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Sarkozy rideva e la Libia piangeva

Era il 2011 quando Sarkozy in tandem con Angela Merkel rideva delle sorti dell’Italia. Era il 2011 quando la Libia piangeva sotto il flagello dell’esportazione della democrazia dall’alto ossia attraverso le bombe.

Sarkozy rideva, la Libia piangeva e con essa l’Italia, vittima di una crisi indotta dalla quasi fallita Deutsche Bank. In quel periodo nacque la crisi dello spread italiano e congiutamente si destabilizzò l’intera Libia, Paese strategico per gli interessi italiani.

I pasaran dell’Unione Europea in Italia spesso tacciono ancora di come la Francia, in associazione con la Federazione Russa, appoggi tutt’oggi le milizie del generale Haftar in contrasto con il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti d’America.

Ha scritto Luciano Lipparini su L’Indro:

Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).

Ora a distanza di anni si scopre di come il protagonista dell’operazione Libia Nicolas Sarkozy rideva per poter nascondere i fondi ricevuti in campagna elettorale proprio dai libici. L’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, è stato interrogato in stato di fermo per giorni dalla polizia a Nanterre (Parigi), nel quadro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti libici alla sua campagna elettorale del 2007. Sia chiaro che è arduo trovare nostalgie per il colonnello, ma le cancellerie che detengono la leadership dell’Unione Europea dovranno presto trovare una soluzione al vuoto creatosi nella regione.

Il premier francese Edouard Philippe, intervistato dai media francesi, ha detto di non voler rilasciare “alcun commento” sul fermo di Sarkozy nel quadro dell’inchiesta sui presunti soldi libici alla sua campagna presidenziale del 2007 ma ha evocato una “relazione intrisa di rispetto”. Al centro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti dell’allora dittatore libico Muammar Gheddafi a Nicolas Sarkozy, ci sarebbero “donazioni” sospette per 5 milioni di euro in denaro contante.

Dalla pubblicazione, nel maggio 2012, da parte del sito Mediapart, di un documento libico che evocava un presunto finanziamento di Gheddafi alla campagna presidenziale di Sarkozy, le indagini dei magistrati sono “molto progredite, rafforzando i sospetti che pesano sulla campagna dell’ex capo dello Stato”, ha scritto il quotidiano francese Le Monde.

Sarkozy rideva e la Libia ancora piangeva quando nel novembre 2016, quando durante le primarie dei Républicains, il faccendiere Ziad Takieddine dichiarò di aver trasportato 5 milioni di euro in contanti da Tripoli a Parigi tra fine 2006 e inizio 2007 prima di consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente, poi allo stesso Sarkozy. Vi è da segnalare come la testimonianza di Takieddine risultò in linea con quella dell’ex direttore dell’intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, il 20 settembre 2012, dinanzi alla procura generale del consiglio nazionale di transizione libico. Ciò fa si che a oggi le fonti vicine al dossier parlano di “indizi gravi e concordanti“.

A distanza di sette anni la Libia piange ancora, ormai divisa in Cirenaica e Tripolitania. In Francia, Italia e Europa le forze che ridevano dovranno rispondere difronte il sangue lasciato scorrere per l’oro nero. Nero come l’Africa e le coscienze di chi nel buio profondo ha speculato su interi popoli.

Guida (non convenzionale) alle Presidenziali Francesi

Parlare della Francia è come parlare del tuo amico laureato e con un buon lavoro che il venerdì sera si fa di LSD. Ecco potrà sembrare un parallelismo ardito, ma la Francia dal post De Gaulle assomiglia a questo. E’ un paese schizzo-frenico, che quanto a contraddizioni supera l’Italia, divisa tra la “Grandeur de la France” e l’attuale condizione di un paese che risiede nei tavoli che contano (Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Nato, Ue, G8), ma incapace di essere realmente incisivo nella costruzione del prossimo futuro e di imporre la propria cultura.

Ora prima di immergersi nell’analisi del voto francese bisogna tenere a mente due cose. La prima che la Francia ha un ottimo sistema elettorale ove dopo il primo turno passano al successivo solo i due candidati più votati con rispettiva lista. La seconda è che in Francia chi è di destra lo è per davvero. Sì di destra, perché di sinistra, anche se ben celate dai media, in Italia esistono porzioni effettive di elettorato. In Francia la destra esiste e non è attaccata ne’ a retaggi del passato ne’ a moderatismi estremi, di chi per qualche poltrona ha venduto il sangue.

