Home / Tag Archives: sanremo 2016

Tag Archives: sanremo 2016

Sanremo 2016: Ci eravamo tanto sbagliati

Non amo tornare sulle mie parole, ma avendo scritto in questi spazi una preview di Sanremo, ed essendoci stato nel frattempo il Festival (potreste non esservene accorti, pare non l’abbia guardato nessuno), mi sembra onesto andare a vedere se ci ho azzeccato, e soprattutto se c’è una conclusione di massima alla quale possiamo arrivare (c’è, altrimenti avrei scritto di altro). Eviterò il lato televisivo, un po’ perché qua preferisco non andare fuori tema e un po’ perché nel corso dell’ultima settimana ne hanno scritto menti migliori della mia, per cui andate a leggervi Grasso sul Corriere e fate prima.

Cominciamo dai miei errori. Neffa, Clementino, Rocco Hunt, Ruggeri, Patty Pravo. Il primo, sopravvalutato enormemente nelle mie previsioni, è stato pessimo sul palco ed è stato eliminato presto. Andare in televisione con la faccia schifata e il baffetto unto non aiuta, ma se ci fosse stata una canzone di alto livello il risultato sarebbe cambiato. In un Festival che è tra i migliori recenti per qualità media Neffa è sembrato vecchio e inutile. Gli altri quattro sono stati da me sottovalutati ingiustamente. Il derby dei rapper è stato avvincente, mettendo a confronto due stili radicalmente diversi: certo, né il cantautorale Clementino né il casinaro Rocco Hunt sono stati premiati nella classifica finale, ma le canzoni sono molto piacevoli e i due hanno brillato nella serata cover – il primo con Don Raffaè e il secondo con Tu vuo fa’ l’Americano, a sottolineare una differenza davvero profonda. Patty Pravo esteticamente è da buttare, e l’operazione dell’auto-cover è stata francamente squallida, ma ha scelto una canzone sensata e ha cantato molto meglio delle previsioni. Anche Ruggeri è parso abbastanza mostruoso, ma tornando sui suoi passi di carriera ha portato un sapore new wave, quasi da space opera, in una canzone penalizzata giusto dal testo blando: è piaciuto molto e se lo merita.

In alcuni casi ero stato cauto nelle previsioni, e ho aggiustato leggermente il mio giudizio. Ero speranzoso su Arisa: anche questa volta è rinata nella settimana del Festival, a ricordarci che è una delle migliori cantanti italiane. Dispiace che la sua carriera sia comunque condizionata da una serie di intoppi e difficoltà, e lei di sicuro non si è aiutata negli anni. Mi aspettavo molto di più da Elio e le Storie Tese, che alla fine si sono fatti notare per un’imitazione (dei Kiss, che pare abbiano gradito anziché partire con una causa stile Disney) e per un paio di idee brillanti in una canzone-non-canzone che alla fine non è piaciuta a nessuno. Il cabaret c’è stato, il senso no. Sono passati sottotraccia Zero Assoluto e Dolcenera (nonostante il suo pezzo fosse interessante), ed è andata un po’ al di sotto delle mie aspettative Irene Fornaciari: gli esperti, insomma, non hanno portato un valore aggiunto significativo. Allo stesso modo non è stata graffiante Noemi, sulla quale mi ero esposto. Ma a me la canzone è piaciuta, e tanto basta.

Qualche flop, in compenso, era molto prevedibile. Alessio Bernabei si è fatto notare in negativo per l’intera settimana, suscitando tra l’altro le antipatie della stampa per qualche dichiarazione abbastanza scomposta. La sua ex band, i Dear Jack, hanno in Leiner un cantante di gran lunga superiore ma non hanno trovato una cifra stilistica per valorizzarlo, e si sono persi nelle nebbie delle eliminazioni precoci. Fragola è irrilevante e stucchevole, e rimane l’intuizione meno felice prodotta da Fedez a X Factor: due Festival consecutivi con due passi falsi sono uno stop importante ad inizio carriera. I Bluvertigo sono affondati aggrappati a Morgan, che ha scritto una canzone priva di mordente, l’ha cantata male e poi ha litigato con tutti. La televisione fa male. Valerio Scanu, poi, non ha avuto successo nella classifica finale, e questo si poteva immaginare. Ha sorpreso, però, perché ha portato un brano elegante e l’ha valorizzato, con una serie di performance pacate e azzeccate. Il nuovo look è estremamente rivedibile, ma quello vecchio non era migliore.

Mi piace, per vanità, sottolineare che la top 3 era tra i favoriti nel mio pezzo: Stadio, Michielin, Caccamo e Iurato. Sugli Stadio la dritta è venuta dai decani del festival, critici come Dondoni e Laffranchi: se tornano è perché sanno di avere una canzone importante. Così è stato, in stile Vecchioni. Giustissimo, poi, rinunciare all’Eurovision, dove sarebbero stati fuori posto e dove andrà Francesca Michielin. Sia lei che il duo Caccamo/Iurato hanno sottolineato l’importanza di autori di livello: Federica Abbate (con le parole dello splendido Cheope) per la Michielin, Giuliano Sangiorgi per il compagno di scuderia in Sugar Giovanni Caccamo. Avevo, poi, riposto grandi speranze in Annalisa, che è autrice di livello, e sono stato ricompensato con un grande pezzo e una serie di interpretazioni da ricordare.

Ma soprattutto, per gonfiare il mio ego, riporto testualmente: “da una parte la qualità media non è per niente male, dall’altra non c’è un big che definirei big senza vergognarmi”. Qualità media sicuramente alta, ma quando sul palco sono arrivati i veri big della musica italiana non c’è stata storia. Pausini, Ramazzotti, i Pooh, Zero e in misura minore Elisa hanno dominato le serate, mostrando un’assenza di ricambio generazionale spaventosa. L’unico grande nome del pop più vicino a noi è Tiziano Ferro, per il resto ci fermiamo agli anni novanta (Elisa per l’appunto, Jovanotti, Cremonini) e, se anche gli interpreti rimangono interessanti (quest’anno non c’era Malika, che rimane una voce straordinaria), manca una star quality difficile da costruire.

Sanremo 2016: The Good, the Boh and the Ugly

Posso esimermi da uno sperticato toto-Sanremo sulla base di niente? Ovviamente no. Non abbiamo le canzoni, che sentiremo nelle sfiancanti serate del festival (o il giorno dopo su internet, ma le prime stecche vanno sentite e custodite come piccoli tesori), ma abbiamo i venti partecipanti e possiamo anche quest’anno illuderci.

Partirei, vista la stagione natalizia, da chi penso che possa far bene. Neffa è uno di quelli che non ha esposizione televisiva e va a Sanremo per guadagnare airplay radiofonico. Fa parte del reparto wild card, gli imprevedibili, ma è un autore di alto livello. Noemi è l’interprete migliore per distacco, il pezzo è scritto da Masini che si muove su corde simili e potrebbe essere il successo del post-festival. Occhio, però, anche a Francesca Michielin: non ha mai costruito sulle aspettative create dalla sua prima audizione a X Factor, ma ha trovato un look vagamente intrigante e ha dietro una squadra di qualità, con Federica Abbate (che ha scritto Roma-Bangkok di Baby K) e Cheope, storico autore di testi dagli anni ottanta. Sempre parlando di ottimi autori e interpreti di qualità, c’è Sangiorgi che scrive per il duo Giovanni Caccamo e Deborah Iurato: lui ha vinto Sanremo Giovani l’anno scorso ed è co-autore del pezzo, lei ha vinto Amici 2014, in due possono farsi notare. E, dei vari Amici e reduci di X Factor, non c’è dubbio che Annalisa sia quella con le gambe più solide: vincere non vincerà, ma canzoni brutte ne scrive raramente.

Poi entriamo nei territori inesplorati, il gruppone da cui possono emergere sorprese, conferme, delusioni, piccoli drammi, soddisfazioni personali anche nel “dopo”, cioè nel periodaccio in cui quelle canzoni le dovresti anche vendere e mandare in radio. Tipo: lo sapevate che i Dear Jack si sono divisi? E che a Sanremo va sia l’ex leader, Alessio Bernabei (pare sia uno scrittore di buon livello e ha un contratto vecchio stile con Warner, tre dischi succeda quel che succeda), che la band con un nuovo cantante, cioè il bel Leiner di X-factoriana memoria? Certo, nel tetris sanremese in cui di quote non si parla ma fidatevi che ci sono, due slot su venti occupati così fanno un po’ rabbia. Nel rap (ormai misteriosamente accettato in tutta la televisione, dai talent al Festival) il derby campano tra Rocco Hunt (salernitano) e Clementino (avellinese) mi lascia piuttosto freddo: possono dire qualcosa di significativo sul palco più ingessato d’Italia? A me sembra che già abbiano difficoltà quando sono a briglia sciolta. Della truppa web-social-giovane-talent, Lorenzo Fragola ci riprova: l’anno scorso andò male, e nel frattempo non è che i suoi fan siano aumentati. E’ in cerca di un’identità che non sia “Ed Sheeran, però terrone”, e Sanremo non è piattaforma per fare esperimenti, per cui riproviamoci con Sheeran, arance e mandolino. Chiaramente non c’è wild card più imprevedibile di Elio e le Storie Tese, che l’ultima volta presentarono un simpatico stunt (La Canzone Mononota) e se sono tornati è perché hanno del cabaret da proporre. Possibile “dark horse” della competizione, ma più che altro faranno buona tv. C’è poi un manipolo di esperti sanremesi – gli Stadio, Dolcenera, Irene Fornaciari – che con la canzone giusta possono farsi rispettare. Soprattutto gli Stadio: non partecipano da un decennio e se tornano è perché sanno di avere qualcosa di buono tra le mani. E poi gli Zero Assoluto, che sono adatti al contesto e forse ancora piacciono.

Gli ultimi cinque in gara sono quelli più rischiosi, che sono in cerca di qualcosa. Sono costretto a metterci i Bluvertigo, un po’ perché gli anni migliori sono alle spalle e un po’ perché Morgan viene da una serie di psicodrammi complessi da gestire. La qualità ci sarebbe pure ma ci sono due incognite: la prima è la tenuta dal vivo, la seconda la masticabilità del pezzo, che si chiama Semplicemente ma di semplice avrà poco, soprattutto nel testo. Un’altra dalla tenuta un po’ a rischio è Arisa, che viene da un periodo difficile ma che sul palco di Sanremo dà il meglio: sarà il suo riscatto, ma non può essere considerata una certezza. Valerio Scanu viene da palchi prestigiosissimi, tipo il Tale e Quale Show: non ha praticamente più una reputazione da cantante ma qualche fan sì. Però negli anni Sanremo è cambiato e non penso ci sia più spazio per lui. Libero di sbagliarmi, ovvio. A Enrico Ruggeri vorrei anche un gran bene, e non ho trovato scandalosa la scelta di fare la pubblicità dei salumi, ma è bollito dai tempi di Metternich e per trovare un graffio da esperto serve una congiuntura astrale favorevole. Patty Pravo è Patty Pravo, vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare.

Sono molto combattuto. Da una parte la qualità media non è per niente male, dall’altra non c’è un big che definirei big senza vergognarmi. A Conti, e alla sua televisione compassata stile partita della Nazionale, il compito di reggere la baracca.