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Lazio-Roma: derby da Champions. Una stagione e cinquanta milioni in palio in 90′

INTRO- È difficile approcciarsi a scrivere un articolo sul derby di Roma. La stracittadina della capitale è una delle partite più imprevedibili e particolari del panorama calcistico europeo. Senza spolverare eccessivamente negli archivi di questo confronto, possiamo ricordare negli anni 2000 confronti degni dei più rocamboleschi film d’azione; il pareggio di Castroman, l’autogol di Paolo Negro, le quattro reti di Montella, il tacco di Amantino Mancini, il gol di Berhami, il derby dominato da Delio Rossi e Mutarelli, i gol di Rocchi, il rigore parato da Julio Sergio, il ritorno con vittoria e saluto romano di Paolo Di Canio, il ’77 di Marco Cassetti, le doppiette di Totti, sono solo alcuni dei titoli che mi vengono in mente per la partita più sentita del calcio italiano.

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Il confronto, una volta finita l’era Cragnotti per la Lazio, si è, in linea di massima, sempre svolto nella dicotomica forma che voleva una Roma più talentuosa ma instabile emotivamente e tatticamente, e una compagine biancoceleste, in grado di colmare il gap attraverso un’organizzazione e una cattiveria agonistica impossibili da replicare, se non nelle gare contro i giallorossi. Quest’anno, però, non sarebbe corretta un’impostazione del genere; non del tutto. Cerchiamo di capirne i perché.

LA STAGIONE DEI GIALLOROSSI- La Roma ha mantenuto le sue caratteristiche storiche, talento e indolenza, perse nella scorsa annata e ritrovate grazie all’involuzione tecnica e mentale mostrata nel corso di tutta la stagione. La ricaduta nei vecchi schemi da parte della Roma è derivata da una serie di cause, in parte ascrivibili alle questioni di campo, la cessione di Benatia, gli infortuni di Castàn e Strootmaan, che hanno tolto ai giallorossi tre punti di riferimento della passata stagione, in parte alla gestione non positiva di alcune questioni da parte della dirigenza, che ha creato una pericolosa disunione tra squadra e tifoseria. Le due questioni in merito sono legate, riassumendo in modo sin troppo semplicistico, al calciomercato e alle politiche societarie orientate verso il fair play e una serie di iniziative volte a mostrare un certo tipo di faccia per l’AS Roma, non sempre coincidenti con il pensiero dei tifosi. Proviamo a spiegare meglio; la prima questione, quella legata alla compravendita dei calciatori, appare piuttosto evidente.

POCA COMUNICAZIONE- La mancata affinità tra Rudi Garcia e Walter Sabatini, per quanto riguarda le questioni tecniche, sembra essere un fatto conclamato. La Roma in questi anni, ha investito caparbiamente sul mercato degli under-21, portando a Trigoria molti giocatori più futuribili che impiegabili nell’immediatezza di un campionato da affrontare con ambizione. Quest’anno, è parso evidente come, sia per le ambizioni mutate della Roma, le dichiarazioni sull’obiettivo scudetto non sono infatti mancate quantomeno da Luglio a Dicembre, sia nell’economia legata alle casse e alla rosa della squadra di Garcia, questa politica non abbia funzionato. Tralasciando la questione Iturbe, francamente molto complessa per via del pessimo rendimento del giocatore che ha creato, erroneamente, le fantasie legate allo scudetto in tutti i romanisti, addetti ai lavori e non, è difficile non considerare come gli acquisti di Salih Ucan, Tony Sanabria e Leandro Paredes siano stati effimeri. I tre giovani talenti, infatti, non hanno sostanzialmente mai avuto la fiducia di un allenatore che non li ha ritenuti pronti per far parte di una rosa da potenziale tricolore. Se a livello economico l’acquisto dei tre non ha avuto rilevanza decisiva (benché sia pressochè impossibile essere a conoscenza dei reali prezzi pagati da Sabatini in sede di mercato), in quanto per il prestito di Ucan e l’intero cartellino di Sanabria sono stati versati intorno ai 9 milioni di euro, mentre per Paredes è arrivato il riscatto a 4,5 milioni, dopo 18 mesi di prestito a titolo gratuito, la loro “non impiegabilità” ha fortemente danneggiato la Roma, soprattutto a centrocampo, settore in cui per larghi tratti della stagione si è trovata a dover utilizzare giocatori con evidenti problemi fisici. Una ristrettezza nella rosa, dovuta a queste scelte, è il durissimo prezzo che la Roma ha dovuto pagare, molto più di quello meramente economico. Non è, però, finita qui sul fronte degli acquisti. Se per i giocatori in prospettiva le cose non sono andate bene, per quelli da rendimento immediato le cose sono andate forse peggio. Dei quattro terzini sinistri, Cole, Emanuelson, l’infortunato Balzaretti e Holebas, quello ad aver avuto il miglior rendimento è il distratto greco ex Olympiacos, mentre a destra si è dovuti correre ai ripari grazie alla poliedricità di Florenzi, impiegato ben dodici volte da titolare nel ruolo di esterno basso, che ha cercato di tappare le falle di Maicon, a fine carriera, e di un Torosidis spesso in infermeria, alle volte non all’altezza sul campo. Da questi rapide considerazioni, si può evincere come la Roma abbia operato male sulle fasce. Per quanto riguarda i difensori centrali, Manolas, Yanga-Mbiwa e Astori, il loro rendimento non è stato in grado di non far rimpiangere Benatia e Castan, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi due, talentuosi ma fortemente altalenanti nel corso dei ’90 minuti, figuriamoci della stagione. L’acquisto peggiore, però è senza dubbio stato quello legato a Seydou Dombia; non tanto per le qualità dell’attaccante ex CSKA, tutte ancora da scoprire, quanto perché Walter Sabatini non poteva ignorare il fatto che comprare un qualsiasi giocatore dal campionato russo a Gennaio, equivale ad annettere in rosa un professionista che ha appena finito la propria stagione di club, con tutto ciò che ne consegue: forma fisica inesistente, preparazione da rifare in toto e se possibile anche qualche guaio fisico dovuto all’usura di una lunga annata. Niente di più sbagliato per una squadra che aveva bisogno di un centravanti dal rendimento immediato dopo la cessione del litigioso Mattia Destro.

LA PIAZZA- Dal punto di vista dello sfilacciamento dell’ambiente romanista, c’è meno da dire. La delusione per non aver rispettato le attese dichiarate a inizio stagione, si è riverberata all’Olimpico, spesso insofferente verso le difficoltà della squadra. Questo ha creato un’impasse ai giocatori giallorossi, i quali hanno mostrato un deficit di personalità, così come la tifoseria, che ha portato ad un lunghissimo digiuno di vittorie interne durato dal 30 Novembre, 4-2 sull’Inter, al 4 Aprile, 1-0 sul Napoli. Sul fronte dello scontro tra dirigenza e tifoseria, si può dire che all’inizio questo si era focalizzato sull’approccio della società nei confronti delle scelte arbitrali; i massimi dirigenti giallorossi, infatti, non si sono mai opposti concretamente nei confronti di scelte che hanno penalizzato la Roma, (vedi il 2-3 contro la Juventus nel girone d’andata), cosa che ha scontentato tanto Garcia, le cui reiterate lamentele per l’arbitraggio dello Juventus Stadium ne hanno creato una versione calcistica di Don Chischotte contro i mulini a vento, perché non supportato dalla società, quanto i tifosi. Successivamente, però, gli striscioni esposti dalla Curva Sud nei confronti della vicenda Ciro Esposito, che hanno portato ad una squalifica del settore, hanno fatto spostare lo scontro tra i tifosi più estremi della Roma e il presidente Pallotta, che li ha appellati come “fucking idiots”, che potremmo elegantemente parafrasare in “stupidi idioti”. Altra benzina sul fuoco, per l’ennesima stagione da psicodramma giallorosso, che invece di costruire un cammino coerente per bissare l’ingresso in Champions League, ha avuto un andamento simile a quello delle montagne russe; d’altra parte la Roma arriva all’appuntamento decisivo per la stagione non come se fosse seconda in classifica con un punto di vantaggio e con la certezza di aver raggiunto come minimo il terzo posto, ma come se fosse spacciata e in lotta per la salvezza. Sembra strano, ma è proprio così.

IL PUNTO SUI BIANCOCELESTI- Chi ha costruito, invece, un percorso con coerenza, a partire da quest’Estate, ma probabilmente da prima di questa “offseason” è la Lazio. La campagna acquisti dei biancocelesti è stata di alto profilo. Gli arrivi di De Vrij, Djordjevic, Basta e Marco Parolo, avevano mostrato con evidenza le intenzioni di fare sul serio da parte della squadra del neo arrivato mister, Stefano Pioli. Sebbene la qualità del mercato laziale non si sia poi concretizzata in termini di affiliazione da parte dei tifosi, sotto molti punti di vista compromessa dalla querelle oramai decennale con il presidente Claudio Lotito, il fatto che i biancocelesti potessero puntare all’Europa è apparso sin da Agosto un’evidenza. I tre punti nelle prime quattro giornate di campionato non hanno spaventato Pioli, confidente sul fatto di avere una rosa in grado per competere ad alto livello.
Benché la Lazio sia stata molto costante per tutta la stagione, il campionato dei biancocelesti lo potremmo dividere in due fasi, ognuna della quali influenzata dallo stato di grazia di uno o più giocatori. La squadra di Pioli ha realizzato degli strappi decisivi per poter, prima acciuffare l’Europa che conta, e poi recuperare la Roma, che ha dilapidato il tesoretto di punti che conservava sugli avversari cittadini. La prima fase, è quella rappresentata dallo spaventoso stato di forma di Candreva, che ha ispirato Mauri e Filip Djordjevic, incisivi in zona gol, la seconda quella legata all’esplosione di Felipe Anderson, rivelatosi, ad un anno di distanza, il miglior acquisto della squadra di Lotito.

