Home / Tag Archives: Russia

Tag Archives: Russia

Fortezza Europa

 

L’UE DA UNA PROSPETTIVA PESSIMISTICA

Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, i cittadini europei sono convinti di essere sotto assedio da parte di potenze esterne oscure e in buona misura imprevedibili. Ma tale convinzione è frutto di un’attenta analisi, o è piuttosto il ritorno ad una mentalità che ha caratterizzato la cultura europea fino dai suoi albori?

Il concetto di Europa come entità non solo geografica ma anche culturale, religiosa e sociale nasce nel corso del Medioevo, in un periodo in cui i regni sorti sulle rovine dell’Impero Romano lottavano incessantemente tra loro e contro un nemico esterno sempre nuovo (dai Goti agli Unni, e poi i Normanni, i Saraceni, gli Ungari, i Mongoli, i Turchi). Il modo di fare politica, la società, l’economia e la religione si erano sviluppati in questa atmosfera di conflitto latente, che si potrebbe definire come duplice: rivolto verso un avversario interno oppure esterno.
I fondamenti culturali europei si sono strutturati in un panorama politico dominato dal senso di perdita del passato grandioso dell’Impero Romano (che i soggetti politici successivi si sono affannati a riproporre), e dalla mentalità di chi si sente sotto assedio e diffida dei propri vicini.
Ed è in un simile panorama che, accanto ai nazionalismi, è nata l’aspirazione ad un’Europa unita, di volta in volta in senso religioso, politico, culturale o economico.

La concezione di dover sostenere un assedio costante contro un nemico esterno insieme ad una lotta per la stabilità interna è stata propria di tutti i regimi politici egemonici europei, dal sistema asburgico a quello bonapartista, dal regime bolscevico a quello nazifascista, senza contare i regimi nazionalisti europei, ognuno dei quali ha scorto nei propri vicini la più importante minaccia.
Questo sistema di sospetto reciproco e di paura di una grande invasione esterna ha continuato a dominare le relazioni diplomatiche europee anche nel corso delle prima parte della Guerra Fredda, prima che un soggetto sovranazionale come l’Unione Europea si proponesse come garante della pace e della stabilità economica europea. Ma se l’UE superava gli attriti tra stati dell’Europa Occidentale, il timore per un’invasione esterna era rafforzato ogni giorno dal confronto USA-URSS.

Non bisogna stupirsi, dunque, se i recenti avvenimenti politici hanno instillato una paura antica nei cittadini europei: la paura di un assedio.
Ad un primo sguardo, tale paura sembra giustificata: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump guarda con aperta freddezza all’Unione Europea, mentre c’è chi vede delinearsi un improbabile asse diplomatico USA-UK-Russia.
La Russia sta riprendendo la propria linea diplomatica “classica”, proteggendo la propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente, in Asia Centrale e, appunto, sui confini europei.
La Gran Bretagna, che per quasi sessant’anni ha svolto la funzione di ponte privilegiato tra gli USA e gli stati europei, ha scelto la via nazionalista, tirandosi fuori dal calvario economico dell’austerità.

Ma al di là di facili allarmismi, un’analisi più approfondita ci restituisce una narrazione diversa di questi avvenimenti.
La ritirata militare e diplomatica degli Stati Uniti va interpretata come tale, e non come una minaccia. Trump vuole levarsi d’impiccio dal pantano mediorientale, per reindirizzare le proprie risorse in un “fronte interno” che minaccia di sfuggirgli di mano.
Trump ha attaccato per settimane la NATO, ma il recente incontro tra il vice presidente Mike Pence ed Angela Merkel lasciano pensare ad una soluzione di compromesso, l’unica realisticamente attuabile, che vedrà un graduale aumento dei contributi militari da parte di alcuni paesi europei.
Anche il rapporto con Mosca non è segnato da una chiara apertura. Il 15 febbraio Trump ha dichiarato su Twitter che l’amministrazione Obama è stata troppo indulgente con la Russia in occasione dell’annessione della Crimea; il 24 ha annunciato un massiccio riarmi, contro un nemico ignoto, che è stato interpretato dalla Russia come una minaccia diretta. Nei prossimi mesi si potrà capire appieno lo sviluppo di questa dinamica.

Un discorso simile, almeno in parte, si può elaborare per il Regno Unito. L’economia della Gran Bretagna attraverserà con tutta probabilità un periodo di instabilità, per un motivo semplice: è molto difficile portare avanti una politica economica nazionalista su un tessuto socio-economico ormai post-industriale. Tutti gli sforzi della Gran Bretagna, nei prossimi anni, si concentreranno probabilmente nel cercare accordi vantaggiosi con l’Unione Europea e nel mitigare in qualche modo gli effetti deleteri di un’economia ormai quasi completamente finanziaria e virtuale. È impensabile che in un simile contesto la Gran Bretagna dimostri un dinamismo diplomatico che la porti al fianco della Russia.

