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Il «mondo dei sogni» di Filippo Raguzzini

Non sapremo mai come sarebbero state le cornici di piazza Sant’Agostino disegnate dal grande architetto, da momento che tra Gesuiti e Agostiniani non poteva esserci rivalità; il gioco di cornici da un lato all’altro di via di Propaganda fu resto impossibile dalle contromisure del Bernini; e le connessioni che Borromini avrebbe potuto stabilire tra i monumenti che formano piazza di Trevi caddero vittima della catastrofe politica. Affinché potessero esprimere il loro potenziale urbanistico, le facciate borrominiane sarebbero dovute sorgere in un ambiente pienamente controllato. Era proprio questo l’ambiente che i Gesuiti offrirono a Raguzzini, che proprio qui riuscì a compiere un salto creativo oltre le fonti borrominiane, creando piazza Sant’Ignazio.[1]

Con queste parole Joseph Connors (classe 1945) descrive il prodigioso stupore che coglie alla sprovvista chiunque visiti piazza Sant’Ignazio a Roma: un’architettura plasmata nello spazio e parte di esso, la cui forza sembra emergere dalla sua malleabilità; un’opera simbolo degli inediti sviluppi settecenteschi del Barocco.

Filippo Raguzzini (1690-1771) era nato a Napoli, l’unica vera metropoli italiana dell’epoca moderna. Nel suo contesto – riccamente opulento – era cresciuto e a Benevento aveva intrapreso la carriera di architetto. Probabilmente, per pura casualità entrò in contatto con il cardinale Pietro Francesco Orsini (1649-1730) il quale, eletto a soglio pontificio con il nome di Benedetto XIII (1724-30), lo volle al suo fianco nella città eterna durante tutto il suo pontificato: un’occasione che permise al giovane novello progettista di sperimentare nuove soluzioni compositive mescolandole alla fastosità della decorazione tipica dell’Italia meridionale. Invero, però, il sovrano era un uomo pio e devoto più all’austerità che all’agiatezza: un aspetto del suo carattere che mal si conciliava con l’attività artistica e il settore edilizio. Così, al beneventano suo fidato collaboratore furono affidate elaborazioni di poco conto. Ciò nondimeno, due esiti spiccano tanto per qualità quanto per modernità di concezione: la cappella del Pontefice in Santa Maria sopra Minerva e l’ospedale di San Gallicano (dal 1724).

A dire il vero, la cappella (dal 1725) – monumentale per i suoi marmi pregiati e le molteplici figure scolpite là presenti – non sembra offrire soluzioni particolarmente innovative. Tuttavia, se la si osserva da vicino si scorge una propensione al contrasto cromatico tutta incentrata sulla teatralità e assolutamente in continuità con le ricerche espressive di quei tempi. La luce – poca – lascia nell’oscurità il sacello che, connotato da colonne di marmo nero, sembra sprofondare nel buio. In tal maniera, l’immagine al centro del santo emerge con forza attirando l’attenzione di chi entra: un invito alla devozione in linea con le intenzioni del Papa il quale, attento più alla preghiera che alle «cose del mondo», poneva grande risalto alla meditazione interiore.

fig.01_G. Vasi, Ospedale di San Gallicano, Roma 1759.

E alla cura dello spirito si affiancava chiaramente anche la cura del corpo, ragion per cui speciale interesse venne prestato pure alla costruzione di una moderna casa di cura, un luogo in cui tutti potessero trovare quel ristoro fisico tanto necessario sippure per l’anima. Il nuovo centro sorse a Trastevere secondo una planimetrica a due ali asimmetriche rispetto però a un fuoco preciso, la chiesa: una scelta in fin dei conti comprensibile. Infatti, se da una parte sembrano accogliersi alcuni principi funzionali propri della pioneristica medicina di quegli anni – una distribuzione legata all’effettivo numero dei casi rispetto al sesso del paziente[2] e un ballatoio esterno a semplificare gli spostamenti, per esempio – dall’altra, preponderante resta l’idea della salute quale dono divino: una grazia che solo Dio può concedere e a cui la scienza può solo fare da spalla operativa.

La commistione tra assistenza sociale e religiosa appare quindi il tratto fondamentale di questa realizzazione: un reciproco rimando ribadito dal duplice ruolo dello stabile religioso che, aperto sulla strada, assolve sia al ruolo di parrocchia sia di chiesa per i degenti. Eppure – in realtà – la preminenza dell’aspetto sacro appare netta. La facciata è nitidamente differenziata. Inoltre, si lavora per componenti distinte e separate le quali, riconnesse da artifici barocchi di estrazione borrominiana, consentono una monumentalizzazione chiara e facilmente rileggibile nel tessuto edilizio in virtù della stessa posizione in capo a una strada dell’ingresso dell’edificio liturgico.

Un attento gioco di collegamenti percettivi diviene perciò lo strumento della progettazione che, su questi parametri, costruisce la propria solidità: una ricerca portata fin nel dettaglio in cui ornamento e meccanica si fondono tramutando l’uno nell’altro, così come sembrano suggerire gli stessi sfiatatoi dei bagni; una sottile eleganza che Raguzzini seppe portare alle massime conseguenze poi nella piazza antistante la chiesa di Sant’Ignazio (dal 1727), da lì poco distante. Qui, l’architetto diede prova della sua maestria immaginando un sistema di ambienti a cielo aperto che, coinvolgendo i paramenti esterni tanto quanto l’ossatura del’intoeno abitato, potesse creare una scena dai molteplici sfondati: un teatro in cui la simmetria e le rigide regole della geometrica si mescolavano alla spontaneità del movimento e del sofisticato particolare; un’urbanistica che, ragionando sul minuto e sfruttando ogni spiraglio, modellava la realtà per la sua stessa unicità; un’ambizione forse più parte di un razionale sogno che di un’astratta utopia.

[1] Connors 2005, p. 127.

[2] Poiché l’ospedale era dedicato alle malattie della pelle – che notoriamente colpivano maggiormente le donne rispetto agli uomini – a queste venne dedicato un maggiore numero di stanze.

fig.02_F. Raguzzini, piazza di Sant’Ignazio, Roma.

 

Bibliografia essenziale

J. Connors, Alleanze e inimicizie. L’urbanistica di Roma Barocca, Laterza, Bari 2005.

P. Portoghesi, Roma barocca, Ed. Internazionali Riuniti, Roma 2011.

A. Roca De Amicis, La “rappresentazione in funzione”: Filippo Raguzzini e l’ospedale di S. Gallicano a Roma, in «Palladio», 5 (1992), pp. 55-68.