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Roma capovolta

Colosseo

“Rendi visibile quello che, senza di te, nessuno avrebbe mai visto”

Di origine toscana la sua anima ribelle di artista lo spinge a Roma dove trascorrerà la maggior parte della sua vita. Ciò che caratterizza i suoi lavori sono le continue sperimentazioni nel campo dell’arte visiva. Nel corso degli anni la sua attività ha svolto il ruolo di mediatrice del mondo visibile.

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Attraverso le sue opere vuole immortalare un pensiero e trasformarlo in un’immagine eterna.

La splendida cornice dell’area archeologia dello stadio di Domiziano ospita in questi giorni la mostra fotografica di Brunacci: “Rumon – e all’inizio fu acqua” tratta dall’omonimo libro. Racconta la storia di Roma, città eterna rappresentata per la prima volta con altri occhi, quelli dell’artista che la vede riflessa nelle pozzanghere e nelle fontane.

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“Evoca la storia giocata lungo la via d’acqua per eccellenza, il fiume, il Tevere. E’ Rumon – nome con cui la chiamavano gli antichi migranti ”

L’esposizione altro non è che un viaggio per immagini dalle quali affiora la bellezza di Roma come un tesoro nascosto ma diffuso. L’elemento dell’acqua dona alle immagine un carattere quasi surreale grazie a una prospettiva del tutto nuova.

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“Ogni immagine è uno specchio nel quale il tempo non trova accoglienza, è una chiave di lettura per riconoscere una vocazione antica di «città del fiume». Con le sue pietre sacre, i frammenti di mosaici millenari; i ruderi avvolti dalla polvere gialla delle terme dell’imperatore Caracalla; le mura del tempio dei gladiatori e persino le linearità dell’architettura razionale del quartiere Eur all’estremo sud. La mostra inscena un cammino nella storia di Roma, rappresenta l’incontro con la sua eredità e ne veste di poesia il suo eterno esistere.”

I 3 tipi umani del romano al mare

elena-santarelli-mare-look-2013-instagram-1Se al tavolo da gioco si misura il signore, nel modo di approcciare la bruschetta con le telline si mette alla prova lo stile. Allo spuntare del primo sole il romano si prepara a solcare le spiagge del litorale laziale. Imperativo: abbronzarsi e sfoggiare il lunedì seguente in ufficio quell’inconfondibile segno degli occhiali sperando che qualcuno faccia la fatidica domanda: “Ma sei andato al mare?”. Dimenticate materassini, pranzi al sacco e sedie pieghevoli, il sole si prende attavolati di fronte a un fumante spaghetto alle vongole. Ci sono tre principali tipi umani che potete incontrare il sabato/domenica a pranzo al mare:

images (1)Tavolo prenotato ore 14 (abbondanti): Arrivano con la Mini cabrio o con la Smart. Lui: mocassino, giubbotto di renna e maglietta girocollo con il taschino a contrasto. Lei: jeans, canottierina e una grande borsa che contiene prima di tutto la Nivea Blu. Temprata da un intenso anno di palestra, aspettando di mangiare si mette anche in costume (a fascia fluo) a prendere il sole. Immancabili per entrambi gli occhiali da sole specchiati. Tavolo prenotato vista mare, le vacanze di Pasqua si avvicinano e un minimo di tintarella (da integrare con qualche lampada) è obbligatoria. Menù: “antipastino misto” (Bruschetta alle telline, insalata di mare, due fritti per gradire), pesce al forno con patate.

Tavolo prenotato ore 13.30: Stacanovisti dell’abbronzatura, partono presto perché se no poi “c’è fila”. Lui: segno distintivo Adidas con calzino, che sfoggia orgogliosamente nelle sue passeggiate sulla spiaggia e nella successiva partita di calcetto. Lei risponde con uno stivaletto scamosciato alla Peter Pan, magari mette i calzini ma da qualche parte dentro di se sa che è sbagliato quindi si toglie scarpe e pedalini con un gesto fulmineo e li nasconde nella borsa (che ospita già il pallone da calcio di lui). Menù: fritto di calamari e gamberi e spaghetti “a vongole”.

