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Roma

Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città

Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città, giovedì 27 settembre 2018 dalle ore 9:30 alle 13:00 presso la  facoltà di Ingegneria civile e industriale – Sapienza Università di Roma

Il 27 settembre, alle 9.30, il CISTeC – Centro di Ricerca in Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-Architettonico, dell’Università di Roma LaSapienza, e RETAKE Roma organizzano un workshop dal titolo “Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città” sul tema della cura dei beni comuni nell’Aula del Chiostro del San Gallo, presso la Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale, Via Eudossiana 18 (San Pietro in Vincoli), Roma.

Il workshop segnerà l’avvio di una collaborazione di tipo innovativo, centrata sulla sperimentazione di forme di cittadinanza attiva volte alla preservazione e tutela dei beni comuni, a cui il CISTeC intende offrire le sue competenze tecniche e, al tempo stesso, favorire percorsi di pratiche utili agli studenti anche in termini professionali. RETAKE metterà in campo la sua capacità organizzativa per realizzare tali iniziative sulla base di un approccio di partecipazione civica e solidarietà. Non a caso il titolo del convegno è: Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città

Al convegno interverranno esponenti dell’Università, di Retake, di imprese di settore, esperti di programmi e progetti europei. Hanno assicurato la loro partecipazione il Preside della Facoltà, il Direttore del CISTeC, la fondatrice e il presidente di RETAKE.

Sarà dato ampio spazio al dibattito e alla voce degli studenti che – ci si augura – saranno i veri protagonisti delle iniziative future, fra cui potranno rientrare anche quelle di alternanza scuola lavoro. Il convegno è pertanto rivolto in primo luogo agli degli studenti, il suo scopo principale essendo quello di intrecciare l’attività di studio e ricerca sottostante ai percorsi professionali con l’attività partecipata di cittadinanza attiva: due dimensioni che non è immediato pensare come sinergiche e che invece possono fare la differenza, anche in termini di generazione di chance di lavoro (es. opportunità da parte dei laureati di avviare start up sulla base di un nuovo modo di declinare il “fare impresa” mettendo al centro la responsabilità sociale e l’approccio cooperativo). Studenti a cui ci si intende rivolgere saranno principalmente universitari ma non solo: saranno ad es. presenti quelli di licei e Istituti tecnici della zona, con cui su temi analoghi verranno sviluppate esperienze di alternanza scuola lavoro nel corso dell’anno scolastico 2018-2019.

Di seguito l’intera programmazione della giornata

Per partecipare è caldamente consigliata la previa registrazione gratuita su https://www.eventbrite.it/e/biglietti-scienza-e-partecipazione-per-costruire-il-futuro-della-citta-50131570878

Anonima Armonisti al Parterre Farnesina Social Garden

 

Anonima Armonisti, 28 luglio 2018 dalle ore 21:30 presso il Parterre Farnesina Social Garden- Via Antonino di San Giuliano

Anonima Armonisti 28 luglio 2018 dalle ore 21:30 presso il Parterre – Farnesina Social Garden
ingresso 12 euro + dp, consigliato l’acquisto in prevendita: http://bit.ly/AnonimaArmonisti28luglioParterre

 

ANONIMA ARMONISTI
Settetto vocale a cappella

CHI SONO
Nata nell’estate 2003, l’Anonima Armonisti è un complesso vocale a cappella, che si basa cioè sul canto armonizzato a più voci, totalmente privo di accompagnamento strumentale. Il repertorio del gruppo, che ha all’attivo due album e centinaia di concerti in giro per l’Italia, comprende grandi successi del passato e del presente e brani originali. A caratterizzare il gruppo, composto da sei cantanti e da un beatboxer, è la sorprendente eterogeneità dell’ispirazione dei singoli elementi così come degli ambiti professionali dai quali ciascuno di essi proviene. Mettendo insieme la passione per i generi musicali più vari, dalla musica leggera al canto popolare italiano e internazionale, dai classici vintage ai più recenti successi del pop e del rock, il repertorio è improntato esclusivamente alla creazione di arrangiamenti originali. Per restituire un’esperienza live sempre originale e in grado di soddisfare il bacino di utenza più vasto possibile, i concerti dell’Anonima Armonisti inseriscono l’esecuzione musicale in una vera e propria performance di intrattenimento. Non si tratta però di uno spettacolo scritto a tavolino, quanto piuttosto del tentativo di ricreare in scena lo spirito goliardico, ironico e irriverente che caratterizza le prove.
PRODUZIONI DISCOGRAFICHE
Il primo album dell’Anonima Armonisti, dal titolo omonimo, è stato pubblicato nel dicembre 2009 e distribuito da Preludio Music. A seguito della diffusione del singolo Il primo della lista, il secondo disco Poeoeing!, coprodotto da SunnyBit/Brutture Moderne e distribuito da SELF, ha raggiunto gli scaffali e le piattaforme di web download nell’ottobre 2012.
Nel dicembre 2013 esce “EP CHRISTMAS!” una raccolta di alcuni dei più bei canti della tradizione natalizia, rielaborati e reinterpretati a cappella dal gruppo.

