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Piccole grandi innovazioni vignolesche

Nonostante le ridotte dimensioni, la chiesa di Sant’Andrea a Via Flaminia (dal 1550) esprime meglio di molti altri manufatti del XVI secolo le tensioni intellettuali di un’intera epoca. Infatti, la sua facies esplicita una problematica fondamentale dell’architettura ecclesiastica del periodo seguente alla frattura della riforma protestante.

Erano anni ormai che si discuteva. Come conciliare una concezione – tutto sommato pagana – che vedeva l’uomo ombelico dell’Universo con le Sacre Scritture? Come tradurre questo in edilizia sacra? In sostanza, come combinare le necessità della liturgia cristiana – ora si potrebbe dire ‘cattolica’ – che invocavano uno sviluppo longitudinale delle chiese con la concezione centralizzante che l’Umanesimo prima e il Rinascimento poi avevano introdotto nella cultura di quel tempo?

La questione era complessa. Le ricerche fino ad allora compiute avevano goduto del beneplacido di sovrani – i Papi – interessati più al governo temporale che spirituale; uomini, questi religiosi, che come Giulio II Della Rovere (1503-13) – si narrava – avessero indossato più spesso l’armatura che la papalina. Questa accondiscendenza però, purtroppo, non era durata. La dilagante eresia aveva costretto la Chiesa di Roma a rinsaldare le fila, a barricarsi dietro la sua tradizione, a rinnegare – in certi casi – le arti perché sinonimo di spreco e alienazione da quello che era lo spirito delle prime comunità di fedeli.

Come ricordava Rudolf Wittkower (1901-71):

La contestazione alla nuova interpretazione dell’architettura religiosa non doveva tardare. Carlo Borromeo, nei suoi “Instructionum Fabricae ecclesiasticae et Supellectilis ecclesiasticae Libri duo”, pubblicati verso il 1572, applicò all’edilizia sacra i decreti del concilio tridentino; a suo avviso la forma circolare era pagana e perciò raccomandava di ritornare alla “forma crucis” della croce latina.[1]

Tuttavia:

Anche fra coloro che erano incalzati dal fanatismo della Controriforma cattolica, la concezione umanistica della chiesa ideale conservò una innegabile suggestione.[2]

E prova di questo tentativo di armonizzazione la diedero soprattutto validi architetti, il cui spirito di iniziativa e volontà di ricerca aprirono la strada a nuove sperimentazione che, dopo, sfociarono nel Barocco. Jacopo Barozzi da Vignola (1507-73) fu fra questi e fu il precursore di molti altri.

Diverse furono le occasioni in cui l’artista si misurò con questo problema ma – in particolare – fu proprio qui, nella piccola chiesa di Sant’Andrea che il progettista pose le basi per una possibile soluzione dell’arcano. Nello specifico, mantenendo uno schema strutturale strettamente tradizionale (aula unica su pianta rettangolare) il bolognese reinterpretò il concetto di fondo ponendo in capo al manufatto una volta ovale la quale, poggiata su quattro pennacchi, scaricava il proprio peso avvalendosi anche di quattro arcate elevate lungo la muratura perimetrale, di cui due ribassate: una soluzione innovativa che, mantenendo gli elementi in reciproca tensione, equilibrava il desiderio di centralità alla sensazione di profondità dello spazio.

fig.01 – J. Barozzi da Vignola, Sant’Andrea a Via Flaminia, pianta e facciata.

Una ordinanza classica organizzata in maniera libera ma senza uscire dalle regole comunemente rispettate completava l’assetto, utilizzando all’occorrenza anche delle fasciature lisce come strumento di verticalizzare dell’ambiente interno.

Insomma, si trattava certamente di un progetto dalle limitate dimensioni in un contesto rurale che faceva di questo manufatto niente di più che una chiesina di campagna. Ciò nondimeno, lo spirito di modernità che il professionista seppe imporvi in virtù ragionevolmente della nobile committenza – si trattava pur sempre del Pontefice Giulio III Ciocchi del Monte (1550-55) – offrì l’opportunità per testare in piccolo un modello che, poi, avrebbe avuto grande fortuna. Basti pensare alla chiesa di San Giacomo degli Incurabili (dal 1592) realizzata da Francesco Capriani da Volterra (1535-94): un’architettura che in tutto recepì quelle intenzioni già espresse da Vignola e che fece da amplificatore a un’idea vincente successivamente sempre tenuta in considerazione.

Solo un ulteriore dettaglio vale a questo punto la pena di precisare. Se si osserva dall’esterno, la piccola chiesa di Sant’Andrea nasconde il suo contenuto di alto valore dietro semplici paramenti di laterizio a faccia-vista e uno scarno perimetro rettangolare, così come ancora accadrà in Sant’Anna dei Palafrenieri (dal 1565): un accorgimento proprio del progettista e – plausibilmente – una precisa cifra distintiva. L’esterno non anticipa mai l’interno. È qualcosa che va scoperto piano piano e il tutto va perciò investigato nella sua integrità prima di poter essere commentato; un monito – forse – ispirato dalle stesse parole del Vangelo: «Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con giusto giudizio».[3]

fig.02 – J. Barozzi da Vignola, Sant’Andrea a Via Flaminia, foto storica.

Bibliografia

W. Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, Rizzoli, Milano 2008 (1995), pp. 119-120.

R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo, Einaudi, Torino 2010 (1964).

 

[1] R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo, Einaudi, Torino 2010 (1964), p. 33.

[2] Ibidem.

[3] Giovanni 7:24

Le terza gemella di Piazza del Popolo

Di certo, passeggiando nei pressi della romana piazza del Popolo, vi sarà capitato di dare un occhio alla strana coppia di chiese gemelle che vi si affacciano. Si tratta di Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, due edifici sacri la cui vicenda storico-costruttiva, che a prima vista potrà apparirvi banale, cela invece curiosità tutt’altro che scontate.

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Marcello Avenali-Piazza del Popolo, Olio su tela

Tutto comincia nel 1655 con l’arrivo in città della regina Cristina di Svezia la quale, unica reale convertitasi al cattolicesimo in mezzo ad un’eresia dilagante, decise di trasferirsi a Roma per occuparsi della difesa della cristianità assieme al papa. Ovviamente, venendo da nord, la regale dama sarebbe dovuta entrare per la porta settentrionale della città e di qui passare per la piazza del Popolo. Un grande corteo avrebbe poi dovuto accoglierla e accompagnarla e, a tal proposito, fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che senza troppi complimenti abbellì la vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, riqualificò l’antico accesso nelle mura romane con le enormi effigi papali (tutt’oggi visibili) e allestì una serie di strutture mobili che celebrassero il felice ingresso. Frattanto che accedeva tutto questo però, il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, si accorse che le testate edilizie della spina del tridente romano erano non solo irrisolte ma ormai indegne di rappresentare l’accesso nord della città, sempre molto frequentato dai numerosi pellegrini che da sempre vi giungevano per la via Flaminia. Così il pontefice commissionò a Carlo Rainaldi, architetto influenzato dalle nuove esperienze barocche ma sempre molto autonomo nelle sue scelte, di costruire due chiese che degnamente onorassero coloro che giungevano a Roma, sia che si trattasse di regali ospiti come di comuni viandanti.

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Carlo Rainaldi – Progetto per le chiese gemelle di Piazza del Popolo, 1661 circa

Al principio Rainaldi immaginò due chiese a croce greca, il che gli avrebbe consentito di realizzare due edifici uguali senza dover tener conto della posizione, tagliando, come si dice, la testa al toro. Questa soluzione però, forse troppo sbrigativa e semplicistica, fu ben presto scartata anche perché di tal maniera, le cupole avrebbero avuto una dimensione eccessivamente ridotta. Così decise di costruire una delle due chiese circolare (Santa Maria dei Miracoli) e l’altra ovale (Santa Maria di Monte Santo); in tal modo, infatti, le cupole avrebbero potuto avere una maggiore dimensione e, sfruttando il punto di vista privilegiato della porta del Popolo non perfettamente in asse con via Lata (via del Corso), si sarebbe potuto ingannare lo sguardo e lasciar intendere allo spettatore che entrava in città che i due edifici sacri fossero uguali.

E non si è parlato del valore simbolico della scelta. Se infatti la porta del popolo rappresentava l’accesso fisico alla città santa, centro e roccaforte della cristianità cattolica, le due chiese della piazza avrebbero rappresentato l’ingresso ideale, sacro, spirituale alla nuova Gerusalemme.

Alcune malelingue sostengono che dietro questo trucchetto ci sia stato lo zampino di Bernini e che il povero Rainaldi non abbia quindi fatto tutto da solo. Al di là di questi pettegolezzi certo è che nei due cantieri furono coinvolti sia Bernini che il suo allievo prediletto, Carlo Fontana, un architetto che di lì a poco diverrà la figura egemone della sua epoca. Ed effettivamente sul piano tecnico la scelta di collocare antistante entrambe le chiese un pronao libero è molto simile alla soluzione che Bernini aveva portato avanti nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Ariccia.

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confronto fra i progetti delle chiese gemelle e la chiesa di Francesco da Volterra

La storia tuttavia non si conclude qui. C’è infatti una chiesa, non molto distante sulla via Lata che presenta, rispetto queste chiese, incredibili somiglianze. Si tratta di San Giacomo degli incurabili, una chiesa progettata e realizzata da Francesco da Volterra, che, come le chiese gemelle di piazza del Popolo, presenta un unico ambiente centrale (ovale nella fattispecie) coronato da cappelle laterali e completato da una profonda abside. Ma non basta. Anche la trabeazione segue il medesimo criterio in tutti e tre i sacri edifici, continuando in corrispondenza del presbiterio.

Le due chiese gemelle, quindi, dipendono direttamente da questo precedente storico che, sebbene spesso dimenticato, ebbe in realtà un grandissimo successo giacché fu il primo progetto religioso capace di coniugare le istanze di longitudinalità, imposte dalla nuova chiesa controriformata, con la pianta centrale umanista.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere come mai ci si sia ispirati ad una chiesa tardo cinquecentesca. La risposta è doppia. Innanzitutto perché il barocco non si definisce in contrapposizione al passato; se infatti il Rinascimento aborriva il mondo medievale e il neoclassicismo rifiuterà categoricamente la deriva rococò che lo precede, il barocco, per suo conto, si pone in continuità con il passato, accettando le sue soluzioni e facendole proprie. In secondo luogo è necessario notare che il gusto dominante, già verso la fine della vita dei grandi maestri barocchi, stava mutando. Bernini, come anche Borromini e Cortona, difatti, agivano in piena libertà perseguendo ogni volta obiettivi specifici e giungendo a risultati unici. Per questo non utilizzavano linguaggi consolidati ma, altresì, si confrontavano volta per volta con la situazione del luogo ricercandone i punti di forza da sfruttare. Dunque la loro architettura era difficilmente imitabile e ben presto si cominciò a sentire la necessità di razionalizzare il problema, di normalizzare e chiarificare il barocco, al fine di renderlo trasmissibile. E, proprio nel tentativo di perseguire questo complesso obiettivo, Carlo Rainaldi, come altri, ripropose nei suoi progetti modelli cinquecenteschi consolidati e sicuri, come San Giacomo degli Incurabili, su cui poi innestare specifiche soluzione ed accorgimenti.

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Gaspar Van Wittel – Piazza del Popolo, olio su tela, 1718

Così, svelato l’arcano, le due chiese gemelle di piazza del Popolo possono finalmente ricongiungersi alla loro sorella maggiore per costituire insieme un unico magnifico esempio della ricerca architettonica cinque-seicentesca.