CANDREVA– Se la Lazio il tre di Novembre, dopo aver sconfitto 4-2 il Cagliari, ha potuto raggiungere il terzo posto, è merito soprattutto di Candreva e Mauri. L’esterno romano, ha giocato una prima parte di stagione da campione assoluto; il suo score personale a fine Novembre, data dell’infortunio che ne ha compromesso i successivi due mesi e mezzo di stagione, recitava: gol 2, assist 8. Uno sproposito. A sfruttare a dovere la vena da passatore di Candreva ci hanno pensato i già citati Djordjevic e Mauri. Il capitano dei biancocelesti, tornato in attività dopo i sei mesi di squalifica causati dall’omessa denuncia nell’ambito dell’inchiesta sul calcio scommesse, ha disputato sinora la miglior stagione della sua carriera a livello realizzativo. Non è finita qui, perché probabilmente, ad oggi, il miglior esterno per rendimento della Lazio, non è considerato Candreva.

ANDERSON- La magia di Pioli, infatti, è quella di aver revitalizzato la carriera laziale di Felipe Anderson. L’esterno amico di Neymar, è stato l’oggetto misterioso della passata stagione. Ai margini della squadra, con una tifoseria insofferente nei suoi confronti, sembrava che il brasiliano dovesse concludere la sua carriera italiana al secondo anno. Non è stato così. Dopo essere entrato, per utilizzare termini presi in prestito dal basket, in rotazione a Novembre, Anderson è riuscito a sfruttare l’infortunio di Candreva per imporsi come esterno di riferimento dei biancocelesti. I 10 gol, conditi da 6 assist dell’ex Santos nelle 13 partite che vanno dal 7 Dicembre al 12 Aprile, che rappresentano sostanzialmente il fatturato totale del brasiliano, hanno permesso ai biancocelesti di agguantare il treno per il secondo posto, appannaggio esclusivo della Roma fino alla seconda metà di Febbraio. Il momento più alto della stagione di Anderson, è stato raggiunto il 16 di Marzo, data in cui, grazie alla doppietta rifilata al Torino, la Lazio ha chiuso l’operazione rimonta, arrivando a -1 dai giallorossi, primo momento della stagione in cui tra la squadra di Garcia e quella di Pioli non vi erano più di tre punti di distacco.

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SQUADRA DA CHAMPIONS- Se il lavoro del mister della Lazio si fosse limitato a valorizzare i giocatori di maggior talento, probabilmente non staremmo parlando di una match valevole per il secondo posto della Serie A. Pioli ha avuto, infatti, il merito di aver creato una squadra compatta, in grado di esprimere un calcio offensivo inferiore solo a quello della Juventus, sfruttando l’abilità da volante in stile argentino, tipica di Biglia, per poter liberare Mauri e Parolo, giocatore decisivo della Lazio, vista la sua abilità di giocare box-to-box, da un’area all’altra, come forse solo Vidal e Nainngollan nel campionato italiano. Il tutto gestendo situazioni complesse, come il dualismo Marchetti-Berisha, due potenziali titolari in qualsiasi squadra di Serie A, quello Klose-Djordjevic, “favorito” dallo stop del serbo a metà campionato, e l’infortunio prematuro di Gentiletti, che a inizio a stagione era chiamato ad affiancare De Vrij al centro della difesa.
A garantire lo sprint finale, però, ci ha pensato sempre Candreva, che, dopo gli otto assist in tre mesi a inizio stagione, ha realizzato sette reti da Febbraio in avanti, portando le aquile addirittura al sorpasso sulla squadra giallorossa alla trentesima giornata. Non c’è da stupirsi del rendimento dell’esterno della Lazio; d’altra parte se l’Italia ha vinto una partita al Mondiale 2014, lo deve proprio all’invenzione di Candreva che ha pennellato un assist per Balotelli contro l’Inghilterra di Roy Hogdson. Il suo status a livello nazionale, complice le individualità non formidabili di cui disponiamo al momento, è sicuramente quello di un giocatore “top class”.

CAMBIO DI MENTALITA’- All’inizio dell’articolo abbiamo parlato di un cambiamento della linea di tendenza dei derby ed è grazie a Candreva, Anderson, Klose, Djordjevic e Parolo, inseriti nel contesto offensivo di Pioli, che questa asserzione viene legittimata. La Roma resta una squadra a vocazione offensiva, soprattutto perché con il pacchetto arretrato di quest’anno, di certo non può esserlo difensivamente, ma la Lazio, ha colmato se non addirittura superato questo gap. Se andiamo a vedere, infatti, il fatturato dei giocatori offensivi della squadra di Formello rispetto a quelli di Trigoria, appare evidente l’impietosa differenza. Ma non è solo questo il punto. Si può segnare tanto pur proponendo un gioco non esaltante, ma non è certo questa la filosofia di Pioli, votato a un calcio fluido e spumeggiante. Non si spiegherebbe altrimenti il rinnovato interesse da parte dei tifosi laziali nei confronti della propria squadra. Stando alle statistiche, la Lazio è a quota 625.109 tifosi ospitati all’Olimpico quest’anno. Con una media di 34.7287 è quinta in tutto il campionato di Serie A, e se consideriamo le statistiche tra le prime 9 partite (32500 di media) e le ultime 10 (37300, considerando il derby, per cui si stimano intorno ai 48.000 tifosi), si può capire come la squadra di Pioli abbia fatto presa sul popolo biancoceleste. Solo due volte negli ultimi dieci anni la Lazio ha avuto una media spettatori più alta, nel 2006/2007, con oltre 36.000 presenze e nel lontano 2004/2005, quando grazie al ritorno del figliol prodigo Di Canio, oltre 37.000 tifosi a partita hanno accolto una non esaltante compagine laziale (dati forniti da legaseriea.it). Il rapporto speciale tra questa squadra e i tifosi ha finalmente creato un feeling anche tra la piazza e il contestato presidente Claudio Lotito. La scelta di commercializzare la maglia storica, stile anni ’80, ha portato in una settimana quasi un milione di euro nelle casse della società di Formello, grazie alle 10.000 vendute in un baleno. Un risultato del genere non aveva precedenti nella contestata storia del presidente laziale, noto per aver creato con Lazio Style, la prima forma di merchandising facente capo alla SS Lazio stessa, cosa che non era accaduta, ad esempio nell’era Cragnotti, in cui la gestione e i ricavati della vendita dei prodotti dell’aquila era delegata a terzi. Di notevole interesse è anche la manifestazione di solidarietà nei confronti di Lotito messa in atto da parte dei tifosi della Lazio durante la partita della squadra di Pioli contro il Verona, lo scorso 22 Marzo. Alla consueta contestazione di un’ampia frangia della Curva Nord, altri tifosi presenti allo stadio hanno coperto con i fischi i cori della Nord, mostrando un feeling fino ad oggi mai visto tra presidente e supporters.

POSTA IN PALIO- La Roma e la Lazio si giocano quindi, in una partita secca, il secondo posto che vale l’accesso diretto alla Champions League. E’ stato calcolato che l’accesso diretto nella massima competizione europea vale intorno ai 50 milioni di euro, una cifra che sia alla Roma, alle presa con problemi di fair play finanziario, riscatti e potenziali rinnovi di contratto, sia alla Lazio, che deve consolidare il ruolo di terza/quarta della classe del campionato, passando anche attraverso a impegni europei che quest’anno non ha avuto, servirebbe tantissimo. La Roma si gioca tra l’altro qualcosa in più dei soldi Champions. Garcia rischia di diventare il primo allenatore dell’era post-Spalletti a centrare due secondi posti di fila (sul campo; considerando il 2005/2006 sono tre gli ingressi Champions consecutivi per la Roma), garantendo la seconda partecipazione in fila in Europa alla Roma americana, risultato fino ad oggi mai ottenuto da quando la società è passata di mano. L’eventuale vittoria nel derby sarebbe troppo importante per i giallorossi: per la credibilità del progetto, per riscattare una stagione più amara che dolce, e per cambiare finalmente pagina dopo il 26 Maggio 2013, anno dell’annientamento della Roma del Sabatini I. La Lazio, d’altra, parte, vede la possibilità di scrivere la storia ancora una volta molto vicina, sempre potendo beffare gli odiati rivali. Dopo gli anni di lotta e sconfitte, contro il fenomeno Di Natale e l’Udinese di Guidolin, la Lazio è tornata a sognare l’Europa che conta. Un pareggio garantirebbe il terzo posto e un ultimo turno, a Napoli, piuttosto sereno. Una sconfitta, invece, potrebbe trasformare una grande stagione in una potenziale disfatta, vista l’eventuale bellicosità che mostrerebbero Higuain e compagni se si dovesse veramente arrivare allo spareggio Champions al San Paolo.

