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Cuore d’Africa

INTRO – E’ difficile iniziare un racconto su un ragazzo del 1989, che sembra, sin dall’età di vent’anni, un uomo vissuto. La maturità in questione, non può essere solo frutto di un’educazione di qualità, che ovviamente fa la sua parte; ha qualcosa di più impercettibile, difficile da captare. Nonostante il termine sia oramai caduto in disgrazia, e se ne capisce anche il perchè, il talento principale di Andrè Ayew, lo definirei, “una dote di natura”.

La nostra storia non inizia da Seclin, una quindicina di kilometri da Lille, dove Andrè nasce. Il figlio di Maha Ayew e di suo marito Abedì, con il nord della Francia ha poco a che fare. Il padre, infattì, si è trasferito lì semplicemente per lavoro, quello di calciatore. Dopo aver disputato una buona metà di stagione con il Mulhouse FC nel 1987/1988, Abedì Ayew, si trasferisce al Marsiglia, dove in un anno e mezzo, gioca solo 9 partite, troppo poco, per chi di calcio vuol vivere. Quella dell’Olympique Marseille non è una piazza in cui un ventitreenne ghanese possa imporsi rapidamente. Papìn, Cantona, Francescoli, Tigana, Deschamps, Waddle, sono alcuni dei nomi su cui la squadra di Bernard Tapie, parlamentare e ministro per il Partito Socialista Francese, ex proprietario di Adidas e dell’OM, aveva puntato per rompere un digiuno di coppe che durava da 17 anni. Ayew Senior, sa di non avere ancora chance di giocare in una rosa così competitiva, e che la gloria può ancora attendere; accetta così un trasferimento in una squadra di seconda fascia, e, pur disputando un’ottima annata, deve inghiottire due bocconi amari, causatigli dall’OM, due volte campione di Francia, prima nell’88/89, con bis nell’anno successivo; nonostante questo, la scelta operata al tempo, ovvero quella di andare al Lille, paga i suoi dividendi, nel giro di sole due annatte, rendendo Abedì Ayew uno degli attaccanti più desiderati di tutta la Francia.

MARSIGLIA – Nel 1990-1991 avviene il grande ritorno. Inizia la storia che trasformerà Abedì Ayew in Abedì Pelè, nomignolo che fece suo in realtà ben otto anni prima, quando appena diciassettenne, nel 1982, vinse la Coppa d’Africa per il Ghana, ma che venne esportato in Europa dopo i suoi grandi successi a Marsiglia; Coppa d’Africa e Marsiglia, sono questi stessi luoghi che formeranno il carattere e la carriera del figlio di Abedì Pelè, Andrè, che all’epoca del ritorno del padre nel sud della Francia, aveva appena un anno. Due luoghi e due squadre, tanto suggestivi quanto maledetti. Marsiglia per certi punti di vista, ancor più del vero amore di Ayew jr., il Ghana. Il capoluogo della regione Provenza-Costa Azzurra è da sempre un polo multietnico d’Europa, aspetto che da positivo, negli anni migliori dell’integrazione, si sta rapidamente trasformando in profondamente negativo, essendo ormai la nazione francese lacerata da conflitti sociali, che non deflagrano solamente nella follia islamista, come nel caso più recente del massacro dei fratelli Kouachi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, ma che, ancor più gravemente, si riverberano nella quotidianità di una delle città tra le più violente d’Europa. La nostra storia inizia da qui. E’ il 26 Maggio del 1993. I pentacampioni del Marsiglia (sarebbero diventati “tetra-campioni” vista la revoca e la retrocessione per illecito sportivo, sono una realtà irresistibile in Europa, e Abedì Pelè, si è imposto come uno dei giocatori più forti della compagine. L’OM sfida per la seconda volta in tre anni il Milan dei campioni. La prima volta nel 1991, Quarti di Finale di Champions, accadde il putiferio, con Galliani che ritirò i suoi giocatori dal campo, vista l’illuminazione difettosa del Velodrome, che a suo dire stava impedendo la corretta realizzazione della partita. Risultato? 3-0 a tavolino per l’OM. Nel ’93, però, si gioca per qualcosa di più grande di una semifinale, si gioca per la coppa. Inutile cercare di spiegare a parole mie il clima della finale, visti i precedenti, vista la sfida tra due personalità tanto importanti quanto controverse per calcio e politica come Tapie, socialista, vincente e spesso fuori da ogni parametro di legalità, e Berlusconi, di tradizione politica diversa, che aveva rottamato la prima Repubblica grazie anche ai suoi successi come presidente di una delle squadre più forti della storia del calcio mondiale, anche lui non esente da beghe legali piuttosto note ai più. Come potete vedere dai tanti rimandi, c’è materiale per scrivere un libro, e non finisce qui, dato che Eydelie, centrocampista centrale di quell’OM tanti anni dopo dichiarò la sua verità, che alimentò la leggenda nera di una squadra tanto forte quanto “illecita”, sostenendo di aver utilizzato sostanze proibite per prepararsi alla finale del 1993. L’importante per noi, però, è che al 43′ del primo tempo, Abedì Ayew Pelè, va a battere un calcio d’angolo, pennellando di mancina per Basile Bolì, che realizza, e fa vincere la prima e unica Champions League ad una squadra francese. Grazie anche a questo assist, la leggenda del Pelè africano, in Francia come in patria, diventa immortale, perchè grazie all’annata fenomenale del 1993, l’ultima del trienno magico al Marsiglia, conquista il terzo Pallone d’Oro Africano consecutivo, risultato mai raggiunto prima di allora (Weah lo eguagliò, Eto’o riuscì a superare entrambi) da nessun giocatore.

EREDITA’ – Dopo un paio di stagioni in Italia, al Torino, in cui realizza la sua ultima stagione in doppia cifra per reti segnate in Europa (32 partite, 10 gol) e poi Germania, Monaco 1860 ed Emirati, nell’Al Ain, la carriera di Abedì Ayew termina, con il prestigioso inserimento, da parte del Pelè originale, nel FIFA 100, la classifica stilata da O’ Rei in cui sono stati inseriti i cento migliori giocatori della storia del calcio mondiale. La decisione di tornare in Ghana, non è scontata, ma Abedì decide di percorrerla, permettendo così ai propri figli, di vivere, di respirare l’Africa, scelta che, come vedremo, avrà risvolti fondamentali nella vita di Andrè Ayew. Il figlio di Maha e Abedì inizia a giocare nel Nania FC, club della capitale ghanese, Accra, di cui i genitori sono fondatori, co-proprietari, nonché dirigentii. A 14 anni si allena con la prima squadra, e disputa stabilmente tornei per giocatori under-19. Questo non gli vale comunque lo status di prospetto per il calcio europeo, ed il suo ingresso nelle giovani del Marsiglia, la squadra dei successi del padre, avviene tramite il più classico dei provini, nei quali la percentuale dei giocatori scartati è pressochè vicina al 99%. E’ il 2005, e Dede, soprannome con cui viene chiamato in patria, non ancora sedicenne, riesce ad entrare nel club dei suoi sogni, grazie alle doti fisiche totalmente fuori dal comune di cui è dotato, ad un piede mancino tanto potente quando aggraziato e ad una personalità molto spiccata per essere così giovane. La settimana che cambierà per sempre la vita del centrocampsita del Marsiglia, inizia però due anni dopo il provino. Fresco di preparazione con la prima squadra del Marsiglia, il diciassettenne Andrè Ayew, esordisce in Ligue 1, il 15 Agosto contro il Valenciennes; non contento di aver raggiunto un risultato così prestigioso, Ayew, vede risolversi la diatriba della sua doppia nazionalità, grazie alla convocazione per l’amichevole contro il Senegal, da parte della nazione del suo cuore, il Ghana. I due passaporti, hanno permesso al giovane calciatore, di scegliere quale trafila tra le giovanili compiere, ed Ayew, pur scegliendo la Francia, dichiarò pubblicamente di sognare di giocare per le Black Stars, squadra per la quale il padre aveva militato e vinto. Nonostante l’iniziale incongruenza tra dichiarazioni e fatti, Ayew ha fattivamente dimostrato di voler giocare per il Ghana, rifiutando più convocazioni per la Francia Under-21, arrivando a pregare il CT, Claude Le Roy di convocarlo, in quanto rifiutare ancora una volta i Bleus sarebbe stato controproducente per la sua popolarità nella nazione in cui si apprestava a diventare professionista. Il 21 di Agosto 2007, contro il Senegal, il minorenne Ayew, debutta con la maglia delle Stelle Nere africane, iniziando così una storia d’amore, tra le più intense del calcio moderno. Nonostante le poche presenze nell’OM, a Gennaio Le Roy decide di portarlo nella prima delle tante coppe d’Africa disputate dalla venticinquenne ala, l’unica giocata in Ghana. Solo una presenza per Ayew, qualche minuto contro la Guinea, in una squadra caratterizzata dal miglior Essien di sempre, che a centrocampo formava con Muntari una diga impenetrabile, che trascinò fino alla semifinale le Black Stars, che si piazzarono alla fine terze nella competizione casalinga.

