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Terzo rapporto sul Secondo Welfare in Italia 2017

Il Laboratorio di ricerca Percorsi di secondo welfare, progetto realizzato dal Centro Enaudi ha presentato – a fine novembre 2017 – il Terzo rapporto sul Secondo Welfare in Italia mostrando le peculiarità del Settore e le sue potenzialità.

Accanto al “Primo Welfare”, l’ordinario sostegno di matrice pubblicistica e, perlopiù, statale, viene analizzato correttamente il c.d. “Secondo Welfare”, ossia il welfare che derivi da iniziative di (o meglio con) privati, quale quello contrattualistico/aziendale.

Il Secondo Welfare infatti, spesso sottovalutato o addirittura criticato per la sua dimensione (erroneamente definita) “privatistica”, sebbene sia più corretto definirlo in una declinazione “collettiva” o almeno “civica”, ha assunto una primaria rilevanza nell’innovazione sociale del paese, tanto da raggiungere circa il 5% del Pil dell’Italia, in una progressiva crescita costante che può evincersi facilmente confrontando il presente lavoro con quelli dei due anni precedenti (emblematici al riguardo le menzioni delle difetti (sempre variegate) misure di secondo Welfare presenti, definiti veri “pilastri” nel recente lavoro in luoghi dei “cento fiori”  appena nati e bisognosi di crescita identificati nel primo rapporto redatto dal Laboratorio.

Non è welfare “privato”, almeno non nell’accezione stretta del termine, in quanto una parte molto importante di risorse è frutto di mobilitazione e organizzazione collettiva di fondi che non sarebbero altrimenti (o almeno non immediatamente, né facilmente) disponibili per la sfera del welfare. I confini sono mobili, l’ho già detto, e non sempre trasparenti.

Nella precisa e puntale ricostruzione storica del fenomeno, il rapporto si concentra sulle singole voci più rilevanti nello scenario attuale, soffermandosi sulle potenzialità ma anche criticità del mondo assicurativo ed aziendale, sugli istituti delle Fondazioni e sulle diverse declinazioni delle forme di solidarietà.

Particolarmente rilevante è l’indagine sull’Innovazione sociale che, pur nella sua variabile e plurima definizione, viene intesa nelle “nuove risposte in grado non solo di soddisfare nuovi e più pressanti bisogni sociali, ma di favorire contemporaneamente interazioni tra tutti gli attori coinvolti nell’erogazione di prestazioni e servizi alla persona.”

Si parla del suo rapporto con la dimensione normativa e finanziaria nonché come la struttura e la policy possano costituire barriere e degli ostacoli ovvero dei fattori facilitanti di tale innovazione, a seconda delle singole misure attuate e da attuare.

È difatti oramai conclamata la crescente importanza che ha assunto in questi anni l’innovazione sociale. Concetto che è idoneo a definire innumerevoli prerogative dell’aggettivo “sociale”: sia essa “inclusione” sociale quale risposta alla “crisi” sociale o ancora “partecipazione” sociale intensa come in senso civico-resiliente. L’innovazione sociale è il vero baluardo per arrivare ad una società “sociale”.

Tali forme non costituiscono pertanto un’alternativa al Welfare Pubblico ma una sua integrazione soprattutto laddove quest’ultimo risulti fallace e non sufficiente.

Tale concetto è essenziale, difatti il primo ostacolo è senz’altro quello di vincere la ritrosia della classica contrapposizione tra Pubblico e Privato (che come, detto, “privato” secondo la sua storica accezione non è).

Nell’Introduzione del Terzo rapporto sul Secondo Welfare in Italia analizzato si legge infatti che “nel nostro Paese è molto radicata la cultura del “Pubblico” come sfera privilegiata o addirittura esclusiva del welfare e dell’“universalismo” (accesso, omogeneità delle prestazioni, finanziamento fiscale, erogazione da parte dell’amministrazione pubblica) come unico approccio in grado di garantire l’equità. Abbiamo già avuto modo di dire, nei Rapporti precedenti, che pur contenendo un grano di verità, questo orientamento è in realtà una petizione di principio, comprensibile nel discorso politico, molto meno in quello della ricerca empirica. 

Chi pratica seriamente la ricerca e ha conoscenze storico-comparative sa bene che processi ed esiti delle politiche dipendono da tantissimi fattori. E che nel mondo reale i valori dell’efficienza, dell’efficacia e dell’equità si realizzano attraverso mix di strumenti, in combinazioni contingenti e variabili. Non solo: il “Pubblico” come sfera di definizione e garanzia dell’interesse generale e del bene comune è un’astrazione, in quanto sempre politicamente costruita in contesti pratici. E dunque frutto di negoziati e compromessi fra idee, valori e interessi in competizione fra loro – compromessi non sempre virtuosi. Proprio l’esperienza italiana dovrebbe averci insegnato questa lezione. Quando parliamo di Stato sociale, proviamo per un momento a spostare l’attenzione da sociale (le prestazioni che arrivano ai cittadini) a Stato. E poi associamo Stato a politica e pubblica amministrazione, quelle sfere di cui come scienziati sociali abbiamo analizzato e documentato per decenni limiti e difetti. Questo esercizio dovrebbe indurre qualche cautela riguardo alla presunta e assoluta superiorità del “Pubblico” (rispetto al “civile” o a un qualche mix che comprenda anche il privato) nel rispondere ai bisogni sociali.

Per evitare equivoci” conclude chiarendo la propria introduzione il Terzo rapporto sul Secondo Welfare in Italia “essere cauti non significa rassegnarsi al fatto che in Italia abbiamo e dobbiamo tenerci una politica e una pubblica amministrazione di cattiva qualità. Né significa svalutare l’importanza dei diritti, delle tutele, degli schemi e delle strutture statali. Cautela vuol dire solo realismo. Si tratta di un’esortazione a vigilare sui limiti e le disfunzioni che caratterizzano il sistema politico e amministrativo italiano (che concretamente sono, appunto, il “Pubblico”). E, parallelamente, una esortazione a considerare la possibilità che agli esiti desiderati (solidarietà, sicurezza) si possa arrivare, a seconda delle circostanze, seguendo diverse possibili strade, a volte spostandosi dall’una all’altra. Parlando più chiaro: la nostra è una esortazione a non pre-giudicare il secondo welfare come programmaticamente erosivo rispetto al primo, a rimanere aperti (sul piano descrittivo e su quello valutativo) rispetto al contributo positivo che il secondo welfare può dare alle chance di vita dei cittadini in questa nuova fase storica di ri-sperimentazione del welfare e dei suoi modelli.”

L’impossibilità del Welfare “tradizionale” di sostenere sulle proprie spalle tutto il peso sociale è ormai chiaro.

I numeri infatti non mentono: l’Italia è sopra la media europea per rapporto Pil/spesa sociale con un rapporto più alto solamente in Danimarca, Francia e Finlandia (fonte Eurostat, 2014), mentre il rapporto tra spesa sociale e l’intera spesa statale arriva addirittura al 54,1%, ovvero ogni 2 euro spesi dallo Stato più di 1 viene utilizzato per pensioni, sanità, assistenza sociale e politiche attive e passive del lavoro (fonte Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, 2015).

È chiaro pertanto che le problematiche sono semmai da indirizzarsi nelle scelte politiche sottese all’utilizzo delle risorse finanziarie (si pensi alla spesa pensionistica, pari al 16,4% in luogo del solo 1,4% del Pil destinato a misure a sostegno delle famiglie, fonte Eurostat, 2014) e, la pressione sociale può trovar sfogo, almeno parzialmente nel Welfare Secondario quale volano di nuove soluzioni alternative agli ammortizzatori sociali.

Di seguito il link per visionare e scaricare il rapporto:

http://www.secondowelfare.it/rapporti/terzo-rapporto-2w/terzo-rapporto-sul-secondo-welfare-in-italia-2017-3r2w.html