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RINASCENTE 2.0

Il 12 ottobre in Via del Tritone a Roma apre il nuovo flagship store RINASCENTE. Per celebrare l’evento un invito aperto a tutti. Dalle ore 12.00 musica, live performances di Beppe Fiorello, Francesco Gabbani, Vals e DJ Set by Marcelo Burlon.

Venite a scoprire gli spazi disegnati da talenti dell’architettura e del design, il fascino senza tempo dell’acquedotto vergine, riportato alla luce e visibile a tutti, il panorama unico di Roma dall’alto che toglie il fiato.

Dove: Via del Tritone 61, Roma

Quando: 12 ottobre 2017, dalle 12.00 alle 23.00

Link Facebook dell’evento:  http://bit.ly/2ygQqkD

IL DIALOGO TRA RIFUGIATI E I ROMANI ESISTE. La Best Practice Casa Scalabrini 634

Immigrazione, accoglienza, rifugiati. L’ossessione degli ultimi due anni sta facendo resuscitare ideologie e sentimenti che credevamo sepolti dalla polvere del dimenticatoio. C’è che si fa nostalgico dei vecchi tempi, dove c’era un ordine e un’omogeneità etnico-religiosa che regalava sicurezza e c’è chi si fa serbatoio di memoria, si rimbocca le maniche e apre baracche e burattini.
C’è di certo qualcosa di assolutamente positivo: il tema migrazione ha risvegliato il dibattito pubblico e la partecipazione politico-sociale, nel bene e nel male, della cittadinanza romana assopita da decenni di staticità e circolarità. In fondo la migrazione è proprio questo, movimento.
Tuttavia l’ossessione mediatica dei numeri, delle immagini, gli accostamenti terrorismo-migrazione e la sovrapposizione di decreti su decreti nazionali, sovranazionali creano un groviglio che lascia spazio alla confusione più totale, sorella prediletta della paranoia sociale nella quale schiere di persone si tengono per mano, al riparo da qualcosa che non si sa cosa.
Arriviamo proprio al punto focale. Chi si ripara da cosa o da chi?!
Chi sono questi rifugiati, migranti, immigrati, extracomunitari? È bene notare che la sovrapposizione nell’utilizzo e nell’attribuzione di diverse definizioni, sia in ambito colloquiale che, per lungo tempo, in ambito legislativo, rende più evidente la confusione nell’identificazione del soggetto.
Capire e conoscere questi migranti non è poi così facile, il che, spesso, rende la paranoia un cane che si morde la coda. Entità fluttuanti all’interno di questi centri dai nomi astrusi come SPRAR,CAS, CARA, CPA, entità che si limitano al TG mentre ripassi il sugo all’amatriciana.

Accendi la TV e senti numeri, esci di casa e l’unico contatto che hai con i nuovi arrivati sono al massimo Mohammed, il cugino di Abdul, il proprietario del Fruttarolo sotto casa a Conca D’Oro. Ma dove sono?

La seconda accoglienza, che dovrebbe promuovere l’interazione con il territorio esiste davvero nella nostra Capitale? O forse è stata sepolta da Mafia Capitale?
Per rispondere a questa domanda, insieme ad un grande promotore delle relazioni interculturali nel sistema educativo che ha compreso che per capire la complessità bisogna conoscere, visitare e vedere, Andrea Iacomini, Portavoce UNICEF Italia, siamo andati a visitare una best practice di Roma, Casa Scalabrini 634. Tra gli obiettivi, mostrare a UNICEF Italia, che dopo circa 70 anni è tornata ad operare sul campo a tutela dei minori per la preoccupante situazione dei minori stranieri, che gli esempi positivi esistono e andrebbero fatti conoscere e riprodotti.
Sono venuta a conoscenza di Casa Scalabrini 634 durante una conferenza sui flussi migratori di circa due anni fa. Tra gli ultimi interventi quello di Emanuele Selleri, Direttore esecutivo e cooperante “per davvero” e per natura, che ha subito risvegliato gli animi presentando un progetto illuminato, visionario eppure così concreto.
Casa Scalabrini 634 è un programma dell’ASCS Onlus – Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, si trova a Roma in Via Casilina 634 ed è il centro operativo del programma CAI “Comunità Accogliente Inclusiva” promosso dalla Congregazione Scalabriniana che da 130 anni è al servizio di migranti e rifugiati in 32 paesi del mondo.

Con Andrea Iacomini l’abbiamo soprannominata “Il mondo delle meraviglie”, che si nasconde dietro una porta molto piccola e nascosta sulla Casilina, quartiere che presenta numerose difficoltà. Oltrepassata la porta si apre un giardino meraviglioso e una struttura molto grande che sa subito di casa.


E così fu. Ad accoglierci il caloroso Staff: Emanuele Selleri, Direttore Esecutivo, Rita Urbano, Responsabile Area Socio-Legale, Marianna Occhiuto, Responsabile Comunicazione e Raccolta Fondi, Claudio Oroni, Responsabile Area Sensibilizzazione e Cittadinanza Attiva e Fratel Gioacchino Campese, Missionario Scalabriniano e Direttore Generale.

COME NASCE: L’OSSERVAZIONE DEL FENOMENO
Casa Scalabrini 634 nasce nel 2015 come risposta all’appello di Papa Francesco di aprire le strutture della Chiesa ai più bisognosi. Da subito, gli Scalabriniani, in virtù della loro missione individuano i migranti e i rifugiati come risposta, ma per capire cosa offrire decidono di andare sul campo, visitare i diversi centri e i rifugiati stessi.
Ci racconta Emanuele Selleri, capiscono che la criticità più diffusa è il periodo successivo la perdita di diritto a risiedere in un centro del sistema di accoglienza istituzionale. La maggior parte delle persone infatti, avrebbe bisogno di un ulteriore supporto per consolidare il loro processo verso l’autonomia definitiva. Noi giovani possiamo certamente comprendere la difficoltà nel trovare un lavoro stabile e non troppo precario e imbattersi nell’amaro mercato degli affitti romano.
Da questa osservazione nasce il progetto pilota di Casa Scalabrini 634. Si tratta di un programma di semi-autonomia dove risiedono giovani adulti rifugiati e due nuclei familiari, titolari di asilo politico e protezione umanitaria e che hanno già avviato un percorso lavorativo, anche se precario. Nei primi due anni di attività sono stati accolti 100 beneficiari, di cui circa 70 hanno già completato il percorso di autonomia. Non rientra nel sistema istituzionale di accoglienza.
Il programma ha come obiettivo primario la promozione della cultura dell’accoglienza e dell’integrazione tra rifugiati, migranti ma, per nulla scontato, con la comunità locale e il territorio.
La peculiarità di Casa Scalabrini 634 è l’essere una casa aperta dove chiunque voglia può entrare, partecipare ai corsi, mangiare, giocare. Proprio grazie alla loro totale apertura hanno abbattuto, in un quartiere che presenta già le sue peculiarità, la paranoia sociale del pregiudizio, attraverso il contatto e la relazione. I risultati poi, ci sono e questo ci dà speranza.

COSA FANNO: Volere è potere

La qualità e la quantità di attività che è stato capace di organizzare un team di 4 giovani supportato da 40 volontari è davvero impressionante e dà carica. Volere è potere.
Oltre che le numerose feste, le Bruschettate, Carnevali anche le attività e i corsi sono rivolti non solo ai migranti ma a tutta la comunità locale. Grazie a questa totale apertura si sfida paura, pregiudizio ma stimola soprattutto l’interazione e lo scambio; si creano relazioni affettive, punti di riferimento che sono parte essenziale di un percorso verso l’autonomia.
Tra i corsi i “fiori all’occhiello”: il Laboratorio di Sartoria “Taglia e Cuci in tutte le Lingue del Mondo” in collaborazione con l’Associazione Migranti e Banche, il progetto in Agricoltura Sociale “Campi Ri-aperti” in collaborazione con l’Associazione Oasi e la Cooperativa Kairos e il Corso di formazione per autori, tecnici e conduttori di web-radio.

In particolare ci tengo a sottolineare come esempio virtuoso, il laboratorio di cucito, frequentatissimo dai ragazzi della Casa e dal territorio, alla fine del quale è stata attivata una collaborazione con la compagnia teatrale Torpignattori che commissiona i vestiti per lo spettacolo annuale proprio ai ragazzi del laboratorio supportando nuovamente relazione, esperienza e dialogo con il territorio.