LIVE
Dal 2004, l’Anonima Armonisti occupa regolarmente i palchi dei maggiori live club di Roma e Milano, tra cui Blue Note, The Place, Geronimo’s Pub, Big Mama, Crossroads, Stazione Birra, Locanda Blues, teatri come Brancaccio, Morgana, Vascello e Palladium a Roma e Teatro Petruzzelli a Bari ed eventi di portata nazionale e internazionale come Fiesta!, Mostra del Cinema di Venezia, September Concert, Festa della Cgil nazionale, VivaVoce International Festival a Treviso. Il VokalFest, raduno della musica corale giovanile, è ideato e prodotto dall’Anonima Armonisti dal 2010.

Le partecipazioni televisive e radiofoniche includono Miss Italia 2010 (Raiuno), RaiSat International, Maurizio Costanzo Show
(Canale 5), Niente di Personale (La7), Uno Mattina (Raiuno), La Botola (Raiuno), Stella (Sky Canale 109), Rai Radio Uno e Rai Radio Due, Radio Rock e Radio Popolare.

 

Per info:
Parterre | Viale Antonino di San Giuliano angolo via Mario Toscano
Zona Farnesina | www.parterrefarnesina.it
#parterre #farnesinasocialgarden
info@parterrefarnesina.it

Un evento ATCL LazioArte2o
Un progetto di: Arte2o e Alcazar Live
Un evento in collaborazione con: Regione Lazio, Hub Culturale Officina Pasolini e Laziodisu

Media Partner: Radio Rock e FacceCaso

Il Comitato per il lavoro di cittadinanza

Il Comitato per il lavoro di cittadinanza è un progetto nato oltre 5 anni fa e volto a dare una nuova dignità ai cittadini basata sull’effettivo impegno lavorativo in attività di cura dei beni comuni.

Il degrado e l’abbandono non manifestano solo un’incuria dilagante ma portano con loro ulteriori conseguenze, forse anche più nefaste: disaffezione, crisi e, anche, disoccupazione.

Soprattutto in luoghi dove tale situazione è stata generata a perlomeno alimentata da crisi culturali e politiche, corroborate da scandali di corruzione, fino a divenire una costanza ritenuta ineluttabile, sorge, cresce e si alimenta un dissenso comune, un senso di abbandono che sta progressivamente avvelenando l’amore naturale per i beni di tutti, i beni comuni.

Alcuni dei coinvolti, perlopiù incolpevoli, si abbandonano a se stessi, al senso di frustrazione in maniera apatica, non cercando una soluzione che non immaginano o a cui non credono; altri, in maniera non meno criticabile ed inutile, si muovono lungo la direzione diametralmente opposta, estremizzando il proprio dissenso in forme illegali, arrivando fino ad incitare l’odio e la rappresaglia verso coloro che vengono additati come colpevoli delle criticità.

In tale contesto c’è invece uno spicchio di “resistenti illuminati”, che richiedono un cambiamento della propria situazione e dell’ambiente che li circonda agendo in prima persona per migliorare le cose, ponendosi attivamente in prima linea verso il cambiamento.

È questo il caso del Comitato per il lavoro di cittadinanza – lavoro minimo garantito, nato circa 5 anni fa su iniziativa del suo fondatore Luigi Di Cesare e progressivamente cresciuto grazie all’impegno di Andrea Mosetti, rappresentante del Comitato, e di diversi ex lavoratori che si sono trovati senza improvvisamente ed incolpevolmente senza lavoro.

Ed è dallo stesso lavoro che il Comitato ha deciso di ripartire: anziché perdersi d’animo, i membri del Comitato hanno deciso di mettersi in prima linea “offrendosi” come risposta a situazioni di incuria e degrado.

La consapevolezza che il lavoro è il fondamento per una vera dignità sociale ha spinto il Comitato a un costante impegno sociale volto a combattere il disagio sociale, proprio ed altrui a partire dal cambiamento della propria condizione personale.

L’idea di base infatti è quella di superare la lamentela fine a se stessa, ma altresì di rifiutare anche il concetto di “reddito di cittadinanza”, sulla base dell’assunto che con esso non solo non si elimina il disagio sociale, ma anzi lo si potrebbe anche incrementare, alimentando e “finanziando” le difficoltà che invece si dovrebbe cercare di lasciare alle proprie spalle, da una parte, e determinando un appiattimento del  destinatario della misura verso una condizione di sostegno passivo, dall’altra.

