che ha costruito negli anni la coscienza di centinaia di ragazzi e ragazze dei licei di Roma, i quali nel nome di Edoardo Carta si sono riuniscono ogni anno sul manto verde. L’obiettivo principale è di promuovere la ricerca sul diabete insulino dipendente e sostenere le attività di volontariato nel tessuto urbano romano.

Un appuntamento fatto di sport, solidarietà e dalla convinzione che ogni piccolo gesto possa avvicinarci al cielo.

A PROPOSITO DI AMORE E ARTE CONTEMPORANEA – HAPPY BIRTHDAY CHIOSTRO DEL BRAMANTE!

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L’esposizione romana intende affrontare uno dei sentimenti universalmente riconosciuti e da sempre motivo d’indagini e rappresentazioni, l’Amore, raccontandone le diverse sfaccettature e le sue infinite declinazioni. Un amore felice, atteso, incompreso, odiato, ambiguo, trasgressivo, infantile, che si snoda lungo un percorso espositivo non convenzionale, caratterizzato da input visivi e percettivi.

Il Chiostro del Bramante a Roma festeggia i suoi vent’anni di attività con la mostra “LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore”.

Passando rapidamente in rassegna alcuni degli artisti rappresentati, verrebbe quasi voglia di ribattezzare la mostra “l’amore per l’arte contemporanea”.

Robert Indiana e la sua famosissima scritta “LOVE” che fa venire voglia di toccarla e l’immancabile collega di pop art, Andy Warhol. La sua Marilyn serigrafata è l’icona della sensualità, della femminilità, con la sua ammaliante bocca e lo sguardo spento.

C’è poi quella fredda malinconia del neon bianco del “My Forgotten Heart” di Tracey Emin.

E ancora, la sensualità che era già stata di Marilyn esplode nei fiori di Marc Quinn, anche capace della più romantica scultura “Kiss”.

Questa mostra ha però di particolare il fatto che abbia aperto le porte a qualsiasi forma di linguaggio e comunicazione artistica, e così si può incontrare un gigantesco cuore nato dall’assemblaggio di forchette di plastica, che canta.

E ancora, questa mostra è comunicazione e social. Creato appositamente l’hashtag #chiostrolove, per condividere arte ed emozioni. L’opera più popolare su Instagram è “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins” di Yayoi Kusama.

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Non c’è da sorprendersi. Un’opera d’arte totalizzante, che permette di entrare fisicamente in una stanza di specchi ed emotivamente in luoghi del tutto privati e segreti, nei luoghi delle percezioni visive e delle atmosfere mentali, dei sogni psichedelici e delle sensazioni più spontanee.

Finalmente ritorna così a Roma un’artista che negli anni ’60 e ‘70 aveva spesso scelto l’Italia per le sue esposizioni.

A primo acchito, fa quasi sorridere che sia ospitata in questa mostra intitolata all’amore, dal momento che veniva scritto di lei che “non esiste nessuno lontano dalla vita sentimentale quanto Kusama Yayoi”.

In realtà, nessun altro artista si trova forse così a suo agio in questo contesto: Yayoi Kusama ha amato l’arte più di ogni altra cosa, è stata la sua salvezza.

È un’arte totalizzante perché questa piccola donna giapponese vi si è sempre immersa per curare le sue fobie, tanto da definire la sua arte “ arte psicosomatica”. Ha trattato il tema della sessualità per tutta la sua carriera, da quando realizzava soft sculptures a forma di organi di riproduzione maschili, a quando dava vita a happenings a tema sessuale.

Ma come lei stessa spiega nella sua biografia “Alcuni pensano che io sia una fissata, ma si tratta di un clamoroso fraintendimento. Quei falli e quegli happenings erano una forma di automedicazione”.

Un’ultima piccola curiosità a proposito delle zucche. In giapponese, come in molte altre lingue, il termine zucca o zuccone viene usato in tono dispregiativo, addirittura una donna brutta viene etichettata come una zucca con naso e occhi. “Insomma, le zucche non ispirano gran rispetto, ma la loro deliziosa forma mi ammaliò. La cosa che più mi attirava era la generosa semplicità della struttura. E un’impressione di solidità spirituale.”

E ora tutti su Instagram. #chiostrolove

TRA XILOGRAFIE E DIPINTI, MIMÌ QUILICI BUZZACCHI ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA DI ROMA

All’interno dell’ampia esposizione Roma Anni Trenta. La Galleria d’Arte Moderna e le Quadriennali d’Arte 1931-1935-1939 trova spazio, in tre delle sale del palazzo di Via Crispi, una piccola, ma significativa mostra dedicata all’artista mantovana Mimì Quilici Buzzacchi.

Mimì Buzzacchi, nata in un paesino della provincia di Mantova nell’agosto del 1903, viene conquistata dalla vocazione della pittura fin da ragazzina, quando, in occasione di un Natale, ricevette una “lavagnetta magica”, come lei stessa dichiarerà in un’intervista rilasciata, nel febbraio del 1983, per il programma della RAI Leggere un quadro. I primi esordi dell’artista la vedono impegnata, presso le sponde del canale di Cesenatico (dove Mimì trascorreva le estati nella villa di famiglia), intenta a ritrarre le barche a vela ormeggiate lungo gli argini del porto-canale. Nasce così il primo ciclo di suoi piccoli quadri come Vele in canale (1925) e Case e vele a Cesenatico (1926) oltre alle semplicissime rappresentazioni di una Mimì ancora adolescente come Alba Adriatica (1921) e I due capanni (1923) che, con tratti essenziali e colori tenui, catturano momenti di grande quiete presso le spiagge adriatiche.

Saranno proprio i pomeriggi d’estate, trascorsi a dipingere all’aperto, a regalarle il proficuo incontro con uno dei più grandi intellettuali italiani del tempo: Filippo De Pisis. Lo scrittore, pittore e critico d’arte, infatti, scriverà, per primo, sul Corriere Padano, una recensione riguardante le tele fresche e vivaci della giovane pittrice. Inoltre, proprio il Direttore dello stesso periodico, Nello Quilici,  diventerà, pochi anni dopo, nel 1929, suo marito. Si aprirà per l’intraprendente Mimì un periodo di forti ispirazioni grazie alle amicizie strette (tra tutti Ugo Ojetti che farà l’introduzione per la raccolta di xilografie, Italia Antica e Nuova), ai viaggi effettuati (si recherà più volte in Libia, fonte di ispirazione per le sue incisioni) e alla partecipazione a numerose rassegne di alto livello (dal 1931al 1959 verrà invitata a partecipare dalla I all’ VIII Quadriennale di Roma).

È tuttavia, nel 1945, con lo scoppiare della seconda guerra mondiale, che gli eventi drammatici della storia influenzano le scelte di Mimì che, dopo aver perso il marito in Libia e la casa a Ferrara, andata distrutta durante i bombardamenti, è costretta a trasferirsi a Roma dove darà inizio ad una nuova produzione pittorica sicuramente più matura.

Sono di questo secondo periodo quadri come Luci di Roma (1948), Bucatino con il Tevere biondo (1955), Sole su Monte Mario (1957), Sponde in gemme (1960), Piccola valle in rosa (1960), che avvicinano, per la pennellata larga e per la composizione pittorica, lo stile della pittrice al filone dell’espressionismo: il tratto astratto e la scelta dei colori veicolano lo sguardo verso le emozioni lasciando all’osservatore la possibilità di immaginare le raffigurazioni.

Oltre all’intensa produzione di oli su tela, Mimì si dedicò ad una raffinata arte di nicchia, riservata a quei pochi estri che vollero approfondirla: la Xilografia. La Buzzacchi fu molto famosa per le sue incisioni su legno e la terza sala della mostra è allestita con le sue più significative lastre lignee. Sorprende in particolare Lungastoria (1947), xilografia, su carta vergata, composta da due tavole, ma che vuole restituire un’ unica e interminabile panoramica in cui da San Pietro fino al Foro Italico la contrapposizione costante dei chiaro scuri restituisce il dettaglio delle strutture architettoniche, dei paesaggi naturali delle sponde del Tevere e della collina di Monte Mario.

Sarà possibile visitare l’esposizione fino al 27 novembre per immergersi nel relativo percorso espositivo che, arricchito con documenti, stralci di scritti, video e quadri donati dagli amici artisti, ci racconta l’arte e la vita di una donna del ‘900 italiano il cui valore artistico fu già riconosciuto dai contemporanei del suo tempo.

La mostra è stata promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura ed è a cura di Federica Pirani, Gloria Raimondi e Maria Catalano, in collaborazione con l’Archivio Mimì Quilici Buzzacchi

Per info e dettagli visita il sito: www.galleriaartemodernaroma.it

Catalogo della mostra: a cura di Vieri Quilici e Paolmbi Editori, Mimì Quilici Buzzacchi. Tra segno e colore, PALOMBI EDITORI, settembre 2016.

Lapidarium- l’arte dei vinti

Una mandria di cavalli in bronzo,ferro,legno, marmo e travertino che cavalcano dall’arco di Costantino ai Mercati di Traiano passando per il Colosseo: si chiama Lapidarium. Waiting for the barbarians” la mostra dell’artista messicano Gustavo Aceves che si può ammirare lungo il cuore dell’area archeologica romana dal 15 settembre grazie alla collaborazione tra l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e l’Ambasciata del Messico.

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40 sculture di dimensioni differenti raffiguranti cavalli scevri di parte del proprio corpo e privi delle proprie gambe, sostituite da simboliche strutture di barche appartenenti a differenti epoche e stili;

Le privazioni e l’immobilismo delle opere rappresentano il pensiero che l’artista portare all’attenzione del proprio pubblico: le sorti dei migranti, abbandonati e sofferenti come le state equestri piene di cicatrici e ferite che pervadono il loro corpo, immobili nel loro destino intrecciato indissolubilmente con quello delle navi a cui affidano il proprio futuro. Si tratta di opere in onore dei vinti: a differenza delle maestose state equestri che elogiano le grandi gesta e le vittorie più famose della storia, queste opere rappresentano ognuna una specifica diaspora e il dramma connesso ponendo in correlazione i barbari di un tempo, invasori di terre e saccheggiatori di fortune, e i migranti di ora, accolti anch’essi come “invasori”, usurpatori di costumi e tradizioni indigene.

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Un tema tra i più dibattuti e rappresentati oggi nel mondo artistico così come al di fuori di esso,  che l’artista ha deciso di far proprio dopo aver visto con i propri occhi le violenze e le condizioni di vita dei popoli africani.

La mostra fa parte di un percorso espositivo inaugurato nel 2014 a Pietrasanta e proseguito con la collocazione delle statue equestri sotto la porta di Brandeburgo a Berlino nel 2015.

Dopo la tappa romana, che terminerà il 7 gennaio, Lapidarium “sbarcherà” a Istanbul e Parigi per tornare in Italia a Venezia nel 2017 prima della conclusione del ciclo espositivo a Mexico City nel 2018.

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BANSKY A ROMA: UN SUCCESSO, MA NON PER I SUOI VERI AMMIRATORI

Termina oggi la prima mostra nel territorio italiano del più celebre street artist del mondo, andata in scena presso Palazzo Cipolla, storico edifico appartenente una volta alla nobiltà capitolina situato nel cuore di Roma che si affaccia su Piazza Venezia, a pochi passi dal Pantheon e quasi equidistante da Fontana di Trevi.

Una location singolare per rappresentare l’Artista del popolo, creatore di opere notoriamente donate alla fruizione collettiva o al massimo a gente comune; opere certamente controcorrente e irriverenti che l’hanno portato a far breccia principalmente negli strati di società più svantaggiati e rancorosi verso una società che non li ha capiti e sopportati.

