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Brasil Arquitetura e la Piazza delle Arti di San Paolo

Il panorama architettonico brasiliano  è sempre stato all’avanguardia e dalle facoltà di architettura del gigante sudamericano sono sempre usciti ottimi professionisti che si sono fatti strada sia in patria che all’estero. Come spesso succede esiste pero’ un substrato di architetti meno noti che pur traendo linfa dai maestri ed essendo estremamente validi non sempre riesce ad emergere. Lo studio Brasil Arquitetura viene fondato nel 1979 a San Paolo da Francisco de Paiva Fanucci e Marcelo Ferraz. I due architetti, rispettivamente classe 1952 e 1954, si laureano alla fine degli anni settanta alla mitica Facoltà di Architettura dell’Università di San Paolo (FAUSP) di Vilanova Artigas da dove, due anni dopo, faranno partire la loro avventura di professionisti. Nel bel mezzo della caos postmoderno degli anni ottanta i due architetti trovano in Lina Bo Bardi il faro da seguire collaborando con l’architetta italiana naturalizzata brasiliana in diversi progetti: nel SESC Fàbrica da Pompeia, nella proposta di riqualificazione per il centro storico di Salvador da Bahia, nel teatro Polytheama di Jundiaí e molti altri.

Sesc Pompéia, Lina Bo Bardi in collaborazione con Marcelo Ferraz, 1977-1986

All’abbandono del centro storico di San Paolo, cominciato negli anni sessanta del secolo scorso, ancora oggi non é stata trovata la formula per invertire la tendenza. La fuga della popolazione è divenuta ormai incontrollabile e malgrado gli sforzi dei governi il centro si é trasformato lentamente in periferia. I tentativi di recupero del Centro Velho non ne hanno mai preso in considerazione il fattore simbolico (eccezion fatta per la Pinacoteca dello Stato di San Paolo firmata da Paulo Mendes da Rocha), portatore di valori culturali, associati all’identità di San Paolo.

Pinacoteca dello Stato di San Paolo, Paulo Mendes da Rocha

La politica delle ultime due decadi si concentra sulla riscoperta del Centro,  approfittando di un enorme potenziale dormiente. Viene cosi’ rilanciata l’idea, alta, di spazio pubblico, resa debole dalla proliferazione di centri commerciali, di complessi residenziali protetti da alte cinte murarie come in una sorta di medioevo moderno, dalla privatizzazione delle strade, pratiche oramai sempre piu’ in voga anche da questo lato dell’occidente.

Il progetto fortemente voluto dalla prefettura si prefigge come obiettivo quello di creare, di fatto, una piazza in una città dove gli shopping center sono diventati gli unici punti di incontro e, probabilmente, il piu’ grande manufatto culturale degli ultimi trent’anni. Nel riempire un taglio nel suolo urbano, creando una serie di passerelle che si inseriscono tra i corpi architettonici, la Praça vuole essere una continuazione della città, lasciando respirare l’isolato.

Schema funzionale della Praça das Artes

La parola rammendo offre ancora una volta la migliore metafora della dimensione urbana dell’architettura della Praça das Artes: il tessuto urbano viene forato al passare della mano dell architetto; l’ago penetrando scansa la materia che riempie il foro, la riordina dando vita a nuovi elementi in una diversa configurazione, cio’ che era vuoto si riempie di nuovo creando nuovi percorsi, nuovi spazi di vita. Qualcosa di raro nella San Paolo contemporanea.

Al livello zero oltre alla vegetazione e ad un ristorante, le sale prova, dedicate al teatro e alla musica, sono state pensate con finestre di vetro triplo, creando una serie di “acquari” dove il passante é vouyeuristicamente partecipe di cio’ che accade all’interno dell’edificio. Il complesso che accoglierà l’Orchestra Sinfonica Municipale, il Conservatorio Drammatico-Musicale e il Balletto della Città, si integra con l’antica sede del conservatorio iglobandola e sovrastandola fisicamente, come a voler rappresentare e sottolineare, abbracciandola ma non cancellandola, il registro simbolico del secolo passato. D’altra parte, reinterpretare in chiave moderna il passato senza cancellarlo (operazione assai rara nelle grandi metropoli dell’america del sud) é stato il fil rouge del lavoro di Lina Bo Bardi. Il complesso si distacca in maniera brutale e brutalista dall’antico edificio, costruito in stile neoclassico. Il progetto si compone di tre macro blocchi, connessi da passerelle, interamente eseguiti in cemento faccia vista colorato di dimensioni tali da rimanere coerenti con la scala della città. Gli interni, assolutamente scarni,  non si configurano in opposizione allo spazio esterno ma sottolineano il susseguirsi dei tagli di luce che rendono viva la materia cementizia.

Rimane uno spazio dove l’utente viene messo in salvo dalla pressione conscia o inconcia del dover consumare a tutti i costi. Il poeta post-modernista José Paulo Paes definiva infanzia come quel periodo dove la vita é gratis. In maniera analoga potremmo definire lo spazio pubblico come lo spazio dell’infanzia nella città, lo spazio sospeso tra lo spazio degli adulti, il tempo rubato alla vita produttiva, lo spazio del tempo libero.

 

L’edificio COPAN a San Paolo

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Nella sua storia San Paolo passo’ per varie tappe di espansione urbana, anche se, le piu’ significative arrivarono dopo la costruzione, attuata dagli inglesi, della ferrovia, la SPR (Sao Paulo Railway). La SPR fu inaugurata nel 1867 e pensata per portare il caffé da Jundiai a Santos ed allo stesso tempo per il trasporto dei migranti, dei matriali da costruzione come mattoni, cemento, legno e, dunque, sul quel treno prese il biglietto anche l’eclettismo architettonico che, in pochi anni, cambio’ la fisionomia del centro storico. La capitale paulista triplico’ in pochissimo tempo l’area costruita e la densità abitativa. Con il passare del tempo, il proletariato, sempre piu’ in crescita grazie all’arrivo di un numero sempre maggiore di immigrati dall’europa comincio’ a soffrire una condizione critica di mancanza di abitazioni.

Gli anni ‘50 del XX secolo rappresentarono un momento di prosperità per la città di San Paolo in particolar modo l’area chiamata centro novo (l’area é compresa tra la valle dell’Anhangabaù e Piazza della Repubblica) conobbe una crescita vertiginosa grazie anche alla grande speculazione immobiliaria dei terreni e degli edifici, poiché in quest’area si trovavano (e si trovano tutt’ora) la maggior parte delle aree commerciali, culturali e di divertimento che la caraterizzavano come il cuore nobile della città.

E’ in questo contesto che viene progettato, nel 1952 in previsione del quarto centenario della città che si sarebbe festeggiato nel 1954, dall’architetto carioca Oscar Niemeyer, il COPAN. L’edificio prende il nome dalla società immobiliaria che formalizzo’ l’investimento per la sua costruzione, la Companhia Panamericana de Hotéis e Turismo – Copan. Difatti, al principio, l’idea era quella di costruire un lussuoso hotel che doveva essere il più grande dell’america latina con i suoi 500 appartamenti, varie piscine, cinema, un teatro, sale espositive e negozi riuniti in un unico blocco architettonico. Il progetto, nell’idea degli investitori, doveva essere un vero punto di attrazione turistica al pari del Rockefeller Center di New York, capitale con la quale San Paolo voleva entrare in competizione nel contesto del continente americano.

 

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Annuncio pubblicitario pubblicato il 18 Maggio 1952 per la presentazione al pubblico del Rockefeller Center di San Paolo

 

Il progetto subi’ diverse modifiche dovute, soprattutto, a problematiche legate alle imprese che si intressavano alla stesura del programma ed alla costruzione. Per queste ragioni il progetto inizialmente disegnato da Niemeyer passo’ nell mani dell’architeto Carlos Alberto Cerqueira Lemos che porto’ a termine il progetto, nel 1966.

L’edificio occupa un’area di piu’ di 6000 mq ed é composto da una torre residenziale con 32 piani , con 1160 appartamenti e un area commerciale ubicata al piano terreno con 73 negozi e un cinema, le facciate si sviluppano per un’area di 45 mila mq. E’ ancora oggi il manufatto architettonico con la maggiore struttura in cemento armato del brasile.L’edificio possiede 20 ascensori e 221 posti auto suddivisi in due piani interrati. Gli appartamenti, che vanno dalla configurazione del monolocale al T3, sono distribuiti in sei blocchi, dal blocco A fino al blocco F, divisi in quattro parti caratterizzate dal posizionamento dei giunti di dilatazione e definite “corpi”.

 

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La divisione, in pianta, in corpi e blocchi dell’edificio

 

Spesso l’edificio viene accostato a l’Unité d’Habitacion di Le Corbusier, costruita a Marsiglia e inaugurata negli stessi giorni in cui Niemeyer stava disegnando il COPAN, nel 1952. Paragone, dopo un’attenta analisi, privo di grande logica visto che l’edificio francese nasce in un contesto post seconda guerra mondiale, destinato ad una determinata classe sociale composta da persone con lo stesso potere di acquisto o, in altre parole, con le stesse aspettative in relazione all’atto dell’abitare.
Nel COPAN, al contrario, le aree utili degli appartamenti sono piuttosto eterogenee, dimostrazione di una collocazione sul mercato differenziata rispetto alle classi sociali. Nel COPAN potrebbe essere rappresentata tutta San Paulo e tutta la sua eterogeneità sociale.

Il Museo di Arte di San Paolo

Il Museo di Arte di San Paolo (MASP) fu concepito nel 1957 e inaugurato nel 1968, nell’Avenida Paulista, a San Paolo in Brasile. Considerato uno degli esempi più importanti dell’architettura moderna dell’America Latina, è stato, per l’epoca, una grande sfida architettonica e strutturale. Il MASP dimostra che in quel periodo storico furono realizzati progetti di grande valore architettonico lontano dal centro di quello che viene considerato ancora oggi il “primo mondo” che, a differenza del “terzo mondo”, aveva uno sviluppo tecnologico più avanzato e migliori condizioni per lo sviluppo dell’architettura moderna.

Achillina Bo nasce a Roma nel 1914 e frequenta la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma durante gli anni ’30. Trasferitasi a Milano inizia la sua carriera professionale negli studi di Carlo Pagani e Gio Ponti, dove parallelamente alla sua attività professionale, inizia un’intensa attività editoriale. Con Pagani, nel 1944 vicedirettore della rivista Domus, e con il sostegno di Bruno Zevi, creano la rivista “A-Cultura della vita” per divulgare anche fra un pubblico più vasto l’architettura razionale.

Nel 1946 si sposa con il critico d’arte e gallerista Pietro Maria Bardi, con il quale si trasferisce a San Paolo. In Brasile, paese in via di espansione, trova terreno fertile per sviluppare le sue idee, avendo la possibilità di concretizzare nuove proposte culturali e architettoniche allo stesso tempo, in un luogo ancora libero da costrizioni che, a differenza del continente europeo, risultava molto più chiuso e, soprattutto, ancora sotto shock a causa delle due guerre mondiali.

L’idea di creare un nuovo museo fu di Francisco de Assis Chateaubriand Bandeira de Mello magnate delle telecomunicazioni, che invitò Pietro Maria Bardi in Brasile per creare la struttura organizzativa e dirigere il nuovo museo. Il museo doveva sorgere a San Paolo, la capitale economica del paese ed il luogo dove era più facile incontrare i finanziamenti per per la costruzione.

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Il luogo dove sorge il museo, un belvedere che faceva parte del parco Trianon, fu donato dall’amministrazione paulista con la sola condizione che mai venisse costruito un edificio che potesse impedire la vista al parco sottostante. La soluzione architettonica di Lina, dunque, è spiazzante e radicale allo stesso tempo: organizza l’edificio in due parti, una sopraelevata, aerea e cristallina e l’altra seminterrata e circondata da vegetazione. In questo modo crea una base che resta in relazione diretta con il parco, ancorata al terreno e legata alla memoria del vecchio belvedere e, contemporaneamente, conserva la vista sulla città e sulla parte rimanente di parco. La piazza che si crea al di sotto del corpo sopraelevato dell’edificio si configura come un luogo di incontro e di scambio: piazza, agora democratica, spazio per concerti e manifestazioni, esposizioni di arte.

