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L’Housing ai tempi di Peter Barber

Che siate professionisti del settore o semplicemente studenti, sicuramente avrete sentito parlare di “social housing”. A volte non è facile capirne appieno il significato, ciò porta qualcuno a storcere il naso parlando del tema, quasi a voler dire che quel “social” denigra il tanto caro tema dell’abitare.

Questo accade perché la produzione architettonica in materia, partendo dalla seconda metà del secolo scorso, è stata davvero ricca, ed in quanto tale, variegata, nel bene e nel male. Portare alla mente le Banlieues francesi o la cittadina di Ixtapaluca in Messico non è il giusto approccio nei confronti del genere, se possiam considerarlo tale. Partendo dalle origini, il social housing, come metodo e non come genere, poneva l’accento sulla creazione di comunità di lavoratori, situate nelle periferie cittadine, utopisticamente innalzate per essere indipendenti. Molte di queste però sono finite per diventare nel tempo veri e propri ghetti portando a considerare il social housing, di nuovo come genere, una destinazione abitativa per i meno abbienti e quindi di poco pregio. Negli ultimi anni, in Italia come in Europa, il termine è tornato prepotentemente di moda, sull’onda della crisi economica che ha paralizzato il mercato immobiliare. La ridotta capacità di spesa delle famiglie, unita ad una domanda abitativa più articolata e complessa, sono andate a disegnare una nuova emergenza casa a cui l’edilizia residenziale pubblica non è stata in grado di rispondere. Se prima il social housing rispondeva ad un problema di povertà della popolazione, ora, a causa dei profondi cambiamenti sociali, si confronta con utenti di tutti i tipi, dalle famiglie mono-genitoriali con figli per arrivare al singolo studente.

Ogni paese e conseguentemente ogni città, ha un suo linguaggio. Un intervento di questo tipo ai giorni nostri, oltre a rispondere ad utenze disparate deve potersi inserire in contesti urbani già esistenti, in alcuni casi, rigenerandoli.

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Donnybrook quarter (2011),Londra, Peter Barber Architects. Planimetria Piano terra.

Proprio quello che è riuscito a fare Peter Barber con il suo pluripremiato Donnybrook Quarter nell’East London. La realizzazione dell’architetto britannico, definita come uno dei progetti di housing più innovativi degli ultimi decenni, è riuscita a ricucire una parte del tessuto urbano rimasto spurio a causa dell’ultima guerra mondiale. Il Donnybrook promuove a gran voce una vibrante interazione tra i suoi abitanti e si proietta verso il resto del quartiere attraverso i percorsi pedonali che lo attraversano. Ma la forza di questo vero e proprio “metaquartiere”, sta nel suo essere perfettamente a misura d’uomo. Tra i suoi bianchi muri, i rapporti col vicinato sono vivi ogni giorno a discapito delle città contemporanee in cui le relazioni sociali sono sempre più ridotte all’osso.  La singola unità è composta da due appartamenti. Il primo si articola interamente al piano terra. Da questo stesso livello, una seconda utenza potrà accedere alla maisonette, articolata su due livelli. Ogni unità abitativa è dotata di un’ampia zona giorno, servizi, due camere e spazi esterni che si manifestano in terrazze e piccoli balconi. Su Old Fort road,  la via più frequentata, il Donnybrook, pur rimanendo immutato nello stile, espande le sue funzioni. In questa maniera vengono a crearsi unità adibite a usi commerciali e funzionali ad un eventuale “casa e bottega”.

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Donnybrook quarter (2011), Londra, Peter Barber Architects. Vista di unità abitative e spazio pubblico interno allo schema planimetrico.

I dettagli degli edifici sono quanto più contenuti possibile. I materiali sono stati scelti per durare, per ridurre al minimo la manutenzione, per la facilità e la velocità di costruzione e per ragioni ambientali. Le facciate sono state verniciate con un colore bianco acrilico che permette alla luce di riflettersi ovunque.

Come spesso accade, l’idea più semplice è quella vincente. Lontani da un’egocentrica visione dell’architettura, che troppo spesso finisce per essere sola espressione di chi la progetta e non di chi la fruisce,  Barber progetta un metaquartiere che promuove riconoscibilità e senso di appartenenza attraverso il recupero di valori, derivanti da concetti noti all’uomo fin dagli albori, come quello del “villaggio” o del “focolare”.

Giovanni B. Croce

I Giardini di Robin Hood

Robin-hood-gardens_Smithson Archive
Robin Hood Gardens_Image by Sandra Lousada, 1972 © The Smithson Family Collection, municipaldreams.wordpress.com

 

A Londra, non molto distante dalle Docklands e Canary Wharf, nel quartiere di Poplar, esiste un complesso di edilizia sovvenzionata completato nel 1972 che porta un nome coraggioso: The Robin Hood Gardens. L’eroe popolare, ladro trasgressore dei dettami sociali del tempo, trovava luogo di rifugio nel villaggio nascosto  tra gli alberi di una nota foresta, condividendo un’identità comune con gli altri abitanti reietti.  Così l’ insediamento ce lo potremmo immaginare immerso in un bosco spontaneo, un agglomerato di piccole casette in legno o mattoni celato fra i profili urbani di una Londra dell’East End in espansione.

E forse il nome eroico avrebbe avuto il suo accordo armonico se effettivamente questo senso d’identità ed appartenenza fosse venuto fuori. Ma le ambizioni del glorioso complesso seppur negli ideali associabili all’immaginario coeso della contea di Sherwood hanno ben poco da spartire con i luoghi della leggendaria favella. I due progettisti sono considerati figure cardine della scuola architettonica inglese, principi anche loro insieme a James Stirling in madrepatria ed a Paul Rudolph in America di quella corrente chiamata Brutalismo, Peter ed Alison Smithson parteciparono attivamente al dibattito postbellico sul futuro della città e della residenza.