Per quanto riguarda la Russia stessa, essa incarna probabilmente al meglio il nuovo nazionalismo che sembra propagarsi di nuovo in tutto il Mondo. Ma il consolidamento della Russia in senso nazionalista limita al contempo le sue aspirazioni “imperiali”. Quello russo è un nazionalismo dettato dalla necessità.  Il relativo isolamento economico, il costante calo demografico, la situazione pietosa di un tessuto sociale ormai lacerato da diseguaglianze e corruzione, relegheranno ancora a lungo la Russia al ruolo di potenza regionale. La Russia interverrà ancora militarmente in Est Europa, ma non tanto da poter minacciare effettivamente la stabilità dell’Europa Occidentale.

Nonostante il susseguirsi di mutamenti cruciali della politica internazionale, nonostante i propri problemi interni l’Unione Europea non deve temere un isolamento o un assedio peggiori di quelli che avrebbe subito nei vent’anni trascorsi. Ci aspettano anni in cui la geopolitica subirà mutamenti sostanziali. Ma questi mutamenti possono essere un’occasione per l’Europa, affinché si imponga come potenza regionale autonoma. Cercando di evitare l’eventualità, altrettanto probabile, di un trionfo dei nuovi nazionalismi.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

Il Pentagono teme un cielo affollato per Damasco

Prosegue la scabrosa escalation russa in Siria. I cacciabombardieri della VVS (Военно-воздушные силы Российской Федерации) arrivati la scorsa settimana nella base di Latakia, l’avamposto militare avanzato sulla costa siriana dove dall’inizio di settembre i capienti aerei da trasporto An-124 scaricano mezzi corazzati e materiale logistico per approntare una forza offensiva, hanno portato il primo attacco russo contro l’IS nei pressi di Talbiseh, nella provincia di Homs.

L’approvazione è stata data ieri della camera alta di Mosca, sottolineando che per ora verranno coinvolte solo le forze aeree. Il Cremlino ha annunciato:

“L’obiettivo militare delle operazioni è mirato al supporto aereo delle forze governative siriane nella loro lotta contro lo Stato islamico. Il presidente della Repubblica araba siriana ha richiesto alla leadership del nostro Paese di fornire assistenza militare. Il terrorismo deve essere combattuto, ma è ancora necessario osservare le norme del diritto internazionale.”

Si parla di una forza area 28 cacciabombardieri ( 4xSu-30, 12xSu-25, 12xSu-24) oltre ai 12 elicotteri da combattimento, presenti sulle piste della base siriana che nell’ultimo mese è stata allestita per accogliere quello che ora completato è: il contingente russo in supporto delle forze governative di Damasco.

Durante l’incontro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Obama e Putin hanno discusso riguardo la posizione della Russia all’interno della coalizione anti-IS, ma non sono ancora chiari i risultati, anzi, sembrerebbe che il messaggio emanato oggi dalla Russia sia stato –” Sgombrate i cieli” –  Richiamando la violazione del diritto internazionale da parte della NATO, e questo potrebbe essere un problema da non sottovalutare.

Proprio nei giorni scorsi per esempio, l’Armée de l’Air francese ha operato con 5 dei suoi caccia, sferrando il suo primo discussimo raid non permesso su un campo di addestramento del Daesh designato dalle forse di coalizione come attivo. Le missioni di ricognizione e i bombardamenti strategici o di supporto delle forze congiunte della NATO, al quale interno operano attivamente da vari mesi USAF per gli Stati Uniti, RAF e RCAF per Uk e Canada, AAF per la Francia, e RJAF per la Giordania, UAEAF per l’Arabia Saudita, sono all’ordine del giorno nello spazio aero siriano, e un ennesimo giocatore non contemplato nella partita potrebbe creare confusione e una certa dose di rischio.

Dopo il fallimento maturato dalla strategia USA contro l’IS, che l’ha visti perdere il 90% dei ribelli addestrati dalle agenzie preposte, tra i morti e quelli passati al nemico con l’intero equipaggiamento fornitogli (777,000 $ per unità), il Pentagono avrebbe ridisegnato i propri piani concentrandosi sulle unità JTAC, capaci attraverso il puntamento laser, o un nuovissimo programma Android, di coordinare le forze di terra con il supporto aereo ravvicinato e fulmineo della coalizione.

Per questo si accende il timore del Pentagono riguardo agli eventuali rischi che potrebbe provocare la presenza nello spazio aereo siriano dei jet da combattimento inviati dal Cremlino senza piani di volo o piani missione condivisi ( senza contare la presenza di una portaerei cinese). Nonostante le contromisure e tutte le regole d’ingaggio che il protocollo contempla, lo stretto contatto con gli aerei già operanti della coalizione potrebbe dare luogo ad attriti o peggio a incidenti in volo che potrebbero aggravare non poco gli equilibri diplomatici su una crisi che rivela due modi antitetici, o due vecchi assetti se preferiamo, di misurasi e impegnarsi su uno scenario che racchiude interessi politici ed economici per entrambi le parti: reggenza legittima di uno stato straniero, flussi migratori, e simpatie per Assad a parte.

