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Sanremo 2018: tutte le canzoni in gara e cosa aspettarsi

Tra poche ore inizierà la sessantottesima edizione del Festival della Canzone Italiana. Un format unico, fortemente invidiato nel mondo. Un premio che negli anni ha spesso dato più spazio e lustro a ospiti e tempi televisivi a discapito della musica. Un’edizione che sarà condotta da un cantante romano Claudio Baglioni, il quale verrà accompagnato da una bellezza svizzera Michelle Hunziker. Eppure, Sanremo con il suo carico di celebrazioni e polemiche rappresenta l’altare della musica italiana. Un’Italia che in momenti come questi dovrebbe lasciare gli hypster pariolini a Monti o al Pigneto con i loro anatemi sulla manifestazione sonora per ritrovarsi comunità. Un sentiero quello sanremese che farà rivivere Lucio Dalla con una canzone da lui scritta e che sarà interpretata da Ron. Con punte di novità, successi sicuri (Fabrizio Moro) e qualche sorpresa che dovrebbe provenire dalle “nuove proposte”. Il resto sarà routine. Una routine che porta un senso di familiarità e calore e di cui abbiamo un disperato bisogno.

Annalisa, “Il mondo prima di te” (Alessandro Raina/Davide Simonetta/Annalisa Scarrone)

Ron, “Almeno pensami” (Lucio Dalla)

Renzo Rubino, “Custodire” (Renzo Rubino)

Enzo Avitabile e Peppe Servillo, “Il coraggio di ogni giorno”(Pacifico/Enzo Avitabile/Peppe Servillo)

Luca Barbarossa, “Passame er sale” (Luca Barbarossa)

Mario Biondi, “Rivederti” (Mario Biondi/Giuseppe Furnari/Mario Fisicaro)

Red Canzian, “Ognuno ha il suo racconto” (Red Canzian/Miki Porru)

Diodato e Roy Paci, “Adesso” (Antonio Diodato)

Elio e le storie tese, “Arrivedorci” (Sergio Conforti/Elio/Davide Civaschi/Nicola Fasani)

Giovanni Caccamo, “Eterno” (Cheope/Giovanni Caccamo)

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, “Il segreto del tempo”  (Pacifico/Roby Facchinetti)

Decibel, “Lettera dal Duca” (Silvio Capeccia/Enrico Ruggeri/Fulvio Muzio)

Lo Stato Sociale, “Una vita in vacanza” (Lodovico Guenzi, Alberto Cazzola, Francesco Draicchio, Matteo Romagnoli, Alberto Guidetti, Enrico Roberto)

Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico, “Imparare ad amarsi”(Bungaro/Pacifico/Cesare Chiodo/Antonio Fresa)

Le Vibrazioni, “Così sbagliato” (Francesco Sarcina, Andrea Bonomo, Luca Chiaravalli, Davide Simonetta)

Max Gazzé, “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” (Francesco Gazzé/Max Gazzé/Francesco De Benedittis)

The Kolors, “Frida” (Davide Petrella/Dario Faini/Alessandro Raina/Stash Fiordispino)

Ermal Meta e Fabrizio Moro, “Non mi avete fatto niente” (Ermal Meta-Fabrizio Moro/Andrea Febo)

Noemi, “Non smettere mai di cercarmi” (Diego Calvetti/Massimiliano Pelan/Noemi/Fabio De Martino/ Veronica Scopeliti)

Nina Zilli, “Senza appartenere” (Giordana Angi/Antonio Iammarino/Nina Zilli)

 Categoria “Nuove Proposte”:

Lorenzo Baglioni, “Il congiuntivo” (L. Baglioni, M. Baglioni, L. Piscopo)

Mirkoeilcane, “Stiamo tutti bene” (M. Mancini)

Eva, “Cosa ti salverà” (A. Di Martino, A. Filippelli)

Giulia Casieri, “Come stai” (G. Casieri, A. Ravasio)

Mudimbi, “Il mago” (M. Mudimbi, A. Bonomo, M. Zangirolami, A. Bavo, F. Vaccari, P. Miano)

Ultimo, “Il ballo delle incertezze” (N. Moriconi)

Leonardo Monteiro, “Bianca” (M. Ciappelli, V. Tosetto)

Alice Caioli, “Specchi rotti” (A. Caioli, P. Muscolino)

Occidentali’s Karma – Gabbani contro di Voi

Nella liturgia del sacro Festival della Canzone Italiana di Sanremo ha vinto la sesssantasetesima edizioni Francesco Gabbani con il brano “Occidentali’s Karma”. La canzone rimane subito impressa e indubbiamente in un concorso sonoro ha il pregio di distinguersi in maniera semplice ed efficace al primo impatto.  Il brano quest’anno n on è di facile ascolto nella sua comprensione letterale. Il brano è orecchiabile, divertente, molto radiofonico e ballabile. “Mi sfotto e ironizzo su chi si approccia alle discipline orientali in maniera superficiale, facendone una moda”, ha spiegato.

Il testo è pieno di riferimenti colti, che di certro non fanno di Gabbani un nuovo Battiato, ma sicuramente lo allontanano dalla caciara hippy-chic dell’indie nostrano. La “scimmia nuda” è il riferimento e periodo più diretto e memorizzabile della canzone. Inoltre, la  “scimmia nuda” è un chiaro riferimento alla teoria dell’antropologo Desmond Morris. Lo zoologo e etologo Morris Con La scimmia nuda, Morris ha raggiunto la popolarità in tutto il mondo grazie alla sua disamina sconvolgente per il tempo, in cui trattava l’uomo come un primate, una scimmia senza peli, quindi nuda, e ne affrontava l’evoluzione fin dalla preistoria.

Il testo della canzona vincitrice del Festival di Sanremo inizia con una citazione ripresa dall’Amleto di Shakespeare. Riporta la genialità della trattazione del poeta inglese al Neolitico, in fondo spiegandoci che l’Uomo è sempre attaccato alle domande esistenziali di sempre

Così  continuando il testo cita il “povero” Eraclito, condannato dalla storia a essere con il suo “panta rei” ormai un brand per tatuaggi e motti di adolescenti e ragazze mai divenute donne. Viè inoltre anche un chiaro riferimento alla speculazione orientale, ripresa in Europa, ossia in occidente secoli fa da Schopenhauer, ma sempre più in voga tra le scalette di Piazza della Madonna di Monti.

Vi è il riferimento a Singin’ in the Rain del 1952 diretto da Stanley Donen  e ricordato dal sottoscritto, oltre che per la scena intramontabile quanto la certezza di non voler mai vedere il film musicale per intero nella mia esistenza, per  Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.

Il tratto maggiormente significativo è il seguente:

Coca dei popoli

Oppio dei poveri.

L’“oppio dei popoli” è la definizione data alla religione dal filosofo, economista, storico e sociologo di Treviri  Karl Marx. Un altro personaggio della storia che ormai è più conosciuto per la borsa della Feltrinelli che per i suoi testi.

E così Gabbani centra il spostando l’attenzione su quello che ormai è il nostro mantra, la nostra religione occidentale ossia il Nulla. Il nichilismo disilluso di Nietzsche applicato da una società che si perde e muore in una striscia di coca, nel vuoto di chi apprezza la moralista Mannoia per non far i conti con una canzoncina che le radio ci faranno presto odiare. D’altronde Marx e Morris sono solo due brand. Andate in pace!

Evviva Gabbani, evviva Sanremo. Amen.

 

Sanremo 2016: The Good, the Boh and the Ugly

Posso esimermi da uno sperticato toto-Sanremo sulla base di niente? Ovviamente no. Non abbiamo le canzoni, che sentiremo nelle sfiancanti serate del festival (o il giorno dopo su internet, ma le prime stecche vanno sentite e custodite come piccoli tesori), ma abbiamo i venti partecipanti e possiamo anche quest’anno illuderci.

Partirei, vista la stagione natalizia, da chi penso che possa far bene. Neffa è uno di quelli che non ha esposizione televisiva e va a Sanremo per guadagnare airplay radiofonico. Fa parte del reparto wild card, gli imprevedibili, ma è un autore di alto livello. Noemi è l’interprete migliore per distacco, il pezzo è scritto da Masini che si muove su corde simili e potrebbe essere il successo del post-festival. Occhio, però, anche a Francesca Michielin: non ha mai costruito sulle aspettative create dalla sua prima audizione a X Factor, ma ha trovato un look vagamente intrigante e ha dietro una squadra di qualità, con Federica Abbate (che ha scritto Roma-Bangkok di Baby K) e Cheope, storico autore di testi dagli anni ottanta. Sempre parlando di ottimi autori e interpreti di qualità, c’è Sangiorgi che scrive per il duo Giovanni Caccamo e Deborah Iurato: lui ha vinto Sanremo Giovani l’anno scorso ed è co-autore del pezzo, lei ha vinto Amici 2014, in due possono farsi notare. E, dei vari Amici e reduci di X Factor, non c’è dubbio che Annalisa sia quella con le gambe più solide: vincere non vincerà, ma canzoni brutte ne scrive raramente.

Poi entriamo nei territori inesplorati, il gruppone da cui possono emergere sorprese, conferme, delusioni, piccoli drammi, soddisfazioni personali anche nel “dopo”, cioè nel periodaccio in cui quelle canzoni le dovresti anche vendere e mandare in radio. Tipo: lo sapevate che i Dear Jack si sono divisi? E che a Sanremo va sia l’ex leader, Alessio Bernabei (pare sia uno scrittore di buon livello e ha un contratto vecchio stile con Warner, tre dischi succeda quel che succeda), che la band con un nuovo cantante, cioè il bel Leiner di X-factoriana memoria? Certo, nel tetris sanremese in cui di quote non si parla ma fidatevi che ci sono, due slot su venti occupati così fanno un po’ rabbia. Nel rap (ormai misteriosamente accettato in tutta la televisione, dai talent al Festival) il derby campano tra Rocco Hunt (salernitano) e Clementino (avellinese) mi lascia piuttosto freddo: possono dire qualcosa di significativo sul palco più ingessato d’Italia? A me sembra che già abbiano difficoltà quando sono a briglia sciolta. Della truppa web-social-giovane-talent, Lorenzo Fragola ci riprova: l’anno scorso andò male, e nel frattempo non è che i suoi fan siano aumentati. E’ in cerca di un’identità che non sia “Ed Sheeran, però terrone”, e Sanremo non è piattaforma per fare esperimenti, per cui riproviamoci con Sheeran, arance e mandolino. Chiaramente non c’è wild card più imprevedibile di Elio e le Storie Tese, che l’ultima volta presentarono un simpatico stunt (La Canzone Mononota) e se sono tornati è perché hanno del cabaret da proporre. Possibile “dark horse” della competizione, ma più che altro faranno buona tv. C’è poi un manipolo di esperti sanremesi – gli Stadio, Dolcenera, Irene Fornaciari – che con la canzone giusta possono farsi rispettare. Soprattutto gli Stadio: non partecipano da un decennio e se tornano è perché sanno di avere qualcosa di buono tra le mani. E poi gli Zero Assoluto, che sono adatti al contesto e forse ancora piacciono.

Gli ultimi cinque in gara sono quelli più rischiosi, che sono in cerca di qualcosa. Sono costretto a metterci i Bluvertigo, un po’ perché gli anni migliori sono alle spalle e un po’ perché Morgan viene da una serie di psicodrammi complessi da gestire. La qualità ci sarebbe pure ma ci sono due incognite: la prima è la tenuta dal vivo, la seconda la masticabilità del pezzo, che si chiama Semplicemente ma di semplice avrà poco, soprattutto nel testo. Un’altra dalla tenuta un po’ a rischio è Arisa, che viene da un periodo difficile ma che sul palco di Sanremo dà il meglio: sarà il suo riscatto, ma non può essere considerata una certezza. Valerio Scanu viene da palchi prestigiosissimi, tipo il Tale e Quale Show: non ha praticamente più una reputazione da cantante ma qualche fan sì. Però negli anni Sanremo è cambiato e non penso ci sia più spazio per lui. Libero di sbagliarmi, ovvio. A Enrico Ruggeri vorrei anche un gran bene, e non ho trovato scandalosa la scelta di fare la pubblicità dei salumi, ma è bollito dai tempi di Metternich e per trovare un graffio da esperto serve una congiuntura astrale favorevole. Patty Pravo è Patty Pravo, vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare.

Sono molto combattuto. Da una parte la qualità media non è per niente male, dall’altra non c’è un big che definirei big senza vergognarmi. A Conti, e alla sua televisione compassata stile partita della Nazionale, il compito di reggere la baracca.

Considerazioni sulla musica italiana

In Italia è prassi comune, soprattutto fra gli appassionati di musica, di sminuire e spesso demonizzare qualsiasi espressione artistica proveniente dal belpaese. Sento di essere parte di questa macrocategoria, e non nascondo che questo provochi in me numerosi conflitti interiori. Non c’è dubbio che questo possa essere in parte causato dal classico campanilismo che configura l’Italia in tutti i suoi aspetti, ma non è solo questo. L’Italia per tantissimo tempo è stata una terra interessante per gli artisti esteri che frequentemente si son confrontati con il mercato italiano traducendo canzoni,  talvolta esibendosi anche al festival di Sanremo.

Quando si riflette sulle correnti musicali italiane –ricordiamoci sempre che parliamo di musica leggera- vengono in mente soltanto i cantautori italiani, e la vivace scena progressive degli anni ’70 che tuttavia era spesso troppo legata ai modi stilistici inglesi. E’ piuttosto innegabile che gli anni della contestazione, seppur scanditi sempre dalla musica, siano stati importanti nell’influenzare (in negativo) il gusto musicale delle generazioni italiane successive. L’obbligo morale di dover necessariamente parlare di politica, e la volontà incrollabile di categorizzare ogni artista in una corrente definita hanno spesso emarginato chi si rifiutava di entrare all’interno di queste dinamiche esterne alla proprio arte. Un caso paradigmatico è quello di Piero Ciampi, cantautore geniale e sensibile, e spesso poco compreso perché distante dalle classiche canzoni di protesta.


La scarsa integrazione degli immigrati forse è un’altra causa dello scarso rinnovamento della musica italiana; che ci ha privato di quelle contaminazioni utili a creare delle inedite idee musicali.  


Dando per buoni tutti questi dati, ciò non toglie che spesso l’accanimento nei confronti dei nostri artisti è del tutto immotivato e spesso pregiudizievole. Capita non di rado di vedere band di scarsissimo livello essere acclamate ed accolte dopo acerbi album d’esordio, mentre in Italia per emergere è necessario inanellare una serie di lavori inattaccabili, oppure di sperare che la propria proposta piaccia all’estero.

In questo la scarsa attenzione degli addetti ai lavori non aiuta. Le maggiori riviste musicali spesso guardano all’Italia con la coda dell’occhio. Capita fin troppo spesso che queste parlino di un fenomeno quando questo è già esploso, o nei peggiori dei casi, anche terminato.

 Insomma si potrebbe dire che la vera crisi della produzione musicale nostrana non sia altro che la conseguenza di una diffusa miopia da parte di appassionati, e dei critici.


Luigi Costanzo

Non vedere il Festival di Sanremo


Come tutti saprete, si è recentemente concluso il 63° festival di Sanremo, celeberrima manifestazione canora che è anche uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Quest’anno, come già lo scorso anno, non ne ho seguito neanche un minuto. La scelta non è solo ideologica ma anche pratica. Sanremo, da sempre, è una kermesse canora dominata dai poteri forti della musica: dalle grandi etichette, dai talent scount, e ora dagli odiati talent show. Tuttavia, se si volesse tracciare una storia del festival, si può tranquillamente affermare che in una sua prima fase, benché fosse comunque una manifestazione strettamente commerciale, grazie a buoni artisti – comunque spesso e volentieri non vincitori – e soprattutto ad autori di livello, è riuscita a regalare qualche sprazzo di interesse, e talvolta ha anche dato grandissimi pezzi alla canzone italiana.
Al momento però la situazione è molto diversa.  Abbiamo già parlato di X-Factor, ed è proprio da quello show che viene fuori il vincitore di questa edizione, Marco Mengoni. Non entro nei meriti (e demeriti) musicali del giovane cantante italiano – anche perché non ho ascoltato il pezzo, e credo non lo farò se non costretto – ma è quanto mai grave pensare che il meglio della canzone italiana sia rappresentata da un ragazzo che si è fatto le ossa in un programma che svilisce completamente l’idea di artista, e di artistico. Burattino delle case discografiche e assolutamente privo di un talento oltre alla sua voce. Questo è ciò che abbiamo, e ci si chiede quale è stato il ruolo di Mauro Pagani, ex PFM, nonché nume tutelare della musica italiana, che quest’anno prendeva il ruolo di direttore artistico.
Quest’anno ha anche confermato il flop delle band alternative. Gli sfortunati sono stati i Marta sui Tubi. Sarebbe interessante interrogarsi sulle motivazioni che portano le band che nascono all’interno di circuiti indipendenti all’approdo a Sanremo, ma temo che non si troverebbe una risposta univoca.  Sta di fatto che Marta Sui Tubi hanno deluso una buona parte dei fan, e dubito avranno un grande spazio fra la musica ‘ delle masse’,o sarebbe preferibile dire ‘dei mercanti’.
Ma veniamo a quella che è l’unica nota positiva di questa edizione di Sanremo (unica nota in tutti sensi): ‘La canzone mononota’, ennesima geniale manifestazione di Elio e Le Storie Tese, forse la band italiana più talentuosa degli ultimi vent’anni (e questa non si poteva non ascoltare, almeno su youtube). Sì, perché gli Elii si esaltano nel grottesco, e ancora una volta portano un pezzo assurdo, intelligente, cazzeggione, e fortemente critico. Una delle poche band italiane in grado di avere due piani di lettura… però ancora una volta ha vinto un Mengoni.
Luigi Costanzo