PAROLE CHIAVE: INTERAZIONE E RESTITUZIONE

Quanto volte abbiamo sentito: “Tutti che pensano ai migranti e ai poveri italiani?”.
Casa Scalabrini 634 ha pensato anche a quello e come forma di restituzione alla comunità, i ragazzi portano avanti diverse iniziative di cittadinanza attiva tra cui: Ri-diamo: visite alla stazione Tiburtina, in collaborazione con l’Associazione Project Rome, dove un gruppo di volontari rifugiati, migranti e locali consegna i vestiti ai senza tetto italiani, migranti e trascorrono del tempo con loro; con cadenza regolare i ragazzi della Casa si occupano di ridonare il decoro urbano pulendo le strade del quartiere, inoltre si occupano di distribuire beni di necessità alle famiglie che ne abbiano bisogno.
Davvero un posto speciale, dove viene voglia di rimanere anche solo per attingere da questa energia positiva che sprigiona lo staff e i ragazzi che vi risiedono. Una ventata contro l’asfittica paranoia.
Per chiunque voglia disintossicarsi dall’ossessione dei numeri, Casa Scalabrini 634 è aperta a tutti.

IL SITO: www.scalabrini634.it
FB: https://it-it.facebook.com/CasaScalabrini634/

Stato liquido – Falcone e Borsellino al Nuovo Teatro Orione

STATO LIQUIDO – Falcone e Borsellino al Teatro Orione

Scritto e diretto da Sofia Bolognini – Produzione Young Theatre – Intervallo Teatro.
Con Alessandro Di Giulio, Alberto Albertino, Roberta Azzarone, Eletta Del Castillo, Tony Scarfì.

Uno spettacolo pensato per le nuove generazioni da una giovane autrice e regista nata proprio mentre Via D’Amelio s’infuocava.
Stato Liquido e’ la storia di quei bui anni che rivoluzionarono l’antimafia e che segnarono indelebilmente l’opinione pubblica scoperchiando definitivamente la tana del mostro mafioso.

A venticinque anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio Intervallo Teatro propone il progetto  Stato Liquido”, con cui si rappresenterà la storia di quei bui anni che rivoluzionarono l’antimafia, ripercorrendo i momenti cruciali della vita dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dagli anni ‘80 fino a giungere al 1992, l’anno delle stragi; eventi che segnarono indelebilmente la storia della lotta antimafia, scoperchiando definitivamente la mafia tentacolare nel territorio italiano.

Le scene sono realizzate in collaborazione con i ragazzi del Liceo Artistico Paritario “San Giuseppe” di Grottaferrata.

La piéce si svela in una serata-evento di anteprima per poi intraprendere una tournée di matinée dedicati alle scuole.

Prevendite su I-Ticket.it
Info allo 0692926680

Presentazione il 13 ottobre 2017

Nuovo Teatro Orione – Via Tortona n. 7 . Roma.

 

È solo un inizio. 1968

È solo un inizio. 1968 – Salone Centrale, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
viale delle Belle Arti, 131 – Roma

orari d’apertura e prezzi:

dal 03.10.2017 al 14.01.2018

da martedì a domenica 8.30 — 19.30 (ultimo ingresso ore 18.45)
lunedì chiuso

biglietto: 10 € (intero), 5 € (ridotto)

info: 06 3229 8221

È il preludio. Così comincia il 50° anniversario del ’68, nella ripresa del gesto di rottura radicale che si è abbattuto sulle società occidentali e che non ha lasciato indenne il mondo dell’arte. Comincia con la mostra È solo un inizio. 1968 (3 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018) alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la prima in Italia dedicata al ’68 e ai suoi intrecci con i movimenti e i fermenti artistici che lo annunciano, gli corrono paralleli e lo prolungano.

È solo un inizio. 1968, non è solo il titolo della mostra a cura di Ester Coen o lo slogan dell’insurrezione del Maggio francese, ma un invito a guardare ai processi, al divenire, all’apertura di quanto inizia e mai più smetterà di iniziare, sempre di nuovo, dal ’68 in poi. L’arte, la democrazia, la vita, niente sarà più uguale dopo di allora, eppure niente sarà mai una conquista sicura. Del ’68 non ci restano la sua storia, le sue sconfitte, le sue vittorie, ma un monito che diventa elogio dell’incompiuto: Ce n’est qu’un début.

Di questo inizio, che ignora volutamente gli esiti e tiene sotto traccia la frase di Gilles Deleuze «Lo abbiamo sempre saputo che sarebbe finita male», la mostra della Galleria Nazionale racconta il cortocircuito tra arte, politica, creatività. Non solo e non tanto perché lo spirito di rivolta del ’68 si estende anche al mondo dell’arte, ma perché l’arte ha un modo suo di creare quello stesso desiderio di inizio che col ’68 si trova a condividere: col minimalismo, il concettuale, l’arte povera, la land art, le numerose correnti che in quegli anni emergono fulminee e si propagano, pur nella diversità di metodi e progettualità. Insieme a un rinnovamento radicale del pensiero e delle arti della vita espresse con il design e la moda.

Le correnti artistiche finiranno riordinate nella storia dell’arte. I movimenti politici nella storia degli sconfitti. La mostra È solo un inizio. 1968 non giudica i fini e non si esprime sull’adeguatezza dei mezzi. Racconta “ciò che comincia” con le opere di:

Vito Acconci, Carl Andre, Franco Angeli, Giovanni Anselmo, Diane Arbus, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Carla Cerati, Merce Cunningham, Gino De Dominicis, Walter De Maria, Valie Export, Luciano Fabro, Rose Finn-Kelcey, Dan Flavin, Hans Haacke, Michael Heizer, Eva Hesse, Nancy Holt, Joan Jonas, Donald Judd, Allan Kaprow, Joseph Kosuth, Jannis Kounellis, Yayoi Kusama, Sol LeWitt, Richard Long, Toshio Matsumoto, Gordon Matta-Clark, Mario Merz, Marisa Merz, Maurizio Mochetti, Richard Moore, Bruce Nauman, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Mario Schifano, Carolee Schneemann, Gerry Schum, Robert Smithson, Bernar Venet, Lawrence Wiener, Gilberto Zorio.

dalla collezione della Galleria Nazionale con le opere di:

Gianfranco Baruchello, Daniel Buren, Mario Ceroli, Christo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Eliseo Mattiacci, Pino Pascali, Andy Warhol.

E sarà un inizio indelebile.

Accompagna la mostra il Giornale-Catalogo È solo un inizio. 1968 con il testo di Ester Coen e interventi, tra gli altri, di: Franco Berardi Bifo, Achille Bonito Oliva, Luciana Castellina, Germano Celant, Goffredo Fofi, Franco Piperno, Rossana Rossanda, Lea Vergine, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino.

 

 

 

Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo

Ad accogliermi nel suo studio di via Zanardelli 1 a Roma, in un palazzo d’epoca di quelli che quando ci passi davanti pensi “chissà chi ci vive” è la voce calda di Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo che ha immortalato personaggi straordinari, Dalì, la regina Elisabetta, Willem De Kooning l’uomo dalle amicizie storiche e preziose, Mario Praz, Piero Dorazio, Peggy Guggenheim, Toti Scialoja, Robert Motherwell. Nato a New York nel 1918, si è trasferito a Roma nel 1949 e non l’ha più lasciata.

Fotografo di nascita e non di mestiere, due lauree alla Columbia University, assistente di Meyer Shapiro, volontario in Cina con l’esercito americano per seguire il rimpatrio dei giapponesi alla fine della guerra, una borsa di studio in urbanistica che lo ha portato a Roma, stretto collaboratore di Adriano Olivetti, corrispondente di ArtNews e Art in America, storico e critico d’arte, giornalista ma soprattutto un uomo di passioni. L’arte non è stata solo materia da studiare, ma essenza della sua stessa vita.

Nella sua stretta di mano ho sentito tutta la forza di un uomo che porta con sé storia, esperienze incredibili, incontri; nei suoi occhi, la luce di chi ha visto tutto, tra due secoli, senza perdere la curiosità per il domani. Prima di sederci, mi fa fare un giro dello studio, ogni parete un puzzle di quadri, senza cornice perché “è così che sono arrivati”, i libri non si possono contare così come gli oggetti che colleziona, o meglio accumula, ognuno protagonista di un aneddoto. L’appartamento dai soffitti affrescati apparteneva al conte Giuseppe Primoli, pronipote di Napoleone e confina con la fondazione Primoli alla quale Milton ha donato 72.000 negativi e 10.000 volumi della sua biblioteca.