Come per tanti altri casi nella storia della Guerra Fredda, quella che fu, non quella che ora si aggira come uno spettro in Medio Oriente, la distesa celeste da percorrere a mach 2 è il palcoscenico, e le uniche vittime sacrificali di un incidente tra potenze mondiale sarebbero gli sventurati piloti militari che potrebbero rimanerne coinvolti.  Perché ad essere seri, riusciamo ad immaginare una prospettiva che voglia tenere conto delle conseguenze di un abbattimento tra potenze mondiali ?

 

 

La Russia profonda di Leviathan

Nel weekend sono finalmente riuscito a recuperare uno dei film più apprezzati dell’anno scorso, il russo Leviathan del regista Andrey Zvyagintsev. Presentato a Cannes, il film è fruttato al regista, che l’ha anche co-scritto, il premio per la miglior sceneggiatura, e agli ultimi Oscar ha ottenuto una candidatura come miglior film straniero, premio poi andato al polacco Ida.

Ambientato in una cittadina fittizia nella regione di Murmansk, il film racconta di Kolya, un meccanico alquanto buzurro, che cerca di difendersi dagli abusi di potere del sindaco, intenzionato ad espropriare il terreno su cui sorge la casa in cui la famiglia di Kolya ha vissuto per generazioni. Non riuscendo ad ottenere giustizia in tribunale il protagonista, con l’aiuto del suo avvocato, cerca di dissuadere il politico con l’arma del ricatto, mettendo in moto una reazione a catena di eventi che condurranno alla sua inevitabile rovina.
L’intreccio si presterebbe ad un paio di approcci, e non sarebbe inconcepibile una commedia nera, ma di comico Leviathan ha poco o nulla, e il ritmo dilatato della narrazione, insieme alla fotografia molto panoramica che caratterizza la pellicola smorzano notevolmente l’intrinseca ironia kafkiana della trama.

Tutti i personaggi della vicenda, dalla moglie alienata di Kolya, passando per il figlio in balia di turbe puberali e la strana coppia padre-figlio di vigili urbani di dubbia rettitudine, sono profondamente disturbati, e in tutto il film non c’è nessun appiglio emotivo per l’immedesimazione dello spettatore, che viene lasciato in un certo senso all’esterno della vicenda.
Questo ovviamente non è di per sè un difetto, e la cura formale e fotografica riversate sulla pellicola giustificano largamente questa prospettiva a volo d’uccello in cui veniamo relegati. In questo senso l’ambientazione dal retrogusto quasi post-apocalittico viene sfruttata al massimo delle sue potenzialità, e l’atmosfera desolata e desolante è l’aspetto del film che più lascia il segno a visione conclusa.

Leviathan cerca di dipingere un quadro di impotenza dell’uomo comune (e comunemente basso) di fronte al “sistema” che, prendendo ispirazione dal paesaggio circostante, si rivela ostile e avaro di risorse, e se non si può dire che fallisca in questo suo scopo, è anche vero che la struttura della sceneggiatura non fornisce spunti extra-narrativi di particolare interesse, e che il regista non sembra voler sfruttare gli sviluppi della storia per sferrare un pugno emotivo allo spettatore. Il risultato è un film che non morde quando potrebbe, e non stimola riflessioni che vadano al di là del sempre attuale la vita è ‘na merda, rimanendo in un limbo da cui l’ottima fattura della confezione non riesce a salvarlo.
Resta un lavoro interessante di un regista di cui dovrei sicuramente esplorare il catalogo, ma non posso dire che abbia soddisfatto le alte aspettative che mi ero fatto.

Che la guerra abbia inizio

Recentemente mi è stato consigliato il libro di fantascienza distopica, edito nel 1906, intitolato “Il Padrone del Mondo” da Robert Hugh Benson, il quale narra di un mondo attorno all’anno 2000 diviso in due grandi blocchi di potere: l’Occidente, costituito in prevalenza dall’Europa, e l’Oriente, costituito dalle nazioni asiatiche e in particolare dall’Impero unico formatosi dall’unione tra Cina e Giappone. Un terzo blocco, in declino e meno determinante nello scacchiere mondiale è costituito dalle Americhe.

E’ vero siamo nel 2015, ma se non per l’unione tra Cina e Giappone, che nella realtà è costituita da Mosca e Pechino, molte delle previsioni macropolitiche dello scrittore inglese di inizio novecento si sono rivelate fondate. Infatti, l’Occidente sotto la forte guida statunitense rappresenta un blocco. L’altro grande blocco è costituito dall’incontro tra Russia e Cina, che dopo decenni di contrastri attorno al marxismo, si sono riunite stipulandol’accordo del secolo. A guardare resta un blocco più o meno indefinito che è composto dalle Americhe (Centrale e Latina) e da una parte di Africa non allineata ai grandi blocchi. Quest’ultimo blocco vive tra speculazione, teologia della liberazione e bolivarismo.

Quel che preme attualmente analizzare alle cronache e analisi di questi giorni è lo scontro imminente, in una guerra mondiale non dichiarata, tra il blocco occidentale e quello, che proverò a denominare, come “blocco dell’est”. Sul “Blocco occidentale” conosciamo tutto, sia perchè ne siamo parte tramite NATO e EU, ma anche perchè le dinamiche e intenzioni nella “crisi ucraina” ci sono chiare. Quel che meno si conosce è da dove provenga l’intransigenza di Putin e dell’alleato cinese. E’ certo, in questo quadro geopolitico, che il mondo disegnato, quasi per una casualità e sincronicità alla Carl Gustav Jung, uscito da Yalta in Crimea al termine del II conflitto mondiale non esiste più. Ma, a molti dei media occidentali e delle cancellerie europee non è chiaro cosa significhi ciò. Uno scontro in cui gli Stati Uniti d’America sanno calcolare le loro mosse, mentre l’Unione Europea di Hollande e Merkel naviga a vista. La sola Gran Bretagna potrebbe ritagliarsi per influenza e interessi un ruolo di primo piano in questo difficile contesto. Il blocco russo-cinese si appoggia su una fitta rete di paesi amici, con i quali seguendo l’esempio statunitense, stanno creando strutture sovranazonali in cui favorire una comune regulation e un importante zona di libero scambio. Si deve a ciò aggiungere il peso specifico di entrambi i paesi, che oltre a essere entrambi protagonisti del G20, possiedono l’importante ruolo di osseratori permanenti presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il che significa che senza alcuna autorizzazione delle Nazionui Unite, atti unilaterali contro di esse sarebbe quasi certamente giudicata dalla Corte Internazionale e considerata illeggittima.

image

Sicuramente, rispetto alla “Crisi in Georgia” del 2008, la crisi delle regioni orientali dell’Ucraina non ha seguito i piani di Mosca. Eppure, a un’offensiva occidentale il Cremlino sta rispondendo piuttosto bene. Questa offensiva che prevede tra le varie forme di azione le cosiddette “sanzioni europee” ha portato a poco e nulla nella trattativa con il Cremlino. Quel che realmente ha inciso, perchè di un ente terzo, è stato il “declassamento del debito pubblico della Russia”. Al declassamento del debito di Mosca-da BBB- a BB+ con outlook negativo da parte di Standard & Poor’s, che ha dato indicazione implicita agli investitori occidentali di vendere titoli russi, una scelta dal significato politico più che macroeconomico – il Cremlino ha risposto con l’acquisto di oro per il 9° mese di fila e con il riacquisto delle azioni delle società energetiche russe in mano a investitori stranieri che ne hanno vendute a migliaia allo scoperto L’aiuto di Pechino non è mancato anche sul fronte energetico. Infatti, la  Cina, tenendo fede all’Accordo del Secolo, ha acquistato il 36% di petrolio in più dalla Federazione Russa (e l’8% in meno dall’Arabia Saudita. Con Riyad che mantiene il ruolo di primo fornitore di Pechino con 997 mila barili, ma la cui quota è scesa dal 19% al 16%. Il tutto mentre l’emirato conduce una difficile battaglia contro gli “idrocarburi non convenzionali” a colpi di deprezzamento continuo del barile.Mosca, ha risposto alle sovrastrutture nazionali occidentali Il 1° gennaio 2015 guidando la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica. Il Trattato sull’Unione è stato firmato dai presidenti di Bielorussia, Federazione Russa e Kazakhstan il 29 maggio 2014, ad Astana, in attesa che Armenia e Kirghizistan ratifichino l’accordo di adesione. A cui potrebbero legarsii i paesi ex marxisti nell’orbita cinese, oltre che la stessa PechinoSecondo il Cremlino, grazie alla libera circolazione di beni, servizi, capitali e forza lavoro “il lancio dell’Unione Economica Eurasiatica consentirà ai paesi membri di raggiungere un più alto livello di integrazione, di perseguire una politica coordinata in settori chiave dell’industria, dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura, di risolvere efficacemente il problema della modernizzazione delle loro economie e migliorare la loro competitività. Il nuovo mercato unico, questa volta non euroccidentale, è formato da 170 milioni di potenziali consumatori, il quale produce un Pil totale di 2.700 miliardi di $ e detiene il 20% delle riserve globali di gas naturale oltre al 15% di quelle petrolifere.

 

Questi sono brevemente alcuni grandi dati a a cui si lega l’accordo di stamane a Minsk. Dati da cui è facilmente assumibile che il mondo che pensavamo di conoscere non esiste e con il quale, volenti o meno, presto dovremo fare i conti. Nel bene e nel male.

L’Ucraina di nessuno

Sulle questioni che riguardano l’universo politico e geopolitico, in questo momento storico, la corruzione della verità non arriva più soltanto dai media classici e  più influenti, responsabili della comunicazione ma anche – e forse soprattutto – da aspiranti giornalisti, tuttologi e complottisti, che possiedono tali patenti per l’importanza che assumono mezzi di trasmissione dell’informazione non tradizionali, quali internet e social network. La chiarezza su qualsivoglia argomento può derivare soltanto da un approfondimento storico non di parte, che sappia risalire con precisione da quelle pendici fino alle vette del presente.

Per comprendere la guerra civile in corso nel Donbass, ovvero l’estremità orientale dello Stato ucraino, tra truppe filogovernative e ribelli filorussi, è necessario analizzarne le ragioni storiche, per evitare di semplificare lo scontro a semplice contrapposizione tra un Occidente ed un Oriente di cui a nostro avviso i confini non appaiono così definiti.

image

 

Voler relegare la Russia ad un ambito “orientale”, pur comprendendo la Federazione territori che vanno dal suo confine Occidentale con l’Ucraina, fino all’Alaska e al Giappone nelle sue estremità orientale ed essendo caratterizzata, quindi, da popolazioni e ceppi etnici variegati al suo interno, sarebbe un errore. Il territorio da cui nacque il primo stato russo nell’800, la Rus di Kiev, sulle sponde del Dnepr, abitato precedentemente da Sciti e Sarmati ( popolazioni nomadi di origine indoeuropea) e in età altomedioevale da slavi, finnici e variaghi (vichinghi) – questi ultimi insediati attraverso vie fluviali – , dimostra quanto etnicamente fosse inclusa in un ambito europeo la prima monarchia russa. E quanto artificiale possa essere la presunta divisione tra “ucraini europei” e “slavi russi”.

Una coscienza nazionale ucraina iniziò a svilupparsi dopo la formazione della Confederazione Polacco Lituana del 1569, con i territori meridionali di questa nuova formazione politica, corrispondenti all’attuale Ucraina, abitati da slavi ortodossi in contesto polacco. L’unione del Patriarcato di Kiev e di tutta la Russia alla Chiesa romana, del 1595-96, fu percepita da alcuni ortodossi come un contrasto alla propria autonomia e portò alla secessione di alcuni territori della confederazione, a maggioranza cosacca, che entrarono a far parte della Russia di Moscovia. Le spartizioni della Polonia nel ‘700 portarono ad una russificazione delle zone alla riva destra del Dnepr fino a Kiev e alla nascita, intorno al 1820, intorno a Kiev, dei primi tentativi di formazione di un’idea di nazione, per ora, tuttavia, solo a livello accademico. Inoltre, la Galizia orientale, passata all’Impero austriaco dopo la divisione della Polonia, era caratterizzata dalla paradossale situazione di una maggioranza di contadini ucraini sottomessi ad una minoranza polacca nobile. Questo portò ad un’incrinatura tra la Chiesa greco-cattolica e i polacchi, soprattutto dopo gli sconvolgimenti del 1848, quando si palesarono le divergenze tra gli ucraini, che rappresentavano la maggior parte dei fedeli in quella zona, e la minoranza polacca.

Nel periodo sovietico l’Ucraina – Repubblica Socialista Sovietica dal 1922 – vide attuata nei suoi confronti una duplice strategia da parte di Mosca: da una parte si favorì la creazione della nazione che costituiva la naturale estensione verso occidente dell’Unione Sovietica. Dall’altra, al contrario, si ostacolò l’indigenizzazione nel periodo in cui si collettivizzavano le campagne e se nedeportavano brutalmente i proprietari agricoli. Si stima che la carestia del 1932-33 abbia portato tre milioni e mezzo di morti nelle campagne ucraine. Il sentimento nazionale, tuttavia, in questi primi anni ’30, continuava a svilupparsi in Galizia, ancora sotto il dominio della Polonia e nella quale si riproponeva il già citato conflitto tra le élites polacche e la maggioranza della popolazione ucraina.

Il Donbass, sede del recente conflitto, rappresentava dall’800 l’enclave operaia ucraina. Zona mineraria, nel ‘700 vi entrarono in funzione le prime miniere di carbone, di cui il sottosuolo dell’Est ucraino è particolarmente ricco, affiancate da impianti di produzione di metallo. Nell’800 Alessandro II sancì l’abolizione della servitù della gleba in Russia, che permise  agli operai russi di recarsi nel Donbass per cercare fortuna e lavoro. Si rese disponibile, in questo modo, una quantità sufficiente di manodopera per ottimizzare la produzione in quest’area. Il Donbass sarebbe divenuto ,in seguito, un modello valoriale di riferimento per tutta l’Unione Sovietica, attraverso l’universo semantico dell’instancabile e sudato operaio stacanovista, in questo caso minatore.

In sintesi, quindi, la russificazione della regione e conseguentemente dell’Ucraina, se fu favorita anche dall’entrata del Donbass nei territori dell’allora Repubblica Popolare di Ucraina nel 1918 per volere di Lenin e da decisioni di Stalin, che impedirono (solo in parte) la fuga di ucraini dalle campagne nel tempo della carestia del ’32 verso il Donbass stesso, trova le sue radici sociali nelle braccia, nel vigore e nelle famiglie dei primi volenterosi operai russi giunti in questo luogo nell’800.

Prima della reazione a catena scatenata dagli eventi di piazza Majdan nel dicembre 2013, con la conseguente destituzione del Presidente Yanukovyc non c’erano mai stai contrasti degni di nota tra ucraini e russi nel Donbass. La convivenza, facilitata dallo stesso retroterra culturale e dalla stessa etnia di appartenenza, non aveva mai dato segni di instabilità. “Euromajdan” doveva essere, nelle intenzioni dei suoi – manifesti ed occulti – promotori, una nuova alba per un’Ucraina che si sarebbe ora voluta definitivamente sganciata dagli interessi degli oligarchi e di Mosca, trasformata nuovamente, quest’ultima, nello spauracchio del mostro imperialista sovietico.

Oggi siiamo di fronte, al contrario, ad uno Stato diviso e in guerra, privo della legittimità del governo sui territori orientali, lacerato da un esodo di 1 milione di individui verso la Russia e che vede i suoi fratelli, ogni giorno, uccidersi senza pietà e memoria del passato. Inoltre, il nuovo Presidente Poroshenko, capitalista e imprenditore miliardario e il nuovo primo ministro Yatsenyuk, ex Presidente della Banca Nazionale Ucraina e prediletto dagli ambienti americani, non rappresentano esattamente i tribuni popolari che quella piazza di “tutte le genti d’Ucraina”sembrava volesse portare al potere. Palazzi in fiamme bersagliati da molotov, donne incinte sgozzate su scrivanie, morti carbonizzati abbandonati nelle strade, scuole bombardate e mutilazioni di ogni tipo non erano di casa dalle parti di Donetsk e Odessa. E per chi volesse insistere sull’opportunismo di Vladimir Putin nel difendere questi territori per ragioni imperialistiche, quindi nel senso di un’ appropriazione di risorse, ricordiamo che ne è stata garantita l’autonomia nonostante rappresenti, rispetto alla Crimea – riassorbita dalla Federazione Russa ma che basa la propria economia esclusivamente sull’agricoltura, la pesca e il turismo – un bacino minerario immensamente più redditizio e ricco di materie prime esportabili.   L’Europa vuole l’Ucraina con sé e non vede i massacri dei militanti dell’ucraino Battaglione d’Azov nell’Est, che ora vede rappresentato i in Parlamento il suo comandante Adriy Biletsky, dopo le elezioni dell’ottobre 2014. George Soros incoraggia i giovani ucraini nella loro battaglia per la libertà e finge di non vedere le milizie ultranazionaliste che marciano per Kiev con simpatiche simbologie runiche, quando questo, se fosse successo in qualsiasi altro paese europeo, sarebbe stato condannato aspramente da tutti i media occidentali e bollato come tentativo di ricostituzione del Terzo Reich.

Prescindendo da qualsiasi tipo di logica complottistica e basandoci esclusivamente su conoscenze oggettive, possiamo affermare che, nonostante il coraggio non indifferente mostrato da chi in piazza, a Kiev, credeva con cuore puro nella possibilità di un ritorno dell’Ucraina agli ucraini – dimenticando, tuttavia, gli ampi sconti finanziari e la clemenza sul pagamento degli arretrati nell’ambito dell’importazione di gas dalla “perfida Russia”- la questione ucraina ha servito interessi più grandi ma del tutto diversi da quelli della nazione. In primis, attraverso Kiev, si è voluto rompere l’asse Mosca- Berlino e quindi Mosca-Pechino-Berlino, ma soprattutto Europa- Federazione Russa, che costituivano un volano economico e sociale per le economie di queste ultime. Con le sanzioni comminate alla Federazione Russia del 2014, l’Italia, ad esempio, ha visto notevolmente ridotto l’export agroalimentare verso Mosca, con conseguenti perdite economiche e ricadute non indifferenti sul piano imprenditoriale e occupazionale.

La messa in scena, poi, a seconda di come è costruita, può trarre chi la osserva in inganno se ogni volta diversi sono i suoi osservatori o se cambia nel tempo la strategia attraverso la quale si costruisce la farsa. I personaggi coinvolti negli sconvolgimenti dell’Ucraina di oggi  sono gli stessi che presero parte al corso di eventi della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004. Con quest’ultima, Viktor Yushenko riuscì a ribaltare il risultato elettorale delle urne, che dava vincitore il suo antagonista Viktor Yanukovich. Fu sostenuto, in questa sua trama, da manifestazioni di piazza continue, da Julia Timoshenko, da George Soros e, guarda caso, proprio dall’odierno Presidente dell’Ucraina Poroshenko, che organizzò la campagna mediatica sulla sua rete televisiva “Canale 5”. Washington ha investito in Ucraina 5 miliardi di dollari dalla fine della guerra fredda. Nonostante l’esasperazione nei confronti di Yanukovich da parte del popolo ucraino fosse consolidata, all’epilogo della sua presidenza hanno contribuito indubbiamente alcuni fattori esterni. Tra di essi spiccano infiltrazioni e conoscenze americane indirette all’interno della polizia e dell’intelligence ucraina, pressione sull’opposizione al governo e su oligarchi vari, 300.000 razioni militari finite sul mercato nero e l’immancabile Open Society di George Soros. Chiude il cerchio la visita, definita di “urgente necessità”, del capo della CIA John Brennan a Kiev, nell’aprile del 2014, in concomitanza con l’apertura delle ostilità delle forze militari ucraine contro i ribelli separatisti del Donbass.

In conclusione, tuttavia, una domanda sorge spontanea: come può l’Occidente americano ed europeo contestare la legittimità della pretesa della Federazione Russa di difendere le prerogative dei suoi compatrioti nel Donbass ed emettere sanzioni nei confronti di Mosca, in nome della sempre ostentata democrazia e sovranità dei popoli, di fronte ad un Presidente, Vladimir Putin, che gode dell’88 % dei consensi dei propri cittadini? Quale Presidente o capo di governo europeo o americano beneficia di un indice così alto di gradimento?

Dissociandoci da quegli strateghi militari da tastiera, i quali sembrano provar piacere nel contemplare la guerra fratricida che si svolge in territorio ucraino, auguriamo al popolo del Donbasse dell’Ucraina tutta un’immediata pacificazione del conflitto in corso e la ricostituzione definitiva del proprio tessuto sociale, augurandogli di non scambiare mai più un nuovo carceriere per un presunto liberatore.

 

Cina&Russia – L’accordo del secolo ( Parte II )

In geopolitica e in analisi geoeconomica si utilizza frequentemente il termine “Eurasia”. Con l’Unione Europea impegnata ad essere il braccio politico della NATO e non un nuovo Stato federale e quindi in contrasto con Mosca, il terzo litigante ossia la Cina ne gode. Come illlustrato nella prima parte da Francesco Tamburini la Russia fornirà trentotto miliardi di metri cubi di gas annui alla Cina.  Un accordo che i Cinesi hanno limato per dieci lunghi anni e sono stati al contempo così abili da sfruttare, distruggendo tutte le analisi dei report dei grandi istituti finanziari,  il carbone brasiliano portandolo a essere la prima fonte di energia al mondo.

Come detto la trattativa è durata ben dieci anni e la sua conclusione favorevole anche nelle condizioni a Pechino ha creato un nuovo e rinvigorito entusiasmo nei confronti del nuovo corso governativo di Xi Jinping. L’accordo trentennale siglato nella fattispecie da Gazprom e la China National Petroleum Corporation potrebbe già secondo i rumors di fine estate arrivare a una fornitura pari a sessanta miliardi di metri cubi.  Poiché la dipendenza cinese dal gas è pari a cinquantatre miliardi l’anno, Mosca si ritroverebbe a essere il fornitore unico di Pechino.  Quello energetico non è stato l’unico accordo siglato lo scorso maggio e ora agli esordi operativi.  Infatti, assieme al suddetto accordo ve ne sono altri quarantotto alcuni nel settore militare. Un elemento di altissimo rilievo concerne il fatto  che la più grande infrastruttura destinata al rifornimento di gas dalla Russia passa direttamente dalla Mongalia, paese nell’orbita dei due paesi, arrivando nel Nord della Cina e andando di fatto a  sanare un’area geografica in ritardo nello sviluppo rispetto il resto del paese. Nei colloqui intercorsi tra il Presidente Cinese Xi Jinping e il suo omologato Vladimir Putin si è discusso anche della stabilizzazione asiatica e dei due paesi che si sentono sempre più accerchiati se non direttamente nel mirino dei missili e della potenza bellica americana e dell’ alleanza nordatlantica. In parte tale accordo è figlio dell’intervento russo cinese a protezione della Repubblica di Siria dai preventivati bombardamenti occidentali. Il che, alla luce della vera natura dei Ribelli ossia l’Isis, è stato un bene.

putin_cina2105

Come a dire che nell’accordo del secolo ve ne è per tutti, dagli analisti geopolitici agli economisti. Ma, soprattutto c’è un’alleanza che nemmeno il comunismo aveva creato.  Un’alleanza che per il peso specifico deve far riflettere quantomeno, la dipendente da tutti in tutto, Europa.

Cina&Russia – L’accordo del secolo [ Parte I ]

L’accordo siglato tra Cina e Russia il 22 maggio scorso regola gli scambi di gas naturale tra i due paesi dal 2018 al 2048 attraverso nuove pipeline siberiane ed ha un valore totale stimato attorno ai 400 miliardi di dollari. Il motivo dietro allo sblocco di negoziazioni in stallo da più di dieci anni ruota, come tutte le recenti mosse del gigante russo in politica estera, attorno all’Ucraina.
Le tensioni ucraine degli ultimi mesi hanno infatti fortemente destabilizzato la diplomazia russa, esponendola al rischio di un isolamento internazionale particolarmente rischioso per un paese dipendente dai capitali esteri e dal commercio internazionale. L’accordo allenta quindi la pressione occidentale sulla Russia e permette al paese di diversificare le proprie esportazioni di gas, per ora fortemente legate al mercato europeo. L’altro risultato è rappresentato dallo sconvolgimento del panorama economico internazionale: infatti, la nascita di un importante mercato energetico in reminbi mette in pericolo l’egemonia dei petroldollari e rafforza la posizione dei BRICS, che hanno peraltro annunciato a margine dei Mondiali brasiliani la creazione di una banca mondiale per lo sviluppo alternativa a BIRS e FMI con sede a Shanghai. Dal punto di vista russo, l’accordo rappresenta quindi l’ennesima vittoria politica e diplomatica di Vladimir Putin ai danni di Stati Uniti ed Unione Europea, nonché un’ulteriore affermazione per le potenze emergenti a livello economico mondiale.
Ma, come è spesso accaduto nella storia russa, anche questa vittoria è stata pagata a caro prezzo. Le negoziazioni con la Cina infatti si sono sbloccate grazie alle concessioni fatte da Mosca sui prezzi del gas: sebbene i termini dell’accordo vengano ancora tenuti segreti, sembra che il gas russo verrà pagato dai cinesi non ai prezzi vigenti nei mercati europei, ma in conformità a quelli più bassi del gas turkmeno acquistato da Pechino. In poche parole, come nel caso dell’infausto accordo con Yanukovic, Gazprom ha dovuto una volta in più sacrificare il proprio interesse economico alla ragion di Stato. Per portare a termine l’accordo è stato perciò necessario l’intervento facilitatore di Putin, che, promettendo importanti esenzioni fiscali a Gazprom, ha assicurato la permanenza di moderati profitti per il gigante del gas naturale, privando però il bilancio statale di più di 30 miliardi di dollari di entrate.
L’accordo viene poi presentato come la prima iniziativa concreta della nuova politica estera russa. Come ha infatti affermato Putin a giugno al Forum economico internazionale a San Pietroburgo, la Russia intende effettuare un ‘Pivot to East’ parallelo a quello statunitense, ovvero una svolta verso l’Oriente sempre più centrale a livello economico e diplomatico. Tale svolta è finalizzata a sviluppare l’enorme potenziale territoriale della Russia siberiana attraverso la costruzione di infrastrutture e al potenziamento delle attività immobiliari e minerarie: una riscoperta della dimensione asiatica del paese, simboleggiata dall’Aquila bicipite russa che guarda sia ad ovest che ad est e magnificata dalla retorica eurasiatica del teorico Aleksander Dugin. Dietro agli annunci trionfali, si nasconde però una realtà meno appariscente: la Russia da Pietro il Grande in avanti rimane infatti un paese fortemente sbilanciato verso Occidente a livello economico, strategico, demografico e culturale. Il tentativo di proporsi come attore di rilievo in Estremo Oriente, anche attraverso allo sviluppo delle relazioni con la Corea del Nord, sconta una tradizione di marginalità geopolitica nella regione, specialmente rispetto all’asse storico tra Giappone e Stati Uniti.
In più il successo diplomatico dell’accordo con la Cina, in grado secondo la leadership russa di far assurgere il paese a produttore energetico chiave anche in Asia, nasconde le debolezze del gigante slavo.
La Russia rischia infatti di rimanere bloccata ad un modello commerciale di stampo neo-coloniale, con scambi di risorse in cambio di manufatti, e di rimanere un rentier state con serie carenze in sviluppo tecnologico e in capitale umano. Inoltre l’accordo conferma la posizione dominante della Cina come ‘regional gas price setter’ e quindi lo spostamento di potere negoziale verso il colosso asiatico, prefigurando un’evoluzione del rapporto tra i due paesi sempre più squilibrata e svantaggiosa per la Russia. Per queste ragioni l’accordo, risuonato come grande successo diplomatico ed economico sia in patria che nei media internazionali, viene definito dall’analista di Chatham House Ilja Zaslavskij ‘una disperata scommessa geopolitica che ignora qualsiasi ragione economica, […] esattamente ciò che ci si aspetta da ex ufficiale del KGB che gestisce con poca lungimiranza la politica energetica.’