CHI PUO’ DECIDERLA (ROMA) – Garcia arriva alla partita con qualche problema per quanto riguarda i terzini, e come potrebbe essere altrimenti. La scelta al momento sembra essere quella di puntare su Florenzi e Torosidis sulla sinistra. Possibile, però, una riproposizione di Holebas sulla sinistra, anche se la difesa “alla greca” vista contro l’Udinese ha convinto ben poco. Il centrocampo è obbligato con De Rossi-Nainngollan-Pjanic. Il duello che si giocherà tra la mediana della Lazio e quella della Roma sarà senza dubbio uno dei più interessanti dell’intera partita. Che la squadra di Pioli si schieri con il 4-3-3, il 4-2-3-1 o un 3-5-2, poco importa per la qualità del duello a centrocampo. Considerata l’assenza di Biglia, che sta comunque provando a recuperare, il primo e l’ultimo schieramento dovrebbero favorire un’impostazione simile a quella utilizzata contro la Juventus, con Cataldi o Ledesma al centro del centrocampo, Lulic e Parolo. Questo permetterebbe di vedere il duello tra due delle migliori mezzali del campionato, Parolo e Nainnggollan. Se Pioli dovesse optare per un 4-2-3-1, Ledesma e Parolo sembrerebbero essere le scelte più adatte, con Mauri dal primo minuto ad operare in fase difensiva su Daniele De Rossi. Questo però toglierebbe dalla partita l’uomo derby per eccellenza, Senad Lulic. La Roma, qualsiasi modulo dovesse proporre la Lazio, manterrà l’impostazione classica delle ultime due stagioni. Per la squadra di Garcia le scelte più spinose, come al solito, riguardano il tridente offensivo. Dopo l’exploit dell’andata sembra impossibile non vedere Francesco Totti dal primo minuto. La doppietta del capitano nella prima stracittadina stagionale e i gradi di leader ripresi con la consueta classe contro l’Udinese, fanno di lui una scelta obbligata. Molto più complessa la situazione sugli esterni. Gervinho potrebbe non farcela, nemmeno per la panchina. E’ un peccato, visto che l’ala ex Lille della Roma è uno dei giocatori più importanti della squadra giallorossa. Con lui dal primo minuto la Roma ha portato a casa 10 partite su 21, una media attorno al 47,5% la seconda più alta tra i giocatori d’attacco giallorossi che vantano almeno venti presenze dal primo minuto. Il primo è Adem Ljajic (54,5%). Benché abbia avuto problemi fisici nelle ultime settimane, la Roma con lui dal primo minuto non ha mai perso, 12 vittorie e 10 pareggi, e anche solo come amuleto, c’è il bisogno di schierare il serbo. Con l’ala della Costa d’Avorio fuori, però, il secondo posto sull’esterno se lo giocano Ibarbo e Iturbe. Se il primo, alle prese con qualche acciacco, ha convinto nelle ultime gare, ma non sembra essere francamente un uomo derby, il secondo è stato un fantasma per tutta la stagione; appare quindi controproducente schierarlo dal primo minuto. Garcia ha, però, utilizzato parole di fiducia nei suoi confronti, prospettando un utilizzo per il derby. Da non sottovalutare, oltretutto, l’eventuale utilizzo di Florenzi nel ruolo di ala. L’allenatore della Roma lo ha schierato nel derby d’andata non ottenendo grandi risultati, ma con il giocatore polivalente nel tridente d’attacco sin dall’inizio, la Roma ha vinto 4 partite su 7. Qualunque sia lo schieramento dei giallorossi, la carenza di gioco mostrata desta preoccupazioni, se associata ad una difesa molto poco convincente. Una scelta di equilibrio come quella di Florenzi schierato nel tridente offensivo potrebbe garantire più stabilità e la garra che solo un romano e romanista può dare.

CHI PUO’ DECIDERLA (LAZIO) – Chi più ne ha più ne metta. Mauri non è in condizioni ottimali, ma è un uomo derby. Felipe Anderson, Candreva e Klose hanno segnato nel derby in passato, che sia recente o meno, e Lulic non va mai dimenticato, e non mancheranno di farlo i tifosi della Lazio al minuto ’71. Quello che preoccupa per la squadra di Pioli è l’assetto difensivo. Radu è fuori, e non giocherà; un brutto colpo per i biancocelesti. Gentiletti e De Vrij sono tornati da poco e hanno dovuto sobbarcarsi 120’ di impegno contro la Juventus meno di una settimana fa. E’ su questa poca stabilità difensiva che dovrà puntare la Roma. Totti non è il centravanti adatto per fare a sportellate con i due centrali laziali, ma portandosi sulla tre quarti potrebbe servire palloni per i tagli alle spalle di Ljaijic e dell’altro deputato al ruolo di esterno d’attacco, situazione di gioco che i due centrali della squadra di Pioli potrebbero soffrire. Le due scelte che incideranno maggiormente, però, son quelle legate a Mauri e Biglia. Il primo scalpita, il secondo sta facendo di tutto per recuperare, creando una strana forma di ballottaggio tra due possibili assenti. Difficile vedere entrambi in campo, anche se Biglia nel 4-2-3-1 può sicuramente giocare. E’ nel 4-3-3 o 3-5-2, però, che l’argentino dà il meglio di sé, sgravando Parolo di alcuni compiti difensivi. Gli inserimenti del centrocampista italiano della Lazio sono come di consueto letali, sarebbe grave non sfruttarli, e nel 4-2-3-1 sarebbe sicuramente complesso farlo. La presenza di Mauri, però, garantisce leadership, personalità e gol. Anche la fase di copertura su De Rossi, potrebbe stuzzicare Pioli. Togliere il fiato al mediano della Roma potrebbe danneggiare fortemente la manovra giallorossa. Il capitano della Lazio può garantire questo lavoro. Davanti, sembra essere Klose il deputato a rivestire il ruolo del centravanti. Il rapporto contro la Roma è ottimo, e il panzer tedesco sogna l’ennesima grande notte di una favolosa carriera.

OUTRO- Non ci sono molti dubbi, qualsiasi giocatore dovesse essere scelto, il fatto di vedere undici maglie giallorosse contro undici biancocelesti garantirà uno spettacolo unico. La cornice di tifo non sarà delle migliori, intorno alle 50.000 presenze, ma d’altra parte è il prezzo che la Lazio deve scontare per aver voluto un giorno di riposo in più. Una chiosa a margine sulla questione. Benché io ritenga che sia stata la scelta giusta, per garantire il riposo a una squadra impegnata in un turno infrasettimanale (in questo caso la finale di Coppa Italia), sono due i punti su cui è necessaria una riflessione. Il primo, riguarda il trattamento differenziato garantito alla Lazio. Non sempre negli ultimi anni si è andati incontro alle squadre impegnate nei turni europei, o con partite rimandate; spostare questa partita rappresenta una mancanza di rispetto nei confronti delle squadre che si sono viste negare questa possibilità nel recente passato. Il secondo, è sulle modalità con cui la dirigenza della squadra capitolina ha elaborato la richiesta di rinvio della gara. La Lazio, per la manchevolezza dei suoi dirigenti, ha presentato tardivamente la suddetta, fuori tempo massimo. Appare quindi sgradevole, che questa sia stata accettata nonostante un vizio, così importante, di forma. Questo purtroppo, desta l’impressione, dei malevoli ma anche degli osservatori più disinteressati, che la pur ragionevole scelta di rinviare la gara sia stata approvata grazie al ruolo dirigenziale che il presidente della Lazio, Lotito, riveste nella FIGC. E’ un’impressione, e spero di sbagliarmi. Ma le regole vanno rispettate, e Lotito sembra essere piuttosto refrattario ad accettare la cosa. Terminata questa sgradevole parentesi, non mi resta che augurare a tutti un buon derby.

Foto e video tratti dal web.

Cuore d’Africa

INTRO – E’ difficile iniziare un racconto su un ragazzo del 1989, che sembra, sin dall’età di vent’anni, un uomo vissuto. La maturità in questione, non può essere solo frutto di un’educazione di qualità, che ovviamente fa la sua parte; ha qualcosa di più impercettibile, difficile da captare. Nonostante il termine sia oramai caduto in disgrazia, e se ne capisce anche il perchè, il talento principale di Andrè Ayew, lo definirei, “una dote di natura”.

La nostra storia non inizia da Seclin, una quindicina di kilometri da Lille, dove Andrè nasce. Il figlio di Maha Ayew e di suo marito Abedì, con il nord della Francia ha poco a che fare. Il padre, infattì, si è trasferito lì semplicemente per lavoro, quello di calciatore. Dopo aver disputato una buona metà di stagione con il Mulhouse FC nel 1987/1988, Abedì Ayew, si trasferisce al Marsiglia, dove in un anno e mezzo, gioca solo 9 partite, troppo poco, per chi di calcio vuol vivere. Quella dell’Olympique Marseille non è una piazza in cui un ventitreenne ghanese possa imporsi rapidamente. Papìn, Cantona, Francescoli, Tigana, Deschamps, Waddle, sono alcuni dei nomi su cui la squadra di Bernard Tapie, parlamentare e ministro per il Partito Socialista Francese, ex proprietario di Adidas e dell’OM, aveva puntato per rompere un digiuno di coppe che durava da 17 anni. Ayew Senior, sa di non avere ancora chance di giocare in una rosa così competitiva, e che la gloria può ancora attendere; accetta così un trasferimento in una squadra di seconda fascia, e, pur disputando un’ottima annata, deve inghiottire due bocconi amari, causatigli dall’OM, due volte campione di Francia, prima nell’88/89, con bis nell’anno successivo; nonostante questo, la scelta operata al tempo, ovvero quella di andare al Lille, paga i suoi dividendi, nel giro di sole due annatte, rendendo Abedì Ayew uno degli attaccanti più desiderati di tutta la Francia.

MARSIGLIA – Nel 1990-1991 avviene il grande ritorno. Inizia la storia che trasformerà Abedì Ayew in Abedì Pelè, nomignolo che fece suo in realtà ben otto anni prima, quando appena diciassettenne, nel 1982, vinse la Coppa d’Africa per il Ghana, ma che venne esportato in Europa dopo i suoi grandi successi a Marsiglia; Coppa d’Africa e Marsiglia, sono questi stessi luoghi che formeranno il carattere e la carriera del figlio di Abedì Pelè, Andrè, che all’epoca del ritorno del padre nel sud della Francia, aveva appena un anno. Due luoghi e due squadre, tanto suggestivi quanto maledetti. Marsiglia per certi punti di vista, ancor più del vero amore di Ayew jr., il Ghana. Il capoluogo della regione Provenza-Costa Azzurra è da sempre un polo multietnico d’Europa, aspetto che da positivo, negli anni migliori dell’integrazione, si sta rapidamente trasformando in profondamente negativo, essendo ormai la nazione francese lacerata da conflitti sociali, che non deflagrano solamente nella follia islamista, come nel caso più recente del massacro dei fratelli Kouachi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, ma che, ancor più gravemente, si riverberano nella quotidianità di una delle città tra le più violente d’Europa. La nostra storia inizia da qui. E’ il 26 Maggio del 1993. I pentacampioni del Marsiglia (sarebbero diventati “tetra-campioni” vista la revoca e la retrocessione per illecito sportivo, sono una realtà irresistibile in Europa, e Abedì Pelè, si è imposto come uno dei giocatori più forti della compagine. L’OM sfida per la seconda volta in tre anni il Milan dei campioni. La prima volta nel 1991, Quarti di Finale di Champions, accadde il putiferio, con Galliani che ritirò i suoi giocatori dal campo, vista l’illuminazione difettosa del Velodrome, che a suo dire stava impedendo la corretta realizzazione della partita. Risultato? 3-0 a tavolino per l’OM. Nel ’93, però, si gioca per qualcosa di più grande di una semifinale, si gioca per la coppa. Inutile cercare di spiegare a parole mie il clima della finale, visti i precedenti, vista la sfida tra due personalità tanto importanti quanto controverse per calcio e politica come Tapie, socialista, vincente e spesso fuori da ogni parametro di legalità, e Berlusconi, di tradizione politica diversa, che aveva rottamato la prima Repubblica grazie anche ai suoi successi come presidente di una delle squadre più forti della storia del calcio mondiale, anche lui non esente da beghe legali piuttosto note ai più. Come potete vedere dai tanti rimandi, c’è materiale per scrivere un libro, e non finisce qui, dato che Eydelie, centrocampista centrale di quell’OM tanti anni dopo dichiarò la sua verità, che alimentò la leggenda nera di una squadra tanto forte quanto “illecita”, sostenendo di aver utilizzato sostanze proibite per prepararsi alla finale del 1993. L’importante per noi, però, è che al 43′ del primo tempo, Abedì Ayew Pelè, va a battere un calcio d’angolo, pennellando di mancina per Basile Bolì, che realizza, e fa vincere la prima e unica Champions League ad una squadra francese. Grazie anche a questo assist, la leggenda del Pelè africano, in Francia come in patria, diventa immortale, perchè grazie all’annata fenomenale del 1993, l’ultima del trienno magico al Marsiglia, conquista il terzo Pallone d’Oro Africano consecutivo, risultato mai raggiunto prima di allora (Weah lo eguagliò, Eto’o riuscì a superare entrambi) da nessun giocatore.

EREDITA’ – Dopo un paio di stagioni in Italia, al Torino, in cui realizza la sua ultima stagione in doppia cifra per reti segnate in Europa (32 partite, 10 gol) e poi Germania, Monaco 1860 ed Emirati, nell’Al Ain, la carriera di Abedì Ayew termina, con il prestigioso inserimento, da parte del Pelè originale, nel FIFA 100, la classifica stilata da O’ Rei in cui sono stati inseriti i cento migliori giocatori della storia del calcio mondiale. La decisione di tornare in Ghana, non è scontata, ma Abedì decide di percorrerla, permettendo così ai propri figli, di vivere, di respirare l’Africa, scelta che, come vedremo, avrà risvolti fondamentali nella vita di Andrè Ayew. Il figlio di Maha e Abedì inizia a giocare nel Nania FC, club della capitale ghanese, Accra, di cui i genitori sono fondatori, co-proprietari, nonché dirigentii. A 14 anni si allena con la prima squadra, e disputa stabilmente tornei per giocatori under-19. Questo non gli vale comunque lo status di prospetto per il calcio europeo, ed il suo ingresso nelle giovani del Marsiglia, la squadra dei successi del padre, avviene tramite il più classico dei provini, nei quali la percentuale dei giocatori scartati è pressochè vicina al 99%. E’ il 2005, e Dede, soprannome con cui viene chiamato in patria, non ancora sedicenne, riesce ad entrare nel club dei suoi sogni, grazie alle doti fisiche totalmente fuori dal comune di cui è dotato, ad un piede mancino tanto potente quando aggraziato e ad una personalità molto spiccata per essere così giovane. La settimana che cambierà per sempre la vita del centrocampsita del Marsiglia, inizia però due anni dopo il provino. Fresco di preparazione con la prima squadra del Marsiglia, il diciassettenne Andrè Ayew, esordisce in Ligue 1, il 15 Agosto contro il Valenciennes; non contento di aver raggiunto un risultato così prestigioso, Ayew, vede risolversi la diatriba della sua doppia nazionalità, grazie alla convocazione per l’amichevole contro il Senegal, da parte della nazione del suo cuore, il Ghana. I due passaporti, hanno permesso al giovane calciatore, di scegliere quale trafila tra le giovanili compiere, ed Ayew, pur scegliendo la Francia, dichiarò pubblicamente di sognare di giocare per le Black Stars, squadra per la quale il padre aveva militato e vinto. Nonostante l’iniziale incongruenza tra dichiarazioni e fatti, Ayew ha fattivamente dimostrato di voler giocare per il Ghana, rifiutando più convocazioni per la Francia Under-21, arrivando a pregare il CT, Claude Le Roy di convocarlo, in quanto rifiutare ancora una volta i Bleus sarebbe stato controproducente per la sua popolarità nella nazione in cui si apprestava a diventare professionista. Il 21 di Agosto 2007, contro il Senegal, il minorenne Ayew, debutta con la maglia delle Stelle Nere africane, iniziando così una storia d’amore, tra le più intense del calcio moderno. Nonostante le poche presenze nell’OM, a Gennaio Le Roy decide di portarlo nella prima delle tante coppe d’Africa disputate dalla venticinquenne ala, l’unica giocata in Ghana. Solo una presenza per Ayew, qualche minuto contro la Guinea, in una squadra caratterizzata dal miglior Essien di sempre, che a centrocampo formava con Muntari una diga impenetrabile, che trascinò fino alla semifinale le Black Stars, che si piazzarono alla fine terze nella competizione casalinga.

2009 – All’inizio della stagione successiva Andrew Ayew cattura l’attenzione di un guru del calcio francese come Christian Gourcuff, padre di Yoann, alla quinta stagione da allenatore del Lorient, in Ligue 1. Il Marsiglia ha tutti i vantaggi nel far esprimere il suo talento fuori di casa, valutate anche le ambizioni da titolo molto pressanti dei tifosi dell’OM, non coincidenti, con la crescita di un giocatore di appena 19 anni. Nel Settembre del 2008 arriva la prima rete tra i professionisti di Ayew; la sua annata nel club della costa ovest della Francia prosegue tra alti e bassi fisiologici, dovuti anche alla convocazione per la Coppa d’Africa. Il segno lasciato dall’ala del Marsiglia non è affatto indelebile; le due esperienze che caratterizzeranno la sua ascesa a livello di popolarità in patria, sono altre. Dede Ayew partecipa ad inizio 2009 alla Coppa D’Africa Under 20, vincendola da capitano, bissando clamorosamente con il trionfo nel Mondiale Under-20 del Settembre successivo. Ancora in qualità di capitano, trascina insieme a Dominic Adiyiah, giocatore senza dubbio di basso profilo, ma che ritroveremo ancora nella storia dell’ascesa di Ayew, il Ghana in un girone durissimo, in cui figuravano l’Uruguay di Lodeiro, Abel Hernandez, Tabarè Viudez, Gaston Ramirez, Sebastian Coates, e chi più ne ha più ne metta e l’Inghilterra di Tchuimeni-Nimely, Ben Mee, Martin Kelly e Gavin Hoyte, squadra non talentuosissima, ma dalla difesa di grande spessore, almeno sulla carta. Dagli ottavi in poi, è un ascesa continua grazie agli scontri contro le deboli Sudafrica e Ungheria, e alla vittoria al cardiopalma contro la pericolosa Corea Del Sud. La finale è contro il Brasle di Paulo Henrique Ganso, Rafael Toloi, visto a Roma, Alex Texeira e Douglas Costa, le due ali titolari dello Shaktar di Donetsk. La partita, ruvida, bloccata sullo 0 a 0, è la più classica delle finali, in cui è la paura a farla da padrona. Il Ghana arriva ai calci di rigore contro la corazzata brasiliana, e a serrare le fila, ci pensa ovviamente il capitano, Dede, che con il primo rigore batte Rafael, attuale portiere del Napoli, indirizzando i suoi verso un’insperata vittoria. I rigori li segnano le stelle di quella squadra ghanese, Inkoom, Adiyiah e Badu, portando a casa un successo storico per una squadra africana, il primo. Egitto 2009, segna uno spartiacque nella carriera di Andrè Ayew.

NANIA FC – E’ fondamentale non sottovalutare l’importanza dei successi patrii di Ayew, benchè ottenuti con la nazionale giovanile. Dal 2007 in poi, infatti, la famiglia di Abedì Pelè ha vissuto, molto più in Ghana che nel mondo calcistico rappresentato dalla FIFA, una perdita di credibilità enorme, a causa di uno degli scandali calcistici più alla luce del sole mai commessi. Il Nania FC, squadra di Maha Ayew e Abedì Pelè, nonché società in cui il nostro Andrè ha esordito, è stato condannato dalla FA ghanese per aver truccato una partita, con il fine di ottenere la prima e storica promozione nella Premier League nazionale. Pelè, e la moglie Maha, fondatori e proprietari del club nato alla fine degli anni ’90, sono stati sospesi, il primo per un anno, la seconda, per sempre “from football”, dal calcio. Nonostante gli appelli della famiglia Ayew, il Nania è retrocesso nella corrispettiva Lega Pro ghanese, ed è francamente facile immaginare il motivo di una pena tanto severa. Il Nania, affrontava l’Okwawu United, nell’incontro, come detto, valevole per la promozione. Dopo aver chiuso il primo tempo sull’1-0, e aver sentito che nel campo dell’altra squadra in lotta per la Premier, i Great Mariners, accadevano cose strane, il Nania si è “scatenato”, realizzando la bellezza di 30 (!) gol nei successivi 45 minuti, chiudendo l’incontro sul 31-0, beffando così i Mariners, che avevano sconfitto solo di misura i loro avversari.
Il polverone alzatosi ha costretto la FA ghanese ad applicare pene commisurate alla gravità dell’accaduto, creando un certo sgomento ad una nazione che associava alla famiglia Ayew la faccia migliore del proprio calcio; il sentimento di ribrezzo e delusione, ma anche di rispetto nei confronti degli Ayew è ben rappresentato da questo articolo, scritto in un inglese quantomeno particolare, che fa capire quanto l’evento sia stato percepito dai ghanesi.