Su tali assunti il Comitato ha iniziato la propria attività a partire dal verde, ancora oggi consistente il fulcro della loro attività essendo il verde pubblico, in particolare quello capitolino, una delle maggiori criticità che interessano le realtà locali, con una prima iniziativa volta alla cura del verde urbano a Porta Maggiore a Roma.

Con il susseguirsi degli interventi e dei partecipanti, il Comitato per il lavoro di cittadinanza si è progressivamente strutturato, da un lato ampliando le proprie attività (permettendo, con il loro intervento, l’apertura di ben 113 scuole capitoline nel settembre scorso, o ancora curando la pineta di Castel Fusano per proteggerla dagli incendi che la devastano periodicamente nel periodo estivo, oltre ai vari eventi di tutela degli impianti sportivi come quello al Flaminio, con l’emblematico evento “diamo un calcio alla disoccupazione”), dall’altro strutturandosi: prendendo spunto dalle sentinelle antidegrado di Milano, sono nati i “manutentori civici”, dediti a curare i beni comuni svolgendo un ruolo consapevole e professionale per la loro salvaguardia.

Quella dei “manutentori civici” è una figura lavorativa nata dal basso, dalla necessità e dall’impegno degli stessi cittadini, volti a dare una risposta ai disagi, personali e comuni, cambiando la situazione propria e circostante; una figura peculiare che, sebbene riconosciuta e stimata anche a livello istituzionale e nelle more di appositi bandi per manutentori comunali, permane precaria, vincolata a continui rinnovi e quindi non ancora idonea a superare quel disagio sociale alla base della nascita del Comitato. Difatti, lo scorso 22 novembre 2017 è scaduto il contratto dei c.d. Operatori del verde cittadino, la figura professionale proposta a Roma al posto dei manutentori civici comunali, senza che vi sia stata, ad oggi, alcuna proroga, lasciando (nuovamente) senza lavoro 50 cittadini che per un anno e mezzo hanno curato il verde di Capitale.

L’effettivo recupero del lavoro come epicentro dello sviluppo dell’uomo e il diritto allo stesso, raggiungibile anche tramite forme peculiari come quella volontaria del Comitato per il lavoro di cittadinanza, rappresenta il potenziale rilancio di interi cittadini, evitando le degenerazioni insurrezionali da un lato ed arrendevoli dall’altro.

Dal Barocco al Barocco ‘regular’

Il Barocco, a ben vedere, non fu un periodo in se stesso univoco, seppure coerente. Infatti, seppure non mutarono i tratti comuni che lo contraddistinguevano – nella fattispecie la ricerca di unitarietà e la progettazione ragionata in funzione del contesto – tuttavia, a partire dalla terza decade del XVIII secolo qualcosa era andata mutando. Il modus operandi berniniano, fondato su un maggiore classicismo e la ricerca del cosiddetto “bel composto“, avevano trovano maggiori spazi di manovra rispetto al complesso schema aggregativo borrominiano, puntuale nelle soluzioni ma, altresì, troppo legato legato all’occasionalità del genius loci. Inoltre, la supremazia culturale imposta dal lungo operato di Carlo Fontana (1638-1714) – per non parlare del suo costante insegnamento accademico perpetuato per molti anni – aveva favorito una tendenza più lineare dell’architettura, capace di adeguarsi al registro richiesto dalla committenza e in grado di esprimere sempre una circoscritta monumentalità.

Così, con il passare degli anni questa ipotesi progettuale si era affermata nella mente delle nuove generazioni di architetti che, man mano, cominciavano a rifiutare la profusione degli ornamenti in favore di una parca dignità ideativa, morigerata nei modi, grandiosa negli impatti visivi dove possibile. Questo passaggio non fu semplice e, in realtà, per diverso tempo entrambe le propensioni convivettero e si sovrapposero, senza eccessivi clamori. Ciò nondimeno, la necessità della politica di avvalersi della legittimazione formale fornibile dalle arti stravolse lo status quo, ruppe l’equilibrio esistente e avviò nuove sequenze riflessive che, se da una parte riattivarono i gangli di un sistema ideativo ormai saturo e privo di nuovi input, dall’altra avviarono quel processo irreversibile di superamento del Barocco reintroducendo a legittimazione dell’elaborazione il riferimento all’antico.

fig.1: G. B. Piranesi, San Giovanni in Laterano, facciata, incisione (XVIII secolo)

Nel caso specifico, spartiacque divenne il concorso per terminazione della facciata della basilica di San Giovanni in Laterano a Roma del 1732: un concorso che, opportunamente pilotato, aveva lo scopo di rilanciare il ruolo leader della Chiesa nel mondo mostrando il rinnovato vigore della stessa nell’affermazione di un progetto maestoso e tettonicamente imponente, in cui la naturalezza si traduceva tanto nella razionalità di struttura quanto nella funzionalità di disposizione. Tale era l’auspicio di papa Clemente XII Corsini (1730-1740) il quale, però, non tentò di raggiungere questo scopo avvalendosi delle possibilità espressive offerte dalla profusione degli ornamenti; al contrario, il sovrano decise di ripudiare qualsiasi forma di decorazione in nome di una rinnovata nobiltà da costruirsi sui canoni dell’austerità e della ferrea gerarchia delle componenti. La chiarezza relativa cedeva il passo a una chiarezza assoluta e la sobrietà si elevava a termine discriminante della qualità (fig. 1).

Tuttavia, gli architetti allora contemporanei «stavan tutt’attaccati all’ornato dei loro begl’ordini, che vale a dire al di fuori ed alla superficie, che al parer mio esser dovrebbe non l’oggetto principale dell’architetto, ma l’accessorio».[1] Così, per lo meno, veniva condannato quell’atteggiamento che poi sarebbe stato chiamato “borrominismo”: un’inclinazione all’artigianato che, in realtà, poco aveva a che fare con gli insegnamenti del professionista ticinese ma che, altresì, aveva fatto propri tutti quei dettagli la cui applicazione – immediatamente – trasmetteva un senso di modernità. Frontoni mistilinei, putti, cherubini, stucchi di ogni genere: questo è quello del rococò attecchì nel contesto romano. Il vocabolario si aggiornò ma la sostanza rimase saldamente ancorata a un repertorio consolidato e caratterizzato da mutevoli esperienze fra loro anche distanti ma tutte, o quasi, di qualità.

Il nuovo rappel à l’ordre non poteva però rimanere ignorato e, perciò, molti artisti ed esperti del mondo delle costruzioni cambiarono di bandiera, rinnegarono il loro passato e aderirono ai dettami di un programma operativo inflessibile in cui la potenza era conferita dalla purezza e dal “sodo finimento”. Ferdinando Fuga (1699-1782) fu campione eccezionale di questo “ribaltone culturale”. Lo dimostrano le sue proposte di sistemazione per il prospetto di San Giovanni in Laterano: la prima connotata da una connessione graduata tra il monumento e il tessuto edilizio circostante mediata da ambienti forati e svolazzanti particolari; la seconda – invece – impostata sulla rigidità dell’ordine e la risoluta organizzazione degli elementi. Dunque, si trattava di due progetti in totale antitesi che, se non si sapesse che sono stati stilati dalla mano dello stesso autore, difficilmente si sarebbe potuto affermare che fossero stati immaginati dalla medesima mente. Eppure, ciò era accaduto e la motivazione non potrebbe individuarsi unicamente nella obbligatorietà di corrispondere ai desideri del regnante. Al contrario, evidente appare la volontà di reagire agli eccessi e al soggettivismo dell’architettura del tardo Barocco di quegli anni: un’ambizione a indagare forme di comunicazione prima inesplorate che fece la fortuna di questo professionista che, nonostante non vinse il concorso, si affermò sulla scena e, con lui, tutta una nuova generazione di architetti sì del Barocco ma più regolari.

 

[1] G. Pascoli, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti moderni, ed. critica, Electa, Perugia 1992, p. 43.

Bibliografia essenziale: 

P. Micalizzi (a cura di), Roma nel XVIII secolo, Edizioni Kappa, Roma 2003.

Il Michelangelo di Pietro da Cortona

Sebbene sia Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) sia Francesco Castelli detto il ‘Borromini’ (1599-1667) si professassero allievi di Michelangelo (1475-1564), in realtà solo Pietro Berrettini da Cortona (1596-1669) – toscano – ebbe effettivamente modo di osservare gli esiti della ricerca del Maestro tanto a Firenze quanto a Roma. E la chiesa dei SS. Luca e Martina (dal 1634) ne dà piena testimonianza.

Dedicata inizialmente solo a San Luca – l’evangelista da cui prendeva il nome l’omonima Accademia a cui era stata affidata la cura della fabbrica – il cantiere subì in verità importanti mutazioni in itinere, imposte dalla scoperta dei resti della santa martire nel corso degli scavi di sbancamento del terreno. Ciò determinò la mutazione del progetto e la predisposizione dell’attuale impianto.

fig. 1 – P. Cortona, primo progetto, pianta (1634ca)

Il primo disegno si contraddistingueva per una pianta centrale in cui il giro delle colonne che delimitava il ritmo dell’aula unica scandiva la distribuzione spaziale della croce greca separando l’ambiente fondamentale da quelli accessori secondo un’intenzione simile a quell’idea che l’architetto fiorentino aveva proposto per San Giovanni dei Fiorentini. Faceva eco a questa soluzione la compenetrazione tra le figure del cerchio e del quadrato: un’attitudine tesa a un simbolismo di origine rinascimentale e apprezzato per il chiaro rimando al concetto di Dio. Tuttavia, l’elemento più vistosamente tratto dal repertorio michelangiolesco appare in questo frangente l’inserimento di setti rientranti a segnalare gli assi obliqui dell’edificio sacro emergenti all’esterno come sporti murari in cui restavano incassate delle colonne: contrafforti dal sapore militare coniugati in senso civile secondo una mediazione riconducibile al celebre exemplum della Cappella Sforza (1561ca) e che bene si sarebbero integrati nel programma edilizio generale del professionista seicentesco il quale – sembra intendersi – dal conterraneo estrapolò anche la suggestione del triplice aggetto, idea avanzata per la ridefinizione dell’assetto della Basilica di San Pietro (1546-62).

Si potrebbe pensare quasi a una overdose di michelangiolismo ma così non sarebbe stato. Infatti, piuttosto che portare a un eclettismo, la riflessione di Cortona sembrava dirigersi verso un razionale equilibrio delle parti, suggellato da alcune finezze come il collocamento delle aperture accanto ai setti radiali.

fig. 2 – P. Cortona, secondo progetto, pianta (1634)

Ciò nondimeno, il ritrovamento archeologico rivoluzionò le opere in esecuzione moltiplicando le offerte per la costruzione del tempio: una iniezione di fondi che favorì una rielaborazione nel segno della magnificenza che si concretizzò in una croce greca longitudinalizzata. D’altra parte, il modello prestabilito si era ormai consolidato nei suoi caratteri e, quindi, piuttosto che abbandonarlo, Cortona lo valorizzò nei suoi aspetti qualitativi, usufruendo della luce per ingannare la percezione e abolendo la continuità muraria in favore di una parete piena, ossia costituita da membrature vibranti e capaci di configurare un ritmo e tratteggiare un fraseggio dalla forte espressività comunicativa. La cupola, basata su un sistema di lacunari mistilinei e nervature poi ripreso dai suoi colleghi nelle loro chiese successive, completava il discorso nel suo slancio per l’alto che bilanciava la profondità dell’asse principale in una nobile antinomia.

Invece, la facciata si poneva in autonomia rispetto all’interno, preferendo all’ordine gigante del fiorentino una frammentazione fondata su una logica di contrappunti: una dicotomia volontaria in cui alle colonne del primo livello si sostituivano sopra delle paraste e viceversa. In definitiva, è quindi la scomposizione a connotare il processo ideativo, in continuità con un modus operandi proprio dei decoratori; non a caso proprio la professione prediletta da Cortona. Chiara appare pertanto la logica alla base dell’azione del Cortona, il quale si rapporta con contesto non tanto con l’obiettivo di polarizzarlo quanto, piuttosto, con la speranza di entrarne a far parte.

fig. 3 – P. Cortona, SS. Luca e Martina, Roma, facciata, foto storica.

E questo fine sembra guidare anche l’ottimizzazione del prospetto della chiesa di Santa Maria della Pace nei pressi di piazza Navona (dal 1656): un incarico che vide il toscano confrontarsi non solo con il tema del dialogo con l’intorno ma, anche, con la difficoltà di restituire omogeneità alla mancata simmetria derivata dallo spezzamento particellare. Occorreva una sistemazione amplia e complessiva. Bisognava lasciar emergere la chiesa. Era assolutamente necessario riuscire a creare uno spiazzo sufficientemente largo da consentire il giro alle carrozze che conducevano alla messa i nobili residenti nelle vicinanze. Questi erano i vincoli: una serie di obblighi che costrinsero l’architetto ad affidarsi a vari accorgimenti in maniera tale da ottenere una unitarietà altresì precaria e costruita sulla finzione. Così, l’eccezionalità dell’inganno di Borromini nel complesso dei filippini (dal 1637) diventa qui seriale strumento di parificazione che, ribadito dall’equipollenza fra parasta e colonna, produce uno spazio visivamente controllato, immagine della stessa teatralità barocca: una scena con quinte e corpi sporgenti pensato per l’osservatore. La città ideale rinascimentale viveva per sé stessa nella sua perfetta organizzazione e definizione ideale; invece, la città barocca si nutre della complessità della realtà che la circonda e la modella a suo piacimento secondo una libertà che solo Michelangelo aveva osato portare alle sue estreme conseguenze; al punto di compenetrare i frontespizi come a Porta Pia (dal 1561): un’audacia non per nulla presente anche nella chiesa «alla Pace».

Bibliografia essenziale

K. Noehles, La Chiesa dei SS. Luca e Martina nell’opera di Pietro da Cortona, Bozzi, Roma 1969.

Ringo Starr in concerto a Roma

Ringo Starr ha annunciato il suo concerto a Roma. L’ex batterista della leggendaria formazione dei Beatles ha svelato le date del Tour Europeo con la sua All Starr Band. Un ritorno in Europa atteso sei anni che segue la tournée di successo appena conclusosi negli Stati Uniti.  Dopo anni con la stessa formazione Ringo  Starr ha dato il suo benvenuto al ritorno nel gruppo di Colin Hay e al nuovo membro Graham Goudman dei 10CC, storico gruppo di Manchester famoso ai più per l’utilizzo non convenzionale degli strumenti musicali.
Recentemente, dopo anni di attesa, anche Ringo Starr è stato nominato cavaliere “Sir”: il 20 marzo 2018 a Buckingham Palace il Principe William ha nominato Richard Starkey (questo il vero nome dell’artista) Cavaliere dell’Impero Britannico. Un riconoscimento a cui la leggenda di Liverpool teneva particolarmente. Il nuovo tour prenderà il via a giugno e gli All Starr hanno scelto come prima tappa Parigi per poi proseguire in toccherà 9 nazioni Europee. Tra le tre date europee l’11 luglio Ringo Starr ha scelto l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Un riconoscimento per l’istituzione musicale romana e per la città, da anni capitale estiva degli eventi musicali.
 Dal live di Ringo Starr e delle sue All Starr non c’è da aspettarsi malinconia. L’ex Beatles ha infatti dichiarato che:
“Sebbene nessuna del- le canzoni abbia meno di 30 anni sia ben chiaro che quella di Ringo Starr e della sua All Starr Band non è una performance nostalgica. La nostalgia implica qualcosa di statico, irrilevante e vagamente frivolo. No, Starr e la sua allegra band sono troppo vivaci per questo e il messaggio di pace e amore che cantano è ancora importante oggi”. 
Una dichiarazione che accresce la curiosità per il concerto di luglio all’Auditorium. Ricordiamo che i biglietti sono disponibili sul circuito di TicketOne e che ora non resta che ripassare le leggendarie musiche di Ringo Starr in attesa di luglio.

TRACKLIST

  1. We’re On The Road Again – (04:23)
  2. Laughable – (02:58)
  3. Show Me The Way – (04:42)
  4. Speed Of Sound – (03:45)
  5. Standing Still – (03:06)
  6. King Of The Kingdom – (04:35)
  7. Electricity – (03:38)
  8. So Wrong For So Long – (04:02)
  9. Shake It Up – (03:01)
  10. Give More Love – (04:00)
  11. Back Off Boogaloo (Re-do) – (02:55)
  12. Don’t Pass Me By (Re-do) – (03:37)
  13. You Can’t Fight Lighting (Re-do) – (04:21)
  14. Photograph – (03:35)

 

“Trent’anni senza”, la mostra per ricordare Andrea Pazienza

L’opera antologica del fumettista in esclusiva nazionale dal 25 maggio al 15 luglio 2018 al Mattatoio di Testaccio

Satira, irriverenza, genialità. Ma non solo, anche una lente sulla società e le generazioni del suo tempo, cinica e puntigliosa. Arf! Festival, giunto alla quarta edizione, ricorda l’artista Andrea Pazienza con una mostra – dal titolo “Trent’anni senza – al Mattatoio di Testaccio, Roma, dal al 25 maggio al 15 luglio 2018 in esclusiva nazionale, proprio a trent’anni dalla morta avvenuta a Montepulciano il 16 giugno del 1988.  Trentadue anni di vita intensa, piena di opere dal fumetto alla pittura, conditi con diverse collaborazione con riviste di settore come “Il Male o “Avaj” (supplemento mensile della rivista Linus). Considerato uno degli artisti più rappresentativi e innovatori della sua generazione, molte sue opere sono rimaste nei cuori di chi ha vissuto la fine degli anni ’70, tanto che molti fra scrittori e cantanti lo ricordano nelle loro opere (Roberto Benigni dedica all’amico Pazienza il film Il piccolo diavolo).

Tra le tavole di Paz, le più famose sono le storie di “Le straordinarie avventure di Pentothal” e i fumetti che hanno come protagonista Massimo Zanardi. Arf! Festival presenta al pubblico molte fra le storie di Zanardi con le tavole di “Giallo scolastico”,”Verde matematico”, “Pacco”, “La prima delle tre”, “Notte di Carnevale”, “Cuore di mamma”, “Cenerentola 1987”, “Lupi” e alcune delle straordinarie pagine di “La vecchiezza è una Roma” e di “Zanardi medievale”. Ma si trovano anche “Tormenta”, le caricature disneyane di “Perché Pippo sembra uno sballato” e “La leggenda di Italianino Liberatore”, “Pertini”, le tavole a colori di “Campofame”, poi “Francesco Stella”, “le Sturiellet”, “Una estate”,  l’incompiuta “Storia di Astarte”, passando per “Il perché della anatre”. A chiudere una collezione fantastica l’immenso “Gli ultimi giorni di Pompeo”, l’opera magna che lo ha fatto entrare a suon di matitate nell’olimpo dei grandi disegnatore del XX Secolo. Dunque un’intera esposizione dedicata a conoscere, e a ricordare, i meandri di Paz, la sua tecnica geniale e complessa, grazie – come ricorda il sito di Arf! Festival – alla preziosa collaborazione di tutti i suoi familiari.

“Regina” e “Perché mio nonno ha i capelli bianchi”: incontro con l’autore Mauro Scarpa

Presentazione dei libri di Mauro Scarpa “Regina” e “Perché mio nonno ha i capelli bianchi” venerdì 25 maggio 2018 dalle ore 17 alle 21:00 presso la Read Red Road. Se leggi, fai strada – Via Padova n. 51, – Roma (zona Piazza Bologna).

Incontro con l’autore Mauro Scarpa.

“Italia 2025. Regina, la dittatrice della nazione omosessuale, è intenta a scrivere il nuovo decalogo di Leggi che i cittadini italiani dovranno rispettare. Da cinque anni il nuovo governo è centrato sul mantenimento di uno stile di vita compulsivo. Regina ha iniziato la sua rincorsa al potere già nel 2016, approfittando di un quadro politico e sociale instabile….” Regina è un libro che è una denuncia dell’assenza di intimità nelle relazioni intime. Un romanzo che ci farà riflettere e dialogare.

Perché mio nonno ha i capelli bianchi è una storia dal sapere antico per parlare di amicizia, amore, tenacia, fiducia. Una storia buona come il pane e dolce come una giornata di primavera. Un libro adatto ai bambini dai 4 anni in su. Per una recensione del libro.

Mauro Scarpa, pedagogista e scrittore, dopo il dolcissimo albo illustrato Perché mio nonno ha i capelli bianchi, (Zoolibri, editore) torna con un testo adulto, drammaticamente vero, a raccontare del nostro presente e di quello del nostro paese. Ingresso libero.

Sin volver la cara. La passione del flamenco

La passione del Flamenco arriva all’Auditorio Parco della Musica con Sin volver la cara, il nuovo spettacolo della Compagnia Algeciras Flamenco, frutto di collaborazioni che come sempre arricchiscono e stimolano la creazione di una pièce, della performance.

Sin volver la cara nasce dall’esigenza di trattare temi attuali, continua la volontà di dare vita non solo a concerti o composizioni coreografiche, ma a spettacoli teatrali con spunti narrativi mediati dal flamenco. “Senza voltarsi”, lasciandosi alle spalle ciò da cui ci si separa, portandone memoria, iniziare un nuovo percorso e dare vita ad una nuova realtà. Questo è ciò che racconta Sin volver la cara. Attraverso diversi tableaux, vengono descritte le emozioni che immaginiamo pervadano gli Esseri Umani nelle diverse occasioni di separazione: dalla tradizione, dalla madre, dall’amore, dalla propria Terra. La separazione per eccellenza è la Nascita: da questo viaggio e dalla relativa e necessaria separazione dal grembo materno germoglia una diversa esistenza. La Nascita è fonte di dolori, gioie, paure, speranze, inquietudini, aspettative, dubbi, desideri.

sin volver la cara

Il Flamenco fa da comun denominatore all’interno dello spettacolo, in cui convivono contaminandosi anche altre forme di musica, di danza e di espressione. Il flamenco, per sua stessa natura, è il risultato di influenze varie, legate anche alle migrazioni che hanno portato all’incontro di culture diverse, musiche e danze, dall’India (secondo alcuni studiosi di Flamencologia) fino allo stanziarsi dei Gitani in Andalusia, la regione della Spagna considerata la culla del flamenco. Nuovi eventi hanno portato altre influenze: l’influenza araba, la scoperta delle Americhe, lo sviluppo canoro, lo sviluppo della tecnica musicale e della danza, el baile, che ha fatto il suo ingresso in teatro e vi ha trovato nuove ed infinite possibilità, anche attraverso l’incontro con altre forme espressive. La musica non soltanto accompagna, ma fa parte integrante del flamenco. Una storia ricca di separazioni e di ritorni, di viaggi, di ricchezza che appartiene al grande tesoro culturale del Mediterraneo. L’andata ed il ritorno (la ida y vuelta) possono avere tregua solo quando ciascuna cosa trova la propria collocazione, il naturale approdo, dopo tanto vagare, ad una condizione migliore.

Sin volver la cara Sin volver la cara

Sin volver la cara

Ideazione, Coreografie e Regia di FRANCISCA BERTON.

BRUNO MAROCCHINI Electronic music, SERGIO VARCASIA Chitarra, RICCARDO GARCIA RUBI Chitarra, JOSÉ SALGUERO Cante flamenco, PAOLO MONALDI Percussioni, CLAUDIO MERICO Violino, ENRICO GALLO Tamburello, CATERINA LUCIA COSTA Bailaora ospite, FRANCISCA BERTON Solista, CHIARA CANDIDI Teatro e pizzica, FLAVIA LUCHENTI-GIULIA PETTINARI Corpo di ballo, PAOLO DE PASCALE Testi e narrazione.

Costumi di Daniela Catone  – Scultura Toro-Chitarra di Alessandro D’Ercole   – Versi di Luigi De Pascalis

Sin volver la cara

INFO

Dove: AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICAVia Pietro De Coubertin, 30 – Roma

Quando: Mercoledì 23 Maggio 2018 ore 21:00

Prenotazioni: Associazione Culturale Algeciras Flamenco www.algecirasflamenco.com Tel. +39 331 5973316  info@algecirasflamenco.com  algecirasflamenco@gmail.com

 

Rosse rose della Pentecoste

Domenica prossima, come avviene da ormai 23 anni, al termine della messa di Pentecoste al Pantheon, seguirà un lancio di petali di rosa rosse dall’oculo della Chiesa.

La Pentecoste è la festa cristiana che celebra la discesa dello Spirito Santo su Maria e agli apostoli; in greco, Pentēkostḗ (cinquantesimo) sottintende la parola hēméra, ovvero giorno, e perciò si inserisce nel calendario sette settimane dopo la Pasqua. Come questa, quindi, è una festa mobile, la cui data di celebrazione cambia di anno in anno e rappresenta una delle solennità più importanti dell’anno liturgico.

Come molte feste religiose le sue origini sono da ricercarsi nella vita agreste e agricola: gli ebrei la chiamavano festa della mietitura e dei primi frutti e segnava l’inizio della mietitura del grano.
La ricorrenza era l’occasione per ringraziare Dio per i frutti della terra e, secondo il rituale ebraico, comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione dal lavoro, un’adunanza sacra e alcuni sacrifici particolari.

La pioggia di petali rievoca un’antica celebrazione in cui i petali di rosa rossa vengono fatti cadere dall’oculus del Pantheon rappresentando la discesa dello Spirito Santo, sotto forma di lingue di fuoco, sui discepoli di Gesù. Il colore dei petali della rosa, rosso, simboleggia il sangue versato dal Crocefisso per la redenzione dell’umanità.
Anche i paramenti liturgici indossati da chi celebra le funzioni liturgiche durante la Pentecoste sono rossi, colore che rappresenta l’amore dello Spirito Santo o, per l’appunto, le lingue di fuoco.

Una simile ma non analoga celebrazione è quella della Madonna della Neve, rievocazione storica che si celebra a Roma il 5 agosto. Questa occasione, infatti, ricorda il Miracolo della Neve a Santa Maria Maggiore: la leggenda vuole che nel 358 d.C. un nobile patrizio romano e la moglie decisero di offrire i loro beni alla Santa Vergine, per costruire una chiesa da dedicarle. La Madonna apparve agli sposi la notte fra il 4 e il 5 agosto, designando con un miracolo il luogo dove doveva sorgere la chiesa: il colle Esquilino. L’allora Papa Liberio, ebbe lo stesso sogno e quando si recò sul colle lo trovò coperto di neve nonostante fosse piena estate. Il perimetro della nuova chiesa venne tracciato seguendo la superficie del terreno innevato e l’edificio costruito a spese dei nobili coniugi che avevano fatto la promessa alla Madonna.
Il miracolo viene ricordato con una pioggia di petali di rosa, bianca in questo caso, cadenti dall’interno della cupola durante la celebrazione liturgica. Il colore simboleggia l’innocenza e la verginità di Maria, nonché l’inaspettata nevicata in quel caldo agosto.

Ma le attestazioni dell’uso dei petali di rosa nella tradizione romana è ancora più antica: nell’antica Roma i Rosaria o Rosalia rientravano nel calendario delle feste dedicate ai defunti ed erano legate alla stagionalità della fioritura delle rose. In questa occasione le famiglie si recavano in visita e adornavano con petali di rose e di violette le tombe dei loro cari defunti, le ghirlande militari, gli altari e le statue degli dei.
Fra il 10 e il 31 maggio anche le legioni dell’impero romano si riunivano in prossimità del saculum, una sorta di tempio al centro degli accampamenti: innalzavano quindi gli stendardi, li riponevano intorno all’altare e li decoravano con corone di rose accompagnate da preghiere e ringraziamenti.

Fino al XIX secolo, l’uso di far piovere dall’alto sui fedeli petali di rose rosse durante la messa di Pentecoste era presente in diverse località Italiane, tanto da riconoscere la festa come Pascha rosatum, Pasqua rosata, dicitura ancora oggi presente in alcune zone del centro e del sud dell’Italia.