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Com’è l’Ara Com’era

Tutti i giorni fino all’8 Gennaio, e solo nei Venerdì e i Sabato dei mesi successivi, sarà possibile sperimentare un’insolita visita multimediale dell’Ara Pacis.

Non è la prima volta che l’Ara Pacis si presta a questo tipo di esperienze: già nel 2009 l’allestimento de “I colori dell’Ara” proponeva in occasione delle celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto, l’apertura serale del sito con tanto di proiezione di luci sul monumento, riproducendo gli effetti di quelli che sarebbero i suoi colori originali. Proprio a partire dagli studi realizzati per quelle ricostruzioni, basate su analisi di laboratorio, confronti con pittura romana e ricerche cromatiche su architetture e sculture antiche, è stata organizzato il racconto multimediale de “L’Ara Com’era”, affidato a ETT Spa, industria digitale e creativa che già in passato ha collaborato con Musei ed Istituzioni, proponendo la fusione fra i contenuti virtuali e il patrimonio culturale.

Così, quest’anno, l’esperienza visiva si arricchisce di profondità spaziale, grazie all’impiego di occhiali 3d, e di voci narranti che, in nove diverse postazioni intorno all’Ara, arricchiscono la visita di quell’altare che Augusto volle per celebrare la pace e la prosperità all’interno dell’impero Romano. Partendo dal plastico del Campo Marzio, vengono illustrate le trasformazioni dell’Ara Pacis e dell’area circostante, quindi il culto ed i riti legati all’Ara e le decorazioni del recinto dell’altare. L’impiego degli occhiali 3d e il sopraffollamento delle postazioni, rendono indispensabile l’acquisto del biglietto online, nel tentativo di rendere l’esperienza ottimale per tutti i visitatori.

Sebbene gli esiti dell’esperimento non siano ancora esattamente perfetti – non sarebbe inopportuno qualche accorgimento in merito agli occhiali e all’esclusività dell’esperienza della realtà aumentata solo all’interno delle nove postazioni prescelte – l’impiego della tecnologia virtuale sul monumento segna un nuovo tentativo di dialogo fra la Storia e il Contemporaneo. Dialogo che appare però ancora molto difficile non appena si esce dal Museo dell’Ara Pacis e, solo dopo attente ricerche, fra la vegetazione, si riesce a scorgere la forma del Mausoleo di Augusto; solo qualche mese fa son ripartiti i lavori di restauro e riqualificazione di Piazza Augusto Imperatore, ad appena 10 anni di distanza dall’annuncio del progetto vincitore della gara.

Elisa Russo

I RITMI INSTABILI DI ANDREA VIVIANI

Nella straordinaria location della Casina delle Civette (presso Villa Torlonia), sarà possibile ammirare, fino al 15 gennaio, le originali opere dell’artista contemporaneo Andrea Viviani le cui abilità di artigiano-ceramista ci permettono di delineare i tratti singolari della sua arte seguendo due principali fili conduttori.

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In primo luogo dobbiamo porre la nostra attenzione sulla tecnica che il Viviani predilige per la creazione dei 15 totem di cui si compone il percorso espositivo che si snoda tra le sale della Casina. Tramite la sovrapposizione di vari elementi in ceramica, questi complessi scultorei, che si articolano verso l’alto (restituendo all’occhio dell’osservatore una sensazione di instabilità – solo apparente), sono stati realizzati con la tecnica Raku di origine giapponese e risalente al XVI secolo d.C.

Questa tecnica di lavorazione della ceramica, appresa dal francese Roger Capron,  ceramista con cui il Viviani entra in contatto tramite il maestro Riccardo Schweizer, viene modificata in alcune sue fasi procedurali e quindi fatta propria dall’artista grazie all’ausilio delle moderne tecnologie.

Proprio grazie all’utilizzo di tale tecnica che, nelle fasi della cottura prevede l’impiego di vari elementi naturali (foglie, arbusti, ma anche ossido di rame e minerali), l’artista è in grado di conferire un elevato grado di imprevedibilità alle proprie creazioni: saranno gli elementi naturali, variamente inseriti nel forno e dosati nelle loro quantità a definire, di volta in volta, il colore del prodotto finito.

A tal proposito Gialuca Ranzi, critico d’arte e curatore della mostra scrive nel relativo catalogo che «[c]ome le equazioni lineari non sono sufficienti a dar conto della gran parte dei fenomeni del mondo, così la scultura di Andrea Viviani non si sottrae all’eccentricità dell’accidente e si porta vicinissima alla complessità della natura».

