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Il punto sui puntini: Google Fi e Ara, un anno dopo

L’evento della settimana, in quel paradiso dorato che è il mondo geek, è stato il Comic-Con di San Diego. Dal momento che però la mia copertura della kermesse si è limitata ad una visione parziale dei trailer cinematografici proiettati, che vi consiglio, l’oggetto dell’articolo sarà un altro. All’incirca un anno fa qui su Playground dedicammo due pezzi a Fi e Ara, tra i progetti più interessanti del 2015 di casa Google, e ho pensato potesse essere interessante tornarci su, per scoprire insieme cosa questi 365 e rotti giorni ci abbiano detto su quelle che, al tempo, non erano molto più che interessanti scommesse.

Project Fi

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In questo caso l’utilizzo del termine “progetto” non è più appropriato: dopo un periodo di test ad inviti, la primavera 2016 ha visto l’apertura a tutti i cittadini statunitensi dell’innovativo servizio di telefonia e navigazione mobile made in Mountain View. Leggendo qua e là i resoconti dei primi clienti, sembra che il prodotto abbia mantenuto le aspettative sorte durante la sua fase embrionale, con tutti i pro e i contro del caso. L’idea di un futuro in cui non ci si debba più preoccupare della copertura di rete del proprio operatore nè di cercare manualmente reti wi-fi libere è allettante, e pare che con Fi Google abbia decisamente accorciato le distanze che ci separano da tale utopia.

Ricordo per chi non avesse letto l’articolo precedente che il servizio garantisce all’utente una copertura potenzialmente ininterrotta, basata su un monitoraggio costante delle reti disponibili (quelle gestite da carrier partner di Google e le free WiFi), seguita dall’aggancio automatico del dispositivo alla migliore tra queste. Se tale meccanica sembra funzionare in maniera soddisfacente, le note dolenti riguardano le condizioni di utilizzo del servizio: innanzitutto, probabilmente per rafforzare l’idea di un ecosistema Google che appaia sempre più irrinunciabile a noi utenti, è confermata l’esclusiva compatibilità di Fi con i dispositivi della gamma Nexus. In secondo luogo quella che sembrava una partnership iniziale e parziale con i provider di servizi telefonici T-Mobile e Sprint è invece rimasta inalterata, pertanto Fi, ad oggi, ancora non si avvale delle infrastrutture degli altri due colossi della comunicazione statunitense: Verizon e AT&T. A ciò si aggiunge la conferma di un altro aspetto che, speravo, sarebbe presto stato ridimensionato: sto parlando ovviamente dei prezzi dell’offerta. Ora, non ho abbastanza esperienza per giudicarne la competitività sul mercato statunitense, ma l’eventuale approdo in Italia di un servizio che preveda il pagamento di circa 35€ per sms e chiamate illimitati e due GB di navigazione (ossia la mia attuale offerta, che pago 10€ al mese) riscuoterebbe ben poco successo, anche tra i più accaniti fedeli di Big G.

Una domanda aggiuntiva che mi pongo riguarda poi l’aggancio automatico alle reti Wi-Fi: la mia esperienza con il cosidetto “free Wi-Fi” nostrano è costellata di hotspot il cui utilizzo è vincolato alla registrazione a improbabili portali che richiedono la creazione di un profilo personale, o, come in quasi tutti gli spazi universitari, pub ecc, non sono free neanche per sogno e richiedono l’inserimento di password da estorcere a segreterie, baristi e simili. Il mio timore è che in una simile situazione l’unica rete Wi-Fi a cui potremmo essere agganciati in automatico sarebbe quella di casa nostra, di fatto privando Fi di un buon 50% della sua attrattiva.

Restano comunque i numerosi aspetti positivi dell’offerta, tra cui spiccano il rimborso di ogni mega pagato e inutilizzato a fine mese e la cifratura automatica delle sessioni su reti Wi-Fi, e qualora Google trovasse soluzioni convincenti ai problemi sopra elencati comincerei ad attendere con ansia lo sbarco dell’offerta sulle coste di Anzio.

Project Ara

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Ara, lo smartphone modulare erede di Phoneblocks, è forse il progetto di Google a cui sono più affezionato e che, fin dall’annuncio, attendo con più aspettative. L’idea di trasformare il telefono in una piattaforma personalizzabile, che risponda al meglio alle necessità del proprietario e introduca una componente ludica legata allo sperimentare di continuo nuove configurazioni, non può che stimolare la salivazione di chi sia cresciuto a pane e nerdate.

Dopo gli annunci e le presentazioni di un anno fa, al pubblico era stato concesso un incontro ravvicinato con un prototipo semi-funzionante: il tempo di lasciare perplesso l’uditorio con una serie di problemi di accensione e avviamento prima di sparire dai radar per mesi. Le poche notizie circolate durante la seconda metà del 2015 erano tutt’altro che rincuoranti, e riguardavano essenzialmente rimescolamenti di organico all’interno della squadra di sviluppo: basti pensare che il capo-progetto Paul Eremenko, di cui un anno fa avevo intessuto le lodi, ha abbandonato la nave e che la vaga data di rilascio dei primi modelli continuava ad essere posposta, per capire come il progetto sembrasse inesorabilmente destinato ad affondare nella palude del vaporware.

A sorpresa, invece, il 2016 ci ha portato dei notevoli sviluppi: pare che durante il periodo di silenzio, Google abbia compiuto discreti passi avanti, giungendo alla realizzazione di un modello effettivamente funzionante (per un resoconto dettagliato vi rimando a questo interessante articolo di Wired). Come previsto da molti già l’anno scorso, però, l’idea di una personalizzazione totale resta ancora un sogno. Se infatti, come ampiamente annunciato, Google e i suoi partner manifatturieri ci permetteranno di scegliere moduli come camera, speaker e schermo, lo stesso non si può dire del cuore pulsante del dispositivo: processore e RAM non saranno infatti intercambiabili, a causa di problemi di compatibilità al momento insormontabili. Non è inoltre da sottovalutare un aspetto chiave: la mia è la prospettiva distorta di chi ha, seppur vagamente, un’idea di concetti quali efficienza, prestazioni e clock, mentre l’utente medio, che ha altro a cui pensare, difficilmente sarebbe interessato a scegliere moduli la cui installazione non garantisca un feedback immediato. Se cambio fotocamera e scatto foto migliori lo vedo in un secondo, e ne godo, mentre quel secondo in meno nei tempi di reazione garantito dall’installazione di un modulo RAM più capiente difficilmente catturerebbe l’occhio.

Una chicca che non vedo l’ora di provare riguarda la disconnessione dei vari moduli: pare che sarà sufficiente pronunciare qualcosa come “Ok Google, scollega la fotocamera”, per assistere alla magica espulsione della componente dal corpo principale dello smartphone. Non vi sto neanche a dire quanto questo mi farà sentire simile a Bruce Wayne che parla alla Bat-mobile o a Tony Stark che dialoga con Jarvis. Parlando di date, pare che autunno 2016 vedrà il rilascio dei primi modelli destinati esclusivamente agli sviluppatori: l’idea di Google è infatti quella di presentarsi sul mercato generalista con un’ampia offerta di moduli di terze parti, pertanto sarà necessario lasciare qualche mese agli smanettoni di tutto il mondo per dare libero sfogo alla fantasia. Se tutto andrà come previsto, il 2017 sarà finalmente l’anno di Ara. Sembra infine che, nonostante le prime speculazioni volessero Ara come un dispositivo economico, la cui versione base sarebbe stata immessa sul mercato ad un prezzo oscillante tra i 50 e i 100 dollari, lo smartphone modulare sarà invece presentato da Google come un dispositivo di prima fascia, probabilmente venduto a cifre simili a quelle degli ultimi dispositivi Nexus, tra i 300 e i 400 dollari. Resto in attesa di ulteriori sviluppi e incrocio le dita.

Marques Brownlee, tech guru della porta accanto

Durante uno degli ultimi simposi prandiali, chiacchierando con degli amici, notavamo come la televisione e i suoi palinsesti abbiano perso quasi del tutto il ruolo centrale che occupavano nel nostro tempo libero sino a pochi anni fa. Che sia per un crescente bisogno di personalizzazione dei contenuti o per l’incapacità dei direttori di rete di interpretare i nostri mutamenti di gusto, sta di fatto che ormai da tempo le tv nelle nostre case assumono sempre più il ruolo di porta-soprammobili/polvere.

Questo non vi tragga in inganno, nessuno sta dicendo che la passione per la teledipendenza ci abbia abbandonato: abbiamo solo cambiato pusher, abbandonando quello che ormai aveva da offrire solo l’erbaccia di San Lorenzo per i coffee-shop di Amsterdam. In altre parole: vegetiamo ancora, ma davanti a YouTube. Il portale di video streaming più popolare al mondo (che non corredo di link per non insultare la vostra intelligenza) offre infatti ad ognuno ore di intrattenimento mirato, così che letteralmente chiunque, dall’entomologa di Vigevano all’imbianchino di Nacogdoches, possa comporre il proprio palinsesto personalizzato. La categoria di video su cui vorrei soffermarmi oggi, che fa al caso di noi nerdz metropolitani, è quindi quella dei tech-reviewers, i recensori di gadget tecnologici.

Dalla metà degli anni ‘90 la società occidentale ha visto una fioritura di riviste, poi soppiantate dall’avvento dei blog, dedicate inizialmente all’analisi di software e hardware per personal computer e successivamente al selvaggio mondo di cellulari, smartphone e tablet. Se pure non rinnego il piacere degli anni passati a sfogliare i Computer Idea di mio padre, c’è da dire che in un settore come quello dell’elettronica di consumo nulla batte il potere dell’oralità: un articolo sul nuovo motoX o sull’ultima console Sony saranno senz’altro approfonditi ed esaurienti, ma volete mettere il potere persuasivo/fomentante di un amico che vi decanta le meraviglie del suo smartphone o le risate sguaiate alla cronaca accorata del suo primo YLOD? Forti di questo principio, centinaia di nostri pari più o meno competenti hanno imbracciato le telecamere per condividere con la rete aspettative, impressioni e giudizi sulle migliaia di prodotti chip-dotati disponibili sul mercato.

In questa selva di amatori ognuno ha la sua parrocchia: c’è chi preferisce gli italiani e chi gli anglosassoni, chi, come nel porno, si fida solo dell’amatoriale spinto e chi preferisce la patinatura, chi dà ascolto ai senior che le hanno viste tutte e chi ai giovani nativi digitali. Per quanto mi riguarda, per una volta rifuggo la minoranza e tifo per la Juventus di turno. Il mio recensore di fiducia è Marques Brownlee.

marques brownlee

Coetaneo di chi scrive, questo ventiduenne di Hoboken, New Jersey, è passato in pochi anni dall’esporre le sue idee riguardo le diavolerie che si trovava in casa ad essere definito dall’ex vice-presidente di Google, Vic Gundotra, “attualmente uno dei migliori recensori di teconologia al mondo”. Ad oggi non c’è prototipo o modello su cui non riesca a mettere le mani settimane prima della sua comparsa sugli scaffali, pronto a sviscerarne pro e contro per gettarli in pasto a noi fedeli sbavanti. Ma come ha fatto un adolescente, a cavallo tra superiori e università, a conquistare MILIONI di spettatori dalla sua cameretta?

Ecco gli indiziati principali: innanzitutto dalle parole di Marques traspare un’enorme competenza tecnologica. Un po’ come in ogni settore, amiamo ascoltare chi ha l’aria di sapere di cosa sta parlando, e siamo più disposti a concedergli credito. Tale senso di affidabilità si accompagna inoltre ad una totale assenza di spocchia/supponenza; se c’è qualcosa che generalmente ci allontana anche dal più esperto dei luminari è la sensazione che questi si senta superiore a noi, e nel caso di MKBHD (il suo nickname online) non ho mai avvertito nulla di simile. Nonostante poi sia un recensore decisamente rigido, pronto a stroncare prodotti anche di alto livello per pecche che alcuni potrebbero ritenere minori, è pronto a rivedere le sue posizioni senza compiere difese oltranziste dei suoi marchi preferiti (per dire, è impossibile etichettarlo come un apple-fag o -hater basandosi solo sulle sue recensioni) e, soprattutto, non urla. Lo so che potrebbe sembrare un’idiozia, ma nel mondo di YouTube poche cose mi repellono come chi sfrutta uno stile urlato per risultare più energico o simpatico (qualcuno ha detto Favij?).

Ok, il nuovo iPhone non vale il suo prezzo, siamo d’accordo, ma c’è davvero bisogno di darsi a isterismi per dimostrare il proprio disappunto? Non è che con il casino stai solo cercando di supplire alla piattezza delle tue argomentazioni? Ecco, Marques Brownlee non mi ha mai suscitato tali pensieri. Mantiene costantemente un tono vivace ma pacato, forse non il massimo della naturalezza ma comunque estremamente godibile. Tutte queste caratteristiche, unite all’aver sempre mantenuto la stessa aura da amico smanettone con cui passare i pomeriggi a cazzeggiare, giustificano secondo me l’enorme popolarità raggiunta dal Nostro negli ultimi anni.

Come se non bastasse i suoi video non si limitano all’analisi di smartphone, tablet o altro hardware, ma coprono spesso argomenti che spaziano dall’analisi di fenomeni tecnologici (perchè un prodotto ha tanto successo? Perchè costa così tanto? Come funziona davvero?) alle raccomandazioni di applicazioni più o meno utili, passando per sessioni di Q&A con gli spettatori. Avendo incensato fin troppo il buon Marques per un articolo non su commissione, spero di avervi fornito materiale convincente per dare un’occhiata ai suoi video.

DISCLAIMER:

Se siete il tipo di persona che preferisce una colonscopia alla prospettiva di un quarto d’ora di chiacchiere sulle caratteristiche di uno smartphone non vi divertirete affatto. Certo in tal caso mi chiedo perchè seguiate questa rubrica.