2009 – All’inizio della stagione successiva Andrew Ayew cattura l’attenzione di un guru del calcio francese come Christian Gourcuff, padre di Yoann, alla quinta stagione da allenatore del Lorient, in Ligue 1. Il Marsiglia ha tutti i vantaggi nel far esprimere il suo talento fuori di casa, valutate anche le ambizioni da titolo molto pressanti dei tifosi dell’OM, non coincidenti, con la crescita di un giocatore di appena 19 anni. Nel Settembre del 2008 arriva la prima rete tra i professionisti di Ayew; la sua annata nel club della costa ovest della Francia prosegue tra alti e bassi fisiologici, dovuti anche alla convocazione per la Coppa d’Africa. Il segno lasciato dall’ala del Marsiglia non è affatto indelebile; le due esperienze che caratterizzeranno la sua ascesa a livello di popolarità in patria, sono altre. Dede Ayew partecipa ad inizio 2009 alla Coppa D’Africa Under 20, vincendola da capitano, bissando clamorosamente con il trionfo nel Mondiale Under-20 del Settembre successivo. Ancora in qualità di capitano, trascina insieme a Dominic Adiyiah, giocatore senza dubbio di basso profilo, ma che ritroveremo ancora nella storia dell’ascesa di Ayew, il Ghana in un girone durissimo, in cui figuravano l’Uruguay di Lodeiro, Abel Hernandez, Tabarè Viudez, Gaston Ramirez, Sebastian Coates, e chi più ne ha più ne metta e l’Inghilterra di Tchuimeni-Nimely, Ben Mee, Martin Kelly e Gavin Hoyte, squadra non talentuosissima, ma dalla difesa di grande spessore, almeno sulla carta. Dagli ottavi in poi, è un ascesa continua grazie agli scontri contro le deboli Sudafrica e Ungheria, e alla vittoria al cardiopalma contro la pericolosa Corea Del Sud. La finale è contro il Brasle di Paulo Henrique Ganso, Rafael Toloi, visto a Roma, Alex Texeira e Douglas Costa, le due ali titolari dello Shaktar di Donetsk. La partita, ruvida, bloccata sullo 0 a 0, è la più classica delle finali, in cui è la paura a farla da padrona. Il Ghana arriva ai calci di rigore contro la corazzata brasiliana, e a serrare le fila, ci pensa ovviamente il capitano, Dede, che con il primo rigore batte Rafael, attuale portiere del Napoli, indirizzando i suoi verso un’insperata vittoria. I rigori li segnano le stelle di quella squadra ghanese, Inkoom, Adiyiah e Badu, portando a casa un successo storico per una squadra africana, il primo. Egitto 2009, segna uno spartiacque nella carriera di Andrè Ayew.

NANIA FC – E’ fondamentale non sottovalutare l’importanza dei successi patrii di Ayew, benchè ottenuti con la nazionale giovanile. Dal 2007 in poi, infatti, la famiglia di Abedì Pelè ha vissuto, molto più in Ghana che nel mondo calcistico rappresentato dalla FIFA, una perdita di credibilità enorme, a causa di uno degli scandali calcistici più alla luce del sole mai commessi. Il Nania FC, squadra di Maha Ayew e Abedì Pelè, nonché società in cui il nostro Andrè ha esordito, è stato condannato dalla FA ghanese per aver truccato una partita, con il fine di ottenere la prima e storica promozione nella Premier League nazionale. Pelè, e la moglie Maha, fondatori e proprietari del club nato alla fine degli anni ’90, sono stati sospesi, il primo per un anno, la seconda, per sempre “from football”, dal calcio. Nonostante gli appelli della famiglia Ayew, il Nania è retrocesso nella corrispettiva Lega Pro ghanese, ed è francamente facile immaginare il motivo di una pena tanto severa. Il Nania, affrontava l’Okwawu United, nell’incontro, come detto, valevole per la promozione. Dopo aver chiuso il primo tempo sull’1-0, e aver sentito che nel campo dell’altra squadra in lotta per la Premier, i Great Mariners, accadevano cose strane, il Nania si è “scatenato”, realizzando la bellezza di 30 (!) gol nei successivi 45 minuti, chiudendo l’incontro sul 31-0, beffando così i Mariners, che avevano sconfitto solo di misura i loro avversari.
Il polverone alzatosi ha costretto la FA ghanese ad applicare pene commisurate alla gravità dell’accaduto, creando un certo sgomento ad una nazione che associava alla famiglia Ayew la faccia migliore del proprio calcio; il sentimento di ribrezzo e delusione, ma anche di rispetto nei confronti degli Ayew è ben rappresentato da questo articolo, scritto in un inglese quantomeno particolare, che fa capire quanto l’evento sia stato percepito dai ghanesi.