Così anche la scelta stessa di riunire le opere dell’artista (presumibilmente) di Bristol all’interno di una mostra chiusa e destinata ai soli visitatori paganti non è stato accolta favorevolmente, sebbene i fatti sembrano dimostrare che i detrattori si sbagliavano: l’esposizione è stata visitata da un numero impressionante di persone, circa un milione di visitatori al giorno (di cui più o meno la metà turisti).

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Un successo numerico innegabile per quella che è la prima mostra europea di Bansky di tale portata, che ha riproposto (o almeno provato) lo spirito voluto e cercato dallo street artist: la sua caratteristica critica irriverente è il fil rouge ricercato da tutta l’esposizione dall’emblematico titolo “Guerra, Capitalismo e Libertà”, con le celeberrime opere di denuncia della società odierna che ne accentuano le contraddizioni con la sua tipica combinazione di umanità e umorale.

Banksy, Pulp fiction cm. 63 x 40_0040

Il trittico scelto come denominazione della mostra racchiude pienamente le principali ossessioni dell’artista, che denuncia l’incombenza delle prime al fine di farsi portavoce di una libertà totale e totalizzante, voce spesso fuori dal coro e controcorrente; tali aspetti appaino però, come già accennato, in contraddizione con lo spirito, l’arte e l’artista “banskyano”: la destinazione pubblica delle opere, ammirabili camminando liberamente tra le strade così come la denuncia del capitalismo, dello sfruttamento economico e degli squilibri economici e sociali che precludono quasi tutto a molti per garantire troppo a una piccola elite appare in antitesi con la volontà di rinchiudere dentro una mostra chiusa e a pagamento.

L’ideatore di tale mostra, il Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, descrive con orgoglio l’esser riuscito a riunire per la prima volta all’interno di una mostra “150 opere (incluse 50 copertine di dischi) tra sculture, stencils e così via, tutte rigorosamente di collezionisti privati e, dunque, assolutamente non sottratte alla strada”, sottolineando come l’esposizione rappresenti un unicum per la sua “forte componente di denuncia sociale”.

Parole che probabilmente non basteranno a convincere i più forti seguaci di Bansky, soprattutto del primo Bansky, indifferente alla ribalta mediatica e mero portatore volutamente ignoto di messaggi sociali diretti direttamente al popolo, restio a ogni sorta di collaborazione con gallerie e musei.

Banksy,Love is in the air (flower trower) 2003 cm. 90 x 90_0020

Riprendendo le parole del presidente della Fondazione Terzo Pilastro, la mostra, che dal punto di vista prettamente numerico ha avuto un successo innegabile, ha diluito gran parte della denuncia sociale fondamento delle opere di Bansky che inevitabilmente appaiono offuscate, estranee al complesso espositivo, così come la mera giustificazione di non aver estratto alcuna opera dalla strada risulta invece l’unico mezzo per esporre delle opere senza il consenso dell’autore.

 

Il possibile avvicinamento alla street art di parte della società che difficilmente si sarebbe accorta ed appassionata di tale arte visiva avulsa dal complesso museale non può giustificare una tale deviazione dal messaggio principe dello Street artist che più di tutti è stato il fautore della sua esplosione; un deragliamento verso la mercificazione che è stato denunciato da più artisti della strada, di cui riportiamo un video emblematico realizzato da Canemorto.

 

CultRise – Chi ha detto che a Roma non si fa nulla?

Nel panorama italiano da un decennio si ripete, in una banalità degna di Severgnini, che a Roma non si fa mai nulla. Una generazione attanagliata da disoccupazione e perdita del più grande patrimonio storico artistico del mondo, cerca svaghi in luoghi lontani e spesso privi di concretezza tecnica e senso della bellezza.

Nulla è più falso del considerare Roma una città morta. Essa, lontana da fiere del mangiare ogm e musei in 3D pulsa nuove energie lontane dai riflettori, ma con i riflessi che si irradiano nel futuro.

Così nel Rione Monti, nel lato lontano dalla Banca d’Italia, da stasera apre la serranda del network artistico e multidisciplinare CultRise a Via Madonna dei Monti 27. Il tutto con una ” Mostra d’arte ” che ha scelto di essere legittimata attraverso i contenuti e non in un titolo ( brand ) iper concettuale.

I contenuti della mostra spazieranno tra pittura tradizionale sia figurativa che astratta, street art, illustrazioni, sculture , installazioni, oggetti di design, fotografie e recycled art. Sette artisti, divisi da stili e tecniche e uniti nel network di CultRise: Luca Barrel, Jerico, Gian Maria Marcaccini, Jacopo Brogioni, Simone Martini, Flavia Grazioli e Cecilia Caporlingua ( fondatrice di CultRise).

Alle 20 Jacopo Troiani presenterà il suo nuovo album dal titolo: “Alba o Tramonto ?”. In versione acustica per travolgere elegantemente il pubblico che accompagnerà il pomeriggio monticiano.

Chi ha detto che a Roma non si fa nulla? 

La Ladra di Ricordi di Barbara Bellomo

Nella letteratura e  quotidianità italiana esistono molteplici intrecci. Intrecci a cui spesso non è dato modo di esplicarsi nel migliore dei modi, ma che nelle pagine del libro assumono compiutezza e attraversano la contingenza degli affanni quotidiani.

A ciò, nel suo esordio editoriale, Barbara Bellomo aggiunge una valida caratterizzazione dei personaggi, i cui tratti crescono e si svelano al lettore così come accade ai reperti archeologici. La Ladra di Ricordi ruota attorno a tre personaggi principali Isabella De Clio, archeologa alle prese con la sua domanda per dirigere un Museo, Mauro Caccia il commissario che seguirà le indagini e Giacomo Nardi il professore di museologia e Beni Culturali. Da un vecchio cammeo si svilupperanno gli intrecci che raccontano ciò che siamo, anche inconsciamente.

 

Sì, perchè sapientemente e abilmente la scrittrice sceglie e sviluppa due delle terre dell’anima degli Italiani ossia la Sicilia di oggi e l’antica Roma. Poichè se alla contigenza della quotidianità e morte di un giallo non si lega un surplus di infinitamente eterno, nelle nostre terre tutto crolla. Non crolla invece una storia dalle tinte gialle, ma dalla retrospettiva ampia. Una storia raccontata con uno stile pulito e mai banale. Un libro che avrà molto da dire oltre le sue pagine.

Ai nostri lettori ricordiamo che la presentazione del libro La Ladra di Ricordi avverrà il 16 giugno alle ore 19 presso i Musei di San Salvatore in Lauro di Roma.

L’Esprit Nouveau dell’Open House di Roma

Anche quest’anno, come ormai fosse una tradizione consolidata, si ripete la due giorni dell’Open House di Roma (OHR): un evento internazionale che – nato dall’idea di un gruppo di architetti, comunicatori ed esperti di sviluppo sostenibile – è giunto quest’anno alla sua quinta edizione romana, contribuendo dunque attivamente  alla globalità dell’evento che si svolge ormai in 31 città di quattro continenti [1].

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Roma, M. Fuksas, Centro Congressi, attualmente in costruzione (credits: OHR)

 

Ma cosa è l’Open House? Quale è lo spirito dietro questa iniziativa di arte ma, più specificamente, di architettura? Difficile a dirsi. Forse, il miglior modo per comprenderlo è proprio sperimentarlo, attraverso quella che si potrebbe definire una sorta di promenade architecturale. Infatti, all’interno dell’incredibile varietà di aperture straordinarie di edifici normalmente non accessibili al pubblico, ciascuno può trovare e potrà trovare la propria dimensione e selezionare quelle architetture a cui ha sempre magari fatto caso ma che – per mancanza di tempo o perché sempre chiuse – non ha mai potuto visitare.

Eppure, ad un primo approccio, non sembra molto facile muoversi in questo mare magnum di edifici storici, sedi istituzionali, uffici, case private, studi d’architettura e cantieri di grandi dimensioni. Certamente, da sempre uno strumento utile per orientarsi è stato la ‘guida’ che, fino all’attuale edizione, consentiva di circolare con una certa disinvoltura all’interno di una certa area geografica, individuando tutti gli eventi e siti disponibili in loco. Da quest’edizione però, all’inserto cartaceo, che adesso assume l’aspetto di un vero e proprio catalogo, si affianca anche una ‘mappa’, che mantiene sempre centrale l’aspetto geo-localizzativo peculiare di Open House ma permette, allo stesso tempo, di orientarsi in maniera più rapida e disinvolta.

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Mappa dell’attuale stato di diffusione dell’evento Open House nel mondo (credits: OHR)

 

Perché di dritte per muoversi ce n’è proprio bisogno! D’altronde, di fronte ad una simile quantità di objects a reaction poetique, l’unico atteggiamento plausibile di scelta non può che essere una selezione critica basata sui propri interessi, favorita quest’anno anche dalla novità delle ‘aree tematiche’. Infatti, seppure non abbandonando del tutto l’organizzazione per aree geografiche, si è preferito questa volta cercare di trovare un modo di indirizzare l’utente nei suoi interessi, onde evitare situazioni di disorientamento. Ciò ha portato alla identificazione di cinque principi ispiranti che raccolgono e distinguono tutti i siti: così, i luoghi del sapere (città della conoscenza) vengono separati dalle architetture pubbliche note ma spesso mai prese in considerazione (architetture del quotidiano) e, alla stessa maniera, sono radunate in un unico blocco tutte le abitazioni private che emergono dal contesto per alcune loro specificità (l’abitare) ma che per il loro intrinseco carattere abitativo non sono mai accessibili. Concludono la categorizzazione le testimonianze del passato (attraversare la storia), che si incontrano e si confrontano con l’attualità di tutti quei luoghi dove oggi si esprime la creatività e si lavora insieme, sebbene svolgendo attività indipendenti ed autonome (factory & produzione creativa).

Ma non basta. Infatti all’interno dell’attuale edizione trovano spazio, per la prima volta, anche gli ambiti della moda nonché le attrezzature per il turismo (Bed & food) secondo un’ottica sempre più espansiva e omnicomprensiva. D’altronde, al giorno d’oggi, a fronte di una città spesso frammentata e sviluppata per singole componenti, a volte cresciute autonomamente rispetto ai contesti di partenza, sembra necessario procedere ad una ricomposizione del quadro che si è spezzato, attraverso una ricognizione amplissima che ne consenta una nuova comprensione. Gli oggetti della modernità, i reperti della storia, i prodotti del turismo, tutti posti sullo stesso piano formale devono infatti essere nuovamente sottoposti ad un processo di selezione a fine di riportare l’utente nella sua posizione di giudice di cosa sia arte e cosa no. Quest’ultima è infatti sinonimo di emozione che riesce ad elevare dalla realtà pur rimanendo appigliata ad essa; è commozione estetica prodotta dalla percezione dell’eccezionale, del non facilmente intendibile, dello spettacolare. Il quotidiano si affaccia, si relaziona, e si affianca spesso all’evento, e Roma è in tal senso esempio per antonomasia: una città-palinsesto dove ad ogni angolo si incontra un dettaglio, un palazzo, una fontana, una bottega che nasconde in nuce una storia particolare e collabora con il tutto secondo una dialettica partecipata per cui nessuno dei due termini esiste senza l’altro.

Per questo lo spirito di Open House, sebbene ristretto entro i limiti dell’architettura, cerca di raccogliere al suo interno e raccontare tutte le anime di Roma. È un impegno unico, differente da quello delle altre realtà europee e internazionali. La storia, grande maestra, va risalita alle sue fonti e compresa nelle sue tante sfaccettature ricostruendo così il legame tra il passato e il presente senza pregiudizi di sorta. Altrimenti i due linguaggi restano sconnessi e la dicotomia che ne deriva resta priva di soluzione. Non è sufficiente costruire una architettura moderna per fare una città moderna, come una rondine non fa primavera. È opportuno e, forse, assolutamente necessario che si ripercorra tutto l’iter che ha portato fino alla condizione attuale perché solo in tal modo si potrà formare un giudizio saldo, coerente e legittimo. Questo è il grande onere dell’Open House.  Dare la possibilità a tutti di conoscere l’architettura, di apprenderla non solo nella possibilità di esercitare successivamente una critica ma per consentire a tutti di apprezzare veramente i manufatti di ogni epoca attraverso la loro presentazione e conoscenza. Del resto, solo con i giusti strumenti è possibile superare la semplice dimensione estetica e partecipare realmente con cognizione di causa al processo di crescita cittadino.

E questo concetto, forse, ha in Italia una dimensione nazionale e non solamente provinciale. Ecco perché l’esperienza maturata a Roma di Open House da quest’edizione sarà anche a Milano, ed ecco perché di anno in anno si cerca sempre più di individuare specifiche peculiarità che, affiancate alle grandi opere sempre presenti, consentono di approfondire la conoscenza di città sine die, come testimoniano qui nella Capitale diverse novità: in particolare, l’apertura straordinaria dell’Agenzia Spaziale Italiana e la visita dei castelli idraulici della fontana di Trevi e della mostra dell’Acqua Paola al Gianicolo, un aspetto tecnico spesso ignoto persino agli esperti.

Che dire di più? Giusto una chicca da veri intenditori: la chiocciola di Villa Medici che porta direttamente alla grotta dell’Acqua Vergine, un segreto che solo Roma poteva in sé nascondere.

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Mappa dell’evento di Open House Roma 2016 (credits: OHR)

 

Iacopo Benincampi

[1] Ringrazio Lidia Zianna, membro del comitato organizzativo dell’Open House di Roma, per tutto l’aiuto fornitomi nella redazione del presente articolo che esce nella speranza di favorire la conoscenza di un evento che è parte integrante della vita della città.

Jerico – Fade to Blue

Dal 12 Marzo 2016 al 23 Aprile 2016, presso la White Noise Gallery di Roma, sarà in esposizione la mostra personale di Jerico, intitolata Fade To Blue.

Il giovane artista Jerico, classe 1992, ma già protagonista della scena italiana, attraverso le sue opere conduce il visitatore in mondi e spazi della propria anima, spesso lasciati nell’abisso delle nostre menti. Capace di disseminare la città con i suoi lavori di street art, Jerico ha finalmente conquistato il meritato posto nel circuito dell’arte galleristica. La sua arte e il suo sguardo non solo mai banali e si sanno imporre al pubblico con una forza e precisione che assomigliano a una violenza capace di suscitare ricerca e bellezza al medesimo tempo.

Jerico spazia dal cobalto al blu oltremare navigando nelle suggestioni che furono del Picasso di inizio secolo. Trattando la figura con poche pennellate, gestuali e sporche, Jerico traccia su fogli trasparenti di polietilene delle immagini solo accennate che diventano, con il procedere dell’osservazione, terribilmente nitide. Ed ecco che vortici bianchi di olio resi opachi dal contatto con la superficie di mylar, si trasformano nell’occhio dello spettatore in perfetti ritratti di rose.

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Da sempre caratterizzata da una fortissima influenza espressionista la pittura di Jerico si mostra per la prima volta in una veste inedita. Parafrasando il pensiero di Francis Bacon, influenza onnipresente nella pittura di Jerico, le opere create per Fade to Blue sembrano il frutto di un tentativo di fare qualcosa piuttosto che non di dire qualcosa. Nature morte, geometrie accennate ed uccelli cristallizzati nel movimento del volo sono istantanee in bilico fra i blue paintings di Damien Hirst e gli studi di Eadweard Muybidge.

A voi la possibilità di assistere gratuitamente a una mostra che rappresenta il primo grande passo di un artista che ha già proiettato il suo nome nel futuro dell’arte mondiale.