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Un goal per la solidarietà

Il mio piccolo e grande gruppo di coetanei romani da anni si riunisce per ricordare un caro amico. Un amico la cui limpidezza e l’impegno sportivo sono stati i tratti di un ragazzo forte ed educato. È da questi due tratti che nel corso degli anni, grazie alla mamma Cinzia Grassi e il papà Antonello Carta, si è costruita una famiglia più grande. Una famiglia composta da ragazzi e ragazze di diverse età, che dai campi del Futbol Club ha fatto di limpidezza e sport un modo per costruire ponti più grandi.
E così questo pomeriggio a Roma, dalle ore sedici, le associazioni Edoardo Con Noi e So.R.Te si sfideranno presso il Futbol Club in nome della solidarietà. Non delle semplici partite di calcio femminile e maschile, bensì un momento di vero sport. Lo sport che ha costruito negli anni la coscienza di centinaia di ragazzi e ragazze dei licei di Roma, i quali nel nome di Edoardo Carta si sono riuniscono ogni anno sul manto verde. L’obiettivo principale è di promuovere la ricerca sul diabete insulino dipendente e sostenere le attività di volontariato nel tessuto urbano romano.

Un appuntamento fatto di sport, solidarietà e dalla convinzione che ogni piccolo gesto possa avvicinarci al cielo.

A PROPOSITO DI AMORE E ARTE CONTEMPORANEA – HAPPY BIRTHDAY CHIOSTRO DEL BRAMANTE!

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L’esposizione romana intende affrontare uno dei sentimenti universalmente riconosciuti e da sempre motivo d’indagini e rappresentazioni, l’Amore, raccontandone le diverse sfaccettature e le sue infinite declinazioni. Un amore felice, atteso, incompreso, odiato, ambiguo, trasgressivo, infantile, che si snoda lungo un percorso espositivo non convenzionale, caratterizzato da input visivi e percettivi.

Il Chiostro del Bramante a Roma festeggia i suoi vent’anni di attività con la mostra “LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore”.

Passando rapidamente in rassegna alcuni degli artisti rappresentati, verrebbe quasi voglia di ribattezzare la mostra “l’amore per l’arte contemporanea”.

Robert Indiana e la sua famosissima scritta “LOVE” che fa venire voglia di toccarla e l’immancabile collega di pop art, Andy Warhol. La sua Marilyn serigrafata è l’icona della sensualità, della femminilità, con la sua ammaliante bocca e lo sguardo spento.

C’è poi quella fredda malinconia del neon bianco del “My Forgotten Heart” di Tracey Emin.

E ancora, la sensualità che era già stata di Marilyn esplode nei fiori di Marc Quinn, anche capace della più romantica scultura “Kiss”.

Questa mostra ha però di particolare il fatto che abbia aperto le porte a qualsiasi forma di linguaggio e comunicazione artistica, e così si può incontrare un gigantesco cuore nato dall’assemblaggio di forchette di plastica, che canta.

E ancora, questa mostra è comunicazione e social. Creato appositamente l’hashtag #chiostrolove, per condividere arte ed emozioni. L’opera più popolare su Instagram è “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins” di Yayoi Kusama.

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Non c’è da sorprendersi. Un’opera d’arte totalizzante, che permette di entrare fisicamente in una stanza di specchi ed emotivamente in luoghi del tutto privati e segreti, nei luoghi delle percezioni visive e delle atmosfere mentali, dei sogni psichedelici e delle sensazioni più spontanee.

Finalmente ritorna così a Roma un’artista che negli anni ’60 e ‘70 aveva spesso scelto l’Italia per le sue esposizioni.

A primo acchito, fa quasi sorridere che sia ospitata in questa mostra intitolata all’amore, dal momento che veniva scritto di lei che “non esiste nessuno lontano dalla vita sentimentale quanto Kusama Yayoi”.

In realtà, nessun altro artista si trova forse così a suo agio in questo contesto: Yayoi Kusama ha amato l’arte più di ogni altra cosa, è stata la sua salvezza.

È un’arte totalizzante perché questa piccola donna giapponese vi si è sempre immersa per curare le sue fobie, tanto da definire la sua arte “ arte psicosomatica”. Ha trattato il tema della sessualità per tutta la sua carriera, da quando realizzava soft sculptures a forma di organi di riproduzione maschili, a quando dava vita a happenings a tema sessuale.

Ma come lei stessa spiega nella sua biografia “Alcuni pensano che io sia una fissata, ma si tratta di un clamoroso fraintendimento. Quei falli e quegli happenings erano una forma di automedicazione”.

Un’ultima piccola curiosità a proposito delle zucche. In giapponese, come in molte altre lingue, il termine zucca o zuccone viene usato in tono dispregiativo, addirittura una donna brutta viene etichettata come una zucca con naso e occhi. “Insomma, le zucche non ispirano gran rispetto, ma la loro deliziosa forma mi ammaliò. La cosa che più mi attirava era la generosa semplicità della struttura. E un’impressione di solidità spirituale.”

E ora tutti su Instagram. #chiostrolove

TRA XILOGRAFIE E DIPINTI, MIMÌ QUILICI BUZZACCHI ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA DI ROMA

All’interno dell’ampia esposizione Roma Anni Trenta. La Galleria d’Arte Moderna e le Quadriennali d’Arte 1931-1935-1939 trova spazio, in tre delle sale del palazzo di Via Crispi, una piccola, ma significativa mostra dedicata all’artista mantovana Mimì Quilici Buzzacchi.

Mimì Buzzacchi, nata in un paesino della provincia di Mantova nell’agosto del 1903, viene conquistata dalla vocazione della pittura fin da ragazzina, quando, in occasione di un Natale, ricevette una “lavagnetta magica”, come lei stessa dichiarerà in un’intervista rilasciata, nel febbraio del 1983, per il programma della RAI Leggere un quadro. I primi esordi dell’artista la vedono impegnata, presso le sponde del canale di Cesenatico (dove Mimì trascorreva le estati nella villa di famiglia), intenta a ritrarre le barche a vela ormeggiate lungo gli argini del porto-canale. Nasce così il primo ciclo di suoi piccoli quadri come Vele in canale (1925) e Case e vele a Cesenatico (1926) oltre alle semplicissime rappresentazioni di una Mimì ancora adolescente come Alba Adriatica (1921) e I due capanni (1923) che, con tratti essenziali e colori tenui, catturano momenti di grande quiete presso le spiagge adriatiche.

Saranno proprio i pomeriggi d’estate, trascorsi a dipingere all’aperto, a regalarle il proficuo incontro con uno dei più grandi intellettuali italiani del tempo: Filippo De Pisis. Lo scrittore, pittore e critico d’arte, infatti, scriverà, per primo, sul Corriere Padano, una recensione riguardante le tele fresche e vivaci della giovane pittrice. Inoltre, proprio il Direttore dello stesso periodico, Nello Quilici,  diventerà, pochi anni dopo, nel 1929, suo marito. Si aprirà per l’intraprendente Mimì un periodo di forti ispirazioni grazie alle amicizie strette (tra tutti Ugo Ojetti che farà l’introduzione per la raccolta di xilografie, Italia Antica e Nuova), ai viaggi effettuati (si recherà più volte in Libia, fonte di ispirazione per le sue incisioni) e alla partecipazione a numerose rassegne di alto livello (dal 1931al 1959 verrà invitata a partecipare dalla I all’ VIII Quadriennale di Roma).

È tuttavia, nel 1945, con lo scoppiare della seconda guerra mondiale, che gli eventi drammatici della storia influenzano le scelte di Mimì che, dopo aver perso il marito in Libia e la casa a Ferrara, andata distrutta durante i bombardamenti, è costretta a trasferirsi a Roma dove darà inizio ad una nuova produzione pittorica sicuramente più matura.

Sono di questo secondo periodo quadri come Luci di Roma (1948), Bucatino con il Tevere biondo (1955), Sole su Monte Mario (1957), Sponde in gemme (1960), Piccola valle in rosa (1960), che avvicinano, per la pennellata larga e per la composizione pittorica, lo stile della pittrice al filone dell’espressionismo: il tratto astratto e la scelta dei colori veicolano lo sguardo verso le emozioni lasciando all’osservatore la possibilità di immaginare le raffigurazioni.

Oltre all’intensa produzione di oli su tela, Mimì si dedicò ad una raffinata arte di nicchia, riservata a quei pochi estri che vollero approfondirla: la Xilografia. La Buzzacchi fu molto famosa per le sue incisioni su legno e la terza sala della mostra è allestita con le sue più significative lastre lignee. Sorprende in particolare Lungastoria (1947), xilografia, su carta vergata, composta da due tavole, ma che vuole restituire un’ unica e interminabile panoramica in cui da San Pietro fino al Foro Italico la contrapposizione costante dei chiaro scuri restituisce il dettaglio delle strutture architettoniche, dei paesaggi naturali delle sponde del Tevere e della collina di Monte Mario.

Sarà possibile visitare l’esposizione fino al 27 novembre per immergersi nel relativo percorso espositivo che, arricchito con documenti, stralci di scritti, video e quadri donati dagli amici artisti, ci racconta l’arte e la vita di una donna del ‘900 italiano il cui valore artistico fu già riconosciuto dai contemporanei del suo tempo.

La mostra è stata promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura ed è a cura di Federica Pirani, Gloria Raimondi e Maria Catalano, in collaborazione con l’Archivio Mimì Quilici Buzzacchi

Per info e dettagli visita il sito: www.galleriaartemodernaroma.it

Catalogo della mostra: a cura di Vieri Quilici e Paolmbi Editori, Mimì Quilici Buzzacchi. Tra segno e colore, PALOMBI EDITORI, settembre 2016.

Lapidarium- l’arte dei vinti

Una mandria di cavalli in bronzo,ferro,legno, marmo e travertino che cavalcano dall’arco di Costantino ai Mercati di Traiano passando per il Colosseo: si chiama Lapidarium. Waiting for the barbarians” la mostra dell’artista messicano Gustavo Aceves che si può ammirare lungo il cuore dell’area archeologica romana dal 15 settembre grazie alla collaborazione tra l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e l’Ambasciata del Messico.

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40 sculture di dimensioni differenti raffiguranti cavalli scevri di parte del proprio corpo e privi delle proprie gambe, sostituite da simboliche strutture di barche appartenenti a differenti epoche e stili;

Le privazioni e l’immobilismo delle opere rappresentano il pensiero che l’artista portare all’attenzione del proprio pubblico: le sorti dei migranti, abbandonati e sofferenti come le state equestri piene di cicatrici e ferite che pervadono il loro corpo, immobili nel loro destino intrecciato indissolubilmente con quello delle navi a cui affidano il proprio futuro. Si tratta di opere in onore dei vinti: a differenza delle maestose state equestri che elogiano le grandi gesta e le vittorie più famose della storia, queste opere rappresentano ognuna una specifica diaspora e il dramma connesso ponendo in correlazione i barbari di un tempo, invasori di terre e saccheggiatori di fortune, e i migranti di ora, accolti anch’essi come “invasori”, usurpatori di costumi e tradizioni indigene.

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Un tema tra i più dibattuti e rappresentati oggi nel mondo artistico così come al di fuori di esso,  che l’artista ha deciso di far proprio dopo aver visto con i propri occhi le violenze e le condizioni di vita dei popoli africani.

La mostra fa parte di un percorso espositivo inaugurato nel 2014 a Pietrasanta e proseguito con la collocazione delle statue equestri sotto la porta di Brandeburgo a Berlino nel 2015.

Dopo la tappa romana, che terminerà il 7 gennaio, Lapidarium “sbarcherà” a Istanbul e Parigi per tornare in Italia a Venezia nel 2017 prima della conclusione del ciclo espositivo a Mexico City nel 2018.

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BANSKY A ROMA: UN SUCCESSO, MA NON PER I SUOI VERI AMMIRATORI

Termina oggi la prima mostra nel territorio italiano del più celebre street artist del mondo, andata in scena presso Palazzo Cipolla, storico edifico appartenente una volta alla nobiltà capitolina situato nel cuore di Roma che si affaccia su Piazza Venezia, a pochi passi dal Pantheon e quasi equidistante da Fontana di Trevi.

Una location singolare per rappresentare l’Artista del popolo, creatore di opere notoriamente donate alla fruizione collettiva o al massimo a gente comune; opere certamente controcorrente e irriverenti che l’hanno portato a far breccia principalmente negli strati di società più svantaggiati e rancorosi verso una società che non li ha capiti e sopportati.

Così anche la scelta stessa di riunire le opere dell’artista (presumibilmente) di Bristol all’interno di una mostra chiusa e destinata ai soli visitatori paganti non è stato accolta favorevolmente, sebbene i fatti sembrano dimostrare che i detrattori si sbagliavano: l’esposizione è stata visitata da un numero impressionante di persone, circa un milione di visitatori al giorno (di cui più o meno la metà turisti).

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Un successo numerico innegabile per quella che è la prima mostra europea di Bansky di tale portata, che ha riproposto (o almeno provato) lo spirito voluto e cercato dallo street artist: la sua caratteristica critica irriverente è il fil rouge ricercato da tutta l’esposizione dall’emblematico titolo “Guerra, Capitalismo e Libertà”, con le celeberrime opere di denuncia della società odierna che ne accentuano le contraddizioni con la sua tipica combinazione di umanità e umorale.

Banksy, Pulp fiction cm. 63 x 40_0040

Il trittico scelto come denominazione della mostra racchiude pienamente le principali ossessioni dell’artista, che denuncia l’incombenza delle prime al fine di farsi portavoce di una libertà totale e totalizzante, voce spesso fuori dal coro e controcorrente; tali aspetti appaino però, come già accennato, in contraddizione con lo spirito, l’arte e l’artista “banskyano”: la destinazione pubblica delle opere, ammirabili camminando liberamente tra le strade così come la denuncia del capitalismo, dello sfruttamento economico e degli squilibri economici e sociali che precludono quasi tutto a molti per garantire troppo a una piccola elite appare in antitesi con la volontà di rinchiudere dentro una mostra chiusa e a pagamento.

L’ideatore di tale mostra, il Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, descrive con orgoglio l’esser riuscito a riunire per la prima volta all’interno di una mostra “150 opere (incluse 50 copertine di dischi) tra sculture, stencils e così via, tutte rigorosamente di collezionisti privati e, dunque, assolutamente non sottratte alla strada”, sottolineando come l’esposizione rappresenti un unicum per la sua “forte componente di denuncia sociale”.

Parole che probabilmente non basteranno a convincere i più forti seguaci di Bansky, soprattutto del primo Bansky, indifferente alla ribalta mediatica e mero portatore volutamente ignoto di messaggi sociali diretti direttamente al popolo, restio a ogni sorta di collaborazione con gallerie e musei.

Banksy,Love is in the air (flower trower) 2003 cm. 90 x 90_0020

Riprendendo le parole del presidente della Fondazione Terzo Pilastro, la mostra, che dal punto di vista prettamente numerico ha avuto un successo innegabile, ha diluito gran parte della denuncia sociale fondamento delle opere di Bansky che inevitabilmente appaiono offuscate, estranee al complesso espositivo, così come la mera giustificazione di non aver estratto alcuna opera dalla strada risulta invece l’unico mezzo per esporre delle opere senza il consenso dell’autore.

 

Il possibile avvicinamento alla street art di parte della società che difficilmente si sarebbe accorta ed appassionata di tale arte visiva avulsa dal complesso museale non può giustificare una tale deviazione dal messaggio principe dello Street artist che più di tutti è stato il fautore della sua esplosione; un deragliamento verso la mercificazione che è stato denunciato da più artisti della strada, di cui riportiamo un video emblematico realizzato da Canemorto.

 

CultRise – Chi ha detto che a Roma non si fa nulla?

Nel panorama italiano da un decennio si ripete, in una banalità degna di Severgnini, che a Roma non si fa mai nulla. Una generazione attanagliata da disoccupazione e perdita del più grande patrimonio storico artistico del mondo, cerca svaghi in luoghi lontani e spesso privi di concretezza tecnica e senso della bellezza.

Nulla è più falso del considerare Roma una città morta. Essa, lontana da fiere del mangiare ogm e musei in 3D pulsa nuove energie lontane dai riflettori, ma con i riflessi che si irradiano nel futuro.

Così nel Rione Monti, nel lato lontano dalla Banca d’Italia, da stasera apre la serranda del network artistico e multidisciplinare CultRise a Via Madonna dei Monti 27. Il tutto con una ” Mostra d’arte ” che ha scelto di essere legittimata attraverso i contenuti e non in un titolo ( brand ) iper concettuale.

I contenuti della mostra spazieranno tra pittura tradizionale sia figurativa che astratta, street art, illustrazioni, sculture , installazioni, oggetti di design, fotografie e recycled art. Sette artisti, divisi da stili e tecniche e uniti nel network di CultRise: Luca Barrel, Jerico, Gian Maria Marcaccini, Jacopo Brogioni, Simone Martini, Flavia Grazioli e Cecilia Caporlingua ( fondatrice di CultRise).

Alle 20 Jacopo Troiani presenterà il suo nuovo album dal titolo: “Alba o Tramonto ?”. In versione acustica per travolgere elegantemente il pubblico che accompagnerà il pomeriggio monticiano.

Chi ha detto che a Roma non si fa nulla? 

La Ladra di Ricordi di Barbara Bellomo

Nella letteratura e  quotidianità italiana esistono molteplici intrecci. Intrecci a cui spesso non è dato modo di esplicarsi nel migliore dei modi, ma che nelle pagine del libro assumono compiutezza e attraversano la contingenza degli affanni quotidiani.

A ciò, nel suo esordio editoriale, Barbara Bellomo aggiunge una valida caratterizzazione dei personaggi, i cui tratti crescono e si svelano al lettore così come accade ai reperti archeologici. La Ladra di Ricordi ruota attorno a tre personaggi principali Isabella De Clio, archeologa alle prese con la sua domanda per dirigere un Museo, Mauro Caccia il commissario che seguirà le indagini e Giacomo Nardi il professore di museologia e Beni Culturali. Da un vecchio cammeo si svilupperanno gli intrecci che raccontano ciò che siamo, anche inconsciamente.

 

Sì, perchè sapientemente e abilmente la scrittrice sceglie e sviluppa due delle terre dell’anima degli Italiani ossia la Sicilia di oggi e l’antica Roma. Poichè se alla contigenza della quotidianità e morte di un giallo non si lega un surplus di infinitamente eterno, nelle nostre terre tutto crolla. Non crolla invece una storia dalle tinte gialle, ma dalla retrospettiva ampia. Una storia raccontata con uno stile pulito e mai banale. Un libro che avrà molto da dire oltre le sue pagine.

Ai nostri lettori ricordiamo che la presentazione del libro La Ladra di Ricordi avverrà il 16 giugno alle ore 19 presso i Musei di San Salvatore in Lauro di Roma.

L’Esprit Nouveau dell’Open House di Roma

Anche quest’anno, come ormai fosse una tradizione consolidata, si ripete la due giorni dell’Open House di Roma (OHR): un evento internazionale che – nato dall’idea di un gruppo di architetti, comunicatori ed esperti di sviluppo sostenibile – è giunto quest’anno alla sua quinta edizione romana, contribuendo dunque attivamente  alla globalità dell’evento che si svolge ormai in 31 città di quattro continenti [1].

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Roma, M. Fuksas, Centro Congressi, attualmente in costruzione (credits: OHR)

 

Ma cosa è l’Open House? Quale è lo spirito dietro questa iniziativa di arte ma, più specificamente, di architettura? Difficile a dirsi. Forse, il miglior modo per comprenderlo è proprio sperimentarlo, attraverso quella che si potrebbe definire una sorta di promenade architecturale. Infatti, all’interno dell’incredibile varietà di aperture straordinarie di edifici normalmente non accessibili al pubblico, ciascuno può trovare e potrà trovare la propria dimensione e selezionare quelle architetture a cui ha sempre magari fatto caso ma che – per mancanza di tempo o perché sempre chiuse – non ha mai potuto visitare.

Eppure, ad un primo approccio, non sembra molto facile muoversi in questo mare magnum di edifici storici, sedi istituzionali, uffici, case private, studi d’architettura e cantieri di grandi dimensioni. Certamente, da sempre uno strumento utile per orientarsi è stato la ‘guida’ che, fino all’attuale edizione, consentiva di circolare con una certa disinvoltura all’interno di una certa area geografica, individuando tutti gli eventi e siti disponibili in loco. Da quest’edizione però, all’inserto cartaceo, che adesso assume l’aspetto di un vero e proprio catalogo, si affianca anche una ‘mappa’, che mantiene sempre centrale l’aspetto geo-localizzativo peculiare di Open House ma permette, allo stesso tempo, di orientarsi in maniera più rapida e disinvolta.

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Mappa dell’attuale stato di diffusione dell’evento Open House nel mondo (credits: OHR)

 

Perché di dritte per muoversi ce n’è proprio bisogno! D’altronde, di fronte ad una simile quantità di objects a reaction poetique, l’unico atteggiamento plausibile di scelta non può che essere una selezione critica basata sui propri interessi, favorita quest’anno anche dalla novità delle ‘aree tematiche’. Infatti, seppure non abbandonando del tutto l’organizzazione per aree geografiche, si è preferito questa volta cercare di trovare un modo di indirizzare l’utente nei suoi interessi, onde evitare situazioni di disorientamento. Ciò ha portato alla identificazione di cinque principi ispiranti che raccolgono e distinguono tutti i siti: così, i luoghi del sapere (città della conoscenza) vengono separati dalle architetture pubbliche note ma spesso mai prese in considerazione (architetture del quotidiano) e, alla stessa maniera, sono radunate in un unico blocco tutte le abitazioni private che emergono dal contesto per alcune loro specificità (l’abitare) ma che per il loro intrinseco carattere abitativo non sono mai accessibili. Concludono la categorizzazione le testimonianze del passato (attraversare la storia), che si incontrano e si confrontano con l’attualità di tutti quei luoghi dove oggi si esprime la creatività e si lavora insieme, sebbene svolgendo attività indipendenti ed autonome (factory & produzione creativa).

Ma non basta. Infatti all’interno dell’attuale edizione trovano spazio, per la prima volta, anche gli ambiti della moda nonché le attrezzature per il turismo (Bed & food) secondo un’ottica sempre più espansiva e omnicomprensiva. D’altronde, al giorno d’oggi, a fronte di una città spesso frammentata e sviluppata per singole componenti, a volte cresciute autonomamente rispetto ai contesti di partenza, sembra necessario procedere ad una ricomposizione del quadro che si è spezzato, attraverso una ricognizione amplissima che ne consenta una nuova comprensione. Gli oggetti della modernità, i reperti della storia, i prodotti del turismo, tutti posti sullo stesso piano formale devono infatti essere nuovamente sottoposti ad un processo di selezione a fine di riportare l’utente nella sua posizione di giudice di cosa sia arte e cosa no. Quest’ultima è infatti sinonimo di emozione che riesce ad elevare dalla realtà pur rimanendo appigliata ad essa; è commozione estetica prodotta dalla percezione dell’eccezionale, del non facilmente intendibile, dello spettacolare. Il quotidiano si affaccia, si relaziona, e si affianca spesso all’evento, e Roma è in tal senso esempio per antonomasia: una città-palinsesto dove ad ogni angolo si incontra un dettaglio, un palazzo, una fontana, una bottega che nasconde in nuce una storia particolare e collabora con il tutto secondo una dialettica partecipata per cui nessuno dei due termini esiste senza l’altro.

Per questo lo spirito di Open House, sebbene ristretto entro i limiti dell’architettura, cerca di raccogliere al suo interno e raccontare tutte le anime di Roma. È un impegno unico, differente da quello delle altre realtà europee e internazionali. La storia, grande maestra, va risalita alle sue fonti e compresa nelle sue tante sfaccettature ricostruendo così il legame tra il passato e il presente senza pregiudizi di sorta. Altrimenti i due linguaggi restano sconnessi e la dicotomia che ne deriva resta priva di soluzione. Non è sufficiente costruire una architettura moderna per fare una città moderna, come una rondine non fa primavera. È opportuno e, forse, assolutamente necessario che si ripercorra tutto l’iter che ha portato fino alla condizione attuale perché solo in tal modo si potrà formare un giudizio saldo, coerente e legittimo. Questo è il grande onere dell’Open House.  Dare la possibilità a tutti di conoscere l’architettura, di apprenderla non solo nella possibilità di esercitare successivamente una critica ma per consentire a tutti di apprezzare veramente i manufatti di ogni epoca attraverso la loro presentazione e conoscenza. Del resto, solo con i giusti strumenti è possibile superare la semplice dimensione estetica e partecipare realmente con cognizione di causa al processo di crescita cittadino.

E questo concetto, forse, ha in Italia una dimensione nazionale e non solamente provinciale. Ecco perché l’esperienza maturata a Roma di Open House da quest’edizione sarà anche a Milano, ed ecco perché di anno in anno si cerca sempre più di individuare specifiche peculiarità che, affiancate alle grandi opere sempre presenti, consentono di approfondire la conoscenza di città sine die, come testimoniano qui nella Capitale diverse novità: in particolare, l’apertura straordinaria dell’Agenzia Spaziale Italiana e la visita dei castelli idraulici della fontana di Trevi e della mostra dell’Acqua Paola al Gianicolo, un aspetto tecnico spesso ignoto persino agli esperti.

Che dire di più? Giusto una chicca da veri intenditori: la chiocciola di Villa Medici che porta direttamente alla grotta dell’Acqua Vergine, un segreto che solo Roma poteva in sé nascondere.

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Mappa dell’evento di Open House Roma 2016 (credits: OHR)

 

Iacopo Benincampi

[1] Ringrazio Lidia Zianna, membro del comitato organizzativo dell’Open House di Roma, per tutto l’aiuto fornitomi nella redazione del presente articolo che esce nella speranza di favorire la conoscenza di un evento che è parte integrante della vita della città.

Jerico – Fade to Blue

Dal 12 Marzo 2016 al 23 Aprile 2016, presso la White Noise Gallery di Roma, sarà in esposizione la mostra personale di Jerico, intitolata Fade To Blue.

Il giovane artista Jerico, classe 1992, ma già protagonista della scena italiana, attraverso le sue opere conduce il visitatore in mondi e spazi della propria anima, spesso lasciati nell’abisso delle nostre menti. Capace di disseminare la città con i suoi lavori di street art, Jerico ha finalmente conquistato il meritato posto nel circuito dell’arte galleristica. La sua arte e il suo sguardo non solo mai banali e si sanno imporre al pubblico con una forza e precisione che assomigliano a una violenza capace di suscitare ricerca e bellezza al medesimo tempo.

Jerico spazia dal cobalto al blu oltremare navigando nelle suggestioni che furono del Picasso di inizio secolo. Trattando la figura con poche pennellate, gestuali e sporche, Jerico traccia su fogli trasparenti di polietilene delle immagini solo accennate che diventano, con il procedere dell’osservazione, terribilmente nitide. Ed ecco che vortici bianchi di olio resi opachi dal contatto con la superficie di mylar, si trasformano nell’occhio dello spettatore in perfetti ritratti di rose.

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Da sempre caratterizzata da una fortissima influenza espressionista la pittura di Jerico si mostra per la prima volta in una veste inedita. Parafrasando il pensiero di Francis Bacon, influenza onnipresente nella pittura di Jerico, le opere create per Fade to Blue sembrano il frutto di un tentativo di fare qualcosa piuttosto che non di dire qualcosa. Nature morte, geometrie accennate ed uccelli cristallizzati nel movimento del volo sono istantanee in bilico fra i blue paintings di Damien Hirst e gli studi di Eadweard Muybidge.

A voi la possibilità di assistere gratuitamente a una mostra che rappresenta il primo grande passo di un artista che ha già proiettato il suo nome nel futuro dell’arte mondiale.

Il progetto di Vigne Nuove a Roma: missione incompiuta

L’ho vissuto sulla mia stessa pelle: parlare a chiunque del Piano di Zona n°7 Vigne Nuove a Roma, soprattutto a chi abita nella zona, significa quasi inevitabilmente sentirsi rispondere: Ma qual è? Dici quello brutto con le torri cilindriche? Silenzio.

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fig.1: Inquadramento territoriale del P.d.Z. n°7 Vigne Nuove

Beh sì, a malincuore sono costretta ad ammettere che effettivamente si tratta proprio di quello. Ma da lì solitamente mi apro in una digressione architettonica per difendere un progetto che mi sta a cuore ed una delle pochissime realizzazioni a Roma di un modo di fare architettura che, per quanto criticabile e mal riuscito, fa parte del percorso teorico-sperimentale di questa disciplina.

E’ interessante partire proprio dall’immagine che la collettività ha di questo progetto. Al di là del gusto personale di ognuno e del fatto che la maggioranza non sia “addetta ai lavori”, è evidente che, se il pensare comune reputa così negativamente un’architettura, qualcosa non ha funzionato. E questo è avvenuto non necessariamente nella dimensione ristretta dell’alloggio, bensì piuttosto nella totalità dell’intervento. E’ per questo che tratterò più diffusamente dello spazio pubblico che il progetto ha generato.

Ci troviamo nella periferia Nord di Roma, nell’attuale III Municipio, a ridosso delle borgate storiche Tufello e Val Melaina (fig.1). Il progetto, commissionato dall’ IACP (Istituto Autonomo Case Popolari), è del ben noto Lucio Passarelli dello Studio Passarelli di Roma, a capo di un gruppo di progettazione più vasto.

Erano gli anni ’70, gli anni dei forse più noti e sfortunati progetti di Corviale e Laurentino 38 a Roma, i quali condividevano con Vigne Nuove i finanziamenti straordinari GESCAL del 1969 per la costruzione in via sperimentale di alloggi e servizi collettivi. Vigne Nuove, per quanto sia il meno conosciuto dei tre, fu il primo ad entrare in attuazione: nel 1971 fu redatto un primo progetto a cura dell’ IACP, profondamente modificato dal successivo progetto Passarelli, approvato nel 1972 ed infine realizzato tra il 1973 e il 1979. (fig.2)

Come i suoi cugini romani, anche il progetto di Vigne Nuove sorprende per i suoi numeri:

  • Superficie complessiva dell’intervento: 77.360 mq (quasi 8 ettari)
  • Abitanti insediati: 3333 (in 524 alloggi)
  • Densità territoriale: 416 abitanti per ettaro (piuttosto alta rispetto a tutti gli altri Piani di Zona)
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fig.2: Vigne Nuove in costruzione: il cantiere degli edifici residenziali

Questo d’altronde non deve stupirci, perché siamo negli anni delle sperimentazioni sulla grande dimensione: costruire edifici giganteschi, nuovi monumenti suburbani, significava da un lato tentare di risanare il tessuto senza regole delle periferie anche grazie all’inserimento di nuovi servizi pubblici, dall’altro garantire con un solo edificio la vivacità sociale di una vera e propria città. La grande dimensione rispondeva però anche all’emergenza della produzione economica in tempi rapidi di un gran numero di alloggi popolari, così come voluto dalla L. 167/1962, che istituì proprio i Piani di Zona. Questo fu reso possibile anche grazie all’adozione di moderni sistemi di prefabbricazione (giunti tuttavia in ritardo in Italia e già superati altrove), che permettevano la produzione in serie dei componenti, un’elevata standardizzazione ed una notevole rapidità del cantiere.

Come purtroppo tanti altri casi analoghi, Vigne Nuove è percepito oggi come quartiere insicuro ed abbandonato dall’amministrazione. Vorrei tuttavia lasciare fuori dal ragionamento le motivazioni, diremmo, politiche e le scelte gestionali per cui ciò è avvenuto. E’ indubbio che un insediamento di queste proporzioni, all’epoca alle ultime propaggini della periferia, destinato alla fascia di popolazione meno abbiente e costruito con evidente economicità di materiali, ponga già in nuce alti rischi di emarginazione; se ci si aggiunge la carenza di controllo, di gestione e di rinnovamento negli anni da parte dell’autorità centrale si ottiene facilmente il quadro attuale.

Tuttavia, poiché su questa scia si aprirebbe una discussione complessa che non è materia di mia competenza, vorrei approfondire l’aspetto prettamente architettonico, cercando di capire se i presupposti del parziale insuccesso attuale di Vigne Nuove fossero già presenti nella sua concezione.

Sulla carta, il disegno planivolumetrico del progetto si fonda sulla compenetrazione di tre sistemi (fig.3):

  • la quota zero, in cui sono presenti le aree verdi interne (in verde) ed in cui sono intelligentemente “relegati” mobilità carrabile e parcheggi;
  • la quota sopraelevata, totalmente pedonale, dei piani porticati sotto gli edifici e dell’asse rettilineo strutturante Est-Ovest, su cui si attestano ordinatamente a pettine le attrezzature collettive a due piani (in arancio);
  • la linea spezzata degli edifici residenziali a 7-8 piani (in grigio), posizionati ai margini del lotto per lasciare ampio spazio libero al suo interno.
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fig.3: (a sinistra) Planimetria generale di progetto (1972); (a destra) Schematizzazione del concept architettonico

Il tutto è realizzato con una grande unità visiva e materica, attraverso l’uso del calcestruzzo a vista, come si legge nella Relazione Generale:

«Si è ritenuto che l’insieme volutamente omogeneo e lineare degli edifici avesse una validità espressiva, contenuta nello stesso segno unitario dei volumi.».

L’intervento doveva quindi porsi come un segno forte, una quinta a chiusura del costruito esistente, divenendo contemporaneamente un polo visuale e d’aggregazione sociale (fig.4):

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fig.4: L’immagine di Vigne Nuove appena costruita: set nel film “Un sacco bello” di C.Verdone (1980)

 

«La disposizione dei volumi principali favorisce aperture visuali nella doppia direzione nord-sud, collegando contestualmente tra loro le corrispondenti zone limitrofe e rendendole nel contempo partecipi della più attrezzata vita comunitaria nel complesso IACP [in azzurro in fig.3, ndr]. Tale vita comunitaria è prevista lungo il filo conduttore di alcuni principali servizi collettivi […]».

In merito proprio ai servizi collettivi, era stata prevista una dotazione significativa ed organizzata in modo chiaro e lineare: centro commerciale, centro civico con A.S.L., asilo nido, scuola materna ed elementare, servizi sociali e consorziali, una palestra comunale con area sportiva all’aperto.

A questo punto, la domanda che viene spontaneo porsi è: cosa non ha funzionato quando l’interessante progetto è stato tradotto in concreto?

Le difficoltà principali sono state e sono ancora legate al rapporto degli edifici con il lotto, caratterizzato morfologicamente da forti dislivelli sia Nord-Sud sia soprattutto Est-Ovest (25 m.). Il costruito, infatti, è stato fin dal principio tenuto ben separato dal terreno, allo scopo di «[…] evitare forti rimodellamenti del terreno; evitare problemi di discontinuità nell’attacco a terra dei fabbricati; consentire una soluzione non costosa per gli accessi ai box e la fruizione delle attrezzature […]».

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fig.5: (a sinistra) Asse pedonale all’interno del centro commerciale; (a destra) Asse pedonale troncato dal salto di quota

Al giorno d’oggi si tende a ragionare con il genius loci, a sfruttare il sito come un materiale o come una guida della forma architettonica, in modo che ogni progetto possa essere costruito lì e non altrove. Al contrario, come era diffuso all’epoca, a Vigne Nuove ha governato una progettazione in planimetria che ha preferito limitare le relazioni con il terreno. Ma in un lotto così in pendenza degli aggiustamenti o, più spesso, delle forzature nell’articolazione degli spazi sono stati inevitabili; è così che, quella che sulla carta era una linea dritta, nella pratica si è trasformata in una linea inclinata, un percorso in piano si è trasformato in una rampa o si è dovuto troncare.

Questo è avvenuto in primo luogo lungo l’asse pedonale strutturale, la spina su cui si concentrano tutti i servizi. Fintanto che il percorso pedonale si mantiene in piano, la linearità e l’ordine sono ben leggibili, come ad esempio nel centro commerciale (fig.5 a sinistra), ma quando il percorso deve superare la grande differenza di quota, esso è costretto a spezzarsi e ad avvolgersi su sé stesso in modo poco visibile e chiaro (fig.5 a destra). Ancora più difficoltosa è la lettura della direzionalità quando l’asse si infila sotto gli edifici residenziali, generando situazioni caotiche, con pilastri in mezzo al passaggio e varchi che portano ad abbandonarlo erroneamente (fig.6 in alto). Significativo l’episodio della cavea coperta che, occupata al centro da un vano scala, si è trasformata da luogo di ritrovo ad angusto luogo di degrado (fig.6 in basso).

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fig.6: (sopra) Pilastri in mezzo all’asse pedonale e vandalismo; (sotto) Degrado della cavea coperta

La diretta conseguenza di questa distorsione è stata generare passaggi bui e labirintici, a loro volta premessa di insicurezza, vandalismo ed incuria. E quando la popolazione comincia ad evitare certi percorsi, è evidente che, oltre ad accelerarsi il processo di degrado, i servizi da essi distribuiti vengono privati del loro elemento portante.

La situazione attuale degli edifici pubblici non è, infatti, molto confortante. Le attività del centro commerciale hanno sempre avuto difficoltà a decollare e sono quasi tutte chiuse (anche perché poco visibili dall’esterno del lotto), per cui lo spazio è poco frequentato, malridotto ed i vani interni sono stati occupati da abitazioni, che spesso si sono appropriate dei percorsi di distribuzione (fig.7). Anche gli altri servizi originari hanno cambiato destinazione d’uso nel tempo e vengono utilizzati a malapena: la scuola materna e l’asilo nido sono diventati un centro anziani ed un’unità riabilitativa infantile; i servizi sociali e consorziali sono anch’essi abitati ed ospitano la Comunità di Sant’Egidio (attualmente chiusa). Unici servizi che richiamano quotidianamente un gran numero di abitanti del quartiere, anche giovani, sono il centro civico (con la A.S.L., la farmacia, un bar) ed il centro sportivo con palestra, per quanto necessitino anch’essi di un’adeguata manutenzione (fig.8).

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fig.7: Percorsi di distribuzione del centro commerciale occupati impropriamente da residenze

L’altra idea base del progetto che ha incontrato grosse difficoltà nella sua traduzione reale, è stata il rapporto con l’esistente. Indubbio attrattore visuale per la sua imponenza e per le sue peculiarità architettoniche, Vigne Nuove non si è trasformato anche in quell’attrattore sociale che si era auspicato. E questo non solo per lo scarso successo delle sue attrezzature, ma soprattutto perché non si è realizzata quella connessione col resto del costruito che i progettisti si erano immaginati.

Dal lato Sud, l’area non si è mai collegata al quartiere di Tufello, a causa del mancato completamento nel lotto confinante di una porzione del P.d.Z. n° 7 definita “ter”, che ha lasciato così uno spazio abbandonato tra i due tessuti (fig.9 in alto). Dal lato Nord, invece, ancora una volta non aver tenuto conto del dislivello del terreno ha reso inaccessibile dalla strada il parco interno, chiuso da un muro, ad una quota ribassata e quasi privo nel suo disegno di attraversamenti trasversali Nord-Sud (fig.9 in basso). Questa inclusione fisica non ha fatto altro che rafforzare il senso di isolamento dell’area, completando il quadro delle cause che, a livello progettuale, hanno compromesso il buon esito della visione originale.

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fig.8: (sopra) Il centro civico con A.S.L., farmacia e bar; (sotto) Il centro sportivo all’aperto e la palestra

In conclusione, quindi, Vigne Nuove è stato sicuramente un progetto innovativo e coraggioso, perfettamente inserito nelle sperimentazioni e nelle teorie architettoniche del suo tempo, che tuttavia non è riuscito come si era pensato, mostrando in breve i suoi difetti sia intrinseci che gestionali. Ho cercato di indossare i panni dell’architetto prima e del fruitore dopo, con un duplice obiettivo: raccontare agli architetti di come Vigne Nuove non sia solo il progetto innovatore che abbiamo studiato sui libri di architettura; raccontare a tutti i non architetti di come Vigne Nuove non sia solo “quello brutto con le torri cilindriche“.

In ogni caso, sperando in una futura rigenerazione dell’area, sarà importante ragionare proprio sui punti di forza e partire da questi per rilanciare il sistema dei servizi e degli spazi pubblici e da lì tutta l’area. Nel far ciò si dovrebbe cercare di dare risposta ai vari segnali di esigenze reali e di riassorbire l’area nel contesto urbano, coinvolgendo soprattutto i giovani.

Irene Barberio

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fig.9: (sopra) Il progetto del P.d.Z. n°7 Vigne Nuove “ter” (1978), di cui sono state realizzate solo le cinque torri residenziali; (sotto) Chiusura del parco pubblico all’interno

 

Bibliografia essenziale:

– P.O. Rossi, Roma: guida all’architettura moderna 1909-2011, 2012

– G. Di Giorgio, L’alloggio ai tempi dell’edilizia sociale. Dall’INA Casa ai PEEP, 2011

– G. Rosa, Realtà, disegno, forma: architetture di Alfredo Lambertucci, 1983

– S. Lenci, Lucio Passarelli e lo Studio Passarelli, 1983

– R. Panella, Piazze e nuovi luoghi collettivi di Roma, 1997

– G. Priori, Carlo Chiarini: architetture 1950-1986, 1995

– A. Acocella, Architettura italiana contemporanea: gli anni ’70, 1984

Complesso residenziale IACP di Vigne Nuove a Roma, in L’architettura cronache e storia, n. 22 agosto 1957

Roma: le periferie, in Casabella n. 438 luglio/agosto 1978

Altre fonti:

– Archivio A.T.E.R

– www.studiopassarelli.it