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Sulla straordinarietà di Santa Maria Maggiore

A volte, visitando un edificio ci si stupisce per la sua straordinarietà. Facciate articolate in forme suggestive, curiose soluzioni planimetriche e annessi più o meno importanti in dimensione e sviluppo colpiscono per l’armonia che generano, quasi fossero frutto di menti fra loro in qualche modo sempre coordinate nonostante la distanza temporale. È il caso di Santa Maria Maggiore che, costruita attorno al IV scolo d. C., ha subito nel corso delle epoche successive molteplici trasformazioni che le hanno conferito l’attuale aspetto.

Ma andiamo con ordine.

In principio era la Basilica Liberiana la quale, sorta sul tracciato comparso sulla neve d’agosto (come vuole la tradizione) durante il regno di papa Liberio (reg.352-366) e ricostruita (o ristrutturata) da papa Sisto III (reg.432-40), si presentava come tutte le chiese paleocristiane con un impianto sostanzialmente rettangolare scandito da file di colonne.

Quest’aspetto, però, ben presto fu oggetto di radicali mutazioni. Il Rinascimento, e con esso la necessità di rimodulare l’immagine della Chiesa secondo moderne istanze di splendore, portarono l’antica fabbrica a dotarsi di spazi satellitari di grande impatto; non ultimo la cappella Sforza (1561ca) realizzata da Michelangelo (1475-1564).

Fig.1_Roma, S. Maria Maggiore, retro.

La struttura interna però era rimasta nel suo complesso immutata e così continuò ad essere fino alla fine del Cinquecento, allorché l’intensa politica urbana di papa Sisto V Peretti (reg.1585-90) non portò all’edificazione sulla destra del presbiterio di una immensa cappella che avrebbe dovuto ospitare la sua tomba e quella del suo protettore, papa Pio V Ghislieri (reg. 1566-72).E non passò molto tempo che un altro Sommo Pontefice – papa Paolo V Borghese (reg.1605-21) – sfruttasse l’improvvida asimmetria generata dall’azione del predecessore per elevare anch’egli un monumento alla propria memoria temporale: una cappella che, uguale e speculare a quella Sistina, non solo arricchiva Santa Maria Maggiore di un’opera di architettura emblema della riscoperta della decorazione paratattica rinnegata dai ferrei comandamenti della Controriforma ma, allo stesso tempo, ridisegnava tanto la planimetria interna – adducendo un transetto prima del tutto assente e non previsto – quanto lo skyline del colle Esquilino, ora onorato di ben due cupole. Ciò nondimeno, a questa operazione di riequilibrio il sovrano senese aveva associato un intervento nella facciata che, ampliata per mezzo di un palazzetto, se da una parte diventava adesso più funzionale in rispetto agli obblighi della liturgia cattolica – la processione rimaneva infatti un momento fondamentale della stessa – dall’altra, si veniva a creare un scompenso nella lettura del prospetto.

Questo sbilanciamento restò irrisolto a lungo, sinché nel XVIII secolo non si diede mano a una ristrutturazione generalizzata. L’incarico venne affidato a Ferdinando Fuga (1699-1782), un progettista dalla vena classicheggiante che, memore delle acute invenzioni di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), sfruttò lo stato di fatto non come un limite, bensì come un’occasione. Più precisamente, replicando l’immobile paolino sul lato opposto e apponendo una moderna intelaiatura all’ingresso, l’architetto rivoluzionò l’affaccio pubblico della basilica in termini di assoluta novità, ossia non rinnegando il passato per altresì celebrarlo nel segno di una originale ricomposizione delle sue parti. E gli elementi, posti in reciproca tensione, riverberavano la loro dialettica anche sull’intorno facendo di questo manufatto un fulcro nodale all’interno del sistema dei percorsi della città e un punto di riferimento imprescindibile nel comparto urbano di appartenenza, essendo la chiesa stessa punto di arrivo della via sistina – principale collegamento con il centro città – e il punto di partenza di via Merulana, la strada che conduceva sino alla periferica San Giovanni in Laterano.

Fig.2_Roma, S. Maria Maggiore, incisione di G. Vasi (1761).

 

Eccezionale nella sua crasi, Santa Maria Maggiore se per un verso si mostra perciò come il prototipo della stratigraficazione tipica dell’ambiente capitolino, per altro verso quest’episodio unico nel panorama romano ci rammenta come l’immagine presente dei manufatti dell’Urbe sia il prodotto di continue alterazioni che, nel corso del tempo, hanno mutato la facies antica: un’opera di stabile aggiornamento che ha portato a volte a variare persino alcuni connotati essenziali come lo stesso perimetro, che nel caso dell’arcibasilica maggiore arcipretale liberiana è addirittura passato ad essere una croce latina.

Bibliografia essenziale

C. Pietrangeli, Santa Maria maggiore a Roma, Nardini, Firenze 1988.

Le due gemellastre di Santa Maria Maggiore

Lo skyline del colle Esquilino è dominato da due cupole, simili ma risalenti a momenti diversi. Si tratta della cappella Sistina – voluta da papa Sisto V Peretti (1585-90) – e della cappella Paolina, innalzata per volere di papa Paolo V Borghese (1605-21).

La vicenda prende inizio nella seconda metà del Cinquecento, allorché si avvertì l’urgenza di collegare con maggiore facilità le basiliche di Santa Maria Maggiore e di San Giovanni in Laterano al centro della Capitale. Infatti, la loro fruizione – prima dimenticata in favore di un potenziamento del complesso di San Pietro, immagine per antonomasia della Ecclesia Triumphans – stava tornando ad assumere adesso un’importanza strategica per il culto, soprattutto a motivo del dilagare della riforma protestante. Occorreva investire sulla costruzione di una idea di unitarietà che, oltre a mostrare la magnificenza del sovrano e la forza della Chiesa, rendesse anche evidente il legame con le origini della religione: una legittimazione circostanziale ora più che mai necessaria.

Sisto V fu tra i primi a comprendere l’importanza di questa operazione di marketing: una ristrutturazione urbanistica che non solo avrebbe rilanciato il ruolo guida del Papato quale erede di una tradizione risalente all’epoca di Costantino e – ancora prima – a Cristo ma che, allo stesso tempo, avrebbe consentito una ripresa edilizia a lui stesso proficua, poiché possessore di una vigna nelle vicinanze e vari terreni limitrofi. E perno della sua attività di recupero divenne proprio la costruzione di una cappella papale nell’antichissima basilica liberiana: una scelta che, nella sua apparente umiltà, individuava il fulcro di una moderna centralità urbana e stabiliva una nuova gerarchia dell’abitato locale. Punto finale di arrivo della via Felice – all’altro capo conclusa dalla chiesa della Trinità dei Monti – l’antica fabbrica paleocristiana acquistava quindi adesso nuove valenze simbolico-spaziali che obbligavano a una innovativa riflessione sulla sua figuratio. In tal senso, se da una parte si procedette all’elevazione di un obelisco sul suo retro – intendendolo quale fuoco prospettico dell’asse di connessione con il tessuto abitato – dall’altra si nobilitò l’edificio di culto verso nord-est proprio attraverso questa cappella funeraria dalla forte accentuazione monumentale: un ampliamento in forme magnifiche sottolineato anche dalla verticalizzazione impressa dalla cupola. Al suo interno, il sovrano e il suo protettore – papa Pio V Ghisleri (1566-72) avrebbero riposato per l’eternità, nel cuore della nuova espansione cittadina e omaggiati dall’antico Oratorio del Presepe, realizzato nel XIII secolo da Arnolfo di Cambio (1240-1310) e qui trasportato da Domenico Fontana (1543-1607) in blocco dall’abside della Basilica

Probabilmente, molti altri progetti aveva in mente il regnante ma il suo breve governo non gli permise di ultimarli tutti. Ciò nondimeno, con riguardo alla politica urbanistica e – in particolare – a Santa Maria Maggiore, il suo successore di non molti anni dopo Paolo V intese dare prosecuzione alle intenzioni del predecessore e approvò la costruzione di una cappella perfettamente simmetrica alla prima, che il Santo Padre commissionò nel 1605 all’architetto Flaminio Ponzio (1560-1613). Vincolato perciò dalla pianta a croce greca dell’ambiente diametralmente opposto, il professionista dovette attestarsi sulle medesime cadenze di quella ma – ciononostante – non si limitò a una mera copia; altresì, completata la struttura attorno al 1611, diede inizio ad una intensa campagna decorativa che, in marmi colorati e pietre preziose, venne terminata all’incirca nel 1616 eguagliando in grazia e sontuosità la rivale ma differenziandosi da quella quanto a impaginato e soluzioni di addobbo. La direzione delle pitture venne affidata al Cavalier d’Arpino (1568-1640) che realizzò i pennacchi della cupola e la lunetta sopra l’altare. Ludovico Cigoli (1559-13) collaborò al completamento della cupola mentre Guido Reni (1575-1642) fu l’autore principale delle singole figure di santi.

Fu un momento unico. Il raddoppio e la ripesa dell’ornamento diedero avvio a un gusto nuovo che, in breve, confluì nel Barocco definendone alcune caratteristiche poi mantenutesi nel corso del tempo; tant’è che ancora nel Settecento Ferdinando Fuga (1699-1782) non tardò ad avvalersi dell’ingegnosità della ripetizione speculare per risolvere la mancata simmetria della facciata: un’astuzia che, moltiplicando il palazzetto fatto erigere dallo stesso Paolo V in un secondo involucro volto solo a ospitare una scala, poneva le basi per una rimodulazione dell’intero prospetto e la definizione di un affaccio triadico dai forti accenti plastici; una composizione rigida ma allo stesso tempo anche naturale che, impostata sulla razionalità di struttura e la funzionalità di disposizione, connetteva il monumento al tessuto edilizio circostante e completava l’assetto cominciato più di un secolo prima da Sisto V tanto nel segno tanto della continuità quanto del rispetto.

 

Bibliografia essenziale

F. Bellini, L’organismo cupolato della cappella Sistina in Santa Maria Maggiore, in G. Curcio, N. Navone, S. Villari, Studi su Domenico Fontana, 1543-1607, Mendrisio Academy Press/Silavana Editoriale, Mendrisio 2011, pp. 105-126.

H. Gamrath, Roma sancta renovata: studi sull’urbanistica di Roma nella seconda metà del sec. XVI con particolare riferimento al pontificato di Sisto V (1585-1590), Bretschneider, Roma 1987.

S. F. Ostrow, L’arte dei papi. La politica delle immagini nella Roma della Controriforma, Carocci, Roma 2002.

Sisto V: urbanista celestiale, speculatore infernale

La città è una stupenda emozione dell’uomo. La città è un’invenzione, anzi: è l’invenzione dell’uomo. (Renzo Piano)

A volte, non sempre in realtà, si tende a credere che la città sia il frutto di una sistematica crescita sregolata di architetture, una sorta di mostro che si auto rigenera all’infinito senza uno schema preciso, e che aggredisce, divorando, la campagna inerme. Forse oggi è così; forse gli strumenti urbanistici messi in campo dalla Democrazia rappresentativa, intesa nel suo senso più ampio, non sono ancora all’altezza del compito loro affidato ed interessi particolari (di singoli come di gruppi più o meno vasti, più o meno omogenei) ancora non consentono quello sviluppo armonico auspicato da più parti.

In passato però la questione era totalmente differente. Non esisteva infatti allora un’idea di partecipazione, ma altresì era il princeps a farla da padrone, decidendo autonomamente come si andava organizzando il borgo di cui era il signorotto come il contado. E ai più alti livelli la situazione non era certo differente e la prova ancora tangibile di questa gestione personale del governo del territorio è visibile nel complesso di opere promosse da papa Sisto V, Felice Peretti, un francescano dalle grandi ambizioni che, in soli cinque anni di governo (1585-1590), seppe fare più di gran parte dei suoi predecessori messi assieme.

affresco della Biblioteca Apostolica Vaticana
Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, affresco che ben sottolinea l’intervento urbano di Sisto V

Sono gli ultimi anni del Cinquecento. Roma, che aveva ormai superato lo shock dell’aggressione delle truppe dell’imperatore Carlo V e la Riforma Protestante che tanto aveva sconvolto la fraternità della Res Publica Christiana, cominciava finalmente a riprendersi, non solo demograficamente ma soprattutto culturalmente e urbanisticamente. Si costruivano nuovi granai, si dava impulso al commercio con l’istituzione di nuovi mercati, si costruivano nuove fabbriche, alcune semplici ed altre complesse. Una città dunque in fermento e ricca di spunti ma priva di un organico piano di sviluppo. In verità Pio IV, Giovanni Angelo Medici di Marignano, aveva cominciato a segnalare delle direttrici: l’erezione del palazzo del Quirinale, futura sede estiva della corte papale, e la costruzione dell’attuale via XX settembre, allora nota come via Pia, che Michelangelo aveva coronato con una magnifica Porta che, non a caso, guardava verso l’interno. Si trattava di un messaggio chiaro, uno stimolo alla costruzione di nuovi insediamenti, poco importa se religiosi o laici; un incentivo a concentrare lo sviluppo della città verso quella parte delle antiche mura aureliane allora disabitata ed utilizzata per la piantagione di vigne o, al meglio, per il pascolo dei bestiami. Sisto V colse al volo l’esortazione di questo suo predecessore senza tuttavia dimenticare di lucrarci sopra. Anzi, comprendendo le potenzialità del progetto di espansione verso nord, il papa, desideroso di far fruttare al meglio i suoi vasti possedimenti nell’area, promosse la costruzione di nuove fabbriche che non solo avrebbero legato il suo nome alla storia, ma avrebbero permesso alle sue proprietà di fare ricca per generazioni la sua famiglia.

Primo atto fu dunque imporre al Mercato di Farfa, uno dei principali della capitale pontificia, di trasferirsi lungo la via Pia, più precisamente di fronte alla Mostra del Mosè, una nuova fontana a muro che il Pontefice affidò alle capacità di Domenico Fontana, braccio armato delle idee papali. Dico così perché l’architetto ticinese fu veramente l’autore fisico del pensiero di Sisto V, la cui fretta costruttiva mirabilmente si integrava con la mancanza d’estro del progettista. Certo, il rapporto qualità/quantità non risultava dei migliori, e Fontana seppe più di una volta dimostrare la propria incapacità di dominare la pratica architettonica; eppure alcune sue intuizioni sono la prova di un momento di ripresa in mano del pensiero progettuale. Testimonianza ne è, in tal senso, il palazzo Lateranense, altra opera fortemente voluta dal Papa che non esitò un istante a distruggere l’antico palazzo apostolico affiancato alla basilica lateranense di San Giovanni per erigere un nuovo moderno edificio, capace di ospitare il sovrano come la corte. Un’opera semplice, in realtà, ma che l’architetto trattò con garbo e intelligenza, pensandola non tanto come un corpo estraneo, monumentale e assoluto, scaraventato lì dall’alto dei cieli dell’Iperuranio (come oggi qualche archistar, ahimè, ancora fa), ma altresì lo immaginò in funzione della città e della piazza su cui andava affacciandosi. Così, con abile mossa, modificò l’interasse delle bucature, imprimendo un’accelerazione prospettica che a noi che siamo in piazza dà l’idea di un palazzo fiero e autoritario, mentre chi si avvicina nota la strana organizzazione delle finestre. Ragionare in funzione del contesto e dell’osservatore: un’anticipazione in piena regola di quello che sarà il Barocco.

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Roma, Santa Maria Maggiore, Cappella Sistina

Il Papa, a questo punto, potremmo pensare avesse portato a termine il proprio obiettivo, rivalutando con due importanti interventi una parte della città fino ad allora semideserta. E invece no. Sisto V decide infatti di trasformare lo skyline cittadino e, al contempo, imporre un disegno urbanistico concreto e preciso all’intera nuova area d’epansione. Fulcro di questo progetto è Santa Maria Maggiore, l’antica basilica liberiana. Il papa ha deciso: all’altezza del presbiterio, sul fianco destro dell’antico edificio paleocristiano sorgerà la sua nuova cappella funeraria e Fontana ne dovrà essere l’artefice. Non solo, tale ambiente costituirà una sorta di propaggine autonoma, una sorta di piccola chiesa nella chiesa, con una propria indipendente forma e una cupola, che svetterà nel cielo cittadino dove, sfruttando l’altezza del colle Esquilino, potrà fare concorrenza anche a San Pietro. Un grande progetto dunque, a cui però mancava un tassello: il collegamento stradario. Ma certamente non poteva questo costituire un limite per un sovrano talmente intraprendente e così, senza troppi problemi, si decise anche di erigere l’attuale via Sistina che, partendo da Trinità dei Monti e dunque dal centro cittadino, giungeva fino alla basilica medievale, incurante dell’orografia del territorio e dell’orientamento solare. La strada, una delle più lunghe della capitale, avrebbe così connesso la città alla periferia rilanciando lo sviluppo edilizio e, implicitamente il valore delle proprietà del pontefice. Peraltro, incontrando perpendicolarmente la via Pia, il nuovo asse creava un sistema infrastrutturale all’avanguardia, con direttrici di crescita della città ben delineate. Un piano urbanistico senza precedenti che lasciava tuttavia irrisolto un nodo: come marcare l’inizio e la fine di questo grande asse? Era necessario un segnale visivo, come era nella via Pia la dialettica instaurata fra il palazzo reale e la porta. La soluzione non tardò ad arrivare. Quali oggetti infatti meglio degli obelischi (di cui Roma era piena) erano in grado di rispondere a queste precise istanze? Probabilmente nessuno, e proprio per tale motivo Fontana dovette farsi per l’occasione anche ingegnere spostando e rialzando molti degli obelischi ancora visibili in giro per la città, ma non quello ad esempio in fronte la chiesa di Sant’Agnese in Agone, opera successiva del Bernini.

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Roma, Villa Montalto, incisione.

La villa Montalto infine, residenza del pontefice e cuore delle proprietà romane dei Peretti nella nuova zona di crescita, oggi purtroppo non esiste più per lasciar spazio alla stazione Termini. Forse il papa, se fosse qui, non sarebbe stato molto d’accordo con questa scelta che distruggeva in sostanza tutto il suo grande progetto urbanistico, unico e strabiliante per dimensioni e numero di interventi. Con poco tempo e pochi mezzi, Sisto V trasformò radicalmente l’immagine di Roma; certamente a proprio vantaggio, ma non si può negare che i benefici delle sue opere si ripercossero su tutti gli abitanti e pellegrini in città. Così, come in tempi moderni, l’arco de la Fraternitè ha dato a Parigi uno sbocco e una precisa indicazione di crescita e sviluppo, riorganizzando una città che ormai si avviava ad essere una metropoli, allo stesso modo Sisto V seppe fare della Roma tridentina e post-conciliare una città degna di assurgere al ruolo non solo di capitale dello Stato Pontificio, ma anche di centro della cattolicità.