Sulla scrivania un uovo di struzzo, un regalo proveniente dall’Etiopia e una palla di cannone datata 1870, “ha preso parte alla Presa di Roma”.

Lei è un giornalista, scrittore, critico d’arte, due lauree, una in chimica e biologia l’altra in arte e archeologia, una borsa di studio in urbanistica, quando ha capito che sarebbe diventato un fotografo?

Negli anni Settanta. Ho sempre scattato, da quando avevo 14-15 anni, sempre. Ma è stato negli anni Settanta, seconda metà, quando la mia amica Carla Panicali che aveva una galleria in via Gregoriana, un giorno mi disse che era furibonda perché “Motherwell ci impone la moglie che è fotografa e sono costretta a fare la mostra alla moglie di Motherwell e sono indignata!”. Poi si illuminò e mi disse: “Io preferisco fare una mostra delle tue foto!” e così ho avuto la mia prima mostra alla Galleria Marlborough.

La prima foto che ha scattato?

Non ricordo esattamente ma è sicuramente una fotografia degli anni a New York, quella alla tomba del generale Grant, una cosa monumentale in stile greco romano.

“Esita quando gli domando quale foto lo rappresenta meglio… <<non una singola, c’è da scegliere… non saprei>> dice chiamando in aiuto il nipote Bartolomeo, che lavora con lui e lo segue nei progetti della Fondazione. <<A te quale piace? Che ne pensi?>>

<<A me piacciono le foto scattate in Sicilia negli anni Cinquanta, ma più di tutte quella che hai scattato  alla tua ombra sull’Appia Antica, un antenato dei selfie di oggi>> risponde il ragazzo”.

A proposito dei selfie, che è quasi una mania, la possiamo considerare fotografia? La tecnologia  poi aiuta, ci sono corsi di ogni tipo, tantissimi filtri, i social dedicati solo alla fotografia, tutti si improvvisano fotografi, ma si può imparare ad essere fotografo?

Tutti siamo fotografi, anche grazie al telefonino. Si può imparare la parte tecnica ma l’occhio devi averlo, come tecnico della foto puoi diventare qualsiasi cosa ma solo l’occhio fa delle foto particolari. C’è anche la fortuna, è come un gioco di numeri, scatta scatta scatta… qualcosa deve uscire!

Lei fotografa in bianco e nero. Il colore non determina la vita?  Qual è il suo colore preferito?

Lo so che c’è una sorta di pregiudizio, di snobismo riguardo al bianco e nero, ma per me non è così, è gusto. Si possono fare foto magnifiche a colori, una buona sorpresa è di guardare le foto della fine dell’ Ottocento fatte a colori che sono stupende, i colori sono saturi. Io preferisco lo spettro dei colori, la gamma, gli insiemi delle tonalità, le declinazioni del grigio.

È ancora interessante fotografare l’uomo?

Sempre, sì, siamo umani più o meno. In primo piano. Anche in posa. La posa è anche mobilità, fotografare una persona che salta, è comunque una posa. Negli anni Venti andava di moda fotografare le donne, le belle donne, con gli occhi chiusi, come se sognassero.

Può una fotografia cambiare il mondo? Penso a Hiroshima o alle Torri Gemelle…Nella civiltà dell’immagine, si possono scuotere le coscienze con un’immagine o di immagini siamo saturi?

Una foto vale dieci discorsi, sì e come!

Arte vuol dire anche essere moderni, oggi nell’era della tecnologia, c’è ancora qualcosa da scoprire, o si è visto tutto?

Si può ancora digerire quello che è stato scoperto, soprattutto grazie alle fotografie che hanno intensificato la possibilità di ricordi del passato. Il campo degli artisti che lavoravano con le mani.

Oggi è difficile vedere un artigiano, un artista che lavora con le mani, in quasi tutti i campi dell’arte la tecnologia ci ha messo lo zampino, ma questo toglie anima all’opera?

Si può arrivare alla pittura senza dipingere, ad esempio Niki de Saint Phalle ha improntato la sua carriera di pittrice sparando i colori da una specie di pistola. Poi c’è Jackson Pollock che metteva la tela per terra e ci versava i colori.

Lei è un testimone del tempo, come è cambiata l’Italia?

La grande trasformazione è stata economica, negli anni Cinquanta questo paese usciva da una disfatta militare ma soprattutto politica. La miseria era evidente, molto visiva, nel meridione ma anche a Genova. Ricordo le rovine dopo i combattimenti, gli attacchi aerei. Quando sono arrivato alla fine del 1949, sbarcai con la nave a Napoli e da lì risalimmo in macchina fino a Roma e strada facendo era un susseguirsi di ruderi. Poi a Roma quello che colpiva tanto era che non c’erano né cani né gatti, le famiglie non potevano permettersi altre bocche da sfamare. Le macchine erano pochissime e io mi sentivo molto privilegiato perché acquistai un’automobile, una Fiat Balilla del ’37 e così sono diventato molto popolare tra gli artisti.

Chissà quanti passaggi…

Sì, per andare al mare! L’amico Lucio Manisco, faceva parte di “Forma1” il gruppo di Perilli, Dorazio ed inventò un quotidiano che si chiamava “Domenica Sera” ed era gratis, grazie alla pubblicità. Tutti gli amici lo aiutavano nella distribuzione che veniva fatta con la mia Balilla color blu mezzanotte. Mettevamo questi pacchi di “Domenica sera” nella mia auto e si andava a Piazza Colonna, offrivamo questi giornali gratis ma la gente era diffidente- ride- tanti correvano via..

Di cosa trattava la “Domenica Sera” e lei ci ha mai scritto?

Il quotidiano si occupava di tutto, arte, società, politica, spettacolo, personaggi famosi…Mi ricordo di un servizio su Tamara Lees, era molto molto bella…Io non ho mai scritto per la “Domenica Sera”, ancora non scrivevo in italiano

È stato difficile imparare l’italiano?

No, Io poi, all’inizio mi lanciavo in francese che sapevo parlare, lo avevo imparato al liceo a New York, man mano ho acquisito un modo di parlare e mi facevo capire. Ero già stato in Italia, nel ’39. 10 giorni da Venezia a Napoli, il Grand Tour. Volevo vedere tutto quello che potevo prima del cataclisma della guerra. Ad Atene, non avevo più soldi  e allora sono andato all’Ambasciata americana, sbandierando i nomi dei miei professori della Columbia. Mi hanno dato dei soldi e mi hanno chiesto quali fossero i miei progetti. Io risposi di voler visitare Istanbul e loro mi dissero di dimenticarmela perché eravamo sull’orlo della guerra. Sulla costa francese, per non parlare di Parigi, le strade erano deserte, per fortuna rimediai una bici per trasportare la mia valigia.

Una mattina mi svegliai, era il 1 settembre 1939 e una voce agitatissima gridava che la guerra era cominciata. Quello fu un momento molto triste per la mia generazione. La Francia era il centro del mondo, l’impatto di vedere al cinema Hitler sotto l’arco di trionfo che faceva dei piccoli passi di danza per celebrare la vittoria…terribile.

In America la guerra non ha toccato il paese

Il paese era diviso in due, chi diceva che bisognava prenderne parte e chi diceva America First! Un eroe nazionale come Charles Lindbergh che compì la prima trasvolata atlantica, era contrario alla guerra, andò perfino da Hitler e accettò una decorazione. Poi la Chiesa cattolica era contraria perché tanti nella Chiesa erano legati al fascismo in quel periodo. C’era un prete, Father Coughlin che parlava alla radio da Chicago e incitava il pubblico dicendo “non è la nostra guerra”. Senza l’attacco dei giapponesi saremmo rimasti fuori.

Lei ha conosciuto uomini e donne straordinari, Peggy Guggenheim, la regina Elisabetta, Dalì…Quale persona che ha fotografato l’ha colpita di più?

Non ho mai fatto una foto dell’uomo che ho più ammirato in Italia, Adriano Olivetti, non me ne rammarico perché sarebbe inutile ma mi rendo conto che era una persona che ammiravo veramente, totalmente e non l’ho fotografato. La mia foto mancata è decisamente quella ad Adriano Olivetti.