Dunque l’instabilità. Tanto nella struttura dei totem che, sfruttando lo spazio in verticale, si alzano in disequilibri vertiginosi. Tanto nella scelta (rectius non scelta) dei colori, le cui combinazioni sono determinate dal caso. Questa precarietà sia nei volumi (le forme sono bizzarre, strane, alle volte prendono le sembianze di pietre, altre volte di rocce vulcaniche, altre ancora di pesci dalle bocche larghe), sia nelle tonalità cromatiche  affascina lo spettatore e rappresenta il carattere peculiare di tali manufatti.

In secondo luogo, per capire in quale rapporto si pongono il Viviani da una parte e lo spazio che lo ospita dall’altra (ossia la Casina delle Civette), bisogna riferirsi alle Arti Applicate. La Casina è infatti famosa per le eleganti vetrate dai colori vivaci che arricchiscono gli ambienti. Risalenti ad un periodo che va dal 1908 al 1930, tutte realizzate dal laboratorio di Cesare Picchiarini, si pongono in dialogo con le opere del Viviani riuscendo a filtrare la luce che illumina, in modo diverso, i colori e gli smalti delle ceramiche esposte. Ancora, non possiamo dimenticare un ulteriore elemento di connessione tra l’artista e la Casina. La Casina presenta la struttura, del tutto singolare nell’Urbe, di un rifugio alpino che ci proietta nell’ambiente della montagna, da cui lo stesso Andrea Viviani proviene, perché originario della Val Rendena, e dal quale lo stesso ha tratto ispirazione per l’ideazione dei suoi progetti verticali.

Tuttavia la mostra non si compone solo di totem: sono presenti alcune installazioni site specific che l’artista ha voluto concepire appositamente per lo spazio dell’esposizione. Si possono quindi ammirare la Camera dei Nodi o Ritmi Instabili, espressioni di enviromental art che non tanto dialogano con lo spazio, quanto piuttosto contribuiscono a crearlo articolandolo e organizzandolo in modo differente.

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Un ulteriore aspetto che ci preme sottolineare attiene alla duplicità di Andrea Viviani. Esso è artigiano, ma anche artista. Questi due ruoli, secondo Maria Grazia Massafra, Responsabile del Museo della Casina delle Civette, «rappresentano due facce di una stessa medaglia a dal loro dialogo e confronto nasce quell’eccellenza che si traduce in differenza, in unicità» (fonte: catalogo della mostra).

Vi invitiamo dunque a visitare la mostra, promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e a consultare il sito dei Musei di Villa Torlonia, per aver informazioni circa i costi del biglietto e gli orari di visita: http://www.museivillatorlonia.it/.

Catalogo “Andrea Viviani. Ritmi instabili” con testi di Maria Grazia Massafra, Responsabile del Museo della Casina delle Civette e di Gianluca Ranzi, critico d’arte, 2016.

Natura, Città e Intelligenza Artificiale: le Identità Collettive in mostra a Roma

Sono le Realtà che ci circondano, pervadendo la nostra esistenza ed influenzando ogni nostra scelta, dalle più feconde intuizioni alla caotica routine quotidiana: da tale premessa nasce Identità Collettive, la mostra targata Cultrise che vuole proporre un’esplorazione dei luoghi tipici dell’esistenza umana in chiave artistica, attraverso delle riproduzioni inclusive dello stesso spettatore.

Lo scopo principe dell’evento risiede proprio nella diversa concezione dello spettatore: non più inteso come mero destinatario passivo dell’arte ma parte egli stesso dell’evento, esploratore della sua stessa realtà e agente diretto al fine di riflettere su ciò che ci circonda ogni giorno, il nostro rapporto con tali agenti esterni e la loro influenza su noi stessi.

Così un locale suggestivo, l’ex sottostazione Atac, nel cuore della città capitolina, il visitatore potrà perciò indagare il proprio rapporto privilegiato con queste realtà e riflettere sulla moltitudine delle identità che queste posso assumere.

Realtà influenzate dall’uomo che influenzano quest’ultimo: un rapporto circolare, sempre più al centro degli odierni dibattiti che i 3 artisti, ognuno narratore di una delle Realtà, mostreranno nella moltitudine di identità che possono assumere sulla base del ruolo da protagonista a cui è chiamato, volente o nolente, l’uomo.

Un percorso unico, che dalla Natura originaria, ostile brodo primordiale della nostra esistenza, rappresentata dallo Street Artist Jerico, si trasforma nelle Città, riprodotte da Polisonum in tre installazioni polivalenti e modificabili sulla base dell’interazione del visitatore-attore, fino a giungere all’Intelligenza Artificiale, narrata da Marco Bassan con il suo progetto “Digital Unconscious”, ultimo momento di un mondo futuristico, disseminato di androidi freddi esteriormente ma indagatori della propria identità in equilibrio precario tra l’umanità e l’artificialità.

Una ricerca della propria identità celata dietro l’uniformità collettiva: il leitmotiv nostro secolo.

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IDENTITÀ COLLETTIVE di Cultrise www.cultrise.com

Esibizione degli artisti: JERICO •  POLISONUM • MARCO BASSAN

presso The Popping Club – Via Baccina 84, Roma

Dal 27 al 31 Ottobre – ingresso gratuito

Apertura ore 18:30

Con la partecipazione di Casale del Giglio & Dall’Albero

Il Girogirocorto Film Festival sbarca a Roma

Arriva a Roma il Girogirocorto Film festival dedicato ai cortometraggi internazionali realizzati da giovani registi.

Il prossimo 27 e 28 ottobre a Roma, presso la Libreria Altroquando, una delle storiche librerie di Roma situata a Via del Governo Vecchio, andrà in scena la prima edizione del Girogirocorto Film Festival, un format nato dall’idea di Matteo Bonanni e del regista Gianlorenzo Lombardi che ha come scopo quello di portare sulla scena capitolina i migliori cortometraggi prodotti dai più meritevoli registi emergenti.

Un festival che vuole dare il giusto risalto ai giovani registi, troppo spesso esclusi dagli ordinari circuiti di diffusione e relegati per anni a ruoli-ombra, avulsi dal proprio meritato ed agognato scenario, rendendo il proprio lavoro accessibile e fruibile al pubblico comune.

Il concorso, aperto a qualsiasi giovane regista, ha visto adesioni da tutto il mondo,

Una riscoperta del Cortometraggio, della sua essenza e della sua autonoma di cui Polinice si fa promotore e portavoce, scegliendo di coadiuvare tale progetto in qualità di media partner.

Una manifestazione cinematografica a 360 gradi rispettosa di una eterogeneità sia di nazionalità d’ordine che di genere cinematografico rappresentato: nelle due giorni di proiezioni si susseguiranno thriller e corti comici; trame leggere e più impegnate e introspettive; pellicole di indagine sociale, romantiche e toccanti così come verrà soddisfatti gli amanti del genere fantastico e del finto documentario irriverente.

Tra le numerosissime adesione giunte da ogni parte del mondo, sono state decretati i cortometraggi finalisti, che verranno valutati da una giuria d’eccellenza: vi faranno parte il celeberrimo attore Luchino Giordana e i registi Michele Picchi, autore di Diario di un maniaco per bene, e Luigi Pane, regista di Black Comedy con cui ha vinto l’ultima edizione del The Valley Film Festival di Los Angeles, una delle più importanti rassegne cinematografiche a livello mondiale.

Di seguito una disamina dei vari cortometraggi in concorso

Les yeux d’Eloïse di Nicolas Lincy

Film realizzato da Nicolas Lincy nel quadro del Master réalisation dell’università di Paris 8 e vincitore del premio Serge Daney come miglior cortometraggio studentesco alla Cinematheque, “Les yeux d’Eloïse – Gli occhi di Eloïse” racconta di Antoine, un fotografo professionista sessantenne diagnosticato con un tumore al cervello che comincia ad alterargli la visione. In questo stato inizia a ricordarsi di un amore di giovinezza sempre tenuto segreto: Eloïse, una ragazza cieca, che incontrò 30 anni fa.
Consigliato specialmente agli appassionati di thriller.

Les Yeux d’Eloïse – Extrait – English subtitles from Nicolas Lincy on Vimeo.

 

La terza riva di Giuliana Fantoni

Remo è un uomo anziano separato dalla moglie, 
che continua a sperare nel suo ritorno, anche a distanza di anni. 
Con il fglio non ha più legami e dei nipoti conosce appena i nomi, nonostante ogni giorno li osservi da lontano giocare e diventare grandi. Ispirato dalla riva di un lago, riesce a trovare un modo tutto suo, 
per entrare a far parte dei loro ricordi e del loro immaginario.

Per spettatori in cerca di poesia.

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Laisse-moi di Tommaso Gorani

“Laisse-moi – Lasciami” è il progetto di diploma di Tommaso Gorani per l’Ecole de la cité di Parigi gestita da Luc Besson. Dopo un tentativo di suicidio fermato all’ultimo minuto, Lucie vive in uno stato di totale apatia. Suo figlio Sam è deciso ad aiutarla a rimettersi in piedi, ma dopotutto questa non è forse la sua lotta.

Per chi è in cerca di drammi a tinte forti.

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Hashtag di Marco Scuderi

Dario, hacker professionale, assieme ad anonimi utenti rintracciati sul web, ha dato vita ad un sistema di assalti mediatici nei confronti di famose personalità del web. Le cose cominciano a peggiorare quando una famosa youtuber romana, incapace di affrontare i pesanti attacchi che la rendono lo zimbello del web, decide di impiccarsi durante un Live su Youtube.

Tra thriller e dramma sociale un cortometraggio utile per capire ancora una volta l’importanza del web nelle nostre vite.

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La panda di Angelo Sateriale

Una commedia a tinte forti ispirata a un monologo teatrale dello stesso regista.
Tutto inizia quando un vecchio padre di famiglia trova la propria automobile, la panda del titolo, imbrattata di verderame: senza dubbio è il macellaio del quartiere, con cui spesso la sua famiglia ha avuto dei problemi. Viene mandato dunque l’imbranato figlio a chiedere spiegazioni. Eppure non è tutto come sembra.

(Per chi vuole ridere in maniera intelligente.)

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Acabo de tener un sueño di Javi Navarro

Girato in lingua spagnola e araba da Javi Navarro, il cortometraggio che ha fatto già il giro dei festival del mondo intero, giunge finalmente a Roma.
 Lo stesso sogno vissuto da due bambine appartenenti a classi sociali opposte puo’ avere un impatto del tutto diverso su entrambe.

Per chi è in cerca di fiabe comunque ben collocate nell’attualità.

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Due giorni d’estate di Luca Dal Canto
Andrea, 16 anni, bocciato a scuola, ragazzo svogliato, ha trascorso tutta l’estate con in genitori

nel casolare di campagna.

Suo padre sta per vendere la casa al cugino, imprenditore che arriva al casolare con la giovane fidanzata, una bella e ormai disillusa ragazza che, secondo Andrea, assomiglia ad una famosa modella di Amedeo Modigliani.

In quegli ultimi due giorni d’estate, insieme, vivranno un’incredibile avventura immersi nella assolata campagna toscana.

Un ‘romance’ inaspettato e tenero, che non mancherà di conquistarvi.


La morte del sarago di Alessandro Zizzo

È inverno, tutto tace, siamo lontani anni luce dai rumori della città, si sente soltanto il rumore del mare a Maruggio: qui è nato e cresciuto Mario, così come un sarago, che in mare nasce e vive. Ma può succedere a entrambi, di trovarsi di fronte, un giorno, un pescecane…

Una toccante parabola sul destino di uomini e pesci, di fronte alla bellezza del mare che promette o nega sogni a chi è in procinto di costruirsi un futuro.


Tra le dita di Cristina Ki Casini

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ma la macchina di Felice riesce a fotografarlo.
Così, in poche parole potrebbe essere riassunto il visionario corto della regista Casini, già passato in numerosi festival. 
Poetico e fiabesco come pochi, si tratta del cortometraggio più romantico del festival che non disdegna uno sguardo al cinema di genere fantastico, con un coraggio che vorremo vedere di più nel cinema italiano.


Bajo el jardin di Eliana Oviedo

Una bambina sognatrice, Rocìo, vive nella provincia di Bogotà, circondata una natura ospitale e lontano dal caos della città. La madre lavora in una fattoria e non ha tanto tempo per occuparsi della figlia. Un giorno la bambina nasconde una bambola nel proprio campo, convinta che il campo che dia vita a decine di fiori e frutti possa dar vita anche a un essere umano…

Scandito da immagini di rara bellezza, come solo il cinema sudamericano sa offrire, una fiaba a contatto con la realtà del territorio da un giovane talento colombiano.

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Vegan Love di Giorgio Amato

Un uomo e una donna si ritrovano per un primo appuntamento.
Cosa succede però se la seconda è vegana e non puo’ ordinare niente di quello che le viene proposto? L’uomo puo’ scendere al compromesso di non mangiare più quello che preferisce per amore di una donna?
Una tagliente commedia dagli equivoci su una delle mode culinarie più eccentriche degli ultimi tempi: e se fosse tutto un capriccio?

VEGAN LOVE – trailer from giorgioamato on Vimeo.

Father Mario di Luca Guaiano

Unico ‘mockumentary’ (finto documentario) del festival.
Padre Mario vista l’incombenza di più e più demoni che ricominciano a possedere uomini e donne indifesi decide di cominciare una serie di tutorial per far capire come funziona un esorcismo.
Tra horror e commedia, un film che saprà farvi saltare sulla sedia… con una risata.

Fuori Concorso

Les mecs n’ont pas de chance di Gianlorenzo Lombardi
 Girato tra Francia e Italia, è il primo cortometraggio semi-professionale del giovane autore. Enrico ha ancora difficoltà a integrarsi all’università di Parigi: un giorno incontra lo snob Jean- Pierre, ma i due cominciano a capirsi… finché tra i due non arriva l’italo-francese Alba a scompigliare tutto.
Una commedia bilingue eccentrica e cinofila.

Tema “L’integrazione in Italia al cinema” Nera è la notte di Saverio Caracciolo

Il talentuoso regista Saverio Caracciolo è stato settimane in un rifugio di immigrati nel Sud-Italia per capire il modo di vita di africani, medio-orientali e altre etnie a contatto per la prima volta col nostro paese, in condizioni estreme. 
Coraggioso e diretto, è il cortometraggio ideale per proseguire le riflessioni fatte in seguito al grande documentario dell’anno “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi.

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Kandia (Voices) di Jean Hamado Tiemtorè

Puo’ la musica facilitare l’integrazione degli stranieri in Italia?
È la domanda che ci pone il regista Jean Hamado Tiemtorè, lui stesso neo immigrato nel nostro paese, che filma in diretta le sessioni di coro in una chiesa di Lecce, dove italiani e persone appartenenti a tutte le nazioni cantano per la messa.
Come dice lo stesso regista “Il desiderio alla base di questo progetto è quello di mostrare un tipo di rapporto tra “migranti” e “autoctoni” diverso da quello proposto dai media, al di là dei luoghi comuni polarizzanti e criminalizzanti”.

 

Un goal per la solidarietà

Il mio piccolo e grande gruppo di coetanei romani da anni si riunisce per ricordare un caro amico. Un amico la cui limpidezza e l’impegno sportivo sono stati i tratti di un ragazzo forte ed educato. È da questi due tratti che nel corso degli anni, grazie alla mamma Cinzia Grassi e il papà Antonello Carta, si è costruita una famiglia più grande. Una famiglia composta da ragazzi e ragazze di diverse età, che dai campi del Futbol Club ha fatto di limpidezza e sport un modo per costruire ponti più grandi.
E così questo pomeriggio a Roma, dalle ore sedici, le associazioni Edoardo Con Noi e So.R.Te si sfideranno presso il Futbol Club in nome della solidarietà. Non delle semplici partite di calcio femminile e maschile, bensì un momento di vero sport. Lo sport che ha costruito negli anni la coscienza di centinaia di ragazzi e ragazze dei licei di Roma, i quali nel nome di Edoardo Carta si sono riuniscono ogni anno sul manto verde. L’obiettivo principale è di promuovere la ricerca sul diabete insulino dipendente e sostenere le attività di volontariato nel tessuto urbano romano.

Un appuntamento fatto di sport, solidarietà e dalla convinzione che ogni piccolo gesto possa avvicinarci al cielo.

A PROPOSITO DI AMORE E ARTE CONTEMPORANEA – HAPPY BIRTHDAY CHIOSTRO DEL BRAMANTE!

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L’esposizione romana intende affrontare uno dei sentimenti universalmente riconosciuti e da sempre motivo d’indagini e rappresentazioni, l’Amore, raccontandone le diverse sfaccettature e le sue infinite declinazioni. Un amore felice, atteso, incompreso, odiato, ambiguo, trasgressivo, infantile, che si snoda lungo un percorso espositivo non convenzionale, caratterizzato da input visivi e percettivi.

Il Chiostro del Bramante a Roma festeggia i suoi vent’anni di attività con la mostra “LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore”.

Passando rapidamente in rassegna alcuni degli artisti rappresentati, verrebbe quasi voglia di ribattezzare la mostra “l’amore per l’arte contemporanea”.

Robert Indiana e la sua famosissima scritta “LOVE” che fa venire voglia di toccarla e l’immancabile collega di pop art, Andy Warhol. La sua Marilyn serigrafata è l’icona della sensualità, della femminilità, con la sua ammaliante bocca e lo sguardo spento.

C’è poi quella fredda malinconia del neon bianco del “My Forgotten Heart” di Tracey Emin.

E ancora, la sensualità che era già stata di Marilyn esplode nei fiori di Marc Quinn, anche capace della più romantica scultura “Kiss”.

Questa mostra ha però di particolare il fatto che abbia aperto le porte a qualsiasi forma di linguaggio e comunicazione artistica, e così si può incontrare un gigantesco cuore nato dall’assemblaggio di forchette di plastica, che canta.

E ancora, questa mostra è comunicazione e social. Creato appositamente l’hashtag #chiostrolove, per condividere arte ed emozioni. L’opera più popolare su Instagram è “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins” di Yayoi Kusama.

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Non c’è da sorprendersi. Un’opera d’arte totalizzante, che permette di entrare fisicamente in una stanza di specchi ed emotivamente in luoghi del tutto privati e segreti, nei luoghi delle percezioni visive e delle atmosfere mentali, dei sogni psichedelici e delle sensazioni più spontanee.

Finalmente ritorna così a Roma un’artista che negli anni ’60 e ‘70 aveva spesso scelto l’Italia per le sue esposizioni.

A primo acchito, fa quasi sorridere che sia ospitata in questa mostra intitolata all’amore, dal momento che veniva scritto di lei che “non esiste nessuno lontano dalla vita sentimentale quanto Kusama Yayoi”.

In realtà, nessun altro artista si trova forse così a suo agio in questo contesto: Yayoi Kusama ha amato l’arte più di ogni altra cosa, è stata la sua salvezza.

È un’arte totalizzante perché questa piccola donna giapponese vi si è sempre immersa per curare le sue fobie, tanto da definire la sua arte “ arte psicosomatica”. Ha trattato il tema della sessualità per tutta la sua carriera, da quando realizzava soft sculptures a forma di organi di riproduzione maschili, a quando dava vita a happenings a tema sessuale.

Ma come lei stessa spiega nella sua biografia “Alcuni pensano che io sia una fissata, ma si tratta di un clamoroso fraintendimento. Quei falli e quegli happenings erano una forma di automedicazione”.

Un’ultima piccola curiosità a proposito delle zucche. In giapponese, come in molte altre lingue, il termine zucca o zuccone viene usato in tono dispregiativo, addirittura una donna brutta viene etichettata come una zucca con naso e occhi. “Insomma, le zucche non ispirano gran rispetto, ma la loro deliziosa forma mi ammaliò. La cosa che più mi attirava era la generosa semplicità della struttura. E un’impressione di solidità spirituale.”

E ora tutti su Instagram. #chiostrolove

TRA XILOGRAFIE E DIPINTI, MIMÌ QUILICI BUZZACCHI ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA DI ROMA

All’interno dell’ampia esposizione Roma Anni Trenta. La Galleria d’Arte Moderna e le Quadriennali d’Arte 1931-1935-1939 trova spazio, in tre delle sale del palazzo di Via Crispi, una piccola, ma significativa mostra dedicata all’artista mantovana Mimì Quilici Buzzacchi.

Mimì Buzzacchi, nata in un paesino della provincia di Mantova nell’agosto del 1903, viene conquistata dalla vocazione della pittura fin da ragazzina, quando, in occasione di un Natale, ricevette una “lavagnetta magica”, come lei stessa dichiarerà in un’intervista rilasciata, nel febbraio del 1983, per il programma della RAI Leggere un quadro. I primi esordi dell’artista la vedono impegnata, presso le sponde del canale di Cesenatico (dove Mimì trascorreva le estati nella villa di famiglia), intenta a ritrarre le barche a vela ormeggiate lungo gli argini del porto-canale. Nasce così il primo ciclo di suoi piccoli quadri come Vele in canale (1925) e Case e vele a Cesenatico (1926) oltre alle semplicissime rappresentazioni di una Mimì ancora adolescente come Alba Adriatica (1921) e I due capanni (1923) che, con tratti essenziali e colori tenui, catturano momenti di grande quiete presso le spiagge adriatiche.

Saranno proprio i pomeriggi d’estate, trascorsi a dipingere all’aperto, a regalarle il proficuo incontro con uno dei più grandi intellettuali italiani del tempo: Filippo De Pisis. Lo scrittore, pittore e critico d’arte, infatti, scriverà, per primo, sul Corriere Padano, una recensione riguardante le tele fresche e vivaci della giovane pittrice. Inoltre, proprio il Direttore dello stesso periodico, Nello Quilici,  diventerà, pochi anni dopo, nel 1929, suo marito. Si aprirà per l’intraprendente Mimì un periodo di forti ispirazioni grazie alle amicizie strette (tra tutti Ugo Ojetti che farà l’introduzione per la raccolta di xilografie, Italia Antica e Nuova), ai viaggi effettuati (si recherà più volte in Libia, fonte di ispirazione per le sue incisioni) e alla partecipazione a numerose rassegne di alto livello (dal 1931al 1959 verrà invitata a partecipare dalla I all’ VIII Quadriennale di Roma).

È tuttavia, nel 1945, con lo scoppiare della seconda guerra mondiale, che gli eventi drammatici della storia influenzano le scelte di Mimì che, dopo aver perso il marito in Libia e la casa a Ferrara, andata distrutta durante i bombardamenti, è costretta a trasferirsi a Roma dove darà inizio ad una nuova produzione pittorica sicuramente più matura.

Sono di questo secondo periodo quadri come Luci di Roma (1948), Bucatino con il Tevere biondo (1955), Sole su Monte Mario (1957), Sponde in gemme (1960), Piccola valle in rosa (1960), che avvicinano, per la pennellata larga e per la composizione pittorica, lo stile della pittrice al filone dell’espressionismo: il tratto astratto e la scelta dei colori veicolano lo sguardo verso le emozioni lasciando all’osservatore la possibilità di immaginare le raffigurazioni.

Oltre all’intensa produzione di oli su tela, Mimì si dedicò ad una raffinata arte di nicchia, riservata a quei pochi estri che vollero approfondirla: la Xilografia. La Buzzacchi fu molto famosa per le sue incisioni su legno e la terza sala della mostra è allestita con le sue più significative lastre lignee. Sorprende in particolare Lungastoria (1947), xilografia, su carta vergata, composta da due tavole, ma che vuole restituire un’ unica e interminabile panoramica in cui da San Pietro fino al Foro Italico la contrapposizione costante dei chiaro scuri restituisce il dettaglio delle strutture architettoniche, dei paesaggi naturali delle sponde del Tevere e della collina di Monte Mario.

Sarà possibile visitare l’esposizione fino al 27 novembre per immergersi nel relativo percorso espositivo che, arricchito con documenti, stralci di scritti, video e quadri donati dagli amici artisti, ci racconta l’arte e la vita di una donna del ‘900 italiano il cui valore artistico fu già riconosciuto dai contemporanei del suo tempo.

La mostra è stata promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura ed è a cura di Federica Pirani, Gloria Raimondi e Maria Catalano, in collaborazione con l’Archivio Mimì Quilici Buzzacchi

Per info e dettagli visita il sito: www.galleriaartemodernaroma.it

Catalogo della mostra: a cura di Vieri Quilici e Paolmbi Editori, Mimì Quilici Buzzacchi. Tra segno e colore, PALOMBI EDITORI, settembre 2016.

Lapidarium- l’arte dei vinti

Una mandria di cavalli in bronzo,ferro,legno, marmo e travertino che cavalcano dall’arco di Costantino ai Mercati di Traiano passando per il Colosseo: si chiama Lapidarium. Waiting for the barbarians” la mostra dell’artista messicano Gustavo Aceves che si può ammirare lungo il cuore dell’area archeologica romana dal 15 settembre grazie alla collaborazione tra l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e l’Ambasciata del Messico.

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40 sculture di dimensioni differenti raffiguranti cavalli scevri di parte del proprio corpo e privi delle proprie gambe, sostituite da simboliche strutture di barche appartenenti a differenti epoche e stili;

Le privazioni e l’immobilismo delle opere rappresentano il pensiero che l’artista portare all’attenzione del proprio pubblico: le sorti dei migranti, abbandonati e sofferenti come le state equestri piene di cicatrici e ferite che pervadono il loro corpo, immobili nel loro destino intrecciato indissolubilmente con quello delle navi a cui affidano il proprio futuro. Si tratta di opere in onore dei vinti: a differenza delle maestose state equestri che elogiano le grandi gesta e le vittorie più famose della storia, queste opere rappresentano ognuna una specifica diaspora e il dramma connesso ponendo in correlazione i barbari di un tempo, invasori di terre e saccheggiatori di fortune, e i migranti di ora, accolti anch’essi come “invasori”, usurpatori di costumi e tradizioni indigene.

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Un tema tra i più dibattuti e rappresentati oggi nel mondo artistico così come al di fuori di esso,  che l’artista ha deciso di far proprio dopo aver visto con i propri occhi le violenze e le condizioni di vita dei popoli africani.

La mostra fa parte di un percorso espositivo inaugurato nel 2014 a Pietrasanta e proseguito con la collocazione delle statue equestri sotto la porta di Brandeburgo a Berlino nel 2015.

Dopo la tappa romana, che terminerà il 7 gennaio, Lapidarium “sbarcherà” a Istanbul e Parigi per tornare in Italia a Venezia nel 2017 prima della conclusione del ciclo espositivo a Mexico City nel 2018.

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BANSKY A ROMA: UN SUCCESSO, MA NON PER I SUOI VERI AMMIRATORI

Termina oggi la prima mostra nel territorio italiano del più celebre street artist del mondo, andata in scena presso Palazzo Cipolla, storico edifico appartenente una volta alla nobiltà capitolina situato nel cuore di Roma che si affaccia su Piazza Venezia, a pochi passi dal Pantheon e quasi equidistante da Fontana di Trevi.

Una location singolare per rappresentare l’Artista del popolo, creatore di opere notoriamente donate alla fruizione collettiva o al massimo a gente comune; opere certamente controcorrente e irriverenti che l’hanno portato a far breccia principalmente negli strati di società più svantaggiati e rancorosi verso una società che non li ha capiti e sopportati.

Così anche la scelta stessa di riunire le opere dell’artista (presumibilmente) di Bristol all’interno di una mostra chiusa e destinata ai soli visitatori paganti non è stato accolta favorevolmente, sebbene i fatti sembrano dimostrare che i detrattori si sbagliavano: l’esposizione è stata visitata da un numero impressionante di persone, circa un milione di visitatori al giorno (di cui più o meno la metà turisti).

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Un successo numerico innegabile per quella che è la prima mostra europea di Bansky di tale portata, che ha riproposto (o almeno provato) lo spirito voluto e cercato dallo street artist: la sua caratteristica critica irriverente è il fil rouge ricercato da tutta l’esposizione dall’emblematico titolo “Guerra, Capitalismo e Libertà”, con le celeberrime opere di denuncia della società odierna che ne accentuano le contraddizioni con la sua tipica combinazione di umanità e umorale.

Banksy, Pulp fiction cm. 63 x 40_0040

Il trittico scelto come denominazione della mostra racchiude pienamente le principali ossessioni dell’artista, che denuncia l’incombenza delle prime al fine di farsi portavoce di una libertà totale e totalizzante, voce spesso fuori dal coro e controcorrente; tali aspetti appaino però, come già accennato, in contraddizione con lo spirito, l’arte e l’artista “banskyano”: la destinazione pubblica delle opere, ammirabili camminando liberamente tra le strade così come la denuncia del capitalismo, dello sfruttamento economico e degli squilibri economici e sociali che precludono quasi tutto a molti per garantire troppo a una piccola elite appare in antitesi con la volontà di rinchiudere dentro una mostra chiusa e a pagamento.

L’ideatore di tale mostra, il Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, descrive con orgoglio l’esser riuscito a riunire per la prima volta all’interno di una mostra “150 opere (incluse 50 copertine di dischi) tra sculture, stencils e così via, tutte rigorosamente di collezionisti privati e, dunque, assolutamente non sottratte alla strada”, sottolineando come l’esposizione rappresenti un unicum per la sua “forte componente di denuncia sociale”.

Parole che probabilmente non basteranno a convincere i più forti seguaci di Bansky, soprattutto del primo Bansky, indifferente alla ribalta mediatica e mero portatore volutamente ignoto di messaggi sociali diretti direttamente al popolo, restio a ogni sorta di collaborazione con gallerie e musei.

Banksy,Love is in the air (flower trower) 2003 cm. 90 x 90_0020

Riprendendo le parole del presidente della Fondazione Terzo Pilastro, la mostra, che dal punto di vista prettamente numerico ha avuto un successo innegabile, ha diluito gran parte della denuncia sociale fondamento delle opere di Bansky che inevitabilmente appaiono offuscate, estranee al complesso espositivo, così come la mera giustificazione di non aver estratto alcuna opera dalla strada risulta invece l’unico mezzo per esporre delle opere senza il consenso dell’autore.

 

Il possibile avvicinamento alla street art di parte della società che difficilmente si sarebbe accorta ed appassionata di tale arte visiva avulsa dal complesso museale non può giustificare una tale deviazione dal messaggio principe dello Street artist che più di tutti è stato il fautore della sua esplosione; un deragliamento verso la mercificazione che è stato denunciato da più artisti della strada, di cui riportiamo un video emblematico realizzato da Canemorto.

 

CultRise – Chi ha detto che a Roma non si fa nulla?

Nel panorama italiano da un decennio si ripete, in una banalità degna di Severgnini, che a Roma non si fa mai nulla. Una generazione attanagliata da disoccupazione e perdita del più grande patrimonio storico artistico del mondo, cerca svaghi in luoghi lontani e spesso privi di concretezza tecnica e senso della bellezza.

Nulla è più falso del considerare Roma una città morta. Essa, lontana da fiere del mangiare ogm e musei in 3D pulsa nuove energie lontane dai riflettori, ma con i riflessi che si irradiano nel futuro.

Così nel Rione Monti, nel lato lontano dalla Banca d’Italia, da stasera apre la serranda del network artistico e multidisciplinare CultRise a Via Madonna dei Monti 27. Il tutto con una ” Mostra d’arte ” che ha scelto di essere legittimata attraverso i contenuti e non in un titolo ( brand ) iper concettuale.

I contenuti della mostra spazieranno tra pittura tradizionale sia figurativa che astratta, street art, illustrazioni, sculture , installazioni, oggetti di design, fotografie e recycled art. Sette artisti, divisi da stili e tecniche e uniti nel network di CultRise: Luca Barrel, Jerico, Gian Maria Marcaccini, Jacopo Brogioni, Simone Martini, Flavia Grazioli e Cecilia Caporlingua ( fondatrice di CultRise).

Alle 20 Jacopo Troiani presenterà il suo nuovo album dal titolo: “Alba o Tramonto ?”. In versione acustica per travolgere elegantemente il pubblico che accompagnerà il pomeriggio monticiano.

Chi ha detto che a Roma non si fa nulla?