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Il MASP, per chi ha già avuto l’occasione di percorrere l’Avenida Paulista, oggi piena di grattacieli, centri commerciali e uffici, è l’unico spazio che si configura come un vuoto urbano coperto e riparato capace di accogliere il passante in cerca di riparo (dal sole o dalla pioggia) così come una vasta gamma di eventi organizzati o spontanei.

Dal punto di vista architettonico, l’edificio si configura come un parallelepipedo di 70 metri di luce, 29 metri di larghezza e 14 metri di altezza, sospesa 8 metri dal suolo grazie a quattro pilastri in cemento armato a sezione rettangolare. Le due travi centrali che si appoggiano sui pilastri non supportano solo il pavimento del secondo piano ma anche quello della pinacoteca del primo piano attraverso l’uso di cavi in acciaio. Questa soluzione strutturale permette di avere uno spessore del pacchetto del pavimento molto sottile, conferendo leggerezza a tutto il complesso. Non esistono pilastri, né all’interno, né in prossimità della facciata. Le opere esposte sembra che fluttuino in questa involucro luminoso, venendo presentate come oggetti autonomi che partecipano alla vita quotidiana che si proietta sulle larghe vetrate poste a chiusura del perimetro espositivo. Architettura ed opere, rimangono sospese nel tempo e nello spazio, fluttuando leggiadre nell’aria.

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Brasile: qusando il calcio non basta

«…duas tantum res anxius optat panem et circenses»

Il poeta satirico romano Giovenale nella locuzione latina “panem et circenses” seppe intelligentemente sintetizzare il concetto di potere dell’elìte. Per estensione, la celebre locuzione latina, viene utilizzata per definire l’azione politica di singoli o ristretti gruppi di potere volta ad attrarre e mantenere il potere attraverso l’organizzazione di attività ludiche. Tali attività ludiche, nell’epoca postmoderna, possono esser facilmente ricondotte a Sport e Cultura.

LA RIVOLTA DELL’ACETO – Con l’avvio della “Confederations Cup”, nella terra verde oro, sarebbe dovuta scattare la festa a ritmo di samba. Eppure, l’unico slogan, che il mondo sente scandire da giorni, recita “La Turchia è qui”. Infatti, come nella “Rivolta di Gezi Park” a difesa degli spazi verdi, la ribellione è nata da un pretesto ovvero il “caro trasporti”. Pretesto, poiché il costo del trasporto pubblico di San Paolo è aumento da o da 3 a 3,20 reais a biglietto. Attorno a quella che poteva essere derubricata a semplice questione metropolitana, si è accentrato il risentimento di un’intera nazione. La rivolta si è incendiata e vede la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, in decine di città, a causa della dilagante corruzione e delle disuguaglianze. Il momento in cui la fiamma si è accesa, è stato propenso a ottenere il massimo della visibilità mediatica. La protesta di fatto si articola al primo dei grandi eventi globali che vede il Brasile protagonista ovvero la Confederations Cup. Il presidente della Fifa (Fédération Internationale de Football Association) Joseph Blatter, da un lato ha gettato benzina sul fuoco, dichiarando che – Il calcio è più importante dell’insoddisfazione della gente – dall’altro, consapevole dell’importanza della manifestazione sportiva, ha affermato che “I manifestanti stanno usando la piattaforma del calcio e la presenza della stampa internazionale per ampliare la protesta”.

E’ facilmente intuibile, come una questione “metropolitana”, sia stata la miccia per far convergere l’indignazione nei confronti del governo che, per “Confederations Cup” e “Coppa del Mondo”, ha preventivato una spesa superiore ai 15 miliardi di Euro. Per comprendere l’importanza e l’insoddisfazione generale, basta pensare che le proteste sono rivolte da un lato contro la Presidenza di stampo di sinistra e dell’altro contro le amministrazioni locali governate dal centrodestra. Altro aspetto, che lega Turchia e Brasile sono le violenze delle forze di polizia, con Amnesty International, che nella mattinata dello scorso lunedì ha espresso preoccupazione “segnalando una radicalizzazione della repressione e gli arresti di giornalisti e manifestanti in alcuni casi inquadrati nel reato di cospirazione”. Le centinaia di “lacrimogeni”, banditi dalla Convenzione di Ginevra, hanno reso celebre in questi giorni il comune ingrediente da tavola utilizzato come rimedio al gas sparato dalla polizia brasiliana, facendo ribattezzare le proteste come la “Rivolta dell’aceto”.

LA CORRUZIONE VERDE ORO – Dilma Rousseff, soprannominata “Lady di ferro”, è alla Presidenza della Repubblica Federale del Brasile dal gennaio del 2001. Come il suo predecessore, l’amatissimo Luiz Inàcio Lula, appartiene al Partido dos Trabalhadores. Quando venne eletta, la popolarità di Lula era a livelli altissimi, soprattutto a causa dell’umiltà e tenacia con la quale l’ex Presidente ha affrontato un cancro alla gola. Eppure, la Procura di Brasilia ha recentemente coinvolto nelle indagini, sul più grande scandalo di corruzione della storia brasiliana, dell’inchiesta ribattezzata Mensalão (letteralmente rimborso mensile) l’ex Presidente Luiz Inàcio Lula. Di lì a poco le critiche hanno coinvolto tutto il Partido dos Trabalhadores, minando la popolarità del suo leader e Presidente del Brasile Dilma Rousseff.

La corruzione da anni ha travolto anche l’organizzazione della Coppa del Mondo del 2014. A dimettersi per primo fu il Ministro del Turismo della Presidenza Lula Pedro Novais Lima, ciò avvenne dopo che il suo sottosegretario Federico Costa ed altri trentacinque funzionari ministeriali vennero arrestati dalla Polizia su mandato della Procura di Brasilia. Quello che sembrava uno scandalo di proporzioni enormi non era altro che la punta dell’iceberg. Infatti, la Presidenza di Dilma Rousseff ha visto decimato il proprio governo tra Ministri e sottosegretari coinvolti in scandali per via della corruzione. Al centro delle polemiche vi è l’ex Ministro per lo Sport Orlando Silva de Jesus Júnior che, sempre secondo un’inchiesta della Procura di Brasilia, avrebbe ottenuto tangenti del valore di 23 Milioni di dollari da destinare alle casse del Partito comunista del Brasile (Pcdob) e del suo conto.

UN SETTENNATO PER L’ASCESA – Nonostante scandali, corruzione e proteste il Brasile, unico paese sudamericano appartenente ai BRICS, procede a pieno ritmo nell’organizzazione dei sette anni che presenteranno al globo la forza verde oro. Infatti, oltre alla Confederations Cup che si sta svolgendo in questi giorni, il Brasile ospiterà: la Giornata Mondiale della Gioventù, la Coppa del Mondo del 2014 e le Olimpiadi di “Rio 2016”. Quest’ultime, grazie allo sforzo per l’organizzazione della Coppa del Mondo, dovrebbero avere meno problemi nella fase organizzativa e la direzione affidata a Maria Silvia Bastos Marques (la dama di ferro dell’industria siderurgica dell’America Latina) fa ben sperare.

Della “Rivolta dell’aceto” resta centrale un punto: la disuguaglianza. Disuguaglianza formale e sostanziale che attanaglia tutti i paesi emergenti, ove le differenze si amplificano con il progredire dell’economia. Il Brasile rimane un paese ,che con la forza sposta favelas e gli “ultimi” agli occhi del mondo, perché tanto fra un anno i media parleranno di Balotelli, non del futuro negato ai bambini della “Città di Dio”. In fondo il calcio è l’oppio dei popoli, nonostante la sua brutale umanità e bellezza.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli