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Tag Archives: Serpentine Gallery

I’m not an agitprop artist

Lo scorso 22 settembre il the Guardian ha pubblicato un’intervista all’architetto anglo iracheno Zaha Hadid, tornata sotto i riflettori dei media britannici per la progettazione del nuovo spazio espositivo targato Serpentine, il primo permanente dentro Kensington Gardens. A dispetto di quanto si possa immaginare, la critica d’oltre manica si distingue da sempre per uno spiccato spirito conservatore, evidente contraltare ad un establishment politico e di committenze private fin troppo eccitate da linguaggi contemporanei griffati ed autoreferenziali.

Anche in questo caso il copione è stato fedelmente rispettato, con la Serpentine in cerca di un decolté, di uno spacco, di una masturbazione da prima pagina, per poter navigare in solitaria sui website di architettura di tutto il mondo, con Patrick Schumacher impegnato nel progettare concretamente, o meglio, architettonicamente le sinuose visioni di Hadid, con la stampa locale compatta contro un’azione che più che un “ampliamento” sembrerebbe un intervento di chirurgia plastica neanche troppo riuscito.
Installazione di Adrian Villar Rojas ; "A gigantic clay elephant charging head-first at the crumbling building – an apt metaphor, perhaps, for the architect's approach". O.Wainwright
Installazione di Adrian Villar Rojas ; “A gigantic clay elephant charging head-first at the crumbling building – an apt metaphor, perhaps, for the architect’s approach”. O.Wainwright

 

Like a wedding marquee battling with a stiff breeze, the structure billows and eddies, swooping down to meet the ground at three points along its perimeter, before shooting up again in improbable gymnastic leaps. […] Its edge is clad with a clunky fibreglass trim that juts out sharply like the peak of an Ascot hat, looming clumsily over the fine Georgian brickwork of the Magazine. […]

Entering the building feels like being swept under the voluminous swirling petticoats of a Toulouse-Lautrec dancer, although the lightness you would imagine from a floaty tent is strangely absent. Instead, the opaque roof feels heavy and smothering, hanging low over the curved glass wall that runs around the edge of the space, so you can’t really see the surrounding park at all. […] The ceiling is held aloft on five soaring steel columns that puncture the open-plan room like great urinals, each rising to an ovular opening that funnels light down their concave shafts. Dotted with a kitchen pod and cantilevered bar in wipe-clean whiteness, the whole place has the look of a space-age sanitary wares showroom, a slightly naff prelude to what lies beyond.

Questi i punti più esilaranti di una recensione al vetriolo firmata Oliver Wainwright, uscita il 25 settembre, sempre sul quotidiano di Farrington Road.

Ma è sull’intervista citata in apertura che vorrei concentrarmi – per quanto possa essere molto più divertente analizzare le critiche mosse al nuovo padiglione da parte di un Wainwright in forma smagliante.

Hadid dichiara con una certa serenità:

I’m not a politician. I’m not an agitprop artist.

Certo lo fa per smarcarsi da un’accusa scomoda, di chi la vedrebbe troppo vicina al governo azero, per il quale ha lavorato progettando il centro culturale Heydar Aliyev. Ma l’affermazione non mi stupisce. In effetti lo scarto più evidente tra questa seconda postmodernità che stiamo attraversando ed i suoi predecessori immediatamente postmoderni, è proprio una spaventosa lacuna politica.

Forse in un primo momento avremmo dovuto ringraziare questa classe di professionisti non più ostaggio di ideologie troppo ingombranti, oramai riposte in soffitta. Non più ossessionata da falsi miti spesso rivelatisi solo fantasmi di maestri defunti. Ma oggi possiamo francamente ritenere il tempo dei ringraziamenti concluso. Continuiamo a riscontrare una gratuità nell’atteggiamento progettuale decisamente stucchevole. Gesti su gesti su gesti su gesti. Figure su figure su figure su figure.

Non auspico un ritorno al Partito, al Sermone, alle Pistole, ai Professori. Ma di certo se questi rifugi non hanno rappresentato e non rappresentano una soluzione plausibile, non significa che una soluzione alternativa non ci debba essere.

Sarebbe auspicabile come nuovo inizio un radicale bagno di sobrietà. Di compostezza. Da intendere come fragile passaggio sospeso verso una smarrita responsabilità compositiva, oggi troppe volte sacrificata per il brand, per lo studio di settore, per la stravaganza d’autore.

E quando sentite parlar male del Royal Ontario Museum di Libeskid a Toronto, del Military History Museum di Libeskind a Dresda, della nuova Serpentine Sackler Gallery di Hadid a Londra o della Nuvola come dello store H&M di Fuksas a Roma, sappiate che chi critica non è uno squilibrato, reazionario, passatista. Tutt’altro.

Sono proprio queste opposizioni le prime avvisaglie di un futuro differente. Ci auguriamo migliore.

Impressioni/Riflessioni: Sou Fujimoto


12 settembre 2013

Prima lecture del programma ENERGY: Lezioni sulle Energie che muovono il mondo

Auditorium del MAXXI

17.30 

Architecture as a forest di Sou Fujimoto

Sou Fujimoto è nato a Hokkaio, Giappone, nel 1971. Dopo aver conseguito nel 2000 la laurea in architettura presso l’Università di Tokyo, apre il proprio studio nella capitale giapponese. Il Sou Fujimoto Architects ha progettato molte residenze private sia in Giappone che in Europa. Nel 2010, a Tokyo, è stato completato il Musashino Art University Museum e la rispettiva biblioteca. Sempre nel 2010 ha progettato lo spazio espositivo per la “Future Beauty” alla Barbican Gallery di Londra.

Il suo studio ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, il più recente è stato l’invito alla progettazione del padiglione per la Serpentine Gallery 2013 a Londra.

Arrivo con la consapevolezza di conoscere poco e…poco… di Sou Fujimoto:

14° e più giovane progettista della Serpentine Gallery.

I suoi progetti, visti qua e là tra le riviste digitali e non, sicuramente saranno finiti sulle tavole dei riferimenti di qualche studente, probabilmente anche sulle mie.

Altrettanto sicuramente la pubblicazione del progetto Final Wooden House è rimasto impresso nella mente di molti.

Impossibile infatti non memorizzare quelle foto dove il corpo umano è un pezzo di Tetris che si incastra armoniosamente all’interno di un poroso cubo di legno, saturo solo se vissuto (non abitato!). Un’ architettura che, più di altre, è tale solo se fruita, immaginate quelle stesse foto senza la figura umana.

La sua chiave di volta, Architecture as Forest.

Come lui stesso ha spiegato, la differenza tra la foresta dove è cresciuto e la città dove vive e lavora oggi (Tokyo) è tanto grande quanto inesistente. Artificiale e naturale hanno la stessa essenza. 

Il suo interesse nell’emulare gli effetti naturali si traduce in un landscapeartificiale da un gusto inaspettatamente classico e indiscutibilmente architettonico.

La sua architettura potrebbe essere definita organica, un organico che prende forma e si materializza in soluzioni che non possono non far venire alla mente -soprattutto per gli ultimi lavori- Lewitt, Superstudio, Eisenman.

Cubi bianchi, puri, compatti esternamente ma internamente cavi, abitabili come caverne.

L’idea di landscape, di nuvola, di permeabilità visiva e fisica, di leggerezza, di natura, si concretizza in un sistema di griglie, moduli, assi e angoli retti a volte dominati dal bianco puro.

L’effimero così è struttura, è materia, che l’uomo tocca, respira, osserva, fruisce, VIVE.

In fondo anche lui, come qualsiasi altro essere umano nella storia, essendo uomo, lavora su un’ artificializzazione della natura. La sua architettura è un mix perfetto che si meriterebbe la creazione di un nuovo vocabolo “Arturale”.

Durante la lecture una slide ha colpito:

BETWEEN CITY ANDARCHITECTURE 

BETWEEN ARCHITECTURE ANDLANDSCAPE

BETWEEN FURNITURE ANDARCHITECTURE

BETWEEN INSIDE ANDOUTSIDE

BETWEEN NATURE ANDARCHITECTURE

Al termine della presentazione, durante il question time, una ragazza ha osservato l’assenza di un BETWEEN PEOPLE AND ARCHITECTURE

Strano, se immaginassimo le foto dei suoi progetti senza la presenza della figura umana, l’effetto, la percezione, l’analisi ed il giudizio sull’architettura sarebbe completamente diverso.

E se People non fosse semplicemente un altro BETWEEN…AND… 

Se People fosse il comun denominatore di tutti questi rapporti?

Se People fosse l’ IN-BETWEEN? 

La sua architettura non è organica, non è classica, non è radicale, non è giapponese, non è europea.

E’ UMANISTA.

E’ la presenza dell’uomo che trasforma un landscape artificiale, una foresta, una nuvola, un cubo, una caverna, non in un’architettura ma ne L’ Architettura, con la A maiuscola.

Senza l’uomo le sue architetture sarebbero concept, istallazioni, utopie. 

Deborah Navarra – PoliLinea