La destra francese si basa su principi semplici ed inamovibili per essa: l’appartenenza alla Francia, il culto del lavoro ed il diritto sancito dallo Stato. A questa fascia di destra tradizionalista e gollista appartengono i candidati: Sarkozy, Le Pen e Bayrou (un moderato di centro). Il Front National, non come estrema destra di italica ignorante consuetudine, ma come destra sociale, la quale si differenzia dal resto dell’area gaullista per il rifiuto netto dell’immigrazione e l’avversione alla globalizzazione e all’unità economica europea. Ecco, se la scorsa tornata elettorale ha promosso al secondo turno Hollande e Sarkozy, la vera vincitrice è Marine Le Pen del Front National.

Marine Le Pen, non solo ha intercettato il voto di protesta, ma ha integrato e sorpassato per proposta e novità temi storicamente legati alla sinistra. Dai temi ambientali, dove definisce “eresia ecologica consumare prodotti coltivati a 20mila km di distanza e riciclare i rifiuti migliaia di chilometri più avanti” su stile delle teorizzazioni di Rifkin, alla laicità dello Stato divenendo paladina della difesa della “Legge del 1905” (la Legge sulla Laicità dell’Assemblea Francese). Un successo destinato a radicarsi se in Europa le istanze sociali e la propensione a politiche orientate più all’economia reale che a quella finanziaria continueranno a essere accantonate da PSE e PPE.

La gauche è un qualcosa di puro, non esclusivamente nei militanti come in Italia, ma anche nella sostanza dei partiti. Divisa in più partiti, comunque minoritari rispetto alla totalità della destra, con proposte e temi di vario genere ha messo fine all’erosione di consensi in atto dai tempi di Mitterand. L’alternativa ai big a sinistra è stata raccolta dal Front de Gauche di Jean-Luc Mélenchon, sebbene si sia posizionata solo come quarta forza, il miracolo è stato ricoinvolgere migliaia di militanti e aumentare rispetto alle elezioni del 2007 di un 4% i voti della sinistra oltre il Partito socialista. Quanto a Partito Comunista e a quello Anticapitalista pagano la poca attualizzazione dei programmi elettorali (sebbene in periodo di crisi) e la divisione.

Detto questo l’unica cosa che conta è il risultato e a casa per ora lo hanno portato i favoritissimi François Hollande e Nicolas Sarkozy. Quel che ha colpito gli analisti politici è stato il risicato distacco tra i due candidati (28.6 – 27.3) a favore del leader socialista. Ciò non ha colpito i sondaggisti francesi che hanno solo in questo caso anticipato le tendenze elettorali, preannunciando per il resto un astensione massiccia (ha votato l’80%) e la conquista del terzo posto da parte del Front de Gauche (la Le Pen lo ha distaccato di ben 7 punti percentuali). Lo scontro è tra due uomini e non tra partiti, poiché a vincere sarà il candidato e non il partito. Certo, ascoltando il tono dei discorsi di François Hollande a confronto Bersani emana un carisma degno di Berlinguer, ma la sostanza nel paese transalpino paga. La campagna di François Hollande e del Partito Socialista Francese si è basata sull’essere un “Presidente Normale” in contrapposizione a quello del rivale Sarkozy. Una campagna elettorale di stampo socialista dalla rivendicazione della Sovranità Monetaria (in Italia l’hanno ceduta senza batter ciglio) all’estensione dei diritti di Cittadinanza passando per l’abbassamento dell’iva sulla cultura e il blocco del prezzo del greggio per tre mesi. Eppure in queste elezioni tutti davano per spacciato o quasi l’attuale Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy.

Nicolas Sarkozy è uno how man. Piccolo ed intraprendente ha riproposto la Francia come protagonista della politica internazionale. Dalla concezione dell’Euromed all’attacco in Libia in nome della democrazia e della “Grandeur de la France”. Peccato che la crisi e la sudditanza alla Cancelliera tedesca Angela Merkel lo abbiano portato a istituire e pattuire una regolamentazione europea ove le istanze proposte si sono rivelate insufficienti ad affrontare la crisi dei debiti sovrani e dell’economia reale. Questo, assieme ad un discutibile matrimonio, lo ha reso inviso alla maggioranza di francesi ed europei. Ma la storia insegna che non è mai detta l’ultima parola.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli