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Ogni mattina, in Africa…, una gazzella…


Arthur Schopenhauer è un autore che non va tanto di moda. Ho studiato qualche anno dai simpatici padri gesuiti della Gregoriana di Roma: di Schopenhauer neanche l’ombra. Derubricato tutt’al più ad un tale che ha influenzato quel sovversivo di Nietzsche. Ora studio a Roma Tre. Di Schopenhauer appena una penombra. Derubricato tutt’al più ad un tale che ha influenzato quel gran fico di Nietzsche.

Cambi l’ordine degli addendi, ma il risultato non cambia. Il soldato Arthur è M.I.A., missing in action.
A me, però, il Nostro sta simpatico. Un articoletto non glielo leva nessuno.
Iniziamo dalle basi. Schopenhauer nasce nel 1788. Il suo capolavoro è Il mondo come volontà e rappresentazione. Già il titolo dice molto. Vediamo.
Tre sono i termini sui quali focalizzarsi: «mondo», «volontà», «rappresentazione». Il mondo può essere inteso, direbbe Wittgenstein, come la totalità dei fatti. Detto più semplicemente, il mondo è il pentolone in cui si mischia tutto quello che accade. Ora, il titolo in questione ci dice che questo pentolone di avvenimenti può essere inteso in due modi: come volontà e come rappresentazione, dove il primo termine indica il fondamento, la verità delle cose, il secondo l’apparenza delle cose.
«Volontà» ha una radice comune alla parola «violenza». In effetti, secondo Schopenhauer, quello che accade nel mondo ha un’origine, un fondamento, appunto, violento. Questo fondamento è, come già detto, la volontà, la volontà di affermarsi, di prevalere, di essere il “numero uno”. E questo non solo negli uomini o negli animali. Prendiamo in considerazione il tempo: ogni istante, ogni minuto, ogni ora vuole letteralmente inglobare, ingurgitare quella precedente. Ed il problema si ripresenta in ogni ambito del reale: ogni mattina, in Africa, una gazzella… vuole evitare di finire sul tavolo del sig. Leone che, invece, vuole magnarsela. I fiumi, esondando, vogliono prevalere sugli argini. La gravità e le masse si prendono a sberle dalla mattina alla sera perché l’una vuole prevalere sull’altra. Il mondo è fatto così. C’è poco da fare.
Questa drammatica situazione, tuttavia, non ci è poi tanto familiare. Ci sembra contro-intuitiva. Perché? Perché siamo schiavi delle apparenze. Come recita il titolo, il mondo può essere considerato in due modi: mettendoci gli occhiali dell’apparenza, che ci fanno apparire la realtà tutta rosa, con lo zucchero a velo che cresce sugli alberi e i pony che saltellano (mondo come rappresentazione), oppure togliendoci gli occhiali e allora il mondo, concedetemi il francesismo, è un gran troiaio (mondo come volontà).
Che si fa? Noi piccoli abitatori del pianeta terra, cosa dovremmo fare? Continuare a vivere di apparenze? Mh. Non è da fighi. Chuck Norris non lo farebbe. Lottare? Sìììì. Ma per cosa? Ecco il punto.

Secondo Schopenhauer, ogni donna e uomo con un po’ di fegato – e di interesse per il pensiero speculativo – dovrebbe impegnarsi a cercare di sfuggire, liberarsi dal meccanismo perverso della volontà. E può farlo in quattro modi.
Anzitutto, con l’arte. L’arte ci consente di sputare fuori le nostre rabbie, i nostri istinti più volenti, la nostra aggressività. Ci permette di espellere la volontà in maniera sana. Purtroppo, però, l’effetto dell’arte è condizionato dal tempo: i quadri si riempiono di muffa, i palazzi, prima o poi, crollano, e la musica non si suona da sola. Serve qualcuno che la suoni. E quel qualcuno non suonerà per sempre.
Seconda idea. La giustizia. Essere giusti vuol dire astenersi dal far violenza al prossimo. C’è un problema. Il grado di astensione dal far violenza la prossimo, chi lo decide? Il soggetto. Sono io che decido cosa voglio che sia giusto. Anche qui, come vedete, la volontà sembra fregarci.
Si potrebbe tentare con la compassione, dice Schopenhauer. Peccato che anche nella compassione per i malcapitati ci sia sempre un certo grado di narcisismo, di «Eh eh, ma quanto sono bravo? Ma quanto sono buono?!».
Quarta ed ultima soluzione. Concentrarsi. Focalizzare tutte quante le proprie forze per riuscire, come un monaco tibetano, a non-volere. Quella che Schopenhauer chiama noluntas è una forma di allontanamento estremo dalla violenza della volontà, che si può raggiungere solo alla fine di un lungo e profondo cammino di ascesi.
Vi avevo detto che Schopenhauer mi sta simpatico, è vero. Però non mi ha mai convinto davvero. In che modo il non-volere ci libera dalla volontà? Non-volere non è pur sempre una forma di volizione? Ho l’impressione che, se le cose stanno effettivamente come dice il Nostro, allora la volontà è una bestiaccia che ti frega sempre. È come la verità. Chi nega il vero è convinto che tale negazione sia… vera. E dunque riafferma il vero stesso. Chi nega l’esistenza della storia, lo fa pur sempre all’interno della storia. Allo stesso modo ogni negazione della volontà riafferma l’esistenza e la potenza della volontà stessa.
Ecco perché apprezzo Nietzsche. Perché se veramente la volontà è il fondamento della realtà, allora bisogna arrendersi ad essa, farla propria e utilizzarla per sopraffare il prossimo. Ecchissenefrega, una volta per tutte, del buon Samaritano.
Ma ripeto, solo se la volontà fosse effettivamente il fondamento del mondo. E qui uso il congiuntivo, perché, temo, le cose stiano diversamente.

Giulio Valerio Sansone