verdone-175904Tavolo prenotato ore 12 (in punto): quale abbronzatura, loro vengono solo per lo scialatiello allo scoglio. Se fuori posto non c’è mangiano anche dentro, tanto torneranno anche domani. Non portano neanche il costume perché all’occorrenza si levano la maglietta e si rimboccano i jeans. Più complicata la situazione per lei che anche con 30 gradi non rinuncia al leggings nero o, peggio, al vestitino con i collant neri (ma velati perché “è estate”). Conoscevano il vecchio proprietario e anche lo spaghetto “prima era tutta un’altra cosa”. Guardano con diffidenza quelli che insidiano il loro ristorante solo il sabato e la domenica. Menù: Gran fritto misto, bruschetta al pomodoro e piatto del giorno.

Divisi per stile, look e visione del mondo,questi tre tipi umani sono uniti da una cosa sola, il fritto di moscardini che si contenderanno fino all’ultima porzione.

La parabola dei “The Martinez Brothers”

A questo mondo non è semplice uscire da scenari quali il Bronx ed esser conosciuti per la propria musica. Non è semplice neppure raggiungere le vette mondiali dell’elettronica, ma ciò che è ancor più arduo è restare ed incrementare il proprio successo rimanendo fedeli a se stessi. Nonostante tutte queste difficoltà, due fratelli di New York City stanno riuscendo in questo compito. I loro nomi sono Steve & Chris Martinez e per l’appunto formano il duo di tech-house “The Martinez Brothers”.

La loro storia si può definire come un’avventura tipicamente americana. Infatti, Steve e Chris Martinez hanno iniziato a suonare e sperimentare a casa, si sono impegnati in diverse formazioni e come da buona tradizione statunitense si conviene, hanno persino calcato la scena di alcune chiese. Non discostandoci troppo dal tema sacro prendiamo come riferimento il numero “tre”. Sono tre, infatti, i momenti chiave per il duo statunitense.

Il primo punto di svolta per i due fratelli del Bronx è stato il club Shelter. Il Club Shelter è fin dai primi anni novanta il tempio della house e techno newyorkese. Un luogo che ha visto dare i natali sulla scena che conta a: Moby, Dmitry, Keoki e Jason Jinx. Ove però a guidare sapientemente ritmi e mani vi è Timmy Regisford. E’ proprio quest’ultimo, da sempre ammirato dai fratelli Martinez, ad ingaggiarli e farli conoscere al vero pubblico della tech house americana. Il secondo momento chiave è stato l’incontro con Dennis Ferrer e Jerome Sydenham, loro effettivi mentori. Anche in questo caso è stato seguito il classico copione americano: produzione e contratto nati da una richiesta del duo del Bronx attraverso il social MySpace. Alla Objektivity Record Label, sotto la guida di Dennis Ferrer e grazie a collaborazioni con mostri sacri quali DJ Sneak e Point G (DJ Gregory) hanno fatto emergere uno stile stratificato acutamente nella loro identità.

Infatti, ciò che distingue “The Martinez Brothers” dai loro coetanei è un senso del ritmo impregnato nelle loro radici latine e nel tempo trascorso all’interno di bande di chiesa dove hanno imparato a suonare le percussioni e le chiavi. Latin jazz, salsa, disco sono state le loro prime influenze e successivamente hip – hop, house e techno sono diventati il loro forte. Questo mix di due fratelli di origine latina nel Bronx ha ridato linfa vitale alla tech-house. Terzo momento fondamentale, ma d’altronde lo è per ogni musicista della scena tech-house, è stato quello segnato dall’entrata nel 2011 all’interno della famiglia del Circo Loco al DC-10 di Ibiza. E’ lì che hanno assorbito i suoni ed i ritmi fondamentali per divenire ciò che ora sono e rappresentano. Questo terzo e fondamentale momento rappresenta il punto cardine per ogni dj e specialmente per “The Martinez Brothers”. Il “live” è il loro vero punto di forza, infatti i loro dj set sono pieni di energia e superbamente curati e mai banali. L’esibizioni live dei “The Martinez Brothers” sono alimentate da una profonda conoscenza della cultura musicale condita da un’innata capacità di guidare la folla.

Ad ogni modo, la storia de “The Martinez Brothers” è la più grande dimostrazione di come la musica possa salvarti la vita. Di come per essere dj e produttori non basta saper mixare, ma è fondamentale conoscere la musica e riconoscere il ritmo delle proprie origini. E se tutto questo non vi ha convinto sul duo del Bronx, non vi serve altro che andare sabato prossimo al Capitol Club di Roma per giudicarli ed essere travolti dalla loro tech-house.

Rolling Stones a Roma: pro e contro

Una delle notizie musicali più seguite della settimana appena conclusa è sicuramente l’annuncio del concerto dei Rolling Stones che si terrà a Roma, al Circo Massimo, il 22 Giugno. Per qualche giorno in molti nutrivamo la speranza che il concerto potesse essere gratuito, seguendo la tradizione veltroniana dei concerti per tutti. Certo, sarebbe stato uno scandalo, visto come sono messe le finanze della Città Eterna, ma si sa panem et circenses non è mai fuori moda, e alla fine tra i tanti disagi che uno si becca tutti i giorni un bel concerto gratis avrebbe regalato uno sciocco sorriso almeno per una sera. E invece no, il concerto costa e pure parecchio (78 euro + prevendita), ma il prezzo purtroppo ci sta per vedere i “brutti, sporchi e cattivi”, anche se non è molto chiaro come chiuderanno l’accesso al Circo Massimo e alle zone circostanti. Le polemiche però non sono finite, perché la soprintendenza dei beni archeologici ha bocciato l’idea del concerto, ritenendolo il contesto di un grande concerto potenzialmente dannoso per il Circo Massimo. Peccato (?) che l’ultima parola spetti alla soprintendenza per i beni archeologici e ambientali del Lazio, che ha riconfermato il concerto.

Ora però veniamo a discorsi più sensati. Ha senso vedere i Rolling Stones nel 2014? Gli appassionati di musica sono molto divisi su questo tema. Io ho avuto la fortuna e il piacere di assistere al loro concerto milanese del 2006, tenutosi a qualche giorno dalla vittoria dell’Italia dei mondiali. A parte le ovvie (e noiose) considerazioni sul fatto che vedere “un pezzo di storia” della musica sia sempre bello, vanno chiarite un po’ di cose per chi si appresta a spendere “quasi na piotta” per un concerto. Premesso che il sottoscritto non ama i grandi concerti, caotici, faticosi, con un suono spesso di scarsa qualità, i Rolling Stones dal vivo sono un membro: Mick Jagger. Mick Jagger spacca. E’ in forma, balla come un pazzo e ha una voce sorprendentemente uguale a quella che conosciamo, cosa che capita molto di rado (signori, questi hanno alle spalle più di 50 anni di carriera). Gli altri stanno là, suonano. Richards è una leggenda, si vede che gli piace ciò che fa ma non è che gliene freghi molto di darlo a vedere. Wood è un ottimo professionista ma non l’ho mai amato come chitarrista. Watts, beh Watts non vorrebbe manco andarci in tour… Fate le vostre considerazioni. E’ altrettanto vero che non ci sono molti gruppi che possono permettersi di fare delle scalette con pezzi di livello stellare, sempre che non vi spiaccia troppo che la leggenda del gruppo sia in piedi grazie a un uomo solo, che però si chiama Jagger.

 

Ecco a voi la scaletta dei due spettacoli che i Rolling Stones fecero a Roma il 6 Aprile del 1967:

The Last Time
Paint It Black
Ruby Tuesday
Get Off Of My Cloud
Yesterday’s Papers
Lady Jane
Let’s Spend The Night Together
Satisfaction

The Last Time
Paint It Black
19th Nervous Breakdown
Lady Jane
Get Off Of My Cloud
Yesterday’s Papers
Ruby Tuesday
Let’s Spend The Night Together

La città de “La grande bellezza”

Prima scena: Roma dall’alto, vista dal Gianicolo. Quasi una cartolina, più che la scena di apertura di un film. Forse esageratamente poetica, con la sua luce esasperata e pungente; talmente surreale da sembrare una ricostruzione in un set cinematografico. Eppure, semplice rappresentazione di ciò che effettivamente costituisce quel brano di città.

La città de “La grande bellezza”: delle case che si affacciano su Piazza Navona o sul Colosseo, la Roma di Via Veneto e delle sue luci oramai spente. Una città che appare sospesa e fuori dal tempo, quasi cristallizzata in una fase di dormiveglia continuo e ininterrotto, nell’oblio delle percezioni reali.

Ne “La dolce vita” di Fellini, invece, la scena di apertura mostra un quartiere di Roma interamente in costruzione: l’elicottero vola sopra distese di nuove case, ovvero su quel grande cantiere che era la città degli anni ’60. Gli anni dell’espansione urbana, del miracolo economico e del cambiamento della società.

Il contrasto tra spirito classico e modernità è dunque reso in maniera sostanzialmente differente nei due film: il confronto tra i due termini sembra mancare nel primo esempio, mentre è fondamentale per la comprensione del secondo. Da una parte, una sorta di protezione ricercata nella condivisa rappresentazione del bello, dall’altra la consapevolezza che la bellezza può essere resa anche attraverso il contrasto tra due elementi dissimili.

La realtà contemporanea è più simile, paradossalmente, al caso del film di Fellini. Il processo di trasformazione del territorio che in quelle sequenze era documentato, ha continuato il suo lavoro per anni, e continua ancora oggi. La quantità di nuove costruzioni che non risparmiano quasi nessun angolo di territorio è il sintomo di una malattia dalla lunga decorrenza, che sembra sempre attiva nonostante il passare degli anni.

Il consumo crescente di suolo è quindi il sintomo più chiaro della mancanza di attenzione nei confronti della bellezza che ha contribuito alla costruzione della nostra cultura. Il territorio, per anni sfruttato oltre il proprio limite, risente oggi della mancanza di attenzione che è invece necessaria per garantirne la preservazione. E per consentire di trarne esempi e insegnamenti ancora utili ed attuali per la cultura contemporanea.

L’architettura, che rappresenta il veicolo principale attraverso cui giungere ad un felice rapporto tra natura ed artificio, assume un’importanza fondamentale in questo processo di riavvicinamento alla sensibilità estetica. Bisogna allora abbandonare la sua più recente declinazione in edilizia, e riprendere a cercare la sua forza ed essenza, anche attraverso un riconoscimento condiviso della sua poetica. Con la consapevolezza di creare, attraverso di essa, nuova bellezza da aggiungere al paesaggio che già possediamo.

Non solo paesaggio geografico, ma anche paesaggio intellettuale, ovvero quella serie di immagini e sensazioni che costituiscono il territorio comune sul quale è costruita la storia della nostra cultura. Attraverso tale coscienza, che deve quindi essere necessariamente collettiva, sarà possibile tornare a relazionarsi, senza sensi di colpa, con quanto ci circonda.

Siamo stati abituati per troppo tempo a non vedere quanto di grave è stato compiuto nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. Le città hanno perso gran parte della qualità della vita che dovrebbe caratterizzarle, ma allo stesso tempo le periferie e i piccoli centri non hanno saputo creare le risposte a tali criticità. Il limite tra aree urbane, periferie e campagne è ormai inesistente, troppo sfumato per poter costituire il limes riconoscibile del cambio di carattere che, invece, dovrebbe rappresentare. Anche nella differenza di necessità che ciascun ambito rappresenta. Probabilmente un approccio simile al ripensamento del rapporto uomo/territorio e territorio/bellezza può apparire semplicistico, ma almeno costituirebbe una prima risposta ad un problema lasciato irrisolto per troppo tempo.

Un film restituisce, per qualche ora, una serie di immagini di luoghi e di avvenimenti. Attraverso le sue inquadrature creiamo uno spazio immaginario che risponde ai canoni estetici di chi lo rappresenta. Ma deve essere fondamentale continuare a vedere bellezza anche una volta riaccese le luci della sala e tornati per strada, dove le immagini sono quelle della realtà.

Alessio Agresta – PoliLinea

Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

Herb Ritts: il fotografo che inventò il glamour

Madonna nella Copertina di True Blue
Madonna nella Copertina di True Blue

Una mostra sul re del glamour, leggenda della fotografia degli anni Ottanta e Novanta. Da Liz Taylor a Julia Roberts, da Cindy Crawford a Naomi Campbell, sono tantissime le celebrità che grazie agli scatti in bianco e nero di Herb Ritts sono state avvolte da un alone di fascino. Ritratti di uomini e donne prima che di celebrità, l’ironia o la sensualità delle persone prima che dei personaggi.

Se le fotografie di Herb Ritts potessero parlare racconterebbero la storia della nascita delle grandi riviste patinate (Vogue, Vanity Fair), l’era delle top model, i tempi in cui il mestiere di attore e attrice divenne sinonimo di star. Ecco infatti il famoso scatto con un ancora giovane e sconosciuto Richard Gere, amico d’infanzia del fotografo, fermo ad una pompa di benzina con canotta bianca e sigaretta in bocca. Un’immagine quasi casuale, che finisce sulle pagine di Vogue nel 1978 e sarà il lasciapassare verso il successo per entrambi. Poco dopo Gere sarà il protagonista indimenticabile di American Gigolò, e Ritts prenderà il posto di Avedon e Penn nell’Olimpo dei fotografi di moda. Anche Madonna si affidò a lui per reinventare la sua immagine. È anche grazie a quella foto firmata Ritts sulla copertina dell’album True Blue, tra i suoi primi successi, che l’ex material girl rimane un’icona degli anni ’80. Tra gli oltre cento lavori esposti a Roma c’è anche una giovanissima e quasi irriconoscibile Julia Roberts fotografata infreddolita nell’acqua del mare.

Attori e modelle ritratti “In piena luce”, come recita il titolo della mostra all’AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma fino al 30 marzo 2014. durante attimi di vita quotidiana, nelle feste a bordo piscina, ma anche le immagini della California, Ritts era infatti nato a Los Angeles e il suo reportage sull’Africa. Il fotografo americano, scomparso nel 2002 a soli cinquant’anni, è ricordato insieme a Herbert List e Helmut Newton come uno dei grandi nomi della fotografia mondiale, per essere riuscito a raccontare, attraverso il suo obiettivo, un pezzo di storia della società degli ultimi quarant’anni.

HERB RITTS, IN PIENA LUCE
ROMA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

DALL’11 DICEMBRE AL 30 MARZO 2013

 

Storia di un piccolo grande contributo all’architettura


La Chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco a Roma.

Incisione della chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco a Roma del Vasi

Ufficialmente questo tempio sacro fu iniziato con la posa della prima pietra per mano di papa Clemente XI, Giovanni Francesco Albani, nel Settembre del 1714 e venne consacrato al culto pubblico dal Cardinale Lorenzo Corsini (futuro papa Clemente XII)nel 1719, nuovamente in Settembre. A prima vista sembrerebbe quindi una chiesa come tante altre che si incontrano in giro per Roma passeggiando fra i vicoli ma, proprio per questo motivo, nasconde una storia non poco affascinante.

Per chi intanto si stesse chiedendo dove si trova questo piccolo gioiello, basti dire che è localizzato in un isolato del rione Pigna, nei pressi di Largo di Torre Argentina e, proprio a causa della locazione, la chiesa presenta un unico prospetto dato dalla facciata. La stessa si nota perché è articolata in tre arcate, chiuse da alte e robuste cancellate di ferro, dietro le quali si impostano volte a botte che dividono il portico dalla parte superiore, da cui sporge solitario e solenne il busto in travertino di S. Francesco con le braccia protese verso il cielo in atteggiamento di preghiera. Tutto ciò sembrerebbe nella norma ma già qui basta una piccola ricerca per scoprire che questa statua è opera di Antonio Raggi di Vico Morcote di Lugano(1624-1686), uno dei più cari collaboratore di Gian Lorenzo Bernini, il quale non accontentandosi di sfruttare l’esperienza del Maestro pensò bene di arricchire il tutto con alcuni cherubini di stampo borrominiano, senza però comprenderne il significato, il che non è novità.

Viste della chiesa oggi
La chiesa sorse in luogo ad un preesistente sacello medievale, intitolato ai Santi Quaranta Martiri de calcarario, in quanto sorgeva nelle vicinanze di alcune fonti di calce, come si scopre leggendo una piccola lapide conservata nella sacrestia, risalente addirittura al 1298. Nel 1597 la chiesa passò alla potente Arciconfraternita delle Sacre Stimmate di San Francesco, la quale decise di costruire una nuova chiesa ma non trovò i finanziamenti. Trovata la maniera per avviare la fabbrica, nei primi anni del Settecento, si passò alla redazione del progetto che fu affidato all’architetto Giovan Battista Contini (1641-1723) che intraprese i lavori di demolizione della chiesa medievale preesistente ma non terminò la nuova, giacché la fabbrica passò di mano ad Antonio Canevari, il quale senza farsi troppi problemi decise di modificare il progetto, a suo giudizio “troppo movimentato”. L’impianto, con tre cappelle per lato tra loro comunicanti è un retaggio delle chiese della controriforma della seconda metà del XVI secolo, specialmente la chiesa del Gesù di Roma di Jacopo Barozzi da Vignola, ed è evidente il riferimento alla cappella dei Re Magi di Propaganda Fide di Francesco Castelli detto Il Borromini, per quanto attiene ai diedri concavi, mentre riecheggia il Bernini nei motivi classici.

Pertanto si tratta di una delle tante chiese che testimoniano quella fase di transizione dalla sfarzosità del tardo Barocco a nuove istanze di austerità e classicità che già allora cominciavano a tornare in voga. Il che era in linea con i  nuovi dettami dello Stato Pontificio, incarnati allora nella figura di Carlo Fontana, e in continuità con le istanze pauperistiche dei membri della Arciconfraternita, giacché si trattava di francescani. Questi infatti, peraltro,vollero e ottennero un edificio sacro povero,contrassegnato soltanto da quadri e stemmi francescani ed improntato ad un carattere minoritico anche nelle linee e nelle decorazioni architettoniche. Tale criterio, tuttavia, non ha affatto pregiudicato l’edificio, anzi, ha favorito la creazione di un monumento severo ed arioso, curato nei minimi particolari, come si nota dall’utilizzo di archi e lesene scanalati e dorati.

Ma non è finita qui; se infatti capita di andare in giro per Torino, può accadere di entrare in una chiesa intitolata a San Filippo Neri, opera di Filippo Juvarra, e notare una strana somiglianza proprio con la chiesa di Contini. Potrebbe sembrare un caso ma invece è proprio la realtà e questo perché Juvarra, in questo che è uno dei suoi più importanti incarichi,si riferisce proprio a Contini e non solo nell’impostazione dell’impianto, ma anche per quanto riguarda i coretti e le mensole.

Confronto tra le due chiese
Ecco quindi che una piccola chiesa, quasi sconosciuta non è altro che l’archetipo di un’altra ben più grande, lontana e importante e si ricostruisce quel filo rosso invisibile che, volente o nolente, è sempre esistito nell’architettura.
Iacopo Benincampi – PoliLinea
 

Via Panisperna

Roma

Caterina Della Porta

Le virtù nascoste della Scalinata di Trinità dei Monti

Vista Scalinata

Non è un caso se la bella, anzi bellissima, Scalinata di Trinità dei Monti, realizzata tra il 1723 e il 1726 su progetto dell’architetto romano Francesco De Sanctis (1693-1740), sia stata l’oggetto di una provocazione che ha guadagnato il secondo posto in un concorso recentemente pubblicato; essa, infatti, costituisce non solo un raccordo scenografico tra le pendici del Pincio dominate dalla chiesa della SS. Trinità dei Monti e la sottostante piazza di Spagna ma è anche uno snodo fondamentale della viabilità pedonale. Questo perché permetteva, e permette tutt’oggi, di collegare il Tridente leonino con la via Sistina e via Pia, strade allora fondamentali nella viabilità urbana romana, e creava un accesso rapido e diretto in direzione dell’antico Porto di Ripetta, opera di Alessandro Specchi, che ancora fino all’Ottocento rappresentò un fondamentale punto di approdo delle merci che rifornivano Roma.

L’idea di superare il forte dislivello con una scalea è documentata già nel 1559. Venti anni dopo la Camera Apostolica acquistò il terreno ai piedi della chiesa per realizzare la scalinata che negli intenti di Papa Gregorio XIII (1572-1585), Ugo Boncompagni, doveva essere “simile a quella dell’Aracœli”. Solo però nel 1660, grazie al lascito del francese Stefano Gueffier, si cominciò a ragionare sulla sua effettiva realizzazione e furono redatti molteplici progetti da parte di numerosi architetti: è di questo periodo, fra gli altri, quello attribuito alla bottega di Gian Lorenzo Bernini, fondamentale per la successiva progettazione in quanto propose l’andamento concavo-convesso delle pareti e le rampe a tenaglia. Sorse parallelamente allora anche l’annosa controversia tra lo Stato della Chiesa e la corona di Francia circa l’area interessata, la qual cosa costituì una delle cause del mancato avvio dei lavori. Infatti là risiedeva anche l’ambasciatore spagnolo e un simile atto appoggiato dalla Francia lo avrebbe considerato come un insulto personale. 

Fortunatamente la cosa si risolse e, nel 1717, Clemente XI, Giovanni Francesco Albani, decise di bandire un nuovo concorso a cui parteciparono i maggiori architetti del tempo. I lavori, però, sempre a causa della citata controversia, iniziarono solo sotto Innocenzo XIII, Michelangelo Conti. Ne è testimonianza un piccolo dettaglio che poi tanto piccolo non è nella dimensione; infatti sui cippi alla base del monumento si incontrano incise le aquile araldiche della sua casata papale, i Conti, fiancheggiate dai gigli di Francia.

I lavori furono terminati alcuni anni dopo, nel 1726, sotto Papa Benedetto XIII, Pietro Francesco Orsini, grazie soprattutto all’appoggio finanziario del re di Francia Luigi XV.

La lunga scalinata, che sembra adagiarsi sul colle articolandosi in un continuo alternarsi di sporgenze e rientranze, è espressione di una monumentalità tipica del settecento romano che la accomuna ad altre importanti realizzazione urbane del secolo come il porto di Ripetta (demolito alla fine del XIX secolo) e la fontana di Trevi. A ciò si aggiunge anche il forte adattamento al contesto urbano del manufatto, insolito per quei tempi, e per questo considerabile come elemento caratterizzante.

Un dettaglio in particolare però colpisce l’attenzione di chi osserva il progetto e si tratta della ripartizione ternaria. Certo, la prima cosa che verrebbe alla mente sarebbe la Santa Trinità ed effettivamente è a questo che si richiama il progetto; ma se si prende in considerazione l’insieme dei due assi che legano il porto di Ripetta alla chiesa della SS. Trinità dei Monti attraverso la chiesa concava della SS.Trinità degli Spagnoli (non è un caso quindi che il concetto informante il progetto sia la tripartizione) ci si accorge che lo stesso segno si ripresenta anche nella scalinata, ormai distrutta, che definiva l’accesso al Tevere del porto. 

Rione Campo Marzio, in evidenza il Controasse al Tridente leonino

Potrebbe essere un caso, ma siccome non lo è mai, occorre indagare più a fondo, ed è proprio così che si arriva a comprende la grande abilità di De Sanctis, il quale intendendo perfettamente quel segno di Specchi, che a sua volta forse trova origine nel progetto mai realizzato di Francesco Castelli detto il Borromini per la controfacciata di San Giovanni in Laterano, capì che quello era il modo di ricollegare visivamente tutto il percorso giacché, come insegnano le numerose discussioni sulla pubblicità occulta, il nostro cervello interpreta, registra e memorizza certi segnali anche se noi non ci facciamo caso. 

A. Specchi, Porto di Ripetta

È stato, il richiamo di De Sanctis, un gesto di grande accortezza che, allora più che oggi, avvalorava la viabilità principale romana, rafforzando un senso di conoscenza interiore della città; quello che definiremmo con l’espressione “la conosco come le mie tasche”. 
Iacopo Benincampi – PoliLinea