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Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

Russia e pensiero

Quando i miei stimati consoci mi hanno parlato dell’idea di dedicare un articolo al pensiero russo mi sono sentito un tantino fottuto. «Di cosa gli scrivo?» mi sono chiesto? Il pensiero russo non è filosofico. O almeno è quanto di più lontano possa esistere rispetto ad una certa visione della filosofia alla quale sono legato.

Come spesso mi capita – però – appena ho smesso di fare la testa di cazzo e ho connesso i neuroni due o tre ideuzze mi sono venute.

Delitto e castigo di Dostojevski è senza ombra di dubbio uno dei più importanti testi del nichilismo contemporaneo. Peccato sia un romanzo e peccato che il sottoscritto detesti ogni forma di confusione tra lettere e filosofia. Nondimeno il punto rimane. Possibile che la patria del già citato Dostojevski non abbia dato i natali ad almeno un dannato filosofo?! In effetti un tizio c’è: Vladimir Sergeevic Solov’ëv. Vi avverto, l’amico è bello strano, tanto strano che – mi sono detto – non posso non scriverci due righe su. Vediamo. Per Solov’ëv la società ideale è quella composta da uomini che vivono ad immagine e somiglianza di Gesù Cristo (!). Ora Cristo ha due nature: una umana e una divina. La natura divina è quella espressa nei suoi insegnamenti. Quella umana è quella sì legata alla vicenda della crocifissione, ma non solo. Non si offenda nessuno – non è mia intenzione – ma banalizzando un pochino dovremmo ammettere che Cristo era un tipo fico. Stando al Valngelo, come capo se la cavava non male e pare che gli riuscissero anche due o tre trucchetti a base di pane e pesci. Ora, secondo Solov’ëv, queste due nature avrebbero pervaso il mondo sotto forma di due principi. Alla natura divina sarebbe corrisposto il principio di Verità, a quella umana il principio di Autonomia.

Questi due principi sarebbero stati poi fatti propri da genti diverse, andando a forgiare culture diverse. In altri termini, secondo il Nostro la frattura tra Cristianesimo Occidentale e Ortodosso-orientale sarebbe derivata dal fatto che i primi avrebbero preferito il principio di Autonomia, i secondi quello di Verità.

Sempre proseguendo la ricostruzione di Solov’ëv, questo spiegherebbe perché l’uomo occidentale abbia sempre avuto un atteggiamento forte, energico, sicuro delle proprie prerogative e non eccessivamente preoccupato della spiritualità. Diverso è invece l’uomo orientale (slavo): cerimonioso, lento e a tratti misticheggiante.

I due principi, tuttavia, non sono destinati a rimanere eternamente distinti. L’occidente, senza Verità, diventa materialista, caotico. Troppa Autonomia si traduce in Anarchia. Solov’ëv cita a questo proposito Marx e Nietzsche: senza Verità l’occidente diventa ateo, e per il nostro non è una cosa carina. Dall’altra parte, l’Oriente rischia di schiattare di cerimoniosità e di messe che durano ore (chi ha avuto occasione di assistere ad un rito ortodosso lo sa bene: un paio d’ore di liturgia sono lo standard).

Con queste premesse c’è poco da fare, i due principi si devono riunire, le due Chiese devono tornare ad essere una cosa sola, realizzando così quella società perfetta, forgiata ad immagine e somiglianza di Cristo, con la quale avevamo iniziato la nostra chiacchierata.

Che ne penso di tutto questo? Il contenuto filosofico, in sé, non mi fa impazzire. Quello “teologico” ancor meno. Se però lasciamo da parte questi due e ci soffermiamo sulla descrizione del mindset slavo, la cosa diventa interessante. La Russia, con tutte le sue contraddizioni, ha sempre espresso un certo misticismo che nemmeno l’osservanza materialista rigidamente imposta dall’epopea sovietica è riuscita del tutto ad obliterare.

Il culto rimane una categoria profondamente radicata nel pensiero russo, sia esso culto religioso, culto della Rivoluzione, culto di Lenin, culto del compagno Stalin, culto della famiglia (uso del patronimico!), culto dell’onor di patria, culto del presidente Putin e bla, bla, bla. Nel bene o nel male, cosa sono queste olimpiadi da 50 miliardi di dollari se non una colossale liturgia? Un’immensa celebrazione della forza di un paese che ha tutta intenzione di recuperare un ruolo di primo piano sullo scenario internazionale?

1917

1917

A Zurigo si svolge la prima mostra dada (Galerie Corray, gennaio-febbraio);

in marzo, con una collettiva del gruppo Sturm si apre la Galleria Dada.

A causa della guerra, il fulcro dell’attività artistica europea si sposta a New York dove arrivano, tra gli altri, Marcel Duchamp e Francis Picabia.

Duchamp pubblica due periodici dada: The Blind Man (2 fascicoli: aprile e maggio) e Rongwrong (luglio).

La Rivoluzione d’Ottobre segna l’inizio di un grande sviluppo dell’avanguardia storica russa con la fondazione, ad esempio, del movimento Proletkult – del quale sarà membro, dal 1922 al 1925, anche Romanovič – e la nascita del gruppo Arte Organica.

Anatoly Lunacharsky – Commissario del popolo alla cultura, all’educazione e all’illuminazione – nomina molti artisti dell’avanguardia sovietica a posti amministrativi e pedagogici.

A Tiflis, in novembre Kručenych e Iliazd (Ilya Znanevič) intraprendono una serie di recite delle loro poesie in Zaum.

In dicembre il duo è raggiunto dal pittore Kirill Znanevič (fratello di Ilyazd) e da Igor Gerasimovič Terentev per formare il Gruppo 41° (forse perché un grado più forte della vodka).

Tatlin, Rodčenko e Jakùlov affrescano il ‘Caffè pittoresco’ di Mosca.

Majakovskij scrive Ode alla rivoluzione.

Anton Pevsner inizia ad insegnare a Mosca.

Sarà stato lo Zeitgeist che inebriava le menti splendide di quei giovani coraggiosi.

Saranno state le ideologie così ripide e folli che li animavano.

Sarà stata la scossa prodotta da una cultura per la prima volta partecipata.

Ancora non siamo certi di come una strepitosa generazione di artisti sia sorta in Europa tra i due conflitti mondiali, in contemporanea all’avvento dei totalitarismi più cruenti della nostra Storia Contemporanea.

Non sono un detrattore dell’oggi. Sono convinto che anche le generazioni più vicine a chi scrive stiano elaborando qualcosa di considerevole. Ma di certo, oggi più che mai, abbiamo un nemico in più da combattere: la specializzazione. Uno dei mali più insidiosi che serpeggiano nella cultura occidentale.

Questo non accadeva nel 1917 a Mosca. Precisamente su Kuzneckij Most.

Si stava pensando a qualcosa di troppo grande per perdere tempo, si stava compiendo la Rivoluzione. E come ogni disegno politico-culturale che si rispetti, vi era bisogno di un punto di ritrovo da dove farlo partire. Un luogo dove poter condividere le proprie visioni, le proprie tensioni. Dove poter far circolare in modo virale le proprie intuizioni. Oggi forse diremmo – ahimè – di una chat, di un pagina fb, di un blog! Ieri si sarebbe detto di un caffè.

Eccoci quindi alla nostra storia. Kuzneckij Most, una delle zone più vivaci di una Mosca in agitazione. Le rivolte, come già accaduto in passato, erano iniziate a San Pietro[burgo]. Ma inevitabilmente la miccia per poter dilagare ha bisogno di attecchire nella “Terza Roma”, in quella città forse meno elegante e raffinata, meno europea, spartana per vocazione, l’unica a poter tenere l’intera Russia sotto il proprio controllo.

In un piano terra ammezzato semi-ipogeo, metà bunker metà deposito, si decide di aprire un punto di ritrovo per la nuova generazione rivoluzionaria. Berlino aveva il Café des Westens, Londra il suo Café Royal, Mosca stava per inaugurare il Café Pittoresque.

 

Foto di una parete interna del Café Pittoresque

Tre i principali artefici di questo progetto: Jakulov Georgij Bogdanovič, Vladimir Evgrafovič Tatlin e Aleksandr Michajlovič Rodčenko. Per chi conosce l’arte d’avanguardia russa capirà immediatamente l’importanza di questo lavoro. Altrimenti potreste paragonarli senza indugio a Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Fortunato Depero, per comprendere la qualità espressa da questo emergente gruppo di artisti, sia come ricerca sia come esiti progettuali.

Sappiamo che Jakulov è l’ideatore dell’intervento, Tatlin lo coadiuverà come sempre (sono decisive le influenze del primo sul secondo anche nel Monumento alla Terza Internazionale Socialista, passato alla storia come il capolavoro del Costruttivismo Sovietico), mentre Rodčenko studierà l’illuminazione nei minimi dettagli. Tra gli altri collaboratori si annovera anche Nadezhda Udaltsova.

Disegno di una lampada per il Café Pittoresque, Rodčenko, 1917

Non basterà osservare, grazie alle poche foto rimaste a disposizione, la serie di costruzioni in legno, metallo e cartone alle pareti, progettate con lo scopo di interrompere la regolarità geometrica della sala, per cogliere l’aspetto più importante di questo caffè moscovita, ovvero la vita al suo interno. Anarchici misti a borghesi incuriositi, intellettuali misti ad operai, bolscevichi esaltati al fianco di militari in congedo. Questo straordinario spaccato sociale gremiva la sala tutt’attorno al palco a forma di tamburo. Mai forma e funzione corrisposero in modo così calzante. Esattamente come tamburi, al comando di una marcia esaltante, spietata nell’incedere, dal palco pensatori come Majakovskij lanciavano i loro versi:



Foto del palco del Café Pittoresque

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
[La nostra marcia]

Jacopo Costanzo – PoliSOCHI (PoliLinea)

Surfin’ USSR

Nel 1968 Paul McCartney apriva il celebre omonimo album bianco dei Beatles con “Back in the USSR”, una parodia surf che invece di avere come luogo del desiderio una spiaggia californiana, poneva al centro del pezzo le ragazze sovietiche. Paul riuscì solo nel 2003 a suonare quel pezzo dal vivo nella piazza rossa di Mosca, accolto dal tripudio di sessantamila spettatori.

Ma che cosa è stato veramente il rock n’ roll dall’altra parte del muro? Come si può facilmente intuire (e come ci suggerisce in parte il celeberrimo film “Goodbye Lenin”), il rapporto fra giovani alla ricerca spasmodica e curiosa della cultura pop occidentale e i vari governi del blocco sovietico non era esattamente idilliaco, soprattutto a causa della della regressione oscurantista che il super-stato controllato dal Cremlino avrà dagli anni 60’ in poi.

Il russkij rok, underground non per scelta ma per sopravvivenza, iniziò a diffondersi in modo meno sporadico negli anni ’70, durante la presidenza di Brezhnev. In ambienti universitari iniziarono a organizzarsi concerti che ovviamente venivano pubblicizzati a voce, per i quali non venivano indicati orari, consegnati biglietti. Tutto insomma avveniva nella più completa clandestinità, visto che era vietato lo svolgimento di attività di business privato, l’esecuzione di canzoni non sottoposte a censura, nonché i raduni non riconosciuti di persone e il consumo di alcol in luoghi pubblici. Nel 1969 uscì una rivista giovanile clandestina – una delle tante – che spiegava dettagliatamente come ottenere i componenti elettronici per convertire la propria chitarra acustica in un’elettrica – principalmente devastando una cabina telefonica.
I Beatles, si sa, erano più famosi di Gesù, e per quanto potesse essere oscurantista il governo dell’URRS, i giovani cominciarono ad avere un culto sotterraneo per i FabFour, tanto che iniziarono a farsi cucire le giacche alla bene e meglio per farle somigliare a quelle del quartetto di Liverpool (questo particolare modello venne chiamato ‘Bitlovka’).

La situazione cambiò con la Perestrojka, fino a che la musica non diventò un business esattamente come in Occidente. Il grande evento che segnò la fine dei conflitti ‘musicali’ fra il blocco occidentale e quello sovietico ebbe luogo nel 1989, con il Moscow Music Peace Fest, festival teoricamente volto a promuovere la pace e a combattere l’abuso di alcol e droghe. Si pensò bene, quindi, di chiamare Motley Crue, Bon Jovi, Cinderella, Ozzy Osbourne,Skid Row e altri musicisti noti per la loro sobrietà. La classica contraddizione in perfetto stile show-biz occidentale. In questi vent’anni la Russia è cambiata molto, ma l’impressione è che, capitalismo sfrenato a parte, non ci siano le condizioni per parlare di libertà d’espressione.

Luigi Costanzo – PoliRitmi

the big one


the olympic stadium

 http://youtu.be/aWjalFoDfVo

 Roberto Crea

Olimpiadi con stile, ecco chi veste gli atleti di Sochi 2014

Olimpo dello Sport e vetrina internazionale. Che si porti a casa la medaglia o no, per gli atleti Sochi 2014 è l’occasione per farsi notare. Anche quest’anno i grandi stilisti e designer si sono messi al servizio delle nazionali per creare divise uniche, spettacolari ma soprattutto patriottiche. Ecco cosa ne è venuto fuori: Italiani con stile. Alle Olimpiadi invernali di Sochi 2014 la nostra squadra vestirà Armani. Dopo Londra 2012 prosegue la collaborazione tra re Giorgio e il CONI. In qualità di official outfitter, lo stilista fornirà l’intero guardaroba sportivo e formale alla squadra Olimpica e alla squadra Paralimpica dell’Italia sia in Russia che a Rio nel 2016.

Il marchio EA7 comparirà su tutti gli abiti e gli accessori che saranno indossati dagli atleti in ogni momento della giornata, escluse le competizioni, e per tutta la durata delle manifestazioni.

Taglio ergonomico, cuciture termosaldate e tute da sci con cappucci decorati con i colori della bandiera italiana. Total blu e dettagli tricolore anche per cappellini, sciarpe, guanti, occhiali e zainetti. All’interno delle giacche e delle felpe, sul lato del cuore, è riportata in oro e in corsivo, la prima strofa dell’inno di Mameli. Questa volta non ci saranno giustificazioni per chi non canta.

La Francia punta su Lacoste, che ha sostituito Adidas come sponsor ufficiale. Gli otto capi che compongono la collezione sono stati presentati con una sontuosa conferenza stampa: “Con Lacoste la squadra condivide i valori di tenacia, joie de vivre e sportività” hanno dichiarato da Parigi. Che si tratti di alta moda o di tute da sci, per i francesi non fa differenza: lo stile prima di tutto. Ogni atleta dispone di una divisa da cerimonia, una divisa ufficiale e due divise per il villaggio olimpico. Speriamo che gli abbiano fornito anche un set di bauli di Vuitton. Piccola curiosità: il marchio del coccodrillo vestì gli sciatori francesi anche ai Giochi Olimpici invernali di Grenoble nel 1968.

Gli Stati Uniti scelgono ancora Ralph Lauren e puntano tutto sul patriottismo. Ogni singolo capo è interamente made in USA: la lana viene dall’Oregon, i filati da Pennsylvania e North Carolina e le magliette dalla California. Ralph Lauren ha realizzato anche un sito web dedicato alla collezione disegnata per la squadra olimpica. Andateci a fare un giro, vi sembrerà di essere entrati nello shop online di Abercrombie. A far discutere è il golf creato per la cerimonia di inaugurazione di Sochi: pieno stile Bridget Jones a Natale, con la differenza che le renne sono state sostituite da ogni possibile simbolo a stelle e strisce. Molti americani non I’hanno presa bene.

Questo tweet è stato uno dei più gentili:

“Chi ha il golf più brutto alla cerimonia di inaugurazione vince qualcosa?”.

Somewhere over the rainbow. C’è chi sostiene che l’uniforme della Germania a Sochi sia una risposta alle leggi anti-gay in Russia. Vero o no, fatto sta che il team tedesco ha indossato una divisa arcobaleno durante la sfilata di inizio dei Giochi. Tutti gli atleti hanno in dotazione giacconi lunghi con tre strisce di colore sfumate, il giallo, il verde e il blu: il rosso compare nei pantaloni delle donne. La Federazione olimpica tedesca ha già smentito che tra i colori scelti e le leggi di Putin ci sia un collegamento. Anzi si tratterebbe solo di un omaggio a Monaco 1972 (la mascotte Waldi era “multicolore”). Anche il designer Willy Bogner difende le sue creazioni: “Nessuna polemica politica, le divise sono state create usando materiali e colori specialmente pensati per le condizioni di Sochi”.

Infine la Svezia che non avendo trovato niente da Ikea, per i suoi atleti sceglie H&M. Prima la sfilata a Parigi, ora l’accordo per vestire la nazionale sia a Sochi che a Rio, la medaglia d’oro per la scalata spetta di sicuro a H&M.

 

Eisenstein e la scuola del montaggio

Negli anni intercorsi tra la rivoluzione e la definitiva cattura del potere da parte di Stalin, in Russia ci fu una notevole propulsione delle attività artistico-culturali, spesso con impronte avanguardistiche destinate a rimanere celebri e paradigmatiche. In questa rubrica parliamo di cinema e non c’è dubbio che in questo ambito la stagione post-rivoluzionaria sia stata fruttuosissima, sia per il dibattito teorico riguardo il mezzo, sia per gli esiti a cui esso ha portato quando si è trattato effettivamente di impressionare della pellicola, e il fatto che teorici e registi fossero fondamentalmente le stesse persone è stato uno dei principali fattori che ha portato ad una produzione così idiosincratica e peculiare, con così pochi analoghi nella storia della settima arte. La parola chiave attorno a cui ruotò molto del dibattito in quegli anni è ovviamente “montaggio”, inteso non solo come il procedimento artigianale di taglio e cucito di brandelli di pellicola, o l’ordinamento logico/cronologico degli eventi narrati nel film, ma piuttosto come lo strumento fondamentale a disposizione del cineasta nel forgiare la sua opera, la più nucleare strategia di significazione del cinema come mezzo di comunicazione.

La concezione che di questo procedimento si è avuta da parte di diversi protagonisti dell’epoca fu estremamente eterogenea. Se Pudovkin per esempio enfatizzava la dimensione ingegneristica del montaggio, necessaria affinchè il tutto risultasse più della somma delle sue parti, Vertov, che aveva un background musicale, si concentrava sulle possibilità ritmiche del procedimento, mentre Eisenstein aveva probabilmente la visione più onnicomprensiva e ambiziosa, delineando il montaggio non come una peculiarità del mezzo cinematografico, ma come una caratteristica di ogni forma d’arte che nel cinema trovava la sua massima espressione.

L’assunto di fondo di queste che furono poi raggruppate come “teorie del montaggio”, è che la giustapposizione di immagini diverse alteri decisivamente la comprensione che lo spettatore avrebbe delle singole inquadrature. La cosa potrebbe sembrare un’ovvietà, ma è concentrandosi sulle possibilità espressive, sulle diramazioni possibili nell’utilizzo di questo che ormai ci sembra un meccanismo intrinseco e fondativo del cinema, che Eisenstein e soci sono arrivati ad elaborare degli stili di regia le cui tracce sono ben difficilmente riscontrabili nel cinema successivo.

Per fare un esempio, fu in Russia che venne redatto il manifesto dell’asincronismo, un appello nato all’indomani dello sviluppo delle prime tecnologie per il cinema sonoro, affinchè la nuova possibilità non fosse sfruttata, o almeno non immediatamente, in senso strettamente naturalistico semplicemente per migliorare la capacità del mezzo di riprodurre la realtà. Eisenstein, tra i firmatari del manifesto, auspicava un utilizzo contrappuntistico della colonna sonora, che non servisse semplicemente ad arricchire o commentare le immagini, ma che con esse fosse in grado di creare delle dinamiche di significazione sulla base dei contrasti oltre che delle assonanze. Lo stesso principio era rispettato dal grande maestro nelle sue produzioni mute. Siamo abituati a pensare al montaggio come ad una maniera di giuntare immagini che abbiano comunque un’immediata vicinanza tra loro in senso spaziale o cronologico, e quando questa continuità viene interrotta siamo altrettanto abituati al fatto che lo iato sia segnalato tramite una delle molte convenzioni che sono state escogitate allo scopo. Eisenstein e i suoi colleghi rifiutavano questo paradigma e pensavano al montaggio nei termini del surplus di significato che l’associazione di due immagini può creare rispetto alla presentazione di una singola inquadratura. Rientravano in ciò considerazioni ritmiche, pittoriche e linguistiche che portarono a tentativi curiosi come quello di rappresentare l’eco delle cannonate nel Palazzo d’Inverno tramite inquadrature dei suoi corridoi deserti, a exploit retorici come l’intervallare immagini di mucche al macello a quelle delle cariche della polizia zarista sui manifestanti, ma anche a sequenze di più tradizionale pathos drammatico come la celebre mattanza sulla scalinata di Odessa.

L’imposizione del realismo socialista come estetica di regime, e l’ostilità anche personale all’operato di molti dei più audaci sperimentatori da parte di Stalin portarono alla rapida archiviazione di molte delle esperienze più interessanti, soffocate letteralmente nel sangue con le purghe degli anni ’30. Seppure alcuni dei loro maggiori proponenti continuarono a lavorare, le teorie del montaggio non sopravvissero al giro di vite di cui sopra, e rimangono per certi versi un’esperienza unica e irripetibile, una specie di crisalide mai del tutto mutata. I lavori dei registi di quegli anni sono dunque visioni molto poco familiari per lo spettatore moderno, ma sono in grado di esercitare un fascino come quello di una specie estinta o di una civiltà inghiottita dalla storia, e sono per questo un’esperienza indispensabile per chiunque voglia esplorare le zone di confine del continente cinema.

Dalla vetta del Caucaso alla vetta del mondo: la Russia di Putin in un evento sportivo

Le Olimpiadi di Sochi si presentano senza dubbio come l’evento sportivo più significativo del neonato millennio, ben più della prima Olimpiade cinese e dei primi mondiali di calcio organizzati in Africa. Per capire come mai un evento di secondo livello abbia acquistato questo peso a livello mediatico e geopolitico dobbiamo prima però fare due esercizi preliminari. Prima di tutto, dimenticare la realtà che per ignoranza e convenienza ci viene presentata dai media e dai politici, la Russia come potenza imperialista e Putin come feroce dittatore. Dopo questo arduo primo passo, non rimane che una sola cosa da fare: continuare a leggere l’articolo. Il 2013 è stato l’anno del ritorno in grande stile della Russia sulla scena mondiale, dove era relegata ad un ruolo di secondo piano dalla caduta dell’Unione Sovietica. Per capire appieno la natura e le ragioni di questo ritorno dobbiamo ripartire da quel momento.

Gli anni ’90 sono stati infatti non solo teatro della scomparsa del gigante eurasiatico dai radar della politica internazionale, ma di un vero e proprio trauma nazionale ancora impresso nella mente del popolo russo. Il crollo del regime socialista lo privò dell’ideologia e del prestigio internazionale, oltre ad aprire una fase di liberalizzazione selvaggia segnata da costante recessione, mancanza di tutele sociali, guerre e caos provocato dall’ascesa dei ricchi oligarchi e delle nuove mafie. Nel 1999 però venne eletto Presidente l’uomo designato da Boris Eltsin suo successore, un giovane ex agente del KGB in cui pochi avrebbero scommesso, ma che presto si sarebbe rivelato come l’uomo in grado di segnare in modo indelebile la vita politica ed economica del suo paese: Vladimir Vladimirovic Putin. Sotto la sua guida, l’ordine interno è stato ristabilito sedando nel sangue il tentativo di secessione cecena in Caucaso e mettendo i prepotenti oligarchi davanti ad un aut-aut: o arricchirsi in patria senza interferire col potere politico, o emigrare all’estero, per esempio a Londra, ribattezzata Londongrad o Mosca sul Tamigi, in quanto destinazione favorita degli esiliati. La popolarità di Putin, puntellata con la rinascita dell’orgoglio nazionale russo, l’alleanza con la Chiesa ortodossa e la diffusione dell’immagine virile e sportiva del Presidente (judoka, cacciatore e finanche esploratore sottomarino delle profondità del lago Bajkal), è stata favorita soprattutto dalla crescita economica dell’ultimo decennio, sostenuta dalle esportazioni di gas e petrolio, la quale ha fatto finalmente arrivare un’ondata di benessere a buona parte della popolazione. L’assenza di ricambio al vertice, favorita dall’assenza di una vera opposizione e dalla fedeltà di Medvedev, presidente per qualche anno per esigenze di Costituzione, ha permesso a Mosca di sviluppare una politica estera coerente e finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo storico russo: difendere la propria autonomia e raggiungere il ruolo di grande potenza.

La nuova politica estera russa non poteva che partire dalla riappropriazione dello spazio geopolitico delle ex repubbliche sovietiche, la cui scissione aveva rotto legami storici a livello economico, produttivo e spesso familiare, con una importante quota di minoranze russe presenti in ogni nuovo stato. Lontano dal voler limitare la sovranità degli stati satellite con la forza militare tanto cara a Leonid Breznev, Putin si è servito per la riconquista dello spazio sovietico di mezzi più conformi all’epoca in cui viviamo. La sua politica estera ha potuto così trasformare il peso energetico ed economico della Russia in una efficace arma politica, in grado da un lato di attirare storici alleati come la Bielorussia ed il Kazakhstan in una unione doganale, dall’altro di mantenere docili un vicino indeciso come l’Ucraina, riavvicinato a dicembre grazie ad agevolazioni energetiche, e persino gli stati europei in larga parte dipendenti dalle esportazioni russe di gas. E nonostante la defezione dei paesi baltici, della Georgia e della Moldavia, persi sulla via di Bruxelles, il presidente russo non si è perso d’animo ed ha aperto la sua terza presidenza con l’annuncio di una unione eurasiatica per favorire gli scambi commerciali e rafforzare i legami politici nell’area ex-sovietica. Con questa mossa Mosca vuole difendersi su due fronti. Ad occidente, dove i progetti di espansione dell’Unione Europea verso l’Europa orientale stanno gettando i rapporti russo-europei nel gelo più totale e l’Ucraina nel caos politico. Ad oriente, dove l’ascesa della Cina a primo partner commerciale dei paesi centrasiatici non è passata inosservata. La prevalenza dell’approccio commerciale e pragmatico, con momentaneo ritorno ai mezzi bellici ove necessario (come contro la Georgia durante le Olimpiadi pechinesi nel 2008), ha favorito anche l’ingresso atteso 19 anni della Russia nel WTO, dove in poco più di un anno e mezzo non sono mancati contrasti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ma il grande successo russo non ha avuto luogo tanto sulle dinamiche regionali, quanto proprio nei rapporti con l’avversario storico, gli Stati Uniti,. Al culmine della tensione internazionale sulla crisi siriana, con i marines pronti ad attaccare Damasco per colpa di una dichiarazione maldestra di Obama sulle armi chimiche e dell’abitudine americana ormai patologica ad assumere al ruolo di gendarme globale, è stato proprio l’intervento di Putin ad evitare un altro bagno di sangue mediorientale. Il Presidente russo, fino ad allora fornitore principale di armi e copertura diplomatica al regime siriano, ha messo i panni del mediatore di pace tra il governo siriano e la comunità internazionale, inviando persino un articolo al New York Times in cui umiliava l’odiato Occidente, dando agli americani una lezione di diritto internazionale e di moderazione. Se in patria l’accordo sponsorizzato dalla Russia veniva accolto con toni lievemente sopra le righe (nel tripudio generale spiccava la proposta del premio Nobel per la pace per Putin), la sconfitta politica e il ridimensionamento del ruolo mondiale degli Stati Uniti risultava comunque innegabile, così come il ritorno della Russia al rango di potenza diplomatica dalla proiezione globale.

In questo contesto incandescente le Olimpiadi di Sochi che si apriranno venerdì si trovano al centro di controversie e contrasti sempre più accesi, in cui le probabili manifestazioni contro la discriminazione legislativa e le violenze omofobe in Russia, sostenute dal boicottaggio di Obama e Hollande, si presentano come un fattore di interesse minore. Questi giochi hanno infatti un valore strategico per la Russia, e devono realizzare tre obiettivi distinti: cementare il consenso interno al governo, trasformare un’area periferica ed economicamente marginale in un resort turistico di lusso, e soprattutto migliorare l’immagine internazionale del paese. Il bisogno russo di investitori stranieri ha persino spinto Putin al coup-de-theatre della scarcerazione dell’oligarca ribelle Chodorovskij a pochi mesi dalle Olimpiadi. Come se non bastasse, la scelta della location per le Olimpiadi ha poi un valore tutto particolare. Come ha affermato l’intellettuale Eduard Limonov qualche giorno fa, “ospitare le Olimpiadi in una zona subtropicale a pochi chilometri dalla Cecenia è la più alta dimostrazione d’insolenza e autorità, una sfida all’opinione pubblica”. Putinha intenzione infatti di riaffermare la sovranità russa sul Caucaso, ben cosciente della valore dell’area di Sochi come simbolo storico della resistenza musulmana all’occupazione russa. Gli attacchi agli impianti olimpici e i due attentati di Volgograd di matrice jihadista hanno alzato la tensione per un possibile attacco terroristico, spingendo il governo ad emanare misure speciali: non solo sono stati controllati i documenti di tutte le persone nella regione di Sochi, ma è previsto anche l’utilizzo massiccio di tecnologie tali per cui, come affermano alcuni giornalisti russi e la stessa amministrazione americana, tutte le comunicazioni via telefono e internet saranno controllate durante lo svolgimento dei Giochi.

Ma a parte le tensioni diplomatiche e sulla sicurezza, le Olimpiadi di Sochi si annunciano un evento senza precedenti dal punto di vista logistico. La bizzarra idea di organizzare dei giochi invernali in riva al mare (Sochi è a tutti gli effetti una località balneare e le strutture principali sono costruite a ridosso della costa) sarà resa possibile dalla produzione in loco di neve artificiale a ritmi forzati e da altre tecnologie costose e all’avanguardia. Le spese statali per l’organizzazione dell’evento sono infatti state criticate dal blogger anti-corruzione Aleksej Navalnij, che sul suo sito ha denunciato i costi esorbitanti delle infrastrutture, il debito delle banche che ricadrà sui contribuenti russi e le vergognose agevolazioni alle aziende appaltatrici, condite con il consueto traffico di corruzione.

Ma Putin non dà troppo seguito delle accuse, così come non si cura troppo dei problemi interni e dei fondi ingenti di cui avrebbero bisogno la sanità, il welfare e il sistema educativo russo. In questo momento l’amministrazione è concentrata affinché le Olimpiadi siano la degna apertura del “Decennio d’Oro dello Sport russo”, che vedrà il colosso eurasiatico ospitare le Universiadi, le gare di Formula Uno e la Coppa del Mondo di calcio del 2018, al fine di sancire anche a livello mediatico il riconoscimento della Russia come superpotenza geopolitica ed economica. Cosa deve aspettarsi il paese da domani? Medaglie d’oro, sorrisi e successi internazionali. Finché durano gas e petrolio, of course.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Russia, che combini? Un arcobaleno di regole

Inizia PoliSochi, un’indagine a 360 gradi sulla grande protagonista delle prossime settimane, la Russia. Oggi un’introduzione sull’attualità, da un punto di vista il più filosofico possibile (anche se si parla pur sempre di concreta attualità.. I retroscena politici nella rubrica PoliLinea, e tutta la settimana dedicata alla comprensione di questo enigmatico Leviatano, la cui ombra sembra nascondere ogni giorno di più il suo passato glorioso. L’incostanza ideologica di un paese in crescente potere, paese oggi al centro non solo di fragili dinamiche politiche ma soprattutto incastrato – insieme agli altri paesi del BRICS – in un processo di crescita difficile e frastagliato. Forse il paese emergente oggi più osservato e criticato, personificato nell’immagine glaciale di Vladimir Putin, maschera non solo degli interessi della sua politica ma anche dei disinteressi e delle ideologie di un intero paese, del popolo, ma soprattutto della massa. Uno, nessuno, centomila,

Ciò che spaventa è come l’inversione ideologica di un presidente possa influenzare i valori di un intero paese. La massa, quella massa “aggregata” analizzata da Sigmund Freud ne la psicologia delle masse torna ad essere protagonista in un’analisi geopolitica sull’oggi russo a ridosso delle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014, come vittima di un’ imprinting mediatico acutamente progettato su misura per questo momento di visibilità internazionale.

In cui convivono situazioni di tensione di ordine diverso, legate da un lato al rischio terroristico, causa la vicinanza dei Giochi alla Cecenia, dall’altro al delirante clima di xenofobia che ha turbato la vigilia del grande evento.

Turbolenze. Regole. Oggi torniamo a parlare di xenofobia.

Tra amarezza e ironia si apriranno le Olimpiadi Invernali il prossimo 7 Febbraio, cercando di evitare boicottaggi ed interferenze terroristiche in seguito all’approvazione da parte di Putin della legge anti-gay lo scorso 25 Gennaio; a Sochi saranno punite forme di protesta contro la legge anti-gay, saranno punite espressioni omosessuali durante le manifestazioni olimpiche.

Proteste pacifiche da Amnesty International e dagli stessi atleti, come quella su Twitter dello snowboarder canadese Sebastien Toutant, che ironizza sulle regole che dovranno essere rispettate nei bagni di Sochi (vedi immagine).

Per fortuna il contesto delle Olimpiadi invernali appare come un giardino di differenze, in cui protagonisti sono paradossalmente coloro che provengono dal Sud del Mondo, dal Marocco, al Senegal, al Kenya -in tutto dieci paesi africani-, dal Brasile fino al sud-est asiatico, guidati solamente dalla passione per qualcosa che hanno difficilmente materializzato sudando sotto il sole del Sud.

Questo contrasto tra la solarità dei paesi ospiti e la fredda organizzazione del paese delle notti bianche salva l’atmosfera dei Giochi e allo stesso tempo incoraggia nuove forme di protesta. Boicottare i Giochi? No, boicottare il marcio del potere che viene a galla attraverso i Giochi.

Infatti Thomas Bach, presidente del Cio, si schiera contro ogni boicottaggio, rivolgendosi così anche a quegli Stati occidentali che si sono espressi contro le violazioni da parte di Putin ai diritti umanitari: “il boicottaggio va contro lo spirito dello sport e lo priva degli strumenti per continuare a lavorare per la pace, la comprensione reciproca e la solidarietà. Lo sport deve avere un’autonomia responsabile e la politica deve rispettare l’indipendenza dello sport. Ma lo sport non opera in un ambiente privo di leggi e questo significa che noi rispettiamo le leggi nazionali che non riguardano direttamente lo sport e le sue organizzazioni”.

Ibridi di quest’esperienza sono le iniziative anti-xenofobia “pacifiche”:

Ribaltamento del ribaltamento dello stato delle cose in Russia: infatti, prima che la legge anti-gay entrasse in vigore sembrava che la situazione russa nei confronti delle comunità minoritarie si fosse ammorbidita: oggi essere xenofobi in Russia è stato definito addirittura “trendy”.

Ivan Okhlobystin, eccentrico personaggio pubblico protagonista della versione russa della sit-com Scrubs in questa atmosfera di “delirio” si è sentito in diritto di dichiarare pubblicamente “farei bruciare vivi tutti i gay.. sono un pericolo vivente per i miei bambini”. Padre di sei figli, così si è giustificato, reindirizzando la minaccia esclusivamente agli abusi della pedofilia.  Come si è potuti arrivare ad una dichiarazione del genere?A pochi mesi dalla legge anti-gay approvata dal presidente Putin lo scorso 25 Gennaio il pubblico dei Giochi si ribella contro il marcio del paese. Mentre le variazioni della personalità del presidente influenzano l’immagine di tutto il paese, il cui popolo, prima vittima del non-sapere, si schiera in costante rivolta contro l’eccesso di potere.

Sul presidente ironizza anche Edward Limonov, politico e scrittore russo, per il quale avrebbe perso anche quel suo interesse ludico “da playboy”, o “da ufficiale del Kgb” (intervista sul Fatto Quotidiano del 29/1) che lo ha spinse ad investire cifre esorbitanti (circa 36 miliardi di euro) durante i suoi anni di fuoco (vedi festini con Berlusconi) per la realizzazione dei Giochi di Sochi, per poi oggi disinteressarsene, abbassando il tono.

L’immagine di Putin sfumata e sfuggente non è ben chiara neanche all’identità stessa del popolo russo: troppi interessi o troppo disinteresse?

Un’immagine del potere troppo forte, che porta a confondere la critica internazionale: l’opinione pubblica barcolla, gli intellettuali si indignano, le organizzazioni umanitarie si rimboccano le maniche.

Dietro a Putin forse una specie di nuovo Leviatano? Un Leviatano indefinito, contemporaneo, pieno di interessi ma allo stesso tempo apparentemente disinteressato, sfrenato ma capace di ripristinare l’immagine della propria serietà.

La capacità di controllo è oggi all’ennesima potenza; evoluzione ampliata degli orizzonti delle teorie di Foucault, secondo il quale l’azione del potere agirebbe localmente in determinati luoghi di controllo -i “luoghi del potere”-, mantenendosi vivo attraverso la forza del sapere.

Oggi è la forza dell’immagine che mantiene vivo il potere, non più il sapere, in una ragnatela di relazioni dislocate che si moltiplicano e mantengono la distanza tra il baricentro e il popolo.

Che succederà?

Siria, dall’attacco chimico alle torture nelle carceri: nuovi importanti sviluppi

L’8 dicembre scorso il giornalista statunitense Seymour Hersh ha pubblicato sul sito della London Review of Books (LRB) un lungo articolo, intitolato «Whose Sarin» (articolo tradotto in italiano e comparso su Repubblica del 10 dicembre), nel quale accusa il governo americano di non aver detto la verità per ciò che riguarda l’ormai famoso attacco chimico del 21 agosto scorso. Attacco chimico che, è bene ribadirlo, avrebbe potuto portare all’intervento militare proprio degli Stati Uniti. 76 anni, Hersh è un giornalista molto famoso: nel 1970 vinse il Pulitzer per le rivelazioni del massacro di My Lai in Vietnam e nel 2004 fece conoscere al mondo intero gli abusi ad opera dei militari statunitensi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Questa volta il giornalista di Chicago mette nel mirino l’operato dei servizi segreti statunitensi e del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Scrive Hersh (di cui riporto solo alcune parti dell’articolo):

Nei mesi precedenti, le agenzie di intelligence americane hanno prodotto una serie di rapporti altamente riservati contenenti prove che il Fronte Al Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad Al Qaeda, possedeva le competenze tecniche per creare il sarin ed era in grado di fabbricarne in abbondanza. […] Un ufficiale di alto livello dell’ intelligence, in una mail spedita a un collega, ha definito le assicurazioni dell’ amministrazione Obama sulla colpevolezza di Assad una «furberia». […] Il 29 agosto, il Washington Post ha pubblicato estratti del budget annuale per tutti i programmi nazionali di intelligence, fornito da Snowden.[…]Gli estratti del Washington Post hanno fornito anche la prima indicazione di un sistema segreto di sensori all’ interno della Siria per conoscere in anticipo qualsiasi cambiamento nella situazione dell’ arsenale chimico del regime. I sensori sono monitorati dall’Nro (Ufficio nazionale di ricognizione), l’organismo che controlla tutti i satelliti dei servizi segreti americani. Secondo il riassunto del Washington Post, l’Nro ha anche il compito di «estrarre i dati provenienti dai sensori sul terreno», dislocati all’ interno della Siria. Questi sensori forniscono un monitoraggio costante dei movimenti delle testate chimiche in mano all’ esercito siriano, ma nei mesi e nei giorni prima del 21 agosto, dice sempre l’ ex funzionario, non hanno riscontrato alcun movimento. È possibile, naturalmente, che il sarin sia stato fornito all’ esercito siriano attraverso altri mezzi, ma non essendoci stato nessun preallarme le autorità americane non erano in grado di monitorare gli eventi a Ghouta Est nel momento in cui si stavano svolgendo.La Casa Bianca ha avuto bisogno di nove giorni per mettere insieme le prove contro il governo siriano. Il 30 agosto ha invitato a Washington un gruppo selezionato di giornalisti e ha distribuito loro un documento che recava scritto in bell’evidenza «Valutazione del Governo» (e non dei servizi segreti). Il documento esponeva una tesi essenzialmente politica a sostegno della posizione della Casa Bianca contro Assad: i servizi segreti Usa sapevano che la Siria aveva cominciato a «preparare munizioni chimiche» tre giorni prima dell’ attacco.[…] Il documento diffuso dalla Casa Bianca e il discorso di Obama non erano descrizioni degli eventi specifici che avevano portato all’ attacco del 21 agosto, ma un’ esposizione della procedura che l’esercito siriano avrebbe seguito per qualunque attacco chimico. «Hanno messo insieme un antefatto», dice l’ ex funzionario dei servizi, «con un mucchio di pezzi e parti differenti.» Sia in pubblico che in privato, dopo il 21 agosto l’ amministrazione Obama ha ignorato le informazioni disponibili sul potenziale accesso al Sarin di al-Nusra e ha continuato a sostenere che il Governo di Assad era l’ unico a disporre di armi chimiche […].

A corredo dell’articolo, segnalo sia l’articolo del Washington Post, sia il documento di «Valutazione del Governo» citati da Hersh nella sua inchiesta.

LE TANTE CRITICHE MOSSE A HERSH – L’articolo di Hersh ha scatenato numerose polemiche e lasciato spazio a molte critiche. Innanzitutto, il portavoce dei servizi segreti americani, Shawn Turner, ha commentato:«Qualsiasi insinuazione sul fatto che siano state taciute prove di intelligence a sostegno di presunte alternative, sono false». Il blogger Brown Moses (alias Eliot Higgins che, come abbiamo visto, non nasce come esperto di armi) sostiene che i missili impiegati sarebbero i Volcano, di cui sarebbe in possesso solo l’esercito siriano sin dal novembre 2012. Secondo Higgins, l’attacco chimico è chiaramente opera dei «compari di Assad» e l’attacco non sarebbe un’iniziativa improvvisa ma parte precisa di un’operazione militare durata più di tre mesi. La fondazione EA WorldView (dell’Università di Birmingham) ritiene invece che il Pulitzer abbia volontariamente omesso alcuni particolari. Ad esempio, Hersh non avrebbe tenuto conto del fatto che non è stato colpito un solo luogo ma molti di più (tra i 7 e i 12). Secondo la fondazione (che rivolge molte altre critiche al giornalista statunitense) solamente l’esercito regolare avrebbe avuto la forza di condurre simili operazioni. EA WorldView sospetta anche che l’articolo di Hersh sia stato in gran parte “riciclato” da una vicenda risalente al maggio scorso, quando 12 uomini di Al-Nusra furono arrestati con l’accusa di possedere il Sarin. Alle critiche ha risposto Christian Lorentzen, redattore capo della LRB, che ha dichiarato che l’articolo è stato scrupolosamente sottoposto a fact-checking (ossia alla verifica dei fatti) da parte di un ex fact checker del New Yorker (un settimanale rinomato proprio per la sua attività di controllo delle notizie che vengono pubblicate) che già in passato aveva lavorato con Hersh. Tuttavia vien da chiedersi perché l’articolo non sia comparso sul New Yorker, di cui Hersh è una delle firme più illustri, o sul Washington Post, al quale lo stesso giornalista aveva inviato una mail per proporre l’inchiesta. Interpellato sul punto, Hersh ha dichiarato che il New Yorker «ha mostrato scarso interesse per la vicenda», mentre il redattore esecutivo del Washington Post, Marty Baron, dopo aver inizialmente mostrato interesse per l’articolo ha risposto al famoso reporter dicendo che «le fonti non erano in linea con gli standard di credibilità del Post». I portavoce di entrambi i periodici hanno preferito non commentare pubblicamente la vicenda.

L’ULTIMO RAPPORTO RIMETTE IN GIOCO TUTTO? – Nel suo articolo, Hersh aveva chiesto anche il parere del professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachussets Institute of Technology (MIT), Theodore Postol.

In un allegato al rapporto dell’ Onu erano riprodotte foto, prese da YouTube, di alcune munizioni recuperate, tra le quali un razzo che «corrisponde indicativamente» alle specifiche di un lanciarazzi da 330mm. Il New York Times scrisse che la presenza di quei razzi sostanzialmente era la prova che la responsabilità dell’ attacco era del governo siriano, poiché «non risultava che la guerriglia fosse in possesso delle armi in questione». Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza Nazionale al Mit, ha analizzato le foto dell’ Onu insieme a un gruppo di suoi colleghi ed è giunto alla conclusione che quel razzo di grosso calibro era una munizione di fabbricazione artigianale, molto probabilmente realizzata localmente. Mi ha detto che era «qualcosa che si può produttore in un’ officina modestamente attrezzata». Il razzo delle foto, ha aggiunto, non corrisponde alle specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, a disposizione delle forze armate siriane.

Thedore Postol non è un semplice professore di università: secondo quanto ha scritto Roberta Zunini su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio, stiamo parlando del «massimo esperto di balistica al mondo nonché scienziato e professore di Tecnologia e sicurezza nazionale al Mit di Boston [sic], il più accreditato istituto di tecnologia del mondo». Il 14 gennaio lo stesso Postol ha pubblicato insieme a Richard Lloyd (ex ispettore delle Nazioni Unite sugli armamenti) un interessantissimo rapporto il cui titolo dice già molto: “Possibili conseguenze delle errate interpretazioni tecniche dei servizi segreti statunitensi sull’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco”. A pag.36 del rapporto si legge che I missili utilizzati nell’attacco erano a cortissimo raggio e potevano essere lanciati da una distanza massima di 2 Km: il che sembra dimostrare che l’esercito, che si trovava più lontano dai luoghi dell’attacco (come si evincerebbe anche da una cartina della Casa Bianca), non sia il responsabile.

LE “SOMIGLIANZE” SOSPETTE DEI RAPPORTI SULL’ATTACCO – Il 26 settembre scorso un ricercatore associato proprio del MIT, Subrata Ghoshroy, aveva scritto un lungo e dettagliato articolo intitolato “Seri interrogativi sull’integrità del rapporto delle Nazioni Unite”. Nel suo articolo, Ghoshroy ricostruisce bene i momenti salienti di quei giorni e dedica un passaggio proprio al ruolo del blogger Brown Moses/Elliot Higgins, “voce” sempre più ascoltata dai media internazionali. Goshroy di analisi se ne intende, visto che ha lavorato per quasi 10 anni come senior analyst al GAO – Government Accountability Office del Congresso degli Stati Uniti. A pag.4 riporta di aver visionato tanti file di foto o video utilizzati da Higgins per dimostrare la colpevolezza dell’esercito di Assad per l’attacco del 21 agosto e di averne notati alcuni che risalivano al Gennaio 2013 (ossia ben sette mesi prima degli attacchi di Ghouta). Riempire il blog di foto che si riferiscono ad eventi diversi può essere perlomeno fuorviante. Il ricercatore del MIT ricorda anche come ad inizio settembre proprio Postol e Lloyd furono sentiti dal New York Times a proposito dell’attacco di Ghouta. In quei giorni il quotidiano statunitense aveva pubblicato sul proprio sito una presentazione in PowerPoint fatta da Lloyd sugli elementi (allora) conosciuti dell’attacco; di Postol aveva invece pubblicato un’analisi preliminare sull’attacco. Due documenti molto importanti anche perché pubblicati prima del rapporto dell’ONU (questi studi furono pubblicati sul sito del NY Times il 5 settembre, mentre il rapporto dell’ONU fu reso noto ben 11 giorni dopo, il 16 settembre ndr). Tra questi 2 studi e il rapporto dell’ONU, ci fu quello di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 10 settembre e basato (tra gli altri) sulle foto e i video reperiti da Brown Moses. Le date di pubblicazione non sono affatto elementi secondari, soprattutto se nell’analisi del ricercatore del MIT si legge:«Precedentemente alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, altri due importanti rapporti erano stati resi pubblici. Uno è comparso sul New York Times e l’altro è il rapporto di Human Rights Watch. Entrambi i rapporti mostravano i dettagli di una testata che avrebbe potuto contenere tra i 50 e i 60 litri di Sarin – una quantità che potrebbe spiegare l’elevato numero di vittime indicate dal governo USA. Il rapporto dell’ONU, rilasciato qualche tempo, ha ripetuto le loro conclusioni [dei 2 rapporti NDR]. Avendo studiato e analizzato attentamente tutti questi rapporti, ho trovato che quello dell’ONU ha incluso diagrammi e fotografie che si trovavano nei rapporti sopramenzionati senza citarli.[…] Credo ci siano stati contatti tra il gruppo di ispettori ONU e gli analisti esterni che hanno influenzato il rapporto.» A corredo della sua tesi, Goshroy propone numerosi esempi di “somiglianze” sospette tra i rapporti del NY Times, di HRW e quello dell’ONU.

Non ci sarebbe stato niente di male se l’ONU avesse reso noto che si era servita anche di altri rapporti. Ciò non solo non è stato fatto, ma il rapporto stesso (che sin da subito presentava elementi perlomeno poco convincenti) è stato preso e in molti casi presentato da buona parte della stampa nazionale e internazionale come un documento che metteva la parola fine a qualsiasi dubbio. Un rapporto che doveva costituire la conferma ufficiale della dinamica dell’attacco e, seppur implicitamente, la riprova che il responsabile fosse l’esercito siriano. Il fatto che alcuni commentatori come – tra gli altri – la giornalista Sharmine Narwani avessero fatto notare che questo documento non sembrava rispondere ai tanti dubbi ma piuttosto aggiungerne altri è stato (volutamente o meno) ignorato dai più. Eppure già il 4 settembre (ossia ben 12 giorni prima della pubblicazione del rapporto) il segretario di stato, John Kerry, aveva di fatto ridimensionato la rilevanza del rapporto dell’ONUdichiarando al Washington Post:«Le indagini delle Nazioni Unite non ci diranno chi ha utilizzato queste armi chimiche. Per stessa definizione del suo mandato, l’ONU non potrà dire nulla di più di quanto vi abbiamo detto noi questo pomeriggio o che già non sappiamo».

TORTURE PRESENTI E PASSATE – Il fatto che (molto probabilmente) non sia Assad il responsabile dell’attacco chimico non deve però far credere che il presidente siriano possa essere considerato una vittima. Anzi, due giorni prima dell’inizio della conferenza internazionale “Ginevra 2” il Guardian e la CNN hanno pubblicato una sintesi in anteprima di un rapporto che sembra attestare le torture del regime nelle carceri. Il rapporto nasce da 55.000 scatti fotografici di Caesar (nome finto utilizzato per motivi di sicurezza), un disertore che – si afferma nel documento – è ora un “sostenitore di coloro che si sono opposti all’attuale regime” ma che ha dichiarato al gruppo di inchiesta di aver lavorato per 13 anni nella polizia militare. Tra le sue mansioni vi era quello di fotografare i cadaveri degli ex detenuti nelle prigioni; il duplice scopo era quello, da un lato di informare le autorità che le esecuzioni erano state portate a compimento, dall’altro di assicurarsi che nessuna foto fosse fatta arrivare alle famiglie dei prigionieri morti, alle quali veniva detto che i prigionieri erano morti per “infarto” o per “problemi respiratori”. Caesar è stato ritenuto un testimone credibile perché non ha mai dato l’impressione di voler gonfiare i propri racconti: ha infatti ammesso di non aver mai assistito direttamente ad alcuna esecuzione ma di aver solo fotografato i corpi (sarebbero addirittura 11.000 i detenuti morti). Il rapporto è stato stilato da David Crane – professore di diritto ed ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone riuscito a far condannare l’ex presidente della Liberia Charles Taylor a 50 anni di carcere per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” – Desmond de Silva (che ha lavorato nella medesima corte) e l’avvocato Geoffrey Nice. Le foto pubblicate sono molto crude e 35 di queste – cosa non di poco conto – sono state analizzate da un esperto che ha confermato come non siano state in alcun modo alterate digitalmente. Nelle conclusioni del rapporto si legge che sono state raccolte «prove evidenti [… ] di una tortura sistematica e di uccisioni ai danni delle persone detenute da parte degli agenti del governo siriano». Se Crane ha dichiarato:«Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove – le foto e l’intera operazione. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime», De Silva ha paragonato le foto a quelle dell’Olocausto.

Il rapporto, come era prevedibile attendersi, ha suscitato forti polemiche, anche solo per la tempistica. Il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem, ha dichiarato che quelle foto sono false e che non hanno alcun legame con le carceri siriane (ma d’altronde sarebbe stato strano attendersi un’ammissione). Ha inoltre etichettato il rapporto come «politicizzato e carente in obiettività e professionalità» e lo studio legale che lo ha stilato come «noto per avere legami con paesi che sono ostili alla Repubblica Araba Siriana sin dall’inizio della crisi». Effettivamente lo studio legale Curter-Ruck (come conferma la stessa CNN) è stato finanziato dal governo del Qatar, paese che, insieme all’Arabia Saudita, ha fornito forse maggior supporto ai ribelli. La CNN, pur avendo pubblicato il rapporto, ha poi precisato di «non poter esser essere in grado di confermare in maniera indipendente l’autenticità delle fotografie, dei documenti e delle testimonianze citate nel rapporto e di affidarsi per questo alle conclusioni della commissione di inchiesta». Inoltre, seppur ritenuto credibile da questo gruppo d’inchiesta (che, va detto, non è composto da quattro pagliacci), il testimone anonimo Caesar è l’unica fonte dal quale si evince che queste foto sarebbero collegate alle carceri del regime (molti dubbi sono stati espressi dal giornalista e scrittore Francesco Santoianni). Sapere che le terribili foto non sono state ritoccate è confortante sino ad un certo punto, se il contenuto delle stesse non viene supportato da argomenti più validi di una testimonianza anonima (per quanto ritenuta affidabile).

Va inoltre ricordato come quello dello studio Curter-Ruck non è il primo rapporto che chiama in causa il regime per le torture uscito a guerra in corso. Già nel luglio del 2012 HRW ne aveva pubblicato un primo, in cui si denunciavano dettagliatamente arresti arbitrari, detenzioni illegali e torture ai danni dei manifestanti scesi in strada per opporsi al regime. C’è chi considera HRW spudoratamente di parte e a favore dei ribelli, ma la stessa organizzazione ha pubblicato lo scorso ottobre un lunghissimo resoconto dei sanguinosi avvenimenti di Latakia del 4 agosto 2013in cui incrimina non Assad e il suo esercito, ma le forze dell’opposizione armata di aver ucciso almeno 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini, 14 anziani e almeno 67 persone disarmate che stavano scappando, a cui vanno aggiunte molte donne e bambini presi in ostaggio.

Del resto, gli stessi Stati Uniti (che per bocca del Segretario di Stato, John Kerry, si dicono inorriditi) sapevano da tempo che nelle carceri siriane si praticasse la tortura; e lo sapevano con certezza, perché la Siria era solo uno dei paesi in cui gli Stati Uniti spedivano i sospetti terroristi almeno sin dai tempi di Bush (figlio), come dichiarò al Senato americano il capo della CIA, John Brennan. E in qualche caso ad essere coinvolte furono persone del tutto innocenti come Maher Arar e Suleiman Abdallah, che terroristi non lo erano affatto. Maher Arar era un cittadino canadese di origine siriana che, arrestato all’aeroporto JF Kennedy di New York senza alcuna prova, fu tenuto in carcere per 2 settimane e successivamente spedito prima in Giordania, dove fu interrogato e picchiato, e poi in Siria dove fu imprigionato per 10 mesi e torturato dai servizi segreti siriani nella “Sezione Palestina”, una delle carceri tristemente note per la durezza delle torture. Arar è stato poi risarcito di 10 milioni di dollari dal governo canadese mentre gli Stati Uniti non ancora mai chiesto scusa pubblicamente ad Arar per le ingiuste sofferenze inflittegli. L’intero sistema delle extraordinary renditions (i trasferimenti dei sospetti terroristi nelle prigioni illegali sotto gli ordini degli USA) è stato descritto per filo e per segno nel dettagliatissimo rapporto intitolato “Globalizing Torture”. Ad essere coinvolti a vario titolo sono stati 54 paesi di un po’tutti i continenti, Italia compresa (vedi caso Abu Omar, di cui nel rapporto si dà conto). E chissà se nel 2009 a tavola – quando proprio Kerry (allora “solo” senatore) e Assad cenavano insieme con rispettive signore – si stesse parlando anche di questo. Kerry guidava una delegazione USA che si trovava in Siria ufficialmente per «discutere di idee e progetti per favorire la pace nella regione».

UNA REALTÁ COMPLESSA – Ovviamente ridurre il dibattito sulla Siria sulla colpevolezza o meno del regime sull’attacco chimico o sulle torture è riduttivo rispetto alla complessità del dramma che si sta consumando e del quale, purtroppo, non sembra facile trovare una soluzione. Non basterebbe un articolo e neanche due o tre per esaurire l’argomento. Né d’altronde si può ridurre tutto agli errori (non sempre involontari) o alle bufale diffuse dai media internazionali, che pure ci sono stati e che ci continuano ad essere. E se è giusto ricordare le terribili esecuzioni che le bande armate integraliste che seminano il terrore in Siria mostrano orgogliose sul web, è altrettanto giusto porsi altre domande: che fine hanno fatto i tanti attivisti scomparsi (sempre che non siano stati uccisi come Ghiyath Matar) che si sono esposti in prima linea nei primi mesi di proteste? La «lotta senza quartiere contro i terroristi» (che pure abbiamo visto effettivamente esserci) può giustificare gli arresti e le varie ingiustizie inflitte a chi voleva semplicemente far sentire la propria voce per un cambiamento? Era un terrorista anche il vignettista Ali Ferzat, a cui furono spezzate le mani durante un pestaggio? E che dire del collega di Ferzat, Akram Raslan, arrestato dai servizi segreti e mai più rilasciato (secondo alcuni sarebbe addirittura morto, notizia non confermata)? E ancora: anche ammettendo che la “parte pacifica” della protesta fosse del tutto minoritaria sin dall’inizio (come sostengono in molti), siamo sicuri che la reazione delle autorità sia stata impeccabile? Tanto per citare un esempio concreto, perché arrestare per 48 ore la dissidente moderata, Rima Dali (alauita proprio come il presidente siriano), “colpevole“di aver esposto davanti al parlamento lo striscione “Fermate la violenza. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”? E perché riarrestarla successivamente, più e più volte, anche dopo che dichiarò:«Credo che sia importante lanciare un messaggio, per quanto piccolo sia, perché questo può cambiare le cose. Il mio messaggio è stato recepito anche da coloro che sostengono il regime. Perché tutti vogliamo fermare le uccisioni e costruire una patria per tutti i siriani.[…] Cerchiamo di aprire un dialogo tra persone che hanno visioni diverse.»? Terrorista anche lei?

Andrea Cartolano – AltriPoli