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Roma

Culinaria 2018: i sapori dell’arte e l’arte della cucina

L’11esima edizione di “Culinaria – Il gusto dell’Identità” presenta la prima “Biennale di arte e cibo”, un incontro tra chef e artisti in programma il 29 e 30 settembre nello spazio Wegil di Roma

 

Artisti e chef uniti in un’unica dimensione creativa, uno scambio di idee sul fronte artistico e su quello gastronomico: l’11esima edizione di “Culinaria – Il gusto dell’Identità” – organizzata dallo chef romano Francesco Pesce e Fabrizio Darini, curata da GMGProgettoCultura e con il contributo di Regione Lazio, Arsial e Car – è una “Biennale di arte e cibo”, in esposizione sabato 29 e domenica 30 settembre nello spazio Wegil di Roma (Largo Ascianghi 5), nel cuore di Trastevere. Quest’anno la manifestazione – che richiama da sempre nella Capitale il gotha dell’enogastronomia italiana e internazionale – propone un percorso con omaggi degli artisti agli chef e viceversa. Opere e piatti, sul filo di suggestioni e ispirazioni reciproche, daranno vita a realizzazioni inedite e originali, con incontri, installazioni, video, foto: una mostra ispirata dai sapori d’arte e di cucina, ricca di contaminazioni, percorsi percettivi e degustazioni.

 

L’evento vuole celebrare lo slancio creativo dell’arte, della cucina e la trasformazione della materia secondo processi che si basano su regole e conoscenze precise, ma anche sull’intuizione e sulla riflessione concettuale: fattori che accomunano la realizzazione delle opere d’arte a quella dei piatti dei grandi chef. Ed è per raccontare questo scambio di visioni e di interpretazioni che la kermesse presenterà performance dal vivo e realizzazioni in cui la poetica degli artisti viaggerà in parallelo a quella degli chef coinvolti, attraverso interazioni da cui far emergere un preciso “stile personale”, leitmotiv di tutta la manifestazione.

Il percorso creativo, con la curatela di GMGProgettoCultura, ruota intorno a quattro filoni tematici che sono il risultato di 16 incontri tra chef italiani e internazionali con artisti di fama mondiale, i quali, confrontandosi gli uni con gli altri, hanno ideato espressioni artistiche che in modo del tutto spontaneo hanno fatto perno su: l’elemento spirituale, la profondità del mare, la condivisione e l’interazione dell’opera con il pubblico. Da ricerche in comune sulle loro storie e sui linguaggi personali, è nata così una mappa sul senso profondo del nutrire e del nutrirsi, fatta di memorie, identità e nodi interiori, che emerge dalle opere pensate insieme e grazie ad esibizioni sul palco in sessioni di 45 minuti.

LA KERMESSE. Negli spazi di “Culinaria 2018 – Biennale di arte e cibo”, come in un museo temporaneo, si alterneranno esibizioni ed eventi artistici e gastronomici. Durante la manifestazione il fotografo parigino Thomas Duval presenterà per la prima volta in Italia le foto del progetto “Bondage Vegetale”. Oltre alle aree dedicate alle esposizioni delle opere, nell’auditorium “Spazio d’azione” verranno accolti gli incontri live tra chef e artisti, nella sala “Gestualità” verranno ospitate videoinstallazioni relative alle eccellenze gastronomiche del Lazio, e nello spazio all’aperto “Teatro delle braci”, tra fuochi, gesti primordiali e improvvisazioni, verranno proposte cotture arcaiche e dimenticate.

“La nuova edizione di Culinaria è un’installazione sempre in movimento, la cui ambizione è quella di rendere i visitatori partecipi dell’esperienza narrativa che si cela dietro la realizzazione di ogni opera di alta cucina e di produzione artistica – spiegano gli organizzatori Francesco Pesce e Fabrizio Darini –. Abbiamo l’obiettivo di lanciare uno sguardo sul futuro della gastronomia per anticiparne le possibili interazioni che, nei prossimi anni, si svilupperanno con le diverse espressioni artistiche. Roma, città che può contare su secoli di storia e cultura, è oggi un contenitore aperto a collettivi artistici dove la proposta di nuove sinergie può trovare terreno fertile. E lo spazio Wegil, con lo stile razionalista dell’ex palazzo Gil, dove è accolto, pienamente esaltato dal restauro col quale è stato reso di nuovo accessibile al pubblico, è una location dal forte impatto visivo perfetta per accogliere lo spirito di una mostra di arte e cucina”.

CHEF & ARTISTI – Narratore poetico della cucina di mare, Gianfranco Pascucci del Pascucci al Porticciolo di Fiumicino (1 stella Michelin) e l’artista Ria Lussi, dalla poetica intensa e luminosa,propongonoopere fotografiche e vitree ispirate al mondo marino, da cui la cucina identitaria dello chef e l’opera permanente e fragile dell’artista traggono la loro materia prima principale. Anthony Genovese, chef de Il Pagliaccio di Roma (2 stelle Michelin),eBarbara Salvucci, nota per le sue sculture in resina e trame di metallo,presentano un’installazione realizzata a quattro mani, esaltando sapori e forme in un unico scenario essenziale, dove l’opera simula uno spazio sacro.Andrea Tortora, alla guida della pasticceria del St. Hubertus (3 stelle Michelin) del Rosa Alpina Hotel & Spa di San Cassiano (Val Badia), maestro dei lievitati d’autore, si confronta sul tema del principio di sottrazione e dell’acqua con Pere Gifre, artista e ingegnere spagnolo con base a San Francisco specializzato in progetti di scultura, scenografia, interior design e architettura industriale: una massa lievitante creata da Tortora si insinuerà e attraverserà, durante i giorni della manifestazione, un’installazione scultorea cromata pensata da Gifre, rappresentando così un pasto dove il nutrimento è dato dal tempo, fermato ed espanso secondo il volere della natura.

Ritratto dello chef Mauro Uliassi scattato da Lorenzo Cicconi Massi - Diritti Riservati Cicconi Massi

Instancabile sperimentatore, Roy Caceres, chef del ristorante Metamorfosi di Roma (1 stella Michelin), propone con Franco Losvizzero, video-artista e maestro nelle sculture meccaniche, l’installazione Finestra-Minestra, creata per l’occasione e pensata per l’interazione con il pubblico. Francesco Apreda, chef dell’Imàgo dell’Hassler Hotel di Roma (1 stella Michelin), presenta per la prima volta la lingua in sanguinaccio di ricci di mare, un piatto pensato in passato ma mai proposto, in attesa del giusto momento, nell’ambito dell’installazione Vulcano pensata dall’artistaMatteo Giuntini: una stanza intima, fatta di luce soffusa su oggetti e dialoghi visivi, che parla di creatività e stupore, di idee, sogni, esperienze e viaggi con suggestioni legate al mondo della magia. Il minimalismo della cucina modernistadi Giuseppe Iannotti del Krèsios di Telese Terme (Benevento, 1 stella Michelin) trova in un’elaborazione sull’idea di bellezza tra Oriente e Occidente un punto d’incontro con la ricerca sul vuoto su cui si fondano le tessoforme in filo metallico di Giuseppe Guanci: lo chef e l’artista propongono una performance in cui una Venere sdraiata è coperta da una veste di pietanze che vengono lentamente sottratte, in un crescendo esperienziale in cui, mentre si gusta il cibo, la bellezza della scultura viene disvelata. L’artista Davide Dormino– la cui ricerca con materiali come il marmo, il bronzo e il ferro è incentrata sulla monumentalità del processo esecutivo e su tematiche imprescindibili per l’Uomo – dialoga con la poliedrica chef Cristina Bowerman, che a Trastevere è di casa col Glass Hostaria (1 stella Michelin), in una performance in cui il pubblico presente prende parte ad una cena in uno stretto rapporto di condivisione ed equilibrio.

Adriano Baldassarre de Il Tordomatto di Roma (1 stella Michelin) – chef romantico che unisce classicità e tecnica di rigore francese a un’elaborazione creativa, intima e familiare – collabora con Carlo Carfagni, artista, regista e videomaker.L’americano Tim Butler, protagonista della nuova scena culinaria thailandese con il ristorante Eat Me di Bangkok, si confronta con la poetica dell’architetto, pittore e scultore romano Massimo Catalanisul tema dei mammiferi marini e del più umile dei pesci in cui traspare la testimonianza del sentimento di amore per il pianeta. Mauro Uliassi, del ristorante Uliassi di Senigallia (Ancona, 2 stelle Michelin), presenta un’introspettiva con l’affermato fotografo Lorenzo Cicconi Massi. Cristiano Tomei, re del ristorante L’imbuto (1 stella Michelin) del Lucca Center of Contemporary Art, dove gli ospiti mangiano circondati dalle opere in mostra, omaggia l’arte di Andrea Salvetti, tragicamente scomparso nel 2017 dopo anni di collaborazioni con i più grandi nomi della cucina italiana.

I dolci di Walter Musco della pasticceria Bompiani di Roma – lui stesso ex gallerista e sperimentatore di contaminazioni con l’arte in linee di dessert ispirati alla pittura, alla scultura e al design – incontrano Francesca Romana Pinzari, artista che lavora con video, installazioni, performance, scultura e pittura in opere polimateriche, caratterizzate per l’utilizzo di elementi organici, che indagano il rapporto tra uomo e natura. Fabrizio Mantovani, chef e patron del FM con Gusto dello storico Hotel Vittoria di Faenza (Ravenna), e Matteo Monti, anima negli ultimi anni del Rebelot di Milano, incontrano il collettivo Kitchen Super ERo (composto daTania Zoffoli, Enrico De Luigi, Donato D’Antonio, Paolo Geminiani).Gli chef Benedetto Rullo, Lorenzo Stefanini e Stefano Terigi del Giglio di Lucca, con la loro cucina fatta di contaminazioni e contrasti dirompenti, esplorano le connessioni tra cibo e fashion con Nicoletta Lanati, titolare della Starlight di Luisago (Como), società attiva nel mondo del tessile da più di trent’anni: in un’esibizione dal vivo verrà presentato Ostrica al rogo, il piatto creato dagli chef sul tema Donne in guerra della prima edizione del trend-book foodINfashion, di cui la Lanati è art director. Si gioca in famiglia la proposta dell’astro nascente della gastronomia austriaca Lukas Mraz,del Mraz & Sohn di Vienna (2 stelle Michelin), che collabora con suo fratello Manuel Mraz, pittore, in una performance dal vivo su un piatto della tradizione romana rivisitato. Paolo Lopriore de Il Portico di Appiano Gentile (Como), con lo storico della gastronomia Luca Govoni(docente di Storia e cultura della cucina italiana ad ALMA, la scuola internazionale di cucina italiana),impegnati insieme in una ricerca comune sulle radici antropologiche del nostro stare a tavola, illustrano la cucina circadiana con pesi artigianali, in un percorso verso il rispetto dei ritmi fisiologici dell’organismo.

Culinaria 2018 - WeGil - Polinice.org

LA LOCATION. L’edificio adiacente a Viale di Trastevere, realizzato dall’architetto Luigi Walter Moretti nel 1933 e chiuso nel 1976, è stato riaperto alla fine dello scorso anno come hub polivalente per accogliere mostre, convegni, eventi e come punto di riferimento per la nascita e lo sviluppo della creatività, della riscoperta delle eccellenze culturali ed enogastronomiche. Una location ideale, nel rione cittadino storicamente più legato alle sperimentazioni dei gruppi artistici della Capitale, che nei suoi spazi durante i due giorni di Culinaria 2018 ospiterà anche aziende selezionate tra i produttori Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio) e le loro proposte per le degustazioni. Nell’area dedicata allo street food sarà infine possibile assaporare piatti e diverse specialità birrarie dagli espositori presenti: Steccolecco, The Bbq & Smoke Project, Interbrau, Maccheroni Express, Opificio del Sapore.

