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Siria, dall’attacco chimico alle torture nelle carceri: nuovi importanti sviluppi

L’8 dicembre scorso il giornalista statunitense Seymour Hersh ha pubblicato sul sito della London Review of Books (LRB) un lungo articolo, intitolato «Whose Sarin» (articolo tradotto in italiano e comparso su Repubblica del 10 dicembre), nel quale accusa il governo americano di non aver detto la verità per ciò che riguarda l’ormai famoso attacco chimico del 21 agosto scorso. Attacco chimico che, è bene ribadirlo, avrebbe potuto portare all’intervento militare proprio degli Stati Uniti. 76 anni, Hersh è un giornalista molto famoso: nel 1970 vinse il Pulitzer per le rivelazioni del massacro di My Lai in Vietnam e nel 2004 fece conoscere al mondo intero gli abusi ad opera dei militari statunitensi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Questa volta il giornalista di Chicago mette nel mirino l’operato dei servizi segreti statunitensi e del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Scrive Hersh (di cui riporto solo alcune parti dell’articolo):

Nei mesi precedenti, le agenzie di intelligence americane hanno prodotto una serie di rapporti altamente riservati contenenti prove che il Fronte Al Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad Al Qaeda, possedeva le competenze tecniche per creare il sarin ed era in grado di fabbricarne in abbondanza. […] Un ufficiale di alto livello dell’ intelligence, in una mail spedita a un collega, ha definito le assicurazioni dell’ amministrazione Obama sulla colpevolezza di Assad una «furberia». […] Il 29 agosto, il Washington Post ha pubblicato estratti del budget annuale per tutti i programmi nazionali di intelligence, fornito da Snowden.[…]Gli estratti del Washington Post hanno fornito anche la prima indicazione di un sistema segreto di sensori all’ interno della Siria per conoscere in anticipo qualsiasi cambiamento nella situazione dell’ arsenale chimico del regime. I sensori sono monitorati dall’Nro (Ufficio nazionale di ricognizione), l’organismo che controlla tutti i satelliti dei servizi segreti americani. Secondo il riassunto del Washington Post, l’Nro ha anche il compito di «estrarre i dati provenienti dai sensori sul terreno», dislocati all’ interno della Siria. Questi sensori forniscono un monitoraggio costante dei movimenti delle testate chimiche in mano all’ esercito siriano, ma nei mesi e nei giorni prima del 21 agosto, dice sempre l’ ex funzionario, non hanno riscontrato alcun movimento. È possibile, naturalmente, che il sarin sia stato fornito all’ esercito siriano attraverso altri mezzi, ma non essendoci stato nessun preallarme le autorità americane non erano in grado di monitorare gli eventi a Ghouta Est nel momento in cui si stavano svolgendo.La Casa Bianca ha avuto bisogno di nove giorni per mettere insieme le prove contro il governo siriano. Il 30 agosto ha invitato a Washington un gruppo selezionato di giornalisti e ha distribuito loro un documento che recava scritto in bell’evidenza «Valutazione del Governo» (e non dei servizi segreti). Il documento esponeva una tesi essenzialmente politica a sostegno della posizione della Casa Bianca contro Assad: i servizi segreti Usa sapevano che la Siria aveva cominciato a «preparare munizioni chimiche» tre giorni prima dell’ attacco.[…] Il documento diffuso dalla Casa Bianca e il discorso di Obama non erano descrizioni degli eventi specifici che avevano portato all’ attacco del 21 agosto, ma un’ esposizione della procedura che l’esercito siriano avrebbe seguito per qualunque attacco chimico. «Hanno messo insieme un antefatto», dice l’ ex funzionario dei servizi, «con un mucchio di pezzi e parti differenti.» Sia in pubblico che in privato, dopo il 21 agosto l’ amministrazione Obama ha ignorato le informazioni disponibili sul potenziale accesso al Sarin di al-Nusra e ha continuato a sostenere che il Governo di Assad era l’ unico a disporre di armi chimiche […].

A corredo dell’articolo, segnalo sia l’articolo del Washington Post, sia il documento di «Valutazione del Governo» citati da Hersh nella sua inchiesta.

LE TANTE CRITICHE MOSSE A HERSH – L’articolo di Hersh ha scatenato numerose polemiche e lasciato spazio a molte critiche. Innanzitutto, il portavoce dei servizi segreti americani, Shawn Turner, ha commentato:«Qualsiasi insinuazione sul fatto che siano state taciute prove di intelligence a sostegno di presunte alternative, sono false». Il blogger Brown Moses (alias Eliot Higgins che, come abbiamo visto, non nasce come esperto di armi) sostiene che i missili impiegati sarebbero i Volcano, di cui sarebbe in possesso solo l’esercito siriano sin dal novembre 2012. Secondo Higgins, l’attacco chimico è chiaramente opera dei «compari di Assad» e l’attacco non sarebbe un’iniziativa improvvisa ma parte precisa di un’operazione militare durata più di tre mesi. La fondazione EA WorldView (dell’Università di Birmingham) ritiene invece che il Pulitzer abbia volontariamente omesso alcuni particolari. Ad esempio, Hersh non avrebbe tenuto conto del fatto che non è stato colpito un solo luogo ma molti di più (tra i 7 e i 12). Secondo la fondazione (che rivolge molte altre critiche al giornalista statunitense) solamente l’esercito regolare avrebbe avuto la forza di condurre simili operazioni. EA WorldView sospetta anche che l’articolo di Hersh sia stato in gran parte “riciclato” da una vicenda risalente al maggio scorso, quando 12 uomini di Al-Nusra furono arrestati con l’accusa di possedere il Sarin. Alle critiche ha risposto Christian Lorentzen, redattore capo della LRB, che ha dichiarato che l’articolo è stato scrupolosamente sottoposto a fact-checking (ossia alla verifica dei fatti) da parte di un ex fact checker del New Yorker (un settimanale rinomato proprio per la sua attività di controllo delle notizie che vengono pubblicate) che già in passato aveva lavorato con Hersh. Tuttavia vien da chiedersi perché l’articolo non sia comparso sul New Yorker, di cui Hersh è una delle firme più illustri, o sul Washington Post, al quale lo stesso giornalista aveva inviato una mail per proporre l’inchiesta. Interpellato sul punto, Hersh ha dichiarato che il New Yorker «ha mostrato scarso interesse per la vicenda», mentre il redattore esecutivo del Washington Post, Marty Baron, dopo aver inizialmente mostrato interesse per l’articolo ha risposto al famoso reporter dicendo che «le fonti non erano in linea con gli standard di credibilità del Post». I portavoce di entrambi i periodici hanno preferito non commentare pubblicamente la vicenda.

