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Iran, scommessa atomica

Il prossimo 12 maggio Donald Trump dovrà decidere se rinnovare o meno l’accordo sul nucleare con l’Iran. Lo scorso 29 aprile Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel avevano ipotizzato di estendere l’accordo anche alla produzione di missili balistici iraniani. Il presidente sciita Hassan Rohani ha ribattuto poche ore dopo dicendo che il trattato non è negoziabile.

Cosa si giocano l’Iran e i suoi avversari con questo accordo?
La disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Siria erano stati condotti dagli Stati Uniti per rovesciare i governi di stati canaglia ostili e installare regimi filo-occidentali.
A quindici anni di distanza, il risultato è quello opposto. Gli Stati Uniti sono stati sostanzialmente sconfitti in Iraq, e le formazioni loro alleate vengono soverchiate in Siria. In entrambi i casi, la vincitrice della partita è stata Teheran.
Intervenuto a partire dal 2014 contro l’ISIS, l’Iran ha dispiegato ingenti quantità di uomini e mezzi a sostegno del primo ministro iracheno al-‘Abadi e del presidente siriano al-Assad. Intere brigate di pasdaran sono intervenute in Iraq e la formazione libanese Hezbollah, appoggiata dagli iraniani, sta combattendo al fianco di Assad e dei russi.

In Siria, l’attacco israeliano del 9 aprile e quelli NATO del 14 e 30 aprile sono stati lanciati soprattutto contro caserme e istallazioni gestite da iraniani.

L’Iran sta vincendo questi conflitti e sta allargando in questo modo la propria sfera d’influenza nella regione. I principali avversari dell’Iran nell’area, l’Arabia Saudita e Israele, sono terrorizzati da questi sviluppi. Impantanata in Yemen, l’Arabia Saudita ha tentato una serie di mosse azzardate per fermare l’espansione sciita nell’area.

Dopo aver sostenuto vari gruppi jihadisti nell’area (tra cui lo stesso Stato Islamico), il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman ha anche cercato di far dimettere il primo ministro libanese Saad Hariri lo scorso novembre. Entrambe le manovre sono fallite, e Riyad sta tentando un innaturale riavvicinamento con Israele in funzione anti-iraniana.

Non stupisce quindi che negli Stati Uniti i falchi vogliano contenere questo avversario storico. Tanto più che nell’ottica del Pentagono l’Iran è visto come un cavallo di Troia con il quale Russia e Cina espanderebbero la propria influenza nell’area.

Fin dall’inizio della campagna elettorale, Donald Trump ha lanciato commenti al vetriolo contro l’accordo sul nucleare iraniano, definendolo un atto stupido dell’amministrazione Obama.

L’accordo, però, è stato finora rispettato, e ha impedito all’Iran di costruire la propria prima bomba atomica.

Al di là del giudizio sulle sanzioni in sé (quanto siano efficaci, quanto siano estese, quanto sia giusto far pagare un intero popolo per le scelte del suo governo), il loro aumento spingerà inevitabilmente l’Iran nei mercati di Russia e Cina. E per quanto il danno economico per la teocrazia sciita potrà essere vistoso, i riflessi negativi si avvertiranno anche in Europa e negli USA.

Trump vuole strangolare l’economia iraniana, ma tace sulle eventuali conseguenze di una tale azione. Una repubblica autoritaria potentemente armata, se messa economicamente alle strette, può prendere decisioni avventate. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990 è l’esempio più recente.

Ma forse Trump vuole esattamente questo: preme per indurre l’Iran a scatenare un conflitto, per poi contrattaccare con l’aiuto di Israele e Arabia Saudita, in nome della stabilità e della democrazia.
Anche per questo Benjamin Netanyahu ha accusato l’Iran di aver iniziato lo sviluppo di armi nucleari (senza però mostrare prove in tal senso). Mentre il nuovo Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a Trump per evitare questa mossa che innescherebbe una guerra in piena regola.

Se questo è il cinico calcolo di Donald Trump, che forse spera di riguadagnare un consenso interno ai minimi termini, dovrà muoversi in fretta. Una volta fuori dall’accordo, l’Iran potrebbe impiegare meno di un anno per ottenere una propria bomba atomica.

A quel punto ogni escalation sarà un azzardo, e Teheran sarà entrata nel club nucleare proprio grazie agli Stati Uniti.

Siria: si avvicina la tempesta

La Siria è prossima a una tempesta portata da venti occidentali. Il presunto attacco chimico di Douma ha cambiato la policy degli Stati occidentali, ricreando livelli di scontro con il governo siriano e i suoi alleati che non si raggiungevano dal segretariato di Stato di Hillary Clinton, durante l’amministrazione Obama.

LA POSIZIONE AMERICANA – Con la sfrenata voglia di un attacco militare da parte francese e il sostegno di Gran Bretagna, l’amministrazione Trump è incerta se scatenare una tempesta di missili sugli obiettivi delle truppe siriane fedeli a Bashar Al-Assad. Il problema ora per il Pentagono e i suoi alleati risiede nel non intaccare in nessun modo siti o obiettivi russi. Qualora dovesse esserci il minimo errore si rischierebbe di arrivare a un’escalation di difficile risoluzione. Al Pentagono si attende solo l’ordine di Donald Trump, che intanto ha avvertito Mosca con una sorta di dichiarazione di guerra via Twitter: “La Russia si prepari, i nostri missili stanno arrivando, belli, nuovi e ‘intelligenti’!“. Immediata la risposta: “I missili li usino contro i terroristi”.  Poi insinua che il vero intento Usa sia bombardare per “cancellare le tracce” di quanto realmente accaduto a Douma.

In serata la Casa Bianca ha chiarito che il presidente Donald Trump non ha stabilito un calendario per l’azione in risposta a un presunto attacco chimico in Siria, nonostante la sua nota su Twitter. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto che Trump aveva una serie di opzioni, non solo militari, che tutte le opzioni sono ancora sul tavolo e sta valutando come rispondere.

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E’ certo che in ogni caso gli statunitensi dovranno ormai praticare un’opzione militare la cui portata farà comprendere il ruolo e il livello di scontro che sono pronti e intenzionati a sostenere nella difficile partita siriana.

LA POSIZIONE DELL’EX CAPO CIA – Nel dibattito di questi giorni è intervenuto stamane (ora italiana ) sulle tensioni  tra Usa e Mosca Mike Pompeo dichiarando che “la politica soft verso la Russia è finita”.

Il segretario di Stato Usa: “Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”. “La strategia per la sicurezza nazionale di Trump, giustamente, ha identificato la Russia come un pericolo per il nostro Paese”.

“La lista delle azioni di questa amministrazione per aumentare il costo per Vladimir Putin – osserva il capo della Cia uscente – è lunga. Stiamo ricostruendo il nostro già forte esercito e rifinanziando il nostro deterrente nucleare. Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”.

FRANCIA E GRAN BRETAGNA – Le regine del Vecchio Mondo sono partecipi a un rinnovato dinamismo, soprattutto francese che dal 2011 con i bombardamenti in Libia è tornata a volersi imporre, con un sostegno incondizionato a Washington. Noto però come siano gli Stati Uniti d’America a guidare in maniera più coerente e ragionata la coalizione rispetto la propensione all’utilizzo delle armi da parte anglo-francese. Dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune. Lo riferisce l’Ap citando dirigenti americani, secondo cui gli alleati stanno valutando di lanciare un attacco militare entro fine settimana. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia

“annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime”. Macron dà per scontato che ci sarà un’operazione militare.

“L’uso continuo di armi chimiche non può restare senza risposta” ribadisce la premier britannica Theresa May. “Se il regime americano e i suoi alleati francesi e britannici ritengono che le loro azioni e dichiarazioni fermeranno la lotta terrorismo in Siria si illudono poiché lo Stato siriano continuerà a lottare contro il terrorismo qualunque sia la loro reazione”, è quanto afferma una fonte del ministero degli Esteri siriano. In nottata arriva anche la notizia di un dispiegamento di sottomarini verso la Siria, nel raggio d’azione missilistico. Lo sostiene il Daily Telegraph sottolineando, come anche altri media britannici, che la May sarebbe pronta ad un attacco missilistico congiunto con gli Usa senza passare per il Parlamento.

LA POSIZIONE RUSSA – Se precedentemente il Presidente Trump aveva affermato nella giornata di lunedì una ferma risposta in massimo 48 ore, il quadro degli eventi si è modificato data la presa di posizione della Russia. I membri del Cremlino hanno risposto duramente sia durante la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso lunedì che nelle successive dichiarazioni.

Al momento sono solamente quattro le unità di superficie russe con capacità di combattimento ora presenti nel Mediterraneo: un Cacciatorpediniere classe Khasin “Smetlvy”, due fregate classe Grigorovich (adm. Grigorovich- adm. Essen) e, infine, una corvetta lanciamissili classe Krivak.

La Russia sostiene che l’attacco chimico segnalato in Siria domenica scorsa, in quel di Douma, sarebbe stato organizzato dai cosiddetti “white elmets“, una ONG finanziata dagli Stati Uniti. Ai microfoni di EuroNews, l’ambasciatore della Russia presso l’UE Vladimir Chizov, ha dichiarato: “Gli specialisti militari russi hanno visitato la regione, hanno camminato su quelle strade, sono entrati nelle case, hanno parlato con medici locali e visitato l’unico ospedale funzionante di Douma, compreso il suo seminterrato dove si è riferito che montagne di cadaveri si accumulano. Non c’era un solo cadavere e nemmeno una singola persona è entrata in terapia dopo l’attacco”.

 

LA SITUAZIONE SUL CAMPO – In Siria il regime di Bashar al-Assad ha innalzato la bandiera governativa nella città di Douma, ultima roccaforte ribelle nell‘enclave orientale di Ghouta, conquistando l’intera area. “Un evento importante per la storia della Repubblica araba di Siria si è verificato oggi: la bandiera del governo siriano è stata issata su un edificio nella città di Douma e segna il controllo di questo località e quindi della Ghouta orientale nella sua interezza”, ha detto il generale russo Yevgeny Yevtushenko, citato dalle agenzie russe.  La televisione russa ha mostrato le immagini della bandiera rossa, bianca e nera con due stelle verdi, appesa a un edificio, mentre la folla esultava tra gli edifici danneggiati.

I COMMENTI IN ITALIA – Da registrare come monito le parole di Paolo Magri, presidente dell’Istituto per gli studi di Politica Internazionale, che nell’ambito di Agorà, in onda su Rai 3, in riferimento alle accuse lanciate contro il governo guidato da Bashar al-Assad spiega:

«Nessuno ha prove certe, siamo in una propaganda di guerra e le immagini possono essere montate. Non sappiamo se siano state usate armi chimiche». 

Paolo Magri che ci appare un gigante mentre SkyTg24 e i Telegiornali Rai parlano di responsabilità di Damasco senza un minimo di analisi e di corrispondenza con i documenti ufficiali. Ciò senza che qui non si voglia in alcun modo avallare l’una o l’altra tesi senza che vi sia chiarezza da parte dell’unica istituzione terza ossia le Nazioni Unite, alle quali ancora non è stato permesso di agire sul campo.

Prove o non prove resta certa la paura per un attacco, spinto anche dai media di area progressista, i cui esiti appaiono incerti e potrebbero farci ritrovare a una ” nuova crisi cubana ” nel XXI secolo. Servirebbe attenzione e soprattuto ricordarsi che nel pantano i primi e unici a soffrire sono i Siriani. Una primavera che non è stata araba e che rischia di trasformarsi in inverno.

Ghouta: L’inferno in terra

La parte orientale di Ghouta appare essere l’inferno in terra, distrutta dai cosiddetti “ribelli” e bombardata da mesi dalle forze governative e della Federazione Russa. E’ singolare come la parola “Ghouta” in arabo ”الغوطة‎, al-ġūṭa  significhi oasi, designando le terre coltivate che circondano la città di Damasco e costituiscono un’oasi nel deserto siriano. In realtà dall’inizio della cosiddetta “primavera araba” è il più grande girone dell’inferno in terra.

L’ATTACCO CHIMICO DEL 2013 –  L’area di Ghouta è composta da sobborghi densamente popolati a est e a sud di Damasco, facenti parte della provincia di Rif Dimashq 1. Ghouta è una regione sunnita prevalentemente conservatrice che sin dall’inizio della guerra civile, soprattutto nella parte orientale, ha visto la popolazione schierarsi in gran parte con l’opposizione al governo siriano. L’opposizione ha controllato gran parte della Ghouta orientale dal 2012, in parte tagliando fuori Damasco dalle campagne e imponendo da subito le sue regole.

Alle prime ore del 21 agosto 2013 le due zone controllate dall’opposizione dei ribelli nei sobborghi di Damasco, in Siria, furono colpite da razzi contenenti l’agente chimico sarin. Provocando la morte di centinaia di persone, le cui stime variano da almeno 281 persone 2 a 1.729.

Gli ispettori della Missione delle Nazioni Unite già in Siria per indagare su un presunto attacco di armi chimiche ebbero il permesso di visitare i luoghi tre giorni dopo. Il team investigativo delle Nazioni Unite confermò “prove chiare e convincenti” dell’uso del sarin fornito dai razzi superficie-superficie, e un rapporto 2014 del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha rilevato che “sono state utilizzate quantità significative di sarin in un attacco indiscriminato ben pianificato che ha colpito zone abitate da civili, causando vittime di massa. Le prove disponibili riguardo alla natura, qualità e quantità degli agenti utilizzati il ​​21 agosto hanno indicato che i perpetratori avrebbero probabilmente avuto accesso alle scorte di armi chimiche dell’esercito siriano, così come l’esperienza e le attrezzature necessarie per manipolare in sicurezza una grande quantità di agenti chimici 3.

 

L’opposizione siriana insieme alla Lega araba e l’Unione europea dichiararono che l’attacco fosse stato opera delle forze del presidente siriano Bashar al-Assad. I governi siriano e russo hanno accusato l’opposizione per l’attacco, il governo russo ha definito l’attacco un’operazione di bandiera falsa da parte dell’opposizione per attirare le potenze straniere nella guerra civile dalla parte dei ribelli 4. Åke Sellström, il leader della Missione delle Nazioni Unite, descrisse le spiegazioni del governo sull’acquisizione di armi chimiche ribelli come carenti, basandosi in parte su “teorie povere”.

Diversi paesi, tra cui Francia, Regno Unito e Stati Uniti discussero sull’opportunità d’intervenire militarmente contro le forze governative siriane. Il 6 settembre 2013, il Senato degli Stati Uniti autorizzò l’uso della forza militare contro l’esercito siriano in risposta all’attacco Ghouta 5. Il 10 settembre 2013, l’intervento militare fu scongiurato, anche grazie all’intervento del Vaticano, quando il governo siriano accettò un accordo negoziato tra Stati Uniti e Russia per consegnare “ogni singolo pezzo” delle scorte di armi chimiche alfine di distruggerle, dichiarando inoltre l’intenzione di aderire alla Convenzione sulle armi chimiche 6-7.

 

LA SHAHARIA DEI “RIBELLI” E LE COLPE OCCIDENTALI – Con il tempo, come avvisato e annotato dagli esperti di geopolitica, il fronte dei ribelli si dimostrò per quel che realmente era ed è: una costellazione paramilitare intrisa nel fondamentalismo islamico. Eccezion fatta per il fronte Curdo.

Nelle fotografie sottostanti noterete gabbie su cui sono stati caricati centinaia di civili, specie donne e bambini, la maggior parte catturata sin dal 2013. E’ a fine 2015, come avvenuto nella Ruhr, che le vittime sottostanti vennero ingabbiate e fatte sfilare per le strade di Ghouta tra due ali di folla festante. L’unica colpa di molti di loro era la fede alawita, ovvero l’appartenenza alla stessa minoranza religiosa di Bashar Assad.

Scrive su Il Giornale Gian Micalessin

 

“ Altri erano sunniti accusati di complicità con il regime per aver lavorato nei ranghi dell’amministrazione governativa. A chiuderli in gabbia con lo scopo dichiarato di usarli come «scudi umani» erano stati i militanti di Jaysh al- Islam, il gruppo ribelle che ancora oggi controlla vaste aree di questa zona. “

 

Le colpe dell’occidente, se così definibile in quanto aggregato unico in geopolitica, risiedono nell’aver finanziato e armato indirettamente gruppi quali: Harakat Ahrar al-Sham al-Islamiyya (alleato a lungo di Al – Nusra, una costola di AlQaida 8) o Hayʼat Tahrir al-Sham / Organization for the Liberation of the Levant la sezione di AlQaida in Siria, per cui il Qatar è stato accusato di favoreggiamento da parte dell’Arabia Saudita in fase di promozione dell’embargo del 2017.

 

Nell’ultima settimana si è giunti a un accordo su (un presunto e solo formale) cessate il fuoco. Ma, ciò a quanto pare non vale per Ghouta.  Dal cessate il fuoco sono esclusi gli attacchi contro Isis, al Qaeda, al Nusra e altri “gruppi, individui e entità” affiliati con terroristi. Una richiesta di Mosca che dal 2011, anno in cui iniziò la guerra civile, aveva posto undici volte il veto su risoluzioni riguardanti la Siria.

 

Quel che invece resta è la sofferenza dei Siriani. I bambini morti. I troppi bambini morti. Le donne stuprate e la sharia. Le bombe russe, americane, francesi, canadesi, degli Emirati, d’Israele. Le donne sfruttate sessualmente da alcuni “operatori” delle più importanti ONG. E soprattutto la nostra infamia di persone che chiuso con un clic la pagina di un sito torniamo a pensare alle miserie e banalità delle nostre semi-agiate vite occidentali. Come recitava uno striscione alla Sapienza “Le vostre guerre, il nostro sangue ”, ma se non faremo nulla saremo complici difronte la storia. Ghouta nel frattempo che scegliamo come fare è l’inferno in terra.

 

  1. “Veneer of peace over cradle of horror in Damascus, Syria”. Australian. Associated Press. 28 August0 2013. Postato nuovamente il 18 Maggio 2015.
  2. “Final report”(PDF). United Nations Mission to Investigate Alleged Uses of Chemical Weapons in the Syrian Arab Republic. 13 December 2013
  3. “7th Report of Commission of Inquiry on Syria – A/HRC/25/65”(PDF). United Nations Human Rights Council. 12 Febbraio 2014. p. 19. Retrieved 1 April 2016.
  4. ab Winfield, Gwyn (February 2014). “Modern Warfare” (PDF). CBRNe World. Retrieved 28 April 2015.
  5. ^Cox, Ramsey (6 September 2013). “Reid files resolution to authorize force against Syria”. Retrieved 9 September 2013.
  6. ^Gordts, Eline (10 September 2013). “Syria Will Sign Chemical Weapons Convention, Declare Arsenal, Foreign Ministry Says”The Huffington Post. Retrieved 18 September 2013.
  7. ^Borger, Julian; Wintour, Patrick (9 September 2013). “Russia calls on Syria to hand over chemical weapons”. The Guardian. Retrieved 9 May2015.
  8. Joscelyn, Thomas (25 October 2015). “Al Nusrah Front, Ahrar al Sham, Ajnad al Sham form anti-Russian alliance in Damascus countryside”Long War Journal.

Second Generation Aid – Quando si aiuta sul campo

“Tutto ciò che non viene donato va perduto”.  È un proverbio indiano, il mio preferito, il motto che meglio di ogni altro arriva all’essenza stessa del valore delle cose: non acquistano valore le cose che si accumulano, bensi quelle che si condividono, quelle che si passano in consegna.

E tra queste cose che acquistano valore con la trasmissione, più che gli oggetti puramente materiali, c’è la conoscenza.

È per questo motivo che trovo sempre strardinario chi, nell’ambito dell’aiuto agli altri, non si limita ad un puro aiuto economico, ma mette in gioco e a disposizione se stesso e il proprio baule di doti e abilità.

La Dottoressa Lucia de Conno, ad esempio. “Sono Dermatologa e, presentandomi nella sede della ONLUS locale (in Libano) che si occupa di progetti educativi nei campi profughi, ho messo a disposizione la mia professionalità, ove potesse servire.”

In questo modo è nata Second Generation Aid, una onlus che è nata “al contrario” nel senso che prima c’ è stata un’esperienza di volontariato sul campo e poi proprio alla luce di questa esperienza si è pensato di far nascere un progetto più grande e strutturato, che potesse arrivare anche più lontano.

Ci può raccontare qualcosa più una portavoce d’eccezione, che ha visto muovere I primissimi passi di questa associazione.

  • Ciao Eleonora! Intanto vorrei dire che quando si parla con voi, due cose non mancano mai: il sorriso e l’energia. Raccontaci un po’ di questa esperienza nata per caso!

Ciao! Sono Eleonora Silvestri socio fondatore di Second Generation Aid una Onlus costituita per aiutare i popoli disagiati del Medio Oriente. La sede legale è a Roma città nella quale abitiamo tutti noi soci fondatori e attualmente operiamo in Libano per aiutare i profughi Siriani presenti nei campi allestiti da organizzazioni umanitarie nella valle della Beqaa. Tutto è nato da Lucia, l’occasione di un viaggio in Libano a febbraio 2016 per motivi familiari é stata la “miccia” che ha dato il via all’esperienza sul campo .
Durante una visita ad una Onlus locale ha iniziato a offrire cosi, spontaneamente, la sua professionalita’ medica. Subito le é stato suggerito, non senza qualche iniziale perplessità dei dirigenti, di essere scortata nelle scuole su container nate accanto agli insediamenti per  una serie di visite su bambini con evidenti patologie. Nessuno avrebbe scommesso sulla validità delle idee e soprattutto nessuno poteva credere ad un volontariato puro, non sostenuto da qualche organizzazione: due donne sole con il bagagliaio pieno di prodotti e farmaci.
Pensate che alla fine, nei soli 3-4 giorni operativi della prima esperienza appunto nel febbraio del 2016 sono stati visitati circa 300 bambini.

  • E già questo bastererebbe a capire la portata della situazione. Immagino che sia stata questa la spinta a fondare la Onlus.

Esatto! L’esigenza di costituire questa ONLUS  nasce da qui… dall’esperienza! Ci si è  ben presto resi conto di essere insufficiente a coprire le esigenze di tutti , perché il campo di azione si era esteso ben oltre la dermatologia, che è il settore di specializzazione di Lucia. La necessità spaziava dalla chirurgia alla ginecologia , alla rieducazione motoria, e tante altre branche mediche . È  nato quindi il desiderio di fare di più. Perciò  è stata chiamata a raccolta la “second generation”, professionisti figli di una seconda generazione, nati in Italia da  genitori che il passaggio migratorio (almeno una dei due) lo hanno fatto nelle loro vite. Lo hanno vissuto e si sono integrati in nuove culture. Il ponte gettato tra due culture dai genitori- il testimone- viene raccolto dai giovani in una sorta di percorso di ritorno, caratterizzato dal servizio e dalla disponibilità.

  • Immagino che la decisione di creare un’associazione strutturata abbia aiutato a combattere anche un po’ diffidenza: quanto è difficile convincere che di voi ci si puòfidare, sia li dove sia aiuta sia qui dove si cerca di raccogliere sostegno?

In realtà basterebbe pensare che le Nazioni Unite hanno dichiarato che la crisi Siriana è la peggior crisi umanitaria del ventunesimo secolo per “convincere” che sia fondamentale aiutare. Chi sta lì ha assolutamente bisogno di speranza, non di diffidenza. L’ambiente ostile, la richiesta di asilo, la morte dei cari, la separazione delle famiglie sono traumi sufficienti direi. Ecco perché crediamo fermamente che il nostro operato seppur piccolo possa alleviare e migliorare le condizioni dei nostri beneficiari ed aiutarli a combattere disagi di qualunque tipo.

  • Capita spesso di pensare che per migliorare la vita di qualcuno ci sia bisogno di grandi gesti fuori dalla nostra portata. E invece ci stai facendo capire che basta davvero poco per aiutare. Quali sono gli obiettivi principali che cercate di raggiungere?

Non vi voglio annoiare con tutto il nostro programma, anche perché di idee ne abbiamo davvero tante e sono tutte nel nostro statuto! Cerchiamo di non sottovalutare nessun aspetto della dignità di ognuno, perciò i settori in cui proviamo a fare qualcosa sono formazione, assistenza sociale e sanitaria, tutela dei diritti civili, beneficenza e, non dimentichiamo, promozione della cultura e dell’arte!

  • C’è una campagna di crowdfunding in corso, dove possiamo trovarvi per contribuire?

C’ è una sezione sul nostro sito dedicata alla missione che partirà a marzo (http://secondgenerationaid.it/missione-marzo-2108/). I nostri prossimi obiettivi sono visite specialistiche, idonee terapie gratuite, screening visivi ed audiologici tra la popolazione scolastica, formazione degli insegnanti e tutoring ai medici locali.

Saremmo onorati di avere nuovi amici al nostro fianco!

 

Troppi coltelli sulla torta siriana

Il vertice organizzato da Vladimir Putin a Sochi tra il 20 e il 22 novembre scorso è stato da molti paragonato alla conferenza di Jalta con cui, tra il 4 e l’11 febbraio del 1945, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Iosif Stalin concordarono l’assetto che l’Europa postbellica avrebbe dovuto assumere.

 

Per molti versi il paragone è azzeccato. Come a Jalta nel 1945, a Sochi i protagonisti sono stati tre: il presidente turco Erdogan, il presidente iraniano Hassan Rouhani e il padrone di casa Vladimir Putin. Al centro della discussione, la crisi mediorientale e in particolare quella siriana.

 

Il vertice è stato un successo diplomatico russo che corona tre anni di intervento diretto in Siria in supporto di Bashar al-Assad.
La lunga e sanguinosa guerra civile sembra risolversi, almeno per ora, con una riconferma del potere di al-Assad e dell’influenza russa nell’area, con la variazione importante dell’espansione dell’egemonia iraniana. Il successo russo-iraniano in Siria si accompagna a quello in Iraq, dove sono state fissate nuove elezioni legislative per il 15 maggio 2018. Probabilmente la coalizione sciita vincerà la tornata elettorale, e l’Iraq si porrà sempre più nettamente sotto l’ombrello iraniano. Va comunque ricordato che l’Iraq è un paese letteralmente in mano a decine di milizie armate fino ai denti e spesso in netta contrapposizione. Pur essendo un paese stremato da quasi quindici anni di guerre ininterrotte (e dai precedenti dodici anni di embargo), la situazione in Iraq potrebbe stabilizzarsi solo nell’arco di diversi anni, e non è da escludere una ripresa della lotta armata da parte di qualche gruppo dissidente.

 

L’espansione della sfera d’influenza dell’Iran, forse il principale vincitore di questa serie di conflitti, ha provocato la reazione scomposta dell’Arabia Saudita, che è intervenuta in Yemen e in Qatar. Ma queste azioni si sono rivelate un’arma a doppio taglio per i sauditi, che sono ora impegnati in un conflitto sanguinoso e difficile in Yemen, mentre in Qatar hanno attirato la reazione turco-iraniana.

 

La Turchia, il terzo partecipante della conferenza di Sochi, ha raggiunto un compromesso paradossale. Sul piano della semplice proiezione di potenza, la Erdogan ha ottenuto molto meno di ciò che avrebbe desiderato solo un paio di anni fa. Ha acconsentito sul tema dell’indivisibilità della Siria, ha appoggiato la tesi russa di una permanenza provvisoria di Assad, ha accettato di mediare tra i guerriglieri turcofoni e il presidente siriano.
Anche su un punto delicatissimo, quello della costituzione di una regione curda dotata di larghe autonomia in seno alla nazione siriana, la Turchia sembra essersi piegata al piano russo, anche se su un nodo delicato come questo le effettive posizioni saranno chiare solo tra qualche tempo.

 

Cedendo su questi punti, però, Erdogan ha ottenuto il vantaggio di potersi sedere al tavolo dei vincitori, ottenendo diverse concessioni negli import-export con la Russia e con l’Iran, che frutteranno negli anni a venire. Disilluso nei confronti dell’Unione Europea, Erdogan sta cercando da anni di sganciarsi dall’asse della NATO, allacciando buoni rapporti con il mondo islamico (diventato il vero punto di riferimento della Turchia, come dimostrato dall’impegno militare in Siria e in Qatar).

Chi esce palesemente sconfitto dalla risoluzione di questa crisi sono gli Stati Uniti. Invadendo l’Iraq nel 2003, gli statunitensi hanno approfittato di un momento di estrema debolezza della Russia e di isolamento dell’Iran per imporre la propria influenza nell’area. Nel 2011, a tal scopo, hanno supportato e finanziato le primavere arabe per rovesciare i regimi di Gheddafi e di al-Assad.
Donald Trump però non si è dato per vinto, e ha deciso di rimanere un attore molto attivo nell’area. Il supporto all’Arabia Saudita continua ed è anzi uno dei pilastri su cui si poggia la politica estera statunitense non solo nell’area. L’Arabia Saudita si sta opponendo attivamente all’espansione della potenza iraniana, continuando il proprio intervento militare in Yemen, mantenendo isolato il Qatar, finanziando gruppi di miliziani che in Siria si oppongono agli sciiti (cioè ad Assad ed Hezbollah). Ciò che più conta, è che l’Arabia Saudita sta proseguendo nel suo deprezzamento del petrolio che, oltre a dar man forte alle politiche antiecologiste di Trump, indebolisce e destabilizza regimi invisi a Washington, come l’Iran, la Russia e il Venezuela.

 

Oltre a potenziare il comodo alleato saudita con un continuo afflusso di armi, Trump ha cercato di confermare il peso statunitense nell’area tramite azioni militari per lo più estemporanee. La rappresaglia del 7 aprile 2017 contro al-Assad per il presunto uso di armi chimiche, ad esempio, non è stata seguita da un impegno sistematico; le incursioni aeree in supporto dei curdi e dei ribelli filo-occidentali (una definizione tanto vaga quanto fuorviante) sono state portate avanti con regolarità, in particolare nella battaglia di Raqqa, ma senza che alle spalle delle azioni militari ci fosse un’idea politica d’insieme. Il supporto ai ribelli curdi dell’Iraq è andato rapidamente scemando man mano che il Daesh veniva battuto e messo in fuga. E bisogna dire che i curdi sono stati abbondantemente supportati anche dall’Unione Europea, e perfino dalla Russia, per cui non possono essere considerati alleati degli USA, ma piuttosto elementi della ben più vasta coalizione anti-ISIS.

Come si era già scritto in questa rubrica, il nuovo ordine che sta sorgendo nel Vicino e Medio Oriente dalle devastazioni delle guerre civili irachena e siriana vede un nuovo protagonista, che nei prossimi anni acquisirà sempre più peso in campo internazionale: l’Iran.

 

Gli alleati e partner commerciali di questa potenza emergente, ovvero Russia, Turchia e Cina, hanno tutto da guadagnare da una stabilizzazione dell’area sotto l’egida di Teheran. Gli Stati Uniti hanno tutto da perdere.
Per il momento, la “guerra petrolifera” condotta dall’Arabia Saudita ha danneggiato a tal punto la Russia e l’Iran da riuscire a riportare la bilancia su un asse di sostanziale pareggio. Ma con un debito pubblico che si sta alzando rapidamente, questa strategia dovrà essere presto o tardi abbandonata. A quel punto, il nuovo assetto della regione diventerà evidente.
Non è da escludere che di fronte all’evidenza dello strapotere iraniano il giovane principe saudita Mohammad Bin Salman (l’artefice dell’intervento in Yemen e dell’embargo al Qatar) decida di rischiare un intervento militare diretto nel Golfo Persico. Le vie del petrolio sono infinite.

Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.

 

L’Islamic State senza Stato. Che ne sarà?

Due anni fa l’ingresso della Russia in Siria al fianco di Bashar Al-Assad contro l’Islamic State ruppe gli indugi su una lotta al fondamentalismo islamico portata avanti dall’Occidente fino a quel punto con dichiarazioni e scarsa visione. Due anni dopo la situazione, che all’epoca vedeva la massima espansione dell’Islamic State, si è completamente capovolta. Con la conquista di Mosul (Iraq) e la velocissima, quanto inaspettata nei tempi, avanzata su Raqqa ( Siria ) l’Islamic State si trova sempre più nella condizione di non essere più Stato, nonostante la sua denominazione.

 

Scrisse  uno dei massimi pensatori politici della storia della umanità, ossia Weber che lo Stato è:

 

“ quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

 

A distanza di sei anni dalla sua nascita l’Islamic State non esercità più il monopolio della violenza e del controllo sulle molte zone irachene e siriane all’epoca conquistate. Ciò, non metterà certo la parola fine all’Isis. E’ probabile che l’Islamic State tornerà al modus operandi originario, con una guerriglia in stile vietnamita, che la capacità degli ex generali di Saddam trasformò in una guerra. Per molti analisti, l’Islamic State si trasformerà in una Al-Qaida 2.0, con un bagaglio dottrinario e ideologico più saldo e dopo aver formato centinaia di migliaia di uomini e donne pronte a qualsiasi azione in ogni luogo del mondo.

 

Esiste infatti una grande differenza tra un gruppo terroristico sovversivo e un ex gruppo militare. Essa risiede nella capacità d’azione delle forze e nella loro preparazione. In questo modo d’agire risiedono le colpe dell’Occidente, soprattutto dell’Europa, che ha mandato una generazione a formarsi militarmente. Seguendo un disegno ideato, dalla rivale Al-Qaida negli anni novanta, l’Isis diverrà un holding del terrorismo globale, anche grazie al suo management. Appaiono parole lontane dalla violenza del più “non-Stato”, ma è nella sua gestione che risiede il problema del suo futuro, probabilmente assai più inquietante del presente.

Quel che suscita perplessità è la mancanza decisionale sul futuro di Iraq e Siria post Islamic State. Non nella capacità dell’immediato di gestire terrorismo e guerriglia, ma nella risoluzione politica. Ad oggi, nonostante gli errori del passato, non si conosce il futuro dei Curdi, i quali si sono immolati primi fra tutti nella lotta all’Islamic State. Tant’è che il  Governo del Kurdistan iracheno (Krg) ha recentemente annunciato la data per il referendum sull’indipendenza, il prossimo settembre.

Se la Siria sarà divisa sullo stile di Yalta, con Russia  – Usa – Iran e Turchia a decretarne il destino, l’Iraq a oggi rischia di vedere una balcanizzazione del suo territorio. Quel che oggi legava Sunniti, Sciiti e Curdi sta per scomparire. Si sta trasformando in una multinazionale del terrore. Morto il nemico comune, chi prenderà le redini del gioco? Al momento non vi è risposta e le nubi all’orizzonte appaiono sempre più nere, con sfumature petrolio.   

Mosaico mediorientale

Il Medio Oriente è ormai da anni coinvolto in una transizione politica epocale, provocata e accompagnata da un costante intervento politico, economico e militare straniero. Per questo, la regione è divenuta l’area dove si sfogano i principali contrasti geopolitici contemporanei.
Ogni potenza regionale e molte potenze globali stanno cercando di ridisegnare a proprio vantaggio il futuro assetto della regione.
Ogni tentativo di chiarimento di una delle situazioni politicamente più complesse dello scacchiere globale non può che provocare automaticamente una semplificazione del quadro delle parti in lotta (ognuna delle quali propugna una particolarissima visione politica, internazionale e talvolta anche economica). Tenteremo comunque l’impresa.

 

I conflitti principali in corso sono quattro: le guerre civili in Siria e iraq, tra loro interconnesse (e largamente conosciute dall’opinione pubblica), la guerra civile in Libia e la guerra civile in Yemen.
Queste quattro guerre civili vedono l’intervento diretto di forze armate di altri stati, e almeno in due casi (Libia e Yemen) l’intervento straniero diretto è stato alla base della degenerazione del conflitto in un conflitto su larga scala.
A queste guerre si somma il conflitto, congelato ma mai risolto, tra Israele e Palestina.

 

In Siria la violenza del conflitto si può almeno in parte spiegare con il contrasto tra le differenti visioni su come gestire la transizione ad un regime di altro tipo. Sulla sopravvivenza politica di Bashar al-Assad sembrano in realtà concordare tutte le principali forze in campo. Anche la Russia, principale alleato di al-Assad, nel 2015 e ancora nel 2016 ha aperto all’eventualità di un voto libero dopo la risoluzione della guerra.
La questione della direzione del conflitto rimane però irrisolta. Se Russia e Iran (e con loro la milizia sciita libanese di Hezbollah) appoggiano Assad come unica forza in grado di poter ristabilire l’ordine nel paese, la coalizione della NATO si appoggia alla galassia delle formazioni ribelli. In particolare, i maggiori alleati degli USA e dell’Unione Europea sono al momento l’Esercito Siriano Libero, i peshmerga curdi iracheni (già alleati contro Saddam Hussein nel 2003) le forze curde dello YPG.
Oltre allo scontro diretto USA-URSS per determinare l’influenza futura sulla Siria, un terzo attore fondamentale è costituito dalla Turchia. Erdogan, dopo aver appoggiato varie formazioni islamiste di opposizione al regime, dal 2016 intraprende con esse operazioni militari su vasta scala.
La posizione della Turchia è molto particolare. I rapporti con il regime siriano non sono mai stati buoni, ed Erdogan vuole sfruttare la situazione per cercare di imporre una clausola turca sul futuro governo. Ma soprattutto, Erdogan sta cogliendo l’occasione della guerra per colpire con estrema durezza i guerriglieri curdi dentro e fuori il paese, rafforzatisi dopo la vittoria di Kobane sul Daesh e prima ancora a seguito del collasso dell’esercito iracheno nel 2003 e nel 2013.

 

È difficile prevedere come si evolverà il conflitto siriano. La Russia sta facendo di tutto per mantenere la propria influenza su quello che è un alleato storico, e ha tutto da perdere nel caso la situazione cambi radicalmente.
Gli Stati Uniti, e in misura minore la Francia, vogliono invece eliminare il Daesh e allo stesso tempo al-Assad, anche per togliere alla Russia il suo unico, storico sbocco nel Mediterraneo.
La Turchia cerca invece di muoversi autonomamente, approfittando della guerra per risolvere brutalmente la questione dell’opposizione curda e forse per instaurare un governo amico, aumentando la propria influenza nell’area.
Le coalizioni in campo potrebbero trovare un accordo instaurando un governo dotato di poteri molto deboli, creando una nazione siriana debole che possa essere terreno proficuo per la speculazione economica. E questa soluzione andrebbe bene anche ai numerosi attori regionali e locali coinvolti (Israele, Giordania, Iraq e al popolo curdo).
Non è detto che, vista l’importanza della posta in gioco, le tensioni politiche del dopoguerra possano sfociare in un nuovo conflitto armato, rendendo la Siria un nuovo Libano.

 

In Iraq, l’uscita di scena degli Stati Uniti nel 2011-2012 ha aperto le porte all’avanzata del Daesh nel 2013. Il governo iracheno sciita, corrotto e inefficiente, è dovuto ricorrere al consistente sostegno iraniano per poter far fronte all’offensiva dell’ISIS, che nel giugno del 2014 era arrivato a 90 km da Baghdad.
Da allora, l’Iran sta ponendo solide basi di collaborazione militare, economica e politica con l’Iraq, e la lotta comune contro il Daesh è stato il fattore determinante del riavvicinamento tra Iran e USA. Obama, cercando in tutti i modi di non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova occupazione dell’Iraq, ha preferito passare le insegne all’Iran, annullando le precedenti sanzioni e gettando le basi per una futura collaborazione.
Il disegno, per ora, ha funzionato. L’Iraq che uscirà dalla guerra sarà un paese devastato da più di quindici anni di distruzioni. Una nazione debole e divisa, che finirà probabilmente sotto l’ombrello iraniano. Ma non è detto che l’amministrazione Trump decida di limitare il potere iraniano nell’area, tornando ai vecchi progetti egemonici che hanno provocato le attuali rovine.

 

L’intervento saudita in Yemen, anche se apparentemente scollegato dagli altri conflitti dell’area, è invece frutto di quegli stessi contrasti. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalla proiezione strategica iraniana, e sta cambiando volto rapidamente. Con una serie di riforme interne, la monarchia saudita sta cercando di elevarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (cercando di superare l’immagine di un regime autoritario e discriminatorio), e di sopire i gravi contrasti sociali che si stanno profilando al proprio interno.
In politica estera, la paura verso un ritorno di fiamma iraniano (e quindi sciita) nell’area, e di un’egemonia iraniana nel Golfo Persico, si è tramutata in un attivismo senza precedenti.
L’Arabia Saudita ha stroncato la sollevazione sciita in Bahrain nel 2011, strascico della Primavera Araba, con il tacito assenso occidentale.
Ha provocato nel 2015 una vera e propria guerra petrolifera, vendendo il greggio a prezzi stracciati (contravvenendo alle prescrizioni dell’OPEC) per danneggiare Russia e Iran (e, indirettamente, le politiche ecologiste di Obama), e per far valere la propria voce a livello globale.
La rivolta della minoranza sciita in Yemen, con il rovesciamento del governo sunnita ha poi dato il pretesto all’Arabia Saudita per intervenire militarmente. Il conflitto si è ben presto trasformato in un’altra “guerra per procura”, con una fazione sciita separatista appoggiata dall’Iran e da Hezbollah, e una fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita.
Il conflitto dello Yemen, che ha provocato più morti della Guerra Civile Ucraina, è ben lontano dall’essere risolto, ed è finora costato una cifra impressionante all’Arabia Saudita (quasi 82 miliardi di dollari di spesa militare nel 2015, pari a oltre il 12% del suo PIL). È probabile che l’Arabia Saudita esca vincitrice da questi conflitti, ma a un costo economico e sociale davvero imponente.

 

Infine in Libia la guerra civile provocata nel 2011 dalle sollevazioni popolari contro Gheddafi e dall’intervento militare anglo-francese potrebbe essere ad un punto di svolta. Le forze islamiste hanno ormai segnato il passo, e il governo laico della Cirenaica, appoggiato da Francia ed Egitto (e che gode delle simpatie dell’Italia), è in diretta competizione con il Governo di Accordo Nazionale, istituito sotto la guida dell’ONU e sostenuto da USA e Turchia.
L’Italia, che ha gradualmente assunto un ruolo guida nella gestione del conflitto, svolge un’importante opera di mediazione tra il generale Khalifa Bashar Haftar del governo di Tobruk e il primo ministro Fayez al Sarraj. Il colloquio tra i due, il 4 maggio scorso, è stato positivo, ma le difficoltà politiche e militari rimangono. Qui, la posizione italiana è delicata, e l’intervento militare italiano, stimato a inizio 2017 intorno ai 300 militari sul campo, rischia di allargarsi.
All’Italia spetterà probabilmente anche il ruolo di gestione della delicatissima fase postbellica, e i governi italiani dovranno dimostrare di disporre della lungimiranza e della consistenza politica necessari a portare avanti un serio processo di pacificazione.

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Rapporti Usa Russia – We don’t talk anymore


We don’t talk anymore! E’ il titolo di una canzone attualmente in voga. Ma, purtroppo è quel che sta accadendo sulla Siria e sul futuro della regione mediorientale tutta. Da oltre dieci giorni gli Stati Uniti d’America hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che «non c’è più niente che Stati Uniti e Russia possano dirsi sul raggiungimento di un accordo che potrebbe ridurre la violenza in Siria. Ed è una cosa tragica». Alle dichiarazioni americane, i Russi hanno risposto duramente. Come riferito a RIA Novosti nella rappresentanza permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Mosca ha presentato una dichiarazione standard al Consiglio di Sicurezza, che come consuetudine viene adottata nel caso di attacchi alle missioni diplomatiche. Nel commentare l’azione in seno al Consiglio di Sicurezza l’ambasciatore russo ha utilizzato le seguenti parole: “Gli americani hanno giocato maldestramente in coordinazione con gli inglesi e gli ucraini. Questo dimostra il loro disprezzo per la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”. Il Wall Street Journal aveva già scritto la scorsa settimana della ripresa di colloqui interni all’amministrazione Obama relativi alla possibilità di fornire più armi ai ribelli che stanno combattendo Assad. Finora gli Stati Uniti hanno limitato molto il trasferimento di armi, per il timore di una loro proliferazione. Il senso è: una volta che le armi entrano in Siria è praticamente impossibile tracciare il loro movimento ed esiste il rischio concreto che finiscano nelle mani di gruppi nemici. In una conversazione con dei siriani tenuta lo scorso mese ma rivelata solo pochi giorni fa dal New York Times, il segretario di Stato americano John Kerry ha detto di essere una delle tre o quattro persone nell’amministrazione favorevoli all’uso della forza contro il regime di Assad, una posizione che finora ha perso. Non è chiaro nemmeno di che tipo di armi si stia parlando.

Al centro della partita e battaglia tra le super-potenze globali vi è la Battaglia di Aleppo. La battaglia di Aleppo, la più importante dall’inizio della guerra in Siria del 2011, è cruciale sia per i ribelli sia per il fronte governativo. A mantenere in piedi il fronte ribelle è Jaish al fatah. Essa è una coalizione che riunisce le fazioni jihadiste e ribelli sostenute dall’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, tra cui si trovano la potente organizzazione jihadista Fateh al sham. Fateh al sham è il nome attraverso cui l’ex Al Nusra e i salafiti di Ahrar al sham hanno compiuto un restyling per apparire meno legati al passato che inquieta l’opinione pubblica occidentale. Infatti, fino a pochi mesi fa, queste fazioni erano alleate di AlQaida. Questo a dimostrazione dei grandi dilemmi sta creando il fronte ribelle ad occidente. Nessuno vuol ripetere quel che accadde in Afghanist, sempre contro Mosca, meno di trent’anni addietro.

La battaglia per il fronte governativo è condotta dall’esercito delle Forze di difesa nazionale (Fdn), dalle milizie sciite iraniane e irachene e, infine, dall’Hezbollah libanese. In questo fronte spicca la parte di esercito totalmente devota al colonnello Suheil Al Hassan (soprannominato la tigre). Un dato che fa emergere la costituzione di nuovi leader e simboli di una lunga guerra che oltre a fattori tribali e religiosi, mancava fino a poco tempo fa di personificazioni mitologiche.

Per alcuni analisti occidentali Aleppo sarebbe dovuta divenire la Bengasi o Stalingrado del fronte ribelle, ma non lo è stato. Innanzitutto, per la determinatezza della coalizione in appoggio ad Al Assad. Infine, per le grandi divisioni nel fronte ribelle tra salafiti, jihadisti e formazioni con posizioni più laiche.

In questo contesto l’azione russa appare determinante e ormai sembra scontata con la dichiarazione di legittimità della base di Taurus in mano del Cremlino la presenza stabile nel Mediterraneo di Mosca. Gi Stati Uniti stano cercando per risposta di ottenere uno spiraglio di vittoria da un contesto difficile da gestire, dove si fanno forti le voci di Francia e Gran Bretagna e meno i fatti. Erdogan appare rinnovato protagonista. Il tutto mentre la Siria, quella di donne e bambini piange. Forse, sarebbe il caso di tornare a parlarsi. Anche prima dell’elezioni di Novembre, perché dopo farà troppo freddo.