Torna #ResistenceIsTechno con Fabrizio Rat || Rashõmon Club

Torna il party techno più amato della capitale d’Italia. Resistence Is Techno si è imposto negli anni come un appuntamento unico nel suo genere. E’ una festa dove la musica è al centro della costruzione dell’intera notte, ma con un pubblico particolare. Infatti, in una città ostaggio di pianobar e di musica Trap (purtroppo non alla Flume), RIT si è rivelata essere un’isola felice.

Resistance is Techno è nata nel 2011 da un gruppo giovane e coeso, che da subito ha mostrato la sua linea nella scena musicale romana. L’obiettivo principale è quello di portare agli occhi del pubblico nazionale il fascino della musica techno, puntando su eventi di qualità mirata e ospitando dj e performer internazionali, sia conclamati che emergenti, di sicuro ed indiscusso valore.

L’ effetto è la natura di un party sempre vario, caratterizzato dall’estro personale di ogni singolo artista; l’ ecletticità si coglie a pieno elencando chi negli anni è stato ospite in consolle: da pionieri del genere come Dave Clarke, Ben Sims, Oscar Mulero, Robert Hood, The Advent, Surgeon, James Ruskin, Mark Broom, a nuovi talenti quali Karenn, Shifted, Psyk, Giorgio Gigli, Marcel Fengler, Perc, Sigha, DVS1, Ø [Phase], Henning Baer, RØDHÅD, Peter Van Hoesen, Zadig, Answer Code Request, Domenico Crisci, Z.I.P.P.O etc. La chimica è data da una fusione di tradizione ed avanguardia, orientata alla costante ricerca di sonorità originali e appassionanti. Contribuiscono a completare questo disegno, il talento e l’impronta dei dj resident sommati alla scelta di location che riproducono visivamente lo spirito del party.

Questa sera saranno presenti Fabrizio Rat e Z.I.P.P.O che ha da poco annunciato una sua compilation per Suburban Avenue, a cui seguiranno I Hate Models, Phase Fatale, Oscar Mulero.

Una festa al buio, ma con la gioia di chi vuol viversi i momenti migliori. Si riparte dal Rashõmon Club e questa è un’ottima notizia per il mondo del clubbing romano e non solo. 

 

Progetto Ō – Neon Chambers

Due degli artisti techno contemporanei più all’avanguardia presentano un nuovo live show in anteprima mondiale. Sigha e Kangding Ray sono “Neon Chambers”, progetto incentrato attorno alla fusione e sintesi di sonorità all’avanguardia, di tendenza su tutti i dancefloor internazionali. James Shaw, meglio conosciuto come Sigha, è un produttore techno residente a Londra. Il francese Kangding Ray è tra i musicisti che meglio riescono a esplorare con successo la convergenza tra techno e musica sperimentale.

Il progetto Ō

L’interiezione Ō! esprimeva in latino un’ampia gamma di emozioni: gioia, dolore, desiderio, ammirazione, stupore. Un’invocazione, un’esclamazione!
Ō è una cellula, una monade, ma è anche un cerchio, un insieme, un anello, un girotondo. È l’ossigeno, l’acqua che scorreva nelle Terme di Diocleziano, è una bollicina. Ō è l’unione degli opposti, due persone che si abbracciano, è il disco del sole e della luna, la volta celeste, il segno del sacro, la strada ciclica degli dei, traccia del tempo eterno, del rito e del mito. Ō evoca le stagioni, ritma l’armonia dei pianeti.
Occhio, bocca. Una nota, una danza. Il centro della città. Una forma semplice e complessa, compiuta, primordiale.
Ō ha l’ambizione di ripopolare le Terme di Diocleziano, di vivificarle della presenza di donne e uomini che si ritrovano per farsi del bene. Come fu un tempo, le Terme saranno un luogo di unione, di prosperità, aperto a tutti. Al posto dell’acqua, la musica scorre; al posto del vapore, i corpi invadono gli spazi.
Anche la programmazione riflette l’articolazione degli ambienti delle Terme: il pubblico percorre idealmente il tepidarium, il calidarium e il frigidarium, attraverso una serie di proposte confortanti, avvolgenti, perturbanti.
Tutti gli artisti internazionali che per un mese intero dialogano con gli antichi spazi delle Terme, presentano o dei lavori inediti o dei progetti totalmente ripensati per questo contesto straordinario. Il pubblico ha così l’occasione di scoprire ogni giorno un nuovo luogo, in un’erranza che lo conduce dalle imponenti aule delle Terme ai sontuosi, metafisici, chiostri rinascimentali, passando per il suggestivo Planetario.
Per assicurare che Ō offra tutte le emozioni promesse da questa interiezione polisemica, una moltitudine di generi musicali è presente: dalla techno all’elettronica, passando per l’afro, continuando con l’indie pop, il neofolk, la dabka, la dance, la musica classica, il dub… Lo stesso vale per la danza, che si declina tra contemporanea, acrobatica e hip-hop futurista.
Quattro parole d’ordine per tutto il mese, dal 14 settembre al 14 ottobre, come un invito: sperimentare, aprirsi, interagire, conoscersi.
A partire dal 21 ottobre, e fino a dicembre, questo slancio assume la forma di incontri settimanali domenicali. Durante questi appuntamenti, il pubblico è invitato a entrare negli universi della creazione. Si assiste in diretta alla realizzazione di una copertina di moda, si osservano gli oggetti e i materiali che influenzano un archistar, si esplora tutto l’iter creativo di uno studio di design, dal disegno alla lavorazione artigianale, ci si immerge in installazioni olfattive e visive.