L’ULTIMO RAPPORTO RIMETTE IN GIOCO TUTTO? – Nel suo articolo, Hersh aveva chiesto anche il parere del professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachussets Institute of Technology (MIT), Theodore Postol.

In un allegato al rapporto dell’ Onu erano riprodotte foto, prese da YouTube, di alcune munizioni recuperate, tra le quali un razzo che «corrisponde indicativamente» alle specifiche di un lanciarazzi da 330mm. Il New York Times scrisse che la presenza di quei razzi sostanzialmente era la prova che la responsabilità dell’ attacco era del governo siriano, poiché «non risultava che la guerriglia fosse in possesso delle armi in questione». Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza Nazionale al Mit, ha analizzato le foto dell’ Onu insieme a un gruppo di suoi colleghi ed è giunto alla conclusione che quel razzo di grosso calibro era una munizione di fabbricazione artigianale, molto probabilmente realizzata localmente. Mi ha detto che era «qualcosa che si può produttore in un’ officina modestamente attrezzata». Il razzo delle foto, ha aggiunto, non corrisponde alle specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, a disposizione delle forze armate siriane.

Thedore Postol non è un semplice professore di università: secondo quanto ha scritto Roberta Zunini su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio, stiamo parlando del «massimo esperto di balistica al mondo nonché scienziato e professore di Tecnologia e sicurezza nazionale al Mit di Boston [sic], il più accreditato istituto di tecnologia del mondo». Il 14 gennaio lo stesso Postol ha pubblicato insieme a Richard Lloyd (ex ispettore delle Nazioni Unite sugli armamenti) un interessantissimo rapporto il cui titolo dice già molto: “Possibili conseguenze delle errate interpretazioni tecniche dei servizi segreti statunitensi sull’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco”. A pag.36 del rapporto si legge che I missili utilizzati nell’attacco erano a cortissimo raggio e potevano essere lanciati da una distanza massima di 2 Km: il che sembra dimostrare che l’esercito, che si trovava più lontano dai luoghi dell’attacco (come si evincerebbe anche da una cartina della Casa Bianca), non sia il responsabile.

LE “SOMIGLIANZE” SOSPETTE DEI RAPPORTI SULL’ATTACCO – Il 26 settembre scorso un ricercatore associato proprio del MIT, Subrata Ghoshroy, aveva scritto un lungo e dettagliato articolo intitolato “Seri interrogativi sull’integrità del rapporto delle Nazioni Unite”. Nel suo articolo, Ghoshroy ricostruisce bene i momenti salienti di quei giorni e dedica un passaggio proprio al ruolo del blogger Brown Moses/Elliot Higgins, “voce” sempre più ascoltata dai media internazionali. Goshroy di analisi se ne intende, visto che ha lavorato per quasi 10 anni come senior analyst al GAO – Government Accountability Office del Congresso degli Stati Uniti. A pag.4 riporta di aver visionato tanti file di foto o video utilizzati da Higgins per dimostrare la colpevolezza dell’esercito di Assad per l’attacco del 21 agosto e di averne notati alcuni che risalivano al Gennaio 2013 (ossia ben sette mesi prima degli attacchi di Ghouta). Riempire il blog di foto che si riferiscono ad eventi diversi può essere perlomeno fuorviante. Il ricercatore del MIT ricorda anche come ad inizio settembre proprio Postol e Lloyd furono sentiti dal New York Times a proposito dell’attacco di Ghouta. In quei giorni il quotidiano statunitense aveva pubblicato sul proprio sito una presentazione in PowerPoint fatta da Lloyd sugli elementi (allora) conosciuti dell’attacco; di Postol aveva invece pubblicato un’analisi preliminare sull’attacco. Due documenti molto importanti anche perché pubblicati prima del rapporto dell’ONU (questi studi furono pubblicati sul sito del NY Times il 5 settembre, mentre il rapporto dell’ONU fu reso noto ben 11 giorni dopo, il 16 settembre ndr). Tra questi 2 studi e il rapporto dell’ONU, ci fu quello di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 10 settembre e basato (tra gli altri) sulle foto e i video reperiti da Brown Moses. Le date di pubblicazione non sono affatto elementi secondari, soprattutto se nell’analisi del ricercatore del MIT si legge:«Precedentemente alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, altri due importanti rapporti erano stati resi pubblici. Uno è comparso sul New York Times e l’altro è il rapporto di Human Rights Watch. Entrambi i rapporti mostravano i dettagli di una testata che avrebbe potuto contenere tra i 50 e i 60 litri di Sarin – una quantità che potrebbe spiegare l’elevato numero di vittime indicate dal governo USA. Il rapporto dell’ONU, rilasciato qualche tempo, ha ripetuto le loro conclusioni [dei 2 rapporti NDR]. Avendo studiato e analizzato attentamente tutti questi rapporti, ho trovato che quello dell’ONU ha incluso diagrammi e fotografie che si trovavano nei rapporti sopramenzionati senza citarli.[…] Credo ci siano stati contatti tra il gruppo di ispettori ONU e gli analisti esterni che hanno influenzato il rapporto.» A corredo della sua tesi, Goshroy propone numerosi esempi di “somiglianze” sospette tra i rapporti del NY Times, di HRW e quello dell’ONU.

Non ci sarebbe stato niente di male se l’ONU avesse reso noto che si era servita anche di altri rapporti. Ciò non solo non è stato fatto, ma il rapporto stesso (che sin da subito presentava elementi perlomeno poco convincenti) è stato preso e in molti casi presentato da buona parte della stampa nazionale e internazionale come un documento che metteva la parola fine a qualsiasi dubbio. Un rapporto che doveva costituire la conferma ufficiale della dinamica dell’attacco e, seppur implicitamente, la riprova che il responsabile fosse l’esercito siriano. Il fatto che alcuni commentatori come – tra gli altri – la giornalista Sharmine Narwani avessero fatto notare che questo documento non sembrava rispondere ai tanti dubbi ma piuttosto aggiungerne altri è stato (volutamente o meno) ignorato dai più. Eppure già il 4 settembre (ossia ben 12 giorni prima della pubblicazione del rapporto) il segretario di stato, John Kerry, aveva di fatto ridimensionato la rilevanza del rapporto dell’ONUdichiarando al Washington Post:«Le indagini delle Nazioni Unite non ci diranno chi ha utilizzato queste armi chimiche. Per stessa definizione del suo mandato, l’ONU non potrà dire nulla di più di quanto vi abbiamo detto noi questo pomeriggio o che già non sappiamo».

TORTURE PRESENTI E PASSATE – Il fatto che (molto probabilmente) non sia Assad il responsabile dell’attacco chimico non deve però far credere che il presidente siriano possa essere considerato una vittima. Anzi, due giorni prima dell’inizio della conferenza internazionale “Ginevra 2” il Guardian e la CNN hanno pubblicato una sintesi in anteprima di un rapporto che sembra attestare le torture del regime nelle carceri. Il rapporto nasce da 55.000 scatti fotografici di Caesar (nome finto utilizzato per motivi di sicurezza), un disertore che – si afferma nel documento – è ora un “sostenitore di coloro che si sono opposti all’attuale regime” ma che ha dichiarato al gruppo di inchiesta di aver lavorato per 13 anni nella polizia militare. Tra le sue mansioni vi era quello di fotografare i cadaveri degli ex detenuti nelle prigioni; il duplice scopo era quello, da un lato di informare le autorità che le esecuzioni erano state portate a compimento, dall’altro di assicurarsi che nessuna foto fosse fatta arrivare alle famiglie dei prigionieri morti, alle quali veniva detto che i prigionieri erano morti per “infarto” o per “problemi respiratori”. Caesar è stato ritenuto un testimone credibile perché non ha mai dato l’impressione di voler gonfiare i propri racconti: ha infatti ammesso di non aver mai assistito direttamente ad alcuna esecuzione ma di aver solo fotografato i corpi (sarebbero addirittura 11.000 i detenuti morti). Il rapporto è stato stilato da David Crane – professore di diritto ed ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone riuscito a far condannare l’ex presidente della Liberia Charles Taylor a 50 anni di carcere per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” – Desmond de Silva (che ha lavorato nella medesima corte) e l’avvocato Geoffrey Nice. Le foto pubblicate sono molto crude e 35 di queste – cosa non di poco conto – sono state analizzate da un esperto che ha confermato come non siano state in alcun modo alterate digitalmente. Nelle conclusioni del rapporto si legge che sono state raccolte «prove evidenti [… ] di una tortura sistematica e di uccisioni ai danni delle persone detenute da parte degli agenti del governo siriano». Se Crane ha dichiarato:«Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove – le foto e l’intera operazione. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime», De Silva ha paragonato le foto a quelle dell’Olocausto.

Il rapporto, come era prevedibile attendersi, ha suscitato forti polemiche, anche solo per la tempistica. Il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem, ha dichiarato che quelle foto sono false e che non hanno alcun legame con le carceri siriane (ma d’altronde sarebbe stato strano attendersi un’ammissione). Ha inoltre etichettato il rapporto come «politicizzato e carente in obiettività e professionalità» e lo studio legale che lo ha stilato come «noto per avere legami con paesi che sono ostili alla Repubblica Araba Siriana sin dall’inizio della crisi». Effettivamente lo studio legale Curter-Ruck (come conferma la stessa CNN) è stato finanziato dal governo del Qatar, paese che, insieme all’Arabia Saudita, ha fornito forse maggior supporto ai ribelli. La CNN, pur avendo pubblicato il rapporto, ha poi precisato di «non poter esser essere in grado di confermare in maniera indipendente l’autenticità delle fotografie, dei documenti e delle testimonianze citate nel rapporto e di affidarsi per questo alle conclusioni della commissione di inchiesta». Inoltre, seppur ritenuto credibile da questo gruppo d’inchiesta (che, va detto, non è composto da quattro pagliacci), il testimone anonimo Caesar è l’unica fonte dal quale si evince che queste foto sarebbero collegate alle carceri del regime (molti dubbi sono stati espressi dal giornalista e scrittore Francesco Santoianni). Sapere che le terribili foto non sono state ritoccate è confortante sino ad un certo punto, se il contenuto delle stesse non viene supportato da argomenti più validi di una testimonianza anonima (per quanto ritenuta affidabile).

Va inoltre ricordato come quello dello studio Curter-Ruck non è il primo rapporto che chiama in causa il regime per le torture uscito a guerra in corso. Già nel luglio del 2012 HRW ne aveva pubblicato un primo, in cui si denunciavano dettagliatamente arresti arbitrari, detenzioni illegali e torture ai danni dei manifestanti scesi in strada per opporsi al regime. C’è chi considera HRW spudoratamente di parte e a favore dei ribelli, ma la stessa organizzazione ha pubblicato lo scorso ottobre un lunghissimo resoconto dei sanguinosi avvenimenti di Latakia del 4 agosto 2013in cui incrimina non Assad e il suo esercito, ma le forze dell’opposizione armata di aver ucciso almeno 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini, 14 anziani e almeno 67 persone disarmate che stavano scappando, a cui vanno aggiunte molte donne e bambini presi in ostaggio.

Del resto, gli stessi Stati Uniti (che per bocca del Segretario di Stato, John Kerry, si dicono inorriditi) sapevano da tempo che nelle carceri siriane si praticasse la tortura; e lo sapevano con certezza, perché la Siria era solo uno dei paesi in cui gli Stati Uniti spedivano i sospetti terroristi almeno sin dai tempi di Bush (figlio), come dichiarò al Senato americano il capo della CIA, John Brennan. E in qualche caso ad essere coinvolte furono persone del tutto innocenti come Maher Arar e Suleiman Abdallah, che terroristi non lo erano affatto. Maher Arar era un cittadino canadese di origine siriana che, arrestato all’aeroporto JF Kennedy di New York senza alcuna prova, fu tenuto in carcere per 2 settimane e successivamente spedito prima in Giordania, dove fu interrogato e picchiato, e poi in Siria dove fu imprigionato per 10 mesi e torturato dai servizi segreti siriani nella “Sezione Palestina”, una delle carceri tristemente note per la durezza delle torture. Arar è stato poi risarcito di 10 milioni di dollari dal governo canadese mentre gli Stati Uniti non ancora mai chiesto scusa pubblicamente ad Arar per le ingiuste sofferenze inflittegli. L’intero sistema delle extraordinary renditions (i trasferimenti dei sospetti terroristi nelle prigioni illegali sotto gli ordini degli USA) è stato descritto per filo e per segno nel dettagliatissimo rapporto intitolato “Globalizing Torture”. Ad essere coinvolti a vario titolo sono stati 54 paesi di un po’tutti i continenti, Italia compresa (vedi caso Abu Omar, di cui nel rapporto si dà conto). E chissà se nel 2009 a tavola – quando proprio Kerry (allora “solo” senatore) e Assad cenavano insieme con rispettive signore – si stesse parlando anche di questo. Kerry guidava una delegazione USA che si trovava in Siria ufficialmente per «discutere di idee e progetti per favorire la pace nella regione».

UNA REALTÁ COMPLESSA – Ovviamente ridurre il dibattito sulla Siria sulla colpevolezza o meno del regime sull’attacco chimico o sulle torture è riduttivo rispetto alla complessità del dramma che si sta consumando e del quale, purtroppo, non sembra facile trovare una soluzione. Non basterebbe un articolo e neanche due o tre per esaurire l’argomento. Né d’altronde si può ridurre tutto agli errori (non sempre involontari) o alle bufale diffuse dai media internazionali, che pure ci sono stati e che ci continuano ad essere. E se è giusto ricordare le terribili esecuzioni che le bande armate integraliste che seminano il terrore in Siria mostrano orgogliose sul web, è altrettanto giusto porsi altre domande: che fine hanno fatto i tanti attivisti scomparsi (sempre che non siano stati uccisi come Ghiyath Matar) che si sono esposti in prima linea nei primi mesi di proteste? La «lotta senza quartiere contro i terroristi» (che pure abbiamo visto effettivamente esserci) può giustificare gli arresti e le varie ingiustizie inflitte a chi voleva semplicemente far sentire la propria voce per un cambiamento? Era un terrorista anche il vignettista Ali Ferzat, a cui furono spezzate le mani durante un pestaggio? E che dire del collega di Ferzat, Akram Raslan, arrestato dai servizi segreti e mai più rilasciato (secondo alcuni sarebbe addirittura morto, notizia non confermata)? E ancora: anche ammettendo che la “parte pacifica” della protesta fosse del tutto minoritaria sin dall’inizio (come sostengono in molti), siamo sicuri che la reazione delle autorità sia stata impeccabile? Tanto per citare un esempio concreto, perché arrestare per 48 ore la dissidente moderata, Rima Dali (alauita proprio come il presidente siriano), “colpevole“di aver esposto davanti al parlamento lo striscione “Fermate la violenza. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”? E perché riarrestarla successivamente, più e più volte, anche dopo che dichiarò:«Credo che sia importante lanciare un messaggio, per quanto piccolo sia, perché questo può cambiare le cose. Il mio messaggio è stato recepito anche da coloro che sostengono il regime. Perché tutti vogliamo fermare le uccisioni e costruire una patria per tutti i siriani.[…] Cerchiamo di aprire un dialogo tra persone che hanno visioni diverse.»? Terrorista anche lei?

Andrea Cartolano – AltriPoli

Ucraina, Russia, Europa: giochi politici e destini incrociati

La geografia, come affermò un ignoto geografo in evidente conflitto di interessi, è destino. Difficile dargli torto se si pensa alla storia recente e passata dell’Ucraina. Già nella variante orientale della lingua slava antica il nome “Ucraina” era infatti dotato di un significato geografico ben preciso (che curiosamente si è conservato nella lingua russa corrente): il paese “al confine”, che divide il mondo russo, con le sue steppe e le sue terre nere, dal resto dell’Europa non ortodossa. Un mondo scisso tra la fratellanza storica e culturale con l’ingombrante vicino russo (ai tempi di Gogol’ in Russia gli ucraini venivano chiamati “piccoli russi”) e i legami intensi anche se spesso conflittuali con il mondo europeo, molto frequenti ad ovest del fiume Dnepr grazie alla prossimità alla Polonia. Due anime, una orientata verso l’UE e la NATO e una verso l’ex Unione Sovietica, incapaci di trovare una sintesi, in uno scontro senza interruzioni iniziato a partire dal 1 dicembre 1991, data dell’indipendenza ucraina. Come l’anno scorso, quando la proposta della maggioranza di tollerare l’uso di lingue non ufficiali – principalmente il russo, parlato dal 24% della popolazione con punte nella zona orientale e in Crimea – ha scatenato una enorme rissa nella Rada, l’Assemblea generale di Kiev. O come nel 2004, quando i pesanti brogli elettorali messi in atto dal candidato sostenuto dall’apparato, dalle province orientali e dalla Russia, Viktor Janukovych, vennero denunciati dalla Corte Suprema ucraina e dall’opposizione guidata da Viktor Yuschenko e Julija Tymoshenko, che diede vita a manifestazioni con più di 300.000 persone a Kiev conosciute il nome di “Rivoluzione arancione”.

Quasi dieci anni dopo, a seguito di numerosi mutamenti di scena, il contrasto che divide l’Ucraina è tornato rovente su due diversi tavoli di gioco. All’interno del paese grandi folle hanno tornato ad ammassarsi a Piazza dell’Indipendenza a Kiev – popolarmente nota come piazza Maidan – per protestare contro l’incarcerazione di Julija Tymoshenko, contro le condizioni economiche precarie del paese e soprattutto contro la repressione violenta delle manifestazioni studentesche messa in atto da Janukovych, tornato al potere nel 2010. Ma per un paese in cui all’arretratezza dell’economia si affianca una posizione geopolitica strategica, alle dinamiche interne si collega profondamente la scena internazionale: la partita ucraina rappresenta infatti uno dei nodi più complessi dello scontro tra Unione Europea e Federazione Russa.

Da una parte, un blocco europeo che proprio sul tema dei rapporti con il mondo russo appare ancora troppo diviso tra paesi favorevoli ad una rapida integrazione dell’Ucraina, come Polonia e Lituania (intenzionate a limitare il più possibile l’influenza russa nella zona) e grandi potenze poco interessate ad un paese così distante e storicamente assoggettato a Mosca. Dall’altra parte, la Russia di Putin, che con le Olimpiadi di Sochi di febbraio intende celebrare il ritorno del paese al ruolo di protagonista della scena internazionale, con il successo diplomatico sul caso siriano, il peso economico e politico sempre più accresciuto grazie alle risorse energetiche e alla solidità del gruppo BRICS e con il progetto sul tavolo di una unione euroasiatica che imiti il modello europeo e contenga le spinte cinesi in Asia centrale. Questo progetto, presentato durante la campagna elettorale del 2012 come sviluppo del regime doganale comune per il momento limitato a Russia, Bielorussia e Kazakhstan,viene percepito a Bruxelles come un tentativo di sabotare l’avvicinamento tra Unione Europea ed ex repubbliche sovietiche, che con il programma di associazione “Eastern Partnership” (EaP) approvato nel 2008 aveva visto un buon punto di partenza. A questo programma doveva seguire la firma a Vilnius, il 29 novembre passato, di un accordo di associazione, ultimo passo prima di una possibile candidatura alla membership nell’UE. Ma, come era prevedibile, alle firme di Georgia e Moldova non è seguita quella dell’Ucraina, il cui presidente Janukovych si è accordato il 17 dicembre con Vladimir Putin per una ricompensa ben più sostanziosa dei proverbiali trenta denari: il voltafaccia all’Europa è infatti fruttato all’Ucraina un prestito da 15 milioni di dollari e una riduzione del prezzo del gas da 400 a 268 dollari per mille metri cubi.

Ma alla fine di questa costosa partita, vittoria e sconfitta non sembrano essere divise così nettamente come potrebbe sembrare. A Kiev, Janukovych è riuscito a far fruttare al massimo la posizione ucraina in bilico fra due blocchi, ottenendo un’ottima rendita in cambio della neutralità del suo paese: ma in questo gioco diplomatico ha perso il sostegno della popolazione filo-europea, che dalle barricate erette a piazza Maidan minaccia seriamente il suo governo, specialmente in vista delle elezioni del 2015 – dove in assenza della Tymoshenko sta acquistando sempre più seguito la candidatura dell’ex pugile Vitali Klitschko. A Mosca, Putin ha pochi elementi per gioire dell’ulteriore prova di forza russa davanti a istituzioni occidentali. L’ingresso dell’Ucraina nell’unione eurasiatica entro il 2015, ipotetica contropartita della salata ricompensa, dipende dalla capacità di Janukovych di mantenere la sua promessa senza scatenare una guerra civile nel paese. Oltre a questo, la responsabilità per la gestione della disastrata economia ucraina passa ora dall’Europa alla Russia, i cui finanziamenti probabilmente non si limiteranno a questa prima tranche. Ma forse per Putin, che considera il crollo dell’Urss “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, la fedeltà ucraina non ha prezzo, e, con il petrolio stabile sul mercato internazionale, le casse statali possono permettersi anche questo fardello, oltre ai mal di pancia causati ai dirigenti Gazprom per gli sconti accordati all’Ucraina.

Il vero rebus di questa trojka è rappresentato però dalla posizione di Bruxelles: raramente come sulla querelle ucraina la mancanza di una politica estera comune ha causato passi falsi così maldestri. Spinta dagli entusiasmi polacchi e svedesi, l’Unione ha iniziato un gioco pericoloso, che ha deteriorato i già freddi rapporti con la Russia, e il cui successo era pregiudicato da due limiti: l’incapacità di promettere a Janukovych un forte sostegno economico sul breve termine da un lato, e la rigidità in materia di democrazia e diritti umani dall’altro, che hanno portato la missione diplomatica a Kiev ad arenarsi sulla richiesta di scarcerazione della Tymoshenko e di riforme economiche e politiche. L’assenza di elasticità al tavolo negoziale non è certo una novità, dato che il bagaglio istituzionale e culturale, vanto del processo di integrazione europea, aveva già ostacolato i rapporti con gli stati africani, spinti dalle pretese europee a preferire finanziamenti cinesi, più sostanziosi e meno esigenti dal punto di vista etico.

Ma, ad di là della magra figura internazionale rimediata dalle istituzioni europee, incapaci di sostenere coi fatti oltre che con le parole i manifestanti di Kiev, dovremmo vedere il lato positivo di questo passo falso, che non ci ha solo rivelato cosa non va nella nostra andatura, ma anche che forse stavamo imboccando un percorso sbagliato. Non esiste infatti una vera volontà politica all’interno dell’Unione riguardo all’espansione dei confini definiti dagli ingressi del 2004. Le uniche annessioni nel breve periodo saranno semmai quelle volte a ricomporre il mosaico insanguinato dei Balcani, nel quale l’UE ha iniziato ad addentrarsi con l’ingresso della Croazia nel 2013. Il futuro delle relazioni tra Unione Europea e Federazione Russa rimane comunque interlocutorio, nonostante il successo di alcuni rapporti bilaterali (come quello tra Russia e Italia), e rimarrà la chiave di volta di numerose dinamiche politiche ed energetiche fino a quando le due parti non riusciranno a istituzionalizzare e pacificare i loro rapporti. Un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato dal riavvicinamento tra Unione Europea e Serbia, roccaforte ortodossa neiBalcani e storicamente alleata dello stato russo per il controllo di un’area di grande rilievo simbolico e geopolitico non solo per il Cremlino, ma per l’Europa intera, in quanto luogo di convivenza e di scontro tra cattolicesimo, ortodossia e Islam. Perché sicuramente il geografo era di parte, ma sulla geografia e sul destino qualcosa aveva capito.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Educazione Cecena

Giorno dopo giorno il mondo è tempestato da attacchi terroristici di varia natura. La società postmoderna occidentale, paladina dei “Diritti Umani”, da sempre pone le vittime in maniere circostanziale e differente. E’ come se vi fossero delle vittime più giuste ed altre meno. Così mentre nelle guerre finanziate dagli stessi paesi occidentali, spesso sotto la promessa di una maggiore democrazia, avvengono quotidianamente attacchi; dopo l’11 settembre 2001, le bombe di Madrid e alle metropolitane di Londra, l’unico attacco terroristico è parso quello di due settimane fa a Boston (Usa). Attacco terroristico compiuto da due fratelli ceceni. Cecenia perennemente in guerra, da sempre terra islamica guidata nella rivolta da bande legate ad Al qa’ida. Due i peccati, grandi come quelli compiuti in Afghanistan negli anni ottanta, compiuti dall’intelligence statunitense.

A seguito della disgregazione nel 1991 dell’Urss, la regione Cecena dichiarò l’anno successivo la propria indipendenza che fece da preambolo alla Prima Guerra Russo – Cecena del biennio a metà degli anni novanta. Il tutto venne combattuto in una situazione paragonabile ai conflitti balcanici, ove ogni territorio era composto da un meltin-pot di etnie differenti fra di loro. Essa vide il prevalere delle truppe ribelli dei separatisti ceceni ed è qui che risiede il primo peccato degli USA, infatti per indebolire le milizie antirusse vennero finanziate le bande legate agli integralisti islamici. Successivamente la fine di questo conflitto, al di fuori della martoriata capitale Groznyj i ribelli si ridivisero in tribù ove tramite lo spaccio di eroina, il culto per l’Islam radicale cantato dall’artista Timur Mutsurayev e le rovine di un mondo che aveva perso la sua battaglia più grande venivano finanziati e crescevano “Signori della Guerra” come Arbi Barayev. In cui però seppe affermrsi con difficoltà il leader laico indipendentista ceceno ovvero Aslan Maskhadov.

Il 4 settembre 1999 è la data di non ritorno, in tale giorno secondo le autorità russe le milizie cecene uccidono con bombe in differenti città della Federazione Russa un centinaio di persone. Da lì si scatenerà la nuova Guerra di Cecenia, con il Senatore del Congresso Usa John McCain, che affermò che tali attacchi fossero stati in realtà organizzati dai Servizi Segreti russi. In una guerra cruenta e senza pietà composta, da odio religioso ed etnico, la Russia ormai guidata dal nuovo Presidente Vladimir Putin nel maggio del 2000 riconquista la Cecenia. Gli strascichi saranno enormi e vedranno crimini da una parte e l’altra ove con il sangue si costruisce il futuro di alcuni leader in guerra. Passano cinque anni e anche l’occidente si rende conto che i suoi finanziamenti non porteranno più a nulla. Difatti, l’otto marzo 2005 viene a mancare l’ultimo leader “laico” ed indipendentista ceceno Aslan Maskhadov, la cui morte segnerà la definitiva commistione tra nazionalismo e jihad. A questo periodo risiede il secondo errore statunitense che vide l’attacco alla Russia sul piano dei diritti umani, indubbiamente moralmente giusto, ma miope nel vedere solamente una parte o quel che si voleva vedere per interesse. Così a Washington l’imbarazzo fu tanto, quando il mondo in diretta televisiva vede i ribelli ceceni capeggiati Shalim Basayev trucidare 300 persone in una Scuola osseta tra cui più di duecento bambini in quella che verrà ribattezzata “Strage di Beslan”.

Bambini che si legano in un tragico destino con il piccolo Martin Richard di otto anni morto per mano cecena mentre applaudiva il proprio padre tagliare il traguardo della “Maratona di Boston”. E’ questa la debolezza degli USA e dell’alleti europei post Guerra Fredda, ove in un mix di lotte per i diritti umani e guerre, si dimenticano i reali nemici ed obiettivi, sbagliando difatto molti finanziamenti ed appoggi militari. L’ultime “Primavere Arabe” hanno dimostrato la situazione critica in cui è stato esposto Israele dopo l’affermazione dei Fratelli Musulmani in Egitto. In questo modo l’occidente si ritrova in casa un “nemico” con più fede, cresciuto con armi e non con IPad in mano. Un nemico che non conosce perdono, che alle canzoni di Rihanna preferisce Timur Mutsurayev e che come mito ha il leggendario e valente comandante Shalim Baseyev e non Mike “The Situation”. Insomma, un nemico che a dispetto di tutto ha ricevuto un ‘educazione differente. Un’educazione Cecena.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Corea del Nord mette paura al mondo

Da decenni la musica scandisce gli avvenimenti storici, in maniera più consapevole e meno racchiusa in se stessa, delle arti figurative. Prendete la traccia più celebre del gruppo britannico “Orchestral Manoeuvres in the Dark” ove con un ritmo contagioso, capace di far ballare tre differenti generazioni, si racconta la tragedia dell’atomica sganciata dagli USA su Hiroshima nel 1945. Il nome di quella traccia è “Enola Gay”, lo stesso della madre del pilota Paul Tibbets che con un gesto ha cambiato irrimediabilmente la storia dell’umanità. Questo cambiamento non dipende dalla vittoria degli “alleati” sui Nipponici, bensì dal fatto che da quel giorno l’umanità possiede un ‘arma capace di annientare essa stessa. Sessantotto anni dopo il mondo del terzo millennio in queste ore vive la medesima paura e sconforto a causa del nucleare nordcoreano.

KIM JONG-UN ED IL PROGETTO NUCLEARE – Per comprendere la crisi di queste ore bisogna partire da un dato di fatto storico ovvero che la Guerra di Corea non è mai terminata. E’ rimasta sopita, ha visto scontri a bassa intensità, ma il progetto di fondo del Nord Corea marxista non si è mai modificato. Le analisi militari in stato d’allarme vengono condotte su numeri oggettivi e motivazioni di fondo. Dai rapporti statunitensi, russi e cinesi appare chiaro che le unità coinvolte nello sviluppo e nell’assetto nucleare nordcoreano sono 3.000. A capo della struttura militare che sta facendo tremare il mondo ed in particolare il Pacifico vi è il leader marxista Kim Jong-un. Centro di controllo dell’intera filiera nucleare è il sito di Yongbyon ove si parla di almeno due decine d’impianti dediti allo stoccaggio di uranio e plutonio per la produzione del nucleare.Dati per certi i dati su Yongbyon e altri siti dediti allo sviluppo nucleare, Washington riconosce come unica pedina, data anche la struttura gerarchica della Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea, quella di Kim Jong-un. Motivo principale di questa rincorsa al nucleare del nuovo leader nordcoreano risiede nella convinzione di molti analisti geopolitici che da tempo registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang.

L’INTERVENTO DI MOSCA E PECHINO – Da molti mesi l’intelligence e non solo di Mosca e Pechino sono a lavoro per contenere il fanatismo atomico di Piongyang. Xi Jinping, dallo scorso Marzo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in queste ore è spinto da un duplice timore ad affievolire i venti di guerra. Il primo motivo risiede nella consapevolezza che se Pyongang dovesse perdere un eventuale scontro militare, tutta la penisola coreana finirebbe sotto l’egemonia geopolitica statunitense. Il secondo timore risiede nel non doversi sbilanciare troppo a favore del non-amico statunitense a discapito del compagno nordcoreano. Vladimir Putin, dopo aver ridato un’importanza geopolitica alla Russia post crollo sovietico, sta aiutando tramite il fortissimo apparato moscovita a rendere, tramite canali non ufficiali, più quiete le acque nel Mar di Corea. A spingere tale decisione vi è la consapevolezza che, qualora venisse evitato uno scontro dovuto a Kim Jong-un, Obama non dovrebbe più perseguire nell’estromissione della Russia dal Mar Mediterraneo tramite la campagna di Siria. Ciò è confermato dal fatto che a diramare le inquietanti intenzioni di Pyongyang sia stato il Ministero degli Esteri di Mosca.

OBAMA E LE MANOVRE MILITARI – Se ad Oslo avessero saputo che la veridicità del premio Nobel per la Pace “preventivo” ad Obama sarebbe stata una crisi nucleare molto probabilmente lo avrebbero dato a “Medici senza Frontiere”. Eppure, il Presidente degli Stati Uniti d’America non sta sbagliando una mossa in questa difficilissima situazione. Come comandante in capo delle Forze Armate ha autorizzato lo spostamento dalle basi del Giappone interno e da Okinawa verso la base di Osan in Corea del Sud, al fine di evitare attacchi a sorpresa. Non appena la CIA ha confermato le notizie provenienti dai servizi russi ha disposto lo spostamento dei bombardieri nucleari B2 ed inviato una grandissima flotta di portaerei a propulsione nucleare nell’Oceano Pacifico. Diplomaticamente ha rafforzato il rapporto con la minacciata Tokio e avviato nuovi rapporti informativi con le uniche due potenze capaci di dare una mano in questa situazione. Londra e Parigi? No, Pechino e Mosca.

Resta un dilemma: Obama attaccherà preventivamente Pyongyang per poi avviare un’intera campagna militare nella penisola coreana o aspetterà la mossa del giovane Kim Jong-un? Presto lo sapremo. Ciò che già sappiamo è che la storia si fa nell’Oceano Pacifico.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Russia, il gas e la rotta artica

Il mondo cambia da sempre i suoi assetti ed equilibri attraverso le rotte commerciali. L’esempio maggiore di ciò lo diede il navigatore genovese Cristoforo Colombo nel 1492, quando alla ricerca della rotta ad ovest per le Indie segnò il punto di non ritorno per l’intera umanità. Mentre in Italia continuano ad andare di moda i nostalgici del mondo diviso in due blocchi con gli occhi puntati solo agli Stati Uniti d’America, nella Federazione Russa si è trovato guadagno dal “fatidico” passaggio a nordest.

Al centro degli interessi della rotta marittima che collega le coste settentrionali della Federazione Russa al Pacifico attraverso il Mar glaciale Artico vi è il gas. Ed è il gas la novità e l’obiettivo, da sempre dichiarato dalla Gazprom e dei governi del Nord Europa, al centro delle analisi geopolitiche ed economiche dell’ultimo mese. Infatti, lo scorso dicembre, la prima nave adibita al trasporto di gas naturale liquido, partendo dal porto di Hammerfest in Norvegia, è riuscita ad attraccare regolarmente lungo le coste giapponesi. Il nome della nave che ha solcato le acque artiche e pacifiche è Ob River. Sicuramente non verrà ricordata per via della rotta solcata – lo scorso anno più di quaranta navi hanno solcato il Mar Artico – ma per essere stata la nuova via di rifornimento d’energia per l’Asia. Analizzando la rotta si potrà notare come dal Nord Europa si sia diretta verso l’Asia, senza coinvolgere gli Stati Uniti d’America. Partendo da tale considerazione, è utile concentrarsi su tre punti strategici.

Il primo risiede nella volontà russa e nordeuropea di puntare all’affamato mercato energetico asiatico basandosi su rotte meno soggette a crisi geopolitiche. Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’immensa quantità di gas prodotta e custodita dalla Federazione Russa che, con l’Europa in declino postindustriale, ha l’esigenza di trovare nuovi mercati dipendenti dalle sue materie prime. Terzo punto cruciale è l’ormai vicina indipendenza energetica degli Stati Uniti d’America. Se vi è un aspetto per il quale verrà ricordata l’Amministrazione Obama nei prossimi decenni, è quello dell’indipendenza energetica degli Usa, capace di risollevare la produzione industriale dei prossimi cinquant’anni nel paese stelle e strisce. Altro aspetto cruciale della rotta solcata nel trasporto di gas naturale liquido attraverso l’artico è di carattere logistico. Infatti, il cargo della Gazprom che ha attraversato la rotta artica ha visto un risparmio di tempo pari al 40% e aperto rotte più sicure rispetto a quelle tradizionali, che vedono il rifornimento energetico da ovest verso est passare attraverso lo Stretto di Suez o di Panama. In questa novità risiede il vero dato geopolitico, ove all’instabilità dei paesi del Medio Oriente si contrappone una rotta “sicura” per i Russi ed i paesi del Nord Europa. Se i Romani prima ed i nazionalisti risorgimentali Italiani poi appellavano il Mar Mediterraneo “Mare Nostrum”, la stessa idea è trasparita dal discorso del Premier russo Medvedev riguardo al “Mar Artico”. Tant’è che la Federazione Russa ed il Cremlino hanno deciso il potenziamento delle basi navali ed aeree nel Mar Artico, a cominciare da quella di Rogacjovo.

Ulteriore passo per rendere l’Artico il nuovo centro d’interesse economico russo da qui a cinquant’anni (da noi in piena campagna elettorale si parla al massimo di cinque) è la costruzione di una nuova rete di trasporti merci che colleghi i giacimenti di gas e petrolio alle coste artiche. Nel piano redatto e presentato dal Ministero dei Trasporti della Federazione Russa si prevede da qui al 2030 un potenziamento della rotta transiberiana ed in particolar modo della tratta ferroviaria Bajkal – Amur. In questo scenario, con il placet di alcuni paesi dell’Unione Europea come la Norvegia, i russi stanno in ogni modo cercando di dar fondamento alle pretese rispetto al Mar Artico ed al grande bacino economico che ne deriva, pur dovendo mantenere una conformità alle norme imposte dal Diritto Internazionale.

Sicuramente gli Stati Uniti attraverso l’Alaska ed i pozzi petroliferi già presenti nel Mar Artico faranno sentire il loro peso in questa partita, in contrasto al nuovo protagonismo su scala economica e geopolitica di Mosca. Eppure, di fronte all’impegno russo, statunitense e asiatico nella ricerca di nuove rotte commerciali è lampante un’assenza: quella dell’Unione Europea, che lascia ai singoli stati una partita strategica senza occuparsi direttamente dello sviluppo dell’intera Comunità Economica. Come a dire che non ci interessa il fronte del nord-est.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

Il vento della Primavera Caucasica

E’ ottobre. Da questo mese fino all’inizio di novembre si terranno le elezioni più importanti dei prossimi quattro anni. I paesi in questione sono tre: Stati Uniti d’America, Venezuela e Georgia. Al centro della mia digressione è proprio questo piccolo paese ex sovietico. Ora vi starete chiedendo il motivo per il quale parlerò della Georgia. Tale motivazione risiede nel fatto che in Georgia passano tre dei più importanti oleodotti che non transitano dalla Russia. Risiede nel fatto che questo piccolo paese è stato elogiato dopo la “Rivoluzione delle Rose” da tutti i media e cancellerie occidentali, con il Presidente Mikheil Saakashvili accusato da tutte le ONG e dagli osservatori internazionali di autoritarismo.

Inoltre, nell’agosto 2008 la Georgia è stata al centro di una guerra lampo per il controllo dell’Ossezia del Sud, durata tre giorni, con la vittoria in larga scala delle forze russe. Dopo l’attacco di Tbilisi all’Ossezia meridionale per la Georgia la rivalsa su un quinto del suo ex territorio si rivelò un disastro geopolitico. Se in un primo momento, grazie ai contatti tra i media occidentali del Presidente Saakashvili, il paese caucasico sembrava la vittima di un sproporzionato attacco russo, il Rapporto degli Osservatori dell’Unione Europea denominato Rapporto Tagliavini dimostrarono che ad accendere la miccia fu l’attacco di Tbilisi alle Repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale conflitto fu concluso grazie all’unico successo diplomatico del Governo Berlusconi e di Nicolas Sarkozy che fecero da tramite tra Mosca, Washington e Bruxelles. Per i suddetti motivi capirete perché tra petrolio, relazioni internazionali e diritti umani Tbilisi sia al centro dell’attenzione internazionale. Fatto sta che nella giornata di martedì 2 ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento georgiano che hanno visto la vittoria dell’opposizione guidata da Bidzina Ivanishvili. Nella notte la Commissione elettorale centrale, sotto l’attento sguardo degli osservatori dell’Ocse e dei media, ha confermato la vittoria a favore del partito “Sogno Georgiano” di Ivanishvili.

La campagna elettorale vinta dall’opposizione non ha escluso colpi di scena, in una cornice di altissima tensione, con un video sulla rete che dimostrava le torture compiute nei penitenziari di Tbilisi. Eppure, nonostante la guerra persa per un errore d’opportunità e per il rafforzamento autoritario del potere centrale, in molti avevano scommesso in una riconferma del Partito “Movimento Nazionale Unito” dell’attuale Presidente della Repubblica Georgiana Mikheil Saakashvili.

La crescita economica di Tbilisi, confermata dalle graduatorie del Doing Business e coadiuvata da un pacchetto di liberalizzazioni e da stretti rapporti con l’occidente e la Nato avevano fatto pronosticare una riconferma per il partito di Saakashvili, il quale anche se impossibilitato dalla legge georgiana aveva già immaginato un impegno da leader anche dopo il 2013 (data scadenza mandato presidenziale). Le speranze nella Rivoluzione delle Rose del 2004 di fatto si sono infrante davanti ad una crescita economica priva del benessere della società che si fonda sul diritto.

Il cambio al vertice del paese caucasico ha visto la vittoria del magnate del metallo e banchiere Bidzina Ivanishvili, il quale ha guidato la coalizione “Sogno georgiano” i cui sostenitori già parlano di una “Primavera del Caucaso”. A rimarcare l’importanza della vittoria per la coalizione di Ivanishvili sarà nel 2013 l’attuazione delle recenti norme di modifica alla Costituzione georgiana, attraverso cui la maggioranza nell’organo dell’assemblea parlamentare potrà governare il paese anche se con una presidenza di appartenenza politica differente. La Georgia di fatto passa da un sistema presidenziale a quello parlamentare.

Bidzina Ivanishvili è una sorpresa a tutti gli effetti. Imprenditore che fatto la propria fortuna in Russia, se non siete conoscitori del Cda di Gazprom e dei suoi patners o lettori Forbes difficilmente ne avrete sentito parlare. Il suo patrimonio è stimato secondo fonti della rivista americana Forbes intorno ai 6,4 miliardi di U$D, una cifra che è pari alla metà del Prodotto Interno Lordo di Tbilisi. Estraneo alla politica fino ad un anno fa, ha condotto una campagna elettorale all’americana. Ora seppur indubbia la sua propensione verso Mosca, subito dopo l’annuncio della sconfitta da parte del rivale Saakashvili, alla domanda della stampa estera riguardo un prossimo orientamento internazionale della Georgia Ivanishvili ha risposto “Se mi chiedete, America o Russia? Io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti”. E qui permane un malumore russo per la perdita di egemonia totale sull’area caucasica.

A meno di rivolte dell’ultima ora da parte dei sostenitori del Presidente Saakashvili, cosa improbabile dopo il riconoscimento della sconfitta da parte dello stesso, dalla nascita della Georgia stiamo assistendo al primo passaggio di potere per via democratica. Questo è di certo il dato più importante ai fine della stabilità nell’area caucasica. Da qui parte la soddisfazione di Ocse e Unione Europea con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che ha espresso la propria soddisfazione nella seguente nota “Mi congratulo con le autorità georgiane sullo svolgimento delle elezioni legislative in modo libero, pacifico e competitivo. Nonostante il clima teso che ha caratterizzato la campagna elettorale e alcune carenze procedurali, queste elezioni sono un segno di crescente maturità politica e democratica della Georgia”.

Ulteriore soddisfazione, dopo il conflitto lampo del 2008, è stata espressa dal portavoce del Ministro degli Esteri russo Alexander Lukashevich, il quale ”auspica che il cambiamento segnato dall’esito delle elezioni georgiane normalizzi e costruisca relazioni rispettose” tra Tbilisi e ”i suoi vicini”. L’ambasciatore americano a Tbilisi Richard Norland ha fatto le sue congratulazioni per “il successo elettorale, che è un importante passo nello sviluppo nazionale”.

Per ora, invece, tacciono il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton e Vladimir Putin. La prima probabilmente per la sconfitta di Saakashvili il quale era molto legato agli Stati Uniti, il secondo perché al presidente georgiano dopo la Guerra dell’agosto del 2008 aveva letteralmente promesso di “volerlo appendere per i testicoli”. State sicuri che la partita in Georgia non è ancora chiusa e che venti da “Guerra Fredda” riscalderanno non poco il clima nella “Primavera Caucasica”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli