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Tag Archives: sandra bullock

Non molto caldo

Oggi ho visto The Heat, il film dell’anno scorso di Paul Feig, regista de Le amiche della sposa, oltre che creatore di quella che resta e credo resterà la mia serie televisiva preferita, Freaks and Geeks.L’ho visto perchè ho notato che erano mesi che non guardavo una commedia nel senso stretto del termine, non avevo particolare voglia di sforzarmi di mantenere la concentrazione e sono piuttosto sicuro di aver giurato di guardare tutti i film di Sandra Bullock prima di compiere 89 anni.

Il film parla di una coppia di poliziotte -o meglio, una poliziotta e un’agente dell’FBI- costrette a collaborare nonostante le iniziali divergenze, ed è un alquanto banale ed estremamente vecchio stile commedia buddy cop con la molto marginale “innovazione” della femminilità delle protagoniste, che per altro fornisce la scusa per un paio di esternazioni di femminismo della domenica che svolgono la stessa funzione del bambino nero nella pubblicità dei giocattoli. Non voglio dire che il film sia terribile in maniera particolare ma sicuramente un minimo di sottigliezza in più me la aspetterei da un personaggio con la reputazione di Feig, e se il principale motivo di interesse della pellicola sono una manciata di battutacce sboccate della McCarthy tuttosommato si può dire che avrei potuto meglio impiegare le due ore spese.

La cosa che più mi ha fatto impressione durante la visione è però stato constatare il fastidio che la regia industriale su binari comincia a suscitarmi alla veneranda età di 25 anni. Cerco di essere sempre il più accogliente possibile verso opere di qualsiasi provenienza nello spettro della raffinatezza culturale, e se immagino che per qualcuno questo possa voler dire cercare di uscire fuori dal seminato, per me ha più spesso voluto dire rientrarci. In particolar modo in ambito musicale ho dovuto disintossicarmi dai germi della fisiologica intolleranza adolescenziale al pop, e successivamente eliminare la clausola che continuava a escludere quello da classifica. Al cinema sono partito abbastanza scevro di pregiudiziali varie ed eventuali, ma ho spesso concesso chances a pellicole che avevano probabilità di successo bassissime per il principio generale di tenermi aggiornato sulle uscite anche meno sofisticate.

Non so come ma sono arrivato al punto in cui ascolto Ariana Grande in autobus e faccio molta fatica a trovare stimoli per giustificare l’impiego di tempo su commediole insulse o polpettoni in corsa per i Golden Globe. Non so bene se si tratti di una curiosa forma di ipercorrettismo, una tendenza passeggera o una definitiva condanna al ghezzismo, ma se da una parte la cosa mi dà un certo senso di autolusinga, penso che ci sia comunque più da perdere che da guadagnare a lasciarsi alle spalle pezzi di formazione anche sudati, e quindi cercherò di combattere la tendenza per la gioia di tutti i miei lettori.

I love a girl who loves synchronicity

Era uno dei film più attesi della stagione, e dopo la presentazione a Venezia ha riscosso un ottimo successo di pubblico e critica nelle sale d’oltreoceano: Gravity è il nuovo film del regista messicano Alfonso Cuaròn che alcuni ricorderanno per aver diretto il terzo capitolo della saga di Harry Potter più che per altri suoi film che pure lo avevano reso uno dei più apprezzati registi della “nouvelle vague” messicana che una decina d’anni fa era una delle più chiacchierate frontiere del cinema internazionale.
Dopo un silenzio durato sei anni torna con un film di alto profilo che è sicuramente il più hollywoodiano tra i suoi lavori, vuoi per le due stelle di primo piano che lo interpretano, vuoi per il faraonico dispiegamento di tecnologia che girare il film deve aver comportato, ma che mi ha convinto decisamente più delle altre pellicole che il buon Alfonso aveva girato nel suo periodo ladispoliano.
La prima caratteristica che salta all’occhio guardando Gravity è la naturalezza con cui il film restituisce la sensazione della gravità zero. I sinuosi movimenti di macchina, la nonchalance con cui i personaggi e le scenografie vengono ribaltate e presentate dalle meno ortodosse angolazioni, la fotografia patinata e l’uso discreto della terza dimensione soono tutti elementi che contribuiscono sin da subito a creare un’atmosfera piuttosto unica che distingue Gravity dalla massa dei film di ambientazione spaziale. Le scelte di design servono a scolpire non tanto l’impatto dell’ambientazione quanto l’esperienza sensoriale dello spettatore e rendono Gravity un film particolare più per il come che per il cosa, il che è anche in parte conseguenza di una sceneggiatura solida ma non esattamente sottile. Le sequenze di maggior pregio sono infatti quelle in cui la dottoressa Stone cerca con ogni mezzo di sottrarsi allo tsunami di sfighe che rischia di sommergerla, e la proceduralità delle sue azioni risulta sempre saggiamente finalizzata ai nobili fini della creazione e del mantenimento di una tensione palpabilissima. Meno interessanti sono i momenti di riflessione sulla sua situazione emotiva, e se pure questi tratti non risultano mai più di tanto invasivi, c’è comunque da dire che l’alone metaforico che ricopre la sua avventura è calcato in maniera alquanto goffa e non aggiunge molto a una pellicola che ha altrove i suoi punti di forza.
Gravity rappresenta uno standard di eccellenza tecnologica applicata alla creazione di un vero e proprio ambiente per lo spettatore, creazione ottenuta tramite il sapiente utilizzo di quelli che in fin dei conti sono i principali mezzi a disposizione dei maghi della settima arte, ossia l’impatto visivo e sonoro, e pur non raggiungendo le stesse vette sul versante drammatico resta un’esperienza che mi sento di consigliare a chiunque.
Non proprio un poker de cazzi dunque, ma certamente un ottimo full de bocchini.