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Hostiles: un western dal sapore amaro

La redenzione di un popolo, l’atrocità di un’epoca. L’America raccontata in Hostiles prende le distanze dalla banalità del genere e ci offre un western del tutto atipico in cui allo scontro si sostituisce il confronto.  

Stati Uniti, 1892, cala il sipario sul selvaggio west. Le guerre “Indiane”, che tanto avevano imperversato nei secoli precedenti, si sono concluse ed è ora per il paese di voltare pagina, non prima però di rendere il giusto onore agli sconfitti. Vi è, infatti la consapevolezza, tra le alte sfere del Governo, di quanta sofferenza sia stata inflitta ai nativi, ormai decimati ed annientati nello spirito. Esaudire l’ultima volontà di un morente capo Cheyenne, sembra essere l’occasione ideale per gli “uomini bianchi” per fare ammenda delle atrocità commesse. Falco Giallo (Wes Studi), uno dei più gloriosi nemici degli Stati Uniti, ha infatti espresso un unico desiderio, quello di poter far ritorno nella sua terra natia al fine di essere sepolto in essa.

L’incarico di scortare l’anziano Cheyenne insieme ai suoi familiari fino alla Valle dell’Orso (Montana) viene affidato al capitano Joseph Blocker (Christian Bale), che sebbene sia considerato da molti dei suoi commilitoni come un vero e proprio eroe di guerra, è anche colui che porta su di sé l’infausta fama di “macellaio dei pelle rossa”. La lunga carriera del capitano Blocker è infatti adornata da momenti cupi, contraddistinti da efferatezze inenarrabili perpetrate sempre però in osservanza degli ordini ricevuti. Perché per quanto disumano possa essere, il compito del soldato non è mai quello di pensare ma solamente quello di obbedire e se per più di vent’anni Blcoker ha ucciso, massacrato e seviziato i nativi, egli ha sempre agito in nome di una volontà altrui, quella di Stato.

Tuttavia, i tempi cambiano. I grandi capi Tribù hanno deposto l’ascia di guerra e per il Presidente degli Stati Uniti Benjamin Harrison, Falco Giallo ha pagato il prezzo della sua libertà. Con estrema riluttanza il capitano Blocker si trova quindi costretto ad accettare l’incarico affidatogli, dimostrando ancora una volta come il senso del dovere riesca ad avere la meglio sui propri sentimenti. Accompagnati da un esiguo gruppo di soldati e da ciò che resta della progenie dell’anziano patriarca, i due si incamminano lungo il percorso che stravolgerà per sempre le loro esistenze. Un viaggio non solo fatto d’inside ma anche d’incontri, il più importante dei quali sarà con la giovane Rosalee Quaid (Rosamund Pike). Una donna la cui la vita è stata privata di ogni cosa ma che nonostante tutto mantiene inalterato il proprio senso di umanità.

Hostiles di Scott Cooper è un film pensato per far riflettere. Per tutta la durata della pellicola è alquanto palese il tentativo del regista di provare a rintracciare il senso dell’umano all’interno di contesti e dinamiche dove il disumano sembra aver preso il sopravvento. Un’impresa tortuosa, dai tratti marcatamente profani rispetto agli standard del genere, ma che comunque riesce a catturare lo spettatore. Un risultato il cui merito va in gran parte ai due ottimi protagonisti: Christian Bale e Rosamund Pike. Interpreti che reggono le fila di Hostiles con performance d’eccezione, evocando le significative ferite emotive in commoventi sguardi che si profilano come radice stessa della pellicola e sui quali la stessa si struttura e amplia. In conclusione Hostiles è un film intriso di retorica i cui elementi non ostacolano l’epicità dettata dal genere ma che, al contrario, portano il cinema western su nuove frontiere.

La ragazza dei (brutti) sogni di David Fincher

David Fincher non è un regista che mi aspettavo di arrivare a considerare un grande. Continuo a trovare molti dei film che gli hanno dato notorietà oscillanti tra il mediocre e il terribile, ma The Social Network è stato una rivelazione per me e un nuovo inizio per il regista, che sembra aver trovato una definitiva maturità stilistica. I film successivi al capolavoro del 2010 confermano questo stato di grazia, non tanto -o non solo- per la qualità generale che li contraddistingue, quanto piuttosto per la costanza di alcuni tratti stilistici e collaborazioni che hanno dato coerenza al lavoro di un cineasta che nei primi anni, pur affermandosi presso pubblico e critica, aveva faticato a elaborare un linguaggio visivo adatto a rendere su schermo le sfumature dei suoi film.

Per molti anni è stato come se al buon David mancassero le giuste parole per esprimere concetti che risultavano comunque comprensibili, ma non del tutto concretizzati dai suoi lavori. Adesso questo linguaggio è stato pienamente articolato, e i risultati di cui godiamo sono film di una precisione ed esattezza visive che non hanno eguali nella Hollywood contemporanea.

La sua ultima fatica, Gone Girl, la cui uscita nelle sale italiane è prevista per il 18 dicembre, risulta in questo senso addirittura più compiuta dei due film precedenti, e raggiunge quello che per ora è l’apice del freddo e impeccabile meccanismo che è il suo cinema. E’ difficile riassumere la trama di Gone Girl senza svelare più di quanto non sia opportuno, per cui mi limiterò a dire che l’elemento centrale della trama, come il titolo lascia intendere, è la sparizione di tale Amy Dunne e l’altro pilastro del film è il rapporto tra la ragazza scomparsa e suo marito, un classico ragazzotto del midwest interpretato da Ben Affleck.

La rete di inganni tesi da un personaggio ai danni dell’altro e dalla sceneggiatrice ai danni dello spettatore è sicuramente parte del motivo del successo del film, ma ancora più interessante è notare la dinamica contrastata tra direzione e scrittura del film. L’umorismo nero ha sempre rappresentato una certa percentuale nella miscela dei film di Fincher, ma mai come in questo caso questa percentuale è stata così significativa, e mai come in questo caso l’attrito tra una sceneggiatura graffiante e lo stile glaciale e metallico del regista ha messo in risalto la raggiunta cristallizzazione di quelle che erano solo intuizioni in film come Seven o The Game.

A creare la superficie del film (non nel senso che si tratti di un elemento superficiale, ma semplicemente il primo che va a sbattere con le percezioni dello spettatore) così liscia da sembrare un modello astratto, contribuiscono in maniera particolare due aspetti. Il primo è il sensazionale montaggio, così perfetto e matematico che quasi infrange i canoni di invisibilità hollywoodiana, il secondo è la colonna sonora, ancora una volta firmata da Trent Reznor e Atticus Ross, ormai considerabili anime gemelle non solo tra loro, ma con Fincher. Un riuscitissimo triangolo il cui quarto vertice è rappresentato di volta in volta dallo sceneggiatore di turno, che, per continuare con la metafora debolmente geometrica, rappresenta la quadratura del cerchio sensoriale di Gone Girl, perfettamente aderente alle sue fondamenta visuali.

Un altro successo dunque per un regista nel bel mezzo della sua piena maturità. Non è dato sapere quanto a lungo questo stato di grazia si protrarrà, ma non possiamo che augurare lunga vita al precario equilibrio su cui si reggono questi film e l’ispirazione dei loro creatori.