Collezionista di quadri, molti li ha venduti. Un’opera che si è pentito di aver venduto e una dalla quale non è stato in grado di separarsi?

Mi piaceva molto Porta Portese o via del Governo Vecchio dove c’era un mercante dal quale compravo, Peretti, molto simpatico. Non mi sono pentito perché ho venduto solo i quadri che o non mi piacevano tanto o erano troppo grandi. In genere non vado per i pentimenti.

Il suo libro preferito?

Una biblioteca!

Lei ama vivere in mezzo alle cose, è la necessità del ricordo?

Sì, quella bandiera per esempio, per me è un ricordo della guerra.

“Con l’accento americano che non ha perso, Milton mi racconta di quando con i suoi compagni del gruppo ingegneria combattente sbarcò a Formosa, poco prima che la guerra finisse e poco prima dello scoppio della maledetta bomba. In Cina aveva avuto il compito di seguire e scrivere sul rimpatrio dei Giapponesi, << era un movimento di massa, abbiamo forzato il rimpatrio di tre milioni di giapponesi, pensa che quasi due generazioni di giapponesi a Formosa, il Giappone non lo avevano neanche mai visto >>. Più o meno per caso venne coinvolto nella missione per arrestare il Governatore di Formosa. << Siamo andati al palazzo per arrestarlo e durante l’operazione ho preso quella bandiera per ricordo, firmata dai suoi collaboratori. L’ingresso era sbarrato, un soldato si è arrampicato e ci ha aperto da dentro. Abbiamo attraversato il giardino per arrivare alla casa, nella quale siamo entrati tramite una porta finestra. In un vasto ambiente che sembrava la hall un albergo con poltrone e divani coperti di stoffa floreale, un mare…non c’era nessuno finché una figura si è alzata da una poltrona, la testa e poi il corpo. Era il Governatore, si è alzato ci ha guardato…eravamo io, un amico, un generale cinese, un colonnello inglese e un colonnello americano… poi ha detto in inglese “Gentlemen i’ve been expecting you” >>. Mi parla anche di un ventaglio e di una spada…Mi dice che in una disfatta tutto può succedere, anche che si porti a casa un ricordo, o due, o tre”.

C’è una scena di miseria che l’ha colpita più delle altre?

Il crack economico del ’29 negli Stati Uniti. La crisi era molto evidente a New York e mi colpì molto. Mio padre aveva un’auto di lusso e mi vergognavo ad andare per le strade, vedere file di persone che aspettavano per una scodella di zuppa. Central Park all’epoca era piena di tuguri, di baracche, persone che non avevano più nulla, non avevano più la casa e si erano accampati lì. Anche lungo il fiume Hudson, la parte di Riverside Drive, tuguri anche lì. La crisi era molto visiva e rispetto alla crisi di oggi non c’è paragone. C’era un clima di disperazione tangibile, le cose poi sono cambiate con l’elezione di Roosevelt. Democratico e molto amato, forse perché  Hoover era un Repubblicano. Quando durante l’addestramento diedero la notizia della morte di Roosvelt, tutti vicino a me si misero a piangere.

Qual è il periodo a cui è più legato della sua vita a Roma? Negli anni Sessanta la piazza e i caffè davano intimità e contribuivano al confronto, allo scambio di idee tra artisti di rami diversi, cinema, letteratura, pittura, luogo di ritrovo più degli studi di via Margutta. Oggi che viviamo nell’era dei social e della connessione sembra che questi mondi non comunichino più…

É difficile isolarne uno, tutto è stato molto interessante. Ricordo che se andavi alle sei o sette da Canova a Piazza del popolo potevi trovare il mondo romano dell’arte. Quando non c’è un flusso di soldi, gli artisti si aggregano e nel momento in cui c’è il flusso di soldi allora l’artista sta per conto suo. Gli artisti sono molto coinvolti in loro stessi, in genere sono “ego-maniaci” e nel momento in cui si liberano dalla necessità del denaro allora stanno per conto loro.

Era un latin lover? 

Non sono latino…

All’epoca, avere la passione per la storia dell’arte in America che di storia ne ha poca, poteva essere considerato un limite?

In un certo senso sì, ma c’erano dei professionisti. Tanti furono gli artisti che negli anni Trenta giunsero in America dall’Europa per fuggire da Hitler e vennero accolti dalle Università, a beneficio degli Stati Uniti e tanto peggio per la Germania!

Che effetto le ha fatto incontrare la regina Elisabetta, la famiglia reale e trascorrere del tempo con loro?

L’idea di persona reale era lontana per me ma dato il legame tra la mia ex moglie e  la principessa Margaret ho conosciuto tutta la famiglia reale e sorpresa! è una famiglia che funziona come una famiglia! Elisabeth, con una grande passione per gli animali, curava i suoi cani corgi e i cavalli, potevi incontrarla con la sella sotto braccio. Era una donna forte ed una guidatrice eccelsa, davvero straordinaria, era stata istruita nell’esercito. La sorella invece era di un altro stampo, molto più emotiva, avventurosa, suonava il pianoforte, cantava, era alla mano, non aveva gli obblighi pubblici che spettavano a Elisabeth.

Ormai sono due ore che parliamo, prima di salutarci, Milton mi fa fare un ultimo giro dell’appartamento, mi mostra una foto della madre ritratta con gli occhi chiusi, una di quelle che andavano di moda negli anni Venti, il letto che aveva nella sua casa sull’Isola Tiberina dove Antonioni girò “L’avventura” nel 1960, i quadri di Dorazio, Perilli, Manisco e Scialoja, mi mostra orgoglioso la tesi di laurea del nipote. E poi, prima di salutarmi, mi fa firmare il libro degli ospiti.

WHEN IN ROME — A COLLECTIVE REFLECTION UPON THE ETERNAL CITY

La mostra Re-Constructivist Architecture, dopo le tappe di New York, alla Ierimonti Gallery, e Roma, alla Casa dell’Architettura, giunge a Londra — più precisamente alla sede del Royal Institute of British Architects al 66 di Portland Place, arricchita dal gruppo di lavori della mostra Unbuilt Rome, organizzata da Campo: l’unione di queste due “forze” ha dato luogo ad un incontro fra quattordici riflessioni teoriche e di ricerca su un’ipotetica “casa nella campagna romana” – una Roma che potrebbe esistere – e nove riletture di altrettanti progetti mai realizzati – una Roma che poteva esistere.

Questo doppio punto di vista sulla città di Roma ha preso il nome di “When in Rome”, abbreviazione dell’espressione “When in Rome… do as Romans do”. Di solito indicata per dire di “seguire la corrente”, qui vuole essere focalizzata su Roma stessa: quando sei a Roma, fai come i Romani, inteso come gli architetti che hanno contribuito a costruire la storia della città eterna. La base da cui partire: un linguaggio e una teoria.

Roma è una metropoli con un’identità tutta sua, al di fuori di una percezione del tempo lineare: ogni suo passato diventa un presente in uno stato di perenne continuità monumentale. Crisi e continuità abitano gli stessi spazi: mura antiche di mattoni fiancheggiano anonime “palazzine” e fra di loro tutta la follia della città, traffico incessante, turisti accecati dal sole abbagliante e la polvere rosa che unifica tutti i colori, come direbbe Ludovico Quaroni. E ancora: linguaggi e tradizioni, ricerche e cliché, culture e avanguardie, il più sacro e il peggior profano, tutto ciò insieme compone una cartolina vivente dall’inimitabile capacità di rinnovarsi.

Dov’è in tutto ciò un linguaggio architettonico? Dove possiamo trovare un sistema per ricostruire, una tradizione da recuperare? In un’epoca come la nostra, dove le immagini si moltiplicano e le ispirazioni si indeboliscono, c’è ancora qualcosa da rileggere nell’antico paesaggio della campagna romana? Le cartoline viventi di Roma sono ancora in grado di rinnovare e ispirare l’architettura?

La mostra When in Rome esplora questa possibilità attraverso il lavoro di un folto gruppo di studi gestiti da giovani architetti: la possibilità di un’architettura nata da una profonda riflessione sul passato che produce qualcosa di nuovo, rivolto al futuro. Una reazione alla perdita di identità contemporanea che dimostra una particolare attenzione alla teoria e alla ricerca sull’architettura, da una generazione di architetti nata durante gli anni ottanta, una controcorrente che recupera un dibattito architettonico compresso tra le incombenti figure dello star system dell’architettura.
Il loro approccio teorico, critico e di ricerca storica punta a ritrovare una nuova dimensione al tema architettonico.

L’incontro di due punti di vista, la Roma che potrebbe essere (con Re-Constructivist) e la Roma che sarebbe potuta essere (con Unbuilt Rome): una doppia visione verso il passato e il futuro, come quella delle numerose immagini di Giano, divinità latina degli inizi, che guarda contemporaneamente avanti e indietro. Le due mostre condividono l’intenzione di comprendere lo stato contemporaneo dell’architettura attraverso la lente della città di Roma: una lente che da sempre attraversa il passato per esplorare il futuro, distillando il meglio e ciò che è più interessante per sviluppare un metodo che l’architettura possa esplorare. Citando Ernesto Nathan Rogers, potremmo dire che siamo costantemente in uno stato di crisi o di continuità, dipende da come si considera la realtà corrente: se consideriamo ciò che persiste, ciò che rimane – allora siamo in uno stato di continuità; se ci concentriamo su ciò che potrebbe accadere, cosa può emergere da un futuro incerto, allora saremo in uno stato di perenne crisi. La chiave, dunque, è una doppia visione: l’abilità di comprendere ciò che persiste ed esplorare quel che può arrivare, una qualità fondamentale per l’architetto. Questa dualità, il passo indietro che prepara lo slancio in avanti, è ciò che rende, a nostro parere, la ricerca sulle virtù dell’architettura Romana non solo necessaria e interessante, ma infine anche utile e attuale, sempre viva e contemporanea.

Re-Constructivist Architecture (in precedenza alla Galleria Ierimonti di New York e alla Casa dell’Architettura di Roma) espone il lavoro di quattordici studi di architettura internazionali sul tema della “villa nella campagna romana”. Un esercizio di progettazione inteso come indagine tipologica o, più in generale, una meditazione sull’autonomia della disciplina architettonica.

Dall’altro lato, Unbuilt Architecture (in precedenza nello spazio di Campo, a Roma) esplora l’idea di città attraverso nove progetti per Roma non realizzati. Nove studi italiani hanno lavorato su questo invisibile, ma comunque presente, patrimonio che continua a influenzare la cultura e il dibattito architettonico della città.

La combinazione di questi lavori è, infine, un sentito omaggio alla città di Roma, un omaggio alla città che così tanto ha influenzato generazioni di architetti. Il primo passo verso la ripresa di una fondamentale tradizione architettonica.

 

When in Rome è curata da Jacopo Costanzo, Giulia Leone e Valentino Danilo Matteis.

Royal Institute of British Architects, London, 5 Settembre – 8 Ottobre 2017  _

The importance of being Palladio

In una sua commedia di grande successo, Oscar Wilde (1854-1900) narrava le avventure/sventure di una losca comitiva di personaggi legati gli uni agli altri da malintesi e volontarie omissioni. Il tutto si svolgeva fra la città – Londra – e la campagna, presso un villino classicheggiante tipico dei contesti rupestri anglosassoni. Non è dato sapere chi fosse stato l’architetto di un simile complesso campestre ma, certamente, si può immaginare che la costruzione fosse stata una delle tante rielaborazioni dell’ammirata villa veneta messa a punto da Andrea di Pietro della Gondola (1508-80), meglio noto come Palladio.

A. Palladio, Chiesa del Redentore, interno, foto dell’autore.

Siamo a metà del Cinquecento. Venezia, cresciuta oltremodo attraverso i commerci, viste le crescenti difficoltà imposte dall’avanzata turca e la fine dell’Impero Romano d’Occidente (ormai pressoché inesistente) aveva cominciato a rivolgere il suo sguardo all’entroterra: il Veneto. La regione era florida, produttiva e – cosa più importante – strategicamente indispensabile per proteggere la città lagunare da incursioni dall’interno. Peraltro, assoggettare le città del contado non appariva neanche così complesso; anzi, molte si concedevano di loro iniziativa in cambio di protezione, un po’ come in tempi remoti doveva essere stato al principio il rapporto instauratosi fra il contadino e il Signore feudale. Do ut des: ti porgo doni e coltivo la tua terra in cambio di protezione. Lo stesso accadeva per città come Vicenza: difesa in cambio di aiuti e fedeltà. Si trattava però di una dialettica complessa in cui intervenivano non solo campanilismi di vario genere e retrograde posizioni di conflitto ma anche la necessità di mescolare le classi dirigenti. Ecco dunque un punto fondamentale che potrebbe chiarire molto su Palladio. Infatti, numerosi nobili della laguna se da una parte si spostarono verso il barigellato per stabilizzare ed ampliare la loro forza economica nonché la loro incidenza politica, dall’altra i medesimi si mostrarono insofferenti ad un rinnovamento portato fra i canali da personaggi pur sempre ‘di provincia’. Questo atteggiamento dispotico ed opportunista rappresentò per il grande progettista la più grande sia fortuna sia sventura giacché, mentre si moltiplicavano le commesse di ville, sul fronte opposto l’azione in pianta stabile a Venezia apparve continuamente ostacolata per ragioni culturali, al punto tale che i principali incarichi di Palladio furono in città due chiese. Immaginate: una comunità restia all’influenza papale, spesso in lotta con il Pontefice per ampliare i reciproci possedimenti e il raggio di influenza, pur di non cedere sul fronte delle proprie residenze accettò altresì un rinnovamento radicale nel settore dell’edilizia religiosa. Sembrerebbe una contraddizione in termini ma, invero, l’eccezionale caso della chiesa del Redentore (dal 1575) mostrava in sé tutta la complessità della società dell’epoca che, gelosa del proprio, nel pubblico lasciava emergere la novità.

A. Palladio, I quattro libri dell’architettura, II, tav. 14, Villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’.

Ma torniamo alla villa: una struttura articolata per essere un centro nevralgico del contado o un punto di osservazione e controllo del lavoro dei mezzadri? Un po’ entrambe le cose. Anzitutto, la residenza era simbolo della magnificenza del suo possessore, il quale attraverso la propria dimora ricostruiva l’antico legame poc’anzi ricordato e ribadiva l’alleanza stabilita: un rapporto di reciproco rispetto non proprio equo ma, allora, accettabile. L’abitazione dominicale si univa così alle ‘barchesse’: quest’ultime, spazi appositamente predisposti per ospitare fieno, animali e prodotti di vario genere. Rusticità e nobiltà: tali erano i canoni che avrebbero dovuto quindi informare la progettazione e che Palladio fuse nel segno della simmetria. Regolare il disordine, governare la natura e dominarla come era proprio della mentalità rinascimentale. Queste erano le intenzioni dell’architetto che, attraverso gli strumenti della ragione e il saldo studio dei ruderi dell’antica Roma, riuscì a costruire un linguaggio fondato sulla aulicizzazione del contenuto: in definitiva una latinizzazione della sintassi che abbandonando il lessico gotico non si poneva tuttavia in antitesi con lo stesso; al contrario, ne manteneva alcuni caratteri spaziali ora però rielaborati in una formulazione differente, simbolo di modernità.

A. Palladio, Villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’, foto dell’autore.

Molteplici potrebbero essere a questo punto le ville immagine di questa ricerca attuata per mezzo di una sistematica sperimentazione. Ciò nondimeno, pare emblematico segnalare come nel corso del tempo l’immobile sia andato impadronendosi del contesto: da dominatore lontano, astratto, opposto al naturale inserimento espresso nella villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’, in cui il professionista raggiunse l’apice di un pensiero che – chissà – aveva animato le sue riflessioni, ovvero l’integrazione. Infatti, con i suoi quattro fronti uguali risolti come fossero ognuno un pronao posto ad ammirare l’intorno, lo stabile abbandonava la propria rigidità intellettuale per riconnettersi all’ambiente circostante. Gli alti podi si tramutavano in punti privilegiati per l’osservazione e l’insieme in sé stesso assumeva i contorni di un climax ideale e paesaggistico allo stesso tempo: un modus operandi tanto lontano dal passato quanto contemporaneamente estremamente vicino al futuro. Forse, un preludio al Barocco.

Bibliografia essenziale

  • S. Ackerman, Palladio, Einaudi, Torino 1972.
  • D. Battilotti, Andrea Palladio, Mondadori Electa, Milano 2011.
  • R. Cevese, Invito a Palladio, Rusconi libri, Milano 1980.

La street art romana diventa un libro grazie all’obiettivo di Mimmo Frassineti

“Street Art a Roma. Come cambia la Città” è il libro fotografico che racchiudere le opere realizzate da Mimmo Frassineti, fotografo e fotoreporter bolognese con alle spalle innumerevoli lavori e collaborazioni con le più importanti realtà editoriali italiane.

Trasferitosi a Roma per iniziarsi agli studi artistici, il suo lavoro sulla street art capitolina appare il giusto esito di un percorso di indagine della realtà romana a tutto tondo, giunto fino all’arte meno convenzionale e di più diretta fruizione.

È la chiusura di un cerchio di (ri)scoperta e (ri)conoscenza di un’arte che a Roma ha avuto il degno riconoscimento solamente in tempi recenti, in una discrasia costante, ossimoro caratterizzante la Città Eterna, rispetto alle altre realtà europee che ha comportato conseguenze deformanti nello stesso modo di intendere l’arte di strada e la sua fruizione come raccontato in occasione della mostra di Bansky a Roma.  

Il libro, che racchiude le fotografie dell’autore già oggetto dell’esposizione “Urbis Picta” realizzata alla fine dello scorso anno all’Arancieria di Villa Borghese, affronta le opere seguendo un percorso completo ed enciclopedico: l’itinerario porterà il lettore (rectius visitatore) a soffermarsi sulle più rinomate opere di street artist presenti a Roma, ma anche a scoprire rappresentazioni senza paternità, seguendo un andamento onnivoro, dal “quartiere dei murales” dell’Ostiense al suo alterego periferico del Quadrado, passando, attraverso le stazioni delle metro,  per il celeberrimo “Sanba” nel suo eponimo San Basilio fino a giungere a opere ignote ed ignorate.

Un percorso che porterà a rivedere quartieri noti con occhi diversi e scoprirne ignoti con occhi nuovi.

BORGATE. Il cuore di Roma, quello vero

12 periferie di Roma, quartieri sorti alle estremità della città, le cosiddette “borgate”, una volta distanti oggi parte integrante del tessuto urbano della capitale. Questi i soggetti scelti da Pasquale “Pas” Liguori per il suo reportage fotografico in mostra alla Casa della Memoria e della Storia dal titolo BORGATE.

La mostra, a cura di Daniele Zedda, promossa da Roma Capitale- Assessorato alla Crescita culturale- Dipartimento attività Culturali in collaborazione con Zètema Progetto cultura, è aperta al pubblico fino al 31 ottobre 2017.

Sono nata a Roma, vivo a Roma, conosco Roma. Il ragionamento fila. Ne sono più che convinta di conoscere la mia città e in effetti se qualche “outsider” me lo chiede rispondo sempre di sì. So dare ottimi consigli sui luoghi da visitare, i bar e i ristoranti dove mangiare, le stradine e i vicoli nei quali perdersi tra foto e scorci pregni di storia. Roma conta 2.873.494 abitanti per 35 quartieri. Dunque, pensandoci bene, alla domanda “conosci Roma?” dovrei proprio rispondere di no. Io a San Basilio non ci sono mai stata, a Val Melania nemmeno, idem con patate per Gordiani, Primavalle o Quarticciolo e potrei anche continuare.

Questi e altri sette distretti: Acilia, Pietralata, Prenestino, Tiburtino III, Trullo e Tufello costituiscono il cuore dell’indagine fotografica di Pasquale Liguori, detto “Pas”.

 

Ogni domenica mattina, alle prime luci dell’alba Pas si è dedicato alla ripresa fotografica delle dodici borgate storiche istituite in epoca fascista, un viaggio stimolato dal desiderio di esplorare una Roma autentica. Il criterio di ripresa ha seguito condizioni temporali e ambientali omogenee. Pad, tramite le sue fotografie, racconta un silenzio apparente, che coincide con il ristoro collettivo nelle prime ore del mattino del giorno festivo, dopo la frenesia e la routine dei giorni precedenti. In quei momenti sono tutti a casa, mentre piazze e strade sono deserte. La scelta non è stata casuale, da un lato l’autore esplora volumi, spazi e strutture; dall’altro, registra un’umanità che sebbene non visibile rimane l’assoluta protagonista di quei luoghi. L’indagine, fedele ai valori, alla storia e alle trasformazioni delle borgate, si discosta da quel tipo di retorica un po’ pettegola sullo stato di problematiche che non vengono comunque omesse. Quello che Pas privilegia è la percezione del luogo, il rapporto uomo- territorio e la possibilità di sviluppo sociale. L’intento è quello di indurre lo spettatore non solo alla riflessione ma anche all’iniziativa consapevole in aree complesse dove tradurre in pratica i vantaggi che potrebbero derivare dall’integrazione di istanze e culture differenti, contrastando derive urbanistiche e incitando a una vita degna e migliore.

   

È chiaro che per conoscere Roma, in tutte le sue sfumature, una mostra non basta, ma nel mio caso è stato sicuramente un inizio. Spesso crediamo di conoscere la nostra città perché frequentiamo i quartieri centrali, i locali alla moda, perché andiamo a far compere nei negozi di nicchia o sappiamo dare indicazioni ai turisti. Oltre le mura però si snoda il vero cuore della città, quello dove vivono i romani, ben diverso da quello dei bed and breakfast e dagli Hop on Hop off Bus. Realtà da mille sfaccettature, fatta di quotidianità e non di un week end last minute.

 

BORGATE è un progetto articolato che propone, oltre la mostra, anche un programma di appuntamenti sul tema delle borgate, sotto il profilo storico, urbanistico, sociologico e culturale, sempre alla Casa della Memoria e della Storia, dal 5 ottobre al 6 dicembre 2017.

PROGRAMMA APPUNTAMENTI DAL 5 OTTOBRE AL 6 DICEMBRE 2017

 5 ottobre, ore 15.30

Giornata di studi

La giornata di studi introduce il tema delle borgate a Roma, sia attraverso un excursus storico relativo alla loro nascita ed evoluzione, sia attraverso un riferimento alla situazione attuale nel contesto dell’evoluzione della città e delle sue periferie. Le borgate hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della Capitale, sia dal punto di vista urbanistico e sociale, sia dal punto di vista identitario e dell’immaginario collettivo. Anche il termine “borgata” ha avuto diverse declinazioni nel corso della storia. L’introduzione a questi temi viene sviluppata attraverso il contributo degli storici sulla nascita e l’evoluzione delle borgate, dei sociologi (con particolare riferimento ai lavori di Ferrarotti e del suo gruppo di ricerca), degli urbanisti (con particolare riferimento all’evoluzione recente delle borgate e alla situazione della periferia romana), dei politologi (sulle politiche che le diverse giunte capitoline hanno sviluppato negli anni, a partire da quella di Petroselli).

Programma

Interventi:

– Borgate “ufficiali” a Roma: origini, cronologie, tipologie e modelli abitativi

La parola borgata ha acquisito nel tempo una tipicità tutta romana. Essa, tuttavia, rimanda ad una molteplicità di luoghi, forme di insediamento, contesti sociali e culturali non sempre tra loro sovrapponibili. Si pone dunque la necessità di una ricognizione in grado di classificare e distinguere meglio le varie specie di borgate, secondo specificità e caratteristiche che appaiono costitutive alla loro nascita, ma che non mancano di approfondirsi nel corso del secondo dopoguerra.

Intervento di Luciano Villani, Università degli Studi dell’Aquila, Centre d’histoire sociale du XXe siècle (Universitè Paris 1 Panthéon Sorbonne)

– Roma tra fascismo e dopoguerra: la progressiva “zonizzazione” della città capitale

Tra le due guerre mondiali – e in particolare nel corso degli anni Trenta, con la Roma “vetrina del regime” – la città avvia definitivamente un suo processo di “zonizzazione”, poi ripreso e amplificato nei primi decenni del dopoguerra, dividendo in modo esplicito il territorio in crescente espansione secondo aree socialmente connotate. L’intervento ripercorrerà sinteticamente tale dinamica, con attenzione per le condizioni di vita dei quartieri popolari e delle borgate, dai singolari elementi di continuità.

Intervento di Lidia Piccioni, docente di Storia Contemporanea, Dipartimento di Storia Culture Religioni, Sapienza Università di Roma

– Studi su borgate e periferie romane. Ferrarotti e collaboratori

Lo studio delle borgate è stato un momento importante nella formazione della sociologia a Roma e di un gruppo di ricercatori intorno alla figura di Franco Ferrarotti. L’intervento traccia i contenuti e l’evoluzione di queste ricerche a partire dalla prima lettura sociologica alla fine degli anni ’60, con il lavoro di Ferrarotti e le ricerche qualitative su Alessandrino, Acquedotto Felice, Quarticciolo, lo sviluppo successivo con un quadro generale della speculazione edilizia a Roma, e successivamente l’allargamento su Magliana nuova, Valle dell’Inferno/Valle Aurelia, ed infine una ripresa delle vecchie ricerche a decenni di distanza all’interno di un panorama mutato e lo sviluppo di zone borghesi, per concludere con gli studi su Acilia.

Intervento di Maria Immacolata Macioti, docente di Sociologia, Sapienza Università di Roma

– La politica per le borgate, da Petroselli a oggi

Nel corso degli anni il problema della casa e la questione delle borgate e della riqualificazione delle periferie hanno avuto sempre una grande importanza e hanno condizionato le politiche delle diverse amministrazioni capitoline che si sono succedute nel governo della città. Solo alcune hanno affrontato con organicità e decisioni i problemi, a partire da quelle di centro-sinistra (soprattutto col sindaco Petroselli). Le politiche pubbliche sono poi cambiate nel tempo fino a quelle delle amministrazioni più recenti.

Intervento di Walter Tocci, senatore

– Identità e dinamiche attuali delle borgate e della periferia romana

Le borgate ufficiali fasciste hanno subito una profonda evoluzione nel tempo e ora si trovano inglobate all’interno della città consolidata, nell’ambito della quale costituiscono “paradossalmente” un luogo di qualità. L’identità locale e le caratteristiche urbanistiche giocano un ruolo rilevante. D’altronde devono essere lette e interpretate all’interno dell’evoluzione più recente delle diverse “periferie” romane, da quella abusiva a quella delle “centralità”, alla “città del GRA”.

Intervento di Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma

Coordina Alessandro Portelli, presidente del Circolo Gianni Bosio

 

18 ottobre, ore 15

Giornata seminariale sul tema La lotta per la casa

Programma

– Proiezione del docufilm “Sotto un cielo di piombo. Il movimento di lotta per la casa a Roma 1962-1985” di Massimo Sestili (2017, 65’)

Negli anni ’60 a Roma centomila famiglie vivevano in baracche, tuguri, grotte, in appartamenti fatiscenti, in promiscuità. Si stimavano in tre-quattrocentomila le persone bisognose di un alloggio. La lotta del movimento per la casa iniziò a radicalizzarsi dal 1961 con le prime occupazioni di case popolari in tutta la città. Il docufilm ne ripercorre la storia attraverso le testimonianze dei protagonisti.

Introduzione a cura di Massimo Sestili e Nina Quarenghi

A cura di Irsifar

– Proiezione del documentario “Good-buy Roma” di Margherita Pisano e Gaetano Crivaro (2011, 50′)

Abbandonato da anni, chiuso, protetto e minacciato da un alto muro spinato, ricoperto da tanta polvere, l’edificio di Via del Porto Fluviale 12 era un ex magazzino militare, di proprietà pubblica, uno di quei tanti scheletri che come funghi spuntano nel panorama cittadino. Era, perché oggi è qualcos’altro. Con gli anni e il lavoro la polvere è stata scacciata, il processo di degrado fermato, e la vita ha preso il suo posto.

Dal giugno 2003 abitano, in questo ex scheletro, circa 100 famiglie, provenienti da tre continenti. In 8 anni sono nati circa 40 bambini. Cosi l’ex magazzino è diventata non solo una casa, ma quasi una piccola città.

In selezione ufficiale in numerosi festival di cinema  nazionali e internazionali (Bellaria Film Festival,  Ethnographic and Documentary Filmfest Vienna, CineMigrante Film Festival, Ânûû-rû âboro Festival International du Cinéma des Peuples ,etc.) vincitore di numerosi premi tra i quali Premio del pubblico al Docucity – Documentare la Città; Menzione migranti  al Visioni Fuori Raccordo Film Festival; miglior film al Bastimento Film Festival.

Introduzione a cura di Margherita Pisano e Gaetano Crivaro

A cura di Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma

 

9 novembre, ore 15

Giornata seminariale sul tema La street art

 Programma

– Processi culturali e relazionali legati alla street art

L’intervento fornisce un quadro interpretativo critico e introduttivo al vasto tema della street art, con riferimento soprattutto ai contesti romani. La street art infatti è caratterizzata da processi e pratiche (non solo culturali) molto diversi, che si sviluppano e viceversa attivano insiemi di relazioni (tra le persone e con i territori) differenti. L’intervento intende fornire una griglia di questioni cui rivolgere attenzione quando si trattano tali problemi.

Intervento di Alessandro Simonicca, docente di Antropologia Culturale, direttore della Scuola di specializzazione in beni demoetnoantropologici, Sapienza Università di Roma

A cura di Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma

– Il Trullo. Quartiere, paese, esempio di accoglienza

Percorso tra storia, arte e memoria nella borgata storica del Trullo a cura degli studenti della classe V F dell’I. I. S. “Via Silvestri, 301” e della professoressa Fiorella Vegni.

Introduzione di Nina Quarenghi, ricercatrice Irsifar

A cura di Irsifar

– Tor Marancia e San Basilio: due esperienze di street art

Due esperienze diverse per modalità realizzative e dimensione d’intervento che si propongono lo stesso obiettivo: affidare all’arte urbana un messaggio che vada oltre l’immagine per rompere quel cordone d’isolamento che ha reso queste borgate a volte ostili, ripiegate su se stesse, sconosciute ai più. Una nuova stagione di ricerca artistica e di partecipazione degli abitanti per una rigenerazione culturale e sociale.

Intervengono Paola Rosati, architetto, e Simone Pallotta (Associazione Walls), e Stefano Santucci Antonelli (Big City Life)

Testimonianze dei rappresentanti delle Associazioni Residenti Tor Marancia e San Basilio

A cura di Istituzione Biblioteche di Roma

 

23 novembre: ore 15 – 19

Giornata seminariale sul tema La produzione culturale del territorio

 Programma

– La presenza delle biblioteche come luoghi di produzione culturale

La biblioteca come centro civico fondamentale che svolge un ruolo che va al di là della propria vocazione culturale: essa infatti è anche luogo di aggregazione e relazione importante per un territorio, nonché presidio che tiene viva una zona e le dona vivacità, aumenta la socialità ed è un servizio per la città che le ruota attorno e che può trovare in essa motivo per una nuova desiderabilità del territorio.

Intervento di Anna Andreozzi di Biblioteche di Roma. Testimonianze di Cataldo Coccia (Biblioteche di Roma) su Primavalle e dei vincitori del Premio Storie a Primavalle.

A cura di Istituzione Biblioteche di Roma

– Dialogo tra recitazione, musica, arte filmica e fotografia “La passione non ottiene mai il perdono – Ripensando Pier Paolo Pasolini”

A poco più di 40 anni dalla sua morte, un omaggio alla modernità di Pier Paolo Pasolini, al suo impegno colto e popolare. Si parte da alcune poesie per poi passare agli articoli raccolti negli “Scritti corsari”, a estratti cinematografici e teatrali, fino alla testimonianza di persone a lui vicine.

Intervento di Maria Letizia Gorga, attrice, con musiche dal vivo di Stefano De Meo.

A cura di Federica Altieri regista e guida dell’associazione culturale “Le Arti si sfogliano”.

– Da Armandino Liberti agli Assalti Frontali

Presentazione del progetto editoriale “Da Armandino Liberti agli Assalti Frontali”. Il cd annesso al volume, prossimamente pubblicato dalle edizioni Squilibri, contiene brani editi e inediti di Armandino Liberti, poeta e musico vissuto a Pietralata e ora non più attivo a Roma, dal cui repertorio Sara Modigliani ha tratto alcune canzoni che delineano con il colore di un romanesco mai volgare, con ironia ma anche con toni di amara denuncia, le condizioni di vita a Pietralata negli anni ’50/’60. Interessante è nel cd la riproposta dei brani di Liberti da parte di gruppi emergenti o consolidati della scena musicale popolare come gli Assalti Frontali.

Presentazione di Omerita Ranalli, antropologa ed etnomusicologa. Intervento musicale di Sara Modigliani.

A cura del Circolo Gianni Bosio

 

29 novembre: ore 16.45

Giornata di proiezioni Cinema e borgate

A cura del Circolo Gianni Bosio

– Proiezione del film “Et in terra pax” di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (2011, 89 min)

Storia durissima, pasoliniana, ambientata nella periferia romana del serpentone di Corviale. Il film, prodotto e  realizzato da ex studenti del centro sperimentale di cinematografia, parla di solitudine, emblematica in certe periferie. Come lo stesso poeta-regista ha profetizzato, “anche la periferia ha fatto un salto ma, probabilmente, nella direzione sbagliata. Se prima la necessità era sopravvivere giorno per giorno, ora sembra essersi spostato l’asse del bisogno. Se prima la necessità era quella di arrivare al giorno dopo e a quello dopo ancora, ora il bisogno è un qualcosa che va oltre l’istinto della sopravvivenza. La necessità è ciò che viene generato dal consumismo. È molto più importante l’apparenza che l’effettiva propensione alla sopravvivenza. Ma questo non è solo un problema della periferia”.

Sono presenti gli autori.

– Proiezione del documentario “Piazza Tiburtino III” di Riccardo Morri, Marco Maggioli, Paolo Barberi, Riccardo Russo e Paola Spano (2011, 38 min)

Il lavoro trae spunto da una serie di attività di ricerca che si sono svolte nel quartiere di Tiburtino III attraverso la raccolta di 120 interviste a soggetti che abitano il quartiere e su ricerche di archivio (ATER di Roma, Comune di Roma, ATAC, Istituto Luce e AAMOD i più consultati). L’apporto alla ricerca del documentario, oltre alle video interviste realizzate sul campo, sta proprio nell’utilizzo di fonti audiovisive appartenenti a differenti periodi storici, dal Cinegiornale Luce relativo all’inaugurazione dei lotti datato 1937 fino al materiale contemporaneo.

Sono presenti gli autori.

 

6 dicembre: ore 15 – 19

Giornata seminariale sul tema Il focus sulle borgate: Primavalle, Tiburtino III, San Basilio e Gordiani

 Programma

– La borgata di Primavalle. La vita dei “trasferiti” prima e dopo gli sventramenti del Centro Storico.

Narrazione sul tema del trasferimento forzato di una parte della popolazione dal centro storico di Roma alle periferie alla fine degli anni 30 del secolo scorso, in seguito agli sventramenti realizzati dal regime fascista. I curatori hanno raccolto la testimonianza di una famiglia che abitava nei pressi del Colosseo, in particolare quella di una donna oggi ottantaseienne che ricorda il tipo di vita che conduceva all’epoca in quel quartiere, i giochi e la vita in strada, confrontandolo con quello intervenuto dopo il trasferimento della famiglia nel quartiere di Primavalle, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.

Le foto di Ippolita Paolucci accompagnano il racconto e documentano i luoghi, com’erano all’epoca e come sono diventati oggi.

Interventi di Carlo Gnetti, giornalista, Ippolita Paolucci, fotografa, Roberto Morassut, politico e storico, Cataldo Coccia, Biblioteca Franco Basaglia a Primavalle, Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma.

A cura di Carlo Gnetti e Ippolita Paolucci

– La borgata Tiburtino III

Presentazione dei risultati di 5 anni di lavoro di ricerca sulla storia di 70 anni di vita della borgata, con un’ibridazione di metodi e saperi (geografia storica e urbana, storia orale, geografia e antropologia visuale, ecc..). L’intervento mira essenzialmente a mettere in evidenza la costruzione della relazione comunità-territorio nella considerazione della dimensione co-evolutiva del concetto paesaggio, la cui sintesi trova espressione simbolica nei luoghi della memoria collettiva, nel loro riconoscimento e nella sopraggiunta crisi di riferimenti territoriali di appartenenza, di rappresentazione e di organizzazione.

Paola Spano ha raccolto il materiale di storia orale, su Tiburtino III, conservato nel Fondo a suo nome nell’Archivio Franco Coggiola del Circolo Gianni Bosio.

Partecipano anche gli abitanti storici del quartiere, “testimoni” della sua trasformazione.

Interventi di Riccardo Morri, docente di Geografia, Università La Sapienza di Roma e Paola Spano, ricercatrice del Circolo Gianni Bosio.

A cura del Circolo Gianni Bosio

– La borgata di San Basilio

Verrà presentato il progetto SanBasilioCALLING: laboratori creativi e storytelling in una periferia romana. Premessa sul contesto sociale e motivi della scelta, strumenti e obiettivi, ruolo dei partner, aspettative.

Progetto a cura di AMM, Archivio delle memorie migranti con la collaborazione di AAMOD, Archivio del movimento operaio; Echis, Incroci di suoni; Cro.M.A, Cross Media Action e Circolo Gianni Bosio.

Intervento di Gianluca Gatta, antropologo presso Archivio delle Memorie Migranti.

A cura del Circolo Gianni Bosio

– La borgata Gordiani

Dal libro “Storia di Borgata Gordiani. Dal fascismo agli anni del “boom”. Sono  gli abitanti a raccontare la loro storia, che copre trent’anni decisivi per lo sviluppo italiano e della città: gli anni del fascismo, la lotta di liberazione, così come la cultura della comunità, la vita quotidiana e la lotta per la casa sono i grandi temi in cui si inseriscono i discorsi di chi ha vissuto la borgata. Alle loro voci si contrappuntano alcune voci note, come Rosario Bentivegna e Sergio Citti, o di chi l’ha frequentata per rappresentarla, come Bernardo Bertolucci.

Intervento di Ulrike Viccaro, ricercatrice del Circolo Gianni Bosio.

A cura del Circolo Gianni Bosio

 

 

 

 

La Casa della Memoria e della Storia si trova in via San Francesco di Sales, 5

Lun- ven, ore 09.30- 20.00

Ingresso libero

 

 

 

Roma 3.0 – Il nuovo nella città eterna di Officine Fotografiche

Officine fotografiche è una delle associazioni culturali più ferventi nell’ambito della promozione della fotografia.

Situata nel cuore di Garbatella è una vera incubatrice di talenti fotografici, accompagnando gli artisti fin dalla formazione, con appositi corsi e workshop di vari livelli tenuti da docenti selezionati e con ampia esperienza.

Gli esiti di tali programmi di formazione vengono presentati in esposizioni parallele alle mostre di nomi risonanti ed illustri organizzate periodicamente nella loro sede di via Giuseppe Libetta n.1.

Tra queste una delle più rilevanti è senz’altro “ROMA 3.0 – IL NUOVO NELLA CITTÀ ETERNA”, una mostra realizzata da un gruppo di lavoro con l’obiettivo di mostrare Roma in tutte le sue essenze, indagando la realtà capitolina dal 2000 in poi attraverso un susseguitesi architettonico mostrato dal punto di vista di chi vive la città; non “immagini cartolina” ma strappi di architettura vissuta ed immortalata.

 

I fotografi che hanno partecipato all’esposizione: Pier Luigi Altieri, Lucio Baldelli, Salvatore Belli, Carlo Bertana, Laura Bussotti, Carlo Campobasso, Luca Chiaventi, Andrea Civenzini, Marina Conti, Giovanni Coppi, Luigi Corvisieri, Enrico Cubello, Giuseppe D’arpa, Marta De Cinti, Gabriella Delaimo, Luisa Di Basilio, Rosaria Di Nunzio, Francesca Dini, Simonetta Facioni, Alessandro Fascetti, Lillo Fazzari, Daniele Florenzi, Gian Marco Garutti, Carola Gatta, Silvia Giancola, Alessandra Guerrizio, Giulia Leporatti, Maria Giulia Marini, Angelo Masetti, Angelo Miranda, Vittorio Nera, Simonetta Orsini, Luca Paccusse, Maria Grazia Petruzzelli, Barbara Provinciali, Mauro Raponi, Stefano Regini, Cecilia Ribaldi, Stefania Romano, Julia Ryzhenko, Giovanni Sabato, Antonella Simonelli, Claudia Tombini, Antonino Ulissi, Massimo Valentini, Angela Vicino, Alessandro Zompanti.