“Belonging is a basic emotional need. Its associations are of the simplest order. From ‘belonging’ (identity) comes the enriching sense of neighbourliness. The short narrow street of the slum succeeds where spacious redevelopment frequently fails.” A. Smithson, The Smithson on housing, Interview

L’Estate consiste in due enormi blocchi che si dispongono lungo i lati di un triangolo formato da tre importanti arterie trafficate e racchiude al loro interno un parco verde. Il nome del complesso è dovuto alla strada, Robin Hood Lane, che costeggia una parte dell’edificato.

Di proprietà del Tower Hamlets Council i suoi duecentoquattordici appartamenti sono stati popolati da più di settecento inquilini per oltre quarant’anni ed oltre ad aver subito un sovraffollamento è stato escluso da qualsiasi progetto di manutenzione. Il risultato è che attualmente il landlord di casa ha deciso, similmente a come si è fatto per il il Government Center di Goshen di Rudolph, di procedere con la demolizione della struttura.  Robin Hood Gardens è però ancora in piedi, varie petizioni cavalcate da nomi noti del panorama architettonico odierno tra i quali Richard Rogers, che lì a fianco ha costruito la propria “dome”, hanno difeso la causa che ancora non si è risolta.

Aldilà delle sorti di questo gigante addormentato e dei suoi inquilini svegli e preoccupati è importante comprendere gli intenti che generarono l’edificio, non per difenderne la presenza, ma per capire ove possibile cosa non ha quadrato tra l’idealistica visione dei due architetti ed il risultato ottenuto.

STREET IN THE SKY
Street in the sky, A|P Smithson drawing

Attivi partecipi del Team X, noto gruppo di ricerca formato dagli architetti della nuova generazione, gli Smithson condividevano studi e manifesti sulle nuove prospettive di vita della città cercando nuove direzioni diverse dai dettami ereditati dal Moderno e ormai considerati obsoleti per il tempo.

“In the context  of a large city with high buildings, in order to keep ease of movements, we propose a multi-level city with residential streets-in-the-air.” 

Così dichiaravano all’uditorio di architetti presenti al CIAM di Aix-en-Provence del 1953, un punto importante della loro ricerca. Le strade-nell’-aria erano pensate come tentativo a favorire anche nella nuova città verticale delle megastrutture, la comunicazione tra gli abitanti ed una vitale relazione tra casa e strada. Le cosiddette connessioni orizzontali che mancavano per gli Smithson nell’Unitè di Le Corbusier.

La visione dei due architetti era ambiziosa: riportare nella mega struttura del mass housing la dimensione umana del quotidiano, con un allusivo richiamo a quella vita di quartiere, fatta di postini e porta latte che bussano alla porta, tipica delle aree a bassa densità con villini e palazzine che ritrovavano nel quartiere vittoriano di Chelsea, dove i due abitavano.

Venti anni dopo le loro intenzioni non erano troppo cambiate e nei Robin Hood Gardens tentarono di trovarne l’ espressione.

“The deck itself is wide enough for the milkman to bring his cart along or for two women with prams to stop for a talk and still let the postman by. The streets will be places and not corridors or balconies” A. Smithson, The Smithson on housing, Interview

Così i due blocchi prevedevano gli accessi alle abitazioni lungo strade all’aperto comuni, che dovevano, però, essere coperte perché:

“In England it’s rainy and cold for about eight monhs every year.  This would seem to call for houses that would both give and look as if they gave, all-round protection. Double walls, double roofs, double windows, covered approaches, covered drying yards and possibly covered means of access.” A.D. July, 1956 A|P Smithson.

Questo paragrafo, scritto dai due londinesi che vivevano e abitavano con piacere la loro amata città è forse uno dei più esplicativi di una tendenza High Tech, di “shelter and cludding” degli edifci che da sempre ha caratterizzato il Know How britannico. In un paese dove non ci si deve difendere dal sole si cerca trasparenza e al tempo stesso riparo.

Robin Hood Gardens_Image by Sandra Lousada, 1972 © The Smithson Family Collection
Robin Hood Gardens_Image by Sandra Lousada, 1972 © The Smithson Family Collection, municipaldreams.wordpress.com

C’è da aggiungere che nello stesso anno in cui Robin Hood Garden veniva completato si compiva l’evento significativo che ha simbolicamente sancito la fine del Movimento Moderno: la demolizione del Pruitt-Igoe. In Italia inoltre Giancarlo De Carlo, rappresentante italiano del Team X, pubblicava il testo Architettura della Partecipazione, dove si raccolgono gli atti di una conferenza in cui l’architetto spiegava l’utopia realistica che era stata linea guida della progettazione partecipata dall’abitante nel Villaggio Matteotti a Terni. De Carlo muoveva così passi avanti dal Moderno, contestando il suo funzionalismo, semplificatorio dei comportamenti umani e sociali e perseguiva una ricerca su:

“la necessità di ragionare sull’uomo reale e non quello ideale, la centralità dell’uso e non della funzione, la volontà che il progetto annetta differenti possibilità, contempli il disordine o diverse modalità di appropriazione.”

Robin Hood non è mai stato ai Gardens londinesi, ma le sue gesta han preso parte ai motivi fondativi di questo malriuscito ed incompreso gigante di cemento: sottraeva ai ricchi per dare ai poveri.