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Haec est civitas mea: le opere di giovani artisti dell’Accademia I.S. Glazunov di Mosca

Haec est civitas mea

Roma 3 marzo – 2 maggio 2018 – Monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano) –Sala Zanardelli

Dallo scorso sabato 3 marzo 2018 a Roma, per la prima volta in Italia, Haec est civitas mea, esposizione curata da Ivan Glazunov, Julija Glazunova delle prestigiose opere realizzate dagli allievi e diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv.

La mostra – organizzata dal Governo della Federazione Russa, il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, l’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, il Centro dei festival cinematografici e dei programmi internazionali, l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura “I.S. Glazunov”, la Fondazione Internazionale Accademia Arco e il Centro Studi sulle Arti della Russia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia promossa dal Polo Museale del Lazio – è il primo appuntamento del più ampio progetto culturale internazionale Stagioni Russe voluto dai Ministeri della Cultura di Russia e di Italia, un meraviglioso pretesto per rinnovare la tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti e per restituire un’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi nella Città eterna.

“Roma e l’Italia hanno avuto e in parte hanno un ruolo importante nella storia della cultura e dell’arte. Questa mostra è una dimostrazione del peso e della vitalità, dell’efficacia di questo ruolo. Sotto la gestione del Polo Museale del Lazio, il Vittoriano conferma la sua capacità di saper coniugare in termini originali e moderni quel che resta il suo mandato principale, la rappresentazione dell’identità nazionale italiana, nei valori originari di Libertà e Unità”.

 

(Edith Gabrielli, Direttrice del Polo Museale del Lazio)

 

L’esposizione presenta giovani pittori russi che hanno assimilato i principi della scuola accademica formatasi, nel XVIII secolo, sulla base della tradizione europea antica e rinascimentale. Con il linguaggio della pittura giovani artisti russi di talento raccontano pagine della propria storia, trasmettono la bellezza della natura nazionale, dipingono ritratti di personalità contemporanee. Le opere degli artisti dell’Accademia “I.S. Glazunov” sono il luminoso esempio di un grande magistero e della perpetuazione delle tradizioni artistiche nazionali più significative nell’ambito della cultura mondiale.

Si tratta di una delle prime iniziative nel contesto delle “Stagioni russe” in Italia, un progetto che nel corso del 2018 farà conoscere al pubblico italiano tutto ciò per cui la cultura russa è famosa: balletto, opera, teatro, pittura, cinema. Sono certo che l’esposizione «Haec est civitas mea» desterà vivo interesse tra gli abitanti e gli ospiti della Città eterna. I lavori presentati raccontano la vita popolare e la storia russa, talvolta s’ispirano a soggetti evangelici.  La storia della scuola pittorica russa è strettamente legata all’Italia. È qui che venivano, e continuano a venire, i nostri pittori, per studiare i migliori modelli artistici e perfezionare la propria maestria.

(Sergej Razov, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa)

IL PROGETTO

Non è un caso se, come titolo dell’esposizione, è stata scelta la frase latina «Haec est civitas mea»: nella storia russa i pittori italiani hanno avuto un ruolo quanto mai rilevante. Tradizionalmente nel XIX secolo i migliori diplomati dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, come stabilito dall’Imperatore in persona, venivano mandati in Italia per un lungo soggiorno, nel corso del quale godevano il privilegio di ricevere una speciale “pensione”, di viaggiare e creare, studiando i sublimi modelli dell’arte, dall’antichità ai tempi moderni. L’Italia divenne luogo di pellegrinaggio sui generis degli artisti russi, fondamento del forte e secolare legame culturale tra le nostre nazioni.

È una gioia particolare vedere ora lo sviluppo e la continuazione di questa interazione culturale. L’anno delle «Stagioni russe» in Italia è un meraviglioso pretesto per rinnovare l’insigne tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, per restituire l’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi, diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv, nella Città eterna.

Un elemento d’interesse dell’esposizione consiste nel fatto che questi pittori russi contemporanei portano avanti, sulla base della grande scuola greca e romana, a sua volta fondata su tradizioni più antiche, un tema nazionale, e che come all’epoca del Rinascimento italiano raccontano, con linguaggio classico, pagine della propria storia. Questo significa che nel mondo attuale le tradizioni del classico sono vive, e che tale rilettura riesce interessante a chi guarda. Siamo convinti che nell’artista del nostro tempo, educato al classico e già padrone dei rudimenti necessari, si perpetui lo spirito della nostra grande e comune civiltà artistica. E se Roma è il cuore dell’Italia, il cuore della vita artistica e culturale di Roma è il Vittoriano.

  

Quale gioia, nel vedere gli sguardi luminosi e i giovani volti ispirati di ragazze e ragazzi che vengono a studiare da noi dalle più remote città dell’immensa Russia. Arrivano a Mosca, accedono all’Accademia in virtù del loro talento, affrontando prove difficili, sostenendo esami, superando un concorso. Hanno la meravigliosa opportunità di copiare dai grandi maestri all’Ermitage e alla Galleria Tret’jakòv, e di fare pratica nelle antiche città russe, studiando le icone, gli affreschi, l’architettura. Sono persuaso che un artista non può intraprendere il proprio percorso creativo prima di aver varcato le soglie del classico. Sono sempre stato molto innamorato dell’Italia e dei suoi grandi artisti. Oggi, nel secolo XXI, il nostro compito è preservare e trasmettere ai giovani il retaggio della grande scuola europea di pittura, e io sono felice che i miei allievi si mettano, con abnegazione, al servizio di questo ideale.

Il’jà Glazunòv

 

L’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura

Nel 1987 l’eminente artista russo Il’jà Glazunòv è riuscito a fondare l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura nella storica sede moscovita dell’insigne Istituto di pittura, scultura e architettura di Mosca, del quale ha resuscitato le tradizioni. La convinzione che «gli studi sono le ali, senza le quali un artista non può innalzarsi fino alle vette dello spirito e della maestria», comune a Il’jà Glazunòv e ai suoi allievi, continuatori della tradizione della scuola russa, ha dato lo stimolo alla creazione di un’istituzione russa che, alla base del suo processo formativo, ha il metodo classico di educazione artistica. La presente esposizione è dedicata al trentennale dell’Accademia, e presenta opere pittoriche di diplomati di diverse annate, eseguite alla fine del corso di studi. Nelle varie facoltà dell’Accademia studiano più di quattrocento giovani: pittura, scultura, architettura, restauro e storia e critica d’arte, oltre alla cattedra, unica nel suo genere, di salvaguardia del retaggio culturale. Benché gli studenti sappiano lavorare in diversi generi e settori della pittura, in una fase precisa della loro formazione possono scegliere, in base alle aspirazioni, alle capacità e ai progetti creativi, a quale indirizzo riservare un’attenzione speciale: la classe di ritratto, di paesaggio o di pittura storico-religiosa. Nelle migliori accademie europee dei secoli passati, al primo posto stava l’insegnamento della composizione complessa con varie figure, su temi storici o religiosi. Per questo presso l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura è stato aperto un corso di pittura storico-religiosa, guidato da Ivàn Il’ìč Glazunòv, rettore pro tempore, titolare della cattedra di composizione, membro effettivo dell’Accademia russa di Belle Arti e pittore emerito della Federazione Russa. Ai giovani artisti s’insegna a restituire la viva plastica delle figure, le relazioni psicologiche tra i personaggi, la capacità di organizzare gli spazi e la perizia nella pittura en plein air. Gli studenti dipingono quadri su temi evangelici, su soggetti tratti dalla storia nazionale e universale, dalla mitologia e dalla vita quotidiana del popolo russo. La classe di paesaggio, a sua volta, perpetua le tradizioni del realismo, ricevute in eredità dall’esperienza ottocentesca. Esperienza insostituibile per gli aspiranti pittori rappresentano le escursioni di studio e pratica creativa, grazie alle quali gli studenti hanno la possibilità di perfezionare la propria tecnica in luoghi di particolare rilievo per la storia e la cultura russa. C’è poi la classe di ritratto, alla quale gli studenti accedono alla conclusione del terzo anno di corso. Qui si studiano i modelli di ritratto classico. Comprendere la forza di un’influenza prodotta dal sincretismo di virtuosità nel disegno, tecnica sopraffina e talento psicologico – imprescindibile prerogativa dell’artista – è condizione per il viatico al pittore principiante che si avventura negli spazi, complessi e seducenti, della ritrattistica. La maggior parte delle tele esposte sono lavori di diploma: si tratta dell’ultimo lavoro da studente e della prima opera creativa di un giovane artista. Il compito dell’accademia è di armonizzare, attraverso la pratica, i contenuti personali e una professionalità di alto profilo. Per tradizione, gli studenti dell’Accademia scelgono liberamente il soggetto del quadro di diploma. Il sesto anno di corso è interamente dedicato a questo lavoro. Si considera che a questo punto lo studente padroneggi in modo compiuto tecnica e metodi del lavoro dal vero, sia dal punto di vista della memorizzazione che da quello dell’inventiva. Il diplomando al sesto anno di studi si prepara a un percorso creativo autonomo. Indipendentemente da quale scelga, per ogni studente dell’Accademia il quadro di diploma è destinato a rimanere senz’altro una delle esperienze creative più rimarchevoli. Per la scuola classica russa di arte figurativa, gli antichi maestri europei sono sempre stati un punto di riferimento fondamentale. Gli Italiani in particolare. Proprio la scuola europea, a suo tempo, innescò in Russia la scuola pittorica accademica, destinata a divenire la scuola nazionale russa. Oggi nel paese l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura è famosissima. Esposizioni di lavori di studenti e diplomati dell’Accademia si svolgono regolarmente a Mosca, a Pietroburgo e in altre città. I talenti dell’Accademia sono richiesti in tutto il mondo, dal Vaticano e molti paesi europei fino agli Stati Uniti.

Le esposizioni dei nostri diplomati hanno grande successo in Russia e all’estero, e oggi io ho l’onore di presentare le loro opere a Roma, la Città eterna. È una gioia constatare che la nostra Accademia sia divenuta oggi il centro di tutela della scuola nazionale. I nostri professori e studenti condividono l’amore per la classicità, e come tutte le persone di talento sono originali e poliedrici. È bellissimo che giovani pittori, scultori e architetti contemporanei non abbiano smesso di vivere l’ispirazione sprigionata dal contatto con le grandi tradizioni della scuola classica e con le immagini della storia russa; ed è bellissimo che guardino al presente attraverso la tradizione.

(Ivan Glazunov, Rettore pro tempore dell’Accademia russa di pittura, scultura e architettura di Il’ja Glazunov)

 

Gli Arctic Monkeys annunciano due concerti in Italia

Sono passati ben quattro anni dall’ultima apparizione in pubblico per la band più seguita d’oltremanica. Gli Arctic Monkeys hanno annunciato il loto ritorno in Italia. Nome di spicco del post punk revival si esibiranno il 26 maggio al Roma Summer Fest, il nuovo Festival dell’Auditorium Parco della Musica, nella Cavea che per la prima volta avrà un parterre con soli posti in piedi, e il 4 giugno a Milano, al Mediolanum Forum.

Parliamoci chiaro, esulando dal valore tecnico, gli Arctic Monkeys sono i 5 Stelle della musica. Infatti, il gruppo è spesso citato come esempio di band emersa dal web, una delle primissime emerse in questo modo, in questo senso essi hanno plasmato la possibilità di un cambiamento nel modo in cui i gruppi ottengono attenzioni e promuovono la loro musica. Il grosso del lavoro su internet è stato fatto dai loro amici e fan, mentre il gruppo si è limitato a dare gratuitamente dei demo ai loro concerti. Una mossa che li ha resi celebri e li ha portati nell’olimpo della sfera musicale indie rock, anche se successivamente ha cambiato nettamente stile ad ogni album, un tratto distintivo della band.

AM, l’ultimo album della band, è uscito nel 2013, è stato l’album che ha emancipato la formazione dai perenni e nostalgici accostamenti con il Brit Pop.  L’ultima volta che li vidi dal vivo fecero saltare per ore ed ore Rock in Roma a Capannelle.

La notizia del nuovo tour, e conseguente album, è arrivata da una fonte inaspettata, il magazine di moto For the Ride, che ha scattato alcune foto al bassista Nick O’Malley “il giorno prima dell’inizio delle registrazioni del sesto disco, iniziate in una location segreta a settembre”.

Special guest di Arctic Monkeys sarà l’australiano Cameron Avery, l’ultima volta erano stati i The Vaccines ad accompagnarli. Ma, ne varrà comunque la pena. A produrre sarà Live Nation Italia.

Ricordiamo che sia i biglietti per il concerto di Roma che quelli per il concerto di Milano saranno in vendita dalle ore 10 di venerdì 9 marzo: quelli per la data romana potranno essere acquistati su Ticketone, quelli per la data milanese su Ticketone e Ticketmaster. Sempre dalle ore 10 di venerdì 9 i biglietti saranno disponibili anche presso tutti i punti vendita autorizzati.

La neve a Roma, addio a Dario Passi

L’architettura come il fiume scorre sempre uguale dinanzi a noi per essere colta e determinata secondo forme e leggi di autobiografica immaginazione_ D. Passi, La costruzione del progetto.

Ci ha lasciato Dario Passi, poco prima che la neve arrivasse ammantando Roma, preservandola per poche ore dal chiacchiericcio elettorale, dalle fitte trame di tessitori mai esausti.

I medesimi biechi personaggi, molti dei quali colleghi, che circa una trentina di anni fa riuscirono — indirettamente diremmo — a dissuadere Dario Passi dalla pratica architettonica, orientandolo verso un percorso artistico altro. Egualmente esperito con quella grazia decisa, quel metodo schivo, che da sempre ha caratterizzato uno dei maestri dell’ultima Scuola Romana.

Roma appunto.

Città fatta di case, case fatte per la loro città, in un susseguirsi di situazioni e di luoghi efferati, tragici, impietosi, mai graziosi, mai ipocriti per venire accettati dalla buona società. Architetture dure, perentorie, massicce, a testimoniare che l’architettura non si manifesta al di fuori di una cultura del costruito capace di rileggere la vicenda della sua lenta, faticosa, silenziosa, ma ineluttabile evoluzione materiale_ G. Muratore, D. Passi, Parere sull’architettura.

Intensivo Romano, Dario Passi. Immagine tratta dall’archivio di Archiwatch di Giorgio Muratore.

Dario Passi architetto è stato lungo gli anni Settanta ed Ottanta, uno dei più autorevoli esponenti di una certa tendenza progettuale, interpretata in chiave prettamente romana ed in egual misura vicina e distante dalle coeve declinazioni nazionali ed internazionali.

Tra gli altri, hanno scritto di lui CalvesiBonito Oliva, Moschini, Muratore, PortoghesiPurini, Savi.
Non è un caso che proprio Vittorio Savi ne analizzò la produzione con attenzione, analogamente a quanto già fatto per Aldo Rossi. Non sono pochi i punti di contatto tra i due e non stupisce apprendere come Rossi, in veste di curatore della Biennale del 1985, invitò personalmente Passi al concorso per la sistemazione dell’area del Ponte dell’Accademia.

Savi scrisse di una conciliazione del realismo con l’avanguardia — avvicinando con un’intuizione felice, la sensibilità passiana a quella di Cy Twombly — di processi creativi alchemicamente intesi a mete sublimi, e ancora di realismo tipologico e di architetture metropolitane.

Forma Urbis, Dario Passi. Opera presente nella mostra La Tendenza, Italian Architectures 1965-1985, curata da Frédéric Migayrou al Centre Pompidou. Immagine tratta da Archiwatch di Giorgio Muratore.

Passi inseguiva, per mezzo dello strumento architettonico, un’urbanità compatta, discreta, borghese. Ricercava pezzi di città normali, di gente che vive una minima vita urbana. Inseguiva il ruolo spesso rilevante dei personaggi apparentemente minori ma forse solo più discreti, le piccole storie, le peculiarità desuete, gli eventi senza firma.

Emblematiche le parole di Francesco Moschini:

Il suo ritrovarsi solo, isolato, con i suoi pochi ma affezionati estimatori non può che rassicurarlo sul senso preciso di scelte così fastidiose, scostanti e così poco amabili e pur così necessarie se non urgenti.

La seconda fase della sua ininterrotta attività di ricerca, si è focalizzata quasi esclusivamente sul gesto artistico. Arazzi, ceramiche, dipinti, disegni, murales, il supporto poteva cambiare, il tratto rimase il medesimo, lieve ma efficace e mai banale. Da Capogrossi a Perilli, i riferimenti, anche in ambito artistico, indugiarono su di un orizzonte romano.

Nel corso dell’ultimo anno, due personali ben fatte, hanno raccontato parte di questa storia, di questo percorso generoso, finalmente meno schivo ai riflettori. Disegni alla Fondazione Cerere e Pittura di segni/segni di pittura alla Nomas Foundation (mostra in corso) hanno reso un meritato omaggio a Dario Passi, artista, architetto.

Chissà lungo quali itinerari dell’Urbe si starà incamminando ora, di nuovo al fianco dell’amico Giorgio Muratore. Probabilmente ripartiranno dal Tuscolano, quartiere dove si impernia la poetica di Dario Passi, che già descrisse in Una giornata al Tuscolano, brano dagli echi pasoliniani:

Credo di poter legare l’inizio di questo genere di attrazione o comunque di rapporto con quelle strade, con quegli slarghi, con quegli edifici che si avviano a divenire per me emblematici, a certi lunghi pomeriggi feriali della mia adolescenza passati in interminabili partite di calcio con piccole squadre locali in quei campetti terrosi e senza docce sotto l’acquedotto che ci rimbalzava amichevolmente il pallone_

 

Meglio Tacere! Al teatro Ar.Ma di Roma

«Meglio Tacere! è la nuova brillante commedia scritta e diretta da Alessandro Martorelli in scena al Teatro Ar.Ma di Roma»

Teatranti Tra Tanti presentano Meglio Tacere! La nuova entusiasmante commedia scritta e diretta da Alessandro Martorelli Con Luca Avallone, Alessandro Martorelli, Antonio Pellegrini, Gianluca Zanellato, Chiara Della Rossa e Chiara David. Lo spettacolo andrà in scena al Teatro Ar.Ma (Pag. FaceBook) di Roma sabato 24 febbraio alle ore 21:00 e domenica 25 febbraio alle ore 18:00.

Lo Spettacolo:

Il detective Rothery viene assoldato dalla bellissima e affascinante vedova Miss Hogarth per scoprire chi ha ucciso suo marito Frank Mosley. Solo uno dei componenti della splendida villa di Los Angeles è il vero assassino ma per il detective non sarà così facile scoprirlo … O almeno questa dovrebbe essere la storia da raccontare a meno che gli attori della commedia non comincino a mettere in piazza le loro stesse vite…Una destrutturazione dell’attore che da professionista deve immedesimarsi nell’attore improvvisato e goffo che, incurante dello spettacolo, mette avanti i suoi problemi personali con i suoi colleghi dando vita al più puro metateatro. Una commedia coinvolgente e carica di ironia che ha conquistato il pubblico al suo debutto.

Teatranti Tra Tanti:

La compagnia “Teatranti Tra Tanti” è la naturale conclusione di un percorso artistico avviatosi nel lontano 1998 tra persone di età diverse ed esperienze eterogenee.

I componenti, inizialmente, si sono fatti conoscere come la proposta teatrale di un’Associazione Culturale locale, mettendo in scena commedie di grande impatto sul pubblico, quali:

  • Non tutti i ladri vengono per nuocere – di Dario Fo (1999)
  • L’Importanza di chiamarsi Ernesto – di Oscar Wilde (2000)
  • Le pillole d’Ercole – di C. M. Hennequin & P. Bilhaud (2001)
  • Taxì a due piazze – di Ray Cooney (2002)
  • Miseria e Nobiltà – di E. Scarpetta (2003)
  • Caviale e Lenticchie – di Scanicci e Tarabusi (2004)
  • Rugantino – di Garinei e Giovannini (2005-2006)

Nel 2007 la compagnia si sgancia dall’Associazione Culturale per fondare un gruppo teatrale autonomo.

Nasce così la Compagnia Teatrale Amatoriale “Teatranti Tra Tanti” che si presenta al suo pubblico con la commedia:

E’ una caratteristica di famiglia – di Ray Cooney (2007-2008).

La compagnia dei T.T.T. per gli anni 2010-2012 ha portato in scena la commedia brillante del duo comico romano Lillo & Greg:

Il mistero dell’assassino misterioso

con la quale ha vinto i seguenti premi: Premio Gradimento del Pubblico al concorso “Passaggio a Teatro” svoltosi a Passaggio di Bettona (Pg), Miglior allestimento scenografico al concorso “Il Confetto d’Oro” svoltosi a Sulmona (Aq).

Nel 2013 la compagnia è stata attiva su vari fronti attraverso la produzione e la realizzazione di due spettacoli:

Anche i Pink Floyd possono sbagliare
un monologo con musica dal vivo di e con Alessandro Martorelli, con il gruppo Dark Side Theater e la regia di Silvia De Grandis

Doppie Punte
due atti unici di Fabio Salvati con la regia di Virgilio Scafati

Nel 2014 i T.T.T. presentano al suo pubblico una nuova commedia brillante scritta da Alessandro Martorelli

Follia d’Ufficio

Una nuova commedia brillante scritta da Alessandro Martorelli, che si è aggiudicata il terzo premio del Concorso Nazionale per Autori Teatrali “Parole in Scena” indetto dalla F.I.T.A. di Messina. Inoltre lo spettacolo è stato vincitore dei i seguenti premi al concorso “Confetto D’Oro” di Sulmona AQ:
• Miglior Attore Protagonista
• Miglior Commedia Giuria dei Giovani

Nel 2015/16 i Teatranti realizzano due nuove produzioni:

Effetti Collaterali
Commedia in due atti di Alessandro Martorelli, seconda classificata al concorso nazionale Teatrin100, che vede la partecipazione di Luca Avallone (Fiction Rai Un’altra vita,Melevisione ecc.) per la regia di Alessandro Martorelli.

Generazioni Scorrette
Brevi monologhi o dialoghi intervallati e accompagnati da commenti musicali ad hoc.
Generazioni Scorrette è un format e ciò fa sì che ogni sera lo spettacolo sia diverso dalla sera precedente: ogni rappresentazione infatti viene arricchita con ospiti che hanno libertà di esprimersi con la propria arte, interpretando i temi trattati.

Il tessuto connettivo dei Teatranti Tra Tanti è dato dall’amicizia che, ad ogni spettacolo, si manifesta sul palco in una mirabile intesa artistica.

Insieme al talento di ogni componente della compagnia, maturata anche attraverso studi personali, va sicuramente menzionata la capacità di saper raccogliere la sfida delle imprese più difficili.

L’esperienza fatta di Teatri, Piazze e Concorsi, in questi anni, ha creato una fidelizzazione del  pubblico sempre maggiore, che alla fine risulta essere la miglior gratificazione per il lavoro svolto dalla compagnia.

Quando si assiste ad una commedia brillante messa in scena dai Teatranti Tra Tanti ci si dimentica di essere  in presenza di attori non professionisti, avvolti dalla magia del teatro.

 

Info

Dove: AR.MA TEATRO, Via Ruggero de Lauria 22 (Zona Prati)

Quando: Sabato 24 febbraio ore 21:00 e Domenica 25 febbraio ore 18:00

Intero 12 Euro – Ridotto 10 Euro

Magda all’Ex Dogana w / Kontakt

Magda possiede una personalità eccentrica, dalla produzione di tequila di alta qualità alle collaborazioni tecnologiche, alla moda e all’arte, rende ogni cosa uno. Un continuum e una creatività slegata dal marketing e sostenuta da una forte capacità creativa. Un personaggio fuori dai canoni dell’icona esclusivamente a servizio del mercato. Questo aspetto il pubblico lo riconosce e se ne fa promotore.

Il 9 febbraio Roma tornerà a cimentarsi con il suono e l’energia dell’esplosiva Magdalena Chojnacka, in arte Magda. Magda unisce uno stile puro, legato ai suoi minimal della techno, con punte di creatività di new wave che riescono a trasportare il pubblico per ore, senza farlo mai fermare. Nata in Polonia è un’icona mondiale e non per la sua bellezza estetica, ma per la capacità di saper suonare. Il luogo che l’ha cambiata è stato il Texas e l’altare della sua proclamazione a icona non poteva che essere “La Mecca” dell’elettronica ossia Detroit.

Magdalena Chojnacka ha dimostrato nel tempo una forte coerenza,  una ricerca non banale per la qualità unite all’abilità di portare tracce insieme in modi inaspettati. I riconoscimenti ottenuti sono svariati, ma val la pena ricordare l’Essential Mix della BBC per il live streaming del Timewarp. ‘She’s A Dancing Machine’, uscita nel 2006 attraverso l’etichetta Minus, è stato un passo determinante per la dj polacca.

Magda djset

Ammetto di non essere un amante della minimal e ritengo con forza che abbia in parte distrutto il tessuto artistico e il mood della città dove per scelta vivo ossia Roma. Ma, allo stesso tempo e modo non posso esimermi dall’affermare che ‘From The Fallen Page’, album di Magda del 2010, sia stato e rimarrà per sempre una pietra miliare della techno. In ‘From The Fallen Page’ l’artista residente a Berlino ha saldato il suo amore per la composizione horror italiana, il futurismo techno di Detroit e la funzionalità di dancefloor straight-forward in un corpo di lavoro di qualità che sembra ancora fresco oggi.

Quella del 9 febbraio sarà una serata speciale all’Ex Dogana, che con il sostegno del party Kontakt, non lascerà il pubblico alla solita festa di carnevale.

Una platea romana che deve sostenere il movimento generato dall’Ex Dogana e Kontakt per non lamentarsi del deserto culturale lasciato da molti. 

Un appuntamento al quale parteciperanno altri dj come: Dumfound, Viktor Martini & Frank Master, Martin e, soprattutto, il padrone e cerimoniere del party più famoso di Roma ossia Riccardo Morra.

San Lorenzo – Giovanni de Cataldo

San Lorenzo di Giovanni de Cataldo

Presso la Z2o Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina, 21

Opening: Sabato 10 febbraio 2018 | 6 – 9 pm

Periodo di esposizione: dal 10 febbraio al 17 Marzo 2018

Descrizione della mostra di Cecilia Canziani

Qualche giorno fa, sull’autostrada che percorro quasi una volta a settimana, mi sono soffermata a guardare delle grandi impalcature sospese nel vuoto che da qualche mese punteggiano un viadotto. Nella nebbia della mattina, illuminate da luci pallide, sembravano trabucchi protesi sul mare, o torri merlate, comunque: strutture autosufficienti, e abitate. Magiche.

La stessa strada, immagino, è quella che percorre anche Giovanni de Cataldo quando va a prelevare i guardrail che adopera per le sue sculture in un circuito dove vengono testati i dispositivi di sicurezza delle automobili. Questo circuito si trova in una località remota, immersa nella natura, e mi ha colpito, ­nel racconto che me ne ha fatto Giovanni de Cataldo mentre eravamo nel suo studio di San Lorenzo la descrizione di un silenzio quasi antico, rotto dall’impatto delle automobili lanciate contro i guardrail. Una suggestione forse amplificata dall’apparente contrasto dei materiali nello studio di Giovanni: lamiere, pezzi di acciaio, e poi stoffe, un ferro da stiro, e l’evidente fatto che gran parte del suo lavoro è un silenzioso rammendo.

Se devo individuare una cornice di riferimento per il lavoro di Giovanni de Cataldo, penso a Robert Smithson ai suoi prelievi reali o evocati dal paesaggio urbano – a Monuments of Passaic, ai Non Sites (a qualcosa in altre parole di simile alla visione sub specie aeternitatis delle impalcature sull’autostrada, che per una volta, e una soltanto, ho visto liberate dalla loro funzione e ricomposte come oggetto di apprensione estetica). O alle ricerche condotte attraverso l’impiego di materiali instabili come l’asfalto –con cui ha lavorato anche Giovanni de Cataldo – o la colla, e volte a sfidare la verticalità e autonomia dell’opera modernista con la seduzione del basso, dell’informe, della forza di gravità. La pulsione per la caduta, il collasso.

Ma a ben guardare, nel lavoro di Giovanni de Cataldo si gioca un gioco diverso, e meno ironico – o decisamente post monumental. Non c’è la dimensione monumentale, e non c’è nemmeno la critica al capitalismo avanzato, ma un appello alla capacità di saper vedere forme e materiali che sovrascrivono la città, e di trovare bellezza dove non la aspettiamo, una forma nel disordine.

I suoi Crash Test sono prelievi dal tessuto urbano risemantizzati non solo attraverso un’operazione di appropriazione, ma anche attraverso la trasformazione dell’oggetto la cui superficie viene cromata, smaltata o zincata, o ancora foderata, rendendone leggibili valori plastici e pittorici. Dunque non prelievi di realtà ricontestualizzati in una cornice istituzionale – o per effetto di una cornice istituzionale – ma brani di un paesaggio urbano, più che industriale, che vengono scelti e interpretati in ultima analisi per il loro potenziale estetico, e su cui l’artista interviene per evidenziare una piega o una curva – in sostanza per evidenziarne le qualità scultoree.

Un paesaggio, peraltro, del tutto situato: la città di Roma, il quartiere San Lorenzo, che dà il titolo alla mostra e che ospita dagli anni settanta studi di artisti, ma che è anche, tutt’ora, un quartiere popolare e laboratorio autonomo di politiche di comunità. Un quartiere che di Roma possiede il vero genius loci: una bellezza selvatica.

Proseguendo una ricerca che parte dall’analisi delle proprietà scultoree di materiali edili come asfalto e cemento già esplorata in Cerae (2015) o nei Carottage (2015-2016); dalla ricognizione del contesto urbano nei suoi elementi funzionali – strade, guardrail, recinzioni temporanee (come nei Crash Test, 2017); dall’indagine delle tracce inscritte nel paesaggio – graffiti, segni, forme come testimonianza di un continuum della storia (Prisco vive, 2017) – i lavori in mostra indagano in maniera più precisa la relazione tra oggetto e sguardo. Allora nelle superfici cromate e riflettenti in mostra sembra possibile rintracciare qualcosa di simile ai Mirror Cubes di Robert Morris, che negli anni settanta attraverso la superficie specchiante riconfigurano e complicano la relazione tra oggetto, spazio e spettatore, proiettando il centro all’esterno della scultura e moltiplicando i punti di vista.

Ma anche qui occorre dire che Giovanni de Cataldo non usa lo specchio, ma la cromatura, la zincatura, gli smalti da carrozzeria (il rosso Ferrari, il verde Kawasaki il crema della Vespa), chiamando in causa un immaginario che ha a che fare con la cultura di massa – con Jeff Koons, più che con il Minimalismo, per capirci.

La relazione tra corpo dell’oggetto e corpo dello spettatore si precisa però non solo attraverso il gioco di rifrazione da e verso la superficie delle sculture: i guardrail, i coperchi delle fontanelle pubbliche (oggetto di furto e commercio illegale, e copiati con cura dall’artista in marmo, metallo e cera: originale e copia), vengono in questa mostra ruotati. Collocandoli su un altro asse rispetto alla posizione in cui siamo abituati a vederli, questi oggetti cambiano anche di senso e perdono ogni relazione con la loro funzione d’uso.

In maniera simile l’artista interviene sulle griglie in PVC, applicate su stoffa catarifrangente tirata su telaio e allestite in forma di paravento – un oggetto che fa spazio più che occuparlo – o restituite in forma di quadro appese alle pareti, o riprodotta in alluminio e resa autoportante. Se la superficie catarifrangente assorbe e rifrange la luce, e la cancella se la scultura viene fotografata con il flash, restituendone una sua versione in negativo, la griglia evoca la composizione modernista per eccellenza chiamando in causa la specificità mediale della pittura. Così la griglia in questa mostra è presente come quadro, come spazio, come scultura, e in tutti i casi allo stesso tempo finestra e cornice, centripeta e centrifuga.

La superficie delle opere in mostra sia che evochi la bidimensionalità della pittura, sia che insista nella piega come punto generativo della scultura, è il luogo dialettico dove lo sguardo si appunta e viene riflesso, moltiplicato o negato, ed è bello che in un momento storico in cui le mostre hanno imparato ad essere fotogeniche, questa mostra non si lasci fotografare senza far resistenza all’obiettivo, ma si debba vedere con il corpo: altrimenti le pallide tinte proiettate dal retro delle sculture che colorano il muro, il proprio volto deformato da una curva zincata, il leggero riflesso che cambia temporaneamente la temperatura di una tela, non si percepirebbero.

Allora si chiarisce il fatto che al centro di questi prelievi e rammendi, della cura estrema con cui un materiale ordinario, opaco, ottuso, viene restituito allo sguardo, c’è la figura dello spettatore a cui è affidato in fondo il compito di continuare a guardare e a interrogare lo spazio – così che, pur non somigliando a una scultura di Giovanni, un ponteggio una mattina di nebbia sembri una cattedrale.


 

English version

Text by Cecilia Canziani

A few days ago along a highway I drive nearly once a week, I took closer notice of the enormous scaffolding that has been propping up a viaduct for months now, suspended there in the void. Dimly lit  in the morning fog, I thought of fishnets hung out over the sea, crenellated towers, freestanding structures busy with road workers. Magical.

I thought this might be the same stretch of road Giovanni de Cataldo takes when he goes to get the guardrails he uses in his sculptures from a test track where automobile safety devices are developed. Giovanni described the place to me one day in his San Lorenzo studio: the testing is done on a circuit lost in the countryside, and what struck me most was his description of this vaguely ancient silence and how it was shattered regularly by the sound of cars sent crashing into guardrails at high speed. My  impression was perhaps deepened by the motley assortment of materials Giovanni has assembled  in his studio: metal rails, chunks of steel, fabrics, even an iron. It’s clear that a large part of his work consists in silently mending.

If I had to indicate a reference framework for Giovanni’s work, it would be Robert Smithson and what he extracts physically or figuratively from urban environments – Monuments of Passaic or Non Sites (in other words, something similar to my sub specie aeternitatis vision of scaffolding along the highway which, just this once I’d perceived as released from its intended purpose and recomposed as object of aesthetic appreciation). Or Smithson’s investigations into instable materials like asphalt  – which also Giovanni has worked  – or glue, for example, that challenge the verticality and autonomy of Modernist work with seduction from below, the inchoate, the force of gravity. The impulse towards falling, collapsing.

Upon closer examination, Giovanni de Cataldo’s work has a different, less ironic – or decidedly post monumental – intention. The monumental dimension is absent, as is any critique of  turbo-capitalism, and replaced by a call to really see the shapes and materials with which our cities are overwritten, to find beauty where it may be least expected, discern form from disorder.

His Crash Tests  are swathes cut from our urban tissue, re-semanticized not only through an operation of  appropriation but also by the transformation of the object whose surfaces are subjected to chrome-plating, zinc-coating, glazing or even upholstery,  in this way expressing plastic and pictorial values. Not excerpts of reality recontextualized in institutional settings  – or by institutional settings – but instead samplings of urban, rather than industrial, landscape ultimately selected and interpreted for their aesthetic potential on which the artist intervenes to highlight one particular fold or curve that expresses some sculptural quality

The landscape, however, is firmly rooted: the city of Rome, and its San Lorenzo district, which gives the show its name and has hosted artists’ ateliers since the Seventies, and which remains a working class neighborhood today, an unlicensed laboratory of community policies and politics, one of Rome’s quarters in full possession of the real genius loci of unruly beauty.

In continuation of a practice based on analyzing the sculptural properties of construction materials such as asphalt and concrete previously explored in Cerae (2015) and Carottage (2015-2016), recognizing the urban context in its functional elements – roads, guardrails, provisory fencing (as in Crash Test, 2017), and investigating traces inscribed in the landscape – graffiti, marks,  and shapes that testify to a historical continuum (Prisco vive, 2017) – the works chosen for the show investigate the relationship between the object and the viewer more closely. Hence the chromed, reflecting surfaces on display seem to allude to something similar to Mirror Cubes by Robert Morris that during the Seventies reconfigured and complicated the relationships between objects, space and spectators with their mirroring, turning the sculpture’s center inside out and multiplying points of view.

It should be noted that Giovanni de Cataldo uses not mirrors but chrome-plating, zinc-coating, and the colors of iconic motor vehicles instead  (Ferrari red, Kawasaki green, and Vespa cream-white), and addresses a collective unconscious that evokes media culture – more Jeff Koons than Minimalism, to put it plainly.

The relationship between the object’s body and the viewer’s body is developed not only through the play of refraction from and to the surfaces of the sculptures: the guardrails, the post-caps of public drinking fountains (objects regularly stolen and illegally trafficked carefully reproduced by the artist in marble, metal, and wax, shifting from original to copy and back) are subjected to rotation at the show. Positioned along another axis than the position in which we usually observe them, the meanings of these objects change; every association with their previous practical purpose is lost.

The artist handles PVC netting in similar fashion, applied on reflecting fabric stretched over a frame and set up in the form of a screen (TITOLO) – an object that instead of merely occupying space creates it – or is restituted in the form of  “paintings” hung to the walls or reproduced in aluminum and made freestanding. If reflecting surfaces absorb and refract light, and even cancel it,  if a sculpture is photographed with the flash in order to provide us with its negative, this netting evokes the epitome of  Modernist composition by invoking the specific nature of painting as medium. Therefore netting appears in this show as painting, as space, as sculpture, while everywhere at the same time serving as frame and window, both centripetal and centrifugal.

Whether it evokes painting’s bi-dimensionality or insists on the fold as sculpture’s point of generation, the surface of the works in the show is the dialectical setting in which the gaze focuses and is then reflected, multiplied or denied, and it is noteworthy that in these times when shows have learned how to become photogenic, this one resists selling its soul to the objective lens and demands to be seen with the viewer’s entire body, without which the  faint colors projected from behind the sculptures that tinge the wall, the beholder’s face distorted in reflection from a curved zinc-plated surface, and the shimmer that seems to temporarily alter the canvas’s temperature would not be perceivable.

This explains why the central point in this extraction of materials, patches, and painstaking care lavished on materials considered ordinary, opaque, and dull prior to their return to our gaze has been reserved to the spectator, who has essentially been assigned the task of continuing to consider and query the space in front – so that without any resemblance to any of Giovanni de Cataldo’s sculptures, scaffolding seen along a highway one misty morning may be taken for a cathedral.

Dell’abitare incerto: inaugura il KunstRaum Goethe

Il 15 febbraio apre il  Kunstraum Goethe, il nuovo spazio interdisciplinare del Goethe-Institut di Roma. Qui, attraverso mostre e installazioni, ma anche performance, dibattiti e laboratori, ci si interroga sui temi più sentiti della nostra attualità con lo scopo di stimolare la ricerca e il confronto tra artisti, ricercatori e cittadini.

La #mostra inaugurale, “Dell’abitare incerto”, affronta il tema dell’abitare indagando il concetto da una prospettiva ampia, che va da una riflessione generale sull’esistenza all’incertezza materiale e psichica delle immigrazioni contemporanee. Riflessioni che costituiscono il leitmotiv delle attività culturali del Goethe-Institut Italia, centrate su temi quali la vita, gli arrivi, la crisi e la famiglia in Europa.

“Dell’abitare incerto” offre un confronto tra tre noti artisti, due tedeschi e un italiano: Ulf Aminde racconta la precarietà come condizione ambita tramite persone come gli street punk, che volutamente vivono la marginalità come stato di felicità; Andreas Lutz con un’installazione coglie il crollo (“messa a nudo”) delle certezze della società medio borghese tedesca; Vittorio Messina, infine, con le sue “celle” indaga la precaria condizione esistenziale della società industriale.

Per tutto il 2018 KunstraumGoethe sarà curato da Valentino Catricalà, con cui sono stati individuati tre temi di ricerca che connoteranno le mostre e le attività dello spazio: incertezza, equilibrio e tecnologia.

INFO:

Goethe-Institut Rom di Via Savoia n. 15 – Roma

Il 15 Inaugurazione del nuovo spazio “KunstRaum Goethe” con la mostra “Dell’abitare incerto” // Opening talk ore 18:00 alla presenza degli artisti.


Orari di visita della mostra fino al 29 aprile 2018:
lun 14–19 | mar mer gio ven 9–19 | sab 9–13.
Chiusa dal 30 marzo al 2 aprile e il 25 aprile 2018.

Tutte le info sul nostro sito web:
www.goethe.de/roma/kunstraum #abitareincerto

INQUERCIATA VOL. III

Da non perdere la terza edizione di Inquerciata che si terrà il prossimo venerdì 2 febbraio al Nuovo Cinema Palazzo di Roma

Inquerciata è una manifestazione artistica itinerante, la terza edizione si svolgerà a Nuovo Cinema Palazzo (pag. Fb)(Piazza Dei Sanniti, 9a) e Communia (Pag. Fb) (Via dello Scalo S. Lorenzo, 33).

Cuercia, un collettivo multidisciplinare romano composto da musicisti, fotografi, videomaker, pittori e grafici.

Il nostro obiettivo è quello di riqualificare gli spazi sociali attraverso rassegne, eventi e incontri che coinvolgano artisti di ogni genere e provenienza tramite collaborazioni, progetti collettivi e personali

Al piano inferiore il main stage ospiterà sette gruppi provenienti da realtà musicali italiane affermate ed emergenti. Il percorso musicale è stato pensato in relazione alla mostra così come la mostra è strettamente legata al concerto. Queste due parti convivranno per tutta la durata della rassegna.

Timmeline Nuovo Cinema Palazzo:

Ore 18.00 – Inizio Mostra [Fotografia/Pittura/Scultura/Visual Mapping/Installazioni/Illustrazioni] Ore 19.00-21.00– Apericena Sociale a base di canapa a cura di “Società Agricola Antichi Grani
Ore 19.00 -20.00– Concerto Cuercia Jazz Quartet
Ore 21.00 – 1.00 – Concerti

  • Cernit – Alternative Rock
  • Inesatto – Post Hardcore
  • Moblon – Art Rock
  • Super Dog Party – Rock ‘n Roll
  • Antares – Speed Rock
  • The Bone Machine – Wild Rockabilly

Cernit
Quattro i Cernit, solo due primogeniti, partoriti umidi da tre madri differenti.
Ruvidi, irregolari, pesanti. Noise, fuzz, inquietudine e fischi.

Inesatto
Post hardcore a pedali, riff spaziali.
Sono queste le armi da battaglia di questo giovane power trio romano mai banale. Hanno all’attivo diverse produzioni in studio e live di pregio.

Moblon
Moblon è un trio art-rock romano.
Tra retaggi grunge e tensioni jazz, il Moblon fissa il suo esordio il 16 giugno 2017, uscendo con l’album “t.i.n.a.” (“tutti i nostri alieni”/ “there is no alternative”) per Bravo Dischi.

Super Dog Party
Una miscela incendiaria di Rock & Roll Blues iniettata di Funk, Punk e Hardcore.
Reduci dal tour californiano sono pronti a spettinarci per bene.

ANTARES
Power trio Punk Rock dall’entroterra pesarese. Ben sette studio album, più un pugno di altri dischi tra Ep, compilation e demo.
Non hanno bisogno di tante presentazioni…sono gli ANTARES.

THE BONE MACHINE
La diabolica perversione del Rock’n’Roll nasce nella palude nell’anno del signore 1999.
Dal vivo non c’è spazio per i convenevoli, per le inutili chiacchiere, per le belle parole: The Bone Machine non è un intrattenitore spiritoso da balera, non è una scimmia ammaestrata da circo. The Bone Machine è un provocatore psicotico, antipatico e diabolico che suona per chi e con chi si rende partecipe e artefice e non semplice spettatore.
Ascoltare The Bone Machine è come fumare Marijuana che ha radici all’Inferno.

La balconata che affaccia sul palco ospiterà le visioni di più di trenta artisti provenienti da diversi ambienti romani e non.

Lo spazio espositivo curato dal collettivo Cuercia, avvolto in un mosaico di opere, prenderà la forma di un vero e proprio percorso nell’arte.
Lo spettatore potrà intraprendere un viaggio nell’introspezione del singolo artista rimanendo coinvolto nella totalità dell’ evento.

Saranno presenti lavori inediti tra cui una serie di scatti a tiratura unica realizzati per il “Pinhole Project”, oltre che dipinti, fotografie, installazioni, illustrazioni, stampe, sculture e nuovi mezzi di comunicazione visiva come visual mapping e proiezioni. Più di trenta artisti parteciperanno all’esposizione e saranno presenti durante l’evento poiché il progetto Cuercia Factory mira anche a creare un interazione tra l’artista e lo spettatore.

Finita la rassegna musicale partirà dal Nuovo Cinema Palazzo una migrazione circense.
Alla testa del corteo Eddy Harper ci guiderà verso Communia a tempo di beatbox, dove continuerà il dj set di “Mondocane” (Balkan, Afro Tekno Kinshasa, Global bass).

Verranno proiettati visual a cura di Cuercia Factory ed esposta una Ziqqurat creata con materiali di scarto.

 

INGRESSO:

Nuovo Cinema Palazzo:  5 euro con bicchiere di vino per chi arriva prima delle 21.00

Communia: 2 euro. Gratuito per chi viene dal Nuovo Cinema Palazzo

CONTATTI: cuerciafactory@gmail.com

EVENTO FACEBOOK: www.facebook.com/events/159965821443585/?active_tab=about

Media Partner: Lab-tv

 

Dumfound & Ayamoon al The Sanctuary Eco Retreat

Nel viaggio c’è un certo sapore di libertà, di semplicità… un certo fascino dell’orizzonte senza limiti, del percorso senza ritorno, delle notte senza tetto, della vita senza superfluo.

Questo il manifesto programmatico del Sanctuary Eco Retreat di Roma. Un locale che vive nella commistione di un design esotico nel cuore della Roma imperiale. La scelta di unire più discipline e aree culturali è il vero fulcro di un luogo insolito e allo stesso modo vincente. Vincente per esser uscito dal culto del minimale a ogni costo, per aver saputo coniugare stili lontani con l’anima romana. Vincente poiché ha scelto la difficile via di una Roma capitale della musica e intrattenimento, nonostante quel che mormorano i media.

Questo venerdì infiammeranno la notte romana i dj-set di Ayamoon, di Chelasea Como e Dumfound. Dumfound è un progetto romano che dopo esser stato protagonista della Boiler Room con Black Coffee nel 2015 e aver nel tempo suonato con Carl Cox e Fatboy Slim, si appresta a far uscire il suo Ep in primavera. Un connubio di sonorità differenti, in un luogo che tutto mescola e unisce. Attraverso la musica e l’intrattenimento. Una formula di cui la sacra Urbe ha disperatamente necessità per ripartire.

Roma Best Practices Award 2018: al via il concorso per le migliori pratiche capitoline

Il Roma Best Practices Award è il primo concorso che premia le migliori idee, i migliori progetti e le migliori soluzioni per il recupero dei beni comuni della città, l’integrazione, la solidarietà, la formazione, l’innovazione, la comunicazione.

A Roma, ogni giorno, migliaia di persone si incontrano per realizzare qualcosa per gli altri. Le associazioni, le scuole, le aziende, le comunità, le istituzioni, i singoli cittadini sviluppano idee, si organizzano, si confrontano per trovare soluzioni nuove per la città. L’edizione 2018 del Roma Best Practices Award “Mamma Roma e i suoi figli migliori” nasce proprio per questo: riconoscere e premiare le migliori pratiche che sono già – o lo diventeranno – un modello e che saranno condivise da tutta la città.

l Roma BPA, non a caso sottotitolato “Mamma Roma e i suoi figli migliori”, si svolgerà a Roma venerdì 21 aprile 2018, in occasione del 2771° Natale della Città di Roma.

Le aree tematiche a cui si può partecipare sono:

  • “Roma cresce bene”, le buone pratiche scuola-territorio;
  • “Roma Tvb”, le buone pratiche che migliorano i beni comuni della città;
  • “Roma accoglie bene”, le buone pratiche per l’integrazione e la solidarietà;
  • “Roma parla bene”, le campagne di comunicazione che fanno bene alla città;
  • “Roma innova bene”, le soluzioni che migliorano la qualità della vita in città,
  • “Roma si muove bene”, le attività sportive e culturali che fanno integrazione.
  • “Roma coltiva bene”  per i tanti progetti legati agli orti urbani ed alla condivisione ambientale.


Ognuno potrà partecipare ad una sola area tematica descrivendo la propria attività in formato testo, immagini, video. Tutto il materiale prodotto sarà pubblicato on line e sarà valutato dalla giuria scientifica e dalla giuria popolare per la fase finale. Il termine per la presentazione dei materiali è il 21 marzo 2018. A fine concorso, tutti i materiali saranno pubblicati sul book della manifestazione.

Link al sito del concorso: http://www.romabpa.it

Per maggiori informazioni: romabpa2018@gmail.com