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Giochiamo a IA e cowboy: Westworld, la serie

Michael Crichton è un mio punto di riferimento. Per quanto oggi lo trovi un deprecabile reazionario capace di affermare che l’ambientalismo sia una forma di fanatismo e che il surriscaldamento globale non esista, il suo impatto sulla mia formazione è stato simile a quello di Verne o Salgari sulla generazione dei miei genitori. Sono infatti certo che buona parte della mia fascinazione per scienza, tecnologia e catastrofi incombenti sia da attribuire alle riletture maniacali di Jurassic Park, Timeline e Congo a cui mi sono abbandonato in passato. E’ dunque con relativa facilità che sono stato attratto da Westworld, ultima nata in casa HBO: essa è infatti la trasposizione in forma seriale dell’omonimo film del 1976, scritto e diretto proprio dal sopracitato zio Michael. La trama è coerente a quello che potremmo definire “andamento Crichton”:

  • Degli scienziati raggiungono un traguardo impensabile.
  • Uno o più finanziatori vogliono sfruttare al massimo la cosa, con intenti commerciali.
  • Uno o più osservatori esterni intuiscono i pericoli della scoperta (qui purtroppo niente Goldblum) ma vengono ignorati dagli avidi capitalisti.
  • La predizione dell’osservatore si avvera e tutto va a puttane, con esiti letali per chiunque abbia la sfortuna di trovarsi nei paraggi.

Volendo andare a rivestire di specificità questo scheletro (inside joke), possiamo dire che in questo caso il traguardo scientifico è rappresentato dalla realizzazione di robot umanoidi i cui algoritmi di intelligenza artificiale sembrano superare a pieni voti qualsiasi test di Turing: in altre parole, salvo smontarli pezzo per pezzo, non è possibile distinguerli da persone reali. Tali macchine vengono dunque programmate per recitare una parte ed essere calate negli scenari John-Fordiani del parco a tema che dà nome alla serie, dove ricchi visitatori possano dare sfogo ad ogni loro pulsione, spesso estremamente bassa, per sperimentare in prima persona la vita di un abitante del selvaggio west. Partendo da questa premessa, ciò su cui la serie si interroga è cosa succederebbe se il grado di complessità di tali ia fosse tale da far loro sviluppare una sorta di autocoscienza e decidere di non tollerare più un’esistenza segnata solo dall’essere scopate, umiliate e uccise. I principi della robotica di Asimov ci metterebbero al riparo da una comprensibile voglia di riscatto? Ovviamente no e lo intuiamo già dalla prima puntata, quindi niente lacrime da spoiler.

aggiungere un cucchiaino di epicità
aggiungere un cucchiaino di epicità

Come potete immaginare, un prodotto HBO è ormai segnato da un tale livello realizzativo che quasi non serve soffermarsi ad elogiarlo (la sigla da sola manda a casa l’intera produzione RAI degli ultimi 10 anni). Trovo molto più interessante concentrarmi sulla carne al fuoco messa dagli showrunner, uno dei quali è un certo Jonathan Nolan, “forse vi ricorderete di lui” per un filmettino come Memento. Il punto di partenza di molte opere che trattano lo stesso argomento, ad esempio IA di Spielberg, è che le macchine abbiano già raggiunto l’autocoscienza, e dunque differiscano dagli umani solo per il materiale di produzione.

In Westworld invece ci troviamo di fronte ad uno scenario più vicino alla realtà: noi umani siamo ben ancorati alla consapevolezza che nessuna macchina, per quanto dotata del miglior algoritmo mai scritto, potrà mai entrare in possesso di quel soffio vitale che ci contraddistingue, e veniamo messi alla prova nel momento in cui le azioni del groviglio di fili, viti e bulloni che ci troviamo di fronte sembrano indicare il contrario.

Si può dire che all’interno della serie i personaggi reagiscano in maniera differente in base al loro gruppo di appartenenza: il Grande Progettista rispetta le macchine in quanto espressione dell’umano ingegno, ma si impegna, privandole ad esempio della dignità dei vestiti, affinchè nessun collaboratore si lasci trarre in inganno dal loro aspetto. Gli informatici vivono una sorta di infatuazione per i loro prodotti, arrivando a rivolgergli l’affetto che riserverebbero ad un parente, gli addetti alla sicurezza li considerano alla stregua di bestie pericolose da tenere a bada, mentre la gran parte dei visitatori li vedono come la valvola di sfogo per soddisfare pulsioni bestiali senza incorrere in alcun tipo di ripercussione.

L’operazione più interessante consiste però nel manipolare la percezione di noi spettatori: tramite l’adozione di particolari punti di vista e la connotazione negativa di alcuni personaggi, siamo da subito portati a riconoscere un’intrinseca dignità umana alle macchine, e a schierarci contro quelli che, a ben vedere, adottano un ragionevole approccio basato su cautela e sospetto nell’interagire con esse. Se ci pensate bene è come se, utilizzando un tosaerba, trovassimo più giusto preoccuparci della salute delle sue lame che della sicurezza delle nostre caviglie. L’androide, in teoria, si distingue dall’attrezzo solo per complessità dei circuiti e aspetto esteriore, ma ciò è evidentemente sufficiente a farci cambiare del tutto opinioni e punti di vista.

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badass villain 101

A questo interessante filone si va però ad accostare un impianto narrativo sempre più articolato, che mischia la gestione di una crescente entropia interna al parco alle singole linee di trama di alcuni personaggi, umani e robot, in esso ospitati. Nonostante la prima stagione sia in corso, e ne sia già stata annunciata una seconda, la spiacevole sensazione che non riesco a scrollarmi di dosso è che, nonostante alcuni personaggi tutto sommato interessanti e la presenza di due nomoni come Anthony Hopkins e Ed Harris, gli sceneggiatori dovranno faticare parecchio per evitare che la complessità degli eventi esploda tra le loro mani, trascinando tutto il baraccone in un vortice di spiegoni di dubbia verosimiglianza.

Attenti al Demogorgon: Stranger Things, la serie

Ricorderò quella che si appresta a terminare come una delle mie estati meno nerd di sempre. Complice un lavoro che mi tiene attaccato al pc tutto il giorno, arrivata la sera è infatti raro che mi vada di fare altro a parte uscire e incontrare esseri umani. Ciò è chiaramente coinciso con un picco negativo nel mio consumo di fumetti, videogiochi e altri generi di consumo cari a chi frequenti questa rubrica.

A donarmi quella minima dose di cultura geek sufficiente a non sprofondare in una crisi di identità è però giunta Netflix, che con l’uscita di Stranger Things è riuscita a riattirare nelle loro tane gli spettatori che si fossero fatti distrarre da sole, mare e vento, e a cementarvi ancor di più i membri della resistenza pantofolaia. Le vicende narrate nella serie, di cui avrete probabilmente già sentito parlare, hanno luogo ad inizio anni ‘80 in un paesino dell’Indiana, dove, in seguito alla sparizione del dodicenne Will Byers, i suoi migliori amici, la madre e il capo della polizia locale si mettono parallelamente sulle sue tracce. Fin da subito però è evidente il carattere soprannaturale della faccenda, corroborato dalla comparsa di una giovane telepate e dall’apparente ritorno dello scomparso sotto forma di segnale elettrico. Tra scienziati malvagi, agenzie governative, realtà parallele e mostri assetati di sangue, gli abitanti di Hawkins vedranno messi a dura prova i loro livelli di salute psicofisica.

Va subito detto come i Duffer Brothers, ideatori della serie, abbiano con essa voluto ricreare il loro personale altare dedicato al Dio (o alle divinità se preferite una visione politeista) degli anni ‘80: tutto, dai vestiti agli arredi, dalle bici alla musica, cospira per ricreare le atmosfere del decennio pop per eccellenza. Seppure la suggestione è veicolata con innegabile efficacia, va detto che si sarebbero potuti utilizzare mezzi un po’ più raffinati di “poster de Lo Squalo-stacco-sessione di D&D-stacco-poster de La Cosa-stacco-Should I stay or should I go-stacco-riferimento a Stephen King-stacco-modellino di Millennium Falcon”. In alcuni momenti ho insomma avuto la sensazione che il supposto punto di forza della serie finisse in realtà per schiacciarla facendole perdere credibilità: possibile che negli anni ‘80 ogni cosa dovesse per forza urlare “GUARDA SIAMO NEGLI ANNI OTTANTAAAAAA”? Sinceramente non credo.

explorers
A Netflix sarebbe bastato cambiare il titolo su questa locandina

In questo marasma di riferimenti devo però inchinarmi alla colonna sonora, che spicca in particolare per la selezione di temi di raccordo e sottofondo provenienti dal repertorio di pilastri come Vangelis, che meglio di tutte le trovate visive riescono a ricreare quel clima di mistero proprio delle opere a cui i Duffer Bros si rifanno. L’altra pecca della serie riguarda gli scarsi esiti in termini di profondità dei personaggi e coesione del mondo rappresentato. Nonostante le indubbie capacità attoriali del cast, privo di cani, non riesco comunque a scrollarmi di dosso la sensazione di assistere ad una parata di archetipi: i bulli, i nerd, i fichi, l’isolato sensibile, la madre fragile, il padre distante ecc. Fatta eccezione per la figura dello sceriffo, interessante mix di pigrizia, dissolutezza e senso della giustizia, nessuno degli altri personaggi è scritto in modo da andare oltre la prima impressione comunicata allo spettatore. Allo stesso tempo a Stranger Things manca quella scintilla che, specialmente nel caso di storie ambientate in luoghi ristretti, porti il pubblico a familiarizzare con gli ambienti in cui prendano luogo le vicende. Non voglio certo fare paragoni con un peso massimo del world-building (se non credete che esista una disciplina con questo nome guardate qua) come The Wire, ma anche sforzandomi ho difficoltà a ricordare scenari che non siano la base operativa dei giovani protagonisti o un generico bosco fuori città.

Questi punti deboli non sono tuttavia sufficienti a farmi definire Stranger Things una brutta serie, anzi. La trama, cosa abbastanza rara per la fantascienza televisiva recente, è originale ma non improbabile, e il ritmo non è azzoppato da inutili lungaggini, tanto che in più di un’occasione mi sono trovato a fine puntata con la rota senza che le vicende si fossero concluse con cliffhanger assurdi. Nonostante quindi Stranger Things entrerà difficilmente nel mio pantheon personale, mi sento comunque di consigliarla a chiunque voglia passare qualche ora di intrattenimento semplice ma ben realizzato. Aggiungo poi che Gaten Matarazzo, interprete della spalla comica Dustin, è forse il mio attore bambino preferito di sempre, e spero vivamente che non faccia la fine di illustri predecessori come Macaulay Culkin e Corey Feldman.

Violent is the new sexy: Hap & Leonard, la serie

Ogni nerd che si rispetti ha un suo santo patrono. Non importa che sia un fumettista, un game designer o un regista, l’importante è la totale devozione che la sua opera suscita nelle nostre menti affamate. Prevedibilmente, non faccio eccezione. Ogni giorno mi inginocchio ai piedi del santuario mentale da me dedicato a zio Joe R. Lansdale. Questo cantore delle meraviglie del Texas orientale ha un albero delle abilità che lo dovrebbe porre nell’olimpo di ogni lettore di Playground: scrittore di pulp, horror, western e fantascienza, sceneggiatore di fumetti, appassionato di country e maestro di arti marziali (ha fondato un suo stile personale). Da quando lo scoprii grazie al più classico stratagemma degli adulti (“non lo leggere, non sei abbastanza grande”), è senz’altro lo scrittore di cui ho letto di più, consapevole della difficoltà di platinare la sua opera (per farvi un’idea delle dimensioni date un’occhiata alla sua bibliografia) ma più che determinato ad avvicinarmi il più possibile all’obbiettivo.

Ecco il Nostro. Non accenno alla celebre saga del drive-in perchè se la conoscete è inutile, e se invece non la conoscete siete pazzi
Ecco il Nostro. Non accenno alla celebre saga del drive-in perchè se la conoscete è inutile, e se invece non la conoscete siete pazzi.

Una delle pietre fondanti del castello della fama di Lansdale è senz’altro la saga di romanzi e racconti dedicata ad una delle coppie di investigatori meno canonici della storia: Hap Collins e Leonard Pine. Le trame, impregnate di sarcasmo e metafore brucianti, vedono i due protagonisti strappati alla placida routine in cui vorrebbero crogiolarsi per venire a capo di misteri che, regolarmente, trascineranno loro e chi li circonda in paradossali baraonde dominate dal caos, da cui, bene che vada, usciranno comunque con le ossa rotte. Ad amplificare il tono surreale e affascinante dei romanzi contribuisce la caratterizzazione dei protagonisti: uno, Hap, è un ex idealista disilluso, cecchino infallibile, pigro, bianco e donnaiolo. Leonard è il suo complementare: nero, veterano del Vietnam, repubblicano, conservatore, violento e gay. Ciò che li accomuna è l’essere entrambi ultra-quarantenni, perennemente disoccupati, dotati di un senso dell’umorismo capace di mandare al manicomio un monaco shaolin e esperti nel menare le mani. Chiaramente i personaggi di contorno non sono da meno: nani bodybuilder, redneck, detective vaccari, assassine, puttane pentite e i membri della sconosciuta ma letale Dixie Mafia, la criminalità organizzata degli stati confederati, formano un coro di volti e voci che difficilmente potrete dimenticare.

Quello che a una produzione come quella di Lansdale, incredibilmente, mancava era un’abbondante trasposizione in forme diverse da quella scritta: per la potenza di trame e stile estremamente descrittivo, diversi dei suoi lavori sembravano solo attendere che qualcuno li mettesse su pellicola. A colmare questa lacuna è arrivata, guarda caso, una coppia di autori: nel 2014 Nick Damici e Jim Mickle realizzano la trasposizione cinematografica di “Freddo a Luglio”, romanzo di Lansdale del 1989, nonché una delle sue storie più dure e cupe. Michael C. Hall, Sam Shepard e Don Johnson danno vita all’intricata vicenda che vede un corniciaio di provincia uccidere per legittima difesa un ladro introdottosi in casa sua, per poi veder calare sulla sua famiglia la minaccia del vendicativo padre della vittima.

Constatato il successo di questo primo esperimento, i due procedono a compiere il passo che, a noi fan, sembrava da tempo inevitabile: la realizzazione di una serie tv tratta dai romanzi di Hap e Leonard. La voce circolava da parecchi anni, ricordo addirittura un incontro con il Sommo Vate Joe alla Feltrinelli di via Appia, ormai quasi dieci anni fa, durante il quale comunicò a noi presenti come avesse pensato a Matthew McConaughey (before it was mainstream) per il ruolo di Hap. È servito però un canale di nicchia come lo statunitense SundanceTV perché il sogno si avverasse: sfumata la possibilità di vedere l’ormai inarrivabile star di True Detective nei panni di Hap, la scelta è paradossalmente ricaduta su James Purefoy, che si inserisce nel solco tracciato da Idris Elba in The Wire: quello dei britannici che parlano americano meglio degli americani stessi. Ciò che più mi ha gasato è stata però la scelta del volto da conferire a Leonard: dopo anni passati ad immaginarlo identico a Siberius degli Incredibili, non ho che potuto volare quando ho letto che lo avrebbe interpretato uno dei miei idoli assoluti, Michael Kenneth Williams, attore che dovunque reciti, da The Wire a Boardwalk Empire, finisce sempre con il portare in scena il mio personaggio preferito.

I nostri eroi in uno dei loro momenti meno gloriosi.
I nostri eroi in uno dei loro momenti meno gloriosi.

Per quanto riguarda la trama, essa è tratta dal primo romanzo della saga, “Una stagione selvaggia”. Oltre a fungere da introduzione ai due protagonisti e al loro mondo, questo primo capitolo offre anche spunti abbastanza insoliti per la produzione classica di Lansdale. Prendendo spunto dalle vicende della storica ex di Hap (nella serie la giunonica Christina Hendricks di Mad Men) e del gruppo di post-hippie di cui fa parte, intenzionati a recuperare il tesoro di un criminale per finanziare il loro disegno rivoluzionario, Lansdale ci porta a scoprire la storia dei movimenti progressisti statunitensi e del loro declino. Sebbene ricordo che, ad un primo approccio, il romanzo non mi avesse entusiasmato troppo, ho capito rileggendolo da poco che ciò era dovuto in larga parte alla sua natura più introspettiva e riflessiva, poco adatta a soddisfare le voglie letterarie di un quattordicenne affamato di tette e sparatorie. Oggi considero invece quelli che mi sembravano difetti dei pregi, e nella rarità dell’amara analisi dell’autore su quello che è stato anche il suo passato, vedo una preziosa testimonianza utile a smuovere noi europei dalla convinzione di essere gli unici detentori di una coscienza politica.

Dal punto di vista tecnico, il formato scelto è stato quello dei pochi episodi, sei, che in più di un’occasione si è rivelato un metodo funzionale alla creazione di prodotti che lasciassero il segno nell’attenzione e nella memoria degli spettatori. Il rischio maggiore che si corre in questi casi, quello di rimanere insoddisfatti dal concretizzarsi di eventi, luoghi e personaggi resi epici dalla forza della nostra fantasia, è stato evitato dall’evidente venerazione che i due creatori e sceneggiatori provano nei confronti dell’opera di Lansdale. Aiutati anche dal non dover comprimere duecento pagine in due ore di film, i due hanno potuto riprodurre l’opera in maniera quasi del tutto fedele, prendendosi qua e là qualche licenza autoriale tutto sommato accettabile. Nonostante alla serie manchi l’afflato sperimentatore di diverse altre che negli ultimi anni hanno contribuito all’avvicinarsi sempre meno graduale del medium a quello cinematografico, potete stare sicuri che questi sei episodi vi doneranno godimento. Se inoltre ancora non fate parte della Lansdale-church, potreste utilizzare Hap&Leonard come trampolino per tuffarvi in uno degli universi letterari più intriganti di sempre. Ave Zio Joe!

We’re gonna die Morty! – “Rick & Morty”, la serie

Nello sconfinato panorama delle produzioni televisive contemporanee, ho visto diminuire sempre più il mio interesse verso le serie d’animazione. Fatta eccezione per un tardivo recupero di Evangelion qualche anno fa e sporadici abbrutimenti televisivi a base di Seth McFarlane, ho per anni trovato quasi insostenibile l’idea di seguire trame e intrecci privi di attori in carne e ossa. Solo di recente mi sono liberato di tale preconcetto incuriosito dalla descrizione di un cartone fattami da un amico, qualcosa tipo:”Fidati, è assurdo: uno scienziato pazzo alcolizzato è in grado di costruire qualunque cosa e si porta il nipote fagiano in giro per l’universo”. Bam! Instant crush per “Rick & Morty”.

Ideata nel 2012 da Dan Harmon e Justin Roiland, “Rick & Morty” affonda le sue radici nella tradizione dell’animazione per adulti, filone nato a fine anni ‘80 con i Simpson e che negli anni, in mille salse diverse, ci ha insegnato come l’equazione “personaggi disegnati = prodotto per bambini” non stesse più in piedi. La trama è quasi completamente riassunta dal virgolettato del paragrafo prcedente: in una serie di episodi autoconclusivi assistiamo alle peripezie dello scienziato Rick Sanchez, forse l’uomo più intelligente del pianeta, che divide il suo tempo tra menage familiare da middle class (vive con la famiglia della figlia), sbronze e avventure galattiche. E’ soprattutto in quest’ultimo contesto che il nostro si avvale dell’aiuto dell’unico parente che sembra dargli corda: il nipote quattordicenne e, forse, leggermente tardo Morty. Insieme i due affronteranno un’infinità di situazioni paradossali: dalla classica cattura aliena ai salti in infinite dimensioni fino all’esplorazione, dall’interno, del corpo di un barbone alcolizzato.

Gonorrea nel corpo del barbone. Ok.
Gonorrea nel corpo del barbone. Ok.

Tralasciando l’ovvio riferimento a Ritorno al Futuro (basti pensare che la serie nasce da un corto parodistico dello stesso Roiland, in cui un inquietante Doc convinceva Marty a praticargli una fellatio), “Rick & Morty” è una vera orgia di riferimenti al mondo nerd in tutte le sue sfaccettature: dalle citazioni sci-fi, fantasy e pop ai riferimenti a teorie scientifiche più o meno fondate, ma tutto è sempre integrato in maniera organica nella trama e mai sbattuto in faccia allo spettatore tanto per crearsi un’immagine. Ciò che in particolare mi ha colpito ed affascinato di questa serie è la sua evidente intelligenza: abituato ad anni di Griffin avevo ormai abbandonato la speranza di vedere infranta la triade cinismo-risate-idiozia. Capiamoci, non è che le avventure di Peter e famiglia non mi divertano, ma non posso togliermi l’impressione che l’apparente odio totalizzante dei suoi ideatori, se da un lato è un motore inesauribile di gag e prese per il culo, dall’altro sia di fatto figlio di un loro intrinseco senso di inferiorità intellettuale nei confronti del mondo che li circonda, che li porta sempre e comunque a fare di tutta l’erba un fascio. In “Rick & Morty” il discorso è diverso: se anche le bacchettature sanguinarie alla società contemporanea si sprecano, in più di un occasione è evidente la fiducia di fondo che gli autori nutrono nei confronti dell’uomo.

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Riferimenti pop ne abbiamo?

Un errore che mi sembra spesso di individuare nelle conversazioni che può affrontare chi, come me, non ha deciso di studiare filosofia all’università è quello di accomunare esistenzialismo e nichilismo. Io stesso, fino a poco tempo fa, associavo immediatamente i nomi di Kierkegaard, Camus o Nietzsche a concetti quali l’inutilità della vita, l’insignificanza dell’uomo e simili amenità. La stessa incomprensione può verificarsi nella visione di “Rick & Morty”: quella che a prima vista può apparire una serie interamente pensata per ridere alle spalle dei protagonisti e del loro continuo infrangersi contro gli “orrori dell’assurdo” (la vastità dell’universo, il significato relativo di norme che diamo per assodate, la freddezza di un universo esclusivamente razionale ecc), di fatto ridendo amaramente della nostra condizione di umani, è in realtà qualcos’altro. In più di un’occasione infatti traspare una visione molto più esistenzialista che, come potrebbe apparire, nichilista: i protagonisti, pur consapevoli di vivere in una realtà non conoscibile e dunque facilmente bollabile come insensata, sono i primi ad impegnarsi per perseguire i loro sogni e le loro ambizioni, spinti da sentimenti che neanche il disincanto di Rick può delegittimare. Anzi, in più di un’occasione lo stesso scienziato mostrerà un inaspettato lato umano, rivelandosi pronto anche a rischiare la vita pur di salvare i suoi cari, salvo poi rimettere tutto in gioco nella prossima avventura. L’idea alla base della serie sembra dunque essere che sì, è vero che, se analizzata freddamente, la nostra vita può apparire priva di significato, ma è il nostro stesso vivere, agire, incazzarci, avere paura a dargliene uno, spesso di una profondità maggiore di quanto riusciamo ad intuire.

So che queste potrebbero sembrare tutte sovrastrutture a posteriori, volte a giustificare il fatto che a 22 anni dedico tempo ad un cartone animato sboccato e caciarone, ma se alla serie è stato addirittura dedicata una video analisi chiamata “The philosophy of Rick and Morty” qualche motivo ci sarà, no? Giudicate voi:

 

 

Mi sento di consigliare “Rick & Morty” anche da un punto di vista grafico: se a prima vista può apparire l’ennesimo cartone satirico per adulti che punta tutto sul contenuto e, anzi, sembra basare sulla poca cura della forma parte della sua attitudine punk, basta aspettare che i protagonisti si avventurino in qualche strana dimensione per essere travolti da una valanga di colori, effetti e creature dal tratto complesso ma estremamente netto. Per me una gioia per gli occhi.

A questo punto, se non sono bastati i miei vaneggiamenti pseudo-filosofici nè l’analisi pittorica a convincervi a dare una chance a “Rick & Morty” non so che altro dirvi, ma d’altronde, come dice il nostro protagonista alla fine della prima stagione:

-I’ve got a new catchphrase: it’s “I don’t give a fuck, just shake that ass!”-

Rigetto televisivo

Ultimamente il mio interesse per le serie televisive è di molto scemato. Non che pensi che la qualità dell’offerta sia in calo, sono sicuro che a cercarli ci sarebbe sicuramente un certo numero di show che potrebbero piacermi quanto quelli che in passato più mi hanno catturato, ma il mezzo in questo momento occupa a livello di fruizione una terra di nessuno tra cinema e letteratura in cui non mi trovo troppo a mio agio.

Anche nei momenti di maggiore entusiasmo per una qualche serie non sono mai stato il tipo di spettatore assatanato in grado di passare notti insonni a recuperare intere stagioni: ho sempre preferito centellinare o quantomeno dare una cadenza in qualche modo ritmica alle sessioni di teledipendenza. Questo un po’ perchè tendo a pensare che le serie migliori debbano tenere presente la cadenza settimanale a cui vengono originalmente trasmesse, e che quindi fruirle in una modalità radicalmente alterata non possa render loro giustizia, un po’ perchè per mia inclinazione, anche in altri campi, preferisco gli assaggi alle abbuffate.

Questo approccio ha bisogno di una certa costanza per essere applicato fruttuosamente, e passare una settimana senza guardare una puntata significa spesso che ne passerà un’altra, e poi un mese, e che la serie di turno verrà mestamente abbandonata. Per motivi logistici la costanza di cui sopra mi risulta più complicata da mantenere rispetto al passato, e mi sto quindi rassegnando al fatto che in questo momento l’interesse per gli show televisivi debba essere messo in secondo piano.
Prova definitiva di questo andazzo mi è recentemente venuta da The Knick, una serie in cui riponevo grandi aspettative per un certo numero di ragioni.

C’è una certa tendenza a pubblicizzare alcune serie usando il nome di registi del grande schermo che dopo aver girato una o due puntate si ritirano in ruoli organizzativi di dubbia consistenza. É il caso di Scorsese con Boardwalk Empire o di Fincher con House of Cards, ma per The Knick Steven Soderbergh si è preso l’impegno di girare l’intera prima stagione, cosa che dona allo show un’unità di stile visivo più unica che rara, avvicinandolo a un prodotto cinematografico (ovviamente in molti casi l’unità di stile delle serie deriva dal fatto che non hanno nessuno stile, ma direi che quelli sono casi che non vogliamo prendere in considerazione in questa sede).

La brevità della stagione -solo dieci puntate-, l’ambientazione tendente allo steam punk, l’indubbio carisma di Clive Owens e la volontà di mostrare immagini anche molto crude, specie per gli standard televisivi, mi avevano fatto sperare di essermi imbattuto in un prodotto forse un po’ fuori dai canoni che potesse ravvivare la fiammella del mio interesse, ma mi sono arreso davanti alla forse ovvia constatazione che la dimensione narrativa non può non essere di gran lunga la più importante in un prodotto seriale di questo tipo. Il tocco visivo di Soderbergh ha finito col diventare più stucchevole che altro quando ripetuto per più puntate, la figura del protagonista bastardo e carismatico presa di peso da Mad Men e, per quanto mi è dato di capire, House of Cards comincia a risultare un po’ consunta, e in generale non ho avvertito quello scarto che avrebbe potuto far spiccare The Knick dall’ormai sterminata moltitudine di nuove proposte che affollano i piccoli schermi.

Non sono ancora del tutto rassegnato, e sicuramente tenterò nuovamente di approcciarmi a qualche prodotto, magari un po’ sui generis, ma per ora il campo televisivo verrà lasciato a maggese.

True Detective e le stelle da salotto

Con l’aumentare della popolarità e della considerazione di cui godono molti serial televisivi sarà sempre meno raro che stelle del grande schermo facciano affacciate nei salotti (e, diciamocelo, nei PC) di tutti noi. In questo senso uno degli esempi più rappresentativi dell’ultimo periodo è sicuramente True Detective, che sfoggia un uno-due di grandi nomi che non ha nulla da invidiare alle produzioni hollywoodiane.
Woody Harrelson e un Matthew McConaughey fresco di Oscar interpretano in questa serie a marchio -e  te pareva- HBO due investigatori della omicidi alle prese con le ramificazioni presenti di un vecchio caso cui avevano lavorato insieme vent’anni prima. Le loro vite hanno preso nel frattempo strade molto diverse, ma la prima metà della stagione si occupa di ricostruire l’antefatto con un corposo flashback che prepara la scena ai nuovi sviluppi, e lo spettatore impara di fatto a conoscere i due ormai ex-colleghi in un periodo in cui lavoravano gomito a gomito come da tradizione poliziesca americana.
Come si può immaginare True Detective punta decisamente sulle interpretazioni delle due stelle, e per quanto Rust Cohle, il personaggio di McConaughey, rubi inizialmente la scena, è alla lunga il Marty Hart di Harrelson che si rivela essere il più stratificato e interessante dei due partner. Se infatti Rust con i suoi vagheggiamenti pseudo-filosofici, le sue sentenze sibilline e la generale aria di uomo che ha visto cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare è tra i due il personaggio di maggiore impatto, la sceneggiatura fa fatica ad innalzarlo oltre il livello di maschera, e sulla distanza sono i problemi da uomo della porta accanto di Marty che coinvolgono maggiormente lo spettatore. Certo, empatizzare con un figuro violento, ipocrita e immaturo come il detectitve Hart è difficile, ma visto che dall’altra parte c’è un nichilista pop impegnato nei suoi tentativi di sollevare il velo di Maya, ci si accontenta.
Ad ancorare al suolo True Detective deve dunque contribuire anche l’incredibile caratterizzazione delle paludi della Louisiana come un vero e proprio organismo vivente, spesso ostile. L’ambientazione stile “America profonda” viene tentata con una certa frequenza, ma raramente con risultati paragonabili a quelli che abbiamo di fronte in questo caso, dove la bellezza naturale viene sfruttata per convogliare un senso di pericolo aleggiante che non può mancare nella storia di un’indagine su di un serial killer.
Quello che manca a True Detective è però il colpo d’anca che gli permetta di distaccarsi dalla massa di storie hard boiled raccontate negli anni. Non starò qui ad argomentare che la serie non sia un buon prodotto di intrattenimento, ben confezionato e con senso della misura nel bilanciare nuovi sviluppi nella trama e l’elaborazione sui molti spunti man mano introdotti, ma non posso negare che già dalle prime puntate ho avuto la netta sensazione che il discorso e il tono di True Detective non avessero particolari margini per creare qualcosa di davvero unico e potente, e arrivato alla conclusione delle otto puntate questo di più non è stato messo in campo.
Se non ho capito male le stagioni di questa serie sono progettate per essere autoconlusive, e dunque l’anno prossimo verranno introdotti nuovi personaggi, nuovi attori e una nuova ambientazione. Non so bene cosa aspettarmi, nè cosa vorrei che gli autori facessero per convincermi a proseguire la visione (sicuramente assicurarsi il mio favore sarà la loro massima priorità), per cui aspettiamo nuove sulla prossima stagione e speriamo bene.

Seriedipendenza

Mi sento di parlare a nome di un considerevole numero di miei coetanei (e non) quando dico che, oggigiorno, le tv series stanno spopolando in maniera a dir poco pandemica. Restio e scettico, amante del cinema e della pellicola, di quella polvere stantia che si ammassa sulle poltrone dei vecchi cinema, ero anche io tra le fila di quel pubblico che snobbava questa nuova tecnica cinematografica. D’altronde, chi non preferirebbe un ottimo thriller di Scorsese, o piuttosto un tarantiniano splatter, alla brevità di una puntata a caso di qualche fiction americana? Ora, sinceramente, posso rispondere: io. La mia prima esperienza risale ai tempi del celeberrimo Dawson’s Creek, il quale, checché se ne dica, ha segnato l’adolescenza dei migliori studenti scansafatiche, vittime del pranzo post-scuola, amanti del piumino after lunch e poco inclini a cambiare canale dopo il quotidiano appuntamento con Dragon Ball. Lo stesso, per quanto con le dovute riserve, dovrebbe dirsi di tanti altri: The O.C., Malcolm, Scrubs, La vita secondo Jim e vai col tango. Oggi, tuttavia, questo fenomeno non è più sintomo di scelte tele-imposte, quanto più di consapevolezza e dipendenza. Sì, per me è una vera droga. Costretto dalle mura domestiche, dal mio percorso universitario e chi più ne ha più ne metta, quella di attaccarmi periodicamente allo schermo del mio portatile e guardare queste nuove serie è stata un’abitudine frutto di una scelta. Una scelta, dettata da perpetui consigli, finalizzata a migliorare il mio inglese, non potendo interloquire in altra maniera con anglofoni (forse imbucarmi agli erasmus party avrebbe sortito risultati migliori). Già, dicono tutti così, ma in parte è vero. Ed eccomi qui, sottotitoli alla mano, trasformato in un degno adepto di HBO & Co.

Potrei parlarvi per ore di Breaking Bad, Game of Thrones, The Big Bang Theory, Revolution, Sherlock, The Musketeers, American Horror Story, e di quanto il mio inglese non sia migliorato di una virgola. No scherzo, qualcosa sono riuscito, volente o nolente, ad acquisirlo. Ma ciò che realmente sono qui per dirvi è che queste serie hanno rivoluzionato il modo di approcciarsi alla macchina da presa. Alcuni le considerano le antagoniste della vera pellicola, ma io, col tempo, ho imparato ad apprezzarle.

Perché funzionano? Questo nuovo modo di imporsi al pubblico, quella suspance tipica del fine puntata, figlia dell’insieme di intricati eventi che puntualmente non trovano mai soluzione prima della schermata nera accompagnata dai titoli di coda, sono la chiave di volta del successo di queste serie. «Perché ora!?!?», più un insieme di insulti che vanno dalla miscredenza all’eresia, sono un classico del serie-tv-aro accanito. Anzi, i più esperti arrivano anche a gesti inconsulti (vedi gli ex-fan, tuttora in cerca della verità, di Lost). Non molti lo ricordano, ma Obama, nel 2009, fu “costretto” a rinviare il discorso alla nazione per via della messa in onda della prima puntata dell’ultima stagione della suddetta serie, temendo di inimicarsi 16 milioni di persone. Questa storia me la ripeto ogniqualvolta, smanioso di vedere ancora un’ultima puntata, mi ritrovo sveglio alle 4:35 di mattina e con la sveglia di lì a poco. Poi volete mettere la comodità di casa rispetto alle intemperie di un mercoledì sera (n.d.r. un intervistato su due conferma che il terzo giorno della settimana piove giù l’inferno sempre e comunque) di un gelido Febbraio, in cui, guarda caso (costa di meno), vi invitano ad aggiungervi al gruppo cinema?

Passando a considerazioni sicuramente più corroborate e fattuali, le nostre serie si dividono in numerosi generi: dalla classica sit-com, il cui massimo esponente per me rimane Willy, Il Principe di Bel Air, ai nuovi generi crime, come il già citato Breaking Bad e il famosissimo Dexter. Oramai l’evenienza di non assaggiare, anche per caso, una di queste serie (non imbattermi in CSI e compagnia cantante è tuttoggi una sfida tra me e il palinsesto serale dei non cablati) è diventata improbabile. Ce le propongono dappertutto, tanto che lo stesso Murdoch si è appena inventato un nuovo canale per propinarcele a ogni piè sospinto. Il fenomeno della “prima puntata” tocca tutti prima o poi, ed è una trappola contagiosa alla quale risulta difficile sfuggire.

Giunti qui, alla fine di questa sorta di apologia del neo-cinema da cucina dell’italiano (e non) medio, il problema che si pone è uno soltanto. Ricordate la sempreverde frase «ci vediamo un film a casa mia?», compagna delle migliori avventure passionali e complice dei peggiori rimorchiatori? Pensate che funzionerebbe con la supplenza di «una puntata di True Blood»? Insomma, cari e vecchi film, non vi abbandoneremo mai.

Per tutto il resto c’è lo streaming, ops.

Lorenzo Grillo