2010 – Dopo essersi messo alle spalle un 2009 glorioso, quello dei mondiali africani è uno dei periodi più intensi per quanto riguarda l’impiego in nazionale maggiore dell’ala dell’OM. Ayew collezionerà alla fine dell’anno solare ben 17 gare, realizzando 2 reti, tra Coppa D’Africa, le qualificazioni per la successiva competizione continentale, quella del 2012, (non è una mania africana quella di disputare ogni biennio la rassegna continentale. La FIFA ha obbligato la CAF a conformare il numero di tornei, al fine di pareggiare quello delle altre federazioni mondiali, cosìcchè siano state disputate lo stesso numero di Coppe D’Africa, Europei, Coppe Sudamericane, Oceaniche, ecc.; il perchè? Francamente non so rispondere) e i Mondiali sudafricani, alla fine della stagione con il suo nuovo club.
Si, perchè Ayew viene nuovamente spedito in prestito per farsi le ossa, stavolta nella seconda lega francese , all’Arles-Avignon, in cui, pur prendendosi il ruolo di leader, incide poco, un unicum nella sua carriera. L’Arles, però non è l’obiettivo principale di Ayew, che vede in questa tappa, solo un’occasione per giocare il più possibile in vista delle competizioni internazionali da disputare con il Ghana. La stagione, come detto in precedenza, è interrotta dalla Coppa d’Africa, la prima da protagonista per le Black Stars. La corsa ghanese in Angola è fenomenale, come dimostrano il girone passato nonostante la presenza di Togo e Costa d’Avorio, e la vittoria sulla sempre temibile Nigeria alle semifinale. La squadra ha le caratteristiche adatte per far risaltare le qualità di Ayew, sia dal punto di vista tecnico, che da quello caratteriale. Il gioco molto propositivo è perfetto per l’ala, che può sfruttare i molteplici palloni che vengono giostrati dal centrocampo delle Black Stars, arrivando con continuità sul fondo per poter regalare assist con cross velenosi scagliati dal proprio mancino. Dal punto di vita della personalità, invece la selezione, è piuttosto carente, cosa che aiuta Ayew, uno dei giocatori più vocali che io abbia mai visto, a spiccare per le proprie doti di leadership. Proprio per questo motivo, la sconfitta patita in finale, contro L’Egitto è bruciante, e non solo perchè causata da un gol di Geddo allo scadere. Sarà la prima occasione in cui Ayew vedrà sfumare sul filo di lana le chance di un trionfo per la propria nazione.
Quella dei Mondiali 2010, è la più paradigmatica delle delusioni patite in carriera dal figlio di Abedì Pelè, tanto dolorosa perchè preceduta da memorabili partite, che rendono le Black Stars una delle squadre più forti degli ultimi cinque anni di calcio internazionale, ma anche la più formidabile delle incompiute. Il girone del 2010 può spiegare chiaramente cos’è stato il Ghana dell’ultimo quinquennio; vittoria sofferta contro la Serbia, in una gara dominata dalle Black Stars, ma sbloccata solo nel finale grazie ad un rigore di Gyan. Le parole dominare e Ghana si sposano perfettamente, vista la qualità del centrocampo di quell’edizione dei giallorossoverdi. L’affidabile Annan del Rosenborg nel ruolo di frangiflutti davanti alla difesa; come mezzala sinistra Kwadwo Asamoah, a destra un Kevin Prince-Boateng tirato a lucido come mai prima (né dopo) in carriera, chiamati tanto ad offendere che a difendere, con una qualità senza pari per qualsiasi coppia di centrocampisti nell’intero torneo. Sulle fasce, Price Tagoe, e Ayew, che a soli 21 anni era già un titolare inamovibile in una rassegna mondiale. La doppia fase di Ayew nel Mondiale è stata semplicemente impeccabile, garantendo attacco e difesa, ma soprattutto sovrannumero in mezzo al campo per favorire il possesso palla in salsa europea di cui le Black Stars si avvalsero durante tutto il torneo. Il problema è che vincere dominando, al Ghana, riesce molto poco spesso. La seconda partita è infatti un pareggio contro l’Australia di Brett Holman. Altri 90 minuti di qualità per i ghanesi, e per Ayew, che si conferma, dopo la gara di apertura, uno dei giocatori più interessanti del torneo, ma risultato francamente deludente per una squadra che ha tirato 22 volte contro le 8 degli avversari. La terza gara contro la Germania, persa ingiustamente, è stata la prima dimostrazione di come i ghanesi fossero una reale minaccia per i tedeschi; nonostante la vittoria timbrata Ozil, la partita si svolse in una parità tecnica che rivedremo quattro anni dopo, nel girone di Brasile 2014, nell’unico incontro in cui i futuri campioni del mondo andranno in svantaggio nella loro corsa al titolo. La partita paradossalmente meno meritata è rappresentata dagli ottavi di finale contro gli USA (che si vendicheranno nel 2014) in cui grazie ad un gol all’inizio dei supplementari, Gyan assistito da un indiavolato Ayew, le Black Stars ottennero la qualificazione e la sfida ai quarti contro l’Uruguay di Forlan La notizia, però, è che l’uomo della partita, per tutti, e stavolta anche per la FIFA, Andrè Ayew, non sarebbe stato della partita, in quanto diffiidato e poi ammonito durante l’incontro, per un fallo realizzato con la solita generosità e dedizione alla causa della squadra, nel secondo tempo di gioco.

SUCCESSI E SCONFITTE – Impossibile essere lucidi nella descrizione di Uruguay-Ghana, quindi meglio farla breve. Una premessa è, però, d’obbligo; se il Ghana avesse vinto sarebbe stata la prima squadra africana ad ottenere il pass per le semifinali di un Mondiale. Il vantaggio di Muntari, a fine primo tempo, sembrò essere il preludio di una storica vittoria della squadra africana. Ma Forlan prima, e Suarez poi, con il suo colpo di mano sulla riga di porta per frustrare il colpo di testa di Kenneth Adiayah, il bomber del Mondiale Under-20 vinto da Ayew impedirono alle Black Stars, punite dal rigore sbagliato di Gyan nei tempi supplementari, di raggiungere un risultato storico.
Sembra strano, ma da questo fallimento è nata la carriera dell’Ayew che oggi conosciamo, a partire dalla prima conferma di far parte, in pianta stabile, della rosa del Marsiglia. Da quel momento in poi, l’esplosione tecnica e di personalità di Ayew, ha avuto un’accelerazione semplicemente incredibile, considerando l’età del giocatore. Gli undici gol realizzati nella prima annata con l’OM, lo hanno lanciato nel panorama calcistico europeo con prepotenza; le dichiarazioni mai banali, in cui Ayew sostenne sempre di voler superare il padre, e la coppia formata con il fratello minore Jordan, legati non solo in campo, ma anche nel culto religioso, in quanto entrambi di religione musulmana hanno reso Ayew un personaggio carismatico, in Francia quanto in patria, tanto che le bizze di Boateng, il declino di Muntari e quello, a livello di club, di Gyan, sono stati visti come il preludio per l’ascesa di Ayew al ruolo di leader della nazionale di calcio delle stelle nere. Niente di più vero, viste le prestazioni da leader nella coppa d’Africa del 2012, in cui Ayew, oltre a timbrare il gol della qualificazione alle semifinali, ha potuto indossare per la prima volta, in una selezione molto cambiata rispetto al 2012 (Badu, Kwarsey, Atsu, Wakaso, alcuni dei nomi nuovi delle Black Stars), la fascia da capitano delle Black Stars. Ancora una volta, però, l’insuccesso colpisce il figlio di Abedì Pelè nel momento in cui sembra andare tutto per il verso giusto.
La Coppa d’Africa 2012 si rivela un buco nell’acqua per il Ghana, l’ennesimo, rappresentato dalla sconfitta contro lo Zambia, modesto vincitore della rassegna, in una gara dove ancora una volta Ayew non potè scendere in campo, e fu sostituito, male, dal fratello Jordan, fatto di una pasta ben più malleabile di quella del fratello maggiore. All’OM, le cose sembrano andare meglio, ma solo in apparenza. Con tre trofei, due coppe nazionali ed una supercoppa, conquistati tra 2011 e 2012, la carriera marsigliese del capitano, non più solo morale, del Ghana, inizia con il piglio giusto. L’obiettivo grosso, lo scudetto, rappresenta, però, un miraggio, (forse il Loco Bielsa potrà riuscire nell’impresa), dato che l’ultima annata che ha visto trionfare il club del sud della Francia è quella del 2010, coincidente con l’anno in prestito all’Arles. Una macchia non da poco nel palmares di Ayew.

CAPITANO – Nonostante tutto, ad inizio 2013, il ruolo di leader indiscusso delle Black Stars è oramai stabilmente suo, nonostante l’ennesima sconfitta sul filo di lana patita in coppa d’Africa. A minare questa certezza, è però l’ennesima ricaduta del clan Ayew, quasi un ostacolo all’immagine nazionale di Andrè. Tutta la questione gira attorno alla figura di Jordan Ayew, sempre ai margini della nazionale a causa di comportamenti e rendimento calcistico piuttosto altalenante. Ne nasce una polemica con la (discussa) federazione ghanese, risolta solo dal buon senso di entrambe le parti in causa, che per il bene della nazionale decide di riaccettare che gli Ayew giochino (riprendendosi sul groppone Jordan) le gare di qualificazione al Mondiale 2014. La rassegna brasiliana sembrava potesse rappresentare la fine del grande Ghana degli anni precedenti. Squadra scollata, anche perchè ampiamente rinnovata, molto giù fisicamente ed emotivamente, in un girone duro, contro USA, Germania, due vecchie rivali, e Portogallo. Il risultato è piuttosto scontato, ma tinto nella tipica salsa ghanese, un mix di gran calcio e psicodrammi. Per carità, di gran calcio in Brasile il Ghana ne ha mostrato ben poco, ma contro la squadra più forte, la Germania, si sono visti alcuni lampi del 2010. Le Black Stars, infatti, ribaltando il risultato grazie ai gol di Ayew e Gyan, arrivati dopo un calcio più che propositivo, sono riuscite a tenere sotto nel punteggio, per 7 minuti, i futuri campioni del mondo, cosa che non è riuscita a nessun’altra squadra nel torneo. Cosa piuttosto strana per una squadra in presunto disfacimento.
E’ su quei sette minuti, e sul patto tra Gyan e Ayew, in cui il primo, pur tenendosi il ruolo e gli onori di capocannoniere della nazionale, lascia i galloni di capitano al secondo, che il Ghana ha preparato la Coppa D’Africa 2015, quella dell’ultimo ballo, quantomeno per Gyan, sempre più al crepuscolo della carriera. In un girone di ferro, e dopo una sconfitta nei minuti di recupero, difficile da digerire, contro il Senegal, il Ghana ha trovato la forza di battere Algeria, all’ultimo minuto grazie a Gyan, e poi di ribaltare il risultato contro il Sudafrica, qualificandosi con un gol di Ayew, totalmente in estasi per la rete segnata, che ha impedito l’ennesima delusione anticipata alle Black Stars. Le vittorie su Guinea e Guinea Equatoriale, soprattutto la seconda, sono state facili sul campo e dure fuori, visto il clima di violenza che ha attorniato la semifinale in cui erano coinvolte Ghana ed il paese organizzatore. La finale, arrivata dopo tre gol di Ayew, che chiuderà come capocannoniere della rassegna, è stata la più giusta, contro la Costa D’Avorio, anch’essa a fine ciclo, anch’essa forte (mai bella come il Ghana) e maledetta. Ne esce una partita bloccata, brutta, sotto ritmo, causata dalla paura di perdere l’ultimo treno buono per vincere un titolo. Ayew, lotta, grida, si sbraccia, come fa oramai da anni, ma con una consapevolezza ed una pericolosità maggiore rispetto ad un tempo, visti i tre gol realizzati durante la competizione, e ad una leadership che ha raggiunto livelli mai tocca in precedenza. Poco importa delle voci di mercato (che lo danno in una delle due milanesi da anni), la questione del contratto con l’OM; conta solo la vittoria finale. E’ per queste motivazioni, che ai calci di rigore, il quinto, il più importante viene affidato ad Ayew. Ancora una volta il capitano non tradisce, ma lo farà Razak, il portiere del Ghana, chiamato a calciare dopo una serie interminabile di tiri dal dischetto. Barry, portiere della Costa D’Avorio realizza. Il Ghana ha perso di nuovo.
 Il pianto di Ayew è un’immagine straziante, dura da sopportare, e lo rappresenta nella sua più pure essenza, quella del leader, che non accetta la sconfitta, perché ha dato più del 100% per la causa della sua squadra, della sua nazione. I giocatori della Costa D’Avorio, quasi intimiditi da tanta personalità, vanno ad abbracciarlo e a consolarlo più di quanto non abbiano festeggiato.
Il patto è saltato, il Ghana è ancora a mani vuote. Ma nonostante tutto, nonostante le polemiche, gli addii, i ritorni, le frodi sportive, i titoli mancati, le troppe ammonizioni, sa benissimo di avere un leader, di quelli che passano una volta ogni vent’anni. Un giocatore che alla sua età (classe 1989, ricordiamo) anni può vantare più di 60 presenze per la propria nazionale, la fascia di capitano, e, ancora più importante, il rispetto di tutto il movimento calcistico africano. La speranza è che questo sadico modo di rinviare l’appuntamento con l’agognata vittoria, possa realmente rendere, quando arriverà, il successo ancor più dolce. Ayew, con la sua abnegazione nei confronti del calcio ghanese, lo merita.

l’immortale teatro dei Cornaro a Roma

Possono le parole diventare immagine? La riposta è sì, e tutta la storia dell’arte n’è in qualche modo testimonianza. Ma mai nessun artista come Gian Lorenzo Bernini seppe interpretare così bene tale compito.

Siamo nel 1644 e il conte Cornaro convince i frati della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, decorata da Carlo Maderno come fosse un salotto, a destinare l’intero braccio destro del transetto ad ospitare la propria cappella di famiglia. Loro, che erano un’importantissima famiglia veneziana, infatti, cercavano nella fastosità dei marmi e nella solidezza della pietra di fissare per sempre il loro status sociale e il ruolo da loro ricoperto nella storia romana e veneta. E Bernini fu l’esecutore materiale delle loro speranze incaricato di celebrare non solo la famiglia e i suoi rappresentanti porporati ma anche la santa patrona dell’ordine custode della chiesa, Teresa d’Avila.

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La cappella Cornaro in Santa Maria della VIttoria

Il risultato fu unico e spettacolare al tempo stesso. Anche in questo caso il limite, il vincolo della forma e delle dimensioni della cappella rappresentarono il punto di partenza, l’incipit di un processo creativo che trasformò l’edicola in un grande palcoscenico di cui noi, come i membri della famiglia Cornaro, non siamo altro che gli spettatori di un atto che va in scena per sempre nell’immortalità del marmo scolpito: la transverberazione della santa, colta nell’attimo in cui l’angelo, dolce e sereno, trafigge il suo cuore con la fiamma dell’amore di Cristo.

Pittura, scultura, architettura. Le tre arti ora collaborano assieme al fine di creare un unicum e non ognuna secondo il proprio ruolo, come aveva ben chiarito Raffaello nella Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, bensì partecipando attivamente l’una dei limiti dell’atra, invadendo ognuna il campo delle altre, non potendo vivere alla fin fine l’una senza il soccorso delle sue sorelle. Così i marmi policromi dai colori sgargianti servivano ad esaltare la scena nella penombra della chiesa in cui avrebbe dovuto spiccare solo la luce nascosta, fittizia, guidata che Bernini aveva creato appositamente per esaltare l’immagine della santa, scolpita nella bianchissima pietra, le cui pieghe l’avrebbero avvolta in un manto infinito, sollevandola da terra e conferendogli quella leggerezza che già anni prima Michelangelo ben seppe raccontare nella creazione d’Adamo sulle volte della cappella Sistina.

E noi, come i cardinali membri della famiglia Cornaro, assistiamo al miracolo dell’estasi della Santa. Sembra di essere in un vero teatro, con i finti palchetti ai lati dove i rilievi dei porporati assumo molteplici e distinte posizioni. C’è chi discute, chi osserva, chi pensa, mentre al centro si compie il miracolo. È il bel composto di Bernini, è il teatro barocco, è il desiderio di coinvolgimento degli spettatori e di anticipazione delle delizie del Paradiso a noi, comune mortale pubblico di uno spettacolo eterno che si ripete ogni volta di fronte ai nostri occhi. Nessuno scultore, prima del Bernini, aveva tentato di usare la luce reale in questo modo. Qui nell’ambiente di una cappella egli fece ciò che i pittori tentarono di fare nei loro dipinti. Se si ammette che egli ritradusse nelle tre dimensioni della vita reale l’illusione della realtà resa dai pittori nelle due dimensioni, si riuscirà a vedere a fondo il carattere specifico del suo modo pittorico di trattare la scultura.

«Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio.»

Queste furono le parole con cui Santa Teresa descrisse le proprie visioni. Queste furono le parole che l’architetto tradusse in realtà architettonico-scultorea. Se osserviamo con attenzione esse sono la esatta spiegazione della scena che si pone di fronte al nostro sguardo, quasi che fosse una traduzione in pietra di un pensiero, una storia, un’emozione. Così il Bernini trovò il modo di convincere il fedele dell’intensa esperienza del soprannaturale, talmente violenta, lancinante, umana che il buon frate della chiesa che fece da Cicerone a Stendhal non poté che asserire come fosse “un gran peccato che questa statua faccia così facilmente pensare all’amore profano”.therese4

Roma d’inverno

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Beatrice Boido

La moschea più bella d’Europa

La scena si svolge in un giardino racchiuso da un’alta siepe di mirto e attraversato da due stretti ruscelli che si intersecano al centro in uno specchio d’acqua rotondo. I personaggi sono due: l’imano Mohamed V, re di Granada che fece costruire il patio dei leoni nell’Alhambra e l’architetto Paolo Portoghesi, autore del progetto della moschea di Roma (insieme a Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi). […]

Patio de los Leones

Mohamed V: Cercherò di entrare nel gioco. […] Chiuderò gli occhi e fingerò di entrare nella tua sala di preghiera.

Paolo: Ecco accanto a te, come alberi di palma rivolti verso la luce, si innalzano pilastri fatti di quattro membrature riunite insieme che si avvicinano e si allontanano tra loro a seconda delle esigenze della struttura. Ecco, giunte alla sommità, le membrature ora attraversano una serie di anelli e si trasformano in archi; ogni linea si congiunge con le altre e tutto si allaccia in continuità…

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Mohamed V: Le tue parole dicono ancor meno dei disegni e dei modelli… l’architettura è materia ammaestrata, non parola ammaestrata… eppure adesso sono entrato anche io nel tuo palmeto, sto anche io sul tappeto volante, ritrovo nella immagine quella leggerezza, quella trasparenza che invocavo dai costruttori del mio patio dei leoni. […] Come hai fatto a trapiantare questa ombra di palme in un paese non solo occidentale ma nordico e così diverso per civiltà e religione?

Paolo: Prima di me altri avevano già ascoltato dall’Italia la voce dell’Islam, ne avevano appreso l’insegnamento: i maestri gotici per esempio. E poi gran parte dell’Italia, la Sicilia, la costa di Amalfi, la Liguria persino, hanno respirato la vostra cultura, i vostri labirinti riemergono nelle viuzze dei paesi, i vostri archi incatenati si inseguono attorno alle absidi e nei chiostri. Anche nel Seicento, in una di quelle rare epoche di libertà del pensiero visivo che giustamente si definiscono “oasi” pensando ai vostri deserti, Borromini e Guarini, Francesco e Guarino, hanno disobbedito, hanno tradito l’ortodossia dell’occidente per guardare i vostri giardini incantati. Borromini ha innestato sulla cupola di Sant’Ivo un ricordo della moschea di Samarra, Guarini ha ripreso direttamente da Cordoba, dal mihrab della grande moschea l’intreccio degli archi del San Lorenzo di Torino.

Mohamed V: Mi parli di cose che non conosco ma ne parli con passione e questo mi fa pensare al mio architetto di Granada che per modellare le sue colonne portava con sé una delle sue donne e parlando della sua architettura adoperava le parole che si adoperano per descrivere una passione amorosa, un corpo lungamente amato… (1)

 

Iniziata la costruzione nel 1984, terminata undici anni dopo nel 1995, la moschea di Roma è la più grande d’Europa. Opera di Paolo Portoghesi, Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi, viene raccontata da Giorgio Muratore come

“uno dei capolavori romani dal secondo dopoguerra ad oggi”.

Il risultato è stato ottenuto, come di rado accade, grazie a due azioni imprescindibili: lo studio e l’ascolto. Coadiuvato certamente da Mousawi, Portoghesi si dimostra profondo conoscitore della cultura islamica. Lo studio minuzioso dei grandi precedenti, europei e non, di spazi dedicati al culto islamico, al pari di un attento e straordinario coinvolgimento di maestranze provenienti dal Maghreb, ha consentito la progettazione prima, la realizzazione poi, di un’architettura fortemente islamica. Ma l’ascolto, come detto imprescindibile, si riferisce al luogo d’azione: Roma. Prendendo a prestito un commento dello stesso Giorgio Muratore, percepiamo l’effettivo dialogo che il team di progettisti è riuscito a stabilire con la città di Roma:

“agli occhi di noi romani potrebbe risultare come un impianto termale d’età imperiale”.

Questo è frutto di accorgimenti semplici perciò efficaci: la calibrata proporzione in alzato tra pieni e vuoti, di certo memore proprio dei grandi spazi coperti assembleari dell’antica Roma; un disegno attento delle aree all’aperto, dove linee rinascimentali ed elementi della tradizione islamica si raggiungono felicemente; l’utilizzo di materiali tipicamente romani, uno su tutti il travertino, sempre caro all’architetto Portoghesi. Scelte appropriate che sanciscono un inserimento silenzioso, quasi impercettibile nell’impianto urbano – quadrante nord della città – benché si agisca su vasta scala (30.000 metri quadri).

Ancora riguardanti i materiali, sono due aneddoti che ci fanno capire come queste azioni di studio e di ascolto siano state perfettamente eseguite: la corretta miscela di cemento bianco, imprescindibile per garantire quell’ atmosfera sospesa, di raccoglimento, nell’esecuzione della grande sala di preghiera, è stata ottenuta dopo più di sei mesi di esperimenti, un incedere tanto scientifico quanto alchemico (tra gli inerti vi è anche la sabbia del Tevere). Lo stesso cemento è stato successivamente gettato in casseformi rivestite internamente di perspex, per ottenere una sorta di effetto vellutato, ricercato dall’architetto.

Come dice Mohamed V, in un altro passo del brano di Portoghesi citato in apertura:

“l’architettura è materia, organizzata e sublimata, materia ammaestrata”.

 

 

 

(1) Paolo Portoghesi, Leggere e capire l’architettura, Newton Compton Editori, 2006, pp. 185-188.

2Cellos: Violoncelli nella città eterna

Il tour italiano dei due violoncellisti sloveno-croati è approdato anche a Roma, al Palatlantico. I due musicisti, che così elegantemente si incastrano sia da un punto di vista artistico che caratteriale, hanno fatto vibrare per una sera il cuore della città eterna, coinvolgendo gli spettatori in uno spettacolo decisamente coinvolgente nella sua varietà. Il pezzo con cui i due artisti decidono di musicare il loro ingresso sul palco è “Where the streets have no name”: le note e l’armonia degli U2 si diffondono per il palazzetto e catturano l’attenzione degli ascoltatori, che restano quasi ipnotizzati dalle vibrazioni delle corde accarezzate dagli archi. Finito il brano, Luka e Stjepan prendono parola. Dopo un classico “Ciao Roma!” per scaldare l’atmosfera, si lanciano in battutine “hot” in un misto tra italiano ed inglese e rassicurano i più rockettari del pubblico: il concerto inizierà con melodie lente e delicate, “…for the ladies!”, ma i ritmi diventeranno sempre più incalzanti, soddisfacendo anche gli animi più irrequieti.

Sono di parola: i suoni diventano via via più sincopati, i tempi si infuocano e il ruolo di Dusan Kranjc, il batterista, addirittura assente all’inizio del concerto, diventa sempre più determinante.

Così si passa dalle atmosfere sognanti di Sting (Shape of my heart), al rock degli AC/DC (“Highway to hell”, “Thunderstruck” e “You shock me all night long”), dalla melodia cantabile di “With or without you”  (durante la quale il pubblico apprezza un’improvvisa citazione di “Con te partirò” di Andrea Bocelli) alla furia di “Voodoo People” dei Prodigy. Gli spettatori si lasciano trasportare dalla musica senza opporre resistenza alcuna, cantando le canzoni dei Coldplay reinterpretate dai due violoncellisti e danzando al ritmo dei pezzi di Michael Jackson. Concludono la scaletta con un’intramontabile “Satisfaction” dei Rolling Stones, chiedendo al pubblico (che anche questa volta si mostra pronto) di partecipare attivamente cantando il testo.

Provano così ad abbandonare il palco, ma vengono richiamati dagli applausi dei “cellofili” per un bis che è quasi d’obbligo. Iniziano dilettandosi con i virtuosismi dell’”Overture del Guglielmo Tell” alla maniera degli Iron Maiden, regalano le ultime vibrazioni rockeggianti ai fan, che si scatenano sulle note di “Back to Black”, ennesimo tributo agli AC/DC e concludono il tutto come avevano iniziato, con una melodia lenta e dolorosa, “Fields of Gold” di Sting.

Insomma, musicisti con la M maiuscola, brani reinterpretati in maniera tale da mostrare sfumature mai notate prima e l’energia di due giovani che dedicano la loro vita alla loro più grande passione. Uno show che non lascia delusioni.

Roma eterna

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Immagine HDR del Pantheon

Il Vignola e l’eccellente figlia della Controriforma

Tutti ormai conoscono papa Francesco, ma non altrettanti la congregazione di cui questi fa parte, la Compagnia di Gesù, un ordine religioso forse oggi un po’ nell’ombra ma che in passato fu la punta di diamante della Chiesa, l’ariete dell’evangelizzazione e la più strenua difensora dei principi cattolici. E poco nota è pure storia della loro chiesa romana di riferimento, il Santissimo Nome di Gesù, meglio nota solo come il Gesù.

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Ci troviamo nel Cinquecento, più precisamente in un momento in cui, parallelamente all’architettura promossa dai Papi, si sviluppò una vera e propria architettura degli ordini religiosi. Si trattava dei gesuiti, degli Oratoriani (meglio noti come filippini), dei Barnabiti e dei Teatini, i quali tutti si caratterizzarono architettonicamente più o meno per gli stessi elementi compositivi, sanciti dalla Controriforma appena conclusasi: un pulpito a mezza altezza che facilitava lo svolgimento dell’omelia; un tetto ligneo che favoriva l’acustica e un impianto a mono aula, semplice, che compattasse i fedeli. Un po’ come sono le chiese di oggi. Un architettura povera dunque che però in certi casi venne meno. Ciò a causa delle pressioni dei mecenati, i quali, investendo le loro ricchezze in questi cantieri, desideravano opere degne del loro rango sociale. E questo fu proprio il caso della chiesa del Gesù, dove si consumò un vero e proprio scontro tra l’ordine gesuita e il protettore.

La storia comincia nel 1540 all’epoca di Papa Paolo III, Alessandro Farnese, il quale concedette all’allora vivente e ancora non santo Ignazio da Loyola un piccolo terreno nei pressi di Palazzo Venezia, perché qui si installasse con i religiosi dell’ordine da lui fondato. Ovviamente questa operazione necessitava anzitutto di spazio per costruire i diversi ambienti necessari alla vita della congregazione e ciò generò immediatamente problemi, tensioni e contrasti con le nobili famiglie romane che lì risiedevano, le quali senza perdere un attimo si mobilitarono per ostacolare questa politica di espansione edilizia, ritenuta aggressiva e nociva ai loro interessi. Non bastò nemmeno l’intervento di Michelangelo stesso a placare gli animi e così tutto rimase immobile sino al 1568, quando la situazione si sbloccò grazie all’intervento del nipote di papa Paolo III, il cardinale Alessandro Farnese (si chiamavano uguali zio e nipote), il quale, divenuto mecenate e protettore dei gesuiti, volle patrocinare la costruzione della nuova chiesa.

Ed è a questo punto che si consumò il vero braccio di ferro. Alessandro Farnese, infatti, era erede di una delle più potenti se non la più autorevole famiglia dello Stato Pontificio. Ogni occasione e ogni gesto, aveva dunque un valore celebrativo e, a tal fine, chiamò il suo architetto di fiducia, Jacopo Barozzi da Vignola, perché conducesse il cantiere secondo le sue volontà. Questa nomina non fu gradita ai gesuiti che invece avrebbero preferito che il progetto fosse redatto e realizzato da Padre Tristano, architetto anch’egli, ma soprattutto gesuita. Quest’ultimo, sovrintendente allora di tutte le fabbriche della Compagnia, e rappresentante delle istanze dell’ordine in cantiere, in aderenza alle prescrizioni della Controriforma propose peraltro di correggere il progetto di Vignola e realizzare un tetto piano in legno, quando invece il porporato, d’accordo con il suo artista, desiderava una copertura a volta a botte. Ne nacque un muro contro muro che si risolse solo con la resa dei gesuiti alle istanze del cardinale.

Pertanto la chiesa del Gesù di Roma non rappresenta, come di solito invece si pensa, il prototipo di tutte le chiese gesuite, bensì essa è espressione di un accordo, un compromesso fra le istanze della congregazione e le volontà di magnificenza del mecenate.

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Tuttavia, non tutto il male vien per nuocere. E così Vignola, sebbene al centro di due fuochi incrociati, seppe destreggiarsi con grande abilità proponendo autonomamente, nel rispetto tuttavia dei principi gesuiti, un modello spaziale di grande successo, una fusione del quincunx con la navata. Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente, l’innovazione dell’architetto fu quella di fare dell’ultima campata della navata il pilone cavo della crociera, rielaborando così quell’idea, già proposta da Bramante nel suo progetto per San Pietro, di avere quattro grandi ambienti coperti a cupola, perni a loro volta di un grande spazio principale (in questo consiste una quincunx) sul quale innestare il tamburo e la grandiosa cupola.

Una novità assoluta, dunque, che purtroppo però l’architetto non seppe portare a termine in tutte le sue parti, come dimostra il subentro di Giacomo Della Porta, il cui progetto per la facciata fu preferito e sostituì quello dell’anziano maestro. Certo, ciò potrebbe apparire ad un primo approccio come un corollario privo di grande interesse ma in realtà non è così. Della Porta rappresenta un’avanguardia, un nuovo modo di fare architettura. La sua facciata caratterizzata da una netta intensificazione formale, una forte verticalità ed una plasticità dell’articolazione scandita da un ritmo serrato, cresce dalla periferia verso il centro e stravolge l’impostazione rigida, monumentale e statica, propria di Vignola. Non ci si può più infatti solo attenere alle strette regole della Controriforma ma è necessario reintrodurre forme di architettura che superino le volontà pauperistiche degli ordini, la rinuncia alla tensione linguistica, e il riduzionismo espressivo. Per tale motivo, in un certo qual modo, Giacomo della Porta anticipa il barocco nelle sue forme e nella sua fastosità e, forse, proprio per questo lo si preferì al Vignola.

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Le terza gemella di Piazza del Popolo

Di certo, passeggiando nei pressi della romana piazza del Popolo, vi sarà capitato di dare un occhio alla strana coppia di chiese gemelle che vi si affacciano. Si tratta di Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, due edifici sacri la cui vicenda storico-costruttiva, che a prima vista potrà apparirvi banale, cela invece curiosità tutt’altro che scontate.

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Marcello Avenali-Piazza del Popolo, Olio su tela

Tutto comincia nel 1655 con l’arrivo in città della regina Cristina di Svezia la quale, unica reale convertitasi al cattolicesimo in mezzo ad un’eresia dilagante, decise di trasferirsi a Roma per occuparsi della difesa della cristianità assieme al papa. Ovviamente, venendo da nord, la regale dama sarebbe dovuta entrare per la porta settentrionale della città e di qui passare per la piazza del Popolo. Un grande corteo avrebbe poi dovuto accoglierla e accompagnarla e, a tal proposito, fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che senza troppi complimenti abbellì la vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, riqualificò l’antico accesso nelle mura romane con le enormi effigi papali (tutt’oggi visibili) e allestì una serie di strutture mobili che celebrassero il felice ingresso. Frattanto che accedeva tutto questo però, il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, si accorse che le testate edilizie della spina del tridente romano erano non solo irrisolte ma ormai indegne di rappresentare l’accesso nord della città, sempre molto frequentato dai numerosi pellegrini che da sempre vi giungevano per la via Flaminia. Così il pontefice commissionò a Carlo Rainaldi, architetto influenzato dalle nuove esperienze barocche ma sempre molto autonomo nelle sue scelte, di costruire due chiese che degnamente onorassero coloro che giungevano a Roma, sia che si trattasse di regali ospiti come di comuni viandanti.

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Carlo Rainaldi – Progetto per le chiese gemelle di Piazza del Popolo, 1661 circa

Al principio Rainaldi immaginò due chiese a croce greca, il che gli avrebbe consentito di realizzare due edifici uguali senza dover tener conto della posizione, tagliando, come si dice, la testa al toro. Questa soluzione però, forse troppo sbrigativa e semplicistica, fu ben presto scartata anche perché di tal maniera, le cupole avrebbero avuto una dimensione eccessivamente ridotta. Così decise di costruire una delle due chiese circolare (Santa Maria dei Miracoli) e l’altra ovale (Santa Maria di Monte Santo); in tal modo, infatti, le cupole avrebbero potuto avere una maggiore dimensione e, sfruttando il punto di vista privilegiato della porta del Popolo non perfettamente in asse con via Lata (via del Corso), si sarebbe potuto ingannare lo sguardo e lasciar intendere allo spettatore che entrava in città che i due edifici sacri fossero uguali.

E non si è parlato del valore simbolico della scelta. Se infatti la porta del popolo rappresentava l’accesso fisico alla città santa, centro e roccaforte della cristianità cattolica, le due chiese della piazza avrebbero rappresentato l’ingresso ideale, sacro, spirituale alla nuova Gerusalemme.

Alcune malelingue sostengono che dietro questo trucchetto ci sia stato lo zampino di Bernini e che il povero Rainaldi non abbia quindi fatto tutto da solo. Al di là di questi pettegolezzi certo è che nei due cantieri furono coinvolti sia Bernini che il suo allievo prediletto, Carlo Fontana, un architetto che di lì a poco diverrà la figura egemone della sua epoca. Ed effettivamente sul piano tecnico la scelta di collocare antistante entrambe le chiese un pronao libero è molto simile alla soluzione che Bernini aveva portato avanti nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Ariccia.

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confronto fra i progetti delle chiese gemelle e la chiesa di Francesco da Volterra

La storia tuttavia non si conclude qui. C’è infatti una chiesa, non molto distante sulla via Lata che presenta, rispetto queste chiese, incredibili somiglianze. Si tratta di San Giacomo degli incurabili, una chiesa progettata e realizzata da Francesco da Volterra, che, come le chiese gemelle di piazza del Popolo, presenta un unico ambiente centrale (ovale nella fattispecie) coronato da cappelle laterali e completato da una profonda abside. Ma non basta. Anche la trabeazione segue il medesimo criterio in tutti e tre i sacri edifici, continuando in corrispondenza del presbiterio.

Le due chiese gemelle, quindi, dipendono direttamente da questo precedente storico che, sebbene spesso dimenticato, ebbe in realtà un grandissimo successo giacché fu il primo progetto religioso capace di coniugare le istanze di longitudinalità, imposte dalla nuova chiesa controriformata, con la pianta centrale umanista.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere come mai ci si sia ispirati ad una chiesa tardo cinquecentesca. La risposta è doppia. Innanzitutto perché il barocco non si definisce in contrapposizione al passato; se infatti il Rinascimento aborriva il mondo medievale e il neoclassicismo rifiuterà categoricamente la deriva rococò che lo precede, il barocco, per suo conto, si pone in continuità con il passato, accettando le sue soluzioni e facendole proprie. In secondo luogo è necessario notare che il gusto dominante, già verso la fine della vita dei grandi maestri barocchi, stava mutando. Bernini, come anche Borromini e Cortona, difatti, agivano in piena libertà perseguendo ogni volta obiettivi specifici e giungendo a risultati unici. Per questo non utilizzavano linguaggi consolidati ma, altresì, si confrontavano volta per volta con la situazione del luogo ricercandone i punti di forza da sfruttare. Dunque la loro architettura era difficilmente imitabile e ben presto si cominciò a sentire la necessità di razionalizzare il problema, di normalizzare e chiarificare il barocco, al fine di renderlo trasmissibile. E, proprio nel tentativo di perseguire questo complesso obiettivo, Carlo Rainaldi, come altri, ripropose nei suoi progetti modelli cinquecenteschi consolidati e sicuri, come San Giacomo degli Incurabili, su cui poi innestare specifiche soluzione ed accorgimenti.

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Gaspar Van Wittel – Piazza del Popolo, olio su tela, 1718

Così, svelato l’arcano, le due chiese gemelle di piazza del Popolo possono finalmente ricongiungersi alla loro sorella maggiore per costituire insieme un unico magnifico esempio della ricerca architettonica cinque-seicentesca.

MAPloft, un piccolo gioiello d’architettura contemporanea a Roma

Se siete amanti dell’architettura e rimanete estasiati di fronte alla genialità di Le Corbusier e Bruno Munari, non fatevi sfuggire questo piccolo gioiello ricco di citazioni dei grandi maestri. Un capolavoro dello studio d’architettura RDM, architetti associati.

Vederlo in foto incuriosisce e non poco, ma visitarlo in prima persona è tutta un’altra cosa.

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Arrivati in Via Pilo Albertelli n°5, nel Quartiere Prati di Roma, ci appare un piccolo, ma robusto e articolato, portale di ingresso, a doppia battuta, realizzato in acciaio con trattamento ferro-micaceo e  vetri satinati. Entriamo lentamente, poiché già molti dettagli del portale catturano la nostra curiosità: il design “neoplastico” della ripartizione tra parti in ferro e parti in vetro, la cassettiera della Posta “a ribalta”, l’anta maggiore scaffalata all’interno, in citazione della “finestra arredata” di Giò Ponti, l’ …. “invece dello spioncino” che rifà il verso a uno dei tanti creativi scritti di Munari, intitolato “Invece del campanello“.

Una volta all’interno, lo spazio esplode verticalmente nell’altezza dei 3.95 metri dello storico locale. Procedendo, l’interpiano subisce uno schiacciamento. Superiormente, è stato infatti realizzato un soppalco longitudinale che fa da servizio a un’imponente parete libreria che va da sotto a sopra.

Intercetta la “doppia altezza” lo sporto di un balconcino che sembra un piccolo “profferlo” d’architettura mediterranea, mentre occhieggia al pianerottolo allungato della Casa La Roche … E’ un punto panottico, come nella celebre Maison di Le Corbusier, che domina l’intero spazio, già strutturato come un totale open plan.

Superiormente c’è la cucina, dal profilo sinuoso che ribatte, inferiormente, il volume del bagno. Al livello interrato, ci conduce una “scala viennese”, che cita l’Adolf Loos della Siedlung Babi del 1931, e le cui “alzate” sono altrettanti cassetti di una divertente scarpiera verticale.

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Il Loft, derivante da un recupero di un locale a uso commerciale, in un immobile del 1939, si articola su tre livelli, da -2,85 m fino a +3,95 m. È un luogo polivalente extra-domestico. Chi si trova a superare i 190 cm di altezza può storcere il naso di fronte ai “rischiosissiomi” interpiani minimi. Tuttavia, essi sono organizzati in modo funzionale e percettivamente non opprimente, essendo i solai ripetutamente forati e interrotti per consentire viste plurime, dall’alto in basso e viceversa, in orizzontale, da dentro a fuori, in diagonale.

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Incuriosisce ulteriormente il visitatore, la parete microforata in lamiera, che riproduce la “fantasia” delle “forchette-mani” di Munari, e che si estende dal punto più basso a quello più alto del locale.

 

Giovanni B. Croce