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Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Rapporti Usa Russia – We don’t talk anymore


We don’t talk anymore! E’ il titolo di una canzone attualmente in voga. Ma, purtroppo è quel che sta accadendo sulla Siria e sul futuro della regione mediorientale tutta. Da oltre dieci giorni gli Stati Uniti d’America hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che «non c’è più niente che Stati Uniti e Russia possano dirsi sul raggiungimento di un accordo che potrebbe ridurre la violenza in Siria. Ed è una cosa tragica». Alle dichiarazioni americane, i Russi hanno risposto duramente. Come riferito a RIA Novosti nella rappresentanza permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Mosca ha presentato una dichiarazione standard al Consiglio di Sicurezza, che come consuetudine viene adottata nel caso di attacchi alle missioni diplomatiche. Nel commentare l’azione in seno al Consiglio di Sicurezza l’ambasciatore russo ha utilizzato le seguenti parole: “Gli americani hanno giocato maldestramente in coordinazione con gli inglesi e gli ucraini. Questo dimostra il loro disprezzo per la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”. Il Wall Street Journal aveva già scritto la scorsa settimana della ripresa di colloqui interni all’amministrazione Obama relativi alla possibilità di fornire più armi ai ribelli che stanno combattendo Assad. Finora gli Stati Uniti hanno limitato molto il trasferimento di armi, per il timore di una loro proliferazione. Il senso è: una volta che le armi entrano in Siria è praticamente impossibile tracciare il loro movimento ed esiste il rischio concreto che finiscano nelle mani di gruppi nemici. In una conversazione con dei siriani tenuta lo scorso mese ma rivelata solo pochi giorni fa dal New York Times, il segretario di Stato americano John Kerry ha detto di essere una delle tre o quattro persone nell’amministrazione favorevoli all’uso della forza contro il regime di Assad, una posizione che finora ha perso. Non è chiaro nemmeno di che tipo di armi si stia parlando.

Al centro della partita e battaglia tra le super-potenze globali vi è la Battaglia di Aleppo. La battaglia di Aleppo, la più importante dall’inizio della guerra in Siria del 2011, è cruciale sia per i ribelli sia per il fronte governativo. A mantenere in piedi il fronte ribelle è Jaish al fatah. Essa è una coalizione che riunisce le fazioni jihadiste e ribelli sostenute dall’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, tra cui si trovano la potente organizzazione jihadista Fateh al sham. Fateh al sham è il nome attraverso cui l’ex Al Nusra e i salafiti di Ahrar al sham hanno compiuto un restyling per apparire meno legati al passato che inquieta l’opinione pubblica occidentale. Infatti, fino a pochi mesi fa, queste fazioni erano alleate di AlQaida. Questo a dimostrazione dei grandi dilemmi sta creando il fronte ribelle ad occidente. Nessuno vuol ripetere quel che accadde in Afghanist, sempre contro Mosca, meno di trent’anni addietro.

La battaglia per il fronte governativo è condotta dall’esercito delle Forze di difesa nazionale (Fdn), dalle milizie sciite iraniane e irachene e, infine, dall’Hezbollah libanese. In questo fronte spicca la parte di esercito totalmente devota al colonnello Suheil Al Hassan (soprannominato la tigre). Un dato che fa emergere la costituzione di nuovi leader e simboli di una lunga guerra che oltre a fattori tribali e religiosi, mancava fino a poco tempo fa di personificazioni mitologiche.

Per alcuni analisti occidentali Aleppo sarebbe dovuta divenire la Bengasi o Stalingrado del fronte ribelle, ma non lo è stato. Innanzitutto, per la determinatezza della coalizione in appoggio ad Al Assad. Infine, per le grandi divisioni nel fronte ribelle tra salafiti, jihadisti e formazioni con posizioni più laiche.

In questo contesto l’azione russa appare determinante e ormai sembra scontata con la dichiarazione di legittimità della base di Taurus in mano del Cremlino la presenza stabile nel Mediterraneo di Mosca. Gi Stati Uniti stano cercando per risposta di ottenere uno spiraglio di vittoria da un contesto difficile da gestire, dove si fanno forti le voci di Francia e Gran Bretagna e meno i fatti. Erdogan appare rinnovato protagonista. Il tutto mentre la Siria, quella di donne e bambini piange. Forse, sarebbe il caso di tornare a parlarsi. Anche prima dell’elezioni di Novembre, perché dopo farà troppo freddo.

L’Europa muore al Brennero

Il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Europa ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

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UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

Il Pentagono teme un cielo affollato per Damasco

Prosegue la scabrosa escalation russa in Siria. I cacciabombardieri della VVS (Военно-воздушные силы Российской Федерации) arrivati la scorsa settimana nella base di Latakia, l’avamposto militare avanzato sulla costa siriana dove dall’inizio di settembre i capienti aerei da trasporto An-124 scaricano mezzi corazzati e materiale logistico per approntare una forza offensiva, hanno portato il primo attacco russo contro l’IS nei pressi di Talbiseh, nella provincia di Homs.

L’approvazione è stata data ieri della camera alta di Mosca, sottolineando che per ora verranno coinvolte solo le forze aeree. Il Cremlino ha annunciato:

“L’obiettivo militare delle operazioni è mirato al supporto aereo delle forze governative siriane nella loro lotta contro lo Stato islamico. Il presidente della Repubblica araba siriana ha richiesto alla leadership del nostro Paese di fornire assistenza militare. Il terrorismo deve essere combattuto, ma è ancora necessario osservare le norme del diritto internazionale.”

Si parla di una forza area 28 cacciabombardieri ( 4xSu-30, 12xSu-25, 12xSu-24) oltre ai 12 elicotteri da combattimento, presenti sulle piste della base siriana che nell’ultimo mese è stata allestita per accogliere quello che ora completato è: il contingente russo in supporto delle forze governative di Damasco.

Durante l’incontro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Obama e Putin hanno discusso riguardo la posizione della Russia all’interno della coalizione anti-IS, ma non sono ancora chiari i risultati, anzi, sembrerebbe che il messaggio emanato oggi dalla Russia sia stato –” Sgombrate i cieli” –  Richiamando la violazione del diritto internazionale da parte della NATO, e questo potrebbe essere un problema da non sottovalutare.

Proprio nei giorni scorsi per esempio, l’Armée de l’Air francese ha operato con 5 dei suoi caccia, sferrando il suo primo discussimo raid non permesso su un campo di addestramento del Daesh designato dalle forse di coalizione come attivo. Le missioni di ricognizione e i bombardamenti strategici o di supporto delle forze congiunte della NATO, al quale interno operano attivamente da vari mesi USAF per gli Stati Uniti, RAF e RCAF per Uk e Canada, AAF per la Francia, e RJAF per la Giordania, UAEAF per l’Arabia Saudita, sono all’ordine del giorno nello spazio aero siriano, e un ennesimo giocatore non contemplato nella partita potrebbe creare confusione e una certa dose di rischio.

Dopo il fallimento maturato dalla strategia USA contro l’IS, che l’ha visti perdere il 90% dei ribelli addestrati dalle agenzie preposte, tra i morti e quelli passati al nemico con l’intero equipaggiamento fornitogli (777,000 $ per unità), il Pentagono avrebbe ridisegnato i propri piani concentrandosi sulle unità JTAC, capaci attraverso il puntamento laser, o un nuovissimo programma Android, di coordinare le forze di terra con il supporto aereo ravvicinato e fulmineo della coalizione.

Per questo si accende il timore del Pentagono riguardo agli eventuali rischi che potrebbe provocare la presenza nello spazio aereo siriano dei jet da combattimento inviati dal Cremlino senza piani di volo o piani missione condivisi ( senza contare la presenza di una portaerei cinese). Nonostante le contromisure e tutte le regole d’ingaggio che il protocollo contempla, lo stretto contatto con gli aerei già operanti della coalizione potrebbe dare luogo ad attriti o peggio a incidenti in volo che potrebbero aggravare non poco gli equilibri diplomatici su una crisi che rivela due modi antitetici, o due vecchi assetti se preferiamo, di misurasi e impegnarsi su uno scenario che racchiude interessi politici ed economici per entrambi le parti: reggenza legittima di uno stato straniero, flussi migratori, e simpatie per Assad a parte.

Come per tanti altri casi nella storia della Guerra Fredda, quella che fu, non quella che ora si aggira come uno spettro in Medio Oriente, la distesa celeste da percorrere a mach 2 è il palcoscenico, e le uniche vittime sacrificali di un incidente tra potenze mondiale sarebbero gli sventurati piloti militari che potrebbero rimanerne coinvolti.  Perché ad essere seri, riusciamo ad immaginare una prospettiva che voglia tenere conto delle conseguenze di un abbattimento tra potenze mondiali ?

 

 

Siria, dall’attacco chimico alle torture nelle carceri: nuovi importanti sviluppi

L’8 dicembre scorso il giornalista statunitense Seymour Hersh ha pubblicato sul sito della London Review of Books (LRB) un lungo articolo, intitolato «Whose Sarin» (articolo tradotto in italiano e comparso su Repubblica del 10 dicembre), nel quale accusa il governo americano di non aver detto la verità per ciò che riguarda l’ormai famoso attacco chimico del 21 agosto scorso. Attacco chimico che, è bene ribadirlo, avrebbe potuto portare all’intervento militare proprio degli Stati Uniti. 76 anni, Hersh è un giornalista molto famoso: nel 1970 vinse il Pulitzer per le rivelazioni del massacro di My Lai in Vietnam e nel 2004 fece conoscere al mondo intero gli abusi ad opera dei militari statunitensi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Questa volta il giornalista di Chicago mette nel mirino l’operato dei servizi segreti statunitensi e del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Scrive Hersh (di cui riporto solo alcune parti dell’articolo):

Nei mesi precedenti, le agenzie di intelligence americane hanno prodotto una serie di rapporti altamente riservati contenenti prove che il Fronte Al Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad Al Qaeda, possedeva le competenze tecniche per creare il sarin ed era in grado di fabbricarne in abbondanza. […] Un ufficiale di alto livello dell’ intelligence, in una mail spedita a un collega, ha definito le assicurazioni dell’ amministrazione Obama sulla colpevolezza di Assad una «furberia». […] Il 29 agosto, il Washington Post ha pubblicato estratti del budget annuale per tutti i programmi nazionali di intelligence, fornito da Snowden.[…]Gli estratti del Washington Post hanno fornito anche la prima indicazione di un sistema segreto di sensori all’ interno della Siria per conoscere in anticipo qualsiasi cambiamento nella situazione dell’ arsenale chimico del regime. I sensori sono monitorati dall’Nro (Ufficio nazionale di ricognizione), l’organismo che controlla tutti i satelliti dei servizi segreti americani. Secondo il riassunto del Washington Post, l’Nro ha anche il compito di «estrarre i dati provenienti dai sensori sul terreno», dislocati all’ interno della Siria. Questi sensori forniscono un monitoraggio costante dei movimenti delle testate chimiche in mano all’ esercito siriano, ma nei mesi e nei giorni prima del 21 agosto, dice sempre l’ ex funzionario, non hanno riscontrato alcun movimento. È possibile, naturalmente, che il sarin sia stato fornito all’ esercito siriano attraverso altri mezzi, ma non essendoci stato nessun preallarme le autorità americane non erano in grado di monitorare gli eventi a Ghouta Est nel momento in cui si stavano svolgendo.La Casa Bianca ha avuto bisogno di nove giorni per mettere insieme le prove contro il governo siriano. Il 30 agosto ha invitato a Washington un gruppo selezionato di giornalisti e ha distribuito loro un documento che recava scritto in bell’evidenza «Valutazione del Governo» (e non dei servizi segreti). Il documento esponeva una tesi essenzialmente politica a sostegno della posizione della Casa Bianca contro Assad: i servizi segreti Usa sapevano che la Siria aveva cominciato a «preparare munizioni chimiche» tre giorni prima dell’ attacco.[…] Il documento diffuso dalla Casa Bianca e il discorso di Obama non erano descrizioni degli eventi specifici che avevano portato all’ attacco del 21 agosto, ma un’ esposizione della procedura che l’esercito siriano avrebbe seguito per qualunque attacco chimico. «Hanno messo insieme un antefatto», dice l’ ex funzionario dei servizi, «con un mucchio di pezzi e parti differenti.» Sia in pubblico che in privato, dopo il 21 agosto l’ amministrazione Obama ha ignorato le informazioni disponibili sul potenziale accesso al Sarin di al-Nusra e ha continuato a sostenere che il Governo di Assad era l’ unico a disporre di armi chimiche […].

A corredo dell’articolo, segnalo sia l’articolo del Washington Post, sia il documento di «Valutazione del Governo» citati da Hersh nella sua inchiesta.

LE TANTE CRITICHE MOSSE A HERSH – L’articolo di Hersh ha scatenato numerose polemiche e lasciato spazio a molte critiche. Innanzitutto, il portavoce dei servizi segreti americani, Shawn Turner, ha commentato:«Qualsiasi insinuazione sul fatto che siano state taciute prove di intelligence a sostegno di presunte alternative, sono false». Il blogger Brown Moses (alias Eliot Higgins che, come abbiamo visto, non nasce come esperto di armi) sostiene che i missili impiegati sarebbero i Volcano, di cui sarebbe in possesso solo l’esercito siriano sin dal novembre 2012. Secondo Higgins, l’attacco chimico è chiaramente opera dei «compari di Assad» e l’attacco non sarebbe un’iniziativa improvvisa ma parte precisa di un’operazione militare durata più di tre mesi. La fondazione EA WorldView (dell’Università di Birmingham) ritiene invece che il Pulitzer abbia volontariamente omesso alcuni particolari. Ad esempio, Hersh non avrebbe tenuto conto del fatto che non è stato colpito un solo luogo ma molti di più (tra i 7 e i 12). Secondo la fondazione (che rivolge molte altre critiche al giornalista statunitense) solamente l’esercito regolare avrebbe avuto la forza di condurre simili operazioni. EA WorldView sospetta anche che l’articolo di Hersh sia stato in gran parte “riciclato” da una vicenda risalente al maggio scorso, quando 12 uomini di Al-Nusra furono arrestati con l’accusa di possedere il Sarin. Alle critiche ha risposto Christian Lorentzen, redattore capo della LRB, che ha dichiarato che l’articolo è stato scrupolosamente sottoposto a fact-checking (ossia alla verifica dei fatti) da parte di un ex fact checker del New Yorker (un settimanale rinomato proprio per la sua attività di controllo delle notizie che vengono pubblicate) che già in passato aveva lavorato con Hersh. Tuttavia vien da chiedersi perché l’articolo non sia comparso sul New Yorker, di cui Hersh è una delle firme più illustri, o sul Washington Post, al quale lo stesso giornalista aveva inviato una mail per proporre l’inchiesta. Interpellato sul punto, Hersh ha dichiarato che il New Yorker «ha mostrato scarso interesse per la vicenda», mentre il redattore esecutivo del Washington Post, Marty Baron, dopo aver inizialmente mostrato interesse per l’articolo ha risposto al famoso reporter dicendo che «le fonti non erano in linea con gli standard di credibilità del Post». I portavoce di entrambi i periodici hanno preferito non commentare pubblicamente la vicenda.

L’ULTIMO RAPPORTO RIMETTE IN GIOCO TUTTO? – Nel suo articolo, Hersh aveva chiesto anche il parere del professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachussets Institute of Technology (MIT), Theodore Postol.

In un allegato al rapporto dell’ Onu erano riprodotte foto, prese da YouTube, di alcune munizioni recuperate, tra le quali un razzo che «corrisponde indicativamente» alle specifiche di un lanciarazzi da 330mm. Il New York Times scrisse che la presenza di quei razzi sostanzialmente era la prova che la responsabilità dell’ attacco era del governo siriano, poiché «non risultava che la guerriglia fosse in possesso delle armi in questione». Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza Nazionale al Mit, ha analizzato le foto dell’ Onu insieme a un gruppo di suoi colleghi ed è giunto alla conclusione che quel razzo di grosso calibro era una munizione di fabbricazione artigianale, molto probabilmente realizzata localmente. Mi ha detto che era «qualcosa che si può produttore in un’ officina modestamente attrezzata». Il razzo delle foto, ha aggiunto, non corrisponde alle specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, a disposizione delle forze armate siriane.

Thedore Postol non è un semplice professore di università: secondo quanto ha scritto Roberta Zunini su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio, stiamo parlando del «massimo esperto di balistica al mondo nonché scienziato e professore di Tecnologia e sicurezza nazionale al Mit di Boston [sic], il più accreditato istituto di tecnologia del mondo». Il 14 gennaio lo stesso Postol ha pubblicato insieme a Richard Lloyd (ex ispettore delle Nazioni Unite sugli armamenti) un interessantissimo rapporto il cui titolo dice già molto: “Possibili conseguenze delle errate interpretazioni tecniche dei servizi segreti statunitensi sull’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco”. A pag.36 del rapporto si legge che I missili utilizzati nell’attacco erano a cortissimo raggio e potevano essere lanciati da una distanza massima di 2 Km: il che sembra dimostrare che l’esercito, che si trovava più lontano dai luoghi dell’attacco (come si evincerebbe anche da una cartina della Casa Bianca), non sia il responsabile.

LE “SOMIGLIANZE” SOSPETTE DEI RAPPORTI SULL’ATTACCO – Il 26 settembre scorso un ricercatore associato proprio del MIT, Subrata Ghoshroy, aveva scritto un lungo e dettagliato articolo intitolato “Seri interrogativi sull’integrità del rapporto delle Nazioni Unite”. Nel suo articolo, Ghoshroy ricostruisce bene i momenti salienti di quei giorni e dedica un passaggio proprio al ruolo del blogger Brown Moses/Elliot Higgins, “voce” sempre più ascoltata dai media internazionali. Goshroy di analisi se ne intende, visto che ha lavorato per quasi 10 anni come senior analyst al GAO – Government Accountability Office del Congresso degli Stati Uniti. A pag.4 riporta di aver visionato tanti file di foto o video utilizzati da Higgins per dimostrare la colpevolezza dell’esercito di Assad per l’attacco del 21 agosto e di averne notati alcuni che risalivano al Gennaio 2013 (ossia ben sette mesi prima degli attacchi di Ghouta). Riempire il blog di foto che si riferiscono ad eventi diversi può essere perlomeno fuorviante. Il ricercatore del MIT ricorda anche come ad inizio settembre proprio Postol e Lloyd furono sentiti dal New York Times a proposito dell’attacco di Ghouta. In quei giorni il quotidiano statunitense aveva pubblicato sul proprio sito una presentazione in PowerPoint fatta da Lloyd sugli elementi (allora) conosciuti dell’attacco; di Postol aveva invece pubblicato un’analisi preliminare sull’attacco. Due documenti molto importanti anche perché pubblicati prima del rapporto dell’ONU (questi studi furono pubblicati sul sito del NY Times il 5 settembre, mentre il rapporto dell’ONU fu reso noto ben 11 giorni dopo, il 16 settembre ndr). Tra questi 2 studi e il rapporto dell’ONU, ci fu quello di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 10 settembre e basato (tra gli altri) sulle foto e i video reperiti da Brown Moses. Le date di pubblicazione non sono affatto elementi secondari, soprattutto se nell’analisi del ricercatore del MIT si legge:«Precedentemente alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, altri due importanti rapporti erano stati resi pubblici. Uno è comparso sul New York Times e l’altro è il rapporto di Human Rights Watch. Entrambi i rapporti mostravano i dettagli di una testata che avrebbe potuto contenere tra i 50 e i 60 litri di Sarin – una quantità che potrebbe spiegare l’elevato numero di vittime indicate dal governo USA. Il rapporto dell’ONU, rilasciato qualche tempo, ha ripetuto le loro conclusioni [dei 2 rapporti NDR]. Avendo studiato e analizzato attentamente tutti questi rapporti, ho trovato che quello dell’ONU ha incluso diagrammi e fotografie che si trovavano nei rapporti sopramenzionati senza citarli.[…] Credo ci siano stati contatti tra il gruppo di ispettori ONU e gli analisti esterni che hanno influenzato il rapporto.» A corredo della sua tesi, Goshroy propone numerosi esempi di “somiglianze” sospette tra i rapporti del NY Times, di HRW e quello dell’ONU.

Non ci sarebbe stato niente di male se l’ONU avesse reso noto che si era servita anche di altri rapporti. Ciò non solo non è stato fatto, ma il rapporto stesso (che sin da subito presentava elementi perlomeno poco convincenti) è stato preso e in molti casi presentato da buona parte della stampa nazionale e internazionale come un documento che metteva la parola fine a qualsiasi dubbio. Un rapporto che doveva costituire la conferma ufficiale della dinamica dell’attacco e, seppur implicitamente, la riprova che il responsabile fosse l’esercito siriano. Il fatto che alcuni commentatori come – tra gli altri – la giornalista Sharmine Narwani avessero fatto notare che questo documento non sembrava rispondere ai tanti dubbi ma piuttosto aggiungerne altri è stato (volutamente o meno) ignorato dai più. Eppure già il 4 settembre (ossia ben 12 giorni prima della pubblicazione del rapporto) il segretario di stato, John Kerry, aveva di fatto ridimensionato la rilevanza del rapporto dell’ONUdichiarando al Washington Post:«Le indagini delle Nazioni Unite non ci diranno chi ha utilizzato queste armi chimiche. Per stessa definizione del suo mandato, l’ONU non potrà dire nulla di più di quanto vi abbiamo detto noi questo pomeriggio o che già non sappiamo».

TORTURE PRESENTI E PASSATE – Il fatto che (molto probabilmente) non sia Assad il responsabile dell’attacco chimico non deve però far credere che il presidente siriano possa essere considerato una vittima. Anzi, due giorni prima dell’inizio della conferenza internazionale “Ginevra 2” il Guardian e la CNN hanno pubblicato una sintesi in anteprima di un rapporto che sembra attestare le torture del regime nelle carceri. Il rapporto nasce da 55.000 scatti fotografici di Caesar (nome finto utilizzato per motivi di sicurezza), un disertore che – si afferma nel documento – è ora un “sostenitore di coloro che si sono opposti all’attuale regime” ma che ha dichiarato al gruppo di inchiesta di aver lavorato per 13 anni nella polizia militare. Tra le sue mansioni vi era quello di fotografare i cadaveri degli ex detenuti nelle prigioni; il duplice scopo era quello, da un lato di informare le autorità che le esecuzioni erano state portate a compimento, dall’altro di assicurarsi che nessuna foto fosse fatta arrivare alle famiglie dei prigionieri morti, alle quali veniva detto che i prigionieri erano morti per “infarto” o per “problemi respiratori”. Caesar è stato ritenuto un testimone credibile perché non ha mai dato l’impressione di voler gonfiare i propri racconti: ha infatti ammesso di non aver mai assistito direttamente ad alcuna esecuzione ma di aver solo fotografato i corpi (sarebbero addirittura 11.000 i detenuti morti). Il rapporto è stato stilato da David Crane – professore di diritto ed ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone riuscito a far condannare l’ex presidente della Liberia Charles Taylor a 50 anni di carcere per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” – Desmond de Silva (che ha lavorato nella medesima corte) e l’avvocato Geoffrey Nice. Le foto pubblicate sono molto crude e 35 di queste – cosa non di poco conto – sono state analizzate da un esperto che ha confermato come non siano state in alcun modo alterate digitalmente. Nelle conclusioni del rapporto si legge che sono state raccolte «prove evidenti [… ] di una tortura sistematica e di uccisioni ai danni delle persone detenute da parte degli agenti del governo siriano». Se Crane ha dichiarato:«Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove – le foto e l’intera operazione. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime», De Silva ha paragonato le foto a quelle dell’Olocausto.

Il rapporto, come era prevedibile attendersi, ha suscitato forti polemiche, anche solo per la tempistica. Il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem, ha dichiarato che quelle foto sono false e che non hanno alcun legame con le carceri siriane (ma d’altronde sarebbe stato strano attendersi un’ammissione). Ha inoltre etichettato il rapporto come «politicizzato e carente in obiettività e professionalità» e lo studio legale che lo ha stilato come «noto per avere legami con paesi che sono ostili alla Repubblica Araba Siriana sin dall’inizio della crisi». Effettivamente lo studio legale Curter-Ruck (come conferma la stessa CNN) è stato finanziato dal governo del Qatar, paese che, insieme all’Arabia Saudita, ha fornito forse maggior supporto ai ribelli. La CNN, pur avendo pubblicato il rapporto, ha poi precisato di «non poter esser essere in grado di confermare in maniera indipendente l’autenticità delle fotografie, dei documenti e delle testimonianze citate nel rapporto e di affidarsi per questo alle conclusioni della commissione di inchiesta». Inoltre, seppur ritenuto credibile da questo gruppo d’inchiesta (che, va detto, non è composto da quattro pagliacci), il testimone anonimo Caesar è l’unica fonte dal quale si evince che queste foto sarebbero collegate alle carceri del regime (molti dubbi sono stati espressi dal giornalista e scrittore Francesco Santoianni). Sapere che le terribili foto non sono state ritoccate è confortante sino ad un certo punto, se il contenuto delle stesse non viene supportato da argomenti più validi di una testimonianza anonima (per quanto ritenuta affidabile).

Va inoltre ricordato come quello dello studio Curter-Ruck non è il primo rapporto che chiama in causa il regime per le torture uscito a guerra in corso. Già nel luglio del 2012 HRW ne aveva pubblicato un primo, in cui si denunciavano dettagliatamente arresti arbitrari, detenzioni illegali e torture ai danni dei manifestanti scesi in strada per opporsi al regime. C’è chi considera HRW spudoratamente di parte e a favore dei ribelli, ma la stessa organizzazione ha pubblicato lo scorso ottobre un lunghissimo resoconto dei sanguinosi avvenimenti di Latakia del 4 agosto 2013in cui incrimina non Assad e il suo esercito, ma le forze dell’opposizione armata di aver ucciso almeno 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini, 14 anziani e almeno 67 persone disarmate che stavano scappando, a cui vanno aggiunte molte donne e bambini presi in ostaggio.

Del resto, gli stessi Stati Uniti (che per bocca del Segretario di Stato, John Kerry, si dicono inorriditi) sapevano da tempo che nelle carceri siriane si praticasse la tortura; e lo sapevano con certezza, perché la Siria era solo uno dei paesi in cui gli Stati Uniti spedivano i sospetti terroristi almeno sin dai tempi di Bush (figlio), come dichiarò al Senato americano il capo della CIA, John Brennan. E in qualche caso ad essere coinvolte furono persone del tutto innocenti come Maher Arar e Suleiman Abdallah, che terroristi non lo erano affatto. Maher Arar era un cittadino canadese di origine siriana che, arrestato all’aeroporto JF Kennedy di New York senza alcuna prova, fu tenuto in carcere per 2 settimane e successivamente spedito prima in Giordania, dove fu interrogato e picchiato, e poi in Siria dove fu imprigionato per 10 mesi e torturato dai servizi segreti siriani nella “Sezione Palestina”, una delle carceri tristemente note per la durezza delle torture. Arar è stato poi risarcito di 10 milioni di dollari dal governo canadese mentre gli Stati Uniti non ancora mai chiesto scusa pubblicamente ad Arar per le ingiuste sofferenze inflittegli. L’intero sistema delle extraordinary renditions (i trasferimenti dei sospetti terroristi nelle prigioni illegali sotto gli ordini degli USA) è stato descritto per filo e per segno nel dettagliatissimo rapporto intitolato “Globalizing Torture”. Ad essere coinvolti a vario titolo sono stati 54 paesi di un po’tutti i continenti, Italia compresa (vedi caso Abu Omar, di cui nel rapporto si dà conto). E chissà se nel 2009 a tavola – quando proprio Kerry (allora “solo” senatore) e Assad cenavano insieme con rispettive signore – si stesse parlando anche di questo. Kerry guidava una delegazione USA che si trovava in Siria ufficialmente per «discutere di idee e progetti per favorire la pace nella regione».

UNA REALTÁ COMPLESSA – Ovviamente ridurre il dibattito sulla Siria sulla colpevolezza o meno del regime sull’attacco chimico o sulle torture è riduttivo rispetto alla complessità del dramma che si sta consumando e del quale, purtroppo, non sembra facile trovare una soluzione. Non basterebbe un articolo e neanche due o tre per esaurire l’argomento. Né d’altronde si può ridurre tutto agli errori (non sempre involontari) o alle bufale diffuse dai media internazionali, che pure ci sono stati e che ci continuano ad essere. E se è giusto ricordare le terribili esecuzioni che le bande armate integraliste che seminano il terrore in Siria mostrano orgogliose sul web, è altrettanto giusto porsi altre domande: che fine hanno fatto i tanti attivisti scomparsi (sempre che non siano stati uccisi come Ghiyath Matar) che si sono esposti in prima linea nei primi mesi di proteste? La «lotta senza quartiere contro i terroristi» (che pure abbiamo visto effettivamente esserci) può giustificare gli arresti e le varie ingiustizie inflitte a chi voleva semplicemente far sentire la propria voce per un cambiamento? Era un terrorista anche il vignettista Ali Ferzat, a cui furono spezzate le mani durante un pestaggio? E che dire del collega di Ferzat, Akram Raslan, arrestato dai servizi segreti e mai più rilasciato (secondo alcuni sarebbe addirittura morto, notizia non confermata)? E ancora: anche ammettendo che la “parte pacifica” della protesta fosse del tutto minoritaria sin dall’inizio (come sostengono in molti), siamo sicuri che la reazione delle autorità sia stata impeccabile? Tanto per citare un esempio concreto, perché arrestare per 48 ore la dissidente moderata, Rima Dali (alauita proprio come il presidente siriano), “colpevole“di aver esposto davanti al parlamento lo striscione “Fermate la violenza. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”? E perché riarrestarla successivamente, più e più volte, anche dopo che dichiarò:«Credo che sia importante lanciare un messaggio, per quanto piccolo sia, perché questo può cambiare le cose. Il mio messaggio è stato recepito anche da coloro che sostengono il regime. Perché tutti vogliamo fermare le uccisioni e costruire una patria per tutti i siriani.[…] Cerchiamo di aprire un dialogo tra persone che hanno visioni diverse.»? Terrorista anche lei?

Andrea Cartolano – AltriPoli

SIRIA: bufale, contro-bufale e contraddizioni

Come si era già visto nel precedente articolo sulla Siria, la BBC aveva dato spazio al rapporto dell’ISTEAMS (International Support Team for Mussalaha) di Madre Agnès De la Croix. In questo servizio era stato sentito il direttore delle indagini di Human Rights Watch (HRW), Peter Bouckaert, che si era affrettato a dire che la madre superiora non fosse una scienziata forense professionista. Si potrebbe quindi pensare che HRW si affida solamente ai professionisti. Peccato che HRW non applichi sempre con coerenza questo criterio. Nel rapporto pubblicato il 10 settembre (antecedente, quindi, a quello dell’ONU) in cui l’organizzazione accusa Assad di essere il responsabile della attacco chimico a Ghouta del 21 agosto scorso, HRW cita più volte Brown Moses.

Chiariamo subito che non si tratta di una canzone di Frank Zappa, ma di un blog sul traffico di armi in Siria. Nonostante Andrea Milluzzi dell’Huffington Post lo descrive come “una sorta di bibbia per conoscere quali armi circolano in Siria”, è importante sottolineare come il Guardian già a marzo avesse spiegato che il blog (che è comunque tenuto molto bene, va detto) non è curato da un esperto nel traffico d’armi. Si tratta di un ex impiegato di Leicester, ora disoccupato, che per hobby ha cominciato a curare un blog sulla delicata questione degli armamenti in Siria. Il blogger si chiama Elliot Higgins e lui stesso sembra divertito dall’essere considerato un esperto in materia: «I giornalisti pensano che io abbia lavorato nel commercio di armi. Prima delle primavere arabe, però, ne sapevo quanto un appassionato di videogiochi o un patito dei film di Rambo e Schwarzenegger». Eppure lo stesso direttore delle indagini di HRW che tanto tiepido si mostrava sul rapporto di Madre Agnès perché “non professionista di scienza forense” non sembra molto turbato dal fatto che Higgins non sia un esperto d’armi. Ciò non è un dettaglio di poco conto. Non sappiamo perché Higgins debba avere più autorevolezza di Madre Agnès secondo il responsabile di HRW: forse perché Bouckaert e il blogger inglese avevano già collaborato insieme nel preparare il rapporto sull’utilizzo di bombe a grappolo da parte dell’esercito siriano nelle zone abitate di Deir Jamal e Talbiseh; o forse perché il giornalista del New York Times, Cristopher Chivers, ha affermato che molti giornalisti si affidano all’enorme lavoro di Higgins che monitora in continuazione moltissimi video postati su YouTube. Ma se i video fossero manipolati (cosa tutt’altro che improbabile in una guerra come questa)? Come facciamo a sapere che Higgins non sbagli mai? Se non fosse per il dramma della guerra che continua a mietere vittime, farebbe piuttosto sorridere pensare che una delle poche fonti considerate attendibili dagli stessi giornalisti sia un blogger di Leicester che analizza con dovizia tutti i video postati su youtube dai vari gruppi.

Probabilmente però (anche se Bouckaert non lo dice) le remore a fidarsi di Madre Agnès sono dovute alle tante critiche e illazioni che sono piovute addosso alla suora che non solo è stata definita da più parti come una “negazionista”o come la “migliore amica di Assad” ma che viene accusata di essere lo strumento di propaganda principale utilizzato da Assad in persona. Tuttavia queste accuse danno un’immagine piuttosto distorta della suora: è vero, Madre Agnès ha effettivamente dichiarato più volte che all’interno della rivoluzione vi erano anche gruppi integralisti che non mirano ad una Siria democratica (cosa, peraltro, rivelatasi fondata) e che la rivoluzione non era sostenuta da tutto il popolo siriano sin dall’inizio. Ma perché non si ricorda anche che lei stessa ha etichettato il regime di Assad come “stalinista, socialista e totalitario” (non male per essere la migliore amica del regime!)?. E perché non si ricorda anche di ciò che aveva dichiarato un anno fa:«L’opposizione ha tenuto la sua prima riunione nel nostro monastero e vi fece la prima chiamata per il dialogo nazionale. Purtroppo questo appello e molti altri sono stati ignorati dall’opposizione che opera dal di fuori e non ha alcun radicamento reale all’interno del Paese.»? Siamo quindi proprio sicuri che ci troviamo di fronte ad una suora al soldo del regime?

LA FALSA SPY STORY DEL DAILY MAIL – A fine gennaio di quest’anno il Daily Mail aveva pubblicato una notizia bomba: gli USA erano pronti a lanciare un attacco chimico in Siria per poi far ricadere la colpa su Assad. La notizia si basava su delle mail rubate da un hacker malese e pubblicate sul sito infowars.com che documentava una corrispondenza elettronica tra il direttore dell’area di sviluppo degli affari della Britam (contractor della difesa britannica), David Goulding, e il presidente della società, Philip Doughty. Nella mail di Goulding si leggeva:«Phil… abbiamo una nuova offerta. Si tratta di nuovo della Siria. I Qatarioti propongono un affare interessante e giuro che l’idea è approvata da Washington. Dovremmo consegnare dell’armamento chimico (CW nell’originale, NdT) a Homs, una g-shell (bomba a gas, Ndt) di origine sovietica proveniente dalla Libia simile a quelle che Assad dovrebbe avere. Vogliono farci dispiegare il nostro personale ucraino che dovrebbe parlare russo e realizzare una registrazione video. Francamente, non credo che sia una buona idea, ma le somme proposte sono enormi. Qual è la tua opinione? Cordiali saluti, David.»

La notizia, che dopo poche ore era stata cancellata dal sito del quotidiano britannico, è ancora possibile leggerla come copia cache su webarchive.org. Ma perché la notizia era stata cancellata? Certo, non per una sorta di “censura” come in molti sostengono. Lo spiega il Guardian: le mail rubate sono state contraffatte dallo stesso hacker e Britam aveva subito citato in giudizio per diffamazione il quotidiano britannico. Resosi conto dell’errore, il Daily Mail non solo non si è difeso ma ha presentato le proprie scuse alla società contractor della difesa britannica e ha pagato 110.000 sterline per i danni causati. Tutto molto semplice e lineare. Eppure ancora oggi se si inserisce il titolo dell’articolo nel motore di ricerca di Google non è difficile trovare pagine e pagine che insistono sul “mistero” del perché il Daily Mail abbia cancellato la notizia. Inutile dire che dopo l’attacco chimico a Ghouta, alla notizia “misteriosamente cancellata” è stato dato ancor più risalto, senza che, peraltro, si tenessero in debito conto le scuse presentate del Daily Mail per l’errore.

I CECCHINI DI ASSAD SPARANO AI FETI? – Una delle notizie che negli ultimi mesi ha maggiormente impressionato per la sua crudeltà è stata quella che riportava che i cecchini di Assad avrebbero sparato alle pance delle donne in cinta per avere come ricompensa dei pacchetti di sigarette. Ad averlo dichiarato al Times è stato David Nott, uno dei più rinomati chirurghi inglesi, recatosi come volontario in Siria per 5 settimane per formare i medici del posto nei trattamenti d’emergenza. Col passare dei giorni, però, qualche dubbio viene. Innanzitutto Nott, intervistato dalla BBC, sembra non essere totalmente sicuro che i cecchini siano del regime: quando gli viene chiesto di quale parte fossero i cecchini il chirurgo risponde: «Onestamente non lo so, ma mi è stato detto più volte che erano cecchini del regime, perciò presumibilmente sono cecchini di Assad». Ora, non si hanno prove certe per controbattere alcunché al chirurgo inglese. È però giusto ricordare che alla vigilia della partenza per la Siria de “l’Indiana Jones dei chirurghi” (così come viene descritto dalla stampa d’oltremanica) l’Independent aveva riportato che Nott avrebbe lavorato in una zona controllata dai ribelli. Nott, infatti, non rivela la zona esatta in cui ha lavorato in Siria per «motivi di sicurezza» ma dalla descrizione che fa sembra proprio riferirsi ad Aleppo («Ho lavorato per 5 settimane in una città del nord della Siria, una delle più grandi»). Aleppo è soprannominata “la capitale del nord” e prima della guerra aveva quasi due milioni di abitanti, risultando la città più popolosa della Siria (anche più di Damasco). Non si hanno prove certe ma l’identikit fa supporre che Nott abbia lavorato nella zona di Bustan Al-Qasr ad Aleppo. Un’area che la reporter della BBC Hannah Smith aveva descritto come contesa tra varie brigate criminali e gruppi ribelli con ben 72 cecchini. Con ogni probabilità, comunque, Nott avrà parlato con persone non filogovernative su chi fossero i responsabili. Un altro elemento poco chiaro della vicenda riguarda la radiografia pubblicata da Syria Relief (un’organizzazione benefica con sede nel Regno Unito) e ripresa da numerosi quotidiani britannici: come fa notare il Telegraph (che si interroga sull’autenticità della radiografia), il cranio appare intatto così come il proiettile che invece avrebbe dovuto essere danneggiato.

Questo fa dell’intera notizia una bufala? Non lo si può affermare con certezza e, in assenza di elementi certi, è comunque giusto tenere in considerazione la testimonianza del chirurgo che in quelle zone ci è stato: è però anche doveroso chiedersi se in uno scenario così difficile e in un’area controllata dai ribelli ci si potesse aspettare che gli stessi non avrebbero accusato i cecchini di Assad; o quantomeno interrogarsi sull’autenticità di alcune informazioni e su quella della radiografia. Che interesse avrebbe poi Assad ad ordinare degli omicidi così efferati inimicandosi ulteriormente gran parte dell’opinione pubblica mondiale? La domanda sorge spontanea, soprattutto in un momento in cui non solo è sempre più vicina la conferenza internazionale Ginevra 2 (inizialmente prevista per il 23 novembre e poi molto probabilmente spostata al 12 dicembre), ma in cui gli occhi del mondo erano già puntati sullo smantellamento dell’arsenale chimico siriano che, secondo quanto annunciato dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), è stato portato a termine. Proprio all’OPAC è stato assegnato quest’anno il Premio Nobel per la Pace per il lavoro di negoziazione volto alla distruzione dell’arsenale chimico di Assad. Un premio “fortemente politico”, come fa (giustamente) notare Lorenzo Biondi di Europa Quotidiano.

LA BBC E IL NAPALM – A fine agosto (poco dopo l’attacco chimico di Ghouta) la BBC riporta un’altra notizia sconvolgente: l’esercito siriano avrebbe usato il napalm contro una scuola, causando la morte di almeno 10 bambini più molti altri feriti. Un nuovo cruento episodio che arriva proprio mentre il parlamento inglese si sta per riunire per decidere se sostenere il piano di entrata in guerra di David Cameron. La notizia suscita subito grandi polemiche. Per Francesco Santoianni, giornalista e attivista del Movimento Cinque Stelle, ci sono molti indizi che fanno credere che la notizia sia montata: innanzitutto il Napalm è « una sostanza gelatinosa che sviluppa un calore altissimo (fino a 1.200 gradi) e che si appiccica alla cute bruciando (anche irrorandola con acqua) per 10-15 minuti. Non a caso, tranne qualche rarissima eccezione, non sono mai state trovate vive persone colpite direttamente da napalm (che tra l’altro, determina bruciature assolutamente caratteristiche) ma solo quelle colpite da fogliame e altri oggetti arsi da questa sostanza». Nel video della BBC si vede, invece, un bambino coperto da una sostanza bianca che non sembra (al di là delle apparenze) in punto di morte. Il luogo dell’attacco non sembra essere neanche una scuola ma più probabilmente una villa. Non si può dire che tutto il video sia costruito: alcuni ustionati sicuramente ci sono. Il punto che Santoianni contesta è che non sia stato usato il Napalm.

Craig Murray, attivista per i diritti umani, fa notare che vi è una differenza notevole nelle due versioni del video pubblicate dalla BBC: in questa la dottoressa Rola (di Hand in Hand for Syria) parla di armi chimiche, in quest’altra parla di Napalm. Ciò che colpisce, secondo Murray, è che i due video sono montati alla stessa maniera: la dottoressa Rola ha il viso coperto da una maschera e non è possibile stabilire davvero cosa abbia detto. In una lunga lettera di lamentele inviata alla BBC dopo i servizi sul Napalm, Robert Stuart del Media Lenses Board, elenca una serie di punti non convincenti o contraddittori. Stuart attacca la BBC anche perché non ha detto in nessuno dei servizi che Hand in Hand for Syria, è chiaramente vicina all’opposizione (in effetti, sul sito si vede la bandiera utilizzata dal Consiglio Nazionale Siriano e dall’opposizione). Per quanto riguarda l’altra dottoressa di Hand in Hand for Syria che compare nel servizio della BBC, Saleyha Ahsan sembrerebbe avere precedenti come regista di servizi di guerra. Ovvio, non è quest’ultimo elemento di per sé che getta discredito sulla notizia; ma unito agli altri, induce a delle riflessioni.

Ora, chiaramente qualcosa deve essere successo ma perché citare armi chimiche o Napalm (probabilmente) a sproposito? Perché parlare di una scuola? Il sospetto che si sia voluto “gonfiare” l’ennesimo bombardamento che ha visto coinvolta la popolazione civile per mobilitare l’opinione pubblica inglese e il parlamento in primis a sostenere la linea tenuta dal primo ministro, David Cameron: intervenire militarmente.

IL MISTERO DI MINT PRESS NEWS – Nel precedente articolo sulla Siria scritto per Polinice, avevo scritto: «Il 21 agosto giunge la notizia di un attacco chimico sferrato contro gli abitanti di Ghouta. La maggior parte dell’opinione pubblica mondiale accusa Assad, mentre viene “trascurata” una notizia pubblicata su Mint Press News: secondo questa ricostruzione ad usare il gas nervino sarebbero stati ribelli che perlopiù ignoravano di star maneggiando armi chimiche. Dietro di loro ci sarebbe la responsabilità dell’Arabia Saudita.» È doveroso ritornare su questa notizia che ha subito suscitato grandi polemiche in rete. L’articolo era a firma di Dale Gavlak, una reporter freelance dell’Associated Press, e di un giornalista giordano, Yahya Ababneh. Brown Moses (che ora conosciamo bene) però posta il 21 settembre un breve resoconto della corrispondenza con Gavlak in cui la reporter afferma che ha solamente aiutato nello scrivere l’articolo ma che l’intera paternità deve esserne attribuita al giornalista giordano e che per questo ha chiesto, invano, che la sua firma venga tolta dall’articolo. Poche ore dopo il direttore di Mint Press News, Mnar Muhawesh, risponde al blogger inglese con una dichiarazione ufficiale; Dale Gavlak si è occupata per intero dell’articolo ma sta cercando di ritirarsi perché terze parti (non meglio precisate) avrebbero minacciato di porre fine alla sua carriera a causa di quell’articolo. Queste stesse terze parti avrebbero chiesto esplicitamente a Gavlak di dissociarsi. Tutto chiarito? Nemmeno per sogno. Brian Whitaker, ex redattore per il Medio Oriente del Guardian, nel suo blog albab.com pone seri dubbi sia sull’attendibilità del giornalista giordano sia sulla sua reale identità. Ababneh si fa chiamare anche Yan Barakat e la sua esclusiva potrebbe essere frutto di una ricostruzione di fonti russe. Con questo nome, il giornalista giordano ha commentato il blog di Peter Hitchens del Mail on Sunday il 28 agosto alle 9:31 scrivendo:«Alcuni uomini sono arrivati dalla Russia e uno di loro è diventato mio amico. Mi ha detto che hanno le prove che sono stati i ribelli ad aver usato le armi chimiche.» Il commento è più ampio e riporta gran parte del contenuto della notizia di Mint Press News, che però non era ancora stata trasmessa a Mint Press News (Gavlak dichiara di averla mandata il 29 agosto, data in cui è stata effettivamente pubblicata). Insomma, dietro una notizia così importante vi sono due autori che, nel caso di Gavlak, negano il loro coinvolgimento nell’articolo (salvo poi essere smentiti); nel caso del giornalista giordano non hanno un’identità chiara. È da notare come né Mint Press News né Yahya Ababneh/Barakat abbiano smentito Whitaker che fa anche notare come Barakat abbia scritto un articolo sul Jerusalem Post.

Questo vuol dire che l’intero contenuto della notizia di Mint Press News sia falso? O che è stato sicuramente l’esercito regolare ad utilizzare le armi chimiche? Malgrado tutto, è difficile dirlo con totale sicurezza, anche se bisogna ammettere che questi retroscena dietro la scrittura dell’articolo sembrano minare alla base la credibilità dell’agenzia di stampa americana. Tuttavia vi sono molte voci che si sono sollevate che contestano o quantomeno si interrogano sulla reale responsabilità di Assad e sulla dinamica dell’attacco stesso. Guy Adams del Daily Mail sembra essere piuttosto scettico: perché in molti video le vittime dicono di aver respirato una nuvola di gas arancione/marrognola dall’odore nauseante quando il Sarin è, infatti, sia inodore che invisibile? Inoltre, al contrario di quanti dicono che le armi chimiche erano solo in possesso di Assad, Adams ricorda come nel maggio scorso le forze di sicurezza turche avevano scoperto che le munizioni di armi chimiche erano in possesso anche del gruppo terroristico di Al Nusra.

Samaan Daoud portavoce per l’Europa del gruppo della parlamentare cristiana indipendente Maria Saadeh, esprime altri dubbi sulla colpevolezza di Assad in una lettera pubblicata da Il Giornale: « Noi abbiamo sentito molte testimonianze secondo cui sarebbero stati i «ribelli siriani» ad utilizzare le armi chimiche e non le forze del regime.» Daoud sembra essere una voce equilibrata, anche se di certo non sostenitrice dei ribelli. Intervistato dalla trasmissione radiofonica Radio3mondo, non nega che all’inizio vi siano state delle manifestazioni di protesta che chiedevano maggiori libertà politiche e sociali: anzi, ammette anche di aver preso parte lui stesso alle primissime manifestazioni ma di essersene allontanato quasi da subito, quando si rese conto della componente integralista di parte dei manifestanti e dell’evidente intervento esterno (di Qatar e Arabia Saudita su tutti).

Tra le critiche che sono piovute addosso al rapporto dell’Onu sull’attacco a Ghouta si è levata anche la voce di Robert Fisk. Fisk, uno dei più rinominati inviati di guerra per il Medio Oriente, fa notare come nel rapporto dell’Onu (a pag. 22) si legge che il luogo dell’attacco fosse stato manipolato “da alcuni individui” prima che arrivassero gli osservatori delle Nazioni Unite.

GLI ULTIMI SVILUPPI – Il punto più interessante dell’articolo di Fisk è però un altro: un incontro che si sarebbe tenuto tra due rappresentanti dell’Esercito Libero Siriano (ELS) e un alto ufficiale dell’esercito di Assad. Secondo la ricostruzione dell’inviato de l’Independent, la delegazione dei due rappresentanti non avrebbe chiesto l’abbandono del presidente siriano (almeno in una prima fase) ma si sarebbe invece concentrata su altri quattro punti: 1) Trattative da portare avanti esclusivamente da forze siriane 2) L’impegno a mantenere in buone condizioni le proprietà pubbliche e private (probabilmente ci si riferisce a quelle non ancora distrutte) 3) La cessazione del conflitto 4) Un lavoro condiviso e inclusivo in cui tutti possano trovare spazio per una Siria realmente democratica. In cambio vi sarebbe stato un cessate il fuoco da parte dell’ELS e una garanzia da parte di Assad che nessun elemento dell’esercito oppositore sarebbe stato punito: prova ne sarebbe il ritorno al lavoro di molti impiegati e la riapertura delle scuole nelle città precedentemente controllate dall’ELS. La sempre maggiore influenza delle milizie islamiste all’interno della guerra avrebbe definitivamente disilluso i membri dell’ELS che si erano scissi dall’Esercito Regolare proprio perché convinti delle ragioni della rivoluzione. Un’alleanza (almeno parziale) tra l’ELS e l’esercito siriano? O un impegno a non intervenire da parte dell’ELS? Non lo si può affermare con certezza ma questo spiegherebbe perché Moussa Al Omar, giornalista siriano di Al Ghad TV, abbia dichiarato che ormai l’Esercito Libero Siriano non esiste più e che sul campo a combattere Assad siano rimaste praticamente solo brigate islamiste. L’affermazione colpisce soprattutto perché viene pronunciata da un giornalista non filogovernativo che ha avuto diversi problemi con il regime sin dall’inizio della sua carriera quando nel 2006 si era visto chiudere dalle autorità siriane Sham TV, il canale televisivo che lo vedeva tra i fondatori, oltre che come conduttore. Una volta scoppiato il conflitto, la sua casa di Idlib fu distrutta dell’esercito siriano nell’aprile del 2012 dopo che quella della sua famiglia a Damasco era già stata attaccata dalle forze di sicurezza nell’agosto del 2011.

La denuncia di Al Omar sembra confermare anche quanto riportato dall’articolo del Washington Times, che ha rivelato come la presenza di jihadisti stranieri in Siria sia sempre maggiore e stia crescendo ad un tasso incredibilmente veloce. Ciò conferma la capacità delle formazioni islamiche di riuscire ad attrarre un gran numero di persone; emblematico, il caso di due ragazze norvegesi, andate in Siria per combattere contro Assad e poi subito pentitesi. Secondo l’Espresso dopo la morte di Osama Bin Laden, Al Qaeda non solo non si è indebolita ma si sta espandendo sempre di più, arrivando ad avere un ruolo sempre più decisivo nelle sorti del conflitto siriano in corso (e non solo). Tuttavia Lorenzo Declich, studioso di mondo islamico e movimenti estremisti, fa notare come il leader di Al Qaeda, Ayman Zawahiri, abbia annunciato che l’ISIL (acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) tornerà a combattere in Iraq mentre l’altra formazione di Al Nusra, legata ad Al Qaeda, rimarrà competente in territorio siriano. Il comandante dell’ISIL, Abu Bakr Al Baghdadi, in aprile scorso aveva clamorosamente disobbedito agli ordini di Zawahiri, ponendosi a capo dell’ISIL: un’azione che proprio Zawahiri ha definito come un errore. Se Al Baghdadi dovesse nuovamente disobbedire a Zawahiri sarebbe allora chiaro che l’ISIL non è più da annoverare come forza controllata da Al Qaeda. Una spaccatura in vista? Ciò avverrebbe mentre i cristiani sembrano essersi muniti delle proprie milizie.

E in tutto questo i siriani? C’è chi muore sotto le bombe e i colpi di mortaio o a causa dello scoppio di terribili epidemie. C’è chi prova a continuare la sua vita malgrado tutto. C’è chi si trova costretto a mangiare cani e gatti per sopravvivere alla fame o a mangiare l’erba e a bere acqua piovana come fosse un animale. C’è anche chi tenta di scappare dalla morte e, fuggendo dalla guerra, viene lasciato affogare nella semi-indifferenza generale. E poi ci siamo noi. Che da un lato inorridiamo di fronte a queste notizie; dall’altro ci mettiamo del nostro per peggiorare ulteriormente la situazione, come le dure sanzioni economiche alla Siria imposte (tra gli altri) dall’Unione Europea che, secondo quanto riporta un rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione, hanno avuto il prevedibile effetto di andare a martoriare ulteriormente una popolazione già alla fame e di privare gli ospedali di medicinali fondamentali in uno scenario di guerra. Ma come? La stessa Unione Europea insignita del Premio Nobel per la Pace l’anno scorso? Sì, proprio quella. E ci facciamo chiamare gli “Amici della Siria”.

Andrea Cartolano – AltriPoli

Le “dimenticanze” della versione ufficiale sulla crisi siriana

Da quando sono iniziate le proteste in Siria, sfociate poi nel conflitto che tutti noi conosciamo, tante cose sono successe. Per quasi due anni la versione più ricorrente sui nostri principali organi d’informazione è stata: il presidente siriano fa bombardare i civili pur di vincere la guerra contro i ribelli, gli unici difensori del popolo siriano e delle sue battaglie per la democrazia (è ovviamente una banalizzazione, sebbene non del tutto lontana dalla realtà). Nel nostro paese per mesi e mesi si è voluto continuare a sostenere la tesi della guerra tra il “cattivo”, il presidente siriano, e i “buoni”, i ribelli, dando in pasto ai lettori dei principali quotidiani una visione semplificata e distorta di ciò che stava avvenendo e ignorando ogni ricostruzione difforme (non importa, se fosse dettagliata) che potesse mettere in discussione la “versione ufficiale”. Patrick Boylan su Confronti aveva già scritto che in Siria sin dall’inizio non operava una sola opposizione e la rivolta non si poteva definire come del tutto spontanea. Il Washington Post, citando alcuni cable di Wikileaks, aveva riportato già nell’aprile del 2011 come il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti avesse segretamente finanziato i gruppi di opposizione siriana e come nel 2009 avesse aperto un canale satellitare anti-regime chiamato Barada TV. In Italia molte delle informazioni sulla Siria non sono, per così dire, arrivate. Solamente dopo il rapimento (per fortuna conclusosi con la liberazione) dell’inviato de La Stampa, Domenico Quirico, il rapimento di Padre Paolo Dall’Oglio e l’uccisione di Giuliano Delnevo, il 25enne di Genova morto in Siria nel giugno scorso mentre combatteva tra i ribelli, anche i quotidiani italiani non hanno più potuto far finta di niente e hanno cominciato a scrivere, ad esempio, che tra i cosiddetti “ribelli” vi erano forze e gruppi jihadisti composti da combattenti stranieri, in alcuni casi da europei e italiani (ovviamente non si vuole sostenere la tesi che tutti gli oppositori di Assad sono jihadisti stranieri). Tutte cose già note sin dall’inizio del conflitto per i pochi che avevano gli strumenti conoscitivi per saperlo ma che sino all’ultimo si è voluto negare alla maggior parte dei lettori. Così come si sono voluti ignorare i numerosissimi video caricati su Youtube con barbariche esecuzioni di molti dei gruppi estremisti islamici che hanno preso piede in Siria. Che cos’altro non ci è stato detto?

I NUMERI – Nei “bollettini di guerra” trasmessi da gran parte della stampa nazionale e internazionale viene solitamente citato l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che ente non è, se con questa definizione ci si riferisce ad “un organismo o istituto che ha determinati interessi e scopi generalmente superiori ai singoli individui o gruppi”. È importante sottolineare, inoltre, che tale osservatorio non ha base in Siria. Infatti, come riporta il New York Times, questo “istituto” si compone di un uomo solo, un siriano che vive in Inghilterra, a Coventry. Il suo vero nome è Osama Suleiman, anche se è conosciuto col nome di Rami Abdul Rahman, uno pseudonimo che utilizza da quando ha cominciato a mobilitarsi per opporsi al regime. Dalla sua casa di Coventry, con un computer, una connessione internet e due cellulari, Abdul Rahman coordina quattro persone in Siria che raccolgono le informazioni da oltre 230 attivisti sul terreno in tutto il paese. Possiede due negozi di vestiti e riceve sussidi dall’Unione Europea e da un paese europeo che preferisce non rivelare. Nessuno dei nostri principali quotidiani ha speso mai neanche una riga su come si compone questo osservatorio. Non che sia illegale o fuori legge affidarsi a quest’osservatorio, ma prendere dati da quest’uomo senza informare i lettori che riceve sussidi dall’Unione Europea (e da un altro paese, non meglio precisato) e che non si tratta di un’organizzazione presente in territorio siriano non è deontologicamente corretto.

LA STRAGE DI HULA – Il 25 maggio 2012 arriva la notizia di un bombardamento che avrebbe provocato la morte di più di 110 civili. Riprendendo l’articolo di repubblica.it, si capisce come il colpevole è subito stato individuato:

Almeno 110 civili sono stati uccisi ieri a Hula, nella provincia siriana di Homs, dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. La conferma che si sia trattato di un attacco dell’esercito è arrivata dal capo degli osservatori dell’Onu, il generale Robert Mood, che ha condannato oggi come “una brutale tragedia” il massacro.

Per quasi tutti, quella strage è rimasta uno dei crimini contro l’umanità commessi dal presidente siriano Bashar Al-Asad. Dopo pochi giorni però un’inchiesta portata avanti da Rainer Hermann, inviato del Frankfurter Allgemeine Zeitung (non proprio un giornale al soldo di Assad), ribalta la versione: i responsabili del massacro non sarebbero i soldati lealisti, ma forze sunnite vicino all’Esercito Libero Siriano (una traduzione parziale dal tedesco all’inglese dell’articolo si trova qui). Questa inchiesta sarà subito oggetto di ampie critiche, al quale lo stesso Hermann risponde dettagliatamente con un altro articolo (tradotto in italiano su Pressenza). Questa inchiesta verrà perlopiù ignorata dai principali quotidiani italiani con l’unica eccezione de Il Foglio, che ne dà conto sul proprio sito. La BBC addirittura commette un errore macroscopico: pubblica sul suo sito una foto risalente al 2003 in Iraq scattata dal fotografo italiano Marco di Lauro (la foto verrà in seguito rimossa) che verrà subito ripresa dai siti di molti quotidiani internazionali.

IL MINISTRO TERZI – Se tante pagine di giornali sono state riempite da critiche e analisi sul comportamento del nostro ex ministro degli esteri a proposito della vicenda dei due Marò in India, non altrettanto si può dire sulla vicenda della delegazione siriana composta dai parlamentari Maria Saadeh, Waeel Al Ghabra e Sameer Al Khateeb. I fatti: a settembre 2012 la federazione Assadakah – Centro Italo Arabo del Mediterraneo invita in Italia i 3 parlamentari siriani con una lettera ufficiale presentata all’ufficio visti dell’ambasciata italiana. I visti, in un primo tempo concessi, vengono poi improvvisamente e inspiegabilmente negati per diretto intervento dell’allora Ministro degli Esteri. Assadakah spiega:“La Delegazione, invitata dal Centro Italo Arabo, avrebbe dovuto partecipare ad incontri istituzionali con i membri della Commissione Affari Esteri al Senato e con il Presidente della Commissione On. Lamberto Dini, avrebbe inoltre dovuto incontrare i rappresentanti della Commissione Affari Costituzionali e Presidenza del Consiglio ed Interni. […]Era inoltre previsto l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio. La Deputata Cristiana Maria Saadeh aveva chiesto espressamente che fosse organizzato un importante incontro con le Comunità Cristiane.” Gli onorevoli Alfredo Mantica (PDL) e Antonello Cabras (PD) il 9 ottobre 2012 presentano un’interrogazione al ministro Terzi. Non giungerà alcuna risposta e dai principali quotidiani di informazione la vicenda verrà completamente ignorata. Assadakah allora si rivolge con una lettera anche a Giorgio Napolitano, ma anche il Presidente della Repubblica preferirà non rispondere.

LE ARMI CHIMICHE E I RAPPORTI – Il 21 agosto giunge la notizia di un attacco chimico sferrato contro gli abitanti di Ghouta. La maggior parte dell’opinione pubblica mondiale accusa Assad, mentre viene “trascurata” una notizia pubblicata su Mint Press News: secondo questa ricostruzione ad usare il gas nervino sarebbero stati ribelli che perlopiù ignoravano di star maneggiando armi chimiche. Dietro di loro ci sarebbe la responsabilità dell’Arabia Saudita. Vengono in mente le parole pronunciate dal membro della commissione sulle violazioni dei diritti umani in Siria, Carla del Ponte, in merito all’attacco chimico ad Aleppo del 19 marzo (dichiarazioni in seguito oggetto di critiche). Del Ponte aveva dichiarato che erano stati raccolti elementi che dimostravano l’utilizzo di armi chimiche da parte dei ribelli.

I primi video che compaiono in rete sull’attacco chimico lasciano più di qualche dubbio. Alcuni di questi erano stati addirittura caricati su youtube il giorno prima dell’attacco, ma molte televisioni li trasmettono ugualmente senza chiedersi (almeno apparentemente) il perché di quella divergenza di date. L’ONU invia dei propri ispettori in Siria per verificare l’effettivo utilizzo di armi chimiche. Il rapporto, pubblicato il 16 settembre, preparato dagli ispettori conferma l’utilizzo di gas sarin anche se (ufficialmente) non il responsabile. Ciò che non viene detto del rapporto è (a pag. 10) che ad occuparsi della tutela degli ispettori è un leader dell’opposizione locale. Tale “custode” non si limita solo a fare in modo che agli ispettori non accada nulla, ma (come scritto nel rapporto) è stato utilizzato “per facilitare l’accesso ai casi/testimoni più critici da intervistare”. Il che non vuol dire che il rapporto sia finto o costruito, ma che forse sarebbe stato più opportuno contattare anche un rappresentante del governo, in modo da avere due diversi “punti di accesso” ai casi da intervistare (altri dubbi e critiche sul rapporto sono espressi in maniera più esauriente su sibialiria.org). Anche William Polk, ex alto consigliere agli affari esteri nell’Amministrazione Kennedy, sembra essere piuttosto scettico sulla colpevolezza di Assad ed evidenzia in un lungo articolo pubblicato su Atlantic Magazine quanto il rapporto sia perlomeno incompleto e poco approfondito.

Tutto qui? Niente affatto. Qualche giorno dopo esce un altro rapporto, questa volta dell’ISTEAMS, International Support Team for Mussalaha in Syria (Mussalaha in arabo vuol dire “riconciliazione” ndr) che mette in dubbio la veridicità di molti dei video e delle foto utilizzati per dimostrare l’impiego di armi chimiche a Ghouta. L’unico a parlarne in Italia (tra i principali quotidiani) è ancora una volta Il Foglio con un piccolissimo riferimento. Clamoroso (a pag.20 del rapporto) è il caso di una foto utilizzata dall’opposizione siriana che mostrerebbe le vittime causate dall’attacco chimico. La stessa identica foto era stata scattata due anni fa in Egitto. Inoltre il rapporto si chiede perché vengano ripresi nei video quasi solo dei bambini e perché nelle immagini che dovrebbero raffigurare i villaggi dei civili si vedano solo uomini, mentre le donne sembrano essere del tutto scomparse.

Se in Italia il rapporto viene quasi del tutto ignorato, nel resto del mondo fa molto rumore, al punto che cattura l’attenzione anche di alcuni “giganti” del mondo dell’informazione. La BBC gli dedica un articolo mettendo in primo piano la presidente dell’ISTEAMS, la suora libanese Madre Agnès de la Croix, superiora del Monastero di San Giacomo Mutilato a Raqqa che si trova a 60 chilometri da Homs. Nel servizio sulla Madre Superiora (molto discusso, al punto che lo stesso sito del canale inglese, come riporta a fondo pagina, dovrà modificare il titolo originale “Mother Agnes: Syria’s detective nun who denies gas attack”) viene interpellato Peter Bouckaert, direttore delle indagini di Human Rights Watch, che risponde punto per punto ai risultati del rapporto, smentendoli, e ricorda come la suora non sia un esperto in tecniche militari. Sentito a margine dell’incontro tenutosi all’università di Roma Tre “Siria, regime e opposizione oltre la confusione dei media”, Lorenzo Biondi, redattore esteri di europaquodiano.it e tra i relatori del dibattito, invece, è più cauto:«Il rapporto dell’ISTEAMS in alcuni punti mi convince. Certo, è molto difficile essere completamente sicuri di ciò che sta avvenendo in Siria e quindi bisogna sempre essere estremamente cauti su ciò che si legge. È credibile – come sostiene il documento – che alcuni dei video dei corpi dei bambini non siano autentici. Ma quanti di questi dettagli ci vogliono per ricostruire la storia nella sua interezza? È giusto analizzare ogni singolo video, ma da qui a trarre conclusioni “sicure al 100 per cento” il passo è lungo».

Madre Agnès è una figura molto controversa. È accusata, tra le altre cose, di essere al servizio del regime anche se, interpellata sull’argomento, lei stessa risponde: «Il regime di Bachar è un regime totalitario socialista e stalinista. Non è per amore del Regime ma per amore del popolo siriano e per la Chiesa che perderebbe di autorevolezza se si astenesse dall’affermare la verità dei fatti, occultata per considerazioni politiche. Credo che la società siriana non debba essere studiata attraverso il filtro di uno schema binario: Pro regime – Anti regime. L’assoluta maggioranza del popolo siriano non è politicizzata. Esiste un’immensa maggioranza silenziosa che rifiuta di essere strumentalizzata, di essere destabilizzata e di veder affondare lo Stato (che non va confuso col Regime).»

POSIZIONI DIFFERENTI – Sulla situazione in Siria dopo pochi mesi si sono sviluppate molte scuole di pensiero: da chi pensa che sia in atto un vero e proprio complotto ai danni della Siria a chi invece ricorda come sia davvero improponibile difendere il presidente siriano. Naman Tarcha, giornalista siriano di Aleppo e redattore del programma Babzine su Babel Tv, riconosce che la Siria non si poteva definire un paese democratico (seppur migliore in termini di diritti civili e politici rispetto a tanti altri paesi della zona) ma questo non giustifica ciò che sta avvenendo.

«In Siria vi erano tanti problemi e il sistema politico aveva tante falle, questo è innegabile. Il problema è che le tanto sbandierate proteste pacifiche erano non pacifiche sin dall’inizio e non per colpa di Assad. Basta farsi un giro su Youtube per trovare tanti video aggiustati, ad esempio finti manifestanti che si cospargono di sangue finto. Non esiste più un esercito siriano ma solo milizie fedeli ad Assad? Questo non è assolutamente vero: in Siria vi è il servizio di leva, l’esercito siriano esiste eccome, è composto da ragazzi siriani di tutte le confessioni religiose (a differenza dei ribelli, che non si sa da dove vengono) e funziona anche bene. La quantità di balle e invenzioni che sono state dette e scritte sulla Siria è enorme».

Questo vuol dire che Assad è una vittima e che non ha alcuna responsabilità? O che tutti gli oppositori del regime sono solamente composte delle squadracce di terroristi al soldo delle monarchie del Golfo? In occasione di un incontro tenutosi a Roma in luglio scorso, il segretario generale del Partito Comunista Siriano (che ora sostiene Assad), Ammar Bagdash, ammette: «Tra gli oppositori ce ne sono alcuni che hanno trascorso molti anni nelle carceri siriane e di cui abbiamo chiesto e ci siamo battuti per la loro liberazione. Questi oppositori ad Assad sono però contrari ad ogni ingerenza o intervento esterno. Alcuni vivono a Damasco e lavoriamo insieme per il dialogo nazionale. Anche Haytham Menaa del Coordinamento democratico condanna l’uso della violenza da parte dell’opposizione armata e le ingerenze esterne. Altri come Michel Kilo hanno una storia di sinistra ma l’hanno rinnegata e comunque non possono modificare la sostanza reazionaria della ribellione».

La già citata deputata cristiana Maria Saadeh invece pensa: «Una cosa è costruire un sistema democratico, altra è abbattere lo Stato. Lo Stato va difeso come principio assoluto, bisogna lavorare dall’interno per costruire regole democratiche, partecipazione e libertà. Non possiamo sprecare questa occasione. […] Il partito Baath per anni ha pervaso il tessuto sociale Siriano, si è sostituito allo Stato, ha creduto di poter fare le veci delle istituzioni, ha coltivato dentro di sé fenomeni di corruzione pesante, questo è tutto vero, ma per cambiare dobbiamo accettare la logica del pluripartitismo, proporre riforme interne, superare la supremazia del partito unico. Non possiamo accettare che questo accada con un intervento esterno, io difenderò fino alla fine il mio Paese, ed allo stesso tempo combatterò per ottenere le riforme».

La questione è quindi molto, molto complessa, senza considerare che in questi due anni le forze in campo si sono moltiplicate. Lorenzo Trombetta, collaboratore per l’ANSA da Beirut e autore di Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre. (Mondadori, 2013), in occasione della presentazione del suo libro al festival di Internazionale, avverte che è fuorviante dare notizie che riguardino solo ed esclusivamente l’attualità e che il parere politico che il lettore si fa è diverso se gli viene fatto conoscere tutto il contesto (affermazione del tutto condivisibile, al parer di chi scrive).

Quello che però si è verificato in Italia, sia in tv, che sulla carta stampata è stato l’esatto contrario. Vi è stata un’aprioristica ed entusiastica accoglienza delle “primavere arabe” (altra definizione sulla quale si potrebbe dibattere) accomunando paesi completamente diversi tra loro per storia e società: non si può parlare di Tunisia, Egitto, Libia e Siria in egual misura. Vi è stata inoltre una cattiva informazione su alcuni importanti avvenimenti (il pressoché totale silenzio sulla vicenda della negazione del visto alla delegazione siriana è piuttosto emblematico), ma anche un sostanziale disinteresse per molte questioni precedenti allo scoppio della crisi. Solo tre anni fa (sembra passata un’eternità) Giorgio Napolitano conferiva ad Assad l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce e non risparmiava elogi al ruolo della Siria per “la stabilizzazione del Medio Oriente”, senza provocare, a memoria, nessuna levata di scudi da chicchessia. E nel 2010 erano passati già 10 anni da quando Assad era al potere.

Con l’inizio della crisi la stampa italiana si è invece “ricordata” che la Siria non era una vera democrazia. Le innegabili colpe di Assad sono state giustificate per tacere moltissime notizie, commettendo inaccettabili errori di trasparenza e correttezza nei confronti dei lettori. Nel caso siriano non solo non si sono tenuti separati i fatti dalle opinioni (intento questo, abbastanza utopico, soprattutto nel giornalismo italiano) ma è avvenuto qualcosa di ben più grave: si sono nascosti o modificati alcuni fatti per difendere un’opinione. Anzi, una versione. Quella “ufficiale”.

Andrea Cartolano – AltriPoli