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Data Urbanism: Big Data per nuove Urban Policies

Mappa dei permessi per costruire a Sofia – Open Data Access

 

Qualche settimana fa, nel raccontare la storia del papà di tutti i grafici William Playfair, ho promesso che avrei parlato in maniera più estesa di Data Urbanism. Si tratta di un tema particolarmente articolato, esteso e complesso, le cui applicazioni sono vaste e differenziate e che pone sfide ancora non del tutto evidenti né risolte.

Cerchiamo di riannodare le fila, partendo da una definizione:

Data Urbanism è una disciplina che, attraverso la lettura dei Big Data, mira alla comprensione e alla modellazione di sistemi urbani per l’elaborazione di strategie per un uso dinamico delle risorse, la lettura di pattern, la stimolazione del civic engagement e l’implementazione di nuovi programmi di sviluppo. Gli approcci di ricerca al Data Urbanism utilizzano sia modelli guidati dalla teoria (theory-driven) che modelli basati sull’utilizzo di dati (data-driven).[1]

Una definizione che, in prima istanza, appare piuttosto generica potrebbe descrivere qualunque approccio all’urbanistico dalla terza generazione in poi. La differenza tra un approccio classico ed un approccio data-driven, sta tutta nella lettura dei Big Data. Si potrebbe tuttavia obiettare: qualunque tipo di approccio urbanistico si basa sui dati, persino l’urbanistica moderna era basata su concetti quantitativi, come quelli di standard. Occorre allora precisare che la differenza tra Big Data e Data, non risiede solo nella dimensione, o meglio, quantità di dati a disposizione. Esistono tre dimensioni che differenziano i Big Data da set di dati tradizionali, note come le 3 V: Volume, Varietà, Velocità. Queste tre caratteristiche, che rendono i nuovi set di dati incredibilmente più voluminosi di quelli tradizionali, spesso non strutturati e di natura eterogenea e che si accumulano in maniera sempre crescente, rendono le tradizionali tecniche di analisi e di elaborazione di dati obsolete. E, se non possiamo utilizzare metodi di analisi tradizionali, perché mai dovremmo utilizzare gli stessi strumenti progettuali?

Una grande parte dei dati che hanno sostenuto gli approcci classici all’urbanistica derivavano da censimenti governativi o da indagini statistiche svolte a livello comunitario, che fornivano un quadro generale dei trend di sviluppo delle città. Il loro limite? Avere una base temporale decennale e una metodologia di raccolta dati su base volontaristica. Se la natura di questi dati li rendeva “pronti all’uso”, l’intervallo di aggiornamento e la quantità di informazioni che forniscono non sono sufficienti per basarvi un modello di sviluppo urbanistico affidabile. Da qui la necessità di utilizzare nuovi set di dati, magari meno strutturati, ma forieri di nuove possibilità.

Certo, anche i Big Data presentano alcune difficoltà: non è semplice infatti capire che tipi di dati usare, dove recuperarli e come implementarli. Molti articoli[2] evidenziano come i tipi di dato utilizzabili si possano dividere in quattro categorie:

  1. Sensor Data

Si tratta principalmente di dati relativi ai sensori legati alle reti infrastrutturali: rete idrica, elettrica, fognaria, la rete viaria su gomma e su ferro. Questo genere di dati può essere pubblico (quando le utenze primarie siano gestite dai comuni o dallo stato) o privato (quando queste utenze siano invece appaltate ad enti esterni). Nel primo caso questi dati sono spesso accessibili, specialmente se l’ente di riferimento, come spesso accade negli ultimi anni, ha implementato politiche di Open Data, che consentono ai cittadini l’accesso gratuito a queste risorse.

  1. User-Generated Data

Questo è certamente il campo che, negli ultimi dieci anni, ha generato la maggiore quantità di dati, certamente la più eterogenea ed interessante. Rientrano in questo campo tutti i dati GPS dei dispositivi che trasportiamo costantemente, il contenuti che postiamo sui social media e, in minor quantità, i dati che gli utenti producono in alcuni progetti sperimentali di progettazione partecipata. Inutile dire che l’acquisizione e l’elaborazione di questi dati presenza anche molte criticità: sempre più frequentemente saltano alle cronache casi legali in cui imprese e società sono accusate di avere acquisito illegalmente dati dai social media, o di averne fatto un uso improprio.

  1. Dai Amministrativi

Rientrano in questa categoria tutti i dati legati alle amministrazioni locali e nazionali: censimenti, dati sull’impiego, la salute e l’educazione, dati sulle tasse e sui guadagni della popolazione.

  1. Dai dal settore privato

Proprio come le amministrazioni molte compagnie registrano le transazioni e le abitudini dei propri clienti. Dati, questi, che possono fornire una serie di informazioni sul comportamento e sull’evoluzione della popolazione. Tra i dati più utilizzati in questo settore troviamo certamente quelli delle compagnie telefoniche, quelli delle banche e delle grandi catene.

Le modalità di elaborazione dati che generalmente vengono adottate nel Data Urbanism sono riconducibili a due grandi filoni: il primo è quello dell’elaborazione di modelli e simulazioni complesse a partire da questi dati (quindi con un approccio progettuale ancora top-down, sebbene con istanze emerse dal basso) ed il secondo, incentrato invece su un modello sensio-centrico, che a partire dai dati prodotti dall’utente si concentra sulla ricerca di pattern e la formulazione di teorie empiriche per azioni specifiche.

Al primo filone sono ascrivibili due operazioni piuttosto comuni: la riconsiderazione di problemi classici dell’urbanistica con il nuovo approccio e l’analisi di sistemi complessi. Nel primo caso abbiamo la ricomputazione secondo canoni contemporanei di situazioni generiche e ricorrenti: analisi matematiche della distribuzione della popolazione, degli spostamenti, modelli di sviluppo urbano, sistemi di trasporti, collocazione dei servizi e di unità residenziali. Il vantaggio che ci offrono i Big Data, rispetto a tradizionali tecniche di progettazione, è quello di poter sviluppare strategie che non sono dipendenti da analisi tipo post-evaluation, ma che possono adattarsi progressivamente grazie ad un monitoraggio costante. Nel secondo caso si tratta invece di analisi basate su sistemi ABM (Agent-Based Modelling) e sono spesso orientate alla risoluzione di conflitti sociali o legate ai sistemi infrastrutturali dei trasporti. Abbiamo affrontato il problema della complessità in passato, ma su questo ritorneremo certamente nei prossimi articoli.

Al secondo filone appartengono invece due approcci legati al mondo delle cosiddette Smart Cities: la progettazione di sistemi infrastrutturali normati da sensori e adattabili e la progettazione dinamica della città con strategie di mappatura individuale e di gamification. Mentre il primo caso è fortemente basato su attività di monitoraggio con sensori statici, il secondo è un approccio fortemente dinamico ed ancora in fase di definizione. Le strategie progettuali legate alla mappatura individuale sono molte e vanno dallo sviluppo di applicazioni che raccolgono opinioni e proposte dei cittadini a operazioni per aumentare la coscienza dei problemi legate alla città.

Come è naturale ognuna di queste strategie porta con sé, al pari degli approcci tradizionali, limiti e problematiche che non possono essere eluse. Dota, tuttavia, pianificatori e cittadini di strumenti che aprono a nuovi e diversi scenari per la città del futuro. Scenari che, con una così rapida panoramica, non sono del tutto esplorabili né comprensibili, ma che certamente approfondiremo prossimamente, analizzando casi studio e rilevando problematiche e criticità del Data Urbanism.

[1] Trad. da: Thakuriah, P., N. Tilahun and M. Zellner (2015). Big Data and Urban Informatics: Innovations and Challenges to Urban Planning and Knowledge Discovery. In Proc. of NSF Workshop on Big Data and Urban Informatics, pp. 4-32.

[2] Pan Y,., Tian, Y., Liu, X., Gu, D. and Huam G. (2016) Urban Big Data and the Development of City Intelligence, in Engineering, Science Direct, Volume 2, Issue 2, pp. 171-178

Pomezia Light festival, al via la II edizione

La città come non l’avete mai vista: durante il Pomezia Light festival giochi di luce che interagiscono con il pubblico, palazzi abbandonati che rivivono con nuovi colori, proiezioni che catapultano lo spettatore in dimensioni diverse spingendolo a guardare quello che lo circonda con occhi nuovi.

È Pomezia Light festival, la manifestazione di light art, organizzata da Opificio in collaborazione con il Comune di Pomezia,che torna per la sua seconda edizione dal 21 al 23 settembre.

Un festival fortemente legato al suo territorio che punta sulla necessità di riappropriarsi della relazione con lo spazio cittadino.

“La sollecitazione percettiva martellante e continua ci ha abituato alla convivenza con più schermi, con sovrapposte informazioni, frammentate e generate da diverse fonti, all’oscillazione continua tra elementi di realtà e virtualità. Si manifesta un’esigenza di uscire dallo schermo per forzare i suoi limiti, distribuirsi nello spazio, integrarsi con una teatralità ambientale e performativa”. Balzola, P. Rosa, L’arte fuori di sé

27 artisti di cui 8 internazionali, oltre 15 interventi artistici, 1 chilometro e mezzo di percorso per oltre 1000 metri quadrati di luce,unasezione dedicata agli artisti under 35 finanziata dal bando Siae SILLUMINA, più di 50 universitari e liceali al lavoro:tre giorni in cui Pomezia sarà invasa da opere artistiche multimediali, digitali, luminose, selezionate tra una rosa di artistiche hanno risposto alla Call for Artist indetta lo scorso novembre.

Tema di questa edizione è la Smart City, ovvero la città intelligente e ideale che già gli intellettuali e architetti del Rinascimento immaginavano, ipotizzando un luogo in cui l’armonia e la bellezza dell’architettura si sposassero con la lungimiranza del governo politico e la vita associata della comunità civica, fondendo insieme estetica, funzionalità e ideali. Pomezia Light Festival aspira a tutto questo esplorando l’argomento attraverso l’arte e la cultura.

Le opere del festival ridisegneranno le strade della città, neutralizzando ogni distanza tra artista e fruitore, entrambi attori protagonisti sul terreno comune dello spazio urbano.

L’obiettivo è produrre arte sul territorio, per il territorio, con la cittadinanza, arrivando a generare un intervento di rigenerazione urbana, ovveroazioni di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio preesistente. L’effimero che diventa permanente.

Il Light Festival torna ad illuminare Pomezia– dichiara il Sindaco Adriano ZuccalàDopo il successo dello scorso anno rilanciamo con artisti italiani e internazionali che trasformeranno la Città in un moderno museo a cielo aperto, con opere, performance, installazioni digitali e luminose. Coniugare cultura, arte, turismo e nuove tecnologie è una sfida che Pomezia può vincere: è per questo che siamo orgogliosi di organizzare e ospitare un festival delle luci dal sapore europeo. Un evento che vogliamo diventi un appuntamento annuale per il nostro territorio e che crediamo possa coinvolgere sempre di più cittadini, turisti, attività commerciali e strutture ricettive”.

Oltre 20mila presenze, 4 masterclass, 30 artisti con 14 operazioni artistiche diffuse sul territorio. Questi i numeri della scorsa edizione del festival che quest’anno ha voglia di crescere ancora anche attraverso la conquista di un pubblico internazionale.

Pomezia – è la convinzione degli organizzatori – lo consente: è una città moderna ma con una storia importante; è uno snodo viario fondamentale per gli spostamenti nella Regione; è il polo industriale più importante del Lazio, settimo comune come popolazione; è una sede universitaria e ha strutture urbanistiche che si prestano efficacemente alla realizzazione di interventi estetici luminosi.

Pomezia Light Festival si articola in tre sezioni: AroundTheCity, dedicata a interventi sulla città quali digital performance, live media performance, video teatro, video installazioni, installazioni luminose, light art, light design, digital art; EyesUpTower,tesa a raccogliere esclusivamente proposte di video mapping o live mapping sulla Torre Civica, fiore all’occhiello di Pomezia; e FunAtBeach, sezione dedicata alle live performance, con un occhio di riguardo per AV performance, live cinema, VJing.

Tra le novità più attese di questa edizione il musicista e compositore Gabriele Marangoni, direttamente da Ars Electronica, il prestigioso festival e laboratorio di sperimentazione permanente su arte, tecnologia e società con sede a Linz, in Austria, che destabilizzerà il pubblico del Pomezia Light Festival con il live-set elettroacustico “RED NOISE”, sul tema del collasso. La performance è arricchita dai visual dell’artista Ai Di Ti (Angela Di Tommaso): nei suoi lavori ama mixare vari elementi tecnologici in una continua ricerca volta all’abbattimento dei limiti estetici nell’opera d’arte digitale. Nelle sue opere troviamo riferimenti a politica ed attualità, in una chiave estetica fatta di distorsioni e manipolazioni estreme del reale, senza rinunciare alla satira e all’esaltazione propria dell’era digitale.

Sempre sul tema del collasso, inteso come “possibile cedimento” della città ideale, è il progetto “COLLAPSE”realizzato in collaborazione con Alma Artis Academy, l’Accademia della Belle Arti di Pisa. Verrà allestito uno spazio e un laboratorio che elabori questo tema, attraverso gli strumenti performativi audiovisivi, nella convinzione della necessità di formare figure professionali non più riconducibili alla categoria tradizionale dell’artista ma specialisti chiamati a interagire con un nuovo universo tecnologico e scientifico, consapevoli delle conseguenze culturali e sociali del loro agire in quanto progettisti multimediali.

Pronta per stupire è l’installazione “FALLEN CHANDELIER”dell’artista tedesco Tilman Küntzel, un’opera ricca di suoni e immagini che ricreano, tramite un lampadario caduto, un’atmosfera inebriante e molto luminosa. Riprendendo il Kintsugi, usanza giapponese per cui un oggetto rotto viene riparato con l’oro, l’opera è un gioco di luci melodico che, attraverso i suoni, dà vita ad uno spettacolo unico nel suo genere.

Il pubblico sarà poi messo alla prova con “PKK”(Proiezione Kon Kinect), realizzata dall’Associazione HackLab Terni. Grazie all’utilizzo di un doppio sensore a raggi infrarossi, gli spettatori possono partecipare attivamente alla realizzazione di un’opera attraverso i soli movimenti del corpo. Altro progetto interattivo è “I+I=III” del collettivo Crono (Federico Cecchi e Andrea Daly): un “termometro” che registrando la frequenza delle presenze degli spettatori modifica le luci in base ai partecipanti generando un’esplosione di colori.

Per vedere con occhi diversi una città, ecco il tour virtuale della “SCATOLA DEL VENTO” realizzato dal duo FanniDada (Fanni Iseppon e Davide Giaccone): un viaggio a tappe in cui le immagini si modificano grazie a una bicicletta autoalimentata con batterie e pannelli solari.

Luoghi della città come non li avete mai visti grazie a “SPACE DISLOCATION” di Nerd Team,duo estone composto da Jari Matsi e Judith Parts. Insieme ridanno vita a edifici scolastici inanimati e spogli, riempiendo di colore e luce il grigio delle pareti e il vuoto delle finestre, aggiudicandosi il titolo di “Frankenstein del Pomezia Light Festival”.

Vita diversa anche per la Torre civica della città, trasformata dall’abilità di Vj Alis, alias Alice Felloni: suoni sperimentali e colori futuristici si fondono in un viaggio attraverso il tempo, la mente e la prospettiva di “PROSPECTIVA MENTIS”.

Per riflettere sulla percezione del tempo e la continua ricerca di equilibrio, ecco “SHISHI ODOSHI” di MEDIAMASH STUDIO(Luca Mauceri e Jacopo Rachlik); mentre “#intervalli@plf.mov” diFrancesco Elelino e Rakele Tombini esplora attraverso videoproiezioni il mondo del linguaggio televisivo.  “NEUTRO” di Simone Sims Longo affronta il concetto di non appartenenza. Attraverso geometrie che si evolvono nel tempo e nello spazio, l’artista traduce questa la classica riflessione shakespeariana (“Essere o non essere”?) in immagini e suoni utilizzando diverse tecniche video.

Già ospite della prima edizione, Tommaso Rinaldi aka High Filespresenta “FLANEUR”, ovvero un uomo alla ricerca delle bellezze della sua città. Con uno sguardo al futuro, come un eroe decadente dei romanzi del D’Annunzio, Rinaldi si lancia all’incessante ricerca del bello, di strutture e spazi che suscitino emozioni positive.

Ritornano per questa nuova edizione anche Marco Di Napolicon “ART&NEON”, grazie all’ausilio della stampa digitale e di tubi neon sagomati riproduce quadri luminosi e il duo formato da Andrea Mammucari e Biancamaria Centaroli, con “LUMEN-CODE: BIANCO”, ispirati dal tema della Smart City realizzano un’istallazione e uno spazio con lampade led a basso consumo. L’artistaFaber Sorrentinoper la sua opera s’ ispira idealmente al ritratto di Tiziano concependo “TRITTICO”: tre rilievi che raffigurano un vecchio, un uomo adulto e un ragazzo che rappresentano rispettivamente il passato, il presente e il futuro. “L’EVOCAZIONE”dell’artista Carlo Flenghirichiama immagini oniriche non solo per il titolo ma anche per il suo allestimento: tentacoli illuminati, luci mobili, pendenti, spilli da cucito bianchi che creano l’illusione di tante piccole lucciole. L’opera, è ispirata ai capolavori dello scrittore statunitense Howard Philips Lovecraft e pone l’attenzione sul problema critico dell’inquinamento marittimo.

Non solo arte digitale ma anche pittura tradizionale con il progetto artistico Controllo Remoto. Le opere che verranno presentate sono realizzate con colori e spray acrilici mediante l’uso di stencil e proiezioni e sono il risultato di una fase progettuale in cui le immagini vengono elaborate con programmi informatici. Infine il progetto fotografico “SEVEN MILLIONS”di Fabio Mignogna e l’opera “ALVEUS NC”diVito Marco Morgese, alias Seed, in cui si alternano giochi di ombre e light show glitch.

Un festival che vive di notte ma che non rinuncia alle ore diurne, dedicando ampio spazio a incontri, workshop e masterclass suddivisi in modo da coprire tutte le fasce d’età, con il coinvolgimento di esperti, studiosi e artisti. Fulcro delle attività lo smart village, la struttura che ospita gli incontri e allo stesso tempo una piazza in cui scambiare conoscenze ed esperienze.

I relatori degli incontri sono: Stefano Lentini, affermato musicista impegnato in colonne sonore per cinema e televisione, l’unico compositore italiano insieme ad Ennio Morricone ad essere rappresentato negli Usa da “The Gorfaine/Schwartz Agency”;  Anna Maria Monteverdi,  una delle più grandi esperte di digital performance e video teatro in Italia;  Carlo Infante, changemaker, docente freelance di Performing Media, progettista culturale, fondatore di Urban Experience e scenarista per la resilienza futura;Daniela De Angelis, docente presso il Liceo Artistico Roma 2, svolge attività di ricerca e studio nel settore dell’arte contemporanea, ambito nel quale ha pubblicato scritti e cataloghi, in particolare sul Novecento; Roberto Rennadocente presso l’Istituto di Stato per la cinematografia e la televisione, ha lavorato in Rai occupandosi di repertorio di spettacolo leggero ed è stato è stato redattore della rivista Poliscritture. Ha fondato con altri Opificio.

Gli organizzatori: chi c’è dietro Pomezia Light Festival

Opificio nasce in una scuola. Forse non in una scuola qualunque ma una scuola, l’Istituto di Stato per la cinematografia e la televisione Roberto Rossellini. Tutto è iniziato con un laboratorio sulla creatività dal nome Officina, ancora attivo. La convinzione è stata fin da subito quella di produrre comunicazione al di fuori dei circuiti consueti e con risultati che, già allora, potevano misurarsi col mondo delle professioni.  Opificio è un collettivo che esplora linguaggi, tecniche, teorie, pratiche produttive, con l’avidità di chi vuole conoscere e capire ma con la barra fissa su un punto: non scostarsi mai da un’etica che è condizione indispensabile per la creazione dell’opera d’arte contemporanea. Perché ciò sia possibile due sono le vie: lo studio (Opificio arriva da una scuola) e il lavoro (si va verso il mondo). L’obiettivo è l’indipendenza, artistica, filosofica ed economica.

La II° edizione del Pomezia Light Festival è realizzata grazie al contributo di E.on energia, Floranapoli, Menarini e APA – Associazione Pomezia Albergatori. Partner culturali della manifestazione sono IISS “R. Rossellini” di Roma e Alma Artis Academy. Il Festival aderisce inoltre al network Zoohanna, Urban Experience, Museo Civico Archeologico Lavinium, Sistema Museo, ToBe Srl, Ciù Ciù, Rete d’Impresa Pomezia Centro e Blooming Festival.

 

Ore 21.30 | Accensione delle opere | ingresso gratuito

Per partecipare agli incontri è richiesta la prenotazione gratuita su www.pomezialightfestival.it

 

CONTATTI

www.pomezialightfestival.it

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