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Ucraina, Russia, Europa: giochi politici e destini incrociati

La geografia, come affermò un ignoto geografo in evidente conflitto di interessi, è destino. Difficile dargli torto se si pensa alla storia recente e passata dell’Ucraina. Già nella variante orientale della lingua slava antica il nome “Ucraina” era infatti dotato di un significato geografico ben preciso (che curiosamente si è conservato nella lingua russa corrente): il paese “al confine”, che divide il mondo russo, con le sue steppe e le sue terre nere, dal resto dell’Europa non ortodossa. Un mondo scisso tra la fratellanza storica e culturale con l’ingombrante vicino russo (ai tempi di Gogol’ in Russia gli ucraini venivano chiamati “piccoli russi”) e i legami intensi anche se spesso conflittuali con il mondo europeo, molto frequenti ad ovest del fiume Dnepr grazie alla prossimità alla Polonia. Due anime, una orientata verso l’UE e la NATO e una verso l’ex Unione Sovietica, incapaci di trovare una sintesi, in uno scontro senza interruzioni iniziato a partire dal 1 dicembre 1991, data dell’indipendenza ucraina. Come l’anno scorso, quando la proposta della maggioranza di tollerare l’uso di lingue non ufficiali – principalmente il russo, parlato dal 24% della popolazione con punte nella zona orientale e in Crimea – ha scatenato una enorme rissa nella Rada, l’Assemblea generale di Kiev. O come nel 2004, quando i pesanti brogli elettorali messi in atto dal candidato sostenuto dall’apparato, dalle province orientali e dalla Russia, Viktor Janukovych, vennero denunciati dalla Corte Suprema ucraina e dall’opposizione guidata da Viktor Yuschenko e Julija Tymoshenko, che diede vita a manifestazioni con più di 300.000 persone a Kiev conosciute il nome di “Rivoluzione arancione”.

Quasi dieci anni dopo, a seguito di numerosi mutamenti di scena, il contrasto che divide l’Ucraina è tornato rovente su due diversi tavoli di gioco. All’interno del paese grandi folle hanno tornato ad ammassarsi a Piazza dell’Indipendenza a Kiev – popolarmente nota come piazza Maidan – per protestare contro l’incarcerazione di Julija Tymoshenko, contro le condizioni economiche precarie del paese e soprattutto contro la repressione violenta delle manifestazioni studentesche messa in atto da Janukovych, tornato al potere nel 2010. Ma per un paese in cui all’arretratezza dell’economia si affianca una posizione geopolitica strategica, alle dinamiche interne si collega profondamente la scena internazionale: la partita ucraina rappresenta infatti uno dei nodi più complessi dello scontro tra Unione Europea e Federazione Russa.

Da una parte, un blocco europeo che proprio sul tema dei rapporti con il mondo russo appare ancora troppo diviso tra paesi favorevoli ad una rapida integrazione dell’Ucraina, come Polonia e Lituania (intenzionate a limitare il più possibile l’influenza russa nella zona) e grandi potenze poco interessate ad un paese così distante e storicamente assoggettato a Mosca. Dall’altra parte, la Russia di Putin, che con le Olimpiadi di Sochi di febbraio intende celebrare il ritorno del paese al ruolo di protagonista della scena internazionale, con il successo diplomatico sul caso siriano, il peso economico e politico sempre più accresciuto grazie alle risorse energetiche e alla solidità del gruppo BRICS e con il progetto sul tavolo di una unione euroasiatica che imiti il modello europeo e contenga le spinte cinesi in Asia centrale. Questo progetto, presentato durante la campagna elettorale del 2012 come sviluppo del regime doganale comune per il momento limitato a Russia, Bielorussia e Kazakhstan,viene percepito a Bruxelles come un tentativo di sabotare l’avvicinamento tra Unione Europea ed ex repubbliche sovietiche, che con il programma di associazione “Eastern Partnership” (EaP) approvato nel 2008 aveva visto un buon punto di partenza. A questo programma doveva seguire la firma a Vilnius, il 29 novembre passato, di un accordo di associazione, ultimo passo prima di una possibile candidatura alla membership nell’UE. Ma, come era prevedibile, alle firme di Georgia e Moldova non è seguita quella dell’Ucraina, il cui presidente Janukovych si è accordato il 17 dicembre con Vladimir Putin per una ricompensa ben più sostanziosa dei proverbiali trenta denari: il voltafaccia all’Europa è infatti fruttato all’Ucraina un prestito da 15 milioni di dollari e una riduzione del prezzo del gas da 400 a 268 dollari per mille metri cubi.

Ma alla fine di questa costosa partita, vittoria e sconfitta non sembrano essere divise così nettamente come potrebbe sembrare. A Kiev, Janukovych è riuscito a far fruttare al massimo la posizione ucraina in bilico fra due blocchi, ottenendo un’ottima rendita in cambio della neutralità del suo paese: ma in questo gioco diplomatico ha perso il sostegno della popolazione filo-europea, che dalle barricate erette a piazza Maidan minaccia seriamente il suo governo, specialmente in vista delle elezioni del 2015 – dove in assenza della Tymoshenko sta acquistando sempre più seguito la candidatura dell’ex pugile Vitali Klitschko. A Mosca, Putin ha pochi elementi per gioire dell’ulteriore prova di forza russa davanti a istituzioni occidentali. L’ingresso dell’Ucraina nell’unione eurasiatica entro il 2015, ipotetica contropartita della salata ricompensa, dipende dalla capacità di Janukovych di mantenere la sua promessa senza scatenare una guerra civile nel paese. Oltre a questo, la responsabilità per la gestione della disastrata economia ucraina passa ora dall’Europa alla Russia, i cui finanziamenti probabilmente non si limiteranno a questa prima tranche. Ma forse per Putin, che considera il crollo dell’Urss “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, la fedeltà ucraina non ha prezzo, e, con il petrolio stabile sul mercato internazionale, le casse statali possono permettersi anche questo fardello, oltre ai mal di pancia causati ai dirigenti Gazprom per gli sconti accordati all’Ucraina.

Il vero rebus di questa trojka è rappresentato però dalla posizione di Bruxelles: raramente come sulla querelle ucraina la mancanza di una politica estera comune ha causato passi falsi così maldestri. Spinta dagli entusiasmi polacchi e svedesi, l’Unione ha iniziato un gioco pericoloso, che ha deteriorato i già freddi rapporti con la Russia, e il cui successo era pregiudicato da due limiti: l’incapacità di promettere a Janukovych un forte sostegno economico sul breve termine da un lato, e la rigidità in materia di democrazia e diritti umani dall’altro, che hanno portato la missione diplomatica a Kiev ad arenarsi sulla richiesta di scarcerazione della Tymoshenko e di riforme economiche e politiche. L’assenza di elasticità al tavolo negoziale non è certo una novità, dato che il bagaglio istituzionale e culturale, vanto del processo di integrazione europea, aveva già ostacolato i rapporti con gli stati africani, spinti dalle pretese europee a preferire finanziamenti cinesi, più sostanziosi e meno esigenti dal punto di vista etico.

Ma, ad di là della magra figura internazionale rimediata dalle istituzioni europee, incapaci di sostenere coi fatti oltre che con le parole i manifestanti di Kiev, dovremmo vedere il lato positivo di questo passo falso, che non ci ha solo rivelato cosa non va nella nostra andatura, ma anche che forse stavamo imboccando un percorso sbagliato. Non esiste infatti una vera volontà politica all’interno dell’Unione riguardo all’espansione dei confini definiti dagli ingressi del 2004. Le uniche annessioni nel breve periodo saranno semmai quelle volte a ricomporre il mosaico insanguinato dei Balcani, nel quale l’UE ha iniziato ad addentrarsi con l’ingresso della Croazia nel 2013. Il futuro delle relazioni tra Unione Europea e Federazione Russa rimane comunque interlocutorio, nonostante il successo di alcuni rapporti bilaterali (come quello tra Russia e Italia), e rimarrà la chiave di volta di numerose dinamiche politiche ed energetiche fino a quando le due parti non riusciranno a istituzionalizzare e pacificare i loro rapporti. Un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato dal riavvicinamento tra Unione Europea e Serbia, roccaforte ortodossa neiBalcani e storicamente alleata dello stato russo per il controllo di un’area di grande rilievo simbolico e geopolitico non solo per il Cremlino, ma per l’Europa intera, in quanto luogo di convivenza e di scontro tra cattolicesimo, ortodossia e Islam. Perché sicuramente il geografo era di parte, ma sulla geografia e sul destino qualcosa aveva capito.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Educazione Cecena

Giorno dopo giorno il mondo è tempestato da attacchi terroristici di varia natura. La società postmoderna occidentale, paladina dei “Diritti Umani”, da sempre pone le vittime in maniere circostanziale e differente. E’ come se vi fossero delle vittime più giuste ed altre meno. Così mentre nelle guerre finanziate dagli stessi paesi occidentali, spesso sotto la promessa di una maggiore democrazia, avvengono quotidianamente attacchi; dopo l’11 settembre 2001, le bombe di Madrid e alle metropolitane di Londra, l’unico attacco terroristico è parso quello di due settimane fa a Boston (Usa). Attacco terroristico compiuto da due fratelli ceceni. Cecenia perennemente in guerra, da sempre terra islamica guidata nella rivolta da bande legate ad Al qa’ida. Due i peccati, grandi come quelli compiuti in Afghanistan negli anni ottanta, compiuti dall’intelligence statunitense.

A seguito della disgregazione nel 1991 dell’Urss, la regione Cecena dichiarò l’anno successivo la propria indipendenza che fece da preambolo alla Prima Guerra Russo – Cecena del biennio a metà degli anni novanta. Il tutto venne combattuto in una situazione paragonabile ai conflitti balcanici, ove ogni territorio era composto da un meltin-pot di etnie differenti fra di loro. Essa vide il prevalere delle truppe ribelli dei separatisti ceceni ed è qui che risiede il primo peccato degli USA, infatti per indebolire le milizie antirusse vennero finanziate le bande legate agli integralisti islamici. Successivamente la fine di questo conflitto, al di fuori della martoriata capitale Groznyj i ribelli si ridivisero in tribù ove tramite lo spaccio di eroina, il culto per l’Islam radicale cantato dall’artista Timur Mutsurayev e le rovine di un mondo che aveva perso la sua battaglia più grande venivano finanziati e crescevano “Signori della Guerra” come Arbi Barayev. In cui però seppe affermrsi con difficoltà il leader laico indipendentista ceceno ovvero Aslan Maskhadov.

Il 4 settembre 1999 è la data di non ritorno, in tale giorno secondo le autorità russe le milizie cecene uccidono con bombe in differenti città della Federazione Russa un centinaio di persone. Da lì si scatenerà la nuova Guerra di Cecenia, con il Senatore del Congresso Usa John McCain, che affermò che tali attacchi fossero stati in realtà organizzati dai Servizi Segreti russi. In una guerra cruenta e senza pietà composta, da odio religioso ed etnico, la Russia ormai guidata dal nuovo Presidente Vladimir Putin nel maggio del 2000 riconquista la Cecenia. Gli strascichi saranno enormi e vedranno crimini da una parte e l’altra ove con il sangue si costruisce il futuro di alcuni leader in guerra. Passano cinque anni e anche l’occidente si rende conto che i suoi finanziamenti non porteranno più a nulla. Difatti, l’otto marzo 2005 viene a mancare l’ultimo leader “laico” ed indipendentista ceceno Aslan Maskhadov, la cui morte segnerà la definitiva commistione tra nazionalismo e jihad. A questo periodo risiede il secondo errore statunitense che vide l’attacco alla Russia sul piano dei diritti umani, indubbiamente moralmente giusto, ma miope nel vedere solamente una parte o quel che si voleva vedere per interesse. Così a Washington l’imbarazzo fu tanto, quando il mondo in diretta televisiva vede i ribelli ceceni capeggiati Shalim Basayev trucidare 300 persone in una Scuola osseta tra cui più di duecento bambini in quella che verrà ribattezzata “Strage di Beslan”.

Bambini che si legano in un tragico destino con il piccolo Martin Richard di otto anni morto per mano cecena mentre applaudiva il proprio padre tagliare il traguardo della “Maratona di Boston”. E’ questa la debolezza degli USA e dell’alleti europei post Guerra Fredda, ove in un mix di lotte per i diritti umani e guerre, si dimenticano i reali nemici ed obiettivi, sbagliando difatto molti finanziamenti ed appoggi militari. L’ultime “Primavere Arabe” hanno dimostrato la situazione critica in cui è stato esposto Israele dopo l’affermazione dei Fratelli Musulmani in Egitto. In questo modo l’occidente si ritrova in casa un “nemico” con più fede, cresciuto con armi e non con IPad in mano. Un nemico che non conosce perdono, che alle canzoni di Rihanna preferisce Timur Mutsurayev e che come mito ha il leggendario e valente comandante Shalim Baseyev e non Mike “The Situation”. Insomma, un nemico che a dispetto di tutto ha ricevuto un ‘educazione differente. Un’educazione Cecena.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Corea del Nord mette paura al mondo

Da decenni la musica scandisce gli avvenimenti storici, in maniera più consapevole e meno racchiusa in se stessa, delle arti figurative. Prendete la traccia più celebre del gruppo britannico “Orchestral Manoeuvres in the Dark” ove con un ritmo contagioso, capace di far ballare tre differenti generazioni, si racconta la tragedia dell’atomica sganciata dagli USA su Hiroshima nel 1945. Il nome di quella traccia è “Enola Gay”, lo stesso della madre del pilota Paul Tibbets che con un gesto ha cambiato irrimediabilmente la storia dell’umanità. Questo cambiamento non dipende dalla vittoria degli “alleati” sui Nipponici, bensì dal fatto che da quel giorno l’umanità possiede un ‘arma capace di annientare essa stessa. Sessantotto anni dopo il mondo del terzo millennio in queste ore vive la medesima paura e sconforto a causa del nucleare nordcoreano.

KIM JONG-UN ED IL PROGETTO NUCLEARE – Per comprendere la crisi di queste ore bisogna partire da un dato di fatto storico ovvero che la Guerra di Corea non è mai terminata. E’ rimasta sopita, ha visto scontri a bassa intensità, ma il progetto di fondo del Nord Corea marxista non si è mai modificato. Le analisi militari in stato d’allarme vengono condotte su numeri oggettivi e motivazioni di fondo. Dai rapporti statunitensi, russi e cinesi appare chiaro che le unità coinvolte nello sviluppo e nell’assetto nucleare nordcoreano sono 3.000. A capo della struttura militare che sta facendo tremare il mondo ed in particolare il Pacifico vi è il leader marxista Kim Jong-un. Centro di controllo dell’intera filiera nucleare è il sito di Yongbyon ove si parla di almeno due decine d’impianti dediti allo stoccaggio di uranio e plutonio per la produzione del nucleare.Dati per certi i dati su Yongbyon e altri siti dediti allo sviluppo nucleare, Washington riconosce come unica pedina, data anche la struttura gerarchica della Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea, quella di Kim Jong-un. Motivo principale di questa rincorsa al nucleare del nuovo leader nordcoreano risiede nella convinzione di molti analisti geopolitici che da tempo registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang.

L’INTERVENTO DI MOSCA E PECHINO – Da molti mesi l’intelligence e non solo di Mosca e Pechino sono a lavoro per contenere il fanatismo atomico di Piongyang. Xi Jinping, dallo scorso Marzo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in queste ore è spinto da un duplice timore ad affievolire i venti di guerra. Il primo motivo risiede nella consapevolezza che se Pyongang dovesse perdere un eventuale scontro militare, tutta la penisola coreana finirebbe sotto l’egemonia geopolitica statunitense. Il secondo timore risiede nel non doversi sbilanciare troppo a favore del non-amico statunitense a discapito del compagno nordcoreano. Vladimir Putin, dopo aver ridato un’importanza geopolitica alla Russia post crollo sovietico, sta aiutando tramite il fortissimo apparato moscovita a rendere, tramite canali non ufficiali, più quiete le acque nel Mar di Corea. A spingere tale decisione vi è la consapevolezza che, qualora venisse evitato uno scontro dovuto a Kim Jong-un, Obama non dovrebbe più perseguire nell’estromissione della Russia dal Mar Mediterraneo tramite la campagna di Siria. Ciò è confermato dal fatto che a diramare le inquietanti intenzioni di Pyongyang sia stato il Ministero degli Esteri di Mosca.

OBAMA E LE MANOVRE MILITARI – Se ad Oslo avessero saputo che la veridicità del premio Nobel per la Pace “preventivo” ad Obama sarebbe stata una crisi nucleare molto probabilmente lo avrebbero dato a “Medici senza Frontiere”. Eppure, il Presidente degli Stati Uniti d’America non sta sbagliando una mossa in questa difficilissima situazione. Come comandante in capo delle Forze Armate ha autorizzato lo spostamento dalle basi del Giappone interno e da Okinawa verso la base di Osan in Corea del Sud, al fine di evitare attacchi a sorpresa. Non appena la CIA ha confermato le notizie provenienti dai servizi russi ha disposto lo spostamento dei bombardieri nucleari B2 ed inviato una grandissima flotta di portaerei a propulsione nucleare nell’Oceano Pacifico. Diplomaticamente ha rafforzato il rapporto con la minacciata Tokio e avviato nuovi rapporti informativi con le uniche due potenze capaci di dare una mano in questa situazione. Londra e Parigi? No, Pechino e Mosca.

Resta un dilemma: Obama attaccherà preventivamente Pyongyang per poi avviare un’intera campagna militare nella penisola coreana o aspetterà la mossa del giovane Kim Jong-un? Presto lo sapremo. Ciò che già sappiamo è che la storia si fa nell’Oceano Pacifico.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Russia, il gas e la rotta artica

Il mondo cambia da sempre i suoi assetti ed equilibri attraverso le rotte commerciali. L’esempio maggiore di ciò lo diede il navigatore genovese Cristoforo Colombo nel 1492, quando alla ricerca della rotta ad ovest per le Indie segnò il punto di non ritorno per l’intera umanità. Mentre in Italia continuano ad andare di moda i nostalgici del mondo diviso in due blocchi con gli occhi puntati solo agli Stati Uniti d’America, nella Federazione Russa si è trovato guadagno dal “fatidico” passaggio a nordest.

Al centro degli interessi della rotta marittima che collega le coste settentrionali della Federazione Russa al Pacifico attraverso il Mar glaciale Artico vi è il gas. Ed è il gas la novità e l’obiettivo, da sempre dichiarato dalla Gazprom e dei governi del Nord Europa, al centro delle analisi geopolitiche ed economiche dell’ultimo mese. Infatti, lo scorso dicembre, la prima nave adibita al trasporto di gas naturale liquido, partendo dal porto di Hammerfest in Norvegia, è riuscita ad attraccare regolarmente lungo le coste giapponesi. Il nome della nave che ha solcato le acque artiche e pacifiche è Ob River. Sicuramente non verrà ricordata per via della rotta solcata – lo scorso anno più di quaranta navi hanno solcato il Mar Artico – ma per essere stata la nuova via di rifornimento d’energia per l’Asia. Analizzando la rotta si potrà notare come dal Nord Europa si sia diretta verso l’Asia, senza coinvolgere gli Stati Uniti d’America. Partendo da tale considerazione, è utile concentrarsi su tre punti strategici.

Il primo risiede nella volontà russa e nordeuropea di puntare all’affamato mercato energetico asiatico basandosi su rotte meno soggette a crisi geopolitiche. Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’immensa quantità di gas prodotta e custodita dalla Federazione Russa che, con l’Europa in declino postindustriale, ha l’esigenza di trovare nuovi mercati dipendenti dalle sue materie prime. Terzo punto cruciale è l’ormai vicina indipendenza energetica degli Stati Uniti d’America. Se vi è un aspetto per il quale verrà ricordata l’Amministrazione Obama nei prossimi decenni, è quello dell’indipendenza energetica degli Usa, capace di risollevare la produzione industriale dei prossimi cinquant’anni nel paese stelle e strisce. Altro aspetto cruciale della rotta solcata nel trasporto di gas naturale liquido attraverso l’artico è di carattere logistico. Infatti, il cargo della Gazprom che ha attraversato la rotta artica ha visto un risparmio di tempo pari al 40% e aperto rotte più sicure rispetto a quelle tradizionali, che vedono il rifornimento energetico da ovest verso est passare attraverso lo Stretto di Suez o di Panama. In questa novità risiede il vero dato geopolitico, ove all’instabilità dei paesi del Medio Oriente si contrappone una rotta “sicura” per i Russi ed i paesi del Nord Europa. Se i Romani prima ed i nazionalisti risorgimentali Italiani poi appellavano il Mar Mediterraneo “Mare Nostrum”, la stessa idea è trasparita dal discorso del Premier russo Medvedev riguardo al “Mar Artico”. Tant’è che la Federazione Russa ed il Cremlino hanno deciso il potenziamento delle basi navali ed aeree nel Mar Artico, a cominciare da quella di Rogacjovo.

Ulteriore passo per rendere l’Artico il nuovo centro d’interesse economico russo da qui a cinquant’anni (da noi in piena campagna elettorale si parla al massimo di cinque) è la costruzione di una nuova rete di trasporti merci che colleghi i giacimenti di gas e petrolio alle coste artiche. Nel piano redatto e presentato dal Ministero dei Trasporti della Federazione Russa si prevede da qui al 2030 un potenziamento della rotta transiberiana ed in particolar modo della tratta ferroviaria Bajkal – Amur. In questo scenario, con il placet di alcuni paesi dell’Unione Europea come la Norvegia, i russi stanno in ogni modo cercando di dar fondamento alle pretese rispetto al Mar Artico ed al grande bacino economico che ne deriva, pur dovendo mantenere una conformità alle norme imposte dal Diritto Internazionale.

Sicuramente gli Stati Uniti attraverso l’Alaska ed i pozzi petroliferi già presenti nel Mar Artico faranno sentire il loro peso in questa partita, in contrasto al nuovo protagonismo su scala economica e geopolitica di Mosca. Eppure, di fronte all’impegno russo, statunitense e asiatico nella ricerca di nuove rotte commerciali è lampante un’assenza: quella dell’Unione Europea, che lascia ai singoli stati una partita strategica senza occuparsi direttamente dello sviluppo dell’intera Comunità Economica. Come a dire che non ci interessa il fronte del nord-est.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

Il vento della Primavera Caucasica

E’ ottobre. Da questo mese fino all’inizio di novembre si terranno le elezioni più importanti dei prossimi quattro anni. I paesi in questione sono tre: Stati Uniti d’America, Venezuela e Georgia. Al centro della mia digressione è proprio questo piccolo paese ex sovietico. Ora vi starete chiedendo il motivo per il quale parlerò della Georgia. Tale motivazione risiede nel fatto che in Georgia passano tre dei più importanti oleodotti che non transitano dalla Russia. Risiede nel fatto che questo piccolo paese è stato elogiato dopo la “Rivoluzione delle Rose” da tutti i media e cancellerie occidentali, con il Presidente Mikheil Saakashvili accusato da tutte le ONG e dagli osservatori internazionali di autoritarismo.

Inoltre, nell’agosto 2008 la Georgia è stata al centro di una guerra lampo per il controllo dell’Ossezia del Sud, durata tre giorni, con la vittoria in larga scala delle forze russe. Dopo l’attacco di Tbilisi all’Ossezia meridionale per la Georgia la rivalsa su un quinto del suo ex territorio si rivelò un disastro geopolitico. Se in un primo momento, grazie ai contatti tra i media occidentali del Presidente Saakashvili, il paese caucasico sembrava la vittima di un sproporzionato attacco russo, il Rapporto degli Osservatori dell’Unione Europea denominato Rapporto Tagliavini dimostrarono che ad accendere la miccia fu l’attacco di Tbilisi alle Repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale conflitto fu concluso grazie all’unico successo diplomatico del Governo Berlusconi e di Nicolas Sarkozy che fecero da tramite tra Mosca, Washington e Bruxelles. Per i suddetti motivi capirete perché tra petrolio, relazioni internazionali e diritti umani Tbilisi sia al centro dell’attenzione internazionale. Fatto sta che nella giornata di martedì 2 ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento georgiano che hanno visto la vittoria dell’opposizione guidata da Bidzina Ivanishvili. Nella notte la Commissione elettorale centrale, sotto l’attento sguardo degli osservatori dell’Ocse e dei media, ha confermato la vittoria a favore del partito “Sogno Georgiano” di Ivanishvili.

La campagna elettorale vinta dall’opposizione non ha escluso colpi di scena, in una cornice di altissima tensione, con un video sulla rete che dimostrava le torture compiute nei penitenziari di Tbilisi. Eppure, nonostante la guerra persa per un errore d’opportunità e per il rafforzamento autoritario del potere centrale, in molti avevano scommesso in una riconferma del Partito “Movimento Nazionale Unito” dell’attuale Presidente della Repubblica Georgiana Mikheil Saakashvili.

La crescita economica di Tbilisi, confermata dalle graduatorie del Doing Business e coadiuvata da un pacchetto di liberalizzazioni e da stretti rapporti con l’occidente e la Nato avevano fatto pronosticare una riconferma per il partito di Saakashvili, il quale anche se impossibilitato dalla legge georgiana aveva già immaginato un impegno da leader anche dopo il 2013 (data scadenza mandato presidenziale). Le speranze nella Rivoluzione delle Rose del 2004 di fatto si sono infrante davanti ad una crescita economica priva del benessere della società che si fonda sul diritto.

Il cambio al vertice del paese caucasico ha visto la vittoria del magnate del metallo e banchiere Bidzina Ivanishvili, il quale ha guidato la coalizione “Sogno georgiano” i cui sostenitori già parlano di una “Primavera del Caucaso”. A rimarcare l’importanza della vittoria per la coalizione di Ivanishvili sarà nel 2013 l’attuazione delle recenti norme di modifica alla Costituzione georgiana, attraverso cui la maggioranza nell’organo dell’assemblea parlamentare potrà governare il paese anche se con una presidenza di appartenenza politica differente. La Georgia di fatto passa da un sistema presidenziale a quello parlamentare.

Bidzina Ivanishvili è una sorpresa a tutti gli effetti. Imprenditore che fatto la propria fortuna in Russia, se non siete conoscitori del Cda di Gazprom e dei suoi patners o lettori Forbes difficilmente ne avrete sentito parlare. Il suo patrimonio è stimato secondo fonti della rivista americana Forbes intorno ai 6,4 miliardi di U$D, una cifra che è pari alla metà del Prodotto Interno Lordo di Tbilisi. Estraneo alla politica fino ad un anno fa, ha condotto una campagna elettorale all’americana. Ora seppur indubbia la sua propensione verso Mosca, subito dopo l’annuncio della sconfitta da parte del rivale Saakashvili, alla domanda della stampa estera riguardo un prossimo orientamento internazionale della Georgia Ivanishvili ha risposto “Se mi chiedete, America o Russia? Io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti”. E qui permane un malumore russo per la perdita di egemonia totale sull’area caucasica.

A meno di rivolte dell’ultima ora da parte dei sostenitori del Presidente Saakashvili, cosa improbabile dopo il riconoscimento della sconfitta da parte dello stesso, dalla nascita della Georgia stiamo assistendo al primo passaggio di potere per via democratica. Questo è di certo il dato più importante ai fine della stabilità nell’area caucasica. Da qui parte la soddisfazione di Ocse e Unione Europea con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che ha espresso la propria soddisfazione nella seguente nota “Mi congratulo con le autorità georgiane sullo svolgimento delle elezioni legislative in modo libero, pacifico e competitivo. Nonostante il clima teso che ha caratterizzato la campagna elettorale e alcune carenze procedurali, queste elezioni sono un segno di crescente maturità politica e democratica della Georgia”.

Ulteriore soddisfazione, dopo il conflitto lampo del 2008, è stata espressa dal portavoce del Ministro degli Esteri russo Alexander Lukashevich, il quale ”auspica che il cambiamento segnato dall’esito delle elezioni georgiane normalizzi e costruisca relazioni rispettose” tra Tbilisi e ”i suoi vicini”. L’ambasciatore americano a Tbilisi Richard Norland ha fatto le sue congratulazioni per “il successo elettorale, che è un importante passo nello sviluppo nazionale”.

Per ora, invece, tacciono il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton e Vladimir Putin. La prima probabilmente per la sconfitta di Saakashvili il quale era molto legato agli Stati Uniti, il secondo perché al presidente georgiano dopo la Guerra dell’agosto del 2008 aveva letteralmente promesso di “volerlo appendere per i testicoli”. State sicuri che la partita in Georgia non è ancora chiusa e che venti da “Guerra Fredda” riscalderanno non poco il clima nella “Primavera Caucasica”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli