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La fine del sogno di una terza via europea

E’ tempo di Elezioni Europee, tempo scandito secondo i Trattati da un lustro che assume il compito di esser tempo di bilanci. Il bilancio di quest’ultimo lustro per l’Europa Unita è quantomai pessimo. Pessimo nell’Unione economica Monetaria iniziata con il Trattato di Maastricht e concretizzatasi nel 2002 con l’entrata in vigore della moneta unica. Ugualmente questo lustro è stato pessimo a causa della crisi economica che ha visto partire essa dagli Stati Uniti d’America per poi concentrarsi ed incresparsi nelle viscere del tessuto industriale del vecchio continente.  Infine, questo sarà ricordato come il lustro che ha posto fine al “Sogno Europeo” dei popoli e delle differenze unite. A differenza da quel che sosteneva Roberto Saviano nella trasmissione “Vieni via con me” le tesi del Professore Gianfranco Miglio, allievo di Alessandro Passerin d’Entrèves ed ideologo della Lega Nord, la concretizzazione delle macroregioni all’interno dell’Unione Europea è divenuta realtà.

Dimostrazione ne è il riconoscimento normativo anche nello sfruttamento dei fondi strutturali messi a disposizione dalla Commissione Europea. Tant’è che le strategie macroregionali sono state inserite nel nuovo regolamento sulle disposizioni comuni sul Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), Fse (Fondo sociale europeo), Fc (Fondo di coesione), Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale) e Feamp (Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca) e disposizioni generali sui fondi della politica di coesione e nel regolamento relativo all’obiettivo di cooperazione territoriale europea.“Tale regolamento rappresenta una reale opportunità per la strategia della Macroregione adriatico ionica perché precisa che tutti i fondi strutturali possono sostenere le priorità macroregionali“.

Lo ha detto mercoledì 19 febbraio 2014 a Bruxelles il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, nel corso della riunione della Commissione Politica di coesione territoriale (Coter) del Comitato delle Regioni alla quale ha illustrato il parere sulla strategia adriatico ionica richiesto dalla Presidenza greca della Ue al CdR. Come a dire, che agli europeisti dell’ultima ora, manca il “quid” che per anni e decenni  ha fatto crescere il sogno di un’Europa unita e federale. Fondamentalmente ciò non è avvenuto, non per l’ostilità dei popoli europei, ma per l’incapacità e la sudditanza verso alcuni poteri dei legislatori di Bruxelles. Infatti, le politiche economiche e monetarie hanno visto il loro fallimento più pieno e non vi è alcun dato oggettivo disponibile che dimostri una risultante di crescita economica  e di stabilità negli ultimi dieci anni. In più occasioni si è assistiti a una politica monetaria forte nei cambi, ma totalmente dannosa per il tessuto produttivo con il  governatore Mario Draghi da anni in guerra, senza mezzi legislativi opportuni, con gli altri Governatori delle Banche Centrali. Vi è da ribadire come lo Statuto della BCE, la sua poca dipendenza dai popoli e il non essere “prestatrice d’ultima istanza”, l’abbia resa il baluardo e il simbolo di un’unione troppo amica della finanza e poco delle industrie e dei cittadini europei.

Le critiche mosse dai premi Nobel Sen e Stiglitz vanno nella loro analisi contro le politiche messe in campo, ma a differenza di quel che si può pensare, esse sono più vicine al sogno autentico europeo che a quello antieuropeista. Questo per non parlare della politica industriale ove l’Unione Europea sembra esser stata incapace, assieme ai governi nazionali, di gestire il tesoro economico e tecnologico che era presente nel vecchio continente. Questi dati non provengono da fonti esogene rispetto all’Unione Europea, bensì dal Rapporto ufficiale della Commissione intitolato Quarterly Report on the Euro Area“. In esso si afferma che l’Europa sarà ancora più povera tra dieci anni. I grafici, facilmente analizzabili, rendono chiara la visione di un crollo dell’industria fin dal 2000. Per loro stessa ammissione le politiche monetarie della BCE e della Commissione Europea, condite dall’austerity ci porteranno ( è scritto nel rapporto ) a essere il 50% meno sviluppati degli Stati Uniti d’America.

Il documento “Quarterly Report on the Euro Area, Volume 12, N. 4″, scritto nero su bianco, dalle mani dei funzionari e Commissari europei dello scorso lustro, dimostra al momento il fallimento  dell’esperimento della moneta unica, che dovrebbe avvenire, secondo alcune proiezioni degli analisti, entro e non oltre la data del 2023. Le proiezioni degli analisti vengono compiute per fini strettamente lavorativi e non per complottismi vari. Si legge nel Rapporto che nel 2023 l’Europa sarà crollata per ciò che investe lo stile e il tenore di vita dei cittadini rispetto agli USA del 40%, ovvero uno standard di vita, che comprende servizi, potere d’acquisto delle famiglie, prezzo dei beni al consumo, occupazione inferiore persino a quello che si aveva negli anni ’60, gli anni del cd. ‘boom economico’.

Altro elemento di scure sugli ultimi anni dell’ultimo lustro europeo è stata la sua politica estera. E’ un po’ come avviene spesso nelle redazioni di giornali o società ove la pariteticità dei membri e il non coordinamento rendono lo sviluppo pressochè impossibile. In tal maniera si è distrutto il sogno di tre Padri Fondatori dell’Unione Europea quali Adenauer , Schumann e Monnet. La dimostrazione lampante ne è l’Ucraina, ove la poltica estera europea vive di una schizofrenia, da un lato l’UE è consapevolmente legata economicamente ed energiticamente alla  Russia, ma dall’altro è coinvolta dalle politiche della storica alleanza NATO.

 

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In questo modo è morto il sogno di un’Europa forte capace di essere il terzo blocco nel mondo. Un’Europa morta sotto i colpi dei suopi stessi sostenitori e dell’assoluta incapacità dei popoli europei di mantenere la propria cultura e primato nel “diritto”. La fine del sogno di una terza via. Una via distinta da quella dell’alleato americano, ove poter essere non ostili a politiche di welfare. Una terza via differente da Mosca e il suo forte contcetto “Euroasiatico”.

Uan terza via che non c’è, neppur nel Mediterraneo. E questo è un male non solo per gli europei, ma per l’umanità.

 

La congettura di Sen

L. Wittgenstein

Mi è capitato, tempo fa, di parlarvi di uno dei due maggiori filosofi del XX secolo: Ludwig Wittgenstein. La storia della filosofia tende a fare una distinzione tra il cosiddetto primoWittgenstein, autore del Tractatus Logico-Philosophicus e il secondo Wittgenstein, autore delle Ricerche Filosofiche.

Se il Tractatus si caratterizza per una forte connotazionelogicista, il secondo fa propria una visione del linguaggio più vicina al modo con cui il parlante ordinario la adopera. Mi spiego meglio. Il primo Wittgenstein si caratterizzava per un intento preciso: strutturare un linguaggio capace di riferirsi ad ogni singolo oggetto ed ogni singolo fatto esistente. Il mondo veniva definito come la totalità dei fatti e si riteneva che il linguaggio potesse integralmente replicare la struttura del mondo stesso.

Così facendo Wittgenstein si era convinto di aver risolto ogni possibile questione di interesse filosofico. Soddisfatto, si diede ad una serie di attività, dal giardinaggio all’insegnamento elementare, che poco avevano a che fare con l’ormai poco interessante filosofia.

Nel 1928, Wittgenstein cambia idea e torna, un anno dopo, a Cambridge. Il genio austriaco aveva intuito che la totalità delle questioni di interesse filosofico erano tutt’altro che risolte. Alcuni stati di fatto: le esclamazioni di dolore, le richieste di aiuto, gli ordini, erano tutto fuorché modellabili da una concezione formalistica del linguaggio quale quella esposta nel Tractatus.

Questa è, per sommi capi, la genesi del secondo capolavoro del Nostro: le Ricerche. C’è però un dato che manca. Qualcosa che la storiografia tradizionale ha a lungo ignorato. A cosa mi riferisco?

Nell’introduzione delle Ricerche compare un ringraziamento a Piero Sraffa, economista italiano, anti-fascista, chiamato a Cambridge da John M. Keynes. Sraffa e Wittgenstein strinsero amicizia ed iniziarono a frequentarsi settimanalmente, dando vita ad uno scambio di idee molto fertile.

La storiografia tradizionale, appunto, riduce il contributo di Sraffa al solo elemento superficiale, senza soffermarsi troppo su cosa cacchio avessero da dirsi un economista ed un filosofo del linguaggio. Detto in altri termini, nessuno si è mai preso la briga di capire cosa c’entrasse Sraffa con le Ricerche.

Amartya Sen

Questo almeno fino all’entrata in campo di un altro economista-filosofo: il premio Nobel Amartya Sen. Sen è il padre di una congettura interessante sul ruolo di Sraffa nel cambio di paradigma tra il primo e il secondo Wittgenstein, una congettura approfondita da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio palermitano. L’idea di fondo è la seguente: Sraffa avrebbe attratto l’interesse del filosofo austriaco perché a conoscenza delle teorie circa la struttura ed il funzionamento del linguaggio di Antonio Gramsci.

Antonio Gramsci?! Che caspita c’entra adesso il fondatore del Partito Comunista Italiano, tra l’altro all’epoca blindato in carcere per la sua opposizione ai fascisti? Qui viene il bello, almeno per noi nerdacci-secchioncelli: Gramsci era un linguista. Aveva studiato la materia all’università, a Torino, proprio dove aveva conosciuto Sraffa. Detto sinteticamente: Wittgenstein avrebbe portato a termine il passaggio dalla prima alla seconda fase del suo pensiero, ispirato dalle idee di Gramsci. Sraffa, che negli anni del carcere visitava regolarmente Gramsci, sarebbe stato il mediatore di questa relazione.

Il pusher, insomma. Cosa sosteneva il politico comunista di così interessante per Wittgenstein? Gramsci aveva recuperato la distinzione marxistastruttura-sovrastruttura applicandola al linguaggio. Le nostre espressioni verbali e grafiche, rappresenterebbero l’elementomateriale (strutturale) del linguaggio. L’uso e il valore sociale del linguaggio ne rappresenterebbero, invece, la componente sovrastrutturale. Un esempio: la frase “La tavola rotonda è quadrata” è strutturalmente ben formata, tuttavia priva di senso. In alcuni specifici contesti d’uso, contesti sociali in cui l’individuo interagisce con altri individui, la stessa frase potrebbe tuttavia essere sensatissima! Si pensi ad una parola d’ordine, una frase di riconoscimento.

L’idea di fondo di Gramsci, dunque, è che la collettività sia in grado di dare al linguaggio un valore, una sensatezza, molto più ampia rispetto a quello che un’analisi formalista e logicista (Tractatus!) rivelerebbero.

Con altre parole, Wittgenstein esprime esattamente gli stessi concetti quando, nelle Ricerche parla di giochi linguistici, contesti in cui le regole del linguaggio sono definite dalla comunità dei parlanti. Regole sociali e pubbliche (sovrastrutturali), dunque, non individuali (strutturali). La somiglianza è sorprendente.

Due conclusioni: la prima è davvero campanilistica, ma poco importa. Non avevo mai parlato, prima d’ora di un autore italiano. Aver scoperto che il numero uno della filosofia del ‘900 possa essere stato influenzato da un nostro conterraneo è davvero una gran figata.

Secondo punto. Si fa un gran parlare della distinzione tra filosofia analitica e filosofia continentale. La prima sarebbe caratterizzata da interessi di genere logico-scientifico; la seconda si occuperebbe invece di etica, metafisica e antropologia. La distinzione è anche geografica: paesi anglosassoni da una parte, Europa continentale (appunto), dall’altra.

Il drammone è che le due parti si detestano: i continentali (non capendo una fava di logica) se la prendono con gli analitici accusandoli di essere superficiali. I secondi (poco abituati ad interagire con la complessità), se la prendono muovendogli la stessa accusa.

È una distinzione che non mi ha mai convinto. Mi sembra ridicolo inscatolare le idee in maniera così rigida.

Conferma di quanto questa distinzione sia sciocca viene proprio dalla congettura di Sen: Wittgenstein viene considerato il big boss degli analitici. Il Gramsci pensatore, invece, rientrerebbe probabilmente nel novero dei continentali.

Il fatto che uno dei maggiori capolavori della filosofia analitica possa essere stato ispirato dalle teorie di un continentale è la riprova di come la filosofia sia un fenomeno troppo ricco per essere ingabbiata in sciocche categorizzazioni.