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Tag Archives: ryan gosling

The Nice Guys di Shane Black

Ambientato nella Los Angeles dei tardi anni ‘70, The Nice Guys è una commedia d’azione che vede protagonisti Russell Crowe e Ryan Gosling nei panni di due investigatorucoli invischiati in un caso più pericoso del previsto, tra case automobilistiche, ambientalisti fricchettoni e pornostar.

Il senso dell’umorismo del film è da subito molto crudo e brutale, ma nonostante alcuni momenti in cui la pellicola prova ad abbinare queste qualità a scene più intime, non c’è dubbio che se il vostro scopo sia quello di passare due ore divertenti, The Nice Guys può rispondere piuttosto efficacemente alle vostre esigenze.
Il ritmo del film è vertiginoso, e si potrebbe dire che in alcuni momenti il tutto sfugge dalle mani del regista, sconfinando nel farsesco più di quanto probabilmente era stato preventivato. Questi slittamenti si verificano più che altro nelle scene più movimentate e caotiche, che peraltro non si fanno particolarmente apprezzare anche prescindendo dalla loro incongruenza col resto del film, ma non sono così frequenti da rovinare l’impatto generale.
Anche i momenti più riflessivi di cui parlavano sopra, quelli in cui vengono rivelati alcuni particolari del passato del personaggio di Gosling, o quelli in cui Crowe ci confessa la vuotezza della sua vita, pur risultando in qualche misura stridenti col resto del film, possono essere visti come una forma di dramatic relief, se la definizione può avere senso, e sono amalgamati dal personaggio di Holly, la graziosa figlioletta di Gosling.

Nel complesso stiamo parlando di un film che fa evidentemente fatica a trovare un suo equilibrio e si fa sballottare da diverse tendenze contrastanti, ma che risulta comunque gradevole per la semplice verve comica che lo permea. Menzione particolare per Ryan Gosling che si trova ad affrontare un ruolo per lui inusuale, ma che sorprende con un’interpretazione efficacemente sopra le righe.

La Grande Scommessa di Adam McKay

Fresco delle cinque candidature accumulate per la prossima cerimonia degli Oscar, La Grande Scommessa si prepara ad essere un giocatore di un certo peso in quella che gli addetti ai lavori chiamano award season.
Il film, diretto da un regista con un curriculum radicato in pellicole dal tono decisamente più leggero, ricostruisce gli eventi che hanno portato alla crisi finanziaria dell’autunno 2008 dalla prospettiva dei pochi personaggi che furono in grado di prevedere gli eventi e trarne profitto sul mercato azionario.

Il film è molto dettagliato nella sua ricostruzione delle dinamiche che portarono al collasso di diversi colossi bancari che si sarebbero detti più che solidi, e il suo intento divulgativo non è meno chiaro e marcato di quello di Inside Job, un documentario sullo stesso argomento che vinse la statuetta di categoria qualche anno fa. In un certo senso si può anzi dire che sia anche più efficace di Inside Job nella misura in cui utilizza dei personaggi romanzati per convogliare meglio le informazioni, senza però lasciare che alcuna forma di approfondimento psicologico o drammatico intralci il suo scopo divulgativo. Pur avendo un buon ritmo e qualche momento di leggerezza infatti, The Big Short (questo il titolo originale) non può essere visto come una specie di thriller o una commedia, o quantomeno, non è su questi aspetti che le risorse del film vengono investite, e a chi fosse interessato alla visione consiglio sicuramente di andare con l’aspettativa di guardare un documentario.

A livello superficiale possiamo tracciare un parallelo tra questo film e i lavori corali di Scorsese, come Goodfellas o Casino, ma le ambizioni cinematografiche di quei film sono completamente fagocitate da quelle didattiche de La Grande Scommessa e questo “trucco” è ciò che lo rende un documentario ben riuscito, per quanto sotto mentite spoglie.

