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Dalla rotta balcanica non è tutto: oltre la punta del tuo naso

Quando ero piccola e mi capitava di farmi gli affari miei e pensare solo a risolvere i problemucci tipo la toppa sul maglioncino, le amiche che non mi parlavano perché ero triste e non ero più divertente mia mamma mi diceva sempre: “Non sai guardare oltre la punta del tuo naso?”. Me lo ripeteva fino allo sfinimento come solo le mamme sanno fare e all’epoca questa cosa mi dava terribilmente ai nervi. In montenegrino “fila” molto di più, lo ammetto, però credo che forse senza saperlo quello che voleva comunicarmi mia mamma in modo così buffo è qualcosa di molto più profondo: per risolvere dei problemi non è possibile:

  1. Considerare gli eventi isolati e non porsi la domanda: perché accade questo? Perché mi si bucano tutti i maledettissimi maglioncini ogni volta? Cosa faccio per farli bucare?
  2. Considerare solo ciò che ti riguarda direttamente senza avere una visione d’insieme. Qualcuna delle mie amiche forse non mi parla perché si è sentita trascurata? Mia madre avrà tempo di cucire il mio maglioncino come voglio io?
  3. Avere una visione a lungo termine delle conseguenze delle tue azioni per capire quale è la soluzione più intelligente. Se rattoppo il maglioncino di qua e di là non è che poi è brutto oppure mi si scuce tutto insieme e non lo posso più usare?

Ecco, ora qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra mia mamma, il mio maglioncino e le mie amiche superbe con la situazione migratoria in Serbia. Bene, ammesso che mammà c’entra sempre, quello che voglio dire è che quello che sta accadendo ora in Serbia, come anche in Grecia e su molti paesi della c.d. rotta balcanica non può essere considerato come un fatto o un evento isolato e dunque risolvibile con qualche sparuta azione come la toppa di un maglioncino. Da un’osservazione attenta della situazione nella primavera dell’anno scorso era già possibile tirare le fila pur non essendo un santone veggente.

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  1. NON CONSIDERARE GLI EVENTI ISOLATI

Al momento ci sono più di 8 mila migranti nel territorio della Repubblica serba. Di questi, 6.000 sono stati accolti in strutture di accoglienza statali su tutto il territorio mentre il restante 2 mila sono migranti non identificati e dunque fuori dal sistema di accoglienza della rete istituzionale.

Molti di loro, come è comprensibile, hanno perciò cercato rifugio per dormire in casali abbandonati, senza riscaldamento, senza servizi igienici e in tende improvvisate in attesa di proseguire il loro viaggio chissà dove e chissà come.

Come abbiamo già sottolineato a settembre nell’articolo: Dalla Rotta balcaninca non è tutto già questa estate il flusso migratorio, proveniente prioritariamente dalla Macedonia e dalla Bulgaria, non è stato interrotto ma è stato caratterizzato da 80-200 arrivi al giorno.

A riprova che la chiusura della rotta balcanica non è stata interrotta nonostante le dichiarazioni pubbliche. Questo andamento è continuato in media fino a dicembre mentre è diminuito vertigionasamente con il peggioramento delle condizioni climatiche e l’abbassamento delle temeprature sotto i 5° fino ad arrivare a meno di 10 arrivi al giorno a aprtire da genaio.

Le condizioni nelle quali vivono i migranti, già al di sotto degli standard questa estate, sono peggiorate con l’abbassamento delle temperature a causa della mancanza di strutture in grado di accogliere i migranti e proteggerli dal freddo, dalla pioggia e dalla neve. La necessità di trovare riparo ha portato molti migranti a raggrupparsi in zone anche al di fuori dal centro, vicino al fiume Sava aumentando la minaccia dei trafficanti di essere umani e dalla criminalità organizzata che ruota intorno a questo complesso fenomeno. Miodrag Cakic, Field Team coordinator di InfoPark una delle organizzazioni non governative di primo piano nel fornire assistenza, supporto e tutela ai migranti, ci ha fatto notare che lo spostamento dei migranti dal centro in stabili de-localizzati in diverse parti di Belgrado rende ancora più difficile fornire assistenza umanitaria e tutela da parte della rete di ONG, tra cui InfoPark, che operano sul territorio. Tutto questo insieme di fattori rende chiaro come, nonostante l’abbassamento dei numeri alla base della chiusura della rotta balcanica caldeggiata dai paesi europei non abbia di fatto guardato oltre la punta del proprio naso, ovvero non abbia considerato le conseguenze della riduzione dell’attenzione pubblica e dei fondi sia nazionali e internazionali sul tema migranti e dei diritti umani connessi alla dignità umana. Come abbiamo già sottolineato più volte aldilà dell’inevitabile importanza dei numeri che ruota intorno al fenomeno migratorio è necessario considerare che una lettura puramente statistica e isolata è fine a sé stessa dal momento che non viene considerato il quantum effettivo di accesso ai diritti umani che vale per ogni singolo e non solo per i grandi numeri.

