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Ave, Cesare! di Joel ed Ethan Coen

Ridendo e scherzando sono passati quasi dieci anni dall’ultima commedia vera e propria dei Coen, il che vuol dire che ridendo e scherzando sono passati quasi dieci anni dal 2008, il che vuol dire che da ridere non c’è proprio un cazzo.
Non che il recente filotto di film più o meno seriosi si sia mai configurato come una crisi di mezza età per i due fratelli, ma non sono sicuro che la loro fase post-Non è un paese per vecchi verrà ricordata come una delle più proficue della loro carriera, e un film un po’ più frivolo della media è sicuramente un buon modo di andare in qualche modo a capo.

Ave, Cesare! frivolo lo è sicuramente, e dico questo senza nessun intento denigratorio. Le fragorose risate che ha suscitato a più riprese in tutta la sala in cui mi trovavo erano di quel tipo che rendono di tanto in tanto il cinema un’esperienza comunitaria anche per un cinefilo alienato, e la cosa è stata gradita.
Il film è ambientato nella Hollywood dell’epoca d’oro e racconta delle peripezie organizzative di un produttore, interpretato da Josh Brolin, costretto a porre rimedio alle svarionate dei suoi sottoposti.
La parodia dei tropi hollywoodiani è stratificata: da una parte ci affacciamo spesso sui set che Brolin gestisce, dove sono in produzione esemplari comicamente stilizzati dei vari generi del cinema americano classico, dall’altra la sua stessa vicenda presenta molti richiami al film noir, ed è ritmata come una screwball comedy. Il risultato finale è un pastiche che non è coerente perché non vuole esserlo.

Quello che fa fare un certo salto di qualità al film sono i momenti in cui si prende una pausa dalla caleidoscopica esibizione del suo cast stellare e dalla sua vena farsesca per regalarci momenti di una delicatezza che risulta quasi scioccante per il fatto che Ave, Cesare! non ne avrebbe alcun bisogno. L’appuntamento tra due giovani attori, messi insieme per ragioni promozionali dallo studio, ma tra cui scatta una scintilla a cui non viene dato nessun seguito o i dubbi paterni e professionali del protagonista, sono elementi della trama in un certo senso gratuiti, ma che stupiscono per la loro naturalezza che non viene danneggiata dal contesto abbastanza incongruo in cui vengono calati.
In definitiva stiamo parlando di un’opera comunque minore nella filmografia dei Coen, ma una di quelle che danno l’impressione di essere un passo nella giusta direzione e un buon presagio per il futuro.

Lui, lei e l’Apple

Spike Jonze è sicuramente un regista di talento, ma non sono forse l’unico a pensare che il suo potenziale si sia realizzato molto sporadicamente durante la sua carriera, e più che altro nell’ambito che l’ha lanciato, ossia quello dei clip musicali. Questa mia opinione ha subito un po’ un colpo da quando ho visto Her, che mi è sembrato di gran lunga il suo film migliore e un’opera che se da sola non basta a proiettarlo nell’Olimpo del cinema contemporaneo, sicuramente mi farà attendere con molta più premura i suoi nuovi lavori.

La trama è ormai nota: uno scrittore di lettere conto terzi installa sul proprio computer un sistema operativo di nuova concezione gestito da un’intelligenza artificiale sofisticatissima, in grado di apprendere dall’esperienza e sviluppare sentimenti umani. Tra Theodore -il protagonista- e Samantha -il sistema operativo- nasce ben presto una relazione sentimentale i cui alti e bassi riempiono la gran parte del film.

Il tono della pellicola è a tratti molto patetico e la storia d’amore è memorabile se non altro per la particolarità della situazione, ma il lato che ho trovato più interessante di Her è la sua visione fantascientifica del futuro prossimo. I cieli della città in cui Theodore si muove non sono percorsi da navicelle volanti e non ci sono ologrammi che fungono da interfacce per dispositivi vari, ma la caratterizzazione della maniera in cui la tecnologia potenzialmente influenzerà il nostro stile di vita è una delle più interessanti a memoria recente, nonchè una delle più plausibili.

Certo, l’intelligenza artificiale perfetta che il film descrive non è proprio dietro l’angolo, ma Samantha può essere presa come un’iperbolizzazione dell’indirizzo che alcuni grossi nomi dell’industria informatica sembrano voler dare ai propri prodotti. Molti dei set del film e degli oggetti che passano per le mani dei personaggi sembrano progettati dai designer della Apple, e l’approccio generale al computer come scatola nera sembra proprio quello della casa di Cupertino, che storicamente dedica ai metodi di interfaccia e al lato esteriore delle proprie macchine un’attenzione maniacale che ha come presupposto l’assunto che l’utente non sia interessato a quello che accade sotto il cofano, ma solo alle possibilità di migliorare la propria produttività o il proprio intrattenimento che la macchina offre.

Il film dà per buona questa mentalità ed esplora alcune possibili ramificazioni con uno sguardo che non vuole essere allarmista ma che sicuramente non ci restituisce una visione rosea delle prospettive future. Da studente di informatica sono per forza di cose dell’altro partito, quello che vuole assolutamente sapere cosa c’è sotto il cofano, e pur non antagonizzando aprioristicamente l’approccio alla computazione della Mela trovo vagamente deprimente un futuro in cui l’utente di una macchina diventi sempre più una componente esterna del processo computativo, fino al per ora impensabile estremo in cui il computer assume pressochè pari dignità rispetto al suo manovratore.

Il finale del film anche è alquanto iperbolico e sfocia in una dimensione che va al di là di queste discussioni sulla tecnologia, ma noi che ai computer vogliamo bene anche quando non hanno la voce di Scarlett Johansson possiamo leggerlo come un appello per un altro tipo di etichetta nei rapporti uomo-macchina, che sia più rispettosa delle prerogative di entrambi.

La città di Her

Uscito nelle sale italiane il 13 marzo scorso, Her è tutt’ora in programmazione in non pochi cinema della Capitale. In concorso al Festival Internazionale del film di Roma 2013, il film valse sia il premio per la miglior interpretazione femminile a Scarlett Johansson (di fatto un’interpretazione esclusivamente vocale) sia un premio collaterale a Spike Jonze, la migliore regia venne assegnata a Kiyoshi Kurosawa per Sebunsu Kodo.

Non è stata di certo la giuria del festival capitolino presieduta da James Gray a decretare il successo internazionale del film di Jonze, ma quantomeno possiamo dire di aver omaggiato noi prima di altri uno dei fenomeni cinematografici dell’anno, probabilmente il più originale. Dopo Roma Her è stato acclamato più o meno ovunque, fino ad ottenere 5 Nomination ai Premi Oscar 2014, aggiudicandosi il premio per la Miglior Sceneggiatura originale, anch’essa ad opera di Spike Jonze.

Non sono di certo un addetto ai lavori ed il mio amico Lorenzo Peri conduce con un’autorevolezza invidiabile la nostra sezione tematica dedicata al mondo del cinema ogni venerdì, per cui rinvio da subito a Lui per qualsiasi perplessità in merito, ma di certo anche la mia discutibile sensibilità poteva intuire che dietro l’operazione Her vi fossero tutti gli ingredienti necessari per un successo internazionale.

Innanzitutto quando Spike Jonze dichiara di aver avuto un’ispirazione decisiva parlando con il suo amico e collega Charlie Kaufman – i due hanno lavorato assieme sia per Being John Malkovich sia per Adaptation (in Italia Il ladro di orchidee), ma Kaufman ha firmato la sceneggiatura di altre importanti pellicole come Confessioni di una mente pericolosa e Se mi lasci ti cancello (Confessions of a Dangerous Mind e Eternal Sunshine of the Spotless Mind) – ci si sarebbe già potuti aspettare un prodotto significativo. Non ci stupisce d’altra parte che lo stesso Kaufman non firmi la sceneggiatura di Her. Jonze sente il soggetto troppo personale per condividerlo lavorandoci a quattro mani come nelle precedenti collaborazioni sopracitate, così l’impronta di Kaufman, per quanto a mio modo di vedere resti evidente nella pellicola, rimarrà un qualcosa di aleatorio, un’ufficiosa nota a margine, traccia del trascorso sodalizio.

Risultano invece assolutamente tangibili un cast di primo ordine, oltre ad un Joaquin Phoenix in stato di grazia registriamo l’ennesima eccellente interpretazione di Amy Adams, ed una colonna sonora d’eccezione composta dagli Arcade Fire, premiati con la Nomination come Miglior colonna sonora, anche se la Nomination ricevuta dal film per la miglior canzone – The Moon Song – è da attribuire a Karen O, anche lei coadiuvata da Spike Jonze in fase di scrittura.

Ma eccoci agli aspetti che più ho amato in Her. Fotografia, scenografia e costumi, ad opera rispettivamente di Hoyte Van Hoytema, di K.K. Barrett con Gene Serdena e di Casey Storm (solo i secondi hanno ricevuto una meritatissima candidatura al Premio Oscar per la Miglior scenografia).

Qui la questione si complica, o meglio, entra nel vivo la mia chiave di lettura legata a “la città di Her”. Sebbene il film risulti volutamente sospeso, collocato “in un futuro non troppo lontano”, dove la partecipazione delle intelligenze artificiali assume una proporzione quasi predominante rispetto alla componente umana, allo stesso tempo la narrazione è visceralmente aggrappata al fenomeno urbano, al contesto nel quale si muove Theodore Twombly. La regia sceglie di non inquadrare mai nessun mezzo di trasporto per non imporre un’interpretazione chiara rispetto la collocazione temporale delle vicende. D’altra parte, esalta costantemente gli scenari metropolitani, punti di vista eccezionali tali da rendere lo skyline un elemento imprescindibile per l’esatta comprensione del film. Tutto questo è filtrato magistralmente dalla fotografia di Van Hoytema, che calibra luci ed atmosfere con una felicità impressionista ed una malinconia hopperiana.

L’escamotage riguardante la collocazione spaziale è possibilmente ancor più raffinato, si potrà dire anche poetico, ironico, angosciante. La città di Her, e qui mi chiedo quanti lo abbiano notato durante la proiezione in sala, è un’esatta crasi tra due metropoli distanti un oceano, Los Angeles (dove viene collocato erroneamente il film) e Shanghai. E’ come se una sola città non bastasse a restituire l’esatta complessità del futuro che ci attende. Come un prestigiatore Jonze intervalla i respiri offerti dallo sprawl urbano di Los Angeles all’indicibile, quasi sovrannaturale, densità di una Shanghai mai così onirica ed evocativa. Questo è ancora più curioso se lo si confronta con l’attenzione maniacale che viene riposta nel “raccontare-progettare” gli spazi interni dove i personaggi vivono e lavorano. Sofisticati punti luce, elementi di design esibiti come fossero in un interno d’autore presso una fiera del mobile, abiti un po’ nerd un po’ radicale, a metà tra la moda scandinava e quella dei manga made in Japan, un brusio di sottofondo fatto di mail, di auricolari, di media e di luci che ci racconta un futuro che sembra già passato.

Ci raccontano di un mondo che forse già viviamo.