What good would living do me

Nell’ultimo paio di giorni ho visto in successione quelli che per ora sono, e di gran lunga, i due migliori film dell’anno; ho quindi pensato che non ci fosse miglior maniera di riaprire la rubrica dopo la pausa estiva che con due calorose raccomandazioni, specialmente visto che nessuno dei due film sembra aver riscosso il dovuto plauso, anzi. Cominciamo questa settimana con Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, regista che aveva “fatto il botto” un paio di anni fa col suo primo film americano, Drive. Del suo sopravvalutato predecessore OGF conserva il protagonista Ryan Gosling e le atmosfere notturne, ma le altre manopole del film vengono girate con decisione verso gli estremi dello spettro sotto diversi punti di vista.
La sceneggiatura, per esempio, viene scarnificata fino a che di essa non resta altro che lo scheletro, con una serie di efferate vendette incrociate tra polizia e criminali a succedersi in maniera piuttosto piatta. Nessun personaggio viene minimamente proposto come punto focale dell’immedesimazione dello spettatore, e di conseguenza l’andamento narrativo del film non ci porta mai sulle consuete montagne russe emotive che seguono successi e fallimenti dell’eroe. Gli eventi del film si succedono senza particolare bisogno di spiegazioni, e le motivazioni dei personaggi non sono mai così trasparenti da chiarire univocamente le loro decisioni. Non sono tanto le decisioni a caratterizzare i personaggi in questo film, infatti, quanto le loro reazioni alle estreme circostanze in cui si vengono a trovare; un po’ come nella tragedia greca, le vite di queste persone sembrano andare su rotaie verso l’inevitabile rovina che sopraggiunge, quasi ineffabilmente, per mano di un inespressivo e innominato poliziotto vendicatore che spesso ruba la scena a un Gosling particolarmente dimesso e riassorbito nel suo usuale ruolo del belloccio tormentato e silenzioso. Questo nonostante il fatto che nell’economia del film il poliziotto rappresenti più un’entità astratta che non un essere umano, un intangibile castigatore il cui scopo è quello di mettere a nudo quella altrui, di umanità; spesso letteralmente, esponendo organi e fluidi interni di una buona parte del cast.
L’intensità delle scene più violente, nonchè delle inquietanti dinamiche edipiche tra Gosling e sua madre (una colossale Kristin Scott Thomas) viene acuita esponenzialmente dalla maniacale stilizzazione visiva del film che, liberato dal fardello di una trama da portare avanti, consente al regista di indulgere in preziosismi che sarebbero forse eccessivi se la pellicola non fosse così tonalmente compatta e ritmicamente disciplinata. C’è poco da dire quando un film è girato e fotografato con una tale maestria: l’appagamento estetico che solo film di questo calibro sono in grado di procurare è uno dei motivi che rendono il cinema un’arte così dinamica e vibrante, e da cinefilo non posso non raccomandare il banchetto oculare che è Only God Forgives.
Molte delle critiche che il film ha ricevuto sono state rivolte alla gratuità della violenza e al compiacimento con cui il regista mette in mostra i suoi indubitabili talenti, ma è proprio la combinazione dei due aspetti, unita al rigore con cui lo sviluppo narrativo viene messo a freno, che denota secondo me un interesse pressochè chirurgico del regista nei confronti degli ingranaggi che consentono a un film di muoversi e di risultare un’esperienza coinvolgente su vari piani. “Si può fare un gran film tagliando via molte delle caratteristiche che solitamente si ritengono necessarie per raggiungere lo scopo?” sembra essere la domanda che Refn si pone con questo film, e “Cazzo sì” è la mia personalissima risposta.

The Place Beyond the Pines

C’erano tutti i presupposti perchè The Place Beyond the Pines (Come un Tuono in Italia) fosse un flop enorme. Il classico secondo film troppo ambizioso di un regista emergente molto acclamato all’esordio, lungo, articolato abbastanza da essere contorto, e senza timore di prendersi numerose licenze dal punto di vista narrativo. Lo stile di Derek Cianfrance, peraltro, è decisamente influenzato dall’estetica imposta su molti registi “indipendenti” d’oltre oceano dal Sundance Film Festival, ed è per questo che entrando in sala non mi aspettavo molto più che una versione inutilmente complicata di Blue Valentine, il film precedente di Cianfrance. Sono quindi stato piacevolmente sorpreso da un film che non ha paura di andare contro le aspettative del pubblico, a volte contro le regole del buon senso, forzando la mano su una sceneggiatura che resta sempre in sottofondo e al servizio dello stile visuale e dell’atmosfera, che sono i veri protagonisti della pellicola, anche più dei due pubblicizzatissimi leading men.
Ritroviamo infatti Ryan Gosling nel suo ruolo canonico del silenzioso bellone problematico, molto simile al personaggio che interpretava in Drive, a maggior ragione visto che anche in questo film sono frequenti (e meglio realizzate) le sequenze di inseguimenti in strada, ed è proprio nella prima parte del film, incentrata sul personaggio di Gosling, che il film fa presa sullo spettatore con un ritmo nervoso che pur rallentando successivamente mantiene una qualità sconfortevole che è il fil rouge dell’esperienza.
La macchina a mano e le messe a fuoco allegre non mancano, in pieno stile Sundance, ma nel complesso la regia di Cianfrance è molto più eterogenea e fantasiosa di quella del canonico dramma indipendente a cui siamo stati abituati negli ultimi anni, ed è proprio nel contesto di un’atmosfera inquieta e imprevedibile che le libertà che il regista si prende finiscono col rientrare alla perfezione nella cornice del film, e si fa così meno a fatica a perdonare alcuni snodi narrativi che potremmo eufemisticamente definire arditi.

Come Winter’s Bone, altro recente film indie che si separava dal mucchio, The Place Beyond the Pines racconta di un’America che non è nè quella dei centri commerciali, nè quella degli uffici, nè quella delle high schools suburbane, ma quella delle discariche, dei capannoni abbandonati e degli abusi di potere, un’America che ha particolarmente bisogno di essere raccontata in un momento storico come il nostro, e che Cianfrance tratteggia senza rinunciare ad un approccio comunque cinematografico e classicamente drammatico, forte anche di un paio di interpretazioni comprimarie assolutamente fantastiche come quelle di Eva Mendes e Ben Mendelsohn.

Un film dunque che supera sotto ogni punto di vista il precedente lavoro del regista, e lascia decisamente ben sperare per il futuro della sua carriera, sperando che goda sempre dello stesso livello di libertà che gli ha permesso di girare un film così personale e ambizioso.