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L’Ucraina di nessuno

Sulle questioni che riguardano l’universo politico e geopolitico, in questo momento storico, la corruzione della verità non arriva più soltanto dai media classici e  più influenti, responsabili della comunicazione ma anche – e forse soprattutto – da aspiranti giornalisti, tuttologi e complottisti, che possiedono tali patenti per l’importanza che assumono mezzi di trasmissione dell’informazione non tradizionali, quali internet e social network. La chiarezza su qualsivoglia argomento può derivare soltanto da un approfondimento storico non di parte, che sappia risalire con precisione da quelle pendici fino alle vette del presente.

Per comprendere la guerra civile in corso nel Donbass, ovvero l’estremità orientale dello Stato ucraino, tra truppe filogovernative e ribelli filorussi, è necessario analizzarne le ragioni storiche, per evitare di semplificare lo scontro a semplice contrapposizione tra un Occidente ed un Oriente di cui a nostro avviso i confini non appaiono così definiti.

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Voler relegare la Russia ad un ambito “orientale”, pur comprendendo la Federazione territori che vanno dal suo confine Occidentale con l’Ucraina, fino all’Alaska e al Giappone nelle sue estremità orientale ed essendo caratterizzata, quindi, da popolazioni e ceppi etnici variegati al suo interno, sarebbe un errore. Il territorio da cui nacque il primo stato russo nell’800, la Rus di Kiev, sulle sponde del Dnepr, abitato precedentemente da Sciti e Sarmati ( popolazioni nomadi di origine indoeuropea) e in età altomedioevale da slavi, finnici e variaghi (vichinghi) – questi ultimi insediati attraverso vie fluviali – , dimostra quanto etnicamente fosse inclusa in un ambito europeo la prima monarchia russa. E quanto artificiale possa essere la presunta divisione tra “ucraini europei” e “slavi russi”.

Una coscienza nazionale ucraina iniziò a svilupparsi dopo la formazione della Confederazione Polacco Lituana del 1569, con i territori meridionali di questa nuova formazione politica, corrispondenti all’attuale Ucraina, abitati da slavi ortodossi in contesto polacco. L’unione del Patriarcato di Kiev e di tutta la Russia alla Chiesa romana, del 1595-96, fu percepita da alcuni ortodossi come un contrasto alla propria autonomia e portò alla secessione di alcuni territori della confederazione, a maggioranza cosacca, che entrarono a far parte della Russia di Moscovia. Le spartizioni della Polonia nel ‘700 portarono ad una russificazione delle zone alla riva destra del Dnepr fino a Kiev e alla nascita, intorno al 1820, intorno a Kiev, dei primi tentativi di formazione di un’idea di nazione, per ora, tuttavia, solo a livello accademico. Inoltre, la Galizia orientale, passata all’Impero austriaco dopo la divisione della Polonia, era caratterizzata dalla paradossale situazione di una maggioranza di contadini ucraini sottomessi ad una minoranza polacca nobile. Questo portò ad un’incrinatura tra la Chiesa greco-cattolica e i polacchi, soprattutto dopo gli sconvolgimenti del 1848, quando si palesarono le divergenze tra gli ucraini, che rappresentavano la maggior parte dei fedeli in quella zona, e la minoranza polacca.

Nel periodo sovietico l’Ucraina – Repubblica Socialista Sovietica dal 1922 – vide attuata nei suoi confronti una duplice strategia da parte di Mosca: da una parte si favorì la creazione della nazione che costituiva la naturale estensione verso occidente dell’Unione Sovietica. Dall’altra, al contrario, si ostacolò l’indigenizzazione nel periodo in cui si collettivizzavano le campagne e se nedeportavano brutalmente i proprietari agricoli. Si stima che la carestia del 1932-33 abbia portato tre milioni e mezzo di morti nelle campagne ucraine. Il sentimento nazionale, tuttavia, in questi primi anni ’30, continuava a svilupparsi in Galizia, ancora sotto il dominio della Polonia e nella quale si riproponeva il già citato conflitto tra le élites polacche e la maggioranza della popolazione ucraina.

Il Donbass, sede del recente conflitto, rappresentava dall’800 l’enclave operaia ucraina. Zona mineraria, nel ‘700 vi entrarono in funzione le prime miniere di carbone, di cui il sottosuolo dell’Est ucraino è particolarmente ricco, affiancate da impianti di produzione di metallo. Nell’800 Alessandro II sancì l’abolizione della servitù della gleba in Russia, che permise  agli operai russi di recarsi nel Donbass per cercare fortuna e lavoro. Si rese disponibile, in questo modo, una quantità sufficiente di manodopera per ottimizzare la produzione in quest’area. Il Donbass sarebbe divenuto ,in seguito, un modello valoriale di riferimento per tutta l’Unione Sovietica, attraverso l’universo semantico dell’instancabile e sudato operaio stacanovista, in questo caso minatore.

In sintesi, quindi, la russificazione della regione e conseguentemente dell’Ucraina, se fu favorita anche dall’entrata del Donbass nei territori dell’allora Repubblica Popolare di Ucraina nel 1918 per volere di Lenin e da decisioni di Stalin, che impedirono (solo in parte) la fuga di ucraini dalle campagne nel tempo della carestia del ’32 verso il Donbass stesso, trova le sue radici sociali nelle braccia, nel vigore e nelle famiglie dei primi volenterosi operai russi giunti in questo luogo nell’800.

Prima della reazione a catena scatenata dagli eventi di piazza Majdan nel dicembre 2013, con la conseguente destituzione del Presidente Yanukovyc non c’erano mai stai contrasti degni di nota tra ucraini e russi nel Donbass. La convivenza, facilitata dallo stesso retroterra culturale e dalla stessa etnia di appartenenza, non aveva mai dato segni di instabilità. “Euromajdan” doveva essere, nelle intenzioni dei suoi – manifesti ed occulti – promotori, una nuova alba per un’Ucraina che si sarebbe ora voluta definitivamente sganciata dagli interessi degli oligarchi e di Mosca, trasformata nuovamente, quest’ultima, nello spauracchio del mostro imperialista sovietico.

Oggi siiamo di fronte, al contrario, ad uno Stato diviso e in guerra, privo della legittimità del governo sui territori orientali, lacerato da un esodo di 1 milione di individui verso la Russia e che vede i suoi fratelli, ogni giorno, uccidersi senza pietà e memoria del passato. Inoltre, il nuovo Presidente Poroshenko, capitalista e imprenditore miliardario e il nuovo primo ministro Yatsenyuk, ex Presidente della Banca Nazionale Ucraina e prediletto dagli ambienti americani, non rappresentano esattamente i tribuni popolari che quella piazza di “tutte le genti d’Ucraina”sembrava volesse portare al potere. Palazzi in fiamme bersagliati da molotov, donne incinte sgozzate su scrivanie, morti carbonizzati abbandonati nelle strade, scuole bombardate e mutilazioni di ogni tipo non erano di casa dalle parti di Donetsk e Odessa. E per chi volesse insistere sull’opportunismo di Vladimir Putin nel difendere questi territori per ragioni imperialistiche, quindi nel senso di un’ appropriazione di risorse, ricordiamo che ne è stata garantita l’autonomia nonostante rappresenti, rispetto alla Crimea – riassorbita dalla Federazione Russa ma che basa la propria economia esclusivamente sull’agricoltura, la pesca e il turismo – un bacino minerario immensamente più redditizio e ricco di materie prime esportabili.   L’Europa vuole l’Ucraina con sé e non vede i massacri dei militanti dell’ucraino Battaglione d’Azov nell’Est, che ora vede rappresentato i in Parlamento il suo comandante Adriy Biletsky, dopo le elezioni dell’ottobre 2014. George Soros incoraggia i giovani ucraini nella loro battaglia per la libertà e finge di non vedere le milizie ultranazionaliste che marciano per Kiev con simpatiche simbologie runiche, quando questo, se fosse successo in qualsiasi altro paese europeo, sarebbe stato condannato aspramente da tutti i media occidentali e bollato come tentativo di ricostituzione del Terzo Reich.

Prescindendo da qualsiasi tipo di logica complottistica e basandoci esclusivamente su conoscenze oggettive, possiamo affermare che, nonostante il coraggio non indifferente mostrato da chi in piazza, a Kiev, credeva con cuore puro nella possibilità di un ritorno dell’Ucraina agli ucraini – dimenticando, tuttavia, gli ampi sconti finanziari e la clemenza sul pagamento degli arretrati nell’ambito dell’importazione di gas dalla “perfida Russia”- la questione ucraina ha servito interessi più grandi ma del tutto diversi da quelli della nazione. In primis, attraverso Kiev, si è voluto rompere l’asse Mosca- Berlino e quindi Mosca-Pechino-Berlino, ma soprattutto Europa- Federazione Russa, che costituivano un volano economico e sociale per le economie di queste ultime. Con le sanzioni comminate alla Federazione Russia del 2014, l’Italia, ad esempio, ha visto notevolmente ridotto l’export agroalimentare verso Mosca, con conseguenti perdite economiche e ricadute non indifferenti sul piano imprenditoriale e occupazionale.

La messa in scena, poi, a seconda di come è costruita, può trarre chi la osserva in inganno se ogni volta diversi sono i suoi osservatori o se cambia nel tempo la strategia attraverso la quale si costruisce la farsa. I personaggi coinvolti negli sconvolgimenti dell’Ucraina di oggi  sono gli stessi che presero parte al corso di eventi della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004. Con quest’ultima, Viktor Yushenko riuscì a ribaltare il risultato elettorale delle urne, che dava vincitore il suo antagonista Viktor Yanukovich. Fu sostenuto, in questa sua trama, da manifestazioni di piazza continue, da Julia Timoshenko, da George Soros e, guarda caso, proprio dall’odierno Presidente dell’Ucraina Poroshenko, che organizzò la campagna mediatica sulla sua rete televisiva “Canale 5”. Washington ha investito in Ucraina 5 miliardi di dollari dalla fine della guerra fredda. Nonostante l’esasperazione nei confronti di Yanukovich da parte del popolo ucraino fosse consolidata, all’epilogo della sua presidenza hanno contribuito indubbiamente alcuni fattori esterni. Tra di essi spiccano infiltrazioni e conoscenze americane indirette all’interno della polizia e dell’intelligence ucraina, pressione sull’opposizione al governo e su oligarchi vari, 300.000 razioni militari finite sul mercato nero e l’immancabile Open Society di George Soros. Chiude il cerchio la visita, definita di “urgente necessità”, del capo della CIA John Brennan a Kiev, nell’aprile del 2014, in concomitanza con l’apertura delle ostilità delle forze militari ucraine contro i ribelli separatisti del Donbass.

In conclusione, tuttavia, una domanda sorge spontanea: come può l’Occidente americano ed europeo contestare la legittimità della pretesa della Federazione Russa di difendere le prerogative dei suoi compatrioti nel Donbass ed emettere sanzioni nei confronti di Mosca, in nome della sempre ostentata democrazia e sovranità dei popoli, di fronte ad un Presidente, Vladimir Putin, che gode dell’88 % dei consensi dei propri cittadini? Quale Presidente o capo di governo europeo o americano beneficia di un indice così alto di gradimento?

Dissociandoci da quegli strateghi militari da tastiera, i quali sembrano provar piacere nel contemplare la guerra fratricida che si svolge in territorio ucraino, auguriamo al popolo del Donbasse dell’Ucraina tutta un’immediata pacificazione del conflitto in corso e la ricostituzione definitiva del proprio tessuto sociale, augurandogli di non scambiare mai più un nuovo carceriere per un presunto liberatore.

 

Cina&Russia – L’accordo del secolo ( Parte II )

In geopolitica e in analisi geoeconomica si utilizza frequentemente il termine “Eurasia”. Con l’Unione Europea impegnata ad essere il braccio politico della NATO e non un nuovo Stato federale e quindi in contrasto con Mosca, il terzo litigante ossia la Cina ne gode. Come illlustrato nella prima parte da Francesco Tamburini la Russia fornirà trentotto miliardi di metri cubi di gas annui alla Cina.  Un accordo che i Cinesi hanno limato per dieci lunghi anni e sono stati al contempo così abili da sfruttare, distruggendo tutte le analisi dei report dei grandi istituti finanziari,  il carbone brasiliano portandolo a essere la prima fonte di energia al mondo.

Come detto la trattativa è durata ben dieci anni e la sua conclusione favorevole anche nelle condizioni a Pechino ha creato un nuovo e rinvigorito entusiasmo nei confronti del nuovo corso governativo di Xi Jinping. L’accordo trentennale siglato nella fattispecie da Gazprom e la China National Petroleum Corporation potrebbe già secondo i rumors di fine estate arrivare a una fornitura pari a sessanta miliardi di metri cubi.  Poiché la dipendenza cinese dal gas è pari a cinquantatre miliardi l’anno, Mosca si ritroverebbe a essere il fornitore unico di Pechino.  Quello energetico non è stato l’unico accordo siglato lo scorso maggio e ora agli esordi operativi.  Infatti, assieme al suddetto accordo ve ne sono altri quarantotto alcuni nel settore militare. Un elemento di altissimo rilievo concerne il fatto  che la più grande infrastruttura destinata al rifornimento di gas dalla Russia passa direttamente dalla Mongalia, paese nell’orbita dei due paesi, arrivando nel Nord della Cina e andando di fatto a  sanare un’area geografica in ritardo nello sviluppo rispetto il resto del paese. Nei colloqui intercorsi tra il Presidente Cinese Xi Jinping e il suo omologato Vladimir Putin si è discusso anche della stabilizzazione asiatica e dei due paesi che si sentono sempre più accerchiati se non direttamente nel mirino dei missili e della potenza bellica americana e dell’ alleanza nordatlantica. In parte tale accordo è figlio dell’intervento russo cinese a protezione della Repubblica di Siria dai preventivati bombardamenti occidentali. Il che, alla luce della vera natura dei Ribelli ossia l’Isis, è stato un bene.

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Come a dire che nell’accordo del secolo ve ne è per tutti, dagli analisti geopolitici agli economisti. Ma, soprattutto c’è un’alleanza che nemmeno il comunismo aveva creato.  Un’alleanza che per il peso specifico deve far riflettere quantomeno, la dipendente da tutti in tutto, Europa.

Cina&Russia – L’accordo del secolo [ Parte I ]

L’accordo siglato tra Cina e Russia il 22 maggio scorso regola gli scambi di gas naturale tra i due paesi dal 2018 al 2048 attraverso nuove pipeline siberiane ed ha un valore totale stimato attorno ai 400 miliardi di dollari. Il motivo dietro allo sblocco di negoziazioni in stallo da più di dieci anni ruota, come tutte le recenti mosse del gigante russo in politica estera, attorno all’Ucraina.
Le tensioni ucraine degli ultimi mesi hanno infatti fortemente destabilizzato la diplomazia russa, esponendola al rischio di un isolamento internazionale particolarmente rischioso per un paese dipendente dai capitali esteri e dal commercio internazionale. L’accordo allenta quindi la pressione occidentale sulla Russia e permette al paese di diversificare le proprie esportazioni di gas, per ora fortemente legate al mercato europeo. L’altro risultato è rappresentato dallo sconvolgimento del panorama economico internazionale: infatti, la nascita di un importante mercato energetico in reminbi mette in pericolo l’egemonia dei petroldollari e rafforza la posizione dei BRICS, che hanno peraltro annunciato a margine dei Mondiali brasiliani la creazione di una banca mondiale per lo sviluppo alternativa a BIRS e FMI con sede a Shanghai. Dal punto di vista russo, l’accordo rappresenta quindi l’ennesima vittoria politica e diplomatica di Vladimir Putin ai danni di Stati Uniti ed Unione Europea, nonché un’ulteriore affermazione per le potenze emergenti a livello economico mondiale.
Ma, come è spesso accaduto nella storia russa, anche questa vittoria è stata pagata a caro prezzo. Le negoziazioni con la Cina infatti si sono sbloccate grazie alle concessioni fatte da Mosca sui prezzi del gas: sebbene i termini dell’accordo vengano ancora tenuti segreti, sembra che il gas russo verrà pagato dai cinesi non ai prezzi vigenti nei mercati europei, ma in conformità a quelli più bassi del gas turkmeno acquistato da Pechino. In poche parole, come nel caso dell’infausto accordo con Yanukovic, Gazprom ha dovuto una volta in più sacrificare il proprio interesse economico alla ragion di Stato. Per portare a termine l’accordo è stato perciò necessario l’intervento facilitatore di Putin, che, promettendo importanti esenzioni fiscali a Gazprom, ha assicurato la permanenza di moderati profitti per il gigante del gas naturale, privando però il bilancio statale di più di 30 miliardi di dollari di entrate.
L’accordo viene poi presentato come la prima iniziativa concreta della nuova politica estera russa. Come ha infatti affermato Putin a giugno al Forum economico internazionale a San Pietroburgo, la Russia intende effettuare un ‘Pivot to East’ parallelo a quello statunitense, ovvero una svolta verso l’Oriente sempre più centrale a livello economico e diplomatico. Tale svolta è finalizzata a sviluppare l’enorme potenziale territoriale della Russia siberiana attraverso la costruzione di infrastrutture e al potenziamento delle attività immobiliari e minerarie: una riscoperta della dimensione asiatica del paese, simboleggiata dall’Aquila bicipite russa che guarda sia ad ovest che ad est e magnificata dalla retorica eurasiatica del teorico Aleksander Dugin. Dietro agli annunci trionfali, si nasconde però una realtà meno appariscente: la Russia da Pietro il Grande in avanti rimane infatti un paese fortemente sbilanciato verso Occidente a livello economico, strategico, demografico e culturale. Il tentativo di proporsi come attore di rilievo in Estremo Oriente, anche attraverso allo sviluppo delle relazioni con la Corea del Nord, sconta una tradizione di marginalità geopolitica nella regione, specialmente rispetto all’asse storico tra Giappone e Stati Uniti.
In più il successo diplomatico dell’accordo con la Cina, in grado secondo la leadership russa di far assurgere il paese a produttore energetico chiave anche in Asia, nasconde le debolezze del gigante slavo.
La Russia rischia infatti di rimanere bloccata ad un modello commerciale di stampo neo-coloniale, con scambi di risorse in cambio di manufatti, e di rimanere un rentier state con serie carenze in sviluppo tecnologico e in capitale umano. Inoltre l’accordo conferma la posizione dominante della Cina come ‘regional gas price setter’ e quindi lo spostamento di potere negoziale verso il colosso asiatico, prefigurando un’evoluzione del rapporto tra i due paesi sempre più squilibrata e svantaggiosa per la Russia. Per queste ragioni l’accordo, risuonato come grande successo diplomatico ed economico sia in patria che nei media internazionali, viene definito dall’analista di Chatham House Ilja Zaslavskij ‘una disperata scommessa geopolitica che ignora qualsiasi ragione economica, […] esattamente ciò che ci si aspetta da ex ufficiale del KGB che gestisce con poca lungimiranza la politica energetica.’

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

Russia e pensiero

Quando i miei stimati consoci mi hanno parlato dell’idea di dedicare un articolo al pensiero russo mi sono sentito un tantino fottuto. «Di cosa gli scrivo?» mi sono chiesto? Il pensiero russo non è filosofico. O almeno è quanto di più lontano possa esistere rispetto ad una certa visione della filosofia alla quale sono legato.

Come spesso mi capita – però – appena ho smesso di fare la testa di cazzo e ho connesso i neuroni due o tre ideuzze mi sono venute.

Delitto e castigo di Dostojevski è senza ombra di dubbio uno dei più importanti testi del nichilismo contemporaneo. Peccato sia un romanzo e peccato che il sottoscritto detesti ogni forma di confusione tra lettere e filosofia. Nondimeno il punto rimane. Possibile che la patria del già citato Dostojevski non abbia dato i natali ad almeno un dannato filosofo?! In effetti un tizio c’è: Vladimir Sergeevic Solov’ëv. Vi avverto, l’amico è bello strano, tanto strano che – mi sono detto – non posso non scriverci due righe su. Vediamo. Per Solov’ëv la società ideale è quella composta da uomini che vivono ad immagine e somiglianza di Gesù Cristo (!). Ora Cristo ha due nature: una umana e una divina. La natura divina è quella espressa nei suoi insegnamenti. Quella umana è quella sì legata alla vicenda della crocifissione, ma non solo. Non si offenda nessuno – non è mia intenzione – ma banalizzando un pochino dovremmo ammettere che Cristo era un tipo fico. Stando al Valngelo, come capo se la cavava non male e pare che gli riuscissero anche due o tre trucchetti a base di pane e pesci. Ora, secondo Solov’ëv, queste due nature avrebbero pervaso il mondo sotto forma di due principi. Alla natura divina sarebbe corrisposto il principio di Verità, a quella umana il principio di Autonomia.

Questi due principi sarebbero stati poi fatti propri da genti diverse, andando a forgiare culture diverse. In altri termini, secondo il Nostro la frattura tra Cristianesimo Occidentale e Ortodosso-orientale sarebbe derivata dal fatto che i primi avrebbero preferito il principio di Autonomia, i secondi quello di Verità.

Sempre proseguendo la ricostruzione di Solov’ëv, questo spiegherebbe perché l’uomo occidentale abbia sempre avuto un atteggiamento forte, energico, sicuro delle proprie prerogative e non eccessivamente preoccupato della spiritualità. Diverso è invece l’uomo orientale (slavo): cerimonioso, lento e a tratti misticheggiante.

I due principi, tuttavia, non sono destinati a rimanere eternamente distinti. L’occidente, senza Verità, diventa materialista, caotico. Troppa Autonomia si traduce in Anarchia. Solov’ëv cita a questo proposito Marx e Nietzsche: senza Verità l’occidente diventa ateo, e per il nostro non è una cosa carina. Dall’altra parte, l’Oriente rischia di schiattare di cerimoniosità e di messe che durano ore (chi ha avuto occasione di assistere ad un rito ortodosso lo sa bene: un paio d’ore di liturgia sono lo standard).

Con queste premesse c’è poco da fare, i due principi si devono riunire, le due Chiese devono tornare ad essere una cosa sola, realizzando così quella società perfetta, forgiata ad immagine e somiglianza di Cristo, con la quale avevamo iniziato la nostra chiacchierata.

Che ne penso di tutto questo? Il contenuto filosofico, in sé, non mi fa impazzire. Quello “teologico” ancor meno. Se però lasciamo da parte questi due e ci soffermiamo sulla descrizione del mindset slavo, la cosa diventa interessante. La Russia, con tutte le sue contraddizioni, ha sempre espresso un certo misticismo che nemmeno l’osservanza materialista rigidamente imposta dall’epopea sovietica è riuscita del tutto ad obliterare.

Il culto rimane una categoria profondamente radicata nel pensiero russo, sia esso culto religioso, culto della Rivoluzione, culto di Lenin, culto del compagno Stalin, culto della famiglia (uso del patronimico!), culto dell’onor di patria, culto del presidente Putin e bla, bla, bla. Nel bene o nel male, cosa sono queste olimpiadi da 50 miliardi di dollari se non una colossale liturgia? Un’immensa celebrazione della forza di un paese che ha tutta intenzione di recuperare un ruolo di primo piano sullo scenario internazionale?

1917

1917

A Zurigo si svolge la prima mostra dada (Galerie Corray, gennaio-febbraio);

in marzo, con una collettiva del gruppo Sturm si apre la Galleria Dada.

A causa della guerra, il fulcro dell’attività artistica europea si sposta a New York dove arrivano, tra gli altri, Marcel Duchamp e Francis Picabia.

Duchamp pubblica due periodici dada: The Blind Man (2 fascicoli: aprile e maggio) e Rongwrong (luglio).

La Rivoluzione d’Ottobre segna l’inizio di un grande sviluppo dell’avanguardia storica russa con la fondazione, ad esempio, del movimento Proletkult – del quale sarà membro, dal 1922 al 1925, anche Romanovič – e la nascita del gruppo Arte Organica.

Anatoly Lunacharsky – Commissario del popolo alla cultura, all’educazione e all’illuminazione – nomina molti artisti dell’avanguardia sovietica a posti amministrativi e pedagogici.

A Tiflis, in novembre Kručenych e Iliazd (Ilya Znanevič) intraprendono una serie di recite delle loro poesie in Zaum.

In dicembre il duo è raggiunto dal pittore Kirill Znanevič (fratello di Ilyazd) e da Igor Gerasimovič Terentev per formare il Gruppo 41° (forse perché un grado più forte della vodka).

Tatlin, Rodčenko e Jakùlov affrescano il ‘Caffè pittoresco’ di Mosca.

Majakovskij scrive Ode alla rivoluzione.

Anton Pevsner inizia ad insegnare a Mosca.

Sarà stato lo Zeitgeist che inebriava le menti splendide di quei giovani coraggiosi.

Saranno state le ideologie così ripide e folli che li animavano.

Sarà stata la scossa prodotta da una cultura per la prima volta partecipata.

Ancora non siamo certi di come una strepitosa generazione di artisti sia sorta in Europa tra i due conflitti mondiali, in contemporanea all’avvento dei totalitarismi più cruenti della nostra Storia Contemporanea.

Non sono un detrattore dell’oggi. Sono convinto che anche le generazioni più vicine a chi scrive stiano elaborando qualcosa di considerevole. Ma di certo, oggi più che mai, abbiamo un nemico in più da combattere: la specializzazione. Uno dei mali più insidiosi che serpeggiano nella cultura occidentale.

Questo non accadeva nel 1917 a Mosca. Precisamente su Kuzneckij Most.

Si stava pensando a qualcosa di troppo grande per perdere tempo, si stava compiendo la Rivoluzione. E come ogni disegno politico-culturale che si rispetti, vi era bisogno di un punto di ritrovo da dove farlo partire. Un luogo dove poter condividere le proprie visioni, le proprie tensioni. Dove poter far circolare in modo virale le proprie intuizioni. Oggi forse diremmo – ahimè – di una chat, di un pagina fb, di un blog! Ieri si sarebbe detto di un caffè.

Eccoci quindi alla nostra storia. Kuzneckij Most, una delle zone più vivaci di una Mosca in agitazione. Le rivolte, come già accaduto in passato, erano iniziate a San Pietro[burgo]. Ma inevitabilmente la miccia per poter dilagare ha bisogno di attecchire nella “Terza Roma”, in quella città forse meno elegante e raffinata, meno europea, spartana per vocazione, l’unica a poter tenere l’intera Russia sotto il proprio controllo.

In un piano terra ammezzato semi-ipogeo, metà bunker metà deposito, si decide di aprire un punto di ritrovo per la nuova generazione rivoluzionaria. Berlino aveva il Café des Westens, Londra il suo Café Royal, Mosca stava per inaugurare il Café Pittoresque.

 

Foto di una parete interna del Café Pittoresque

Tre i principali artefici di questo progetto: Jakulov Georgij Bogdanovič, Vladimir Evgrafovič Tatlin e Aleksandr Michajlovič Rodčenko. Per chi conosce l’arte d’avanguardia russa capirà immediatamente l’importanza di questo lavoro. Altrimenti potreste paragonarli senza indugio a Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Fortunato Depero, per comprendere la qualità espressa da questo emergente gruppo di artisti, sia come ricerca sia come esiti progettuali.

Sappiamo che Jakulov è l’ideatore dell’intervento, Tatlin lo coadiuverà come sempre (sono decisive le influenze del primo sul secondo anche nel Monumento alla Terza Internazionale Socialista, passato alla storia come il capolavoro del Costruttivismo Sovietico), mentre Rodčenko studierà l’illuminazione nei minimi dettagli. Tra gli altri collaboratori si annovera anche Nadezhda Udaltsova.

Disegno di una lampada per il Café Pittoresque, Rodčenko, 1917

Non basterà osservare, grazie alle poche foto rimaste a disposizione, la serie di costruzioni in legno, metallo e cartone alle pareti, progettate con lo scopo di interrompere la regolarità geometrica della sala, per cogliere l’aspetto più importante di questo caffè moscovita, ovvero la vita al suo interno. Anarchici misti a borghesi incuriositi, intellettuali misti ad operai, bolscevichi esaltati al fianco di militari in congedo. Questo straordinario spaccato sociale gremiva la sala tutt’attorno al palco a forma di tamburo. Mai forma e funzione corrisposero in modo così calzante. Esattamente come tamburi, al comando di una marcia esaltante, spietata nell’incedere, dal palco pensatori come Majakovskij lanciavano i loro versi:



Foto del palco del Café Pittoresque

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
[La nostra marcia]

Jacopo Costanzo – PoliSOCHI (PoliLinea)

Surfin’ USSR

Nel 1968 Paul McCartney apriva il celebre omonimo album bianco dei Beatles con “Back in the USSR”, una parodia surf che invece di avere come luogo del desiderio una spiaggia californiana, poneva al centro del pezzo le ragazze sovietiche. Paul riuscì solo nel 2003 a suonare quel pezzo dal vivo nella piazza rossa di Mosca, accolto dal tripudio di sessantamila spettatori.

Ma che cosa è stato veramente il rock n’ roll dall’altra parte del muro? Come si può facilmente intuire (e come ci suggerisce in parte il celeberrimo film “Goodbye Lenin”), il rapporto fra giovani alla ricerca spasmodica e curiosa della cultura pop occidentale e i vari governi del blocco sovietico non era esattamente idilliaco, soprattutto a causa della della regressione oscurantista che il super-stato controllato dal Cremlino avrà dagli anni 60’ in poi.

Il russkij rok, underground non per scelta ma per sopravvivenza, iniziò a diffondersi in modo meno sporadico negli anni ’70, durante la presidenza di Brezhnev. In ambienti universitari iniziarono a organizzarsi concerti che ovviamente venivano pubblicizzati a voce, per i quali non venivano indicati orari, consegnati biglietti. Tutto insomma avveniva nella più completa clandestinità, visto che era vietato lo svolgimento di attività di business privato, l’esecuzione di canzoni non sottoposte a censura, nonché i raduni non riconosciuti di persone e il consumo di alcol in luoghi pubblici. Nel 1969 uscì una rivista giovanile clandestina – una delle tante – che spiegava dettagliatamente come ottenere i componenti elettronici per convertire la propria chitarra acustica in un’elettrica – principalmente devastando una cabina telefonica.
I Beatles, si sa, erano più famosi di Gesù, e per quanto potesse essere oscurantista il governo dell’URRS, i giovani cominciarono ad avere un culto sotterraneo per i FabFour, tanto che iniziarono a farsi cucire le giacche alla bene e meglio per farle somigliare a quelle del quartetto di Liverpool (questo particolare modello venne chiamato ‘Bitlovka’).

La situazione cambiò con la Perestrojka, fino a che la musica non diventò un business esattamente come in Occidente. Il grande evento che segnò la fine dei conflitti ‘musicali’ fra il blocco occidentale e quello sovietico ebbe luogo nel 1989, con il Moscow Music Peace Fest, festival teoricamente volto a promuovere la pace e a combattere l’abuso di alcol e droghe. Si pensò bene, quindi, di chiamare Motley Crue, Bon Jovi, Cinderella, Ozzy Osbourne,Skid Row e altri musicisti noti per la loro sobrietà. La classica contraddizione in perfetto stile show-biz occidentale. In questi vent’anni la Russia è cambiata molto, ma l’impressione è che, capitalismo sfrenato a parte, non ci siano le condizioni per parlare di libertà d’espressione.

Luigi Costanzo – PoliRitmi

the big one


the olympic stadium

 http://youtu.be/aWjalFoDfVo

 Roberto Crea

Olimpiadi con stile, ecco chi veste gli atleti di Sochi 2014

Olimpo dello Sport e vetrina internazionale. Che si porti a casa la medaglia o no, per gli atleti Sochi 2014 è l’occasione per farsi notare. Anche quest’anno i grandi stilisti e designer si sono messi al servizio delle nazionali per creare divise uniche, spettacolari ma soprattutto patriottiche. Ecco cosa ne è venuto fuori: Italiani con stile. Alle Olimpiadi invernali di Sochi 2014 la nostra squadra vestirà Armani. Dopo Londra 2012 prosegue la collaborazione tra re Giorgio e il CONI. In qualità di official outfitter, lo stilista fornirà l’intero guardaroba sportivo e formale alla squadra Olimpica e alla squadra Paralimpica dell’Italia sia in Russia che a Rio nel 2016.

Il marchio EA7 comparirà su tutti gli abiti e gli accessori che saranno indossati dagli atleti in ogni momento della giornata, escluse le competizioni, e per tutta la durata delle manifestazioni.

Taglio ergonomico, cuciture termosaldate e tute da sci con cappucci decorati con i colori della bandiera italiana. Total blu e dettagli tricolore anche per cappellini, sciarpe, guanti, occhiali e zainetti. All’interno delle giacche e delle felpe, sul lato del cuore, è riportata in oro e in corsivo, la prima strofa dell’inno di Mameli. Questa volta non ci saranno giustificazioni per chi non canta.

La Francia punta su Lacoste, che ha sostituito Adidas come sponsor ufficiale. Gli otto capi che compongono la collezione sono stati presentati con una sontuosa conferenza stampa: “Con Lacoste la squadra condivide i valori di tenacia, joie de vivre e sportività” hanno dichiarato da Parigi. Che si tratti di alta moda o di tute da sci, per i francesi non fa differenza: lo stile prima di tutto. Ogni atleta dispone di una divisa da cerimonia, una divisa ufficiale e due divise per il villaggio olimpico. Speriamo che gli abbiano fornito anche un set di bauli di Vuitton. Piccola curiosità: il marchio del coccodrillo vestì gli sciatori francesi anche ai Giochi Olimpici invernali di Grenoble nel 1968.

Gli Stati Uniti scelgono ancora Ralph Lauren e puntano tutto sul patriottismo. Ogni singolo capo è interamente made in USA: la lana viene dall’Oregon, i filati da Pennsylvania e North Carolina e le magliette dalla California. Ralph Lauren ha realizzato anche un sito web dedicato alla collezione disegnata per la squadra olimpica. Andateci a fare un giro, vi sembrerà di essere entrati nello shop online di Abercrombie. A far discutere è il golf creato per la cerimonia di inaugurazione di Sochi: pieno stile Bridget Jones a Natale, con la differenza che le renne sono state sostituite da ogni possibile simbolo a stelle e strisce. Molti americani non I’hanno presa bene.

Questo tweet è stato uno dei più gentili:

“Chi ha il golf più brutto alla cerimonia di inaugurazione vince qualcosa?”.

Somewhere over the rainbow. C’è chi sostiene che l’uniforme della Germania a Sochi sia una risposta alle leggi anti-gay in Russia. Vero o no, fatto sta che il team tedesco ha indossato una divisa arcobaleno durante la sfilata di inizio dei Giochi. Tutti gli atleti hanno in dotazione giacconi lunghi con tre strisce di colore sfumate, il giallo, il verde e il blu: il rosso compare nei pantaloni delle donne. La Federazione olimpica tedesca ha già smentito che tra i colori scelti e le leggi di Putin ci sia un collegamento. Anzi si tratterebbe solo di un omaggio a Monaco 1972 (la mascotte Waldi era “multicolore”). Anche il designer Willy Bogner difende le sue creazioni: “Nessuna polemica politica, le divise sono state create usando materiali e colori specialmente pensati per le condizioni di Sochi”.

Infine la Svezia che non avendo trovato niente da Ikea, per i suoi atleti sceglie H&M. Prima la sfilata a Parigi, ora l’accordo per vestire la nazionale sia a Sochi che a Rio, la medaglia d’oro per la scalata spetta di sicuro a H&M.

 

Eisenstein e la scuola del montaggio

Negli anni intercorsi tra la rivoluzione e la definitiva cattura del potere da parte di Stalin, in Russia ci fu una notevole propulsione delle attività artistico-culturali, spesso con impronte avanguardistiche destinate a rimanere celebri e paradigmatiche. In questa rubrica parliamo di cinema e non c’è dubbio che in questo ambito la stagione post-rivoluzionaria sia stata fruttuosissima, sia per il dibattito teorico riguardo il mezzo, sia per gli esiti a cui esso ha portato quando si è trattato effettivamente di impressionare della pellicola, e il fatto che teorici e registi fossero fondamentalmente le stesse persone è stato uno dei principali fattori che ha portato ad una produzione così idiosincratica e peculiare, con così pochi analoghi nella storia della settima arte. La parola chiave attorno a cui ruotò molto del dibattito in quegli anni è ovviamente “montaggio”, inteso non solo come il procedimento artigianale di taglio e cucito di brandelli di pellicola, o l’ordinamento logico/cronologico degli eventi narrati nel film, ma piuttosto come lo strumento fondamentale a disposizione del cineasta nel forgiare la sua opera, la più nucleare strategia di significazione del cinema come mezzo di comunicazione.

La concezione che di questo procedimento si è avuta da parte di diversi protagonisti dell’epoca fu estremamente eterogenea. Se Pudovkin per esempio enfatizzava la dimensione ingegneristica del montaggio, necessaria affinchè il tutto risultasse più della somma delle sue parti, Vertov, che aveva un background musicale, si concentrava sulle possibilità ritmiche del procedimento, mentre Eisenstein aveva probabilmente la visione più onnicomprensiva e ambiziosa, delineando il montaggio non come una peculiarità del mezzo cinematografico, ma come una caratteristica di ogni forma d’arte che nel cinema trovava la sua massima espressione.

L’assunto di fondo di queste che furono poi raggruppate come “teorie del montaggio”, è che la giustapposizione di immagini diverse alteri decisivamente la comprensione che lo spettatore avrebbe delle singole inquadrature. La cosa potrebbe sembrare un’ovvietà, ma è concentrandosi sulle possibilità espressive, sulle diramazioni possibili nell’utilizzo di questo che ormai ci sembra un meccanismo intrinseco e fondativo del cinema, che Eisenstein e soci sono arrivati ad elaborare degli stili di regia le cui tracce sono ben difficilmente riscontrabili nel cinema successivo.

Per fare un esempio, fu in Russia che venne redatto il manifesto dell’asincronismo, un appello nato all’indomani dello sviluppo delle prime tecnologie per il cinema sonoro, affinchè la nuova possibilità non fosse sfruttata, o almeno non immediatamente, in senso strettamente naturalistico semplicemente per migliorare la capacità del mezzo di riprodurre la realtà. Eisenstein, tra i firmatari del manifesto, auspicava un utilizzo contrappuntistico della colonna sonora, che non servisse semplicemente ad arricchire o commentare le immagini, ma che con esse fosse in grado di creare delle dinamiche di significazione sulla base dei contrasti oltre che delle assonanze. Lo stesso principio era rispettato dal grande maestro nelle sue produzioni mute. Siamo abituati a pensare al montaggio come ad una maniera di giuntare immagini che abbiano comunque un’immediata vicinanza tra loro in senso spaziale o cronologico, e quando questa continuità viene interrotta siamo altrettanto abituati al fatto che lo iato sia segnalato tramite una delle molte convenzioni che sono state escogitate allo scopo. Eisenstein e i suoi colleghi rifiutavano questo paradigma e pensavano al montaggio nei termini del surplus di significato che l’associazione di due immagini può creare rispetto alla presentazione di una singola inquadratura. Rientravano in ciò considerazioni ritmiche, pittoriche e linguistiche che portarono a tentativi curiosi come quello di rappresentare l’eco delle cannonate nel Palazzo d’Inverno tramite inquadrature dei suoi corridoi deserti, a exploit retorici come l’intervallare immagini di mucche al macello a quelle delle cariche della polizia zarista sui manifestanti, ma anche a sequenze di più tradizionale pathos drammatico come la celebre mattanza sulla scalinata di Odessa.

L’imposizione del realismo socialista come estetica di regime, e l’ostilità anche personale all’operato di molti dei più audaci sperimentatori da parte di Stalin portarono alla rapida archiviazione di molte delle esperienze più interessanti, soffocate letteralmente nel sangue con le purghe degli anni ’30. Seppure alcuni dei loro maggiori proponenti continuarono a lavorare, le teorie del montaggio non sopravvissero al giro di vite di cui sopra, e rimangono per certi versi un’esperienza unica e irripetibile, una specie di crisalide mai del tutto mutata. I lavori dei registi di quegli anni sono dunque visioni molto poco familiari per lo spettatore moderno, ma sono in grado di esercitare un fascino come quello di una specie estinta o di una civiltà inghiottita dalla storia, e sono per questo un’esperienza indispensabile per chiunque voglia esplorare le zone di confine del continente cinema.