 

 

Theia, presentazione dell’album “Yugen” al Wishlist Club

I THEIA presenteranno il loro album di debutto “Yugen” nella sua interezza LIVE al Wishlist Club, accompagnati da due grandi band romane: i Discoveries e gli Achrome.

Theia sono una giovane band progressive metal italiana. L’album di debutto, Yugen, è stato scritto dall’ottobre 2016 al marzo 2017, registrando e missando il prodotto finale al Sickboy Studio di Cerveteri con Marco Mantovani nel maggio 2017.
Yūgen è unico: la sua caratteristica prevalente è il virtuosismo originale e potente di tutti gli elementi. è un lavoro magistralmente complesso. Un viaggio attraverso la maestria strumentale e un grido di protesta contro questo mondo. Il suono di Yūgen è particolarmente unico grazie anche alle chitarre Overload, prodotte ed esportate in tutto il mondo da Matteo, il bassista di Theia.
L’approccio coraggioso della band è caratterizzato dal muro di suono delle chitarre e batteria. L’intero album è coloritamente tecnico, con la batteria tenace di Paolo focalizzata sul groove con il suo potente approccio ritmico moderno. Le grida acute di JP sono il suo marchio di fabbrica, mentre i cori sono più facili da cantare.
L’album è ufficialmente uscito indipendentemente il 23 febbraio 2018, ed inseguito al release party al Wishlist live club di Roma i Theia sono stati invitati al prestigioso Euroblast Festival di Colonia insieme ai più grandi nomi del progressive mondiale come Monuments, Vildhjarta e i VOLA.

La band ha da poco subito un cambio di lineup, scegliendo Marco Zuzolo alla chitarra e, dopo un primo live test, è pronta a salire sul palco dell’Euroblast in Germania.  Tutto questo non prima di aver scaldato e salutato il pubblico di casa, con un live per l’uscita del nuovo video di ‘Cactus’.

Yugen è uscito il 23 Febbraio e acquistabile al seguente link: https://theiaofficialband.bandcamp.com/releases

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Programma dei concerti :
9.30 PM
ACHROME ( https://www.facebook.com/achrome.official/ )

10.00 PM
DISCOVERIES ( https://www.facebook.com/DiscoveriesIT/ )

11.00 PM
THEIA ( https://www.facebook.com/OFFICIALTHEIA )

Ingresso : 5 EURO con tessera

WISHLIST CLUB
Via dei Volsci 126 B
Rome, Italy 00185

Anonima Armonisti at Mancio

Anonima Armonisti at Mancio – 22 settembre dalle ore 22:00 presso Mancio, Piazza Mancini 14, Roma. Ingresso gratuito.

Anonima Armonisti at Mancio sarà il nuovo appuntamento per assistere al concerto degli Anonima Armonisti senza alcun costo del biglietto: l’ingresso è infatti gratuito.

 

ANONIMA ARMONISTI
Settetto vocale a cappella

CHI SONO
Nata nell’estate 2003, l’Anonima Armonisti è un complesso vocale a cappella, che si basa cioè sul canto armonizzato a più voci, totalmente privo di accompagnamento strumentale. Il repertorio del gruppo, che ha all’attivo due album e centinaia di concerti in giro per l’Italia, comprende grandi successi del passato e del presente e brani originali. A caratterizzare il gruppo, composto da sei cantanti e da un beatboxer, è la sorprendente eterogeneità dell’ispirazione dei singoli elementi così come degli ambiti professionali dai quali ciascuno di essi proviene. Mettendo insieme la passione per i generi musicali più vari, dalla musica leggera al canto popolare italiano e internazionale, dai classici vintage ai più recenti successi del pop e del rock, il repertorio è improntato esclusivamente alla creazione di arrangiamenti originali. Per restituire un’esperienza live sempre originale e in grado di soddisfare il bacino di utenza più vasto possibile, i concerti dell’Anonima Armonisti inseriscono l’esecuzione musicale in una vera e propria performance di intrattenimento. Non si tratta però di uno spettacolo scritto a tavolino, quanto piuttosto del tentativo di ricreare in scena lo spirito goliardico, ironico e irriverente che caratterizza le prove.
PRODUZIONI DISCOGRAFICHE
Il primo album dell’Anonima Armonisti, dal titolo omonimo, è stato pubblicato nel dicembre 2009 e distribuito da Preludio Music. A seguito della diffusione del singolo Il primo della lista, il secondo disco Poeoeing!, coprodotto da SunnyBit/Brutture Moderne e distribuito da SELF, ha raggiunto gli scaffali e le piattaforme di web download nell’ottobre 2012.
Nel dicembre 2013 esce “EP CHRISTMAS!” una raccolta di alcuni dei più bei canti della tradizione natalizia, rielaborati e reinterpretati a cappella dal gruppo.

LIVE
Dal 2004, l’Anonima Armonisti occupa regolarmente i palchi dei maggiori live club di Roma e Milano, tra cui Blue Note, The Place, Geronimo’s Pub, Big Mama, Crossroads, Stazione Birra, Locanda Blues, teatri come Brancaccio, Morgana, Vascello e Palladium a Roma e Teatro Petruzzelli a Bari ed eventi di portata nazionale e internazionale come Fiesta!, Mostra del Cinema di Venezia, September Concert, Festa della Cgil nazionale, VivaVoce International Festival a Treviso. Il VokalFest, raduno della musica corale giovanile, è ideato e prodotto dall’Anonima Armonisti dal 2010.

Le partecipazioni televisive e radiofoniche includono Miss Italia 2010 (Raiuno), RaiSat International, Maurizio Costanzo Show
(Canale 5), Niente di Personale (La7), Uno Mattina (Raiuno), La Botola (Raiuno), Stella (Sky Canale 109), Rai Radio Uno e Rai Radio Due, Radio Rock e Radio Popolare.

 

Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città

Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città, giovedì 27 settembre 2018 dalle ore 9:30 alle 13:00 presso la  facoltà di Ingegneria civile e industriale – Sapienza Università di Roma

Il 27 settembre, alle 9.30, il CISTeC – Centro di Ricerca in Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-Architettonico, dell’Università di Roma LaSapienza, e RETAKE Roma organizzano un workshop dal titolo “Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città” sul tema della cura dei beni comuni nell’Aula del Chiostro del San Gallo, presso la Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale, Via Eudossiana 18 (San Pietro in Vincoli), Roma.

Il workshop segnerà l’avvio di una collaborazione di tipo innovativo, centrata sulla sperimentazione di forme di cittadinanza attiva volte alla preservazione e tutela dei beni comuni, a cui il CISTeC intende offrire le sue competenze tecniche e, al tempo stesso, favorire percorsi di pratiche utili agli studenti anche in termini professionali. RETAKE metterà in campo la sua capacità organizzativa per realizzare tali iniziative sulla base di un approccio di partecipazione civica e solidarietà. Non a caso il titolo del convegno è: Scienza e partecipazione per costruire il futuro della città

Al convegno interverranno esponenti dell’Università, di Retake, di imprese di settore, esperti di programmi e progetti europei. Hanno assicurato la loro partecipazione il Preside della Facoltà, il Direttore del CISTeC, la fondatrice e il presidente di RETAKE.

Sarà dato ampio spazio al dibattito e alla voce degli studenti che – ci si augura – saranno i veri protagonisti delle iniziative future, fra cui potranno rientrare anche quelle di alternanza scuola lavoro. Il convegno è pertanto rivolto in primo luogo agli degli studenti, il suo scopo principale essendo quello di intrecciare l’attività di studio e ricerca sottostante ai percorsi professionali con l’attività partecipata di cittadinanza attiva: due dimensioni che non è immediato pensare come sinergiche e che invece possono fare la differenza, anche in termini di generazione di chance di lavoro (es. opportunità da parte dei laureati di avviare start up sulla base di un nuovo modo di declinare il “fare impresa” mettendo al centro la responsabilità sociale e l’approccio cooperativo). Studenti a cui ci si intende rivolgere saranno principalmente universitari ma non solo: saranno ad es. presenti quelli di licei e Istituti tecnici della zona, con cui su temi analoghi verranno sviluppate esperienze di alternanza scuola lavoro nel corso dell’anno scolastico 2018-2019.

Di seguito l’intera programmazione della giornata

Per partecipare è caldamente consigliata la previa registrazione gratuita su https://www.eventbrite.it/e/biglietti-scienza-e-partecipazione-per-costruire-il-futuro-della-citta-50131570878

Anonima Armonisti al Parterre Farnesina Social Garden

 

Anonima Armonisti, 28 luglio 2018 dalle ore 21:30 presso il Parterre Farnesina Social Garden- Via Antonino di San Giuliano

Anonima Armonisti 28 luglio 2018 dalle ore 21:30 presso il Parterre – Farnesina Social Garden
ingresso 12 euro + dp, consigliato l’acquisto in prevendita: http://bit.ly/AnonimaArmonisti28luglioParterre

 

ANONIMA ARMONISTI
Settetto vocale a cappella

CHI SONO
Nata nell’estate 2003, l’Anonima Armonisti è un complesso vocale a cappella, che si basa cioè sul canto armonizzato a più voci, totalmente privo di accompagnamento strumentale. Il repertorio del gruppo, che ha all’attivo due album e centinaia di concerti in giro per l’Italia, comprende grandi successi del passato e del presente e brani originali. A caratterizzare il gruppo, composto da sei cantanti e da un beatboxer, è la sorprendente eterogeneità dell’ispirazione dei singoli elementi così come degli ambiti professionali dai quali ciascuno di essi proviene. Mettendo insieme la passione per i generi musicali più vari, dalla musica leggera al canto popolare italiano e internazionale, dai classici vintage ai più recenti successi del pop e del rock, il repertorio è improntato esclusivamente alla creazione di arrangiamenti originali. Per restituire un’esperienza live sempre originale e in grado di soddisfare il bacino di utenza più vasto possibile, i concerti dell’Anonima Armonisti inseriscono l’esecuzione musicale in una vera e propria performance di intrattenimento. Non si tratta però di uno spettacolo scritto a tavolino, quanto piuttosto del tentativo di ricreare in scena lo spirito goliardico, ironico e irriverente che caratterizza le prove.
PRODUZIONI DISCOGRAFICHE
Il primo album dell’Anonima Armonisti, dal titolo omonimo, è stato pubblicato nel dicembre 2009 e distribuito da Preludio Music. A seguito della diffusione del singolo Il primo della lista, il secondo disco Poeoeing!, coprodotto da SunnyBit/Brutture Moderne e distribuito da SELF, ha raggiunto gli scaffali e le piattaforme di web download nell’ottobre 2012.
Nel dicembre 2013 esce “EP CHRISTMAS!” una raccolta di alcuni dei più bei canti della tradizione natalizia, rielaborati e reinterpretati a cappella dal gruppo.

LIVE
Dal 2004, l’Anonima Armonisti occupa regolarmente i palchi dei maggiori live club di Roma e Milano, tra cui Blue Note, The Place, Geronimo’s Pub, Big Mama, Crossroads, Stazione Birra, Locanda Blues, teatri come Brancaccio, Morgana, Vascello e Palladium a Roma e Teatro Petruzzelli a Bari ed eventi di portata nazionale e internazionale come Fiesta!, Mostra del Cinema di Venezia, September Concert, Festa della Cgil nazionale, VivaVoce International Festival a Treviso. Il VokalFest, raduno della musica corale giovanile, è ideato e prodotto dall’Anonima Armonisti dal 2010.

Le partecipazioni televisive e radiofoniche includono Miss Italia 2010 (Raiuno), RaiSat International, Maurizio Costanzo Show
(Canale 5), Niente di Personale (La7), Uno Mattina (Raiuno), La Botola (Raiuno), Stella (Sky Canale 109), Rai Radio Uno e Rai Radio Due, Radio Rock e Radio Popolare.

 

Per info:
Parterre | Viale Antonino di San Giuliano angolo via Mario Toscano
Zona Farnesina | www.parterrefarnesina.it
#parterre #farnesinasocialgarden
info@parterrefarnesina.it

Un evento ATCL LazioArte2o
Un progetto di: Arte2o e Alcazar Live
Un evento in collaborazione con: Regione Lazio, Hub Culturale Officina Pasolini e Laziodisu

Media Partner: Radio Rock e FacceCaso

Il Comitato per il lavoro di cittadinanza

Il Comitato per il lavoro di cittadinanza è un progetto nato oltre 5 anni fa e volto a dare una nuova dignità ai cittadini basata sull’effettivo impegno lavorativo in attività di cura dei beni comuni.

Il degrado e l’abbandono non manifestano solo un’incuria dilagante ma portano con loro ulteriori conseguenze, forse anche più nefaste: disaffezione, crisi e, anche, disoccupazione.

Soprattutto in luoghi dove tale situazione è stata generata a perlomeno alimentata da crisi culturali e politiche, corroborate da scandali di corruzione, fino a divenire una costanza ritenuta ineluttabile, sorge, cresce e si alimenta un dissenso comune, un senso di abbandono che sta progressivamente avvelenando l’amore naturale per i beni di tutti, i beni comuni.

Alcuni dei coinvolti, perlopiù incolpevoli, si abbandonano a se stessi, al senso di frustrazione in maniera apatica, non cercando una soluzione che non immaginano o a cui non credono; altri, in maniera non meno criticabile ed inutile, si muovono lungo la direzione diametralmente opposta, estremizzando il proprio dissenso in forme illegali, arrivando fino ad incitare l’odio e la rappresaglia verso coloro che vengono additati come colpevoli delle criticità.

In tale contesto c’è invece uno spicchio di “resistenti illuminati”, che richiedono un cambiamento della propria situazione e dell’ambiente che li circonda agendo in prima persona per migliorare le cose, ponendosi attivamente in prima linea verso il cambiamento.

È questo il caso del Comitato per il lavoro di cittadinanza – lavoro minimo garantito, nato circa 5 anni fa su iniziativa del suo fondatore Luigi Di Cesare e progressivamente cresciuto grazie all’impegno di Andrea Mosetti, rappresentante del Comitato, e di diversi ex lavoratori che si sono trovati senza improvvisamente ed incolpevolmente senza lavoro.

Ed è dallo stesso lavoro che il Comitato ha deciso di ripartire: anziché perdersi d’animo, i membri del Comitato hanno deciso di mettersi in prima linea “offrendosi” come risposta a situazioni di incuria e degrado.

La consapevolezza che il lavoro è il fondamento per una vera dignità sociale ha spinto il Comitato a un costante impegno sociale volto a combattere il disagio sociale, proprio ed altrui a partire dal cambiamento della propria condizione personale.

L’idea di base infatti è quella di superare la lamentela fine a se stessa, ma altresì di rifiutare anche il concetto di “reddito di cittadinanza”, sulla base dell’assunto che con esso non solo non si elimina il disagio sociale, ma anzi lo si potrebbe anche incrementare, alimentando e “finanziando” le difficoltà che invece si dovrebbe cercare di lasciare alle proprie spalle, da una parte, e determinando un appiattimento del  destinatario della misura verso una condizione di sostegno passivo, dall’altra.

Su tali assunti il Comitato ha iniziato la propria attività a partire dal verde, ancora oggi consistente il fulcro della loro attività essendo il verde pubblico, in particolare quello capitolino, una delle maggiori criticità che interessano le realtà locali, con una prima iniziativa volta alla cura del verde urbano a Porta Maggiore a Roma.

Con il susseguirsi degli interventi e dei partecipanti, il Comitato per il lavoro di cittadinanza si è progressivamente strutturato, da un lato ampliando le proprie attività (permettendo, con il loro intervento, l’apertura di ben 113 scuole capitoline nel settembre scorso, o ancora curando la pineta di Castel Fusano per proteggerla dagli incendi che la devastano periodicamente nel periodo estivo, oltre ai vari eventi di tutela degli impianti sportivi come quello al Flaminio, con l’emblematico evento “diamo un calcio alla disoccupazione”), dall’altro strutturandosi: prendendo spunto dalle sentinelle antidegrado di Milano, sono nati i “manutentori civici”, dediti a curare i beni comuni svolgendo un ruolo consapevole e professionale per la loro salvaguardia.

Quella dei “manutentori civici” è una figura lavorativa nata dal basso, dalla necessità e dall’impegno degli stessi cittadini, volti a dare una risposta ai disagi, personali e comuni, cambiando la situazione propria e circostante; una figura peculiare che, sebbene riconosciuta e stimata anche a livello istituzionale e nelle more di appositi bandi per manutentori comunali, permane precaria, vincolata a continui rinnovi e quindi non ancora idonea a superare quel disagio sociale alla base della nascita del Comitato. Difatti, lo scorso 22 novembre 2017 è scaduto il contratto dei c.d. Operatori del verde cittadino, la figura professionale proposta a Roma al posto dei manutentori civici comunali, senza che vi sia stata, ad oggi, alcuna proroga, lasciando (nuovamente) senza lavoro 50 cittadini che per un anno e mezzo hanno curato il verde di Capitale.

L’effettivo recupero del lavoro come epicentro dello sviluppo dell’uomo e il diritto allo stesso, raggiungibile anche tramite forme peculiari come quella volontaria del Comitato per il lavoro di cittadinanza, rappresenta il potenziale rilancio di interi cittadini, evitando le degenerazioni insurrezionali da un lato ed arrendevoli dall’altro.

Dal Barocco al Barocco ‘regular’

Il Barocco, a ben vedere, non fu un periodo in se stesso univoco, seppure coerente. Infatti, seppure non mutarono i tratti comuni che lo contraddistinguevano – nella fattispecie la ricerca di unitarietà e la progettazione ragionata in funzione del contesto – tuttavia, a partire dalla terza decade del XVIII secolo qualcosa era andata mutando. Il modus operandi berniniano, fondato su un maggiore classicismo e la ricerca del cosiddetto “bel composto“, avevano trovano maggiori spazi di manovra rispetto al complesso schema aggregativo borrominiano, puntuale nelle soluzioni ma, altresì, troppo legato legato all’occasionalità del genius loci. Inoltre, la supremazia culturale imposta dal lungo operato di Carlo Fontana (1638-1714) – per non parlare del suo costante insegnamento accademico perpetuato per molti anni – aveva favorito una tendenza più lineare dell’architettura, capace di adeguarsi al registro richiesto dalla committenza e in grado di esprimere sempre una circoscritta monumentalità.

Così, con il passare degli anni questa ipotesi progettuale si era affermata nella mente delle nuove generazioni di architetti che, man mano, cominciavano a rifiutare la profusione degli ornamenti in favore di una parca dignità ideativa, morigerata nei modi, grandiosa negli impatti visivi dove possibile. Questo passaggio non fu semplice e, in realtà, per diverso tempo entrambe le propensioni convivettero e si sovrapposero, senza eccessivi clamori. Ciò nondimeno, la necessità della politica di avvalersi della legittimazione formale fornibile dalle arti stravolse lo status quo, ruppe l’equilibrio esistente e avviò nuove sequenze riflessive che, se da una parte riattivarono i gangli di un sistema ideativo ormai saturo e privo di nuovi input, dall’altra avviarono quel processo irreversibile di superamento del Barocco reintroducendo a legittimazione dell’elaborazione il riferimento all’antico.

fig.1: G. B. Piranesi, San Giovanni in Laterano, facciata, incisione (XVIII secolo)

Nel caso specifico, spartiacque divenne il concorso per terminazione della facciata della basilica di San Giovanni in Laterano a Roma del 1732: un concorso che, opportunamente pilotato, aveva lo scopo di rilanciare il ruolo leader della Chiesa nel mondo mostrando il rinnovato vigore della stessa nell’affermazione di un progetto maestoso e tettonicamente imponente, in cui la naturalezza si traduceva tanto nella razionalità di struttura quanto nella funzionalità di disposizione. Tale era l’auspicio di papa Clemente XII Corsini (1730-1740) il quale, però, non tentò di raggiungere questo scopo avvalendosi delle possibilità espressive offerte dalla profusione degli ornamenti; al contrario, il sovrano decise di ripudiare qualsiasi forma di decorazione in nome di una rinnovata nobiltà da costruirsi sui canoni dell’austerità e della ferrea gerarchia delle componenti. La chiarezza relativa cedeva il passo a una chiarezza assoluta e la sobrietà si elevava a termine discriminante della qualità (fig. 1).

Tuttavia, gli architetti allora contemporanei «stavan tutt’attaccati all’ornato dei loro begl’ordini, che vale a dire al di fuori ed alla superficie, che al parer mio esser dovrebbe non l’oggetto principale dell’architetto, ma l’accessorio».[1] Così, per lo meno, veniva condannato quell’atteggiamento che poi sarebbe stato chiamato “borrominismo”: un’inclinazione all’artigianato che, in realtà, poco aveva a che fare con gli insegnamenti del professionista ticinese ma che, altresì, aveva fatto propri tutti quei dettagli la cui applicazione – immediatamente – trasmetteva un senso di modernità. Frontoni mistilinei, putti, cherubini, stucchi di ogni genere: questo è quello del rococò attecchì nel contesto romano. Il vocabolario si aggiornò ma la sostanza rimase saldamente ancorata a un repertorio consolidato e caratterizzato da mutevoli esperienze fra loro anche distanti ma tutte, o quasi, di qualità.

Il nuovo rappel à l’ordre non poteva però rimanere ignorato e, perciò, molti artisti ed esperti del mondo delle costruzioni cambiarono di bandiera, rinnegarono il loro passato e aderirono ai dettami di un programma operativo inflessibile in cui la potenza era conferita dalla purezza e dal “sodo finimento”. Ferdinando Fuga (1699-1782) fu campione eccezionale di questo “ribaltone culturale”. Lo dimostrano le sue proposte di sistemazione per il prospetto di San Giovanni in Laterano: la prima connotata da una connessione graduata tra il monumento e il tessuto edilizio circostante mediata da ambienti forati e svolazzanti particolari; la seconda – invece – impostata sulla rigidità dell’ordine e la risoluta organizzazione degli elementi. Dunque, si trattava di due progetti in totale antitesi che, se non si sapesse che sono stati stilati dalla mano dello stesso autore, difficilmente si sarebbe potuto affermare che fossero stati immaginati dalla medesima mente. Eppure, ciò era accaduto e la motivazione non potrebbe individuarsi unicamente nella obbligatorietà di corrispondere ai desideri del regnante. Al contrario, evidente appare la volontà di reagire agli eccessi e al soggettivismo dell’architettura del tardo Barocco di quegli anni: un’ambizione a indagare forme di comunicazione prima inesplorate che fece la fortuna di questo professionista che, nonostante non vinse il concorso, si affermò sulla scena e, con lui, tutta una nuova generazione di architetti sì del Barocco ma più regolari.

 

[1] G. Pascoli, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti moderni, ed. critica, Electa, Perugia 1992, p. 43.

Bibliografia essenziale: 

P. Micalizzi (a cura di), Roma nel XVIII secolo, Edizioni Kappa, Roma 2003.

Il Michelangelo di Pietro da Cortona

Sebbene sia Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) sia Francesco Castelli detto il ‘Borromini’ (1599-1667) si professassero allievi di Michelangelo (1475-1564), in realtà solo Pietro Berrettini da Cortona (1596-1669) – toscano – ebbe effettivamente modo di osservare gli esiti della ricerca del Maestro tanto a Firenze quanto a Roma. E la chiesa dei SS. Luca e Martina (dal 1634) ne dà piena testimonianza.

Dedicata inizialmente solo a San Luca – l’evangelista da cui prendeva il nome l’omonima Accademia a cui era stata affidata la cura della fabbrica – il cantiere subì in verità importanti mutazioni in itinere, imposte dalla scoperta dei resti della santa martire nel corso degli scavi di sbancamento del terreno. Ciò determinò la mutazione del progetto e la predisposizione dell’attuale impianto.

fig. 1 – P. Cortona, primo progetto, pianta (1634ca)

Il primo disegno si contraddistingueva per una pianta centrale in cui il giro delle colonne che delimitava il ritmo dell’aula unica scandiva la distribuzione spaziale della croce greca separando l’ambiente fondamentale da quelli accessori secondo un’intenzione simile a quell’idea che l’architetto fiorentino aveva proposto per San Giovanni dei Fiorentini. Faceva eco a questa soluzione la compenetrazione tra le figure del cerchio e del quadrato: un’attitudine tesa a un simbolismo di origine rinascimentale e apprezzato per il chiaro rimando al concetto di Dio. Tuttavia, l’elemento più vistosamente tratto dal repertorio michelangiolesco appare in questo frangente l’inserimento di setti rientranti a segnalare gli assi obliqui dell’edificio sacro emergenti all’esterno come sporti murari in cui restavano incassate delle colonne: contrafforti dal sapore militare coniugati in senso civile secondo una mediazione riconducibile al celebre exemplum della Cappella Sforza (1561ca) e che bene si sarebbero integrati nel programma edilizio generale del professionista seicentesco il quale – sembra intendersi – dal conterraneo estrapolò anche la suggestione del triplice aggetto, idea avanzata per la ridefinizione dell’assetto della Basilica di San Pietro (1546-62).

Si potrebbe pensare quasi a una overdose di michelangiolismo ma così non sarebbe stato. Infatti, piuttosto che portare a un eclettismo, la riflessione di Cortona sembrava dirigersi verso un razionale equilibrio delle parti, suggellato da alcune finezze come il collocamento delle aperture accanto ai setti radiali.

fig. 2 – P. Cortona, secondo progetto, pianta (1634)

Ciò nondimeno, il ritrovamento archeologico rivoluzionò le opere in esecuzione moltiplicando le offerte per la costruzione del tempio: una iniezione di fondi che favorì una rielaborazione nel segno della magnificenza che si concretizzò in una croce greca longitudinalizzata. D’altra parte, il modello prestabilito si era ormai consolidato nei suoi caratteri e, quindi, piuttosto che abbandonarlo, Cortona lo valorizzò nei suoi aspetti qualitativi, usufruendo della luce per ingannare la percezione e abolendo la continuità muraria in favore di una parete piena, ossia costituita da membrature vibranti e capaci di configurare un ritmo e tratteggiare un fraseggio dalla forte espressività comunicativa. La cupola, basata su un sistema di lacunari mistilinei e nervature poi ripreso dai suoi colleghi nelle loro chiese successive, completava il discorso nel suo slancio per l’alto che bilanciava la profondità dell’asse principale in una nobile antinomia.

Invece, la facciata si poneva in autonomia rispetto all’interno, preferendo all’ordine gigante del fiorentino una frammentazione fondata su una logica di contrappunti: una dicotomia volontaria in cui alle colonne del primo livello si sostituivano sopra delle paraste e viceversa. In definitiva, è quindi la scomposizione a connotare il processo ideativo, in continuità con un modus operandi proprio dei decoratori; non a caso proprio la professione prediletta da Cortona. Chiara appare pertanto la logica alla base dell’azione del Cortona, il quale si rapporta con contesto non tanto con l’obiettivo di polarizzarlo quanto, piuttosto, con la speranza di entrarne a far parte.

fig. 3 – P. Cortona, SS. Luca e Martina, Roma, facciata, foto storica.

E questo fine sembra guidare anche l’ottimizzazione del prospetto della chiesa di Santa Maria della Pace nei pressi di piazza Navona (dal 1656): un incarico che vide il toscano confrontarsi non solo con il tema del dialogo con l’intorno ma, anche, con la difficoltà di restituire omogeneità alla mancata simmetria derivata dallo spezzamento particellare. Occorreva una sistemazione amplia e complessiva. Bisognava lasciar emergere la chiesa. Era assolutamente necessario riuscire a creare uno spiazzo sufficientemente largo da consentire il giro alle carrozze che conducevano alla messa i nobili residenti nelle vicinanze. Questi erano i vincoli: una serie di obblighi che costrinsero l’architetto ad affidarsi a vari accorgimenti in maniera tale da ottenere una unitarietà altresì precaria e costruita sulla finzione. Così, l’eccezionalità dell’inganno di Borromini nel complesso dei filippini (dal 1637) diventa qui seriale strumento di parificazione che, ribadito dall’equipollenza fra parasta e colonna, produce uno spazio visivamente controllato, immagine della stessa teatralità barocca: una scena con quinte e corpi sporgenti pensato per l’osservatore. La città ideale rinascimentale viveva per sé stessa nella sua perfetta organizzazione e definizione ideale; invece, la città barocca si nutre della complessità della realtà che la circonda e la modella a suo piacimento secondo una libertà che solo Michelangelo aveva osato portare alle sue estreme conseguenze; al punto di compenetrare i frontespizi come a Porta Pia (dal 1561): un’audacia non per nulla presente anche nella chiesa «alla Pace».

Bibliografia essenziale

K. Noehles, La Chiesa dei SS. Luca e Martina nell’opera di Pietro da Cortona, Bozzi, Roma 1969.