Il freddo e la neve infatti non hanno fatto che acuire tragicamente disservizi visibili ad un occhio attento anche nei mesi precedenti.

Uno predominante è la mancanza di condizioni sanitarie e igieniche adeguate (mancanza di servizi igienici, docce, fonti di acqua corrente) causa di epidemie diffuse di pidocchi e scabbia. Forse quella più importante e perché no, diciamolo, più sconcertante e avvilente è la richiesta fatta alle ONG da parte del Ministero dell’ Interno, nel novembre 2016, di fermare tutti gli aiuti umanitari di cibo, indumenti e l’assistenza medica che ha reso davvero difficile qualsiasi tentativo di stabilire condizioni di vita dignitose per i migranti a Belgrado.

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  1. AVERE UNA VISIONE D’INSIEME

La policy del governo serbo, ufficiale e non, è stata a lungo strettamente collegata alla sua etichetta di paese transitante dunque alla crisi migratoria del 2015 quando in media un migrante risiedeva in media 72 ore sul territorio serbo e proseguiva “liberamente” il suo viaggio. La problematica principale risiede nel fatto che la politica del governo non ha riequilibrato le proprie azioni sulla dinamicità del fenomeno che non è più caratterizzato da migranti transitanti di brevissimo periodo ma di migranti che sono costretti a risiedere per un periodo più lungo perché intrappolati dal difficile varco dei confini. Questo comporta che le autorità continuano l’applicazione di direttive incoerenti e spesso inapplicabili ma soprattutto spesso inutili.  Nonostante nel dibattito pubblico sia stato più volte affermato che i centri di accoglienza ammettono ancora i migranti senza documenti per offrire loro assistenza umanitaria la cornice della realtà ci testimonia che la maggioranza di loro non ha avuto fino a fine dicembre accesso ed è stata costretta a trovare soluzioni alternative, con i dovuti rischi connessi.

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  1. AVERE UNA VISIONE A LUNGO TERMINE E PENSARE ALLE CONSEGUENZE DELLE TUE AZIONI

Con il deteriorarsi delle condizioni ormai trapelate nella stampa internazionale che si è ricordata improvvisamente di questa possibilità è stato necessario correre ai ripari il prima possibile, prima di sporcarsi la reputazione. Per fare politiche e azioni tempestive è stato necessario raggirare il sistema, la legge nazionale sul diritto di asilo essenzialmente, ufficialmente e ufficiosamente.

Nonostante un’altra massima sia: “meglio tardi che mai” è importante continuare a seguire la logica di mia mamma per capire che anche questa azioni non hanno un’efficacia così profonda. Queste azioni quali effetti hanno a lungo termine? Quali saranno le conseguenze? Con una legge nazionale che non coincide con la pratica ma che comunque esiste e direttive incoerenti con la legge di riferimento tutto sembra ancora più complesso.

Ad ogni modo al momento tutti i migranti regolari in Serbia hanno un documento che li identifica come richiedenti asilo, nonostante il 95% di loro non seguano l’iter della richiesta di asilo previsto dalla legge. Questo dato risulta importante in quanto è capendo quali direttive e procedure vengono seguite che è possibile determinare gravi violazioni del diritto internazionale, della convenzione di Ginevra -ratificata dalla Serbia- ma soprattutto determinare quali sono i risvolti possibili dei movimenti migratori in ambito internazionale. Dal momento che tutti vengono registrati come richiedenti asilo ma solo una piccola percentuale, una variabile X, decide effettivamente di proseguire l’iter diventa davvero complesso adattare strategie a lungo termine che rientrino in un quadro legale.

Un’altra difficoltà che deriva da questa decisione di registrare tutti, transitanti e non, come richiedenti asilo pone anche il problema dell’assistenza di molte ONG che si sono adattate all’approccio statale di considerare informalmente la distinzione e non fornire spesso assistenza dal momento che riconoscono i migranti transitante pur essendo questi formalmente e legalmente indistinguibili.

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I NUOVI RISVOLTI:

All’inizio del 2017 con la diffusione delle prime immagini sconcertanti sui media internazionali le istituzioni hanno fatto il primo tentativo di trasferimento regolare di migranti.

Più di 400 sono stati trasferiti da Belgrado a strutture di accoglienza recentemente aperta a Obrenovac durante gli ultimi 7 giorni, e si prevede che almeno altri 400 verranno ricollocati nelle prossime settimane. Sono iniziati inoltre intensamente da parte delle istituzioni i lavori sul miglioramento delle capacità ricettive in altri tre centri di accoglienza nel Nord della Serbia.

Tuttavia, anche se questa tendenza positiva continua e lo stato serbo riesce ad aumentare in modo significativo le capacità all’interno del suo sistema di asilo, si deve avere in mente che nonostante il  miglioramento delle temperature in primavera ci si può aspettare un drastico aumento del afflusso di migranti, raggiungendo i livelli che abbiamo documentato lo scorso anno. E’ molto probabile che nel 2017 l’ondata migratoria proveniente dal Medio Oriente, l’Afghanistan e, in misura minore l’Africa, aumenterà a causa del numero di migranti che ora tentano di raggiungere altri paesi dell’UE e che possibilmente verranno respinti  dalla Germania alla Bulgaria (in accordo con la Dublin Regulative), passando ancora una volta attraverso il territorio serbo.

Gli sforzi del governo serbo sono molti ma manca la logica di mammà, compagine internazionale compresa, di guardare un po’ più in là del nostro naso, caccoloso aggiungerei, per trovare soluzioni più coerenti.

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Dalla rotta balcanica non è tutto. Migranti al confine tra Serbia e Ungheria

Nella Serbia del Nord nei pressi di Subotica, a Horgose e Kelebija, i due passaggi al confine con l’inospitale Ungheria, stazionano un totale di 1.500 migranti in condizioni precarie mentre più di 1.000 migranti si aggirano a Belgrado tra parchi, stazioni dell’autobus e il centro di ricezione di Krnjaca smaniosi di incontrare i trafficanti di esseri umani. Il resto dei centri di accoglienza sono sovraffollati a tal punto che il governo ha già varato permessi d’emergenza per la costruzione di nuovi centri. L’aumento delle entrate al confine serbo con la Macedonia ma soprattutto con la Bulgaria da maggio a giugno, l’accesso giornaliero di 15 persone oltre il confine ungherese e la prospettiva della sfracellamento del “big Deal” europeo con la Turchia prospettano un futuro non così incerto: l’aumento dei flussi e il rischio di convertire la Serbia in una nuova Grecia sotto l’effetto tampone. Il governo serbo nel frattempo fa un passo indietro rispetto alle politiche pro-migratorie dell’anno passato inviando presidi militari intorno a tutte le frontiere soprattutto con Bulgaria e Macedonia, principali vie di accesso dei migranti. Subito dopo il golpe in Turchia il presidente serbo Vucic ha riunito un consiglio di sicurezza pubblica al termine del quale ha annunciato che la Serbia non può diventare un “parcheggio” di rifugiati indesiderati all’Europa riferendosi alla possibilità che la Serbia da paese di transito si trasformi in meta, laddove non sussistano alternative che permettano ai migranti il passaggio versi i paesi desiderati, perlopiù Germania e Svezia. Una prospettiva possibile questa che desta numerose preoccupazioni per un paese fragile da più punti di vista che tenta di imboccare la via dello sviluppo e dell’Europa. Le due tendopoli che si sono formate questa estate a Kelebija e Horgose nella “no man’s land”, tra i due confini ricordano le immagini tristi di Idomeni testimoni di un’Europa sterile che più che negare la terra in nome della sovranità nazionale nega l’uomo all’uomo infrangendo l’essere umano. Le condizioni di questi insediamenti informali sono al confine anche con la coscienza della difficoltà con la quale si va a visitare questi posti: le autorità ungheresi avevano infatti vietato l’accesso alle ONG serbe che offrivano numerosi servizi e aiuti umanitari; era concesso l’accesso solo all’UNHCR e a Medici senza frontiere. Le condizioni igieniche disperate, senza acqua per lavarsi e alcuni bagni di supporto sistemati dalle autorità serbe. Circa il 40% dei migranti sono bambini.

 

La ragione del diniego di accesso a numerosi aiuti umanitari era dovuto alla consapevolezza delle autorità ungheresi che, qualora le condizioni di vivibilità fossero diventate accettabili, l’aumento degli insediamenti, dunque dei tentativi di accedere in Ungheria, sarebbero aumentati inevitabilmente. “Nessuno vuole una seconda Idomeni” mi dice l’operatore di Ja sam covek, ONG serba che offre connessione Wi-fi e postazioni per caricare i cellulari. La causa principale della formazione di questi insediamenti è più complessa. Considerando l’equilibrio intenso tra un forte push factor –fattore che misura le ragioni di abbandono dei migranti del proprio paese- e un pull factor –fattore di attrazione dei paesi di destinazione – la chiusura delle frontiere dei paesi della rotta balcanica a marzo non è stata niente altro che un palliativo dal gusto “placebo” per l’orizzonte anti-migratorio europeo.

 

Certamente, i flussi sono diminuiti rispetto alle 4-5 mila entrate che si registravano a settembre dell’anno scorso in Serbia, ma non si sono arrestati, raggiungendo a luglio 300 entrate al giorno. Inoltre, sarebbe opportuno riflettere sul fatto che i numeri isolati e spesso bugiardi, in fondo, sono fine a sé stessi e al massimo al pugno di populismo galoppante, ma ciò che conta davvero è l’equilibrio che c’è tra questi numeri e l’accesso a un nucleo fondamentale di diritti umani e il rispetto della dignità umana. Questo equilibrio è la misura della credibilità della democrazia. Oggi questo equilibrio risulta più precario, per quanto possibile, di qualche mese fa. Sospeso dalla Serbia e dai paesi della rotta balcanica il documento di transito di 72 ore, concesso prima della chiusura delle frontiere ai migranti per attraversare i confini balcanici, andata in letargo la cooperazione regionale per la gestione dei flussi, i fondi umanitari e l’attenzione internazionale, è stata inaugurata la primavera dei trafficanti di esseri umani che gestiscono un transito più diluito, ma costante e balordo. Il tampone nei due insediamenti si è verificato in quanto il governo serbo – in particolare KIRS, Il Commissariato per i rifugiati – pur di mantenere la situazione sotto controllo ha permesso ai migranti transitanti di accedere ai centri rifugiati –Krnjaca, Belgrado- dove veniva offerto loro pasti e posti letto arrangiati nonostante la legislativa nazionale prevedesse l’esclusività di tali servizi ai soli richiedenti asilo. Come forza contrastante l’Ungheria ha continuato a irrigidire la normativa dei respingimenti e a diminuire il numero di entrate giornaliere concesse al confine dai 100 di marzo ai 15 di oggi. Il panorama ha iniziato ad essere sempre più preoccupante in seguito all’approvazione, a fine giugno, in Ungheria della legge che legalizza i respingimenti in Serbia dei migranti “catturati” nel raggio di 8 km in territorio ungherese, oltre il muro di Orban. Il rapporto di Human Rights Watch pubblicato il 13 luglio precisa che i respingimenti vengono fatti anche ben oltre il raggio degli 8 km previsto dalla legge e che risulta ordinario l’uso di gravissime violenze come spray negli occhi con gravi conseguenze alla vista e selfie vittoriosi. Da numerose testimonianze inoltre si evince che i migranti entrati illegalmente vengono rispediti in Serbia oltre il muro umiliati, gattonando tra le buche del “muro di Orbàn”, tra gli insulti delle forze dell’ordine. Solo nella giornata del 5 luglio, a pochi giorni dall’approvazione, sono state rimandate 6000 persone delle forze dell’ordine. Per chi non ha tentato la via illegale si prospetta una lista d’attesa e una lista giornaliera in cui compaiono solo 15 nomi e cognomi. L’attesa dell’appello è l’essenza dell’ansia. Una volta entrati aldilà della frontiera ungherese vengono ospitati in dei piccoli pre-fabbricati dove ha inizio una procedura accelerata della richiesta di asilo che dura in media 28 giorni, compresi i ricorsi, secondo la normativa ungherese approvata l’anno scorso. La fast-track procedurale -più corretto dire analisi sommaria- solleva non indifferenti dubbi sulla possibilità che in così poco tempo ogni richiesta di asilo possa essere esaminata in modo individuale come prevede il diritto internazionale. Ciò significa che le autorità possono dare un diniego sulla sola base della nazionalità di provenienza piuttosto che sulla valutazione delle singole storie dei richiedenti asilo nel contesto di provenienza che dovrebbero attestare “un timore fondato di persecuzione” come definisce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

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I tentativi di diminuire i numeri dei richiedenti asilo in Ungheria sono stati perseguiti anche attraverso l’introduzione – da maggio – della pratica del diniego prima facie della richiesta di asilo grazie al principio di paese terzo sicuro. Questi sono paesi considerati non pericolosi, dove viene attestato un livello di tutela e di accesso al diritto di asilo soddisfacente. La lista, purtroppo, viene fatta a livello nazionale e grazie all’attivazione di tale principio è possibile effettuare i respingimenti una volta provato il transito in quel paese. L’Ungheria infatti aveva dichiarato la Serbia come paese terzo sicuro già nell’estate del 2015, tuttavia la Corte Suprema ungherese aveva vietato il respingimento prima facie in Serbia, per la situazione di emergenza in un primo momento per poi invece consentirlo. Tali respingimenti, senza dare alcuna informazione alla Serbia, violano la normativa internazionale. Gli ungheresi da parte loro considerano i centri di transito a ridosso del confine serbo come entità extra-territoriali all’Ungheria. Risulta chiaro che una tale pratica, qualora si trasformi in una consuetudine, potrebbe contribuire all’aumento esponenziale di migranti in Serbia, che risulta essere il principale corridoio d’accesso all’Europa. Di fronte ad una tale possibilità, le preoccupazioni, oltre che dal governo serbo che si rende conto delle difficoltà economiche e gestionali che potrebbero scaturire da una tale possibilità in un paese già fragile, vengono sollevate anche dalla comunità internazionale per il possibile indebolimento della tutela del diritto di asilo che ne conseguirebbe. Infatti, il report dell’UNHCR, che analizza il quantum di tutele e protezioni nel funzionamento di diversi sistemi di asilo, afferma che la Serbia non può essere considerata paese terzo sicuro in quanto non è in grado di tutelare il diritto di asilo a causa della lentezza delle procedure, la difficoltà nella valutazione delle commissioni nazionali e la grave carenza di personale competente in materia. Basti pensare che nel 2015 nonostante le 577.000 dichiarazioni d’intenzione di fare richiesta di asilo, la maggioranza delle quali effettuate da migranti provenienti dalla Siria, Afghanistan, Iraq, sono state accettate solo 20 richieste di asilo e 14 persone la protezione sussidiaria, una percentuale bassa rispetto alla media europea del 97% di riconoscimento di asilo, in particolare ai siriani.

Le sfide sono insomma numerose dentro l’Unione europea, dove si formano linee di faglia identitarie, e oltre, -ai suoi confini esterni- dove alcuni paesi vedono farsi sempre più vicino il rischio di subire le conseguenze del malfunzionamento europeo nelle politiche migratorie comuni. La speranza di trovare una soluzione in chiave comunitaria risulta ancora nebulosa e fatta di proposte, alcune valide, ma comunque lente e impalpabili nella pratica, mentre le politiche contingenti di alcuni paesi europei in ambito di accoglienza stanno paradossalmente “balcanizzando” la questione migratoria nel suo complesso. Basti pensare ai nuovi muri voluti da una May che risponde dell’onda Brexit e un Hollande sconvolto dagli eventi di terrorismo sicuramente non immuni da politiche migratorie di integrazione sbagliate fatte negli anni passati, agli scandali sui centri accoglienza sotto l’egida mafiosa in Italia.  Se non si troverà e attuerà una soluzione a lungo-termine, con il rischio di una Turchia che minaccia di aprire le porte per ottenere la liberalizzazione dei visti nell’immediato prossimo, sarà l’Europa a essere la “Polveriera dei Balcani”.