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Pensa sempre alla città


Ogni intervento presuppone una distruzione, distruggi con senno.

Luigi Snozzi

Durante il mio primo corso di composizione architettonica, prima di chiedere al professore di revisionare il mio progetto, mi sottoponevo, un po’ per paura un po’ per rispetto, ad un controllo preliminare: mi domandavo se il mio edificio si relazionasse bene con il contesto, se fosse coerente nella sua struttura, se lo spazio fosse ben risolto dal punto di vista distributivo. Erano solo pochi degli elementi che caratterizzano un’architettura, eppure mi sembravano infinitamente complessi, mai conciliabili, irrisolvibili tra loro. Allora ho avuto la percezione che l’architetto si muovesse sul terreno del progetto come su un campo minato, con l’attenzione di chi ha per le mani più di una matita, e solo con il tempo e lo studio sono riuscito ad attenuare questa sensazione e a normalizzare i processi di pensiero ed emotivi che sottostanno all’atto creativo. 

Progettare all’interno del centro storico di una città come Roma, che vive problematiche complesse su una scala non gestibile dal singolo, richiede forse quel tipo di attenzione, certamente quel desiderio di coerenza. Negli anni si è detto molte volte che il cuore di Roma è stato tenuto sotto una teca, paralizzato dalle soprintendenze, condannato dall’atteggiamento reazionario di una certa scuola di pensiero. Ad una più attenta analisi però sembrerebbe che a Roma negli ultimi anni si sia costruito tanto: alcuni edifici come il nuovo centro congressi di Fuksas, il museo dell’Ara Pacis di Meier, ill Maxxi della Hadid, il Macro dello studio Decq hanno certamente attirato l’attenzione più di altri, ma in tutta la città l’attività edificatoria è stata intensa. Meno sotto i riflettori, ma non meno rilevanti dal punto di vista urbano, gli interventi della nuova stazione Tiburtina di Desideri, le torri Eurosky di Purini, il ponte sull’Ostiense di Del Tosto, il ponte della Musica, lo scheletro della non finita città dello sport di Calatrava. Più contenuti, ma non meno significativi, gli interventi nel Municipio Roma I: la pedonalizzazione della via dei Fori Imperiali, la nuova biblioteca Hertziana di Baldeweg, lo showroom Louis Vuitton di Peter Marino, il nuovo store della Benetton (ora store H&M) di Fuksas, il prossimo store della Fendi a Roma già assegnato a Jean Nouvel. 

Dal solo elenco emerge un primo dato importante, che riflette uno dei problemi della politica urbanistica della capitale: molti degli interventi nel centro hanno carattere commerciale. Sono convinto che l’ omogeneità di aree nevralgiche in città complesse appartenga a concezioni urbanistiche ormai superate, che si sono già dimostrate fallimentari. La centralizzazione delle attività di prestigio in poche, protette zone della città porta ad un circolo vizioso nel continuo aumento del valore di mercato degli edifici e dei terreni e alla svalutazione delle aree in cui queste non sono presenti. In particolare, in città in cui la qualità della vita, dell’edilizia e della pianificazione ha una distribuzione pressoché radiale, con una degradazione – eccetto poche eccezioni – verso i suoi estremi, scelte di questo genere non potranno che acuire le patologie di cui già essa soffre. Non è questa la sede per analizzare le dinamiche e le problematiche di Roma, molte delle quali strutturali e non facilmente risolvibili, ma certamente la tendenza alla specializzazione del suo centro in area commerciale di lusso è un dato su cui riflettere, forse partendo proprio dalla natura architettonica degli interventi sopracitati. 

L’edificio progettato da Massimiliano Fuksas è già stato ampliamente discusso, spesso criticato, a causa della sua copertura vetrata, elemento eterogeneo tra i tetti della Roma antica. La nuova cupola di Roma è in realtà solo l’elemento conclusivo di una struttura organica che contamina l’interno dell’edificio, trovando il suo sfogo sotto il cielo. Ma tornando alla citazione di apertura credo sia opportuno domandarsi, riconoscendo che evidentemente l’intervento modifica l’equilibrio del tessuto: questa modifica è portatrice di valore o no? Può la natura gestuale di un intervento relazionarsi correttamente con le stratificazioni della storia e della materia? Certo l’edificio, dalla strada, non mostra quasi alcuna modificazione, ma l’architettura storica, forse a differenza di una certa architettura contemporanea, non vede separazione, per sua propria natura strutturale, tra l’involucro e il suo spazio interno. La creazione di questa frattura avrebbe forse richiesto un intervento più attento o, quanto meno, più coraggioso.

La stessa logica dello svuotamento è seguita dall’intervento di Peter Marino in piazza San Lorenzo in Lucina per lo store di Louis Vuitton: facciate ristrutturate nascondono interni fluidi e scintillanti, caotici e riflettenti, la cifra stilistica di una modernità dal gusto, un po’ superato, per l’eccesso. 

La biblioteca di Baldeweg porta invece alcune differenze rispetto ai precedenti esempi: l’antico edificio di via Sistina, che presentava difficoltà strutturali e inadeguatezza dal punto di vista della sicurezza, aveva bisogno di interventi importanti. Ai precedenti problemi si aggiungevano la mancanza di spazio per la conservazione della grande mole di volumi e la scoperta di un sito archeologico proprio sotto lo stabile, con la conseguente proibizione di un sistema di fondazione tradizionale. Il progetto presenta scelte mature e dal sapore contemporaneo, pur rispettando le istanze storiche della preesistenza: dove un tempo era il giardino di Palazzo Zuccari, Baldeweg posiziona un cortile vetrato che sfocia in un lucernario trapezoidale. L’articolazione degli spazi attorno al cortile è semplice ed elegante, consentendo una giusta illuminazione e provvedendo un sistema di conservazione compatto dei volumi.  

Cosa, in definitiva, si chiede per la città consolidata? Non la conservazione, se la si intende come la glaciazione della sua immagine o la museificazione, ma piuttosto la difesa delle sue qualità, dal punto di vista architettonico e urbano. Si chiede che mantenga la sua complessità, la varietà, la vita. Personalmente non credo che questo obiettivo sia necessariamente conseguibile con un’architettura di grido, con il gesto eclatante, la struttura ardita; forse il senno, la misura saranno migliore guida in questo processo.

 Matteo Baldissara

RoMERCHANDISING


Roma, centro storico: se ne vanno le auto aumentano i turisti, se ne vanno i turisti aumentano le auto.
Così sono le fasi, così le stagioni di questa eterna, consumata città.
Una mattina ti svegli e ti ritrovi inceppato nel più caotico dell’arcitraffico romano, il giorno dopo rimani congestionato nei vicoli straripanti di alluvioni di turisti, che piovono così dagli aerei di compagnie da tutto il mondo. 
Al povero cittadino il dilemma: non si sa che preferire.
Il centro storico di Roma va via via assumendo la stessa conformazione di vetrina museale, propria di città come Venezia e della più vicina Firenze. Roma in tutti i suoi grandiosi monumenti diviene così un pentolone d’icone.  Eppure l’icona d’oggi è un prodotto di poca durata, scadente, in cui tutto viene gonfiato per produrre intrattenimento in ogni sua forma. A questo vogliamo ridurre il Colosseo? A puro intrattenimento. Lo stesso marmo romano perde la sua nobile natura.




Le scelte politiche degli ultimi vent’anni confermano la direzione: Roma nuova Eurodisney. Un grande parco archeologico all’interno, il più grande del mondo sottolinea il nuovo sindaco, ed una serie di astronavi all’esterno, dai ponticostruiti da società d’ingegneria inglesi alle nuvole sollevabili solo col profumo dei soldi.  Pensando poi alla città della scienza: un altro scheletro bianco in questo tetro cimitero degli elefanti.
Una Roma di carcasse spolpate da quattro obese archistars.
Tali interventi non sono giustificati sotto il punto di vista funzionale: cosa ha risolto la pedonalizzazione parziale e puntuale di un’arteria?; A cosa serve un nuovo centro congressi al fianco del palazzo dei congressi di Libera?; Per cosa ponti strutturalmente così ipertrofici se la portata di traffico da sopportare non è così eccessiva? Icone per l’appunto. Grande effetto visivo e mediatico, pochi e molto costosi risultati all’atto pratico.

Nel frattempo la città storica è presa d’assalto dall’occupazione del suolo pubblico da parte di tavolini e bancarelle, non esistono controlli o quantomeno i soldi di questi remunerativi esercizi li incassa chiunque fuorché il cittadino.
Lo stereotipo la fa da padrone, il cliente cambia di giorno in giorno, diviene numero e banconota. La sua presenza è ridotta al puro guadagno. Nemmeno più la voglia di camminare con i propri piedi, ormai si procede coi Segway lungo le strade. Giri turistici da venti monumenti in tre ore. 
E giù a scattare foto, per possedere quel luogo senza averlo nemmeno minimamente conosciuto, ascoltato, rispettato.
La conquista non è possessione, la conquista sta nel fare proprio e nel prendere parte attraverso la conoscenza. Appartenere. E per appartenere si deve esplorare: rifiutare l’ atteggiamento di consumo e accoglierne uno di esplorazione. La stessa accessibilità dei luoghi richiede una riflessione: certe scalinate son tali perché la fatica dalla salita è necessaria alla conquista, all’appartenenza.

I residenti, coloro che più appartengono, stanno lentamente abbandonando il centro per colpa di affitti troppo esosi. Il risultato sono quartieri abitati temporaneamente da turisti. Gli spazi divengono dei prodotto-luoghi, si vendono e per tale motivo si appiattisce la complessità in cambio di una banalità immediata, comprensibile per l’occhio svelto del turista. Un’operazione urbanisticamente brillante e politicamente d’effetto sarebbe quella di assegnare cellule abitative di quartieri del centro di proprietà del Comune a famiglie e giovani in difficoltà d’alloggio, come fu per Tor di Nona e Campo de’ Fiori negli anni ’70, ponendo freno alla realizzazione di nuovi Residence di Charme Hotel e B&B.

Cercare respiro nella pianificazione, nel tentativo di riordinare questa metropoli secondo logiche di vita urbana e non di mercato. Tale complessità richiede forza lavoro intellettuale e considerando i ventidue mila architetti che affollano le pagine dell’albo laziale si domanda alle amministrazioni com’è che tale forza venga sopratutto ricercata nei costosi studi esteri. Il ruolo dell’architetto si è ridotto così ad una figura ormai ininfluente, che si barrica in trincea accapigliandosi con la sovrintendenza su quanto poter “creare” di nuovo ed innovativo.



Sotto il nostro naso il mercato sta eliminando le basi per la vita urbana o la vita in quanto tale.

Eppure vorrei ricordare:
If you don’t belong you not be long,
se non appartieni non duri,
ahi me e al Merchandising romano.

Isabella Zaccagnini – PoliLinea

Roberto Bolle

Roma

Caterina Della Porta

Maxxi-Reflex

Roma

Eleonora Lattanzi

 

La mia Città. La mia città è bella e piena di tante cose belle. Nella mia città ci vive la mia mamma e il mio papà e anche la nonna e il nonno.

A volte si ha la sensazione di non sapere bene quello che si sta facendo. Si pensa che tutto sia possibile: nihil difficile volenti, si diceva. Ebbene, con questo brocardo latino e tramite uno dei miei tanti voli pindarici offro la mia mente al viaggio. Si è vero, io spesso e volentieri ho criticato la mia città, ne ho messe in evidenza le difficoltà, esaminati i problemi e tentato nel mio piccolo di rintracciarne delle soluzioni. Ma poi? Alla fine mi domando, ma a che serve che io mi sprechi in questo? A che serve che io tenti, alle volte invano, di rendere partecipi i miei lettori delle mie idee su come la città dovrebbe funzionare e come le cose sarebbe opportuno che andassero. Io sì, ho sempre criticato la mia città. Si critica qualcosa che non si ama? Mi viene in mente un esempio. Svariati anni fa, mi è capitato di raggiungere Reggio Calabria in macchina. Ho percorso tutta l’A3 e mi sono ritrovato dopo un numero non identificato di ore e cantieri mobili, ma non temporanei, in un agglomerato urbano di dubbia morfologia, caratterizzato da escrescenze e protuberanze mostruose che si perdevano a vista d’occhio e che si dipanavano da un vicolo attraversato da panni stesi che cavalcavano un viadotto in cemento armato la cui armatura affiorava alla mercé di ruggine e salsedine. Ebbene, ne rimasi allibito, sconvolto e stordito. Tuttavia, anni più tardi mi sono reso conto che quanto avevo visto non mi aveva lasciato nulla, non mi aveva trasmesso quel senso di fastidio e di rammarico che invece provo tutti i giorni attraversando la mia di città. Questa è una banalità, direte voi, e sicuramente avrete ragione. Eppure voglio cercare di richiamare qualche piccola immagine e sensazione, nella speranza che possano essere a qualcuno familiari. Sono convinto, da diverso tempo a questa parte che, chi nasce e cresce a Roma non possa non sviluppare un attaccamento, un affetto, una familiarità molto difficili da spiegare a parole. Parlo di una di quelle sensazioni e sentimenti che, come il philotimogreco, sono difficilmente traducibili. Per intenderci, non sto parlando “dell’arancia che rosseggia ancora sui sette colli”, o “der cuppolone” o “der fontanone” che si vedono in lontananza. La mia pretenziosità e alterigia non me lo consentono! No, parlo di un’emozione, il più delle volte piccola, che solo i romani nel profondo possono capire, passeggiando per la nostra città. A questa conclusione sono arrivato seguendo un pensiero della mia ragazza, cui sono andato dietro. Al pensiero…non alla ragazza! 

Scorcio di Piazza Sant’Egidio verso Vicolo del Bologna
Mi ha fatto notare durante un pomeriggio di luglio seduto ai tavolini all’aperto in piazza Sant’Egidio che “sì, Trastevere è bellissima con questa luce, con poca gente che passeggia, però se guardi bene questo scorcio non ha niente di così diverso da quello che potrebbero avere tanti altri centri città italiani. Si discosta parecchio invece dagli scorci davvero romani del centro”. Ed è dannatamente vero, come ho fatto a non pensarci? Sebbene spesso molti assimilino il concetto di Roma a Trastevere non è lì che va ricercata quella sensazione di vera e profonda appartenenza a Roma. È in centro. Lì si possono trovare vie e vicoli compresi tra grandi palazzi nobiliari i cui soffitti a cassettoni richiamano una grandezza e una serenità ancora in minima parte custodita da quelle strutture. Si respira un’aria che solo qui è possibile trovare. Un’immagine stupenda di quello che voglio dire è fornita da qualche fotogramma dell’Avaro, di Alberto Sordi. È un film comico, seppur della comicità estremamente delicata di un maestro, è vero. Si osservano alcune scene nel giardino del palazzo girate di prima mattina. La luce che attraversa quell’aria fresca e si getta sulle piante contornate di muratura chiara ed elegante, non ho mai capito perché, comunica parte di quello che io, a parole, non sono in grado di fare. Un po’ come attraversare Villa Borghese in autunno quando la terra umida tira fuori l’odore delle ghiande cadute dagli elci e dalle querce. Lo so, sarò matto, ma io quell’odore esatto lo sento solo a Roma. In nessun altro parco che abbia attraversato sinora l’ho percepito. Credo sia tutto riconducibile all’infanzia, odori, suoni, sensazioni e sapori che sono il nostro patrimonio e rimangono con noi per tutta la vita. Questi con buona probabilità sono alcuni dei motivi per cui trovo sempre molta difficoltà a pensare di dare l’addio definitivo a lei che, nel bene e nel male mi ha cresciuto.

Lo so sono diventato smielato, non è il mio stile, ma alle volte si sente il bisogno di comunicare anche qualcosa di più del semplice monito all’efficienza, alla buona mobilità e a dare una sistemata ai trasporti che, restano senza pensarci due volte una tragedia di questa città che in pochi riescono a comprendere fino in fondo. Il nostro nuovo sindaco per ora si è dimostrato piuttosto competente in materia, o quantomeno informato da persone in gamba. Ha snocciolato il tasso di motorizzazione cittadino con competenza, non buttando numeri a caso qui e là ma commentandoli appropriatamente. Ha detto, infatti, che obiettivo primario della sua amministrazione sarà di abbassare il tasso di un buon 20% passando quindi dagli attuali 978 veicoli per 1000 abitanti (978!!! Non so se…) a circa 780; perché, ha proseguito, non è pensabile arrivare a virtuosismi come quelli di Londra in cui si hanno all’incirca 378 mezzi per 1000 abitanti. Ha anche fatto una considerazione sulla popolazione attiva che non si sentiva da tempo per i saloni del Campidoglio. Speriamo che, nonostante la sua mancanza di “philotimo” romano, riesca a cavare qualche ragno dal buco.


Tasso di motorizzazione nella UE27
Un’ultima considerazione che mi sovviene mentre scrivo riguarda il prezzo da pagare per ottenere qualcosa. Tante menti elette hanno richiesto prezzi elevatissimi per la loro genialità. Cantanti, pittori, scienziati, politici, sovrani e via discorrendo. Che non valga la stessa cosa anche per Roma? Che non sia necessario avere questa mancanza di efficienza, questa lentezza pervasiva, questa sciatteria devastante per conservare l’attaccamento nei confronti della nostra città? Non voglio credere che sia così, non posso pensare che non ci sia modo di mediare alcuna misura. Per questo continuerò a battermi e ad applicarmi il più possibile per trovare questo compromesso.

PoliLinea – Federico Giubilei

I concerti dell’estate romana 2013: consigli per gli acquisti

Ormai tutti parlano del fatto che quest’anno Roma sarà popolata da una quantità immensa di concerti belli e interessanti, rispetto a una tradizione che ha voluto spesso la capitale ai margini della musica che conta. Facendo finta che quest’ ultima affermazione sia vera (per me non lo è, ndr) proverò a darvi qualche consiglio per gli acquisti per questa estate.

Il due concerti che meritano una prima segnalazione sono senza dubbio quello dei The National e di Antony & The Johnsons, rispettivamente il 30 Giungo ed il 1 Luglio alla Cavea dell’Auditorium. I National, benché siano molto lontani dall’essere una delle mie band preferite, sono oggettivamente una delle migliori realtà degli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda Antony Hegarty, il discorso cambia molto. Ho avuto l’onore di ascoltarlo il 3 Ottobre 2011 nella sala Petruzzelli dell’Auditorium e rimasi “sopraffatto, intimidito, ipnotizzato da questo paffuto travestito che accompagnava la sua stessa voce con movimenti brevi, lievi, fra giochi di luce e di posizioni mentre la fedele orchestra intesseva con impeccabile precisione i preziosi arrangiamenti di Rob Moose e dello stesso Hegarty, perfetti per dare continuità ai nuovi e ai vecchi lavori. Non un singolo pezzo di quelli che sono stati suonati mi ha fatto rimpiangere la versione studio, quello che si vive vedendo uno spettacolo del genere dal vivo non è paragonabile neanche vagamente a nessun supporto, neanche al più fedele”.

Per palati un po’ più nostalgico-reazionari, che in Italia son quelli che vanno per la maggiore, in particolare per il pubblico dai quarant’anni in su, la scelta è vastissima (soprattutto se si ha una discreta disponibilità economica): dagli assoluti oligarchi del garage, i mitici Stooges, guidati dal sempreverde Iggy Pop (il 4 Luglio all’Ippodromo di Capannelle), a Leonard Cohen, supremo poeta della musica , profondamente meditativo e con uno stile che riesce, talvolta sfiorando il colloquiale, a raggiungere le profondità dell’animo umano (qualsiasi esse siano). Ovviamente non mi sto scordando né dei Neil Young con i grandiosi Crazy Horse, né tantomeno di Roger Waters, che – ricordiamolo solo per chi è appena tornato da un viaggio intergalattico – risuonerà interamente il bestseller ‘The Wall’. Lo stesso giorno del leader dei Floyd saranno sul palco di Capannelle i magnifici Sigur Rós.

Sperando che non vi interessino Rammstein e Muse – fanno cagare, e se pensate che io debba motivare questa affermazione vuol dire che non leggete abbastanza polinice.org – mi permetto di dire che non spenderei mai i soldi per gli Arctic Monkeys, che in mancanza di un barlume di originalità hanno rubato il sound di chirarra ai Queens of The Stone Age (gli piacerebbe!!).
Tornando alla musica seria potremmo parlare di Cat Power, che sarà in scena all’Auditorium l’8 Luglio. Il progetto della talentuosa Chan Marshall meriterebbe un ascolto dal vivo quantomeno per meravigliosi episodi discografici della sua altalenante carriera artistica.
Se la doppietta Smashing Pumpkins – Mark Lanegan non può passare inosservata agli appassionati del rock anni ’90 (e della buona musica in generale), non lo saranno neanche gli Atoms for Peace per i fan di Thom Yorke.

Per chi è avvezzo a sonorità un po’ meno morbide non si possono non consigliare i Pelican, una delle band più importanti del post/sludge, ricordati per essere stati oggetto, proprio a Roma, del furto di tutti i loro strumenti.














La stagione romana probabilmente si chiuderà con i Blur, riuniti nel 2008 e capaci di live incendiari benché non impeccabili. Ma se avete bisogno di certezze potete sempre andare a vedere il Boss.
Buon divertimento!

Luigi Costanzo

E se invece…

Oggi parliamo un po’ di pianificazione e gestione della cosa pubblica in materia di trasporti urbani. L’idea di questo argomento mi è sovvenuta dalla lettura di un articolo dal titolo “Un piano credibile per i trasporti di Roma” di Andrea Boitani, docente di economia politica all’Università Cattolica di Milano, e di Pietro Spirito, dirigente Atac. Mi ha stupito soprattutto la somiglianza di alcune affermazioni con un progetto che, qualche tempo fa ho seguito all’università. E questo, devo dire, fa molto piacere. Ma entriamo subito nella materia. Come molti di voi sapranno in questi mesi si stanno portando avanti i cantieri di due linee di metropolitane nella città di Roma, la B1 e la C. La prima, aperta al pubblico nel tratto Bologna-Conca d’Oro, sta proseguendo fino al capolinea di Viale Jonio dove dovrebbe giungere entro la fine dell’anno. La seconda, lungi dal veder la luce di Roma Imperiale, è in fase di completamento nel tratto periferico Pantano-Parco di Centocelle. Ed è proprio su questa che gli illustri autori dell’articolo succitato ed il sottoscritto pongono l’accento. Forniamo qualche numero. La realizzazione della metro C ha Roma, con un preventivo di spesa di 1.9 miliardi di Euro, sta costando allo stato attuale 3.5 miliardi, un incremento di più del 70%. La linea sarà lunga 21.5 km fino a San Giovanni (interscambio con la linea A). Recentemente è stato avviato il cantiere che la condurrà da questa stazione alla tanto discussa stazione di interscambio con la linea B, Fori Imperiali/Colosseo.


Planimetria futura di stazione e di tracciato dell’interscambio Linea B/Linea C


Durante il mio progetto di cui parlavo prima, ero tenuto, insieme a due colleghe, a redigere un piano strategico per risolvere il problema della mobilità a Roma. Avevamo a disposizione cinque miliardi di Euro da poter essere usati come meglio credevamo, in base alle nostre conoscenze in materia di trasporti. I primi interventi che abbiamo suggerito di cantierizzare sono stati progetti tranviari. Ebbene sì. Ma parliamo un po’ dei costi delle diverse infrastrutture e delle loro capacità.

Una metropolitana tradizionale sotterranea ha un costo di circa 150 milioni di Euro al chilometro. Un treno medio ha una capienza di circa 1200 posti. Nelle ore di punta delle grandi città, viene fatto transitare un treno ogni 90 secondi, ossia 40 treni l’ora. Quindi facendo qualche rapido calcolo si ha che una metropolitana tradizionale durante le ore di picco può trasportare 48000 passeggeri l’ora. E sono parecchi. Tuttavia andiamo più nello specifico delle questioni tecniche. Per stimare il numero di convogli necessari si utilizza una grandezza chiamata Tempo Giro, la quale individua il tempo necessario ad un convoglio per rendersi disponibile ad una nuova partenza dallo stesso capolinea. Moltiplicando il tempo giro per la frequenza di passaggio ed arrotondando per eccesso il risultato, si ottiene il numero di convogli da acquistare per garantire il dato livello di servizio.

Facciamo un esempio: la linea C di Roma lunga 21.5 km costerà come si è detto per lo meno 3.5 miliardi, qualora non ci siano nuovi costi, e durante il periodo di crisi che ci si trova a vivere difficilmente verranno acquistati convogli necessari a garantire un servizio adeguato. Il risultato è che una grande opera non verrà sfruttata al massimo delle sue potenzialità. 
Tracciato di progetto della linea C

Ma se è importante implementare un servizio di metropolitana sulle direttrici di penetrazione al centro, dove cioè si registrano picchi di domanda elevatissimi, altrettanto non può essere detto per le linee di distribuzione al centro. Qui realizzare una metro tradizionale risulta ancor più costoso di quanto detto prima, senza considerare i tempi di lavorazione che possono dilatarsi moltissimo. Inoltre in queste zone si ha una domanda più uniformemente distribuita lungo l’arco della giornata. Quello che suggerivo io nel mio progetto e che gli autori dell’articolo succitato avallavano era di arrestare, almeno per ora, l’avanzamento dei lavori della linea C al capolinea di Fori Imperiali/Colosseo, la cui entrata in esercizio tra l’altro è prevista non prima di 84 mesi (7 anni!), e realizzare con un dispendio infinitamente minore un linea circolare tranviaria circoscritta al centro. Per far ciò è sufficiente realizzare il collegamento tra il nuovo capolinea del tram 8, in via di completamento in Piazza San Marco, e via Labicana dove già insiste la linea 3. La tratta da realizzare è lunga poco più di 1300 metri. Ora. Il costo di investimento per un tram è di circa 15 milioni di euro al chilometro. Considerando che ci si trova a transitare su via dei Fori Imperiali ammettiamo anche un aumento del 100%. Ne deriva che con un investimento di 39 milioni di euro si può avere un collegamento piuttosto rapido tra il Casaletto, periferia ovest di Roma, e la Stazione Termini. Ripetiamo lo stesso tipo di calcolo prima presentato per la metropolitana: un tram regolare ha una capienza di circa 500 posti, una frequenza massima ammissibile nelle ore di punta di 30 treni l’ora e quindi una portata oraria di 15000 passeggeri l’ora. Per le esigenze del centro storico di Roma questa capacità risulta più che sufficiente e molto meno pesante sul bilancio comunale. Inoltre volendo ribadire numericamente la convenienza che si ha nel realizzare, ove la domanda lo consenta, una linea tranviaria piuttosto che una di metropolitana tradizionale dividiamo il costo unitario di un chilometro di linea sotterranea per i passeggeri trasportati in un ora, si otterrà 3125 € al passeggero all’ora. Ripetiamo il calcolo per il tram e notiamo che il valore ottenuto è pari a 2000. Non fatevi sentire dai miei colleghi perché questo indicatore in realtà non esiste, ma io trovo che dia una buona indicazione di come, con un po’ di accortezza, chiunque possa farsi un’idea di come funzionano le cose nel mondo dei trasporti, soprattutto essendo questo un tema su cui l’opinione comune indulge sovente.

Rete tranviaria attuale di Roma

Un paio di precisazioni, infine, sono d’obbligo. La metropolitana risulta un ottimo sistema per muoversi velocemente all’interno di una città e, qualora si disponga di risorse sufficienti per farla funzionare a regime, è sicuramente il mezzo da preferirsi. Tuttavia, trovandoci in una crisi economica che nella nostra città è anche figlia del malaffare e della malamministrazione, prima di imbarcarci in un’altra opera infinita, prima di fare promesse che poi palesemente non possono esser mantenute, ritengo sia da preferirsi una strada che dia risposte più nell’immediato ed allevi alcune criticità in attesa di tempi migliori in cui potremo donare a Roma ciò che merita. Questo considerato il fatto che ritrovarsi una linea tranviaria in più in futuro non potrà certo danneggiarci.

Nelle prossime puntate della nostra rubrica urbana vi racconterò degli altri interventi che avevo proposto, magari a qualcuno piacerà obiettare qualcosa!



Federico Giubilei

Roma Live: Atom in Rome

Sabato 9 Febbraio a Roma è andato in scena uno degli spettacoli di maggiore successo della recente programmazione romana: Atom in Rome. Nella stupenda cornice dell’Auditorium della Conciliazione ha preso vita uno showmonumentale con una band accompagnata da un coro (che poi erano tre cori insieme), una sezione di ottoni e un violoncello. La serata – come è facilmente presumibile se si ha un briciolo di cultura musicale – è incentrata sui Pink Floyd.  ‘La band suonerà interamente Atom Heart Mother, celebre capolavoro della band inglese’; da questa frase nasce per me il primo grande equivoco della serata. Sì, perché la band suonerà semplicemente la suite, non l’intero disco. Ovviamente l’avrei saputo se mi fossi informato, ma ovviamente non mi ero premurato di farlo. Ma andiamo per gradi.
Innanzi tutto, prima di partire a spron battuto con un’analisi dell’evento è necessaria una riflessione. E’ molto triste che uno degli eventi di punta della musica a Roma – almeno in termini di successo – sia un live di una cover band, seppur supportata da coro e orchestra, che rifà la musica di un gruppo di quarant’anni fa. E’ ancor più triste constatare come il pubblico sia drammaticamente ineducato a presenziare ad un concerto, esibendosi ad esempio in manifestazioni aberranti tipo ‘il clap fuori tempo durante qualsiasi pezzo che dia l’idea di permetterlo’. Datemi dello snob, ma è veramente triste, soprattutto se stiamo in un auditorium e non in uno stadio.
Lo show, ben organizzato, ha visto due fasi distinte: la prima, con la band sola, per la precisione i Pink Floyd Legend, che forse son celebri ma io non conoscevo, che ha eseguito alcuni pezzi dei Floyd, rigorosamente dagli anni ’70 in poi. E me pare pure giusto: chicazz’ era Syd Barrett? Mah… Una seconda, appunto con tutto l’ensamble al completo, vero momento di interesse dell’evento. La scaletta non si discosta troppo da quella che chiunque di voi potrebbe arrivare pensando ai pezzi più clamorosamente celebri dei Pink Floyd, ad eccezione di qualche sparuta sopresa. In termini di esecuzione il gruppo punta ovviamente alla massima fedeltà dei brani, e sinceramente non me la sento di muovergli critiche sui singoli passaggi, che sarebbero inutili e dannose. Criticabili invece sono le inutilissime interruzioni di un’attrice che con una certa cadenza era chiamata sul parlco per declamare alcuni testi ritenuti significativi, aspetto che più che impreziosire lo show ha spezzato il concerto, creando un calo di tensione ingiustificabile.
Forse dalle precedenti righe traspare che io possa essermi annoiato, o addirittura arrabbiato per la scarsa qualità della serata, ma in realtà non è esattamente così. Tutto sommato lo show è corso su binari divertenti, la band è stata assolutamente professionale nel riproporre brani che non ha scritto, ed effettivamente è stato interessante ascoltare certi pezzi con l’accompagnamento coro, il violoncello e gli ottoni. Aggiungo che c’è stato anche un momento che mi ha fatto irrigidire sulla sedia, Funky Dung, la parte corale di Atom Heart Mother con il suo caratteristico cantato ritimico ‘ra-pa-ti-ta- koo-koo-chaaa…’, veramente di notevole impatto…
Ma come ha giustamente chiosato un mio amico ‘Cioè questi qua gli hanno fatto la standing ovation… io glielo volevo dì che Roger Water suona il 28 Luglio’. Dategli torto.
Luigi Costanzo

Roma Rocks #2: Black Rainbows

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Come promesso, anche questa settimana rimaniamo all’interno del G.R.A.per parlare dei bei gruppi della nostra bella città. E, come la scorsa settimana con gli Electric SuperFuzz, rimaniamo in ambito rock n’roll, anche se questa volta parleremo di scenari decisamente più legati alla psichedelia hard.
I Black Rainbows sono un power-trio stoner-heavy psych nato nel 2005. La line-up, cambiata diverse volte, ruota attorno alla figura del chitarrista, il cantante Gabriele Fiori (ex Void Generator, altra storica formazione dell’heavy psych romano).
Il primo disco della band, Twilight in The Desert, uscito nel 2007 per la francesce Longfellow Deed Records – appena ristampato in vinile dalla HeavyPsychSound Records – è un LP che, benché immaturo e evidentemente derivativo, mostra alcuni di quegli elementi che saranno sviluppati in maniera più organica nel full lenght successivo.
La consacrazione dei Black Rainbows arriva con il secondo disco Carmina Diabolo, uscito nel 2010, e con la band che suona live pressoché ovunque, aprendo concerti di band più blasonate e riscuotendo ottimi riscontrigrazie ai loro live infuocati. Carmina Diabolo è un disco estremamente granitico che, a differenza del primo album, mostra un ensamble più rodato e una produzione ben più adeguata al sound della band. In questo album sicuramente sono esaltati il riffing e la voce di Gabriele Fiori, che lo configurano come uno dei musicisti più talentuosi dell’hard rock lisergicoitaliano. Difficile trovare dischi stoner italiani con una simile solidità; il disco è caratterizzato da un heavy-psych che oltre a rifarsi ai mostri sacri degli anni ’90, conosce benissimo le sue origini di anni ’60 e ’70; tra tutte le band citabili si sente l’impronta di gruppi meravigliosi e spesso non abbastanza lodati come Blue Cheer e Hawkwind.
E’ proprio sul solco delle band succitate, alle quali dobbiamo anche aggiungere gli indimenticati MC5, che nasce l’idea per il terzo e ultimo album della band, l’ottimo Supermothafuzzalicious!! L’album non è altro che un disco rock che trasuda amore per il rock stesso.Riff dannatamente efficaci, sezione ritmica quadrata, ritornelli appiccicosi: questo è in breve ciò che ci offrono i Black Rainbows con questo ultimo album, non dimenticando tuttavia i territori stoner a loro cari, che tornano frequentemente sia nella potenza sonora espressa dagli ampsdella band che nella chitarra di Fiori. Un disco che se fosse uscito negli Stati Uniti (probabilmente) passerebbe alla radio.
Insomma, i Black Rainbows sono una band in salute che non può che offrire ancora tanto al nostro contraddittorio panorama musicale.

Luigi Costanzo

Roma rocks: Electric SuperFuzz

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‘Durante le periodiche riunioni di Polinice, che talvolta si tengono in un bar troppo caro per essere vero, si è discusso della necessità di essere più legati al territorio. Il territorio nel nostro caso, per fortuna, è Roma; e per fortuna Roma ultimamente ha una scena musicale (che scena non è)  piuttosto vivace, nonostante le sue eterne contraddizioni. Quindi quello di oggi – qui lo dico e qui lo nego – sarà il primo articolo di una lunga serie sul panorama musicale capitolino’.
Il primo disco degli Electric SuperFuzz era sicuramente una delle prove più attese all’interno del panorama rock romano. I SuperFuzz, grazie alle devastanti prove live e all’ottimo EP che ne metteva in luce le qualità, sono arrivati al primo disco “How to forget”- pubblicato per la Jestrai Record- con una fanbase piuttosto nutrita.
Uscito ufficialmente il 10 Dicembre 2012, e da Giovedì scorso disponibile in streaming su youtube (grazie!), ‘How to Forget’ è un eccellente esordio che non fa altro che confermare le eccellenti premesse. Se me ne fregasse qualcosa potrei sprecare righe e parole dicendo che, seppur in quattro ormai, hanno ritenuto intelligente avere due batterie piuttosto che prendere un basso. Ma fondamentalmente ritengo che non ci siano dogmi nella musica, e visto che ormai con un octaver si fa tutto, ben vengano i due batteristi,  e del bassista se ne fa a meno soprattutto se il gruppo suona comunque aggressivo e potente.
Debitori in modo piuttosto evidente ai grandiosi Queens of The Stone Age, e quindi riprendendone in toto le influenze, dal blues all’hard rock zeppeliniano – forse unico possibile capo d’imputazione per la band romana – gli Electric SuperFuzz mettono un piedi un disco adrenalinico, dalla durata poco superiore ai trentacinque minuti che ha esattamente quello che vi aspettate: riff adrenalinici, batteria malmenata, ma all’occorenza anche cowbell, tamburine, piano da bordello, clap, e tutto ciò che è veramente rock n’ roll. Sì, il rock n’ roll, quello che non sa fare quasi più nessuno.
Luigi Costanzo