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Borromini latinista

Con ragione si è a volte parlato della capacità di Borromini di inserire all’interno delle sue elaborazioni elementi tratti da repertori di varia natura e non strettamente legati al codice classico. Questo riutilizzo di spunti provenienti anche dal mondo medievale offrì spesso il fianco dei suoi nemici che lo tacciavano di «gottico» e gli imputavano un atteggiamento dannoso per lo sviluppo dell’architettura. E questo rifiuto si trasformò nei primi anni successivi alla sua scomparsa in un vero e proprio ‘cono d’ombra’ il quale, suffragato dal violento attacco di Giovanni Pietro Bellori (1613-96) in occasione del suo discorso accademico del 1664 – intitolato L’Idea del pittore, dello scultore e dell’architetto. Scelta dalle bellezze naturali superiore alla Natura – aveva portato il comune sentimento popolare ad additarlo come «uomo dall’architettura stravagante»[1] che si diletta «de faire des choses particulieres et bizarres».[2]

 

«Quanto l’architettura, diciamo che l’architetto deve concepire una nobile idea, e stabilirsi una mente che gli serva di legge e di ragione, consistendo le sue invenzioni nell’ordine, nella disposizione e nella misura ed euritmia del tutto e delle parti. Ma rispetto la decorazione ed ornamenti de gli ordini sia certo trovarsi l’idea stabilita, e confermata su gli essempi de gli antichi, che con successo di longo studio, diedero modo a quest’arte; […]. Onde pur troppo la deformano quelli che con la novità la trasmutano, mentre alla bellezza sta vicina la bruttezza, come li vizii toccano le virtù. […]. Affaticaronsi Bramante, Raffaello, Baldassarre, Giulio Romano ed ultimamente Michel Angelo dall’eroiche ruine restituirla [l’architettura] alla sua prima idea ed aspetto, scegliendo le forme più eleganti de gli edifici antichi. Ma oggi in vece di rendersi grazie a tali uomini sapientissimi, vengono essi con gli antichi ingratamente vilipesi, quasi senza laude d’ingegno e senza invenzione l’uno dall’altro abbia copiato. […]. Tanto che deformando gli edifici e le città istesse e le memorie, freneticano angoli, spezzature e distorcimenti di linee, scompongono basi, capitelli e colonne, con frottole di stucchi, tritumi e sproporzioni; e pure Vitruvio condanna simili novità e gli ottimi essempi ci propone».[3]

 

Così, si esprimeva il principale biografo dei più importanti degli artisti del Barocco nel XVII secolo. Ciò nondimeno, già a partire dai primi anni del XVIII secolo, aveva ripreso corpo a Roma un recupero della lezione borrominiana, sollecitata nell’ambito dell’Accademia di San Luca – ad esempio – dall’assegnazione nel 1702 di un tema di concorso per la terza classe di architettura inerente il «Rilievo di una nicchia di San Giovanni in Laterano». Lo sprono era venuto dal facoltoso membro «di merito» insegnante nel corso di architettura dell’istituzione capitolina – Francesco Fontana (1668-1708) – il quale non era rimasto indifferente al linguaggio del conterraneo e – a differenza del padre Carlo (1638-1714) – già ne aveva incominciata la sperimentazione nelle sue opere. E questo perché le elaborazioni di Borromini nascondevano in sé stesse infiniti spunti di vitalità, capaci sia di rinvigorire il discorso Barocco, altrimenti teso unicamente verso una geometrizzazione, sia di offrire facili soluzioni di media rappresentatività. Infatti, tramite l’adozione di stilemi tratti dalle sue invenzioni riuscivano con una spesa ridotta a correggere la percezione di un dato manufatto, rendendolo improvvisamente moderno sebbene, nella realtà, l’impianto e la distribuzione degli spazi non presentasse alcun elemento di modernità. Attraverso pochi semplici accorgimenti l’architettura mutava il suo aspetto pubblico sollevando lo stupore degli osservatori.

D. De Rossi, Studio d’architettura civile, Stamperia De’ Rossi, Roma 1721, tav. 43

La fortuna di questi escamotage, però, dipendeva dall’apprezzamento che queste ingegnosità riuscivano a riscuotere presso il pubblico. Pertanto, si rendeva necessaria una selezione del passato che individuasse quegli elementi utili a collaborare alle intenzioni del progetto e si costituissero motivo di originalità. Occorreva integrarli, fonderli, equilibrarli con la tradizione perché la continuità e l’unitarietà dell’opera non venisse infranta dalla loro presenza. Di conseguenza, si trattava di valutazione ragionata che non si riduceva nella semplice immissione di questi inserti all’interno delle nuove architetture ma procedeva secondo una rielaborazione delle stesse. Le parti inessenziali venivano in tal modo eliminate rendendo possibile una sintesi innovativa e in sé stessa coerente: un atteggiamento di aulicizzazione che attribuiva nuove valenza a questi lessici.

Esempio di questa capacità di manipolazione si potrebbero riconoscere nelle memorie antiche di San Giovanni in Laterano. In questo caso, Borromini, abbandonando quella tendenza all’inclusione secondo una concezione di sostanziale decorum – propria del Rinascimento – riutilizzò parti delle precedenti configurazioni con l’obiettivo di dar forma a nuclei autonomi in reciproca tensione. In questo modo, sebbene la discordanza di linguaggi, si ricostruiva una congruenza, in cui le ‘reliquie’ si rendevano pars construens della stessa immagine finale: una latinizzazione del contenuto, occasione di rivalutazione del passato.

Bibliografia essenziale

  1. A. Roca De Amicis, Intentio operis, Campisano Editore, pp. 35-56.
  2. P. Portoghesi, Francesco Borromini, Electa, Milano 1990.

[1] Così, in particolare, riporta Paul Fréart de Chantelou in Journal du voyage du cavalier Bernin en France (20 ottobre 1665).

[2] J. B. Colbert de Seignelay, L’Italie en 1671: Relation d’un voyage du marquis de Seignelay, suivie de lettres inédites à Vivonne, du quesne, Tourville, Fénelon, et précédée d’une étude historique, Didier et Cc., Paris 1867, p. 161. Traduzione: «di far cose singolari e bizzarre» (traduzione dell’autore).

[3] G. P. Bellori, Le vite de’ Pittori, Scultori e Architetti moderni, Mascardi, Roma 1672, pp. 11-12.

Da Borromini al borrominismo: San Giovanni in Laterano

Si avvicinava l’anno santo del 1650 e Roma, come per ogni Giubileo, cominciava ad attrezzarsi per il grande evento che dai tempi di Papa Bonifacio VIII (1300) trasformava la città nella meta di pellegrinaggio di migliaia di fedeli. Gli interventi erano sempre molti e il tempo – come al solito – poco. In particolare urgente appariva agli occhi del Pontefice allora regnante, Innocenzo X Pamphilj (1644-1655), la ristrutturazione della vetusta Basilica di San Giovanni in Laterano, la più antica fra le chiese romane, nonché l’effettiva sede del vescovo di Roma, mater et caput ecclesiarum. L’Imperatore Costantino, nell’erigerla molti secoli prima, si era ben guardato dal localizzarla nei pressi di quello che era il cuore dell’antica capitale dell’Impero, onde irritare gli animi di coloro che ancora non avevano accettato a pieno il cambio di religione di stato. Per tale motivo la fabbrica si trovava in una zona periferica della città, al ridosso delle mura, e di difficile raggiungimento. Il tempo poi era stato inclemente e, seppure i molteplici interventi di adeguamento e arricchimento, il corso dei secoli fortemente precarizzata la sua stabilità costruttiva. Tutto ciò senza tenere conto della sua sussidiarietà rispetto San Pietro. Infatti, l’altra basilica costantiniana era divenuta – per posizione e importanza del santo ivi sepolto – il centro della vita politica pontificia e la sua maggiore facilità di difesa, favorita dalla presenza di Castel Sant’Angelo, ne aveva suggellato il primato. A poco erano serviti i tentativi di Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585) e Sisto V Peretti (1585-1590) di reintegrare la basilica di San Giovanni nel circuito della città romana e ora, a metà del diciassettesimo secolo, era assolutamente necessario intervenire con un restyling integrale, unico modo per rivalutarla al meglio nonché rinsaldarne l’autorità in un’epoca in cui la fede vacillava fra le molteplici guerre di religione.

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G.B. Piranesi, Roma, Basilica di S. Giovanni in Laterano, incisione su rame, 1768, dettaglio interno

L’incarico era delicato e ciò spinse il Papa a rivolgersi all’unico architetto allora capace di relazionare il buon gusto con la perizia tecnica: Francesco Castelli detto più semplicemente Borromini (1599-1667).

Et stante, che in Roma si trovavano così numerosi et valentissimi Architetti, fu eletto dal Papa Sig. Francesco per Architetto di fabbrica e gli fu dato breve particolare di essere Architetto della Chiesa di S. Giovanni Laterano, et in virtù di esso ha reedificato et restaurato detta chiesa con li lavori et struttura di stucho et marmoli, che in essa si vedono; fabbrica, che à dato grande satisfattione al Papa et generalmente à tutti; [frate Juan de San Bonaventura]

La sua scelta invero apparve obbligata. Bernini, seppure molto abile e capace, aveva poca dimestichezza con le arti costruttive – come stava a dimostrare il disastro sfiorato nell’erezione dei campanili della facciata di San Pietro – mentre Cortona da sempre preferiva dedicarsi alla pittura. Borromini rappresentava quindi l’uomo della provvidenza, ovvero l’unica persona in grado di accollarsi una simile incombenza.

Ma non basta. Il papa, infatti, nella sua intentio operis non desiderava solo mettere in sicurezza l’antica chiesa e le sue preziose reliquie. Egli auspicava anche che la chiesa assumesse un nuovo aspetto pur mantenendo le antiche strutture, memoria della vetustà della chiesa, e monito a tutti i pellegrini dell’importanza e sacralità del luogo. L’architetto ticinese, pertanto, procedette con un attento lavoro di taglia e cuci che doveva da una parte rinsaldare la struttura preesistente, dall’altra conformare il nuovo aspetto interno secondo un gusto moderno. Il risultato fu incredibile: alternando campate grandi e piccole, giocando sul lessico e le decorazioni, Borromini riuscì nell’arco di un ridottissimo lasso di tempo (1646-1649) a rivoluzionare l’interno della chiesa, senza tuttavia intervenire sul transetto che – già restaurato ai tempi di Clemente VIII Aldobrandini come fosse una navata autonoma – era già sufficientemente stabile nonché gradevole alla vista. Inoltre, attraverso un attento studio della configurazione spaziale corpo longitudinale, l’architetto riuscì a definire soluzioni spaziali che proiettarono la basilica nella cultura barocca. Ad esempio, eliminando l’angolo con una campata obliqua, si accentrò lo spazio senza radicalmente mutarne le forme, e le stesse navate laterali intermedie, alternate ora da coperture a botte e a vela, divennero espressione di un ritmo prima inesistente, sottolineato dalle preziose decorazioni. La scultura, d’altronde, in Borromini si fa sempre architettura e dunque non svolge un ruolo di commento al costruito come invece accade in Bernini. Essa ha in questa particolare accezione un valore tettonico che le consente di divenire tutt’uno la struttura su cui si appoggia e l’eventuale inserto pittorico. Così quel concetto di unitarietà delle arti, ben espresso da Raffaello nella cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, e compreso e rivoluzionato da Bernini nella cappella Cornaro, trova qui la sua forma compiuta.

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Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, interno, dettaglio controfacciata (credits. A. A. Tedeschi)

Ma non basta ancora. Questa volta è l’architetto che aggiunge un di più inaspettato. Si tratta del gesto innovativo dell’andamento curvo-convesso-concavo che anche qui a San Giovanni trova il suo posto nella proposta della nuova facciata. Purtroppo l’incombere dell’anno santo e la morte di lì a pochi anni del Papa non permetteranno di portare a termine la fabbrica che, se fosse stata terminata come probabilmente la immaginava Borromini, avrebbe potuto competere addirittura con San Pietro. Sarebbe stata il suo fiore all’occhiello ma soprattutto avrebbe definitivamente elevato l’architetto al rango di maestri come Bramante e Michelangelo. La sorte avversa però volle impedire ciò e, se per un verso Papa Innocenzo X non si spinse ad innalzare la presumibile volta che avrebbe sostituito l’antico tetto piano ligneo, per altro verso l’elezione di Papa Alessandro VII Chigi al soglio pontificio stroncò le aspirazioni del maestro ticinese che pian piano venne estromesso dalla maggior parte dei suoi cantieri, non ultimo proprio San Giovanni. La damnatio memoriae che poi seguirà la morte di Borromini farà il resto.

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Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, interno, dettaglio delle navate estreme (credits. A. A. Tedeschi)

Tuttavia non tutto andò perduto. Le proposte ardite avanzate dal maestro e l’indipendenza della fabbrica lateranense dalla fortuna del proprio restauratore, consentirono a quest’intervento d’innalzarsi a modello per molte altre fabbriche, non solo a Roma ma nell’intero Stato Ecclesiastico. In particolare, oltre che l’atteggiamento ritmico e le soluzioni spaziali, grande attenzione assunsero i dettagli decorativi, come i cherubini che fungono da mensole nelle navate più esterne. La loro ripresa e riproposizione, però non venne compresa nel significato pocanzi identificato. Utilizzare soluzioni borrominiane nella sola accezione decorativa – e dunque nella funzione di commento all’architettura ed abbellimento – divenne infatti quasi una moda. In ciò consiste il borrominismo, un modo di fare architettura che di lì a pochi anni verrà osteggiato ed attaccato, nonché definitivamente sconfitto nel 1732 con l’assegnazione del concorso della stessa facciata di San Giovanni al progetto di Alessandro Galilei, secondo uno schema tardobarocco più rigido e classicheggiante, ben lontano dalla sinuosità borrominiana. Cambiavano i tempi, e con essi anche i sentimenti. Così, come nel 1644 il Papa aveva obbligato Borromini a salvaguardare le antiche mura della precedente basilica secondo una sensibilità nuova – rispettosa del passato e contraria a quella mentalità rinnovatrice promossa da Giulio II Della Rovere (1503-1513) nell’abbattimento dell’antica San Pietro ai primi del Cinquecento – così negli anni trenta del Settecento le intenzioni erano nuovamente mutate e ciò che appariva bizzarro ma confacente al gusto, adesso era ripudiato e condannato.

Ma, come si diceva, non tutto andrà perduto, e la vicina basilica di Santa Croce in Gerusalemme (a partire dal 1743) di lì a pochi anni ristrutturata da Pietro Passalacqua e Domenico Gregorini ne dà ancora oggi testimonianza.

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Roma, Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, esterno (credits. A. Coppo)

Bibliografia essenziale:

  • Benedetti, L’architettura dell’Arcadia, Roma 1997.
  • Debenedetti (coord. Scientifico), Borrominismi, Lithos editrice, Roma 1999
  • Kieven Il borrominismo nel tardo barocco, in R. Bosel, C. L. Frommel (a cura di), “Borromini e l’universo barocco”, Electa, Milano 2000, pp. 119-127
  • Kieven, Il ruolo del disegno: il concorso per la facciata di S. Giovanni in Laterano, in «In urbe Architectus», (cat. della mostra), Roma 1991, pp. 78-123.
  • Portoghesi, Roma Barocca, Bari 1997
  • Roca De Amicis, L’ opera di Francesco Borromini in San Giovanni in Laterano, Tesi di dottorato in Conservazione dei Beni architettonici 2. ciclo – Dipartimento di Storia dell’ architettura e Conservazione dei beni architettonici, Facoltà di Architettura, Università degli Studi Roma, Sapienza, 1989
  • Roca De Amicis, Intentio operis. Studi di storia nell’architettura, Campisano Editore, Roma 2015
  • Wittkower, Studies in Italian Baroque, London 1975.
  • Wittkower, Arte e architettura in Italia 1600-1750, Torino, Einaudi, 1993