2010 – Dopo essersi messo alle spalle un 2009 glorioso, quello dei mondiali africani è uno dei periodi più intensi per quanto riguarda l’impiego in nazionale maggiore dell’ala dell’OM. Ayew collezionerà alla fine dell’anno solare ben 17 gare, realizzando 2 reti, tra Coppa D’Africa, le qualificazioni per la successiva competizione continentale, quella del 2012, (non è una mania africana quella di disputare ogni biennio la rassegna continentale. La FIFA ha obbligato la CAF a conformare il numero di tornei, al fine di pareggiare quello delle altre federazioni mondiali, cosìcchè siano state disputate lo stesso numero di Coppe D’Africa, Europei, Coppe Sudamericane, Oceaniche, ecc.; il perchè? Francamente non so rispondere) e i Mondiali sudafricani, alla fine della stagione con il suo nuovo club.
Si, perchè Ayew viene nuovamente spedito in prestito per farsi le ossa, stavolta nella seconda lega francese , all’Arles-Avignon, in cui, pur prendendosi il ruolo di leader, incide poco, un unicum nella sua carriera. L’Arles, però non è l’obiettivo principale di Ayew, che vede in questa tappa, solo un’occasione per giocare il più possibile in vista delle competizioni internazionali da disputare con il Ghana. La stagione, come detto in precedenza, è interrotta dalla Coppa d’Africa, la prima da protagonista per le Black Stars. La corsa ghanese in Angola è fenomenale, come dimostrano il girone passato nonostante la presenza di Togo e Costa d’Avorio, e la vittoria sulla sempre temibile Nigeria alle semifinale. La squadra ha le caratteristiche adatte per far risaltare le qualità di Ayew, sia dal punto di vista tecnico, che da quello caratteriale. Il gioco molto propositivo è perfetto per l’ala, che può sfruttare i molteplici palloni che vengono giostrati dal centrocampo delle Black Stars, arrivando con continuità sul fondo per poter regalare assist con cross velenosi scagliati dal proprio mancino. Dal punto di vita della personalità, invece la selezione, è piuttosto carente, cosa che aiuta Ayew, uno dei giocatori più vocali che io abbia mai visto, a spiccare per le proprie doti di leadership. Proprio per questo motivo, la sconfitta patita in finale, contro L’Egitto è bruciante, e non solo perchè causata da un gol di Geddo allo scadere. Sarà la prima occasione in cui Ayew vedrà sfumare sul filo di lana le chance di un trionfo per la propria nazione.
Quella dei Mondiali 2010, è la più paradigmatica delle delusioni patite in carriera dal figlio di Abedì Pelè, tanto dolorosa perchè preceduta da memorabili partite, che rendono le Black Stars una delle squadre più forti degli ultimi cinque anni di calcio internazionale, ma anche la più formidabile delle incompiute. Il girone del 2010 può spiegare chiaramente cos’è stato il Ghana dell’ultimo quinquennio; vittoria sofferta contro la Serbia, in una gara dominata dalle Black Stars, ma sbloccata solo nel finale grazie ad un rigore di Gyan. Le parole dominare e Ghana si sposano perfettamente, vista la qualità del centrocampo di quell’edizione dei giallorossoverdi. L’affidabile Annan del Rosenborg nel ruolo di frangiflutti davanti alla difesa; come mezzala sinistra Kwadwo Asamoah, a destra un Kevin Prince-Boateng tirato a lucido come mai prima (né dopo) in carriera, chiamati tanto ad offendere che a difendere, con una qualità senza pari per qualsiasi coppia di centrocampisti nell’intero torneo. Sulle fasce, Price Tagoe, e Ayew, che a soli 21 anni era già un titolare inamovibile in una rassegna mondiale. La doppia fase di Ayew nel Mondiale è stata semplicemente impeccabile, garantendo attacco e difesa, ma soprattutto sovrannumero in mezzo al campo per favorire il possesso palla in salsa europea di cui le Black Stars si avvalsero durante tutto il torneo. Il problema è che vincere dominando, al Ghana, riesce molto poco spesso. La seconda partita è infatti un pareggio contro l’Australia di Brett Holman. Altri 90 minuti di qualità per i ghanesi, e per Ayew, che si conferma, dopo la gara di apertura, uno dei giocatori più interessanti del torneo, ma risultato francamente deludente per una squadra che ha tirato 22 volte contro le 8 degli avversari. La terza gara contro la Germania, persa ingiustamente, è stata la prima dimostrazione di come i ghanesi fossero una reale minaccia per i tedeschi; nonostante la vittoria timbrata Ozil, la partita si svolse in una parità tecnica che rivedremo quattro anni dopo, nel girone di Brasile 2014, nell’unico incontro in cui i futuri campioni del mondo andranno in svantaggio nella loro corsa al titolo. La partita paradossalmente meno meritata è rappresentata dagli ottavi di finale contro gli USA (che si vendicheranno nel 2014) in cui grazie ad un gol all’inizio dei supplementari, Gyan assistito da un indiavolato Ayew, le Black Stars ottennero la qualificazione e la sfida ai quarti contro l’Uruguay di Forlan La notizia, però, è che l’uomo della partita, per tutti, e stavolta anche per la FIFA, Andrè Ayew, non sarebbe stato della partita, in quanto diffiidato e poi ammonito durante l’incontro, per un fallo realizzato con la solita generosità e dedizione alla causa della squadra, nel secondo tempo di gioco.

SUCCESSI E SCONFITTE – Impossibile essere lucidi nella descrizione di Uruguay-Ghana, quindi meglio farla breve. Una premessa è, però, d’obbligo; se il Ghana avesse vinto sarebbe stata la prima squadra africana ad ottenere il pass per le semifinali di un Mondiale. Il vantaggio di Muntari, a fine primo tempo, sembrò essere il preludio di una storica vittoria della squadra africana. Ma Forlan prima, e Suarez poi, con il suo colpo di mano sulla riga di porta per frustrare il colpo di testa di Kenneth Adiayah, il bomber del Mondiale Under-20 vinto da Ayew impedirono alle Black Stars, punite dal rigore sbagliato di Gyan nei tempi supplementari, di raggiungere un risultato storico.
Sembra strano, ma da questo fallimento è nata la carriera dell’Ayew che oggi conosciamo, a partire dalla prima conferma di far parte, in pianta stabile, della rosa del Marsiglia. Da quel momento in poi, l’esplosione tecnica e di personalità di Ayew, ha avuto un’accelerazione semplicemente incredibile, considerando l’età del giocatore. Gli undici gol realizzati nella prima annata con l’OM, lo hanno lanciato nel panorama calcistico europeo con prepotenza; le dichiarazioni mai banali, in cui Ayew sostenne sempre di voler superare il padre, e la coppia formata con il fratello minore Jordan, legati non solo in campo, ma anche nel culto religioso, in quanto entrambi di religione musulmana hanno reso Ayew un personaggio carismatico, in Francia quanto in patria, tanto che le bizze di Boateng, il declino di Muntari e quello, a livello di club, di Gyan, sono stati visti come il preludio per l’ascesa di Ayew al ruolo di leader della nazionale di calcio delle stelle nere. Niente di più vero, viste le prestazioni da leader nella coppa d’Africa del 2012, in cui Ayew, oltre a timbrare il gol della qualificazione alle semifinali, ha potuto indossare per la prima volta, in una selezione molto cambiata rispetto al 2012 (Badu, Kwarsey, Atsu, Wakaso, alcuni dei nomi nuovi delle Black Stars), la fascia da capitano delle Black Stars. Ancora una volta, però, l’insuccesso colpisce il figlio di Abedì Pelè nel momento in cui sembra andare tutto per il verso giusto.
La Coppa d’Africa 2012 si rivela un buco nell’acqua per il Ghana, l’ennesimo, rappresentato dalla sconfitta contro lo Zambia, modesto vincitore della rassegna, in una gara dove ancora una volta Ayew non potè scendere in campo, e fu sostituito, male, dal fratello Jordan, fatto di una pasta ben più malleabile di quella del fratello maggiore. All’OM, le cose sembrano andare meglio, ma solo in apparenza. Con tre trofei, due coppe nazionali ed una supercoppa, conquistati tra 2011 e 2012, la carriera marsigliese del capitano, non più solo morale, del Ghana, inizia con il piglio giusto. L’obiettivo grosso, lo scudetto, rappresenta, però, un miraggio, (forse il Loco Bielsa potrà riuscire nell’impresa), dato che l’ultima annata che ha visto trionfare il club del sud della Francia è quella del 2010, coincidente con l’anno in prestito all’Arles. Una macchia non da poco nel palmares di Ayew.

CAPITANO – Nonostante tutto, ad inizio 2013, il ruolo di leader indiscusso delle Black Stars è oramai stabilmente suo, nonostante l’ennesima sconfitta sul filo di lana patita in coppa d’Africa. A minare questa certezza, è però l’ennesima ricaduta del clan Ayew, quasi un ostacolo all’immagine nazionale di Andrè. Tutta la questione gira attorno alla figura di Jordan Ayew, sempre ai margini della nazionale a causa di comportamenti e rendimento calcistico piuttosto altalenante. Ne nasce una polemica con la (discussa) federazione ghanese, risolta solo dal buon senso di entrambe le parti in causa, che per il bene della nazionale decide di riaccettare che gli Ayew giochino (riprendendosi sul groppone Jordan) le gare di qualificazione al Mondiale 2014. La rassegna brasiliana sembrava potesse rappresentare la fine del grande Ghana degli anni precedenti. Squadra scollata, anche perchè ampiamente rinnovata, molto giù fisicamente ed emotivamente, in un girone duro, contro USA, Germania, due vecchie rivali, e Portogallo. Il risultato è piuttosto scontato, ma tinto nella tipica salsa ghanese, un mix di gran calcio e psicodrammi. Per carità, di gran calcio in Brasile il Ghana ne ha mostrato ben poco, ma contro la squadra più forte, la Germania, si sono visti alcuni lampi del 2010. Le Black Stars, infatti, ribaltando il risultato grazie ai gol di Ayew e Gyan, arrivati dopo un calcio più che propositivo, sono riuscite a tenere sotto nel punteggio, per 7 minuti, i futuri campioni del mondo, cosa che non è riuscita a nessun’altra squadra nel torneo. Cosa piuttosto strana per una squadra in presunto disfacimento.
E’ su quei sette minuti, e sul patto tra Gyan e Ayew, in cui il primo, pur tenendosi il ruolo e gli onori di capocannoniere della nazionale, lascia i galloni di capitano al secondo, che il Ghana ha preparato la Coppa D’Africa 2015, quella dell’ultimo ballo, quantomeno per Gyan, sempre più al crepuscolo della carriera. In un girone di ferro, e dopo una sconfitta nei minuti di recupero, difficile da digerire, contro il Senegal, il Ghana ha trovato la forza di battere Algeria, all’ultimo minuto grazie a Gyan, e poi di ribaltare il risultato contro il Sudafrica, qualificandosi con un gol di Ayew, totalmente in estasi per la rete segnata, che ha impedito l’ennesima delusione anticipata alle Black Stars. Le vittorie su Guinea e Guinea Equatoriale, soprattutto la seconda, sono state facili sul campo e dure fuori, visto il clima di violenza che ha attorniato la semifinale in cui erano coinvolte Ghana ed il paese organizzatore. La finale, arrivata dopo tre gol di Ayew, che chiuderà come capocannoniere della rassegna, è stata la più giusta, contro la Costa D’Avorio, anch’essa a fine ciclo, anch’essa forte (mai bella come il Ghana) e maledetta. Ne esce una partita bloccata, brutta, sotto ritmo, causata dalla paura di perdere l’ultimo treno buono per vincere un titolo. Ayew, lotta, grida, si sbraccia, come fa oramai da anni, ma con una consapevolezza ed una pericolosità maggiore rispetto ad un tempo, visti i tre gol realizzati durante la competizione, e ad una leadership che ha raggiunto livelli mai tocca in precedenza. Poco importa delle voci di mercato (che lo danno in una delle due milanesi da anni), la questione del contratto con l’OM; conta solo la vittoria finale. E’ per queste motivazioni, che ai calci di rigore, il quinto, il più importante viene affidato ad Ayew. Ancora una volta il capitano non tradisce, ma lo farà Razak, il portiere del Ghana, chiamato a calciare dopo una serie interminabile di tiri dal dischetto. Barry, portiere della Costa D’Avorio realizza. Il Ghana ha perso di nuovo.
 Il pianto di Ayew è un’immagine straziante, dura da sopportare, e lo rappresenta nella sua più pure essenza, quella del leader, che non accetta la sconfitta, perché ha dato più del 100% per la causa della sua squadra, della sua nazione. I giocatori della Costa D’Avorio, quasi intimiditi da tanta personalità, vanno ad abbracciarlo e a consolarlo più di quanto non abbiano festeggiato.
Il patto è saltato, il Ghana è ancora a mani vuote. Ma nonostante tutto, nonostante le polemiche, gli addii, i ritorni, le frodi sportive, i titoli mancati, le troppe ammonizioni, sa benissimo di avere un leader, di quelli che passano una volta ogni vent’anni. Un giocatore che alla sua età (classe 1989, ricordiamo) anni può vantare più di 60 presenze per la propria nazionale, la fascia di capitano, e, ancora più importante, il rispetto di tutto il movimento calcistico africano. La speranza è che questo sadico modo di rinviare l’appuntamento con l’agognata vittoria, possa realmente rendere, quando arriverà, il successo ancor più dolce. Ayew, con la sua abnegazione nei confronti del calcio ghanese, lo merita.

l’immortale teatro dei Cornaro a Roma

Possono le parole diventare immagine? La riposta è sì, e tutta la storia dell’arte n’è in qualche modo testimonianza. Ma mai nessun artista come Gian Lorenzo Bernini seppe interpretare così bene tale compito.

Siamo nel 1644 e il conte Cornaro convince i frati della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, decorata da Carlo Maderno come fosse un salotto, a destinare l’intero braccio destro del transetto ad ospitare la propria cappella di famiglia. Loro, che erano un’importantissima famiglia veneziana, infatti, cercavano nella fastosità dei marmi e nella solidezza della pietra di fissare per sempre il loro status sociale e il ruolo da loro ricoperto nella storia romana e veneta. E Bernini fu l’esecutore materiale delle loro speranze incaricato di celebrare non solo la famiglia e i suoi rappresentanti porporati ma anche la santa patrona dell’ordine custode della chiesa, Teresa d’Avila.

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La cappella Cornaro in Santa Maria della VIttoria

Il risultato fu unico e spettacolare al tempo stesso. Anche in questo caso il limite, il vincolo della forma e delle dimensioni della cappella rappresentarono il punto di partenza, l’incipit di un processo creativo che trasformò l’edicola in un grande palcoscenico di cui noi, come i membri della famiglia Cornaro, non siamo altro che gli spettatori di un atto che va in scena per sempre nell’immortalità del marmo scolpito: la transverberazione della santa, colta nell’attimo in cui l’angelo, dolce e sereno, trafigge il suo cuore con la fiamma dell’amore di Cristo.

Pittura, scultura, architettura. Le tre arti ora collaborano assieme al fine di creare un unicum e non ognuna secondo il proprio ruolo, come aveva ben chiarito Raffaello nella Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, bensì partecipando attivamente l’una dei limiti dell’atra, invadendo ognuna il campo delle altre, non potendo vivere alla fin fine l’una senza il soccorso delle sue sorelle. Così i marmi policromi dai colori sgargianti servivano ad esaltare la scena nella penombra della chiesa in cui avrebbe dovuto spiccare solo la luce nascosta, fittizia, guidata che Bernini aveva creato appositamente per esaltare l’immagine della santa, scolpita nella bianchissima pietra, le cui pieghe l’avrebbero avvolta in un manto infinito, sollevandola da terra e conferendogli quella leggerezza che già anni prima Michelangelo ben seppe raccontare nella creazione d’Adamo sulle volte della cappella Sistina.

E noi, come i cardinali membri della famiglia Cornaro, assistiamo al miracolo dell’estasi della Santa. Sembra di essere in un vero teatro, con i finti palchetti ai lati dove i rilievi dei porporati assumo molteplici e distinte posizioni. C’è chi discute, chi osserva, chi pensa, mentre al centro si compie il miracolo. È il bel composto di Bernini, è il teatro barocco, è il desiderio di coinvolgimento degli spettatori e di anticipazione delle delizie del Paradiso a noi, comune mortale pubblico di uno spettacolo eterno che si ripete ogni volta di fronte ai nostri occhi. Nessuno scultore, prima del Bernini, aveva tentato di usare la luce reale in questo modo. Qui nell’ambiente di una cappella egli fece ciò che i pittori tentarono di fare nei loro dipinti. Se si ammette che egli ritradusse nelle tre dimensioni della vita reale l’illusione della realtà resa dai pittori nelle due dimensioni, si riuscirà a vedere a fondo il carattere specifico del suo modo pittorico di trattare la scultura.

«Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio.»

Queste furono le parole con cui Santa Teresa descrisse le proprie visioni. Queste furono le parole che l’architetto tradusse in realtà architettonico-scultorea. Se osserviamo con attenzione esse sono la esatta spiegazione della scena che si pone di fronte al nostro sguardo, quasi che fosse una traduzione in pietra di un pensiero, una storia, un’emozione. Così il Bernini trovò il modo di convincere il fedele dell’intensa esperienza del soprannaturale, talmente violenta, lancinante, umana che il buon frate della chiesa che fece da Cicerone a Stendhal non poté che asserire come fosse “un gran peccato che questa statua faccia così facilmente pensare all’amore profano”.therese4

Roma d’inverno

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Beatrice Boido

La moschea più bella d’Europa

La scena si svolge in un giardino racchiuso da un’alta siepe di mirto e attraversato da due stretti ruscelli che si intersecano al centro in uno specchio d’acqua rotondo. I personaggi sono due: l’imano Mohamed V, re di Granada che fece costruire il patio dei leoni nell’Alhambra e l’architetto Paolo Portoghesi, autore del progetto della moschea di Roma (insieme a Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi). […]

Patio de los Leones

Mohamed V: Cercherò di entrare nel gioco. […] Chiuderò gli occhi e fingerò di entrare nella tua sala di preghiera.

Paolo: Ecco accanto a te, come alberi di palma rivolti verso la luce, si innalzano pilastri fatti di quattro membrature riunite insieme che si avvicinano e si allontanano tra loro a seconda delle esigenze della struttura. Ecco, giunte alla sommità, le membrature ora attraversano una serie di anelli e si trasformano in archi; ogni linea si congiunge con le altre e tutto si allaccia in continuità…

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Mohamed V: Le tue parole dicono ancor meno dei disegni e dei modelli… l’architettura è materia ammaestrata, non parola ammaestrata… eppure adesso sono entrato anche io nel tuo palmeto, sto anche io sul tappeto volante, ritrovo nella immagine quella leggerezza, quella trasparenza che invocavo dai costruttori del mio patio dei leoni. […] Come hai fatto a trapiantare questa ombra di palme in un paese non solo occidentale ma nordico e così diverso per civiltà e religione?

Paolo: Prima di me altri avevano già ascoltato dall’Italia la voce dell’Islam, ne avevano appreso l’insegnamento: i maestri gotici per esempio. E poi gran parte dell’Italia, la Sicilia, la costa di Amalfi, la Liguria persino, hanno respirato la vostra cultura, i vostri labirinti riemergono nelle viuzze dei paesi, i vostri archi incatenati si inseguono attorno alle absidi e nei chiostri. Anche nel Seicento, in una di quelle rare epoche di libertà del pensiero visivo che giustamente si definiscono “oasi” pensando ai vostri deserti, Borromini e Guarini, Francesco e Guarino, hanno disobbedito, hanno tradito l’ortodossia dell’occidente per guardare i vostri giardini incantati. Borromini ha innestato sulla cupola di Sant’Ivo un ricordo della moschea di Samarra, Guarini ha ripreso direttamente da Cordoba, dal mihrab della grande moschea l’intreccio degli archi del San Lorenzo di Torino.

Mohamed V: Mi parli di cose che non conosco ma ne parli con passione e questo mi fa pensare al mio architetto di Granada che per modellare le sue colonne portava con sé una delle sue donne e parlando della sua architettura adoperava le parole che si adoperano per descrivere una passione amorosa, un corpo lungamente amato… (1)

 

Iniziata la costruzione nel 1984, terminata undici anni dopo nel 1995, la moschea di Roma è la più grande d’Europa. Opera di Paolo Portoghesi, Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi, viene raccontata da Giorgio Muratore come

“uno dei capolavori romani dal secondo dopoguerra ad oggi”.

Il risultato è stato ottenuto, come di rado accade, grazie a due azioni imprescindibili: lo studio e l’ascolto. Coadiuvato certamente da Mousawi, Portoghesi si dimostra profondo conoscitore della cultura islamica. Lo studio minuzioso dei grandi precedenti, europei e non, di spazi dedicati al culto islamico, al pari di un attento e straordinario coinvolgimento di maestranze provenienti dal Maghreb, ha consentito la progettazione prima, la realizzazione poi, di un’architettura fortemente islamica. Ma l’ascolto, come detto imprescindibile, si riferisce al luogo d’azione: Roma. Prendendo a prestito un commento dello stesso Giorgio Muratore, percepiamo l’effettivo dialogo che il team di progettisti è riuscito a stabilire con la città di Roma:

“agli occhi di noi romani potrebbe risultare come un impianto termale d’età imperiale”.

Questo è frutto di accorgimenti semplici perciò efficaci: la calibrata proporzione in alzato tra pieni e vuoti, di certo memore proprio dei grandi spazi coperti assembleari dell’antica Roma; un disegno attento delle aree all’aperto, dove linee rinascimentali ed elementi della tradizione islamica si raggiungono felicemente; l’utilizzo di materiali tipicamente romani, uno su tutti il travertino, sempre caro all’architetto Portoghesi. Scelte appropriate che sanciscono un inserimento silenzioso, quasi impercettibile nell’impianto urbano – quadrante nord della città – benché si agisca su vasta scala (30.000 metri quadri).

Ancora riguardanti i materiali, sono due aneddoti che ci fanno capire come queste azioni di studio e di ascolto siano state perfettamente eseguite: la corretta miscela di cemento bianco, imprescindibile per garantire quell’ atmosfera sospesa, di raccoglimento, nell’esecuzione della grande sala di preghiera, è stata ottenuta dopo più di sei mesi di esperimenti, un incedere tanto scientifico quanto alchemico (tra gli inerti vi è anche la sabbia del Tevere). Lo stesso cemento è stato successivamente gettato in casseformi rivestite internamente di perspex, per ottenere una sorta di effetto vellutato, ricercato dall’architetto.

Come dice Mohamed V, in un altro passo del brano di Portoghesi citato in apertura:

“l’architettura è materia, organizzata e sublimata, materia ammaestrata”.

 

 

 

(1) Paolo Portoghesi, Leggere e capire l’architettura, Newton Compton Editori, 2006, pp. 185-188.

2Cellos: Violoncelli nella città eterna

Il tour italiano dei due violoncellisti sloveno-croati è approdato anche a Roma, al Palatlantico. I due musicisti, che così elegantemente si incastrano sia da un punto di vista artistico che caratteriale, hanno fatto vibrare per una sera il cuore della città eterna, coinvolgendo gli spettatori in uno spettacolo decisamente coinvolgente nella sua varietà. Il pezzo con cui i due artisti decidono di musicare il loro ingresso sul palco è “Where the streets have no name”: le note e l’armonia degli U2 si diffondono per il palazzetto e catturano l’attenzione degli ascoltatori, che restano quasi ipnotizzati dalle vibrazioni delle corde accarezzate dagli archi. Finito il brano, Luka e Stjepan prendono parola. Dopo un classico “Ciao Roma!” per scaldare l’atmosfera, si lanciano in battutine “hot” in un misto tra italiano ed inglese e rassicurano i più rockettari del pubblico: il concerto inizierà con melodie lente e delicate, “…for the ladies!”, ma i ritmi diventeranno sempre più incalzanti, soddisfacendo anche gli animi più irrequieti.

Sono di parola: i suoni diventano via via più sincopati, i tempi si infuocano e il ruolo di Dusan Kranjc, il batterista, addirittura assente all’inizio del concerto, diventa sempre più determinante.

Così si passa dalle atmosfere sognanti di Sting (Shape of my heart), al rock degli AC/DC (“Highway to hell”, “Thunderstruck” e “You shock me all night long”), dalla melodia cantabile di “With or without you”  (durante la quale il pubblico apprezza un’improvvisa citazione di “Con te partirò” di Andrea Bocelli) alla furia di “Voodoo People” dei Prodigy. Gli spettatori si lasciano trasportare dalla musica senza opporre resistenza alcuna, cantando le canzoni dei Coldplay reinterpretate dai due violoncellisti e danzando al ritmo dei pezzi di Michael Jackson. Concludono la scaletta con un’intramontabile “Satisfaction” dei Rolling Stones, chiedendo al pubblico (che anche questa volta si mostra pronto) di partecipare attivamente cantando il testo.

Provano così ad abbandonare il palco, ma vengono richiamati dagli applausi dei “cellofili” per un bis che è quasi d’obbligo. Iniziano dilettandosi con i virtuosismi dell’”Overture del Guglielmo Tell” alla maniera degli Iron Maiden, regalano le ultime vibrazioni rockeggianti ai fan, che si scatenano sulle note di “Back to Black”, ennesimo tributo agli AC/DC e concludono il tutto come avevano iniziato, con una melodia lenta e dolorosa, “Fields of Gold” di Sting.

Insomma, musicisti con la M maiuscola, brani reinterpretati in maniera tale da mostrare sfumature mai notate prima e l’energia di due giovani che dedicano la loro vita alla loro più grande passione. Uno show che non lascia delusioni.

Roma eterna

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Immagine HDR del Pantheon

Il Vignola e l’eccellente figlia della Controriforma

Tutti ormai conoscono papa Francesco, ma non altrettanti la congregazione di cui questi fa parte, la Compagnia di Gesù, un ordine religioso forse oggi un po’ nell’ombra ma che in passato fu la punta di diamante della Chiesa, l’ariete dell’evangelizzazione e la più strenua difensora dei principi cattolici. E poco nota è pure storia della loro chiesa romana di riferimento, il Santissimo Nome di Gesù, meglio nota solo come il Gesù.

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Ci troviamo nel Cinquecento, più precisamente in un momento in cui, parallelamente all’architettura promossa dai Papi, si sviluppò una vera e propria architettura degli ordini religiosi. Si trattava dei gesuiti, degli Oratoriani (meglio noti come filippini), dei Barnabiti e dei Teatini, i quali tutti si caratterizzarono architettonicamente più o meno per gli stessi elementi compositivi, sanciti dalla Controriforma appena conclusasi: un pulpito a mezza altezza che facilitava lo svolgimento dell’omelia; un tetto ligneo che favoriva l’acustica e un impianto a mono aula, semplice, che compattasse i fedeli. Un po’ come sono le chiese di oggi. Un architettura povera dunque che però in certi casi venne meno. Ciò a causa delle pressioni dei mecenati, i quali, investendo le loro ricchezze in questi cantieri, desideravano opere degne del loro rango sociale. E questo fu proprio il caso della chiesa del Gesù, dove si consumò un vero e proprio scontro tra l’ordine gesuita e il protettore.

La storia comincia nel 1540 all’epoca di Papa Paolo III, Alessandro Farnese, il quale concedette all’allora vivente e ancora non santo Ignazio da Loyola un piccolo terreno nei pressi di Palazzo Venezia, perché qui si installasse con i religiosi dell’ordine da lui fondato. Ovviamente questa operazione necessitava anzitutto di spazio per costruire i diversi ambienti necessari alla vita della congregazione e ciò generò immediatamente problemi, tensioni e contrasti con le nobili famiglie romane che lì risiedevano, le quali senza perdere un attimo si mobilitarono per ostacolare questa politica di espansione edilizia, ritenuta aggressiva e nociva ai loro interessi. Non bastò nemmeno l’intervento di Michelangelo stesso a placare gli animi e così tutto rimase immobile sino al 1568, quando la situazione si sbloccò grazie all’intervento del nipote di papa Paolo III, il cardinale Alessandro Farnese (si chiamavano uguali zio e nipote), il quale, divenuto mecenate e protettore dei gesuiti, volle patrocinare la costruzione della nuova chiesa.

Ed è a questo punto che si consumò il vero braccio di ferro. Alessandro Farnese, infatti, era erede di una delle più potenti se non la più autorevole famiglia dello Stato Pontificio. Ogni occasione e ogni gesto, aveva dunque un valore celebrativo e, a tal fine, chiamò il suo architetto di fiducia, Jacopo Barozzi da Vignola, perché conducesse il cantiere secondo le sue volontà. Questa nomina non fu gradita ai gesuiti che invece avrebbero preferito che il progetto fosse redatto e realizzato da Padre Tristano, architetto anch’egli, ma soprattutto gesuita. Quest’ultimo, sovrintendente allora di tutte le fabbriche della Compagnia, e rappresentante delle istanze dell’ordine in cantiere, in aderenza alle prescrizioni della Controriforma propose peraltro di correggere il progetto di Vignola e realizzare un tetto piano in legno, quando invece il porporato, d’accordo con il suo artista, desiderava una copertura a volta a botte. Ne nacque un muro contro muro che si risolse solo con la resa dei gesuiti alle istanze del cardinale.

Pertanto la chiesa del Gesù di Roma non rappresenta, come di solito invece si pensa, il prototipo di tutte le chiese gesuite, bensì essa è espressione di un accordo, un compromesso fra le istanze della congregazione e le volontà di magnificenza del mecenate.

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Tuttavia, non tutto il male vien per nuocere. E così Vignola, sebbene al centro di due fuochi incrociati, seppe destreggiarsi con grande abilità proponendo autonomamente, nel rispetto tuttavia dei principi gesuiti, un modello spaziale di grande successo, una fusione del quincunx con la navata. Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente, l’innovazione dell’architetto fu quella di fare dell’ultima campata della navata il pilone cavo della crociera, rielaborando così quell’idea, già proposta da Bramante nel suo progetto per San Pietro, di avere quattro grandi ambienti coperti a cupola, perni a loro volta di un grande spazio principale (in questo consiste una quincunx) sul quale innestare il tamburo e la grandiosa cupola.

Una novità assoluta, dunque, che purtroppo però l’architetto non seppe portare a termine in tutte le sue parti, come dimostra il subentro di Giacomo Della Porta, il cui progetto per la facciata fu preferito e sostituì quello dell’anziano maestro. Certo, ciò potrebbe apparire ad un primo approccio come un corollario privo di grande interesse ma in realtà non è così. Della Porta rappresenta un’avanguardia, un nuovo modo di fare architettura. La sua facciata caratterizzata da una netta intensificazione formale, una forte verticalità ed una plasticità dell’articolazione scandita da un ritmo serrato, cresce dalla periferia verso il centro e stravolge l’impostazione rigida, monumentale e statica, propria di Vignola. Non ci si può più infatti solo attenere alle strette regole della Controriforma ma è necessario reintrodurre forme di architettura che superino le volontà pauperistiche degli ordini, la rinuncia alla tensione linguistica, e il riduzionismo espressivo. Per tale motivo, in un certo qual modo, Giacomo della Porta anticipa il barocco nelle sue forme e nella sua fastosità e, forse, proprio per questo lo si preferì al Vignola.

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Le terza gemella di Piazza del Popolo

Di certo, passeggiando nei pressi della romana piazza del Popolo, vi sarà capitato di dare un occhio alla strana coppia di chiese gemelle che vi si affacciano. Si tratta di Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, due edifici sacri la cui vicenda storico-costruttiva, che a prima vista potrà apparirvi banale, cela invece curiosità tutt’altro che scontate.

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Marcello Avenali-Piazza del Popolo, Olio su tela

Tutto comincia nel 1655 con l’arrivo in città della regina Cristina di Svezia la quale, unica reale convertitasi al cattolicesimo in mezzo ad un’eresia dilagante, decise di trasferirsi a Roma per occuparsi della difesa della cristianità assieme al papa. Ovviamente, venendo da nord, la regale dama sarebbe dovuta entrare per la porta settentrionale della città e di qui passare per la piazza del Popolo. Un grande corteo avrebbe poi dovuto accoglierla e accompagnarla e, a tal proposito, fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che senza troppi complimenti abbellì la vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, riqualificò l’antico accesso nelle mura romane con le enormi effigi papali (tutt’oggi visibili) e allestì una serie di strutture mobili che celebrassero il felice ingresso. Frattanto che accedeva tutto questo però, il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, si accorse che le testate edilizie della spina del tridente romano erano non solo irrisolte ma ormai indegne di rappresentare l’accesso nord della città, sempre molto frequentato dai numerosi pellegrini che da sempre vi giungevano per la via Flaminia. Così il pontefice commissionò a Carlo Rainaldi, architetto influenzato dalle nuove esperienze barocche ma sempre molto autonomo nelle sue scelte, di costruire due chiese che degnamente onorassero coloro che giungevano a Roma, sia che si trattasse di regali ospiti come di comuni viandanti.

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Carlo Rainaldi – Progetto per le chiese gemelle di Piazza del Popolo, 1661 circa

Al principio Rainaldi immaginò due chiese a croce greca, il che gli avrebbe consentito di realizzare due edifici uguali senza dover tener conto della posizione, tagliando, come si dice, la testa al toro. Questa soluzione però, forse troppo sbrigativa e semplicistica, fu ben presto scartata anche perché di tal maniera, le cupole avrebbero avuto una dimensione eccessivamente ridotta. Così decise di costruire una delle due chiese circolare (Santa Maria dei Miracoli) e l’altra ovale (Santa Maria di Monte Santo); in tal modo, infatti, le cupole avrebbero potuto avere una maggiore dimensione e, sfruttando il punto di vista privilegiato della porta del Popolo non perfettamente in asse con via Lata (via del Corso), si sarebbe potuto ingannare lo sguardo e lasciar intendere allo spettatore che entrava in città che i due edifici sacri fossero uguali.

E non si è parlato del valore simbolico della scelta. Se infatti la porta del popolo rappresentava l’accesso fisico alla città santa, centro e roccaforte della cristianità cattolica, le due chiese della piazza avrebbero rappresentato l’ingresso ideale, sacro, spirituale alla nuova Gerusalemme.

Alcune malelingue sostengono che dietro questo trucchetto ci sia stato lo zampino di Bernini e che il povero Rainaldi non abbia quindi fatto tutto da solo. Al di là di questi pettegolezzi certo è che nei due cantieri furono coinvolti sia Bernini che il suo allievo prediletto, Carlo Fontana, un architetto che di lì a poco diverrà la figura egemone della sua epoca. Ed effettivamente sul piano tecnico la scelta di collocare antistante entrambe le chiese un pronao libero è molto simile alla soluzione che Bernini aveva portato avanti nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Ariccia.

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confronto fra i progetti delle chiese gemelle e la chiesa di Francesco da Volterra

La storia tuttavia non si conclude qui. C’è infatti una chiesa, non molto distante sulla via Lata che presenta, rispetto queste chiese, incredibili somiglianze. Si tratta di San Giacomo degli incurabili, una chiesa progettata e realizzata da Francesco da Volterra, che, come le chiese gemelle di piazza del Popolo, presenta un unico ambiente centrale (ovale nella fattispecie) coronato da cappelle laterali e completato da una profonda abside. Ma non basta. Anche la trabeazione segue il medesimo criterio in tutti e tre i sacri edifici, continuando in corrispondenza del presbiterio.

Le due chiese gemelle, quindi, dipendono direttamente da questo precedente storico che, sebbene spesso dimenticato, ebbe in realtà un grandissimo successo giacché fu il primo progetto religioso capace di coniugare le istanze di longitudinalità, imposte dalla nuova chiesa controriformata, con la pianta centrale umanista.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere come mai ci si sia ispirati ad una chiesa tardo cinquecentesca. La risposta è doppia. Innanzitutto perché il barocco non si definisce in contrapposizione al passato; se infatti il Rinascimento aborriva il mondo medievale e il neoclassicismo rifiuterà categoricamente la deriva rococò che lo precede, il barocco, per suo conto, si pone in continuità con il passato, accettando le sue soluzioni e facendole proprie. In secondo luogo è necessario notare che il gusto dominante, già verso la fine della vita dei grandi maestri barocchi, stava mutando. Bernini, come anche Borromini e Cortona, difatti, agivano in piena libertà perseguendo ogni volta obiettivi specifici e giungendo a risultati unici. Per questo non utilizzavano linguaggi consolidati ma, altresì, si confrontavano volta per volta con la situazione del luogo ricercandone i punti di forza da sfruttare. Dunque la loro architettura era difficilmente imitabile e ben presto si cominciò a sentire la necessità di razionalizzare il problema, di normalizzare e chiarificare il barocco, al fine di renderlo trasmissibile. E, proprio nel tentativo di perseguire questo complesso obiettivo, Carlo Rainaldi, come altri, ripropose nei suoi progetti modelli cinquecenteschi consolidati e sicuri, come San Giacomo degli Incurabili, su cui poi innestare specifiche soluzione ed accorgimenti.

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Gaspar Van Wittel – Piazza del Popolo, olio su tela, 1718

Così, svelato l’arcano, le due chiese gemelle di piazza del Popolo possono finalmente ricongiungersi alla loro sorella maggiore per costituire insieme un unico magnifico esempio della ricerca architettonica cinque-seicentesca.

MAPloft, un piccolo gioiello d’architettura contemporanea a Roma

Se siete amanti dell’architettura e rimanete estasiati di fronte alla genialità di Le Corbusier e Bruno Munari, non fatevi sfuggire questo piccolo gioiello ricco di citazioni dei grandi maestri. Un capolavoro dello studio d’architettura RDM, architetti associati.

Vederlo in foto incuriosisce e non poco, ma visitarlo in prima persona è tutta un’altra cosa.

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Arrivati in Via Pilo Albertelli n°5, nel Quartiere Prati di Roma, ci appare un piccolo, ma robusto e articolato, portale di ingresso, a doppia battuta, realizzato in acciaio con trattamento ferro-micaceo e  vetri satinati. Entriamo lentamente, poiché già molti dettagli del portale catturano la nostra curiosità: il design “neoplastico” della ripartizione tra parti in ferro e parti in vetro, la cassettiera della Posta “a ribalta”, l’anta maggiore scaffalata all’interno, in citazione della “finestra arredata” di Giò Ponti, l’ …. “invece dello spioncino” che rifà il verso a uno dei tanti creativi scritti di Munari, intitolato “Invece del campanello“.

Una volta all’interno, lo spazio esplode verticalmente nell’altezza dei 3.95 metri dello storico locale. Procedendo, l’interpiano subisce uno schiacciamento. Superiormente, è stato infatti realizzato un soppalco longitudinale che fa da servizio a un’imponente parete libreria che va da sotto a sopra.

Intercetta la “doppia altezza” lo sporto di un balconcino che sembra un piccolo “profferlo” d’architettura mediterranea, mentre occhieggia al pianerottolo allungato della Casa La Roche … E’ un punto panottico, come nella celebre Maison di Le Corbusier, che domina l’intero spazio, già strutturato come un totale open plan.

Superiormente c’è la cucina, dal profilo sinuoso che ribatte, inferiormente, il volume del bagno. Al livello interrato, ci conduce una “scala viennese”, che cita l’Adolf Loos della Siedlung Babi del 1931, e le cui “alzate” sono altrettanti cassetti di una divertente scarpiera verticale.

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Il Loft, derivante da un recupero di un locale a uso commerciale, in un immobile del 1939, si articola su tre livelli, da -2,85 m fino a +3,95 m. È un luogo polivalente extra-domestico. Chi si trova a superare i 190 cm di altezza può storcere il naso di fronte ai “rischiosissiomi” interpiani minimi. Tuttavia, essi sono organizzati in modo funzionale e percettivamente non opprimente, essendo i solai ripetutamente forati e interrotti per consentire viste plurime, dall’alto in basso e viceversa, in orizzontale, da dentro a fuori, in diagonale.

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Incuriosisce ulteriormente il visitatore, la parete microforata in lamiera, che riproduce la “fantasia” delle “forchette-mani” di Munari, e che si estende dal punto più basso a quello più alto del locale.

 

Giovanni B. Croce

Roma effimera

Si ritorna spesso al proverbio cinese di Laozi: “Fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce”. Soprattutto per chi si occupa di informazione. Poi se si è chiamati a parlare di architettura contemporanea a Roma la questione si complica e non di poco. In tema di foreste verrebbe da dire che nella Capitale si riscontra una sorta di disboscamento, in assenza del quale persiste qualche albero in procinto di cadere. Raccontiamo di grandi architetture che cadono, o meglio piombano, sul tessuto dell’Urbe provenienti da rinomati studi di progettazione internazionali, o ci ritroviamo a parlare del meno noto ma altrettanto tangibile sottobosco di pessimi interventi equamente distribuiti tra centro e periferia, o ancora, nel migliore dei casi, di qualche goffo tentativo di recupero di una delle tante aree monitorate dalla sovraintendenza sulle quali il sindaco di turno ha messo gli occhi per  ambiziose operazioni di speculazione.

Ma non tutto è perduto. Non ancora. In questo panorama desolante,  giovani architetti romani riscoprono le grandi possibilità che torna ad offrire la cosiddetta architettura temporanea. Quando non ci sono fondi, ed i vincoli sono maggiori dei permessi, quando già dopo qualche mese si devono levare le tende e le amministrazioni comunali non possono finanziare ma solo garantire il patrocinio, ecco allora, squillino le trombe – rullino i tamburi, che la parola passa ai progettisti under 30! Specie mai nata ma già in via d’estinzione.

Oggi insomma vi propongo uno stringatissimo focus su due episodi degni di nota, nella quale giovani architetti romani, come detto, hanno potuto esprimere le loro doti e soprattutto la loro grande voglia di emergere, confrontandosi con un tema tanto glorioso quanto delicato come quello delle architetture effimere.

Da una parte abbiamo il collettivo Orizzontale, vincitore dello Y.A.P.Young Architects Program, iniziativa promossa dal MAXXI per giovani progettisti ai quali è offerta l’opportunità di ideare e realizzare uno spazio temporaneo per gli eventi live del periodo estivo. I progetti, devono rispondere a linee guida orientate a temi ambientali, quali sostenibilità e riciclo.

Dall’altra raccontiamo dell’iniziativa MANIPHESTA ROMABRUCIANCORA e del relativo progetto per la galleria espositiva lungo il Tevere, sulla banchina di Lungotevere Ripa ai piedi del complesso del San Michele, ad opera di Giovanni Romagnoli di Anonima Architetti.

Sia per la location, sia per gli enti promotori, il primo intervento può godere di una cassa di risonanza senza eguali. Nel mezzo della piazza intitolata ad Alighiero Boetti, sotto l’aggetto più enigmatico e gratuito dell’architettura contemporanea, ha preso forma il palco di Orizzontale.

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Il titolo della struttura site-specific è , cifra che comunica l’altezza stessa dell’opera. Naturalmente il rimando immediato è a Federico Fellini, la quale citazione è oggi capace di garantire da sola il successo in un qualsiasi tipo di competizione (non a caso è animato da un sapore per così dire felliniano  anche il progetto che più mi ha colpito tra i cinque finalisti, ovvero Good News ad opera di Matilde Cassani). Nel progetto dei ragazzi romani torna subito alla mente, ed è questa la suggestione offerta più interessante, l’onirica impalcatura presente proprio nel brano finale di Otto e mezzo di Fellini. Ancor più la sera, quando le grandi lampadine fuori scala, ottenute mediante il recupero di fusti di birra, animano il grande spazio aperto prospiciente il museo.

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Mi sembra sia qui il caso di ribadire come l’appropriazione da parte della cittadinanza dello spazio antistante l’intervento di Zaha Hadid, rappresenti il più grande successo di questa colossale operazione chiamata MAXXI, per altri versi fallimentare.

Sono decisamente divergenti i sentieri percorsi dall’immaginario di Giovanni Romagnoli, architetto classe ’83. Distante dalle pratiche di co-working, che caratterizzano il collettivo sopracitato, ci troviamo in questo caso di fronte ad un architetto solitario, studioso, vicino ad una tensione progettuale tipica di una scuola romana sempre più difficile da rintracciare. Non a caso Romagnoli ha collaborato per anni, e continua a farlo, con Franco Purini Antonino Saggio, non a caso i riferimenti più o meno impliciti per la sua galleria espositiva sono Duilio Cambellotti e Luigi Moretti, non a caso la sua “spiga” ricorda i prospetti laterali della palazzina Il Girasole in Viale Bruno Buozzi. Anche in questo progetto è il legno a caratterizzare l’opera. Qui parliamo di pannelli OSB, ma ancora una volta proprio il differente trattamento del suddetto ci porta verso scenari opposti; abbiamo come la sensazione che se avesse potuto, Giovanni Romagnoli questo padiglione lo avrebbe realizzato in travertino (e forse è lui stesso ad avercelo raccontato).

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Come il serpente, simbolo del dio Esculapio risalendo la corrente del fiume scelse l’isola per erigere un tempio consacrato al dio, lo stesso Spaziospiga punta verso l’isola Tiberina, tradendo nel suo profondo quella sorta di carattere universale (quindi traslabile ad ogni latitudine) richiesto, oggi più che mai, ai piccoli spazi espositivi.

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ph. di Simon d’Exea

Un messaggio incoraggiante per chi, come chi scrive, si appresta a fare i conti con le secche economico-culturali dei nostri tempi. Due interventi profondamente diversi, di pregevole fattura, entrambi animati da un grande coraggio. Roma interrotta riparte da una Roma giovane ed effimera. Chissà